Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Anatomia del potere. ORGIA, PORCILE, CALDERÓN Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo di Georgios Katsantonis (Metauro Edizioni 2021) a cura di Nicola Vacca

19 gennaio 2022

Si parlerà molto di Pier Paolo Pasolini nel centenario della sua nascita che cade quest’anno. Molte saranno le pubblicazioni che gli saranno dedicate.

Lo scorso anno è uscito un saggio interessante che prende in esame l’attività di Pasolini drammaturgo.

Anatomia del potere. Orgia, Porcile e Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo è uno scavo monografico intorno al nodo tematico e problematico del potere che prende in esame tre opere importanti dello scrittore friulano.

L’autore è Georgios Katsantonis, studioso di teatro e letteratura. Le tre opere selezionate in questo saggio illustrano un tentativo di lettura del potere nelle varie declinazioni simboliche: l’erotizzazione del fascismo (Orgia), la fine della Polis (Porcile), la trasformazione della società in un universo concentrazionario (Calderón).

Katsantonis mette in evidenza la concezione filosofica e l’impegno politico di Pasolini drammaturgo, la cui intensa attività è stata profetica per il nostro contemporaneo.

Con questi tre scavi monografici l’autore si prefigge lo scopo, usando approfonditi modelli comparatistici, di entrare nella parte speculativa più intima dell’attività filosofica della drammaturgia pasoliniana attraverso l’analisi di tre opere fondamentali che più di tutte rappresentano lo scrittore corsaro.

Orgia, Porcile e Calderón con le loro trame che si intrecciano per raccontare la violenza della storia, la depravazione del potere, la dissoluzione del corpo, la distruzione del tempo.

Anatomia del potere è un saggio che approfondisce il lato fertile e profetico del Pasolini drammaturgo e coglie i punti rilevanti della sua filosofia che va in scena come una profezia con cui noi contemporanei dobbiamo ancora fare i conti.

Katsantonis con questo libro si sofferma su un segmento specifico dell’opera di Pier Paolo Pasolini, la sua passione per la drammaturgia attraverso la quale con incisività pensante e filosofica è riuscito a leggere il quadro apocalittico del nostro tempo.

Georgios Katsantonis è studioso di teatro e letteratura. Si è laureato in Studi Teatrali presso l’Università di Patrasso (Grecia) e ha conseguito il Master in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Letterature e Filologie Moderne con lode presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha tenuto conferenze in molti Atenei e Istituzioni italiane ed internazionali. Nel 2017 ha vinto il premio Nicoletta Quinto della Fondazione Premio Internazionale Galileo Galilei di Pisa, dedicato a giovani studiosi stranieri che si sono distinti nel campo degli Studi sulla cultura italiana. Georgios Katsantonis è anche vincitore della 37° edizione del Premio Pier Paolo Pasolini con la motivazione: “La ricerca presenta un notevole spessore culturale, riesce a far interagire senza forzature le teorie di Deleuze sul masochismo, il pensiero femminista, le riflessioni di Spinoza sul potere; e fa un confronto non scontato e del tutto nuovo con l’opera di Strindberg; e infine offre una traduzione in greco moderno di Orgia, un’operazione di sicuro da apprezzare.”

:: ISIDORO AIELLO: “IL MARE DI SENOFONTE” a cura di Antonio Catalfamo

18 gennaio 2022

Bartolo Cattafi ha indubbiamente esercitato un fascino sulle successive generazioni di poeti che hanno operato nella sua città natale, Barcellona Pozzo di Gotto, per il lavorio esistenziale ch’essi hanno individuato dietro le sue poesie, per il simbolismo, a volte estremo, che, comunque, è sembrato evocativo di qualcos’altro che il lettore più consapevole deve scoprire e riscoprire in se stesso. Spesso questi poeti sono andati con la loro fantasia e creatività poetica molto oltre gli orizzonti prefigurati da Cattafi, il quale ha più volte confessato di scrivere sotto l’effetto d’un impulso “biologico”, senza un “progetto” predeterminato. E del soddisfacimento di un bisogno «biologico» ha parlato pure uno dei maggiori critici di Cattafi, Giovanni Raboni, a proposito del riesplodere nel poeta barcellonese, dopo anni di silenzio, delle poesie de L’aria secca del fuoco (1972), come se un vulcano, all’improvviso, fosse ridiventato attivo, eruttando lava in maniera torrentizia, inarrestabile, tanto che il poeta, per liberarsi di questo magma incandescente, si alzava dal letto ripetutamente nella notte per tradurre in versi il flusso inesorabile, rispondente, per l’appunto, a forze arcane, «biologiche».

Isidoro Aiello, classe 1963, originario di Bagheria, ma insediato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), dove ha conseguito la licenza liceale classica, per poi laurearsi in Economia e commercio all’Università di Messina e impegnarsi a fondo nell’azienda agricola di famiglia, ha al suo attivo diverse raccolte di poesie: L’essenziale, Il Girasole Edizioni, Valverde (Catania), 2004; Colombe vittoriose, ivi, 2007; Clessidre, Il Gabbiano, Messina, 2009; Tela di ragno, Il Girasole Edizioni, Valverde (Catania), 2011; Chitarre ritrovate, Edizioni Smasher, Barcellona Pozzo di Gotto, 2013; Il mare di Senofonte, Le farfalle, Valverde (Catania), 2015; Poesie scelte (2004-2015), ivi, 2016; Crittogrammi, ivi, 2019. Al Premio nazionale «Bartolo Cattafi» 2007/2008 ha ricevuto una menzione d’onore per un giovane autore con la succitata silloge Colombe vittoriose.

Isidoro Aiello è stato considerato dalla critica un «cattafiano» per eccellenza, per la brevità dei suoi versi, per la carica simbolica in essi contenuta. ma è tra quei poeti di nuova generazione che hanno saputo andare oltre Cattafi e le sue suggestioni poetiche, seguendo un percorso originale. In Cattafi spesso la poesia si perde nel catalogo degli oggetti, non riuscendo a palesare il loro significato simbolico, ammesso che il poeta voglia darne ad essi uno, che voglia inserirli in un “progetto”, in una “strategia comunicativa”. La poesia vive in lui di vita propria, autonoma, la parola fluisce innamorandosi di se stessa, dando viva ad un “semacosmo”. Isidoro Aiello, per converso, riesce a sfuggire, come Flaubert, secondo l’interpretazione di Erich Auerbach, alla «mistica degli oggetti», persegue per il loro tramite un fine conoscitivo:

«Alfieri e Ulisse / entrambi legati / con forti corde /l’uno alla sedia / per studiare / l’altro all’albero / maestro della nave / per ascoltare / il canto delle sirene: /la tentazione della conoscenza (Legami, in Il mare di Senofonte, cit., p. 72).

C’è, al fondo della poesia di Isidoro Aiello, l’ansia conoscitiva che sta alla base del «mito» greco, che Nietzsche ha saputo indagare senza timori reverenziali, individuando in Socrate colui che ha messo fine alla tragedia superando l’equilibrio tra spirito apollineo e spirito dionisiaco. Uno sforzo, quello nicciano, volto a «scandagliare l’anima», secondo Isidoro Aiello, per trovare risposte:

«Forse sei ancora abbracciato / a quel cavallo di Torino / sei una corda tesa fra due torri / scandagliare l’anima è il tuo mestiere. / E così sarebbe tutto umano / troppo umano? / A volte invidio i tuoi baffi / la tua aria trasognata» (Nietzsche, ivi, p. 12).

Ed io ricordo Isidoro, mio compagno di classe al ginnasio, apparentemente assente, «trasognato», come Nietzsche, lontano con i suoi pensieri dalle lezioni scolastiche, ma in realtà presente, ma proiettato in avanti, pensoso, impegnato a riflettere, magari ancora in forme elementari, sul significato di quel «mito» greco che i professori cominciavano a rappresentarci. Entrambi, poi, pur seguendo strade diverse nella vita, abbiamo continuato a riflettere sul mito, sulla sua dimensione di «racconto», che apparentemente parla di dei, semidei ed eroi, ma in realtà, come ha osservato Mario Untersteiner, recensendo nel 1947, al loro primo apparire, i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, parla degli eterni problemi degli uomini.

Isidoro Aiello vive nella Magna Grecia, così chiamata perché, ad un certo punto, i coloni greci che l’abitavano divennero più numerosi di coloro che vivevano nella madrepatria. E la sua poesia è impregnata del «mito» classico greco. La sua opera più importante, a mio avviso, è Il mare di Senofonte, che richiama simbolicamente l’impresa dei mercenari greci, i quali, chiamati da Ciro il Giovane a sostenerlo con le armi nello scontro che l’opponeva al fratello Artaserse II per la successione al trono di Persia al padre Dario II, morto nella battaglia di Cunassa il contendente che li aveva assoldati, sono costretti ad una lunga marcia, piena di insidie e di scontri con l’esercito persiano di Artaserse II, finché arrivano a Trebisonda, e, alla vista del Mar Nero e, di fronte, della madrepatria, gridano «thálatta, thálatta». Il mare, dunque, come fonte di salvezza, ma anche del mistero della vita, che impone uno sforzo conoscitivo agli uomini, e, in particolare, ai poeti. Ritorna l’immagine di Ulisse e del suo «nóstos» infinito, ma anche quella de Il vecchio e il mare di Hemingway, della sfida che il vecchio marinaio lancia a se stesso nel confronto con il mare, con la sua forza arcana, che sembra essere depositaria di tutti i misteri dell’universo. Un’immagine, questa, che forse è stata presente alla mente di Isidoro Aiello nella composizione della poesia Amo:

«Pazientemente il pescatore / attorciglia la lenza all’amo. / In genere l’esca migliore / è l’acciuga salata. / Non si sa se sia più stanco / di vivere il pescatore o il pesce. / In ogni caso un destino li lega: / il mare» (Amo, ivi, p. 66).

Entra qui in gioco il destino, che, grecamente, sovrasta gli uomini. Cesare Pavese, occupandosi di Melville, ha sottolineato il furore conoscitivo del capitano Achab nella ricerca di Moby Dick, la Balena Bianca, simbolo del Male, ch’egli intende combattere con la sua carica morale quacchera. La stessa ansia conoscitiva anima Isidoro Aiello e le sue poesie. Non c’è in lui un semplice bisogno «biologico» di scrivere, come in Cattafi, nella rappresentazione che ne dà Giovanni Raboni, ma un “progetto” conoscitivo, un desiderio di sottoporre la realtà ad un’analisi razionale che consenta di penetrare il significato ultimo dell’esistenza umana.

E’ stato sempre Cesare Pavese, studiando l’opera di Edgar Lee Masters, a richiamare le parole dello scrittore americano, il quale ha identificato, come caratteristica del pensiero greco classico, il pensare «in universali», cioè l’avere una concezione generale del mondo. Questa dimensione universale del pensiero, però, manca, secondo Pavese, a Lee Masters, vittima della «grande angoscia americana», che consiste nel non avere una visione complessiva della vita. Al di sotto del «velame dei versi» di Isidoro Aiello c’è, invece, questo pensare «in universali», questa concezione generale del mondo, che è il presupposto per cambiarlo. C’è l’amore profondo per i poveri, gli emarginati, i reietti, che, purtroppo, nella società “opulenta” popolano i marciapiedi:

«Oggi sul marciapiede / ho incontrato un angelo / gentile luminoso trasparente / perdeva piume. / Alla fine mi ha parlato / della sua nuvola di stracci» (Specchio, ivi, p. 16).

I poveri sono, dunque, «angeli», messaggeri di Dio, che chiamano gli uomini alle loro responsabilità nei confronti del prossimo e alla solidarietà, perché ogni essere umano, per il fatto stesso di essere nato, merita di essere accolto nella “grande famiglia” a cui tutti apparteniamo per volontà divina. Esiste una chiara «assiologia», un sistema di valori positivi, nella poesia di Isidoro Aiello, fondato sull’amore per i poveri e sulla pace, contro tutte le guerre e la corsa sfrenata ed insensata agli armamenti:

«Sei un tenace fabbricatore / di armi: facilmente passi / dall’arco alla fionda / dal mitra alla Smith & Wesson / dal caccia all’atomica / dall’ariete alla catapulta / dal carro armato alla lupara / dalla portaerei alla bomba H. / In cima a tutto sventolano / bandiere suadenti / da collezionare / da mandare a memoria» (Armi, ivi, p. 50).

E’ forte nel poeta la consapevolezza che «alla fine vince Amore» (La mano, ivi, p. 32) e che bisogna lavorare ogni giorno per questa vittoria, non stare a guardare alla finestra. Il poeta è, nell’immaginario di Isidoro Aiello, come in Danilo Dolci, scrittore friulano trapianto in Sicilia, un «limone lunare», che infiora e produce frutti in ogni stagione, un «vero lottatore» che resiste a tutte le insidie e combatte ogni giorno le sua battaglia per far prevalere il Bene sul Male:

«Sono tre le fioriture del limone, / di un albero fin troppo generoso / sempreverde / da irrigare potare concimare. / Sì che è un vero lottatore / mal secco / tignola e cocciniglia / ragno rosso acaro delle meraviglie / sono sempre in agguato. / Solo il mal secco è mortale» (Zagara, ivi, p. 54).

E questa lotta merita il sorriso divino:

«Per forza di cose / all’amore mi aggrappo / la curva sinusoidale / è sempre segnata sulle carte. / A costo di un infido dolore canto / e forse dio sentendo / il mio canto sorride / se piangesse sarei triste» (Canto, ivi, p. 38).

C’è nella poesia di Isidoro Aiello, oltre al mito «regressivo» di Freud e di Jung, il mito «progressivo», «prolettico», di Ernst Bloch, che consiste nel percepire dentro di sé un travaglio, un desiderio di cambiare in meglio le cose del mondo, una spinta solidaristica a lasciare aperta la finestra per sentire se qualcuno chiama aiuto dalla strada.

Il re che fu, il re che sarà di Terence Hanbury White (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2022

La collana Oscar Draghi presenta in unico volume la pentalogia del Ciclo del Re in eterno, una delle saghe fondanti del fantasy contemporaneo, scritta a partire dal 1938 da Terence Hanbury White, e assente da un po’ di anni dagli scaffali delle librerie.
La vicenda ricostruisce una storia senza tempo, quella di Re Artù, in una chiave comunque originale e interessante: il primo romanzo della serie, La spada nella roccia, era rivolto ad un pubblico di ragazzi, poi i toni diventano man mano più adulti, ed è noto per la trasposizione animata fatta dalla Walt Disney negli anni Sessanta.
Come è ormai abitudine, anche questo volume si distingue per la cura grafica, perfetta per immergere il lettore o la lettrice nel mondo della corte di Camelot, seguendo la crescita di Artù e dei personaggi con cui entra in contatto, a iniziare dal mago Merlino, suo mentore per tutta la vita.
I libri successivi al primo sono dai toni più adulti e complicati, ma non per questo meno interessanti: come è accaduto poi decenni dopo con la saga di Harry Potter, anche il pubblico del Ciclo del Re in eterno è cresciuto man mano che i capitoli uscivano.
Nel secondo libro, La regina dell’aria e delle tenebre Artù va incontro al suo destino dopo aver estratto la spada, e l’autore racconta la fondazione dei Cavalieri della Tavolta Rotonda, da cui però nascerà anche la caduta del sogno di Camelot.
Il terzo capitolo, Il cavaliere malcreato, è incentrato sul personaggio di Lancillotto, il campione della corte, che però si innamora di Ginevra, moglie di Artù, creando un triangolo fatale. La candela nel vento prosegue la storia con la morte di Artù per mano del suo figlio illegittimo Mordred. Il quinto libro, inedito fino ad oggi, è Il libro di Merlino, dove si concludono le vicende dei personaggi principali.
La saga di Terence Hanbury White è stata ed è fondamentale per come ha portato nell’immaginario contemporaneo uno dei miti fondanti di sempre, con uno stile di scrittura originale che mette insieme modernità e antico, per creare un ponte tra i classici dei secoli passati e l’oggi. Una storia da leggere e rileggere, nota ma raccontata con uno stile che poi ha fatto scuola per le versioni successive, come quelle di Marion Zimmer Bradley e di Mary Stewart.

Terence Hanbury White (Bombay 29 maggio 1906 – Atene 17 gennaio 1964) fu uno scrittore inglese, è noto soprattutto per la serie di romanzi Re in eterno (The Once and Future King), che rappresenta una delle più influenti opere moderne sul mito di Re Artù.
Si laureò al Queens’ College di Cambridge e per qualche tempo insegnò a Stowe, nel Buckinghamshire, per poi diventare scrittore a tempo pieno. Amava la caccia e la pesca, era un falconiere e un naturalista, e lottò tutta la vita contro i pregiudizi che lo colpirono in quanto omosessuale.
La sua opera più nota, Re in eterno è una raccolta di romanzi che reinterpretano la leggenda di Re Artù, principalmente sulla base di Le Morte d’Arthur di Thomas Malory.  I suoi romanzi introdussero alcuni elementi poi diventati fondanti dell’immaginario contemporaneo in tema, come per esempio la spada conficcata nella roccia che solo Artù riesce ad estrarre.
White scrisse altri libri, come Mistress Masham’s Repose, in cui omaggiò Jonathan Swift e i suoi Viaggi di Gulliver. Morì in viaggio, a bordo di una nave ancorata al Pireo di Atene e lì è stato sepolto.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: DOMENICO PISANA: “NELLA TRAFITTA DELLE ANTINOMIE” a cura di Antonio Catalfamo

13 gennaio 2022

Franco Ferrarotti ci ha avvertito ripetutamente della perdita progressiva di ruolo, di prestigio, di significato a cui è andata incontro la parola, spodestata dall’immagine nel passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. La parola è essenziale per il discorso razionale, intersoggettivo, analitico. L’immagine è seducente, sintetica, a volte ipnotica. I mezzi di comunicazione elettronica, oggi dominanti, vivono di immagini, che, sebbene suggestive, accattivanti, vanno a colpire direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Ferrarotti ha evidenziato le gravi conseguenze di tutto ciò:

«Sarà allora, inevitabilmente, destinato a trionfare il disordine teoretico, miscellaneo e gratuito, l’illusione che spontaneità ed autenticità si corrispondano, premessa del confusionarismo pratico e della caduta di ogni vincolo logico, dal principio di non contraddizione alla “consecutio temporum”» (La parola e l’immagine, Solfanelli, Chieti, 2014, p. 73).

Il rischio è che nessuno sappia più ragionare in termini logici, che si giunga ad una confusione delle idee, al caos linguistico, a una notte in cui tutti i topi sembrino bigi, in cui non si riesca più a capire chi ha ragione e chi ha torto: insomma a una nuova Babele. In più l’immagine schiaccia la realtà sul presente, cancella la memoria, che non è più utile esercitare, perché si presuppone che sia tutta ben custodita “in salamoia” nella scatola del computer. Assistiamo, dunque, ad un assalto subdolo alla memoria, dall’«interno»: nel momento stesso in cui si finge di volerla potenziare con il ricorso alla tecnologia in realtà la si svilisce, la si devitalizza, oscurando «il sottile, meandrico processo in base al quale il passato ridiventa esperienza presente» (ivi, p. 72). Ma, osserva Ferrarotti, «senza la memoria l’essere umano si svuota; emergono gli uomini di paglia, gli uomini vuoti, gli “hollow men”, che il poeta (T. S. Eliot) ha previsto oltre mezzo secolo fa: caracollanti, disorientati abitatori della “terra guasta”, della “west land”. La memoria nasce invece dall’incontro fra cielo e terra, e proprio la terra, Gea ‒ racconta la mitologia classica ‒ giace per nove notti con Zeus e sono così procreate le nove Muse, di cui la memoria, Mnemosúne, è la primogenita» (ivi, p. 74). La memoria ha, infatti, in sé qualcosa di prodigioso, di soprannaturale, condensa in sé l’umano e il divino, e, perciò, non può essere archiviata in una scatola, seppur tecnologica, ma passiva, che non è in grado di riflettere, di ragionare, di assumere un atteggiamento critico o autocritico.

Questi scenari apocalittici si sono concretizzati in una raccolta poetica di Domenico Pisana: Nella trafitta delle antinomie, Edizioni Helicon, Arezzo, 2020. L’autore è un personaggio poliedrico: teologo formatosi, fra l’altro, presso la Pontificia Università Lateranense, docente di religione nelle scuole, poeta, scrittore, saggista e critico letterario, giornalista, presidente del Caffè Letterario “Salvatore Quasimodo” di Modica. Questa sua cultura “prismatica” emerge in maniera dirompente dalla presente raccolta poetica, che presuppone, per l’appunto, profonde conoscenze storiche, politiche, letterarie, teologiche. A dominare la scena è il caos linguistico della società italiana (e non solo) attuale:

«Le lingue incespicano / su simboli sbagliati / aumentando l’infelicità del mondo, / a questa ora in cui più forte / ogni popolo ‒ forse ‒ dà nomi errati alle cose / implorando la sera della tirannia / che le stelle fuggono e rischiarano» (Le lingue incespicano, ivi, p. 15).

Siamo giunti alla Babele linguistica diagnosticata con acutezza d’analisi da Ferrarotti:

«Il Paese piega su Babele / e già s’avvelenano le lingue nelle / loro parole infette e la brezza estiva / si dilegua e già avanza l’ora del pianto / e l’odore dei morti» (Il paese piega su Babele, ivi, p. 31).

E ancora:

«Viviamo di pensieri che non sono Parola, / si contano sillabe, suoni e insulti / si plagiano bellezze, costruiscono gabbie / si appicca il fuoco, si colorano le nuvole, / diventano amore, odio, inferno e paradiso. // Bruciano parole per reggere tesi, costruire / castelli con muri di cinta, frugare / nell’anima di uomini soli, si ergono sepolcri / e accendono fiaccole, sono lame e carezze, / miele e fiele, rose e spine» (Pensando di cambiare, ivi, p. 41).

Questo “neo-lalismo” (per recuperare un termine gramsciano), questa patologia del linguaggio, assume forme diverse, ad esempio forma dicotomica o “antinomica” (da qui il titolo della raccolta), di “doppia verità”, buona per tutti gli usi, specie ad opera dei politici, che sogliono parlare con “lingua biforcuta”. Un esempio eclatante dell’ “inquinamento linguistico” che ormai domina la scena politica in Italia è costituito dal solito rituale delle manovre finanziarie, che dovrebbero risolvere i problemi della povera gente, mentre in realtà producono l’effetto di rendere i ricchi sempre più ricchi, in un Paese in cui il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e l’altro 90% deve dividersi il rimanente 30% (Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 41):

«Di manovre lo stivale ne ha calzato diverse, / ora nell’ombra, ora nella luce, ora nei chiaroscuri / della notte, E siamo ancora qui: con poveri / più poveri e ricchi più ricchi. Una volta popolo, / poi popolino, ora populismo, si attende qualcuno / che faccia piazza pulita: forse il tempo / vedrà populocrati suonare la cetra fra i banchi / dei Palazzi e dipingere il quadro del paese. / […] Gli accordi dell’aula, il suono dell’odio, / l’urlo dei giusti e degli ingiusti, la muraglia / che respinge lo tsunami di parole, tutto è squallida / icona d’un paese che non c’è, di un logos smarrito, / di una virtù che cede il passo a ragnatele impenetrabili» (Manovre sopra lo Stivale, in Nella trafitta delle antinomie, cit., p. 36).

Un altro esempio è rappresentato dalle riunioni internazionali, con i capi di Stato e i ministri delle grandi potenze e degli alleati subalterni, che fingono di decidere, in una macabra messinscena, ma, alla fine, lasciano tutto insoluto, speculando sulle disgrazie dei poveri del mondo, che muoiono in mare oppure lungo gli altri pericolosissimi percorsi delle migrazioni forzate:

«Erano addormentate, stamani, le luci dell’alba / al vedere il Tavolo a 28 discutere con l’arguzia, / la malizia di maschere sul palco a recitare la parte: / un rude masaniello le aveva costrette nella notte / a stare di fronte per scrivere il tutto e il nulla» (La favola di Dublino, ivi, p. 30).

Sembra essersi realizzato quel «ritiro» di Dio dal mondo terreno pronosticato qualche secolo fa da Durkheim:

«Vedo le lacrime di Dio nell’oscurità del giardino, / il suo pianto che irrompe nel silenzio d’angelici uomini, / il dolore del padre su cui sbattono / occhi livorosi e pietre di violenza. // Cerco la torcia per rimanere umano, non voglio che Dio / si dimetta per sottrazione di luce. Rinuncio all’albero / del giardino ove gli angeli mi tentano a diventare dio» (Le lacrime di Dio, ivi, p. 21).

E, invece, secondo Domenico Pisana, è necessario il ritorno di Dio, il ritorno del Verbo, attraverso la poesia e i poeti, «artigiani del verso, profeti di parole che sognano / l’umano, amano l’umano, vogliono l’umano» (La verità è nel tanfo delle paludi, ivi, p. 32). Il poeta è, dunque, «fragile costruttore di sogni», «un uomo che cammina controvento attaccato / al filo di speranza che vince la disperazione» (Sono solo un uomo, ivi, p. 42). Acquista qui concretezza la religiosità nuova di papa Francesco, che non dev’essere invocazione egoistica della propria salvezza personale, bensì forma d’intervento nella realtà per cambiarla, a vantaggio di tutti, partendo dai poveri e dai diseredati, alimentando la speranza, che, secondo David Maria Turoldo, è, tra le virtù teologali, la più importante: perderla significherebbe la fine dell’umanità. E, allora, è necessario il ritorno alla «lingua di Dio», cioè alla lingua della misericordia, della solidarietà, dell’aiuto e dell’emancipazione dal bisogno del prossimo:

«Hablamos, ritorniamo a parlare la lingua di Dio / vero, a respirare le voci dell’aria con gli occhi / illuminati dall’amore, fermare le falci che vogliono / tagliare le radici antiche del pioppo. / Comincia tu, terra madrilena che temi la scissione, / Europa che parli d’unione stringendo la bocca; / prosegui tu, mia Italia, terra di poeti e romanzieri, / di artisti, musicisti e bellezze maestose, che soffri / di rancori distesa come un manto di menzogne / sopra il mare inquinato dall’olio di antiche ideologie. // Hablamos, parla tu, barca di Pietro invasa dalle onde, / lascia il canto di voci stonate e spargi il profumo / nella notte con parole di Luce che aprono le tombe, / con spighe di grano che saziano la fame, parole di fede / che riempiono di speranza i giardini dell’anima. // Hablamos, parliamo, tutti noi emigranti ed esiliati / nel campo dei sospetti, nella terra globale ove / voliamo come uccelli, senza volare nel sogno / dell’unione e dell’amore, liquidi tra nubi grigie / nel mare della solitudine, foglie bagnate di tristezza» (Hablamos!, ivi, pp. 44-45).

E’ necessario, infine, quel «ritorno all’uomo» che Cesare Pavese, dalle colonne de «L’Unità» di Torino invocò, il 20 maggio 1945, subito dopo la Liberazione, contro gli effetti disumananti prodotti dalla dittatura fascista, contro l’inquinamento delle parole che la propaganda demagogica del regime mussoliniano aveva determinato, auspicando un ritorno al significato primigenio delle parole stesse, alla loro aderenza alla realtà vera, come nocciolo alla polpa, perché poveri uomini, come noi, attendono quelle parole di conforto, di speranza, di cambiamento sociale, e non pronunciarle significherebbe tradirli. Questo «ritorno all’uomo» deve passare in Italia attraverso un ritorno allo spirito della Carta costituzionale, che Domenico Pisana così celebra nel settantesimo anniversario della sua entrata in vigore:

«Uomini e poche donne lasciarono boscaglie, rivissero / nell’aula i brividi degli obici e gli occhi videro balconi / di democrazia negli articoli bagnati dal sudore / del confronto nelle notti del parto approdato all’unità. / […] Sei bussola che riluce nel grigiore / dei palazzi e nell’oscuro spineto della corruzione; / non sei immortale ed immutabile, ma non voglio / che fazzoletti ti coprano la faccia, né tarme e tignole / corrodano latenti e silenziose il fiore che a 70 anni / in te ancora brilla e vive» (Sei bussola che riluce nel grigiore, ivi, p. 62).

E, assieme alla Carta costituzionale, è necessario che ritorni (per riprendere la felice definizione di Ferrarotti) la «civiltà del libro», che, nei secoli, anzi nei millenni, ha stimolato l’uomo a riflettere, su se stesso e sul mondo, ricavando da quest’analisi razionale i veri valori:

«C’è il libro, diletta compagna / distesa ai miei occhi / a un tramonto che non ardisce distrarci. // Ha il sapore di miele la Parola increata / Omero, Virgilio, Euripide ed Archiloco, / negli scaffali dorme l’umanesimo / ed il presente lo invoca tra polvere di stelle; / e ogni parola, pensiero e sentimento / che noi beviamo nel silenzio della sera / rende liquida la stessa aria, / la stessa discesa della notte / che ci sorprende con gli occhi aperti / a scrutare pagine su pagine» (C’è il libro, diletta compagna…, ivi, p. 56).

E l’«umanesimo», come ha scritto Cesare Pavese («La Rassegna d’Italia», 5 maggio 1949), «non è una poltrona» su cui adagiarsi, un qualcosa di acquisito una volta per tutte, ma continua ricerca, che va alimentata ogni giorno con pazienza e nuovi valori sani, in linea di continuità con quelli antichi, stabilendo l’armonia necessaria tra i vari tempi della storia: passato, presente, futuro.

Sono quelle di Domenico Pisana parole semplici, limpide, che attendevamo da tempo e finalmente sono arrivate, restituendoci la poesia della vita, l’unica che merita di essere realizzata.

:: La sinagoga degli zingari di Ben Pastor (Sellerio 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista l’affascinante e tormentato Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Agosto 1942-marzo 1943. Due sono i misteri al centro di questo romanzo, complesso e difficile forse ancora più dei romanzi precedenti dell’autrice: scoprire chi ha ucciso due famosi scienziati romeni, e scoprire il significato di un sogno ricorrente in cui appare la Sinagoga degli zingari, sempre sfuggente, che oltre a dare il titolo al romanzo è anche il titolo di un’opera musicale scritta dal padre di Bora.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora, mai come in questo libro nudo difronte al lettore.

Sullo sfondo l’assedio di Stalingrado, una delle pagine più dolorose e terribili della Seconda Guerra Mondiale, descritta da Pastor con una tale dovizia di particolari e una tale sensibilità da apparirci in tutto il suo agghiacciante orrore, tanto che Bora pure sopravvivendo ne uscirà sdoppiato, una frattura insanabile infatti avverrà nella sua anima, una frattura che gli farà prendere coscienza di essere morto anche lui con i suoi uomini in quell’inferno, e che il Bora che uscirà da Stalingrado non potrà che essere l’ombra di sé stesso, un golem, un feticcio proiettato verso l’insensatezza delle fasi finali di una guerra ormai perduta. Di un mondo ormai perso per sempre, la cui condanna è il vuoto e l’annientamento.

La sinagoga degli zingari è senz’altro il più drammatico e oscuro romanzo della serie, non solo per le pagine di guerra, ma per quello scavo nella mente devastata del protagonista, andato ben oltre ai limiti umani, tra malattia, freddo, ben oltre i trenta gradi sotto zero, la paura, la disperazione.

Tra la narrazione in terza persona e le parti in prima persona tratte dai diari e dalle lettere si compone un puzzle di straordinario nitore, un affresco che ho veduto scorrere sotto i miei occhi e mi ha ricordato l’impressione che ho avuto sfogliando Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell, che vi consiglio anche se è in tedesco, è una collezione di fotografie di cui ne ricordo soprattutto una in cui un soldato con la testa fasciata in una benda macchiata di sangue si accende una sigaretta. Lo regalò mio zio a mio nonno, generale in pensione, che trascorse la Seconda Guerra Mondiale prigioniero in India degli inglesi e ricordava che di tutti i suoi colleghi quelli che furono mandati sul fronte russo non fecero più ritorno.

Una pagina di storia, un ritratto psicologico e morale di indubbia intensità, che portano un nuovo tassello nella saga di Bora, e confermano Ben Pastor come uno dei più significativi e profondi scrittori di romanzi storici ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018) e La sinagoga degli zingari (2021).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

:: “Non capisco questo silenzio”: Storia di un figlio. Andata e ritorno di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari (Baldini Castoldi 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

Secondo appuntamento della rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso e martoriato paese. Oggi parliamo di Storia di un figlio, seguito del fortunato Nel mare ci sono i coccodrilli, scritto da Fabio Geda e Enaiatollah Akbari ed edito da Baldini e Castoldi.

Forse vi chiederete: era necessario dare un seguito a un libro come Nel mare ci sono i coccodrilli? Ecco se vi siete posti questa domanda la mia risposta è sì. Se il precedente libro racconta l’infanzia e il viaggio avventuroso e accidentato di Enaiatollah Akbari dall’Afghanistan all’Italia, la sua storia non si esaurisce in quelle pagine, perchè dopo il viaggio la vita continua e dopo l’arrivo nel paese ospite le cose non diventano nè più facili, nè meno ricche di umanità, coraggio, speranza, o ostacoli, dolore, lontananza. Enaiatollah Akbari in Italia ha studiato, ha lavorato, ha trovato una nuova famiglia che l’ha ospitato, è stato avvicinato per raccogliere le sue memorie, e ha scritto assieme a Fabio Geda il suo primo libro, ha fatto presentazioni, ha imparato una lingua nuova, è andato a vivere da solo, si è innamorato, è diventato adulto. Ecco tutto non finisce con lo sbarco, quello è il semplice inizio, inizio di una nuova vita possibile grazie all’aiuto di tante persone. E non solo la vita di Enaiat è cambiata, ma anche quella della sua famiglia lontana, di sua madre, di sua sorella, di suo fratello, che il protagonista ha continuato ad amare e aiutare anche economicamente negli anni. Quando muore sua madre abbiamo un punto di svolta, un grumo di sentimenti, riconoscenza, rabbia, esplode e il ritorno in Pakistan sembra ostacolato da mille gabole, soprattutto da una burocrazia cieca e sorda al dolore che irregimenta. Ma c’è anche il coraggio dei volontari che lavorano per le organizzazioni umanitarie e aprono ospedali nei luoghi di guerra diventando le uniche briciole di speranza per le popolazioni civili così duramente provate. Non sempre riescono a salvare tutti, con la mamma di Enaiat non riescono, ma ci sono, e questo illumina di luce un buio che è davvero grande. Un pezzo di vita che si accompagna alle nostre, un monito contro i fondamentalismi, le guerre, la semplice indifferenza, scritto in modo vivace e intelligente, stile che abbiamo imparato ad amare ne Nel mare ci sono i coccodrilli. Forse in questo secondo si sente più ancora la voce di Enaiatollah Akbari, la sua rabbia, la sua delusione, la sua presa di coscienza, il suo impegno, e la sua capacità di amare chi è vicino e chi è lontano, nonostante l’Occidente l’abbia cambiato e non sia più il ragazzino di un tempo. Ma tutti cambiamo, cresciamo, maturiamo ed è giusto così.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

:: Una raccolta di testimonianze e di documenti COMUNISTI IN PROVINCIA DI ALESSANDRIA Un libro utile alle vecchie generazioni per ricordare ed alle giovani per imparare a cura di Antonio Catalfamo

31 dicembre 2021

L’immagine che i giovani d’oggi possono avere, attraverso i mass-media, di quel che fu il Partito comunista italiano è quella di un esercito di “spioni” al soldo di Mosca perennemente in ascolto, dietro ogni porta, ad ogni angolo di strada, per captare notizie riservate da trasmettere ai padroni d’oltre cortina. E ancora, di una massa di individui cinici disposti ad accettare tutti i crimini commessi in nome del comunismo, debitamente equiparato al nazismo. In realtà, questi “spioni”, a conti fatti, risultavano un po’ troppi, se è vero, com’è vero, che, ad un certo punto (intorno agli anni Settanta del secolo scorso), un elettore su tre votava in Italia per il Pci, in alcune aree del Paese (le cosiddette «zone rosse» dell’Emilia Romagna, della Toscana, e di altre regioni del Centro-Nord) addirittura uno su due. Si trattava dei settori più evoluti economicamente, socialmente e culturalmente della penisola. Ma questo i giovani, in grande maggioranza, non possono saperlo, perché nessuno glielo ha detto.

Ben vengano, allora, raccolte di documenti e di memorie come quella ora pubblicata dalla Fondazione Luigi Longo con un titolo suggestivo, che invita subito alla lettura: Una lunga storia… Racconti e materiali del P.C.I. di Alessandria (Editrice Impressioni Grafiche, Acqui Terme, 2021, s.i.p.). Si tratta di testimonianze rese da militanti comunisti, operanti ai vari livelli e in varie epoche storiche, in una delle aree geografiche, quale fu, per l’appunto, quella dell’alessandrino, in cui il Pci era particolarmente presente, con punte del 40% dei consensi elettorali. Sfogliando queste pagine, si viene a formare nel lettore un’immagine completamente diversa da quella imposta dal sistema informativo e mass-mediatico dominante. Emerge un esercito di persone in carne ed ossa, ognuna con proprie caratteristiche personali ed umane, propri sentimenti, propri retroterra culturali, accomunate da una stessa ideologia politica, il comunismo, per l’appunto, ma profondamente diverse tra di loro, orgogliose della loro individualità, continuamente rivendicata. Operai e operaie di fabbrica, che spesso hanno radici familiari che affondano nella Resistenza e nella lotta di Liberazione nazionale, che combattono battaglie fondamentali per l’acquisizione di diritti economici, sociali, politici, che rappresentano una pietra miliare per l’avanzamento civile del Paese. Intellettuali di valore, che si mettono al servizio della causa, svolgendo anche compiti “umili”, come distribuire la stampa di partito o “d’area” («L’Unità», «Rinascita», «Il Calendario del Popolo», «Vie Nuove», «Noi Donne»), oppure attaccare manifesti nella notte. Uomini e donne che vanno incontro a repressioni poliziesche sanguinose, persecuzioni politiche, traversie giudiziarie, emarginazione sociale, fino alla miseria. Tutto ciò viene affrontato in nome di un ideale concreto, mai astratto, dogmatico, profondamente calato nella realtà italiana, conforme ai bisogni della gente comune, la cui emancipazione rappresenta l’obiettivo primario dell’azione individuale e collettiva. E’ stata questa la parte migliore del Paese, quella che ha dato il contributo più importante per lo sviluppo e il progresso in tutti i campi.

Sarebbe difficile dar conto, seppur riassuntivamente, di tutte queste storie. Fra l’altro, toglieremmo al lettore il piacere di scoprirle, o riscoprirle (per chi le ha condivise), personalmente. Indichiamo solamente, come emblematica di una situazione generale, quella di Adriano Icardi. Nato a Ricaldone, classe 1941, in una famiglia d’origine contadina, antifascista e di sinistra. Già il padre è consigliere comunale eletto nel suo paese in una lista social-comunista. Il fratello di Adriano, Celestino, diventa sindaco di Ricaldone nel 1980 e rimane in carica fino al 2004. Anche il Nostro s’incammina in giovane età sulla strada dell’impegno politico e culturale. Frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova, dove si laurea, intraprendendo l’insegnamento. Partecipa alle proteste operaie e studentesche del 1960 contro il governo Tambroni e contro la decisione di consentire al Movimento sociale italiano, partito neofascista, di tenere il proprio congresso nazionale proprio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Nel 1970 viene eletto consigliere comunale ad Acqui Terme, nelle file del Partito comunista, del quale a poco a poco diviene uno dei massimi dirigenti a livello locale e provinciale, in una lista guidata dall’avvocato Raffaello Salvatore, che diventerà sindaco da lì a poco. Diviene giovane assessore alla cultura, organizzando grandi mostre delle opere di Felice Casorati, Carlo Levi, Giorgio Morandi, Carlo Carrà e Renato Guttuso. Organizza, inoltre, per un ventennio, il prestigioso Premio Acqui Storia. Fa anche l’esperienza di sindaco di Acqui Terme, a partire dal maggio 1982, a capo di una giunta minoritaria comunista, a causa delle divisioni della sinistra negli anni del “craxismo” imperante. Nel 1992 viene eletto al Senato nella lista di Rifondazione comunista, nel collegio Acqui-Ovada-Novi, con una percentuale di consensi che lo colloca al primo posto a livello nazionale, nell’ambito del suo schieramento. Conosce anche le esperienze di consigliere provinciale, assessore alla cultura, presidente del consiglio provinciale, ad Alessandria, dal 1995 al 2009.

Un caso emblematico, quello di Adriano Icardi, di dirigente comunista d’origini contadine, il quale, nell’azione, coniuga impegno politico e culturale, contribuendo, in tal modo, al progresso complessivo della società.

La memoria racchiusa nelle pagine del volume che qui stiamo presentando è importante oggi non solo per ristabilire la verità storica su quello che è stato il Partito comunista italiano, contro l’immagine che ne viene data nell’ambito del “revisionismo storico”, ma anche per capire perché questa esperienza, così vitale e feconda, è venuta meno. Il Pci è stato sciolto, a conclusione di un lungo processo di logoramento e di crisi, che va analizzato nella sua complessità e nella sua articolazione. Tutto ciò non è avvenuto da un giorno all’altro, le matrici causali sono remote e risiedono nel modo stesso in cui il partito si è sviluppato nel corso dei decenni. E in questo processo, nelle scelte fondamentali che sono state compiute, vanno cercate le ragioni della sconfitta e dell’estinzione (o quasi) del movimento comunista in Italia. Questa analisi serve anche a capire come uscire dall’attuale “impasse” e come rilanciare tale movimento per farlo rinascere, in una vita rinnovata, però. Una riproposizione delle esperienze passate, compresi gli errori, non avrebbe senso, non gioverebbe, né sarebbe storicamente possibile.

Ci limitiamo a fornire alcuni elementi di riflessione e di valutazione. A che cosa è dovuta la crisi del comunismo a livello internazionale e nazionale? Possiamo constatare, innanzitutto, che la tensione rivoluzionaria viene meno dopo due generazioni. Così è successo nella Rivoluzione Francese, nella Rivoluzione d’Ottobre e in seno al Partito comunista italiano. La spinta propulsiva proveniente dal basso si esaurisce progressivamente e viene scoraggiata dall’apparato burocratico del partito, nell’esperienza comunista, che si impadronisce delle redini del potere in maniera incontrastata, mettendo fine al processo democratico che è necessario affinché una forza rivoluzionaria si rinnovi continuamente e sia in grado di incidere positivamente nella realtà per cambiarla. Nella particolare esperienza italiana, non si è realizzato appieno il modello di partito che Gramsci aveva delineato, nei “Quaderni del carcere”: un partito di massa, ma, nel contempo, molto selettivo nella scelta dei militanti e dei dirigenti, ai vari livelli, in grado di rappresentare un’alternativa alla società capitalistica, soppiantandola nel lungo termine. Per converso, il partito è stato assorbito da questa società, è divenuto dapprima “coscienza critica” e, successivamente, parte integrante di essa, eliminando ogni profilo non solo alternativo, ma, per l’appunto, critico.

Un limite teorico molto grave è stato rappresentato da una visione dogmatica e schematica del “materialismo storico”, contrapposto a quello di stampo gramsciano, che, sulla scia di Antonio Labriola, valorizza la componente volontaristica ed il rapporto dialettico, la reciproca influenza, fra “struttura” e “sovrastruttura”. Il materialismo gretto ha portato ognuno, a partire dal singolo militante, a pensare solo a se stesso, ai propri interessi personali e familiari, alla propria emancipazione, e basta.

La “questione comunista” in Italia (e nel mondo) si può dire tutt’altro che “chiusa”. Viviamo in una società nella quale, secondo il sociologo Franco Ferrarotti, il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e il restante 90% deve dividersi il 30% della stessa. I ricchi tendono a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il divario sociale è destinato ad aumentare. Franco Ferrarotti, pur non essendo un marxista, prende molto sul serio il problema della “polarizzazione tendenziale” della ricchezza di cui parlava Marx, così come paventa la possibilità dell’incepparsi del meccanismo fondamentale del capitalismo, a causa della contraddizione fra “sovrapproduzione” e “sottoconsumo”, conseguente al progressivo impoverimento della società.

Questa realtà drammatica impone la presenza di un forte Partito comunista. Sono in corso vari tentativi, da seguire con attenzione e con ponderazione. Chi ha più tela tessa. Si tratta di un processo lungo, ma inevitabile. Nei momenti difficili sovvengono le lezioni dei grandi maestri. E’ il caso di Ludovico Geymonat. Nel volume intitolato “La civiltà come milizia” (a cura di Fabio Minazzi, La Città del Sole, Napoli, 2008), egli denuncia la “crisi gravissima” dei partiti della sinistra e dei sindacati, i limiti dello stesso assetto istituzionale del Paese, fondato su un “regionalismo burocratico”, nonché della stessa Costituzione, che è tra le più avanzate del mondo occidentale, ma anche tra le più inapplicate (ivi, p. 82). Ripropone il problema dell’esistenza di una forza comunista, ma, nel contempo, allarga l’orizzonte dell’impegno politico e civile di ogni uomo, e, quindi, di ogni comunista, valorizzando l’impegno culturale, volto a far nascere l’ “autonomia critica” di ogni individuo e della collettività, e la “solidarietà attiva” tra le diverse persone, che debbono aiutarsi reciprocamente, anche nel soddisfacimento dei bisogni materiali più immediati ed elementari, ed acquisire la consapevolezza che solo attraverso l’unità si possono modificare le situazioni che apparentemente sembrano insuperabili (ivi, p. 96). E’ necessario per ogni comunista far tesoro di questa lezione preziosa di civiltà e di umanità. Luis Sepúlveda ha detto giustamente che il comunismo del ventunesimo secolo dev’essere caratterizzato da una forte componente etica.

Assieme agli insegnamenti di Geymonat bisogna far tesoro di quelli di Franco Ferrarotti (“Dalla società irretita al nuovo umanesimo”, Armando editore, Roma, 2019). E’ necessario riacquisire i ritmi e la nozione del tempo propri della vecchia società contadina, di contro alla dinamicità inconcludente e senza obiettivi della cosiddetta “società capitalistica matura”. Muoversi come gli uomini di campagna di una volta, che avanzavano lentamente, attenti a dove mettevano i piedi, alle asperità del terreno, ponderavano non solo ogni movimento, ma anche ogni decisione, perché, nel “mondo della penuria”, è necessario risparmiare energie, sia fisiche che mentali. Nello stesso tempo, bisogna recuperare le “regole auree” dei nostri antenati greci e latini (ivi, p. 138): “Ne quid nimis” (“Nulla in eccesso”); “Festina lente (“Affrèttati lentamente”); “Age quod agis” (“Fa’ quello che fai”). E’ necessario, dunque, darsi obiettivi lungimiranti, senza abbandonarsi alla quotidianità, ma perseguirli con calma, con ponderazione estrema.

Le ragazze del Pillar 2 di Stefano Turconi e Teresa Radice (Bao Publishing, 2021) a cura di Elena Romanello

30 dicembre 2021

bc4c39aa-ce02-6f00-8cbb-8fb9a56c60f4A due anni di distanza dal primo volume, sono tornati in libreria e fumetteria per Bao Publishing Stefano Turconi e Teresa Radice, con il secondo volume de Le ragazze del Pillar, lo spin off de Il porto proibito.
Come il primo libro, anche questo racconta le storie delle ragazze del Pillar to Post, il bordello di Plymouth dove si svolgeva una parte importante della storia del Porto. Mentre Il porto proibito raccontava una vicenda a se stante, con suoi personaggi e un suo intreccio,  Le ragazze del Pillar vuole essere una storia incentrata di volta in volta sulle giovani donne ospiti del bordello, con episodi autoconclusivi per costruire un mosaico narrativo più ampio, destinato a dipanarsi negli anni.
Bao Publishing ha in progetto di riportare i suoi lettori ogni due anni in questo microcosmo affascinante e spietato, ambientato nell’Inghilterra dell’inizio dell’Ottocento, durante le guerre napoleoniche, ma con uno sguardo su come era il mondo allora e soprattutto sulla società.
Ne Le ragazze del Pillar 2 ci sono quindi due nuove storie: quella di Tess, la misteriosa ultima arrivata al Pillar, che nasconde alcuni segreti inconfessabili e inquietanti che verranno fuori e che potrebbero mettere a rischio non solo la sua vita, e Cinnamon, perseguitata invece dal suo passato. Le loro storie si chiudono nel volume 2, ma vanno a completare un intreccio di vicende sempre più articolato e ricco, una ricostruzione d’epoca intrigante e mai noiosa e un’epopea sugli ultimi della società, o meglio le ultime, che coinvolge e appassiona.
Le ragazze del Pillar 2 immerge di nuovo in un mondo dettagliato e evocativo, raccontato in ogni dettaglio, con personaggi a cui ci si affeziona e che è sempre bello ritrovare. Una saga per chiunque ami la Storia, gli intrecci da grande romanzo dell’Ottocento, i racconti per immagini e per chi pensi che i fumetti sono un modo  per narrare vicende che niente hanno da invidiare a altre forme di narrazione. In attesa a questo punto di scoprire tra un paio d’anni le altre ragazze del Pillar.

Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi.
Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve.
Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”:
arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L.Stevenson (2015).
Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi.
Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare.
Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud: Prix Jeunesse a Bédécine Illzach 2015 e Sélection Jeunesse a Angouleme 2016).
Il Porto Proibito, pubblicato nel 2015 per BAO Publishing e ristampato nel 2016 in una Artist Edition di prestigio, ha vinto il Gran Guinigi come “Miglior graphic novel” a Lucca Comics 2015 e il Premio Micheluzzi come “Miglior fumetto” a Napoli Comicon 2016. Sempre per i tipi di BAO, pubblicano Non stancarti di andare nel 2017 (graphic novel che riscuote in brevissimo tempo un grande successo di pubblica e critica), due volumi della serie per i più piccoli Orlando Curioso (Orlando Curioso e il segreto di Monte Sbuffone Orlando Curioso e il mistero dei calzini spaiati) tra il 2017 e il 2018, Tosca dei Boschi (inizialmente edito da Dargaud in Francia e poi portato in Italia) nel 2018.
I frutti più originali della loro ormai decennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie. I loro nomi sono Viola e Michele.

Provenienza: libro del recensore.

Il mistero delle dieci torri di Marcello Simoni (Newton Compton, 2021) a cura di Elena Romanello

24 dicembre 2021

Sono anni che Marcello Simoni porta i suoi lettori in secoli passati, considerati a torto per troppi anni come bui e ostici, e in realtà teatro di vicende appassionanti e intricate. 
Quest’anno arriva in libreria una raccolta di suoi racconti, scritti nel corso degli anni, alcuni antecedenti ai libri che l’hanno reso famoso, altri no, inediti o introvabili, in cui ritrovare luoghi e personaggi ormai nel cuore di molti o scoprire nuovi intrecci e atmosfere che, chissà, un giorno potranno essere riletti in altre vicende. Del resto, i racconti sono un genere praticato da molti autori di gialli e di libri d’avventura, partendo dagli stessi Emilio Salgari e Arthur Conan Doyle, e sono una vera prova per il talento di uno scrittore, visto che in poche pagine deve raccontare vicende che appassionino senza lo spazio di un romanzo.
Nelle pagine de Il mistero delle dieci torri si ritrovano personaggi amati e noti, come Ignazio da Toledo, alle prese con i misteri che ha dovuto svelare prima di lasciare la Palermo di Federico II fingendosi morto, o anche il suo antagonista, l’astrologus Michele Scoto, sempre in cerca di complotti da ordire. Altre storie faranno scoprire personaggi come il fratello gemello di Cosimo de’ Medici, il corsaro Khayr al-Dīn Barbarossa, uno dei pirati che Marcello Simoni ha omaggiato nel corso degli anni, il cavaliere ospitaliero Leone Strozzi e  Licio Ganello, un mago fiorentino destinato da morto a diventare l’oggetto degli studi sui cadaveri di Leonardo da Vinci.
Marcello Simoni porta in un viaggio tra terra e mare, attraverso i secoli, in luoghi lontani e affascinanti, per scoprire quello che è il suo immaginario, un immaginario in continuo divenire e molto vario e trovandosi a suo agio ovunque, dalla nascita della città etrusca di Spina alle battaglie navali con i pirati nel Mar di Levante alla fine del Cinquecento, senza dimenticare la Sicilia della corte di Federico II, le corti rinascimentali e le lagune vicino a Ferrara piene di nebbia e segreti durante il secondo dopoguerra. 
Una raccolta di racconti che verrà divorato da tutti i fan dell’autore, ma anche un modo per avvicinare nuovi lettori alle sue storie, visto che c’è chi non ha voglia magari di impegnarsi subito con una saga letteraria, e può capire però con queste storie i mondi di Marcello Simoni.

Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. I diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi bestseller tra cui la trilogia Codice Millenarius Saga e la Secretum Saga. La saga che narra le avventure di Ignazio da Toledo, l’astuto mercante di libri, ha consacrato Marcello Simoni come autore culto di thriller storici, vendendo oltre un milione e mezzo di copie.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Fiabe finlandesi AA.VV. (Iperborea 2021) a cura di Emilio Patavini

21 dicembre 2021

Dopo Fiabe lapponi, Fiabe danesi, Fiabe islandesi, Fiabe svedesi, Fiabe faroesi, Fiabe norvegesi e Leggende groenlandesi, il 17 novembre è uscito per Iperborea Fiabe finlandesi, ottavo volume della serie di fiabe nordiche curata da Bruno Berni. Le diciannove fiabe presenti, splendidamente tradotte da Giorgia Ferrari e Sanna Maria Martin, sono tratte dalle Suomen kansan satuja ja tarinoita (1852-1866) di Eero Salmelainen e arricchite dalle magnifiche illustrazioni di Sonia Diab. Seguono un utile glossario e una postfazione delle traduttrici. Da appassionato del Kalevala e della cultura finnica, non potevo farmi sfuggire questa nuova uscita. A dire il vero, non è la prima volta che mi accosto a una raccolta dedicata al folclore finlandese: due anni fa ho letto infatti le fiabe dell’illustratore finlandese Rudolf Koivu tradotte da Paula Loikala nell’antologia Fiabe finlandesi (Aracne editrice 2018). Le prime fiabe popolari finlandesi a essere pubblicate sono proprio quelle raccolte da Eero Salmelainen in quattro volumi, tra 1852-1866, sotto il titolo Suomen kansan satuja ja tarinoita (“Fiabe e racconti popolari finlandesi”), che sono state qui selezionate e tradotte. Nelle sue Suomen kansan sadut (Fiabe popolari finlandesi), Pirkko-Liisa Rausmaa classifica così le tipologie di fiabe finlandesi (le classificazioni corrispondono ai titoli dei sei volumi della sua opera):

Ihmesadut (“Fiabe con miracoli”);Legenda ja novellisadut (“Fiabe con leggende e novelle);Sadut tyhmästä paholaisesta (“Fiabe del diavolo stupido”);Eläinsadut (“Fiabe con animali”);Hölmöläissadut (“Fiabe con buffoni”)Pilasadut ja kaskut (“Fiabe umoristiche e aneddoti”).

La prima fiaba dell’edizione Iperborea, Il fabbro Ilmarinen va a chiedere in sposa la figlia del re di Hiitola, è ricca di echi kalevaliani: si pensi per esempio al potere creativo assunto dal canto di versi, strettamente legato alla tradizione sciamanica. Come è tipico del protagonista del Kalevala – il vecchio bardo Väinämöinen –, al fabbro Ilmarinen basta cantare le parole magiche che un’isola si spalanca in mezzo al mare. Nella stessa fiaba si possono rintracciare riferimenti ad altri personaggi del poema nazionale finnico, come il nome dello zio di Kullervo, Untamo, qui chiamato nella sua forma estesa Untamoinen e presentato come un vecchio che è «in parte nel passato e in parte nel futuro». Nella fiaba di Antti Biforco compare anche un cane di nome Musti (“nero”), come il cane di Kullervo nel Kalevala. La fiaba intitolata Ceneraccio non può che rimandare all’Askeladden (letteralmente, “il ragazzo della cenere”), protagonista di molte delle Fiabe norvegesi raccolte da Asbjørnsen e Moe (Einaudi, Torino 1962). Solitamente ultimo di tre fratelli («C’erano una volta tre fratelli, due erano buoni e uno era Ceneraccio») e seduto presso il focolare, intento a rimestarne le ceneri, Ceneraccio è il personaggio che riesce a superare le prove grazie alla propria astuzia, e alla fine della fiaba ottiene la mano della principessa e metà del regno. Ne Il ragazzo trasformato in cavallo troviamo Perkele, figura interessante da analizzare dal punto di vista linguistico. Perkele è il nome finlandese di Perkúnas, dio baltico del tuono, connesso etimologicamente al norreno Fjǫrgyn, altro nome della madre di Thor (il dio del tuono per gli antichi scandinavi) e a Perun, il dio supremo degli slavi, cui erano sacre le querce. Tutti questi nomi di antiche divinità sono collegati alla radice indoeuropea *perkwu-, da cui derivano il latino quercus “quercia” e l’inglese fir “abete”. James Frazer, nel quindicesimo capitolo de Il Ramo d’oro, intitolato Il culto della quercia, scrive:

«La principale divinità dei Lituani era Perkunas o Perkuns, il dio del fulmine e del lampo, la cui somiglianza con Zeus e Giove è stata spesso notata. […] Così la massima divinità lituana presenta una stretta somiglianza con Zeus e Giove, essendo il dio della quercia, del fulmine e della pioggia».

Con la conversione al cristianesimo, il nome di Perkele, antico dio pagano, viene assimilato a quello del demonio, divenendo così sinonimo di Satana.

Continuando con la rassegna delle fiabe tradotte in questa edizione, Antti Biforco è la versione finlandese de I tre capelli d’oro del diavolo: nella fiaba dei fratelli Grimm il protagonista deve la propria fortuna al fatto di essere nato con la camicia (cioè al fatto di essere nato completamente avvolto nel sacco amniotico, come il piccolo Danny Torrance nel celebre romanzo di Stephen King), mentre nella fiaba finlandese tutto è dovuto alla predizione di due tietäjät, gli sciamani della tradizione ugrofinnica. Tra le fiabe che ho più apprezzato vale la pena di citare L’uccello d’oro e l’acqua della vita e L’uomo che andò in cielo. Quest’ultima fiaba, molto ingegnosa e divertente, narra la storia di un uomo astuto che è riuscito a ingannare il diavolo e persino la Morte: le dinamiche descritte e i temi trattati rimandano a fiabe della tradizione norvegese, come Il ragazzo e il diavolo e Il fabbro ferraio che non fecero entrare all’inferno, e secondo la classificazione di Pirkko-Liisa Rausmaa essa può essere inserita tra le “Fiabe del diavolo stupido”.Non mancano le cosiddette «eläinsadut», cioè le fiabe che hanno per protagonisti gli animali della foresta, come il lupo, la volpe, la lepre e l’orso, animale che all’interno di un’antica società di cacciatori com’era quella finlandese si carica di particolari significati totemici. Nell’ultima fiaba è presente il motivo della macina, che si ricollega al protagonista del primo racconto: Ilmarinen è infatti il mitico fabbro che forgia il sampo, artefatto magico e misterioso, come si legge nel decimo runo del Kalevala:

«Il marinen fabbro allora, l’artigiano sempiterno, fucinava, martellavae picchiava allegramente: con grand’arte fece il Sampo: un mulino, la farina,ed un altro sal versava, e denaro un terzo dava.»

(Traduzione di Paolo Emilio Pavolini) Il mito del mulino dell’abbondanza, che macina sale e rende il mare salato, non è tipico solo della cultura finnica ma è presente anche nella mitologia nordica, come nel Grottasǫngr, poema norreno del Codex Regius dedicato al mulino del re danese Fróði, chiamato appunto Grotti, le cui due pietre della macina erano così grandi da poter essere mosse solo da due gigantesse, Fenja e Menja. Lo stesso motivo si può trovare nelle fiabe norvegesi, come ne Il macinino che macinava in fondo al mare: «Il macinino è ancor oggi in fondo al mare e continua a macinare; è per questo che il mare è salato». Quelle contenute nella raccolta di Iperborea sono fiabe brevissime, venate da un particolare senso dell’umorismo, che secondo l’editore anticiperebbero «la narrativa finlandese dei nostri giorni» (un nome su tutti, Arto Paasilinna). Rievocano quelle atmosfere che si respirano nel grande poema nazionale finnico, il Kalevala, con la leggerezza propria delle fiabe. La trascrizione dei racconti popolari finlandesi per opera di Salmelainen, a detta delle traduttrici, «è piuttosto scorrevole, conserva numerose espressioni dialettali e preserva un ammaliante stile popolare». Al sostrato sciamanico di origine ugrofinnica, col tempo si sono poi aggiunte influenze scandinave e slave, in quanto «il territorio finlandese diventa un punto di confluenza tra le fiabe russe e quelle di provenienza occidentale e scandinava». La Finlandia è una terra magica, che ben si presta al clima fiabesco: nei suoi racconto popolari, tramandati oralmente di generazione in generazione, emergono prepotentemente le caratteristiche del territorio, come la foresta (più del 70% del paese è ricoperto da boschi) e i laghi (la Finlandia ne possiede 188000). «È infatti proprio lei, la natura, lo sfondo privilegiato delle fiabe tradizionali, che sono poi il cuore stesso della cultura popolare», scrivono le traduttrici. Altro elemento caratterizzante è la presenza della sauna, che in finlandese significa propriamente “stanza da bagno”. Ancora oggi la sua importanza è segnalata da questo dato: su cinque milioni di abitanti, in Finlandia si contano circa tre milioni di saune. Le fiabe seguono un andamento tradizionale, archetipico, riscontrabile in altri racconti popolari con gli stessi elementi fissi e con lo stesso schema tipico della «triplicazione» – come lo chiamò Vladimir Propp nel suo seminale saggio Morfologia della fiaba (Einaudi, Torino 2000) –, elemento narrativo che accomuna e contraddistingue ogni racconto fiabesco che si rispetti. Sono molti i personaggi e le creature che popolano la mitologia finnica e che si possono incontrare tra le pagine: Tapio, lo spirito della foresta; la vecchia Louhi, signora di Pohjola; Hiisi, lo spirito maligno che vive a Hiitola; Syöjätär, la terribile madre dei serpenti; i metsänhaltija, spiriti silvani che se rispettati rendono propizia la caccia e i vetehiset, spiriti acquatici abitatori dei laghi. Nota: il finlandese non è una lingua scandinava! Anzi, non è proprio una lingua indoeuropea, ma appartiene assieme all’ungherese, all’estone e al lappone al ceppo ugrofinnico della famiglia delle lingue uraliche. Il finlandese è una lingua completamente diversa da quella degli altri paesi nordici, e non presenta affinità né con le lingue germaniche né con quelle slave. Tuttavia, non mancano prestiti germanici, conservatisi in forma arcaica, come kulta “oro” e kuningas “re”; ma anche prestiti slavi, relativi alla sfera religiosa cristiana: pakana “pagano”, pappi “prete”, raamattu “bibbia”, virsta “versta” (unità di misura). Caratteristiche della lingua finlandese sono l’agglutinazione, la completa assenza di genere grammaticale, la mancanza dell’articolo e la presenza di ben quindici casi, espressi attraverso suffissi. La Finlandia restò sotto la dominazione svedese dal dodicesimo al diciannovesimo secolo; dal 1809 al 1917, anno dell’indipendenza, fu controllata dai russi. Nel 1520 la Chiesa di Finlandia aderì alla Riforma Protestante e il sovrano di Svezia Gustavo Vasa rese il protestantesimo religione ufficiale del suo regno: da allora la maggior parte della popolazione finlandese si professa luterana. Il padre della letteratura finlandese scritta è Mikael Agricola, allievo di Lutero e Melantone a Wittenberg, divenuto il primo vescovo protestante del paese, con sede a Åbo, che oggi chiamiamo Turku. Nel 1548 uscì la sua traduzione del Nuovo Testamento, mentre la sua opera più famosa è l’Abckiria (“Abbecedario”), il primo libro scritto in lingua finlandese. Secoli dopo, J.R.R. Tolkien si basò proprio sulla lingua finlandese, per il «piacere estetico» che essa gli procurava, come fonte di ispirazione per la creazione della sua lingua elfica più conosciuta, il Quenya.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Iperborea.

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura di Monica Biasiolo

17 dicembre 2021

La letteratura è, insieme alla parola del poeta, in primis la parola dell’uomo che, con essa, difende di solito la sua libertà e i suoi valori, criticando spesso un sistema di relazioni e di poteri che lo inghiottiscono. La reazione al sopruso e alla violenza è destinata a sfociare spesso nella rivolta, e tale è anche quella dei «demoni ballerini» che dà il titolo alla nuova raccolta di versi di Antonio Catalfamo edita dalla casa editrice Pendragon e accompagnata da un’esaustiva e ricercata prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih e un altrettanto documentato e ampio saggio di Alfredo Antonaros. Di Antonio Catalfamo scorrono nella mente di chi lo conosce numerosi studi di critica letteraria e nomi che hanno fatto la storia della letteratura, nomi che rendono testimonianza della versatilità e della profonda cultura dell’autore: da Dante a Boccaccio per passare a Giulio Cesare Croce e poi ancora al Settecento fino ad arrivare alla «critica integrale» di Gramsci, attraversare gli anni di Pasolini e non solo. Ma Catalfamo è da sempre anche poeta; un esercizio, quello della poesia, già sostenuto da diverse sillogi (la prima datata 1989), che racchiudono squarci di vita vissuta e assetate di giustizia sociale, che trasudano lotte tenaci e miti che hanno come protagonisti principali gli umili, gli oppressi; e versi che non devono essere certamente disgiunti dall’attività di esegeta di Catalfamo. Fatti, avvenimenti, paesaggi geografici, ma soprattutto antropologici, si intrecciano nelle liriche, dispiegando un tessuto narrativo che avvince e coinvolge perché fedele sguardo sulla realtà. Dal forte retroterra autobiografico, la poesia che scorre dalla penna di quest’autore siciliano è innanzitutto ritratto ed espressione di incessante impegno umano e civile; perché lo scrittore non si deve sottrarre al quotidiano, ma esperirlo in tutte le sue sfumature e contraddizioni, e non può non ricordarsi di nulla o ‘solo di qualcosa’.

Li si voglia chiamare con il già citato epiteto di «demoni ballerini» o più comunemente pastori-contadini siciliani, o ancora «spiriti ribelli o rivoluzionari», le voci di questi protagonisti emergono dalle belle pagine di Catalfamo che racconta gente e situazioni, afferrandone i particolari, in un’iconografia che non mostra mai un’immobilità asettica e distaccata. I volti e i gesti narrati parlano di passione, voglia di osare e di lottare. Poesia che dà nome ed esistenza alle cose, quella del poeta nato in provincia di Messina nomina (e nominandoli li fa propri) sentimenti, idee e propositi, facendo percepire l’emergenza e la sostanza di un reale che si sfrange tra presa di coscienza e conoscenza, essenza e sostanza, sguardo alla società e denuncia dei misfatti di una politica ignara e assente perché, come anche scriveva il premio Nobel Elias Canetti in Die Provinz des Menschen – Aufzeichnungen 1942-1972, «[c]hi ha avuto successo non ode che gli applausi. Per il resto è sordo». Del resto la giustizia, come diceva Solone usando la stessa metafora della tela del ragno, «trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi». La poesia, in Catalfamo, consapevole delle illusioni, si pone domande, non indugia a descrivere interessi e impotenza, non si vergogna di chiedere e di smascherare contraddizioni e ipocrisie vendute come oro colato; immagini forti, truci, tragiche, come quelle di corpi penzolanti «ancora dal cappio», con «i piedi sospesi nel vuoto», di «ville abusive [che] crescono», di miseria e disperazione; reminiscenze mitiche e mitologiche; padroni, potenti e prepotenti; vecchi compagni; «il dolore / di ferite che non vogliono guarire: / sotterranee, come un fiume carsico, / [e che] squarciano il cuore»; tradizioni antichissime e ancestrali nel cuore di un Sud magico e di straordinaria potenza visiva, come quello che colora il mondo contadino di Carlo Levi. E, scorrendo le pagine della raccolta, vengono in mente precise parole leviane:

«I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di un’eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana […]».

Come in Levi risorge poi in Catalfamo l’uomo di fronte alla massa, l’umanità davanti alla disumanizzazione perpetrata da un sistema che prevede e basa la sua labile spettacolarità nella creazione e mantenimento di dislivelli dicotomici: «sopra,» si legge in La mia poesia,

«i padroni di terre, / con i magazzini pieni di vino, olio, / formaggio gonfio, panie di fichi secchi, / pomodori invernali e agli / intrecciati a ghirlanda. / Sotto, i contadini, che prendono / la decima nel riparto dei prodotti, / gli artigiani, pagati a merito / con una bottiglia di vino».

«[A]mbasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo», alla pari ancora una volta dello scrittore torinese giunto ad Eboli, Catalfamo scatta, con i potenti versi di questa sua nuova raccolta, una serie di eloquenti fotogrammi in successione dell’esistere umano di cui si erge a testimone e custode. «E così nasce, […]» scrive in chiusura di uno dei componimenti facenti parte della silloge, «la poesia»: Catalfamo invita il lettore a seguirlo in un viaggio alla riscoperta dell’“esperienza”, di una parola che non si piega al volere della “comunicazione standardizzata”, di una poesia che si erge a ‘ideologia’. Si costituisce in queste pagine una scrittura che svela, raccontandoli, riti e memorie che, nella poesia, cercano l’uomo e che tornano sulla pagina per testimoniare, insieme al loro esistere, la loro valenza mitica, non relegata all’archetipo, bensì presente e viva sempre e ovunque, nel presente come nel futuro. Concordanze, contaminazioni, compenetrazioni e una forte coralità: queste sono alcune delle caratteristiche precipue della poesia dello scrittore siciliano; una poesia fatta di protagonisti che, come il poeta (e attraverso la voce del poeta), mettono in dialogo la propria storia di persone, e in cui convergono nondimeno altre importanti voci, quelle dei «compagni poeti», autori in cui Catalfamo si riconosce (Majakowski, Fenoglio, Quasimodo, ma anche Neruda, Nâzim Hikmet, Ghiannis Ritsos, ecc). Il risultato è una rappresentazione uditiva polifonica della storia; una storia che, sempre tradotta in una parola immediata, duttile, riflessa, come quella di Montale, e al contempo fortemente icastica, non si esaurisce nel passato, perché la «poesia», scrive Catalfamo, «mi serve / a raccontare» e «[s]olo la poesia può lenire i dolori della vita». Che cos’è allora la poesia se non strumento conoscitivo privilegiato che rivela l’essenza dell’universo delle cose e se non mezzo “salvifico” di fronte a una realtà in cui l’uomo rischia di perdere il senso soprattutto di se stesso?

Tra gli intertesti la critica non ha mancato giustamente di ricordare come nomi centrali quelli di Pavese e Vittorini, ma sono anche altri i modelli e i riferimenti intertestuali contenuti nella lirica dello scrittore. Mito, storia e poesia (come recita anche il sottotitolo del lavoro critico dell’autore su Rocco Scotellaro, autore citato del resto anche esplicitamente in uno dei componimenti della raccolta), si intrecciano in maniera organica, mentre alcuni passi paiono evocare per la successione dei ritratti commoventi e crudi che presentano le pagine della Spoon River Anthology (1915) di Edgar Lee Masters. Nella raccolta, troviamo, in modo analogo alla silloge dello scrittore americano, un po’ tutti: il maestro, la Carabiniera, il calzolaio, la madre, il prete, il padre, il contadino, il compagno operaio, il primario, l’infermiera, il sindaco-poeta, ecc. Eppure, allo stesso tempo, è il collettivo a guadagnare un posto di primo piano: a fianco dell’individuo è infatti il gruppo come tale a dominare il palcoscenico della scrittura di Catalfamo; sono i braccianti, i notabili, il clero, i poveri, i padroni, i lavoratori e i disoccupati, i vecchi combattenti… Là una piccola cittadina della provincia americana e la presentazione di una galleria di 248 personaggi che descrivono le vicende di un microcosmo morale fornisce a chi lo legge un nuovo modo di guardare le cose e l’umano. Anche per Catalfamo, come per Masters, è importante recuperare la memoria per scoprire se le cose sono cambiate rispetto al passato. E non paiono esserlo. Nella raccolta dello scrittore nato a Barcellona Pozzo di Grotto, formata da 53 componimenti in totale, una parola è ripetuta in modo quasi costante: si tratta del termine «compagno/i», abbinato alla fede politica comunista dell’autore; un comunismo, quello del poeta, considerato non solo nella sua storicità e nei ricordi delle figure del padre e del nonno, ma anche come fenomeno non storicizzato, ovvero nel suo significato di necessario momento evolutivo, di umanesimo in senso gramsciano, di progetto per cambiare la realtà quotidiana delle cose. In La malora, lirica del 2014, il compagno, nel ventaglio di figurazioni della presentazione fatta, è uno e molteplice ad un tempo. Fotografato nella sua attività è lui che

«coltiva la pianta del comunismo / la difende dalle tempeste / e dalle erbe malsane / del tradimento».

Sono parole, quelle di Catalfamo, che non lasciano margini di incertezza interpretativa, anche quando lo sguardo si ferma su topografie, le cui coordinate geografiche arretrano per diventare documentazione e ricerca storico-antropologica, contenitore di pensieri e immagini. È il caso di Trieste, «città mito-poietica», di Saba, metropoli multietnica e cosmopolita, e allo stesso tempo «la città dei rastrellamenti / e della Risiera, / del fascismo», «dei partigiani», ecc.; ma anche di altri luoghi legati a richiami culturali di eccellenza, come della Casarsa di Pasolini, «il giovane poeta» fuggito da un «Friuli bigotto […] verso altri mondi», eppure fedele «[al]la religione dei […] [suoi] avi contadini».

Il mosaico del tempo tracciato nelle pagine di Catalfamo ricopre, così come il passato, le ombre più profonde del presente attuale: disonestà e cupidigia economica vengono fissate in modo tenace nei versi in cui il poeta ritrae in modo vivido e senza eccessi l’Italia dell’era Covid, mettendo nero su bianco il noto, senza parole inutili.

Ascoltiamole le parole di questa silloge, che non nascondono, ma mostrano l’esigenza di portare alla luce e cogliere significati, di arrivare fino in fondo; e con questo, «[m]ito e rivoluzione», che è necessario cogliere nell’attimo e su cui riflettere. Sì, esse sono qualcosa su cui riflettere.

:: Muse nascoste. La rivolta poetica delle donne – Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2021

È sempre difficile scrutare nell’abisso, e ancora di più lo è scegliere le voci poetiche più significative che l’hanno fatto, compito ingrato che si è caricato sulle spalle e sull’anima il critico e poeta Nicola Vacca per riportare alla luce l’opera delle più significative poetesse del Novecento. Senza limiti di tempo, né di spazio, senza preclusioni o imbarazzanti favoritismi, Nicola Vacca da onesto giornalista culturale quale è ha voluto dare lustro anche a voci colpevolmente dimenticate di quel prezioso scrigno di dolore e meraviglia che ha forgiato l’animo sensibile e tormentato di alcune donne che hanno fatto della parola, del verso, il grimaldello per scardinare il Cielo, per dare senso all’imponderabile, per cercare Dio, per cercare il senso ultimo della vita o anche solo porsi in comunione e comunicazione coi propri simili attraverso la voce filtrata e riparata di una pagina poetica. E non è da poco quello che ha fatto Nicola Vacca in un mondo intellettuale e letterario che ancora emargina ed esclude le voci più delicate, sensibili, e refrattarie al bailamme più chiassoso. Per di più l’universo femminile, da sempre ai margini, fagocitato da un mondo letterario prevalentemente maschile (mi ripugna definirlo meramente maschilista) in cui la violenza del verso fa più rumore che la leggerezza di un sussurro, ancora stenta ad affermarsi nel nuovo millennio, figurarsi la fatica che ha fatto nel Novecento, secolo gravato da rivoluzioni, guerre mondiali, campi di sterminio e inciviltà della peggior specie. Le diatribe di genere molto contemporanee esulano dalla ricerca critica di Vacca che privilegia in questo saggio il genere femminile per il semplice fatto che ha dato vita davvero ad opere poetiche di incalcolabile valore tecnico, stilistico, spirituale, morale. Se Emily Dickinson o Sylvia Plath hanno goduto del plauso della critica e i loro versi sono stati stampati e ristampati in numerose edizioni e raccolte, altre poetesse sono cadute nella dimenticanza e nell’oblio, e questo saggio di Vacca ha il pregio di riportarle in vita. Moriamo davvero nella dimenticanza e nell’indifferenza, e sebbene molte di loro siano arrivate al sacrificio supremo di sé, vinte dal dolore di vivere e dal male del mondo, leggendo i loro versi rendiamo meno vane le loro tragiche morti e ci avviciniamo al mistero che le ha cullate e avvolte. Muse nascoste, la rivolta poetica delle donne ha la forza di un pamphlet di denuncia, di un modo di fare critica militante, per opporsi al conformismo e alla convenienza in nome di un’onestà intellettuale che riconosce i meriti dove realmente esistono. E queste donne erano ricche di meriti conquistati al prezzo di immani sofferenze perchè la loro sensibilità le poneva di fronte al male di vivere senza protezioni o filtri. Ma non è solo questo, queste donne erano anche dotate del dono di comporre versi, di accostarsi al sacro fuoco del logos e della Sophia, la parte femminile di Dio. Ignorata, vilipesa, oltraggiata, ma eterna come eterni sono questi versi che ci sopravviveranno e giungeranno puri e limpidi a chi ci seguirà nelle generazioni.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

Source: libro inviato dall’editore.