Archive for the ‘Recensioni’ Category

L’anima delle città, Jan Brokken (Iperborea, 2021) A cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2021

Parigi, Amsterdam, Bologna, Cagliari, Düsseldorf e tante altre città sono le protagoniste di “L’anima delle città” di Jan Brokken, edito da Iperborea. In tutte le località narrate l’autore ci è stato una o più volte e quello che ne risulta è un vero e proprio reportage sulle città e sulle persone che in quei luoghi hanno vissuto o hanno avuto un legame particolare con esse, perché per esempio, proprio in quelle località ha preso forma ed espressione la loro creatività artistica o culturale. Pagina dopo pagina emergono i ritratti di tanti posti fisici e delle vite di coloro che li hanno animati in prima persona. Quello che colpisce di questo libro è che emergono due anime. Una è quella delle città nelle quali B. ha viaggiato e soggiornato, vere e proprie protagoniste a tutto tondo della narrazione. L’altra anima è quella delle persone raccontate da Brokken, mostrate in tutte le diverse sfaccettature che le caratterizzano . Il libro a tratti assomiglia a un romanzo, poi però ti accorgi che è anche un saggio, ma è pure un libro di ritratti biografici che conquistano chi legge, un elemento che dimostra quanto la loro dimensione umane sia approfondita dall’autore e molto legata alla città nella quale hanno vissuto. In un certo senso è come se Brokken prendesse per mano i lettori per portarli alla scoperta della Bologna raccontata attraverso il rapporto che l’artista Giorgio Morandi ebbe con la città, poi ci trasferiamo a Vilnius dove troviamo il pittore lituano Mikalojus Čiurlionis, che non fu solo un grande esponente del simbolismo in pittura, ma anche uno dei primi artisti ad aver sperimentato l’arte astratta e compositore di brevi componimenti musicali. Interessante anche il viaggio a Bergamo dove Brokken ci presenta la località raccontando la vita di Gaetano Donizetti, nato da una famiglia di umilissime origini e che riuscì a diventare uno dei più amati compositori e operisti del 1800, anche se la sua fine non fu del tutto gloriosa. Interessante anche il viaggio a Düsseldorf in compagnia dell’originale artista Beuys, sempre pronto a sorprendere con le sue performance artistiche. Non manca un viaggio a San Pietroburgo con Dmítrij Šostakóvič e la sua travagliata vita che lo porterà a non lasciare mai, a differenza dei figli, la madre Russia e poi torniamo in Italia, a Cagliari, per scoprire lei: Eva Mameli Calvino, non solo mamma di Italo Calvino, ma anche una botanica, naturalista e accademica italiana, amante delle sfide scientifiche, civili e prima donna italiana a conseguire la libera docenza in un’università. In “L’anima delle città”, Jan Brokken ancora una volta dimostra la sua grande sensibilità, la sua vivace curiosità che lo portano a indagare e raccontare le città da un punto di vista insolito, dove oltre agli interessi principali come l’arte, la poesia, la musica e l’architettura spiccano ritratti profondamente umani di importanti personalità che hanno lasciato un segno nella storia. Per rendere ancora più piacevole la lettura del libro, grazie anche alla collaborazione con l’Ambasciata e il Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi, sono stati realizzati una serie di podcast con la voce di Natashca Lusenti e i suoni di Paolo Corleoni. Traduzione Claudia Cozzi.

Jan Brokken è uno scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come Jungle Rudy, il suo primo successo internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov, Il giardino dei cosacchi, sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller Anime baltiche, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa, Bagliori a San Pietroburgo, dedicato alla grande città della musica e della poesia russa, e I Giusti, reportage sull’operazione di salvataggio del 1940 che coinvolse più di ottomila ebrei.

Source: Richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

Anime System il successo polimediale dell’animazione giapponese di Marc Steinberg (Tunué, 2020) a cura di Elena Romanello

10 dicembre 2021

anime-system-1-758x1146La collana Lapilli giganti di saggistica sul mondo dei fumetti della Tunué diretta da Marco Pellitteri presenta il saggio Anime System, il successo polimediale dell’animazione giapponese dello studioso statunitense Marc Steinberg, utile e interessante in questo momento di rinnovato interesse per i cartoni animati provenienti dal Paese del Sol levante.
Infatti, anche i media mainstream si sono accorti dell’interesse che c’è, presso le giovani generazioni e non solo, verso queste storie così lontane e così vicine, grazie anche al supporto dato alla proposta di nuovi titoli e classici ormai senza tempo da parte delle piattaforme televisive, in un fenomeno che unisce più generazioni, dagli ex ragazzini ormai adulti e a volte genitori della generazione Goldrake ai millenials.
Per capire l’importanza degli anime e della cultura ad essi legati, è interessante immergersi nelle pagine di Marc Steinberg, uno dei più accreditati studiosi dei media giapponesi, in cui si spiega che quello che si vede sul piccolo o sul grande schermo costituisce il fulcro di un sistema di connessioni tra personaggi, media, prodotti, supporti e forme di consumo. Un vero e proprio anime system, basato su una complessa polimedialità, che in Giappone è chiamata media mix.
Lo studioso racconta i punti chiave di questo fenomeno, presente, sia pure in maniera minore, anche nei Paesi in cui gli anime sono diventati popolari, Italia in testa, partendo dall’arrivo degli anime sulle televisioni del Paese del Sol levante negli anni Sessanta, che da subito colpiscono per la loro carica innovativa e estetica e per il rapporto viscerale che si crea tra il pubblico, giovanissimo ma non solo, e i personaggi.
Marc Steinberg concentra in particolare la sua attenzione su uno dei maggiori colossi editoriali e multimediali giapponesi, la Kadokawa, titolare o licenziataria di alcuni dei maggiori successi degli ultimi vent’anni, a cominciare da Neon Genesis Evangelion Cowboy Bebop.
Un libro che fornisce un quadro aggiornato dell’importanza commerciale, polimediale e culturale degli anime, utile sia per gli studiosi di media, marketing e industrie creative, che per chi mastica pane e cartoni animati giapponesi ormai da una vita, per capire meglio una passione che dalla carta e dallo schermo è diventata uno stile di vita, con prodotti e universi materiali da scoprire.

Marc Steinberg è professore associato della Concordia University, dove insegna cinema ed è direttore della Platform Lab. Il libro Anime system. Il successo polimediale dell’animazione giapponese ha vinto diversi premi internazionali.

Provenienza: pdf inviato dall’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Mi manca il Novecento – La voce dimenticata di Raffaele Carrieri – a cura di Nicola Vacca

7 dicembre 2021

Accanto al Novecento che se n’è andato c’è un Novecento perduto che nei suoi abissi si è inghiottito i suoi figli migliori.
In questo Novecento perduto è finito anche Raffaele Carrieri, poeta, scrittore, critico d’arte nato a Taranto nel 1905, ma cittadino del mondo.
Intellettuale raffinatissimo, uomo straordinario della Magna Grecia, difficile da incasellare, ma un poeta davvero straordinario a cui tornare.
Ma di lui si sono perse le tracce, caduto ingiustamente in un oblio che non meritava.
Andrebbero ripubblicati i suoi libri di poesia, non è possibile che uno dei più importanti poeti di quella straordinaria linea meridionale giaccia per sempre nelle tenebre.
Ma questo è il destino di molti nomi di quel Novecento perduto che non perdona.
Lamento del gabelliere, La ricchezza del niente, Canzoniere amoroso, Il trovatore, con cui vinse il Premio Viareggio nel 1953, sono alcuni dei suoi libri di cui la nostra letteratura non può fare a meno.
Eppure la memoria di Rafaele Carrieri è stata oscurata e con essa una parte rilevante del migliore Novecento letterario italiano.
Intellettuale eclettico, scrittore poliedrico, Carrieri ha scritto facendo esperienza del mondo.
Visse a Parigi nella seconda metà degli anni venti. In questo periodo ebbe occasione di entrare in contatto con gli ambienti e le esperienze dell’avanguardia europea che aveva eletto la capitale francese a propria sede internazionale; legami e influenze queste che, nei modi peculiari in cui il Carrieri li assimilò e li introiettò, rappresentano il nucleo essenziale se non unico, della sua poetica e della sua poesia.
Dal 1930 si trasferì a Milano. Qui conobbe un gran numero di scrittori e artisti come come Marotta, Cantatore, Cesare. Zavattini, Alfonso Gatto, Sergio Solmi, Quasimodo, Persico, F. T. Marinetti, Alberto Savinio.
Per un decennio fu critico d’arte dell’Illustrazione italiana.
Ma è nella poesia che Carrieri trova la chiave giusta per raccontare la sua esperienza di uomo.

«La mia poesia è tutta autobiografica; ispirata a fatti realmente accaduti, a viaggi, a soggiorni in paesi stranieri. La mia lunga permanenza a Parigi nella prima giovinezza la considero fondamentale per i molti incontri con gli artisti e i poeti d’avanguardia ora famosi».

Una scrittura poetica che scava nella memoria per cogliere la semplicità degli istanti: la spinta autobiografica si sposa con l’essenza dei luoghi frequentati dal poeta, delle persone e del mondo.

«La maggior parte dei critici che si sono occupati del Carrieri. (da Flora a Titta Rosa, a Vigorelli, a Ravegnani) – scrive Lucia Strappini – ha ritenuto di cogliere nella grecità, nella sua appartenenza partecipe al paesaggio mediterraneo, il nucleo tematico più caratteristico e originale della sua poesia, insieme al gusto per i richiami mitologici e della cultura classica; i riferimenti sono molti e disseminati per le sue raccolte: a titolo d’esempio si possono ricordare questi versi da Poca luce, in La civetta:

Se qualche poco di luce / da lontano mi viene / è da te Jonio gentile / che le muse riconduci / ai lidi degli Dei. / Fra l’uva e l’uliva / Eros ancora versa / vino agile e resina” (p. 14).

Ma, nonostante la copiosità delle presenze, questo motivo non appare sostanzialmente preminente nella disposizione complessiva, tanto da improntare di sé la poesia del Carrieri. È invece più convincente l’immagine dei poeta C. che prende spunto, sia sul piano tematico sia su quello stilistico, dai luoghi, reali e metaforici, più diversi, dalle esperienze artistiche più varie, dalle sollecitazioni più diffuse, per esprimere una sostanza lirica pressoché uniforme e immutata fin dalle sue prime prove. In questo quadro appare certamente rilevante la suggestione esercitata sulla sua vena poetica dalla frequentazione assidua delle tante esperienze moderne di arte figurativa, parigine e italiane, che si traduce anche editorialmente nella collaborazione, come si è visto, con molti dei più noti esponenti della pittura contemporanea, o nella affinità con pittori del passato, da lui particolarmente amati, come Toulouse-Lautrec».

Raffaele Carrieri, un artista totale, un poeta lirico che alla poesia attribuisce un ruolo assoluto nella letteratura come nella vita, un intellettuale che sta nella tradizione italiana, un uomo di cultura che appartiene alla storia letteraria di quel Novecento perduto che ci appartiene per sempre.

:: Che mito! – Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero di Hélène Kérillis e Grégorie Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2021

Torna la serie Che Mito! con due nuovi bellissimi titoli: Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero sempre della coppia di autori Hélène Kérillis per i testi e Grégoire Vallancien per le illustrazioni. Per lettori dai 7 anni in su, quindi già bravi a passare da maiscolo a minusolo.

Amo molto questa serie di cui vi avevo già parlato che aiuta i più piccoli ad avvicinarsi ai miti e alle leggende dell’antichità. In questi due albi troviamo Ulisse, mitico re di Itaca, uno degli eroi achei della mitologia greca descritti e narrati da Omero sia nell’Iliade che nell’Odissea, e Ercole, eroe della mitologia sia greca che romana, l’uomo più forte del mondo, figlio di Zeus per i greci, e di Giove per i Romani, e della mortale Alcmena.

Ulisse e i suoi compagni di viaggio se la devono vedere prima con Circe, l’affascinante maga che con i suoi incantesimi li tiene prigionieri e poi niente meno che con le sirene, creature dal canto dolcissimo che spinge i marinai al naufragio e la morte. Ma Ulisse grazie all’aiuto di Circe ha in serbo una sopresa.

Ercole invece se la deve vedere con Cerbero il guardiano degli inferi, e con la sua forza prodigiosa che ancora non sa bene controllare, ma alla fine anche lui imparerà qualcosa sulla forza e sul coraggio. Due storie simili per certi versi capaci di insegnare ai più piccoli i primi segreti della vita. Buona lettura!

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia. 

Traduzione dal francese a cura della Fusp – Fondazione Unicampus San Pellegrino con il coordinamento di Yasmina Melaouah

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

“Interno corte” e “Rime e quartine per gioire di ogni cosa” per le feste di Natale! A cura di Viviana Filippini

30 novembre 2021

Le festività Natalizie si avvicinano, come il tempo dei regali e oggi vi voglio parlare di due simpatici libri per bambini editi da Gallucci.

Interno corte”, Francesco La Rocca (Gallucci 2021)

“Interno corte” è il primo romanzo di Francesco la Rocca, edito da Gallucci. La storia prende sviluppo all’interno di un condominio nel quale si trova una stramba e originale umanità che l’autore fa conoscere al lettore. Tra i diversi personaggi residenti nel palazzo di ringhiera, come quelli che si trovano spesso nelle grandi città, spicca la simpatica Nazarena, una nonnina un po’ ribelle che vive al primo piano del palazzo e che ama i bagni di aria. Accanto a lei, sullo stesso pianerottolo, ci sono c’è Nina che con il fratello lavora di immaginazione creando storie dove i dinosauri stanno in orbita nello spazio. Non solo, perché nella simpatica umanità creata da La Rocca trovano spazio anche un esperto collezionista di fossili di nome Mattia e il curioso Ayyoub, che non colleziona nulla, ma che passa le giornate con le orecchie appiccicate al citofono per ascoltare i discorsi dei vicini di casa. Il romanzo di La Rocca, corredato dalle immagini di Moisi Guga, ha un ritmo appassionatane che porta il lettore a scoprire le vite dei diversi personaggi abitanti nel condominio e che, pagina dopo pagina, costituiscono un romanzo corale. Ogni personaggio ha la propria vita con amicizie, interessi, gusti, ossessioni e felicità simili e diverse (giusto perché il mondo è bello perché è vario), ma quello che emerge da “Interno corte” di Francesco La Rocca è che tutti i protagonisti, anche se hanno vite proprie, alla fine sono uniti da un appuntamento che non manca mai, quello dell’assemblea condominiale, nel quale se ne vedranno delle belle.

Francesco La Rocca è nato a Torino nel 1983. Ha studiato Diritti Umani e lavora nel sociale. L’esperienza lo ha portato a scrivere storie del quotidiano declinato al fantastico. “Interno corte” è la sua prima pubblicazione.

Moisi Guga è nato a Shkodër, in Albania, nel 1988. Laureato in grafica d’arte all’Accademia Albertina, vive a Torino, dividendosi tra il disegno e una cooperativa sociale.

“Rime quartine per gioire di ogni cosa”, Bruno Tognolini (Gallucci 2021)

“Rime quartine per gioire di ogni cosa” è il libro di Bruno Tognolini dove ci sono pagine e pagine di simpatiche filastrocche, ma anche poesie, che accompagnano il lettore. Il mare, le cose, la luna, il frigo, i sogni, la mano, la pizza e tanto altro diventano i diretti protagonisti delle divertenti rime di Tognolini che, grazie alla sua sapiente arte del combinare parole, crea quartine capaci di strappare un sorriso e portare una serena tranquillità ogni volta che si apre il libro per leggerle. Le composizioni di Tognolini sono un centinaio e sono accompagnate dai simpatici e delicati disegni di Alessandro Sanna.

Bruno Tognolini (Cagliari, 1951) ha imparato a scrivere per bambini studiando latino per 8 anni, greco per 5, medicina per 4, spettacolo al DAMS per altri 4, scrivendo teatro per altri 12, TV con “L’Albero Azzurro” e “La Melevisione” per altri 16, e nel frattempo imparando a memoria per esercizio centinaia di versi dei grandi poeti, girando per le scuole di 800 città, scrivendo 1400 filastrocche, 55 libri, e canzoni e articoli… Insomma: tutta la lunga fatica che occorre per seguire un sogno. Altre notizie e testi su http://www.tognolini.com e facebook/tognolini.b

Alessandro Sanna è nato nel 1975 nella pianura tra Mantova, Verona e Modena, ma suo papà gli ha messo nel sangue il mare e il vento della Sardegna. A undici anni questa passione per il gioco si è trasformata in disegno: disegnare, disegnare e ancora disegnare, dimenticando che nella vita ci sono altre cose. Adesso che disegna per lavoro, le altre cose può riscoprirle e apprezzarle, perché sono loro che gli permettono di continuare a giocare con pennelli, matite, mani sporche e gocce d’acqua indomabili. Per Gallucci ha illustrato “Nidi di note”, “Storie di parole”, “Storie di giochi”, “Lettori”, “Il gallo bello” e “Crescendo”, una delicata storia tutta per immagini, costruita a partire dalla forma della pancia della mamma con allegato un Cd inedito contenente 18 minuti di musica appositamente composta ed eseguita da Paolo Fresu.

Source: ricevuti dal recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

Le streghe in eterno di Alix E. Harrow (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2021

978880473767HIG-333x480Oscar Fantastica propone la nuova fatica di Alix E. Harrow, già autrice de Le diecimila porte di January, in cui si mescolano ancora una volta suggestioni fantasy e del fantastico con una visione alternativa della Storia reale.
Siamo di nuovo a fine Ottocento, alle prese con figure iconiche come le streghe, antesignane del femminismo per molti, nella città di New Salem, che echeggia il più celebre processo di stregoneria reale, raccontato anche da Arthur Miller in una delle sue opere più famose, e avvenuto nel 1692, pare come fenomeno di isteria collettiva.
Alix E. Harrow mette insieme le streghe con quelle che furono viste tra Otto e Novecento come il loro equivalente come sovversione, le suffragette, coloro che si battevano per garantire il diritto di voto alle donne, all’epoca negato e visto come una rivendicazione inaccettabile.
A New Salem, le sorelle Eastwood, James Juniper, Agnes Amaranth e Beatrice Belladonna sono depositarie di un antico sapere magico, ora solo presente in filastrocche e fiabe per bambini, ma quando entrano nell’Associazione per le Donne di New Salem iniziano a chiedersi se non sia possibile trasformare il movimento delle suffragette in una congrega di streghe. Ma le persecuzioni non mancheranno e anche le conseguenze tragiche per le sorelle e per le loro adepte.
Alix E. Harrow conferma il suo talento in un romanzo interessante e intrigante, dove la narrazione delle vicende delle sorelle streghe è alternata da riletture insolite di celebri fiabe, come Hansel e GretelRaperonzolo Barbablù. Le streghe sono oggi molto popolari grazie ad un immaginario che le ha fatte cambiare rispetto alle cattive delle fiabe tradizionali, ma le protagoniste del romanzo hanno comunque una loro originalità rispetto ad altre famose e iconiche, non sono certo le sorelle Halliwell trasposte a fine Ottocento, con tutto il rispetto per questi personaggi.
Il legame tra streghe e femminismo non è nuovo ma funziona sempre, e Le streghe in eterno appassiona e coinvolge, con uno stile originale e personaggi non scontati. Del resto, gli archetipi sono sempre interessanti e eterni, ma saperli riprendere in maniera originale non è facile.

Alix E. Harrow è nata negli Stati Uniti nel 1989. Laureata in storia, nel 2014 ha cominciato a pubblicare racconti di fantascienza, tra cui A Witch’s Guide to Escape: A Practical Compendium of Portal Fantasies che si è aggiudicato il premio Hugo 2019. Altri racconti sono stati nominati per i premi Locus, Nebula e World Fantasy. Il suo romanzo d’esordio, Le diecimila porte di January, 2020, ha ricevuto numerosi consensi.

Provenienza: libro del recensore.

:: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi (Gallucci Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

27 novembre 2021

Ecco due nuovi libri per bambini, dai 7 anni in su, nella collana Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori di Gallucci editore, in maiuscolo e minuscolo, per lettori esperti: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino per avvicinare i più piccoli al ciclo bretone, soprattutto ai miti e alle storie leggendarie riguardanti Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, una delle più famose saghe di sempre, caposaldo del genere fantasy.

Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi, questi due libri coloratissimi accompagnano i giovani lettori a immaginare un mondo tra il reale e il fantastico, ricco di nobili ideali, coraggio e amore per l’avventura.

Il coraggioso Artù, la bella Ginevra, Camelot, la magica Excalibur, Mago Merlino, il mago più potente e simpatico di tutti i tempi, diveneranno per i bimbi compagni di gioco e di avventura.

Interamente a colori, nelle ultime pagine troviamo anche Gioca con la storia, dove il bambino può scrivere, disegnare e seguire i semplici e divertenti esercizi di comprensione del testo.

Angela Ricci ha ritradotto per Gallucci editore gli otto romanzi della saga di Anna dai capelli rossi. Vive e lavora a Roma.

Piero Bulzoni cresce tra i fumetti finché non decide di farne a sua volta, formandosi ai corsi dell’Arena del Fumetto a Bologna. Popola le sue strisce di animali buffi come capibara, megattere, sphynx. Intanto continua a riempirsi la testa di storie e colori, passando dai libri per l’infanzia ai film d’animazione.

Antonio Mirizzi scrive e disegna fumetti; a volte li scrive e basta, altre volte li disegna solamente, e comunque più di tutto gli piace scriverli. Nel resto del tempo legge e studia i fumetti degli altri. È insegnante presso i corsi di Arena del Fumetto a Bologna, destinati anche ai bambini, e collabora con lo Studio Inventario.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’ufficio stampa Gallucci editore che come sempre ci invia in anteprima tutte le migiori novità per bimbi e ragazzi.

I solitari. Scrittori appartati d’Italia, Davide Bregola (Oligo editore 2021) A cura di Viviana Filippini

22 novembre 2021

“I solitari. Scrittori appartati d’Italia” è il libro di Davide Bregola edito da Oligo editore. Un libro curioso che sembra avere un titolo da film, ma anche da romanzo. In realtà, il libro di Bregola permette ai lettori di andare a scoprire, e riscoprire, tutta una serie di scrittori e scrittrici italiani che hanno lasciato un segno nel mondo letterario, ma che, oggi come oggi, sono lontani dai riflettori e dalle fiere del libro. Sono 15 ritratti di autori e autrici narrati per quello che hanno creato, per quei romanzi che hanno avuto un ruolo centrale e importante nel mondo letterario tanto che da alcuni di essi vennero tratti pure dei film.  Da questo libro però emerge anche la loro dimensione umana ed emotiva, unite a quella riservatezza del vivere che li ha indotti a stare lontani dai riflettori del mondo letterario. Il libro edito da Oligo è il frutto di una rubrica che Davide Bregola ha sulle pagine culturali de “Il Giornale” e che ha messo a punto andando a scovare queste figure magari un po’ restie ad apparire in pubblico, ma ancora presenti e attive nel loro modo di fare scrittura. Ed ecco alcuni di loro come il sardo Gavino Ledda, autore di “Padre padrone” tradotto in tutto il mondo, diventato film da Palma d’oro a Cannes nel 1977 e lui ora è impegnato in una ricerca del tutto personale sul linguaggio della sua terra. E che dire di Francesco Permunian residente sulle rive del lago di Garda, che si dedica alla scrittura generando sempre i suo mondi letterari dove ci sono personaggi afflitti da malattie mentali  e ambiguità. Non manca nemmeno Stefano Benni, sì proprio il bolognese autore di “Bar Sport”, il quale, dagli anni ’80, ha sempre scritto restando però lontano dai riflettori. Bregola incontra pure Carmen Covito, l’autrice del romanzo “La bruttina stagionata” che vinse il Premio Rapallo-Carige “Opera Prima” 1992 e il Premio Bancarella 1993,  e venne pure tradotto in tedesco, spagnolo, francese, olandese, greco, rumeno. Poteva bastare? Forse, ma dal libro furono pure tratti un monologo teatrale interpretato da Gabriella Franchini con la regia di Franca Valeri, adattamento di Ira Rubini, e un film interpretato da Carla Signoris, con sceneggiatura e regia di Anna Di Francisca. Tra le pagine si trovano anche Giovanni Lindo Ferretti cantante dei CCCP, poi dei CSI e dei PRG (Per Grazia Ricevuta) che è considerato uno dei padri fondatori del Punk, ma è anche uno scrittore amante dei cavalli e di una vita profondamente riservata. E poi ci sono ancora Aldo Busi, Gianni Celati, Rocco Brindisi, Roberto Barbolini, Ugo Cornia, Vitaliano Trevisan, Vincenzo Pardini, Lara Cardella, Susanna Bissoli, Grazia Verasani…. “I solitari. Scrittori appartati d’Italia” è un libro dove Bregola viaggia in lungo e in largo per l’Italia in cerca di quegli autori e autrici nascosti per scoprire che fine hanno fatto e perché hanno scelto di stare a lato del palco letterario. Allo stesso tempo “I solitari”, è un testo davvero interessante che permette di fare un breve viaggio nelle vita altrui e stuzzica il lettore ad andare a recuperare i libri di questi 15 autori per leggerli, riscoprirli, facendo rivivere le loro storie e i loro personaggi.

Davide Bregola è scrittore e consulente editoriale. Ha pubblicato vari saggi e romanzi per diverse case editrici. Nel 2017 è stato Finalista al Premio Chiara con il libro La vita segreta dei mammut in Pianura Padana (Avagliano). Per Oligo Editore dirige la collana Daimon. Scrive sulle pagine culturali de  “Il Giornale” e “Il Foglio”.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: L’enigma del fante di cuori di Patrizia Debicke, Alessandra Ruspoli (Delos 2020) a cura di Giulietta Iannone

21 novembre 2021

Con la morte della regina Anna di Gran Bretagna, ultima sovrana del casato degli Stuart, a succederle giunge in Inghilterra il protestante George Louis von Hannover, asceso al trono col nome di Giorgio I. Sullo scenario delle sanguinose lotte di potere che mettono cattolici contro protestanti, e whigs contro tories, si sviluppa una congiura tessuta da quattro misteriosi cavalieri che prendono il nome dai 4 semi delle carte da gioco: il fante di quadri, il fante di fiori, e gli ancora più misteriosi fante di picche e il più pericoloso di tutti il fante di cuori. A difendere il re legittimo il suo consigliere e capo della sicurezza, il coraggioso e aitante Francis Dunn, Lord Donagall, protagonista indiscusso di questa emozionante vicenda a metà tra Dumas padre e Rafael Sabatini, in cui avventura, intrighi e combattimenti all’ultimo sangue si alternano anche a vicende più prettamente di corte tra intrighi dello scacchiere internazionale e faccende di cuore. Valore aggiunto della vicenda che impreziosisce una narrazione classica e solida, una grande attenzione per gli ambienti e i costumi dell’epoca, descritti con sfarzo, dovizia di particolari ed eleganza, frutto della grande documentazione e ricerca storica di costume di Alessandra Ruspoli, che con la madre Patrizia Debicke firma quest’appassionante thriller storico, scritto con gli ingredienti giusti per interessare gli appassionati di romanzi d’appendice, meglio conosciuti come feuilleton, con in più un tocco di spystory storica di sapore vintage, che accresce di fascino una storia senza tempo, romantica e nello stesso tempo avventurosa. Una lezione di stile anche per chi volesse iniziare a imparare a scrivere romanzi storici.

Patrizia Debicke ha pubblicato romanzi gialli, thriller, storici d’avventura, racconti ed e–book: L’oro dei Medici (Corbaccio – Tea), La gemma del cardinale (Corbaccio- Tea) e L’uomo dagli occhi glauchi(Corbaccio, ebook Odissea Digital), che ha ottenuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir (12/2010). Al IX Premio Europa a Pisa, la Debicke ha ricevuto il Premio alla carriera. Per Todaro, ha firmato i romanzi La Sentinella del Papa e La congiura di San Domenico. Nel 2015 con Parallelo45 è uscito L’eredità Medicea e nel 2017, con DBooks Il ritratto scomparso. Con Delos Digital ha pubblicato anche i racconti Il segreto di Velasquez (2014) e La congiura Philippe le Bon (2014), nel 2018 il manuale Come si scrive un romanzo storico e il racconto Gli occhi di Courcelles.

Alessandra Ruspoli vive a Firenze. Da grande avrebbe voluto fare la strega… Ha lavorato nella Moda per Emilio Pucci e Jean Paul Gaultier. Ha collaborato con riviste come Capital, Modaviva, Uomo Harper’sBazaar, Aqua. Ha pubblicato il romanzo Dieci Piccoli Sette Nani, scritto con Lucio Nocentini. Ha organizzato le mostre “L’Arcadia di Arnold Boecklin” e “Rodolphe Toepffer: Invito al viaggio e Invenzione del fumetto” con il Consolato di Svizzera a Firenze. Convegnistica e Marketing per Reconta Ernst & Young a Firenze. È diplomata in Trompe l’Oeil e Decorazione d’Interni a Palazzo Spinelli a Firenze. Arredamento e Interior Design in campo alberghiero. Appassionata di vini e Sommelier. Adora le civette…

Septem Verba, Romano Ferrari Zumbini (Liberilibri, 2021) A cura di Viviana Filippini

10 novembre 2021

“Septem Verba”, è il romanzo di Romano Ferrari Zumbini edito da Liberilibri. La storia ha per protagonisti dei giovani studenti di un collegio gesuitico posto sul lato austriaco del lago di Costanza. Le vicende si sviluppano nel secolo scorso, tra il 1963 e il 1964, e quello che l’autore fa è narrare al lettore la vita di alcuni degli alunni dell’istituto, mettendo però una maggiore attenzione su due di loro: Arno e Aron. All’inizio i due ragazzi sono rivali, ma man mano il tempo passa, i due diventano sempre più amici e solidali tra loro anche nell’affrontare il rapporto con i loro docenti, delle figure importanti per la loro formazione che, a volte, incutono a tutti profondo timore. Quello che i protagonisti vivono nel romanzo di Zumbini non è un semplice percorso formativo scolastico fatto di arte, musica, storia, filosofia, ma è un cammino di formazione umana che porterà tutti quanti ad un percorso di trasformazione del sé e del mondo circostante. Il libro è infatti suddiviso in tre parti: primo trimestre, secondo trimestre e Venerdì. Il primo e il secondo trimestre scorrono in modo tranquillo, con i ragazzi impegnati nella loro vita scolastica dove partecipano in modo attivo e coinvolto alla lezioni, facendo domande ed esponendo le proprie riflessioni sui temi trattati e spiegati. Accanto a questa formazione scolastica i giovani hanno tempo anche per la loro vita sociale e per superare i dissidi e le incomprensione tra coetanei. Tutto scorre liscio, ogni certezza che i giovani hanno c’è e per loro resta, poi però la mutazione è dietro l’angolo e loro non lo sanno.  O meglio, il cambiamento scatta il Venerdì Santo, quando la tradizionale allocuzione pasquale non viene fatta dal rettore (indisposto all’ultimo momento), ma dal bibliotecario, un benedettino (l’unico) della comunità. Lui, così umile e taciturno, preso da uno slancio di coraggio parlerà, e le sue parole, pronunciate con un crescendo emotivo costante, scateneranno un qualcosa di inaspettato e imprevisto. Il romanzo di Zumbini può essere visto come un romanzo di formazione dove i giovani protagonisti vivono in una dimensione definita, quasi protetta, ed è come se il loro mondo scolastico fosse un universo a sé, nel quale ogni certezza è data dagli studi che svolgono grazie alle lezioni di matematica, logica, greco, chronologia e teologia, dalle quali cercano di apprendere nozioni per la vita. Poi, però, con il discorso di dom Clemente, ogni tradizione e principio appreso saranno un po’ messi in crisi e i protagonisti saranno portati a compiere un’accurata e attenta riflessione sulla società europea del XXI secolo e, di conseguenza, sul loro vissuto. “Septem Verba” di Romano Ferrari Zumbini, è un libro che fa pensare, riflettere, perché accanto alla storia dei giovani protagonisti ci sono pagine con eventi storici accaduti nel corso dei secoli che hanno segnato importanti cambiamenti e trasformazioni per il mondo dell’Occidente. La grande Storia, unita quindi alle vicende dei ragazzi nati dalla penna di Zumbini crea una dimensione narrativa nella quale, ad un certo punto, noi lettori siamo quasi portati a sentirci un po’ come Arno, Aron e compagni, ossia spinti ad un’attenta riflessione sul mondo nel quale stiamo vivendo e su quello in cui abbiamo sempre creduto.

Romano Ferrari Zumbini Insegna Storia del diritto e Storia costituzionale presso l’Università Luiss (Guido Carli) di Roma.Di Romano Ferrari Zumbini, Liberilibri ha pubblicato, nella collana «Narrativa», Septem Verba (2021).

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Liberlibri.

:: Snorri Sturluson. Edda di Marco Battaglia (Meltemi 2021) a cura di Emilio Patavini

9 novembre 2021

Bók þessi heitir Edda. Hana hefir saman setta Snorri Sturluson eptir þeim hætti sem hér er skipat. Er fyrst frá ásum ok Ymi, þar næst Skáldskaparmál ok heiti margra hluta, síðast Háttatal er Snorri hefir ort um Hákon konung ok Skúla hertuga.

(“Questo libro si intitola Edda. Snorri Sturluson lo ha composto nel modo in cui qui è presentato: per primo si narra degli Asi e di Ymir, poi della dizione poetica e della denominazione di molte cose e infine vi è il computo metrico, che Snorri compose in onore di re Hákon e dello jarl Skúli”)

Nelle prime pagine di Viaggio al centro della terra di Jules Verne, il professor Otto Lidenbrock, dopo aver scoperto il manoscritto in caratteri runici che lo porterà a scendere nelle viscere della terra, esclama: «Quest’opera è l’Heims-Kringla di Snorre Turleson, il famoso autore islandese del XII secolo». Questo fu il mio primo incontro con Snorri Sturluson, storico, poeta, erudito e uomo politico islandese. Fu autore dell’Heimskringla, dell’Edda in prosa e forse anche dell’Egilssaga – una delle più belle saghe islandesi, incentrata sulla vita del celebre poeta-guerriero – ed eletto due volte lögsögumaður (massima carica pubblica all’interno dell’Alþingi, il parlamento islandese). La vita di Snorri si concluse tragicamente: nella notte del 22 settembre 1241, mentre si trovava nella sua fattoria di Reykholt, morì assassinato per mano di sicari inviati dal re di Norvegia, intenzionato a disfarsi di tutti coloro che avevano preso parte alla congiura ordita contro di lui.

Esattamente ottocento anni fa, negli anni ‘20 del 1200, Snorri Sturluson compose l’Edda – la sua Edda, l’Edda in prosa o Edda di Snorri come è chiamata, da non confondere con l’insieme di carmi poetici più antichi noto con il nome di Edda poetica. L’origine del nome Edda è incerta. Secondo alcuni significa “bisnonna, ava” (qui «intesa come custode di racconti tradizionali»), altri la collegano al toponimo Oddi, dove Snorri trascorse l’infanzia, al sostantivo norreno óðr “poesia”, al verbo latino edo “comporre, pubblicare” o all’anglosassone giedd “canto”.

Come descrivere in poche parole questa straordinaria opera? Un manuale per aspiranti scaldi (i poeti di corte scandinavi); un trattato di mitologia norrena; un repertorio di episodi mitici rielaborati alla luce di un’interpretazione evemeristica: la materia è profondamente pagana, mentre il cristianesimo giunse in Islanda attorno all’anno 1000. L’Edda si compone di quattro parti: Fórmali (“Prologo”), Gylfaginning (“L’inganno di Gylfi”), Skáldskaparmál (“Dialoghi sull’arte poetica”) e Háttatal (“Computo metrico”).

La prima parte, il Prologo, si fonda sull’evemerismo e sulla ripresa del mito troiano. L’evemerismo è una dottrina del razionalismo greco; il suo fondatore, Evemero da Messina, sosteneva che gli dei del passato fossero figure umane adorate dai loro contemporanei e successivamente divinizzate dai posteri. Nel Fórmali emerge anche la pratica, molto diffusa nella storiografia medievale, di far risalire le origini del proprio popolo o della propria città a Troia, rifacendosi a un mito già rielaborato da Virgilio nell’Eneide e noto in Islanda attraverso la Trójumanna saga: si pensi per esempio ai Gesta Normannorum di Dudone di San Quintino, all’Historia Regum Britanniae di Geoffrey di Monmouth, al Liber historiae Francorum dello psuedo-Fredegario. Nell’Edda di Snorri (in particolare nel Prologo e nell’Epilogo dell’introduzione ai Dialoghi sull’arte poetica), gli Asi (gli dei norreni) provengono dall’Asia, e la loro città, Ásgarðr, è un altro nome per Troia (oltre che per Romaborg “Roma”). Sulla base di argomenti paraetimologici, Snorri identifica inoltre Ettore con Ǫku-Þórr (“Thor del carro”), Ulisse con Loki e il Ragnarøkkr con l’incendio di Troia.

La Gylfaginning è «l’unico trattato mitografico medioevale interamente dedicato a una cultura non classica». I suoi cinquantatré capitoli, basati su carmi precedenti, raccontano i più celebri miti norreni: dal Ginnungagap, il “Vuoto primordiale”, in cui viveva il gigante Ymir, alla fine del mondo, il Ragnarøkkr (“Crepuscolo degli dei”); dalla creazione del primo uomo e della prima donna (Askr “frassino” ed Embla “olmo”) all’elenco dei dodici Asi e delle dodici Asinnie; dalla nascita di Sleipnir (il cavallo a otto zampe di Odino) alla spedizione di Þórr e Loki nel regno dell’ingannevole gigante Útgarðaloki e alla morte di Baldr, il più bello degli dei.

I Dialoghi sull’arte poetica (Skáldskaparmál) sono un vero e proprio «manifesto poetico» che permette di conoscere i principi della poesia scaldica, caratterizzata da una struttura ricercata ed ermetica e da una forte natura encomiastica unita a notevole sperimentazione linguistica. I caratteri fondanti alla base della poesia scaldica sono le kenningar, metafore poetiche formate solitamente da due membri con cui si indicano le cose attraverso perifrasi. Spesso le kenningar potevano avere un significato oscuro e presupponevano un’approfondita conoscenza della mitologia norrena. Per esempio, la poesia è detta «sangue di Kvasir» e si rifà all’episodio del furto della bevanda della poesia da parte di Odino, oppure l’oro è detto «riscatto della lontra» in riferimento alla leggenda di Sigurðr, l’uccisore del drago Fáfnir, e dei Volsunghi. I Dialoghi sull’arte poetica contengono dunque elenchi di kenningar e heiti (“sinonimi poetici”) e alcuni degli episodi mitici cui alludono.
L’ultima parte dell’Edda, Háttatal, è una descrizione dei metri poetici sotto forma di encomio, composto per il re di Norvegia Hákon IV Hákonarson (futuro mandante dell’omicidio di Snorri) e per lo jarl Skúli Bárðarson.

Questo agile volume di poco più di 200 pagine non è la traduzione integrale dell’Edda di Snorri, come ci si potrebbe facilmente aspettare. Di essa ci sono già due traduzioni italiane, per quanto incomplete: quella di Giorgio Dolfini per Adelphi e quella di Gianna Chiesa Isnardi per Garzanti. Esse, infatti, non riportano il Fórmali, l’Háttatal e gran parte degli Skáldskaparmál. Il saggio di Battaglia ha il merito di analizzare l’Edda capitolo per capitolo, e può essere un utile compendio per chi già conosce l’opera e un’ottima guida alla lettura per un primo approccio. Esso non si limita a riportare, in modo completo ed esaustivo, i contenuti dell’Edda, ma si sofferma anche sulla sua ricezione nel corso dei secoli e sul suo valore antiquario.

Jorge Luis Borges – scrittore argentino che tra le altre cose fu anche appassionato e studioso di letterature germaniche medievali –, nel Prologo a Literaturas germánicas medievales (Buenos Aires 1978), scrisse: «Nel secolo XII, gli islandesi scoprono il romanzo, l’arte di Cervantes e di Flaubert, e questa scoperta è segreta e sterile per il resto del mondo, così come la loro scoperta dell’America». Vorrei ricollegarmi alla silenziosa scoperta dell’America da parte di quegli stessi inventori del romanzo perché il 20 ottobre è apparso sulla rivista Nature un articolo intitolato Evidence for European presence in the Americas in AD 1021, a sostegno di quanto testimoniato dalle saghe islandesi del Vinland. Circa mille anni fa, vale a dire quattrocento anni prima che Cristoforo Colombo sbarcasse in America, intraprendenti navigatori provenienti dalle estreme regioni settentrionali dell’Europa misero piede sul nuovo continente – precisamente in Labrador e Terranova, in Canada –, lasciando traccia del loro passaggio. Tracce analoghe, letterarie e non archeologiche, sono radicate nel nostro immaginario, in opere come la tetralogia di Wagner, Il Signore degli Anelli di Tolkien, Tre cuori e tre leoni e La spada spezzata di Poul Anderson, Il castello d’acciaio di Lyon Sprague de Camp e Fletcher Pratt, Norse Mythology di Neil Gaiman, fino ai più recenti film Marvel. L’Edda di Snorri è un documento unico, giuntoci dal Medioevo scandinavo, che può fornire una chiave per la comprensione della mitologia norrena.

Marco Battaglia insegna Filologia germanica e Letterature scandinave all’Università di Pisa ed è membro dell’Istituto Italiano di Studi Germanici. I suoi interessi di studio includono le civiltà barbariche, la letteratura norrena e la ricezione del Medioevo germanico dal Rinascimento a oggi. È autore de I Germani (2013) e di Medioevo volgare germanico (2016), nonché curatore de Le civiltà letterarie del Medioevo germanico (2017). 

Source: richiesto all’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi editore.

:: Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021, a cura di Antonio Catalfamo

9 novembre 2021
A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria

Franco Ferrarotti è oggi il più lucido analista della società capitalistica contemporanea, sia nazionale che internazionale. Ha rifondato, nell’immediato secondo dopoguerra, la Sociologia nel nostro Paese, dopo che il fascismo l’aveva ridotta a poco più di niente: se non esistono più i problemi sociali, perché il regime li ha risolti tutti, non ha ragion d’essere la disciplina che si propone di analizzarli. Ha rivalutato la dimensione del dubbio socratico, come componente fondamentale di ogni campo del sapere, superando il dualismo platonico tra «epistéme» e «doxa» (L’accademia e l’agorà. Dal dualismo platonico alla conoscenza partecipata, Armando editore, Roma, 2021), vale a dire tra conoscenza «vera» (o presunta tale), scientifica, fondata su certezze assolute, su principi matematici eternamente validi, che prescindono dalla verifica empirica, dall’«empiria volgare», e, pertanto, elitaria, appannaggio esclusivo di una ristretta cerchia di «filosofi», e conoscenza comune, che attinge a piene mani alla mutevolezza del reale, pretende di entrare nelle pieghe del vissuto, individuale e collettivo, per pervenire a verità relative, che alimentano il dubbio e possono essere messe continuamente in discussione. Da questo punto di vista, non solo la Sociologia, ma tutte le scienze possono essere definite «inferme» (La sociologia. Inferma scienza vera scienza, Solfanelli, Chieti, 2020), richiamando la definizione limitativa e delegittimante utilizzata da Benedetto Croce per la scienza sociologica, quasi fosse una sorta di «non scienza» o di «scienza zoppa», ma questa «imperfezione» costituisce il loro punto di forza, non la loro debolezza. La ricerca scientifica (e, con essa, la ricerca sociologica) può essere, dunque, rappresentata, secondo l’immagine suggestiva utilizzata dallo stesso Ferrarotti, come un viaggio «senza certezze prestabilite, senza prenotazioni sicure, con tutto il carico di ansia e di angoscia che pesa sugli uomini di oggi» (L’accademia e l’agorà. Dal dualismo platonico alla conoscenza partecipata, p. 18).

Va, allora, recuperata, non solo nella ricerca sociologica (e scientifica in generale), ma anche in quella quotidiana dell’uomo comune, la dimensione del procedere lento, che richiama quella che dominava il mondo contadino d’una volta, fermandosi ad ogni passo per riflettere sulle circostanze che circondano l’analista “professionale” e l’uomo della strada, sulle “asperità del terreno”, al fine di trovare una soluzione provvisoria, adatta alla situazione, da rivedere allorquando il contesto cambia, senza, però, vivere alla giornata, dimenticando di darsi un obiettivo di fondo, finale. Ferrarotti ricorda come esempio di questa andatura lenta e accorta il padre: «Ora che è morto da oltre mezzo secolo, solo ora comincio a capire qualche cosa di mio padre. Uomo difficile, carattere ombroso, forse tipicamente piemontese, di poche parole, lento e misurato nei gesti e nell’andatura, con una camminata tipica degli uomini di campagna, che sanno badare alle irregolarità del terreno e quindi guardano dove mettono i piedi» (A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 31).

Ferrarotti rivaluta il mondo contadino, che è stato distrutto dal cosiddetto «sviluppo» capitalistico, anche con la complicità di tanta parte della sinistra italiana, che ha considerato questo «sviluppo», nel complesso, come un elemento di «progresso» ed emancipazione delle masse, non tenendo conto, o forse accettando consapevolmente, che in realtà si sarebbe realizzato, come difatti si è realizzato, un processo di «omologazione» delle classi subalterne alla cultura e ai modi di pensare e di agire delle classi dominanti, provocando il «genocidio» delle prime e della loro civiltà ultramillenaria. Tutta la filosofia gramsciana, la «filosofia della prassi», volta al conseguimento dell’egemonia, non solo economica, politica, ma anche culturale, dei ceti popolari, è stata abbandonata.

Ferrarotti dedica pagine molto suggestive, contrassegnate da una forte carica umana e letteraria, al mondo contadino, al «mondo della penuria», in cui mancavano tante cose: il riscaldamento a metano o il teleriscaldamento, l’acqua corrente, la luce elettrica in casa. Si sopperiva alla mancanza del primo accendendo il fuoco nel camino, oppure riunendosi nella stalla, «con il caldo animale che arrivava al cuore, e la paglia odorosa dove un infante poteva tranquillamente assopirsi e le antiche storie raccontate a voce bassa dai vecchi nonni e bisnonni, fra un nitrito e l’altro dei cavalli e il quieto fiatare delle mucche, accendevano la fantasia» (ivi, p. 36). Alla mancanza della seconda (l’acqua corrente) si rimediava con pozzi, cisterne di raccolta dell’acqua piovana, laghetti artificiali, che, oltre alle pulizie corporali, consentivano di trarre sabbia e ghiaia per l’edilizia. Per l’illuminazione bastava un lume a petrolio.

Ma queste mancanze erano adeguatamente compensate dalla “sostanza umana” di quel mondo, in cui l’uomo era al centro di un sistema di relazioni tra componente umana, vegetale, animale, contrapposto alla logica della «separatezza», della «prigione mentale», che domina, per converso, la società industrializzata e che ha portato, secondo Carlo Levi, alle prigioni vere, ai lager nazisti. Scrive Ferrarotti: «C’era tutto il resto: l’aria, i campi, l’acqua, gli alberi, le nuvole: in una parola, la natura. C’erano le voci umane e animali: il nitrire dei cavalli; il muggire delle mucche, ruminanti nel prato, ferme come monumenti; il frinire, giorno e notte, di cicale, che non riuscivo a vedere; lo starnazzare di oche e anatre giù, nel cortile. Le voci umane non erano ancora state vinte, soverchiate dai rombi delle macchine. L’aria, al mattino, era frizzante. Non era ancora stata inquinata dal fiato velenoso dei tubi di scappamento. […] Nell’agricoltura pre-meccanica di quando sono nato, all’incirca cento anni fa, non c’era bisogno di predicare il ritorno alla natura. Si viveva immersi nella natura. Si sentiva crescere l’erba, un millesimo di millimetro al giorno. […] Tempo, terra, vita, natura: tutto appariva legato e interdipendente. Non c’era bisogno di raffinate discussioni di ecologia o di invocare un ritorno alla terra. Si era nella terra, il terriccio si annidava fra le dita del piede; il fango primordiale segnava la quotidianità» (ivi, pp. 36-38).

A questo mondo caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dalle relazioni tra uomini, vegetali, animali, si è sostituita oggi la «società digitale iperconnessa». Con l’avvento di Internet, dei social-networks, di Youbube, di Facebook, non solo si è affievolito al massimo il rapporto interpersonale, presupposto di ogni società, ma la stessa individualità si è sbriciolata come un biscotto, giungendo ad una contraddizione terminologica, se è vero, com’è vero, che «individuo» deriva dal latino «in-dividuum», e dovrebbe rappresentare, dunque, l’unità umana minima non ulteriormente divisibile. Con il prevalere della «civiltà dell’audiovisivo», il singolo è bombardato da milioni di messaggi, di immagini, che colpiscono direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Si muove in preda ad una sorta di sonnambulismo «a-razionale» per dare attuazione a quei messaggi, dietro i quali sta il potere effettivo, con i suoi obiettivi, i suoi progetti di massimizzazione del profitto, di riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione, di annullamento della personalità umana. La società finisce per essere «un insieme di simulacri», popolata da esseri «travolti da un torrente di stimoli e di informazioni deformanti, incapaci di farsi una propria, personale tavola di priorità, in grado di comunicare tutto a tutti su scala planetaria senza aver più nulla da comunicare – nulla di significativo, personale, proveniente dall’interiorità» (ivi, p. 39).

La situazione si è ulteriormente aggravata a causa della pandemia causata dal Covid- 19, che ha imposto il telelavoro, lo «smart working», le lezioni scolastiche da remoto, la comunicazione tra individui per via esclusivamente elettronica, senza potersi guardare negli occhi, toccare, abbracciare. Siamo giunti alla «socialità fredda» (L’accademia e l’agorà, p. 10). Ma si può parlare davvero di società? Ferrarotti ne dubita fortemente: «Nel suo senso immediato, elementare, società vuol dire “insiemità”. […] Una volta questa “insiemità” era tenuta in piedi dalla rivelazione biblica; poi dall’autoconsapevolezza dell’imperativo categorico kantiano; quindi, dai valori democratici, condivisi e convissuti; oggi, dalle notizie, dalle comunicazioni elettronicamente assistite, in tempo reale, a portata planetaria. Ma la comunicazione elettronica è comunicazione “a”, cioè a tutti e a nessuno. Non è più comunicazione “con”. Si è persa la radice di comunicazione, unione, comunione. La società digitale è una società a-sociale, la “folla solitaria” di David Riesman e il suo “uomo etero-diretto”; l’uomo unidimensionale di Herbert Marcuse. Celebra e conferma la solitudine tecnologica. L’accesso è garantito a tutti, ma è un accesso strettamente auto-referenziale: “vox clamantis in deserto”. Non è più la triplice “alienazione” dell’anima marxiana (vendita della forza-lavoro, Entäusserung, Verdingung) e neppure quella alienazione da tecnologia, indipendentemente dall’assetto proprietario, che teorizzavo negli anni Sessanta del secolo scorso, sulla base delle mie ricerche nella fabbrica “Slavia” di Mosca e nella FIAT di Torino.

Siamo passati dall’egolatria, dall’ “uomo singolare” del Quattrocento a Firenze e dalla pseudo-onnipotenza dell’ego cartesiano agli “hollow men”, o uomini vuoti nella “wasteland”, nella terra guasta, previsti con precisione impressionante dal poeta» (L’accademia e l’agora, pp. 10-11).

Nella «società digitale» assistiamo, dunque, ad una forma di «alienazione» più grave ed invasiva di quella prodotta dalla società capitalistica industrializzata di tipo ottocentesco e novecentesco: non solo «espropriazione del lavoro», ma anche «espropriazione dell’anima» individuale. I più colpiti dagli effetti nefasti della pandemia e del «lockdown» sono i giovani, perché l’identità non è un dato, è il risultato di un processo di formazione, che matura attraverso il contatto con gli altri. Questo processo e questo contatto sono stati interrotti bruscamente. Già essi erano menomati nella loro formazione libera dalla società informatizzata, da Internet, perché dotati di scarso senso critico e quindi esposti maggiormente al plagio realizzato, come abbiamo detto, attraverso milioni di messaggi che vanno a colpire direttamente la sfera emotiva. Così sono stati trasformati, richiamando il titolo di un altro saggio di Ferrarotti, in Un popolo di frenetici informatissimi idioti (Solfanelli, Chieti, 2012), che sanno tutto e non capiscono niente.

E, allora, andare avanti non sempre è un bene, perché si rischia di realizzare uno «sviluppo» economico (anche qui bisognerebbe chiarire i termini di questo «sviluppo», se è vero, come sottolinea Ferrarotti, che in Italia il 10% delle famiglie detiene il 70% della ricchezza nazionale, per cui la società capitalistica «avanzata» realizza una «bipolarità tendenziale»: da un lato, una ristretta minoranza di ricchi; dall’altro, una massa sempre crescente di poveri) senza «progresso», senza arricchimento in termini di valori umani. Conseguentemente bisogna guardare indietro per andare avanti, come lo specchietto retrovisore della macchina. La «tradizione» non è «tradizionalista», se ben intesa può essere «rivoluzionaria», in quanto alcuni suoi semi possono essere rimasti inesplosi e, quindi, realizzare i loro effetti benefici, in termini sociali e politici, nel presente e nel futuro. Gramsci ci ha insegnato che il passato è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione.

E’ necessario riappropriarsi dei valori fondamentali, della “sostanza umana” del vecchio mondo contadino, della «società della penuria», recuperare la dimensione della lentezza, della misura, della ponderazione, che consente la riflessione, il vaglio delle circostanze di fatto che ci si presentano davanti, la scelta tra varie strade da percorrere, che implica sempre un sacrificio, nella consapevolezza che, per converso, ciò che costa poco non vale nulla, la individuazione di obiettivi precisi e seri da perseguire prendendoci il tempo ch’essi richiedono per essere raggiunti, senza la fretta che domina la società capitalistica attuale, la frenesia priva di qualsiasi scopo finale. Ciò non significa negare lo sviluppo tecnologico, in nome di un rinnovato «luddismo», ma considerare la tecnologia come un bene strumentale, non finale. Questi debbono essere i valori portanti del «nuovo umanesimo» che Franco Ferrarotti propone, riassumendoli in una tavola sinottica. Egli scrive, conclusivamente: «Io credo che siano ancora massimamente utili, soprattutto per i giovani coraggiosi, con poco o niente da perdere, con grande passione di vivere, le tre regole auree dei nostri antichi padri della classicità greco-romana:

  1. “Medén agan”; in latino: “ne quid nimis”. Nulla in eccesso. Senso della misura. Controllo degli appetiti. Agilità.
  2. “Festina lente”: “Affrèttati lentamente”. Rapidità, sì; ma non a spese della profondità. Fretta, anche, ma non superficialità. Velocità, ma non approssimazione.
  3. “Age quod agis”: “Fa’ quello che fai”. Concentrazione. Far tacere il chiasso interiore. Da dove nasce? Dalla maledetta sbornia elettronica, la nuova tossicodipendenza, la dipendenza da Internet, l’inaridirsi della vita interiore. In altre parole nasce dall’eccesso di informazioni, stimoli, emozioni. Silenzio e concentrazione perseverante. Fedeltà a se stessi, alla vocazione profonda, al progetto di vita, al costo della scelta. Scelta, e quindi rinuncia a tutto il resto. La cultura come progetto di vita» (Dalla società irretita al nuovo umanesimo, pp. 137-138).

Anche Gramsci parla di un «nuovo umanesimo», che significa riacquisizione di centralità da parte dell’uomo (e dei suoi valori), che, analizzando la realtà storica, valutando le proprie energie e capacità, si impegna attivamente nel cambiamento della società.

Del «nuovo umanesimo» del ventunesimo secolo deve far parte, infine, il diritto di ogni uomo, riconosciuto in concreto, non solo nei trattati internazionali e nelle normative nazionali, ad una vita dignitosa, per il fatto stesso di essere venuto al mondo, qualunque sia la razza alla quale appartiene e il colore della sua pelle. La pandemia ha colpito in maniera indiscriminata tutti gli uomini e tutte le donne, da un continente all’altro, dimostrando che interdipendiamo e che nessuno si salva da solo.