:: I miei salotti radical chic di Luciano Valli

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Roberto Rossellini – Roma città aperta 1945

La luce artificiale illuminava il corridoio degli studi cinematografici.
La porta era semichiusa ma dalla vetrata che la precedeva intravedevo già la platea. I sedili di velluto rosso salivano verso l’alto dove, dalla parete scura, il raggio luminoso del proiettore si dipartiva traversando la sala per terminare il suo breve percorso sul grande schermo.
La scena del film Medea si rappresentava sul telo bianco. I due figli della maga Medea e dell’erede al trono Giasone portavano in dono l’abito per le nozze del tradimento tra Giasone e Glauce, prima della terribile vendetta di Medea che non risparmiò neanche loro.
Alla sinistra nella seconda fila c’era un leggio con un copione sistemato sopra. Pier Paolo era in piedi, a un lato, con grandi occhiali sul naso, un viso magro, rugoso e abbronzato, vestito di un maglione rosso scuro. Era nervoso. Serio e concentrato.
Con il suo accento friulano imprecava verso di me che stavo in piedi dinanzi al leggio. Avevo appena sette anni nel 1968 e anche io portavo gli occhiali perché astigmatico. Tartagliavo, lo so, ma seguivo una terapia intensiva della dottoressa Barbettani per guarire al più presto possibilmente prima di cominciare le scuole medie. È questo che irritava il regista. Ogni volta dovevo ricominciare a leggere la mia parte da capo. Mia madre, che era presente in sala, sempre bella, profumata di lavanda, elegante e raffinata nel suo portamento, ogni tanto mi lanciava un sorriso e una parolina d’incoraggiamento.
Il doppiaggio delle voci dei figli di Medea era molto semplice, di qualche parola detta qua e là durante la scena dove i bambini compaiono con i doni di nozze insieme a Giasone e Medea.
Ma Pierpaolo era un perfezionista ed era brusco con me. Se avesse saputo prima che tartagliavo avrebbe convinto mia madre che non ero adatto al doppiaggio. Ma Adele e Pasolini erano più che amici, colleghi e intellettuali. Mamma aveva recitato un ruolo nel film di Pier Paolo Accattone quando io non ero ancora nato. Poi la loro collaborazione era proseguita con intensità. Loro due erano diventati amici e colleghi.
Pierpaolo mi aveva conosciuto un giorno nell’attico di Via dei Pettinari, ‘il salotto della cultura’ lo avevo soprannominato io paragonandolo alle schubertiadi dell’Ottocento dove i concerti da camera venivano eseguiti nei salotti della borghesia tedesca. Durante una delle feste che Adele organizzava nella suggestiva terrazza per i suoi amici radical chic, ed erano tanti. Ho l’impressione che le amicizie quelle buone s’intende erano importanti per Pierpaolo, e Adele era stata una sua compagna.

Dal Diario di Accattone di Adele Cambria:

La vestaglia, lavata, rilavata, uno straccio: ma la sporcizia dura, è ormai intessuta dentro. Sotto il petto, una spilla di sicurezza. La sarta, bonacciona, con preoccupazioni igieniche, mi dice che ha bollito ogni cosa… Sarebbe facile, dunque, l’ironia su questa miseria ricostruita con accanimento, con dolcezza, e Pasolini che fa addobbare di altri stracci i bambinetti che le madri gli hanno portato, qui, in via Tiburtina, mirabilmente vestiti a festa. Lui, inesorabile, gentile, condanna le sottovesti piccolissime di nylon, le sottane di panno blu coi pupazzi, le giacchette a uomo, dei maschi, con la cravatta a farfalla della Prima Comunione. Si stanno girando alcune scene del primo film diretto dallo scrittore: Accattone (o Stella, come piace di più al produttore). Io sono Nannina. Pasolini, una volta che ero andata a chiedergli un’intervista, mi ha detto che ero Nannina: dunque, se volevo lavorare nel film. Diceva: “Lei ha la faccia di Nannina”. Ora, come è normale, mi incuriosiva quest’altra mia faccia che non sospettavo di avere. Ho letto la sceneggiatura: “…Nella stanza c’è anche un’altra donna, piccola come una gatta, Nannina la Napoletana, con i suoi cinque figli, il più piccolo le sta attaccato al petto…”. Ed ancora: “…Nannina, spaventata dal fatto che qualcuno la chiami, come se non avesse il diritto di essere chiamata, ecc.”. Poi le battute che il Napoletano mi dice: “Beh, Nannì! Vuje site ‘na femmina oro dieciotto! Voi siete una femmina intrepida!”. Esattamente il tipo di donna che mi ha fatto, da sempre, compassione e rabbia: che ho odiato, nella sua soggezione meridionale (schiavitù devota, animalesca, verso i figli, verso un marito almeno irriconoscente, e fatica, botte, tradimenti, ogni cosa accettata come naturale)… Le prime cure del regista sono per Stella. Pasolini e l’aiuto ‒ Bernardo Bertolucci ‒ si preoccupano di come la ragazza debba essere vestita, qui in casa…

Molti anni dopo, quando ormai ero un adolescente, rividi Pierpaolo dalla terrazza di Palazzo Orsini. Era il novembre del 1975. Pierpaolo non era in piedi e vivace come quel giorno negli studi cinematografici ma disteso in una bara senza vita. Era stato massacrato da quei ragazzi che lui tanto amava e s’indentificava nella loro condizione di vita di borgatari romani. Sembrerebbe un filo conduttore di quel destino che forse brevemente ci accomunava, ma anche io come Pierpaolo vissi molti anni della mia giovinezza a contatto con quegli stessi ragazzi del popolino romano. Non in borgata ma nel centro di Roma a Campo de Fiori e a Piazza Farnese, dove ancora le famiglie povere abitavano prima di trasferirsi nelle periferie della città.
A me però piacevano le ragazze mentre a Pierpaolo i ragazzi come d’altronde anche a Dario Bellezza, il miglior poeta della nuova genereazione lo definiva Pasolini che scrisse questa sublime poesia:

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti, ciò che è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
Alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
D’amore, dell’amore di corpi senz’anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irremediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma; ora è finita.
Sopravviviamo; ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Dario abitava anche lui in Via dei Pettinari. Da casa spesso assistevo alle sue liti con gli amanti di turno nell’appartamento dirimpetto a qualche piano più sotto.
Con mia madre abitavo in un attico con terrazza adiacente alla chiesa di Trinità dei Pellegrini, mentre Dario viveva in un monolocale al quarto piano. Dal portoncino marrone del suo palazzo uscivano spesso dei ragazzi di borgata che lui, come Pierpaolo, rimorchiava alla Stazione Termini a Ostia o negli altri punti d’incontro degli omossessuali di quegli anni Settanta. Al Circo Massimo tra i cespugli avvenivano gli incontri.
Ormai io col passare degli anni ero diventato un bel ragazzo, somigliando parecchio a Robert De Niro nel film il Padrino parte seconda. Era quindi inevitabile per me evitare Dario mentre per lui era di certo un piacevole incontro. Pur essendo un amico di mia madre, Dario mi stava dietro ma sempre con il dovuto rispetto. Una sera di sabato, durante la movida dei fine settimana, mi presentò il Gobbo: un cartomante polacco che aveva il banchetto all’entrata di Piazza Navona. Dario mi offrì una lettura dei tarocchi. Le carte parlavano chiaro e non mentivano. Nella vita avrei fatto lo scrittore e soprattutto piacevo molto sia alle donne che agli uomini e comunque me ne ero già accorto da solo.
Quando Dario morì di AIDS anni più tardi, mi ero già trasferito altrove da quel quartiere romano dove era ubicato il salotto della cultura nostrana degli anni Settanta.

Una poesia in ricordo di Dario Bellezza:

Sesso
Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.
si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,
ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

Sul divano celeste (quasi un puf) del soggiorno, si era accomodato una sera durante una festa organizzata da mamma, Alberto Moravia. Quando entrai nella grande camera in compagnia della mia attraente ragazza di quel periodo, bionda formosa e straniera, Alberto, che stava colloquiando con Adele, lanciò subito un piglio interessato verso la mia compagna.

A differenza di Bellezza e Pasolini a Moravia piacevano le donne. A me neanche mi degnò di uno sguardo durante la festa. Talmente era antipatico. Moravia era già vecchiotto ma si portava gli anni della vecchiaia con stile ed eleganza. I capelli bianchi, il viso abbronzato e il completo da funzionario della RAI, gli rendevano un fascino tutto particolare specie se si aveva letto qualche pagina dei suoi capolavori della letteratura del Novecento. Lo stile di Moravia mi ha sempre attratto ed è ancora annoverato tra i miei scrittori preferiti.
Negli scaffali della libreria di mia madre c’erano tutte le sue opere che io ho letto anche più volte. I racconti romani è la sua opera che ha influenzato un po’ il mio stile di scrittura. Mia madre mi istigava spesso a scrivere dei racconti su Roma, conoscendo la mia esperienza giovanile nella città. Molti anni dopo infatti, come predetto dal Gobbo di Piazza Navona, pubblicai un romanzo dal titolo I Ragazzi della Comitiva, ambientato proprio in quegli anni Settanta nel centro di Roma e in quel salotto della cultura che altro non era che l’attico di Adele Cambria.

Poesia tratta da I ragazzi della comitiva

Castel Porziano

Uscendo dall’eterna Città
percorro il litorale asfaltato
tra il bosco di pini e le dune prominenti
verso l’orizzonte cilestrino,
come una lampada al neon
il lucore mi abbacina la somma veduta
he all’improvviso incute giocondità alla mia vita;
il sole impera sul Tirreno
scottando la pelle sudata
dei reali bagnanti di un castello di sabbia,
cute atree, bronzee ed eburnee
si mischiano al multiculturale di un quadro divino,
lambite da una brezza afosa
e dall’acqua melata di una vetusta sorgente;
l’appetito mi sazia di sapore marino
con una pasta alle vongole
sul poggiolo panoramico di Mario
e il vinello romano smorza in un adagio pucciniano
la mia euforia
di un lieto dì al lido di Castel Porziano.

Dacia Maraini fu invitata da Adele alla festa del suo ottantesimo compleanno. La incrociai all’uscita dell’ascensore. Dallo sguardo da nobildonna come d’altronde anche il suo portamento, non potei che confermare una sua forte antipatia nei miei confronti. Per certi versi non aveva torto… anni prima quando vivevo gli anni di un’adolescenza ribelle, frequentando i coatti dei vicoli e piazze di quel quartiere romano, (in compenso mi fornirono l’ispirazione per scrivere un romanzo) mi capitò di rispondere a una sua telefonata. Da ragazzo di strada in effetti risposi a Dacia in una maniera brusca e sgarbata da mero coatto romano. Lei se la prese e non poco, tanto che andò a reclamare da Adele chiedendole chi fosse quel ragazzino maleducato che le aveva risposto al telefono… anni dopo quel piglio snob stampato nei suoi occhi luminescenti che avevano fatto innamorare Moravia, mi fecero capire che Dacia non mi aveva dimenticato.
Dopo quelle vicende ho spesso pensato che la sua fama di scrittrice derivasse in parte dal fatto di essere stata la seconda moglie di Alberto Moravia. Ma leggendo alcuni dei suoi romanzi, Buio e La lunga vita di Marianna Ucria mi sono ricreduto.
Adele è stata sposata per un decennio travagliato, prima di divorziare, con un inviato speciale tra i migliori in Italia. Bernardo Valli. Durante i miei incontri con lui, stabiliti sia dai suoi viaggi che dalle regole della separazione, conobbi alcuni tra gli intellettuali, giornalisti, registi e scrittori più rinomati della storia italiana del ventesimo secolo.

Leonaro Sciascia lo incontrai di persona per la prima volta quando ero con Bernardo a Piazza Navona mentre pranzavamo in uno dei nostri meeting tra padre e figlio al ristorante “I tre Scalini”. Mi ricordo ancora il suo accento marcato siciliano e i suoi romanzi e film tratti da essi come Il giorno della civetta e Il contesto.

Anni dopo Giuliano Ferrara, sempre in carne e con la stessa barba di oggi ma vestito con i calzoni corti da boyscout, accanto al padre Maurizio funzionario del PCI e giornalista dell’”Unità”.

Durante un piacevole viaggio con Bernardo in Toscana, condito da brevi dialoghi padre-figlio, visitammo la casa di campagna di Tiziano Terzani, ubicata tra le colline intorno Firenze. Tiziano e Bernardo erano stati per anni colleghi e compagni di viaggio per i loro reportage in Asia dove erano corrispondenti per i quotidiani italiani, dal “Corriere della Sera”, “La Stampa” e “Repubblica”. Quando arrivammo alla cascina dei Terzani era già in corso una grigliata con la moglie Angela e i figlio Folco e Saskia, all’epoca ancora adolescenti come me. Tiziano conduceva con maestria il barbeque e come al solito era vestito di un saio indiano di lino bianco. Era sempre allegro, rideva e scherzava e aveva i modi tipici di un turista americano, caciarone ma simpatico. Con Folco e Saskja mi appartai per qualche ora per andare a cercare i funghi nel bosco attiguo alla loro cascina. Erano dolci tutte e due come la loro madre e i funghi che avevamo raccolto. Tiziano lo incontrai poi diverse volte a Roma e una volta nell’atrio dell’Hotel Inghilterra di Via Bocca di Leone, ma era sempre vestito con il saio bianco come un vero guru. Il sorriso era sempre stampato sul suo volto ricoperto di una folta barba canuta. Era in viaggio per la Cina.

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto.
Tiziano Terzani

Giovanna Calvino la conobbi grazie a Bernardo durante una vacanza in Tunisia. Italo Calvino era un amico di Bernardo come la moglie dello scrittore Chichita che non ebbi mai il piacere di conoscere.
Con Giovanna invece in quei giorni trascorsi insieme ad Hammamet, instaurai un rapporto stretto di amicizia che per sfortuna nostra non ebbe un seguito. Capitammo insieme durante una passeggiata sulle rive del mare nella città vecchia di Hammamet durante la chiusura e la preghiera della sera. Giovanna si era un pochino spaventata quando in un vicolo della città vecchia che odorava di pelle di cammello, fummo circondati da un gruppo di ragazzini entusiasti che avevano cominciato a toccarci un po’ dappertutto senza sapere che noi occidentali delle grandi metropoli non siamo abituati al contatto fisico. Ma eravamo noi nel torto… me ne resi conto qualche anno più tardi. Giovanna era una ragazza carina, timida ma dolce e soprattutto matura già all’epoca e in quei momenti di panico rinchiusi nella vecchia città araba, ne ebbi la conferma. Qualche giorno prima, mentre andavo a messa nella chiesetta cattolica di Hammamet, venni aggredito da un gruppo di giovanotti che dopo avermi insultato come ‘cane cristiano’ mi rubarono la pagnotta che avevo appena acquistato dal fornaio. L’ostilità tra musulmani e cristiani occidentali era già nell’aria, come si suol dire…
Il padre di Giovanna è stato probabilmente il più grande scrittore italiano del secondo Novecento italiano. Eppure non fu mai il mio preferito, nonostante io abbia letto i suoi romanzi più noti come il Barone rampante e Se una notte d’inverno un viaggiatore. Una maestria incomparabile. Ma il mio gusto mi ha fatto sempre prediligere i romanzi di Moravia e soprattutto di Elsa Morante. La Storia per me rappresenta il modello di romanzo per antonomasia. Calvino spinto da ragioni ideologiche riteneva invece che lo stile della Morante in questo romanzo fosse fin troppo popolare, avendo anche alcune riserve sull’esuberanza narrativa, sulla disuguaglianza degli esiti artistici e sulla pervasiva vena populista, tanto che affermava: un narratore contemporaneo può far ridere o far paura al suo lettore, ma «farlo piangere, no! E a me La Storia ha fatto lacrimare verso la fine, con la morte di Nino e poi di Useppe… non ci posso far nulla e che il padre di Giovanna perdoni la mia semplicità.
Lui un radical chic e io un populista?

Ad Hammamet ci trascorreva le vacanza anche Craxi. Ai fondatori di “Repubblica” non faceva simpatia. Anzi, non si aspettavano che un giorno Craxi venisse sostituito da un nemico peggiore, il cavaliere Berlusconi. Un pomeriggio mentre passeggiavo sulla spiaggia insieme a mio padre e colleghi del suo quotidiano romano, incrociammo Bettino in compagnia delle sue guardie del corpo. Io, che all’epoca ero palestrato e in quel pendente a torso nudo, divenni all’improvviso un cavallo di battaglia di quella partita a scacchi che ormai da mesi si stava disputando a Roma. Uno scontro frontale e fisico (fortunatamente per me) non avvenne sulla spiaggia di Hammamet ma gli sguardi che si scambiarono le due fazioni potevano uccidere se fossero stati di fuoco.
Una mia poesia scritta in quei giorni ad Hammamet:

NORD AFRICA

Un denso lucore, una terra assetata,
beduini dal derma corvino avvolti in candidi drappi,
la mia somma veduta dell’Africa;
Da un niveo abituro
e un brolo capace
di sponda al mare,
scorgo l’annosa contrada dell’araba primavera
mentre sorseggio un tè
tra empi pescatori siculi che taffiano cushcush;
Contemplo i toni infiniti
di un tramonto africano,
percependo il clamore ribelle
di mori saraceni nei vicoli della Medina;
Un dì, montando il mio cammello
come un principe del deserto e
peregrinando nei primordi del Sahara,
tra dune di sabbia levigate
e riflesse dal sole rovente
e ruvide folate nella volta cerula,
scorgo l’attolo eliso
adorno di palme e scaturigine;
L’oasi non la reputo un miraggio
ma la visione onirica di una fausta esistenza.

E che dire di Aldo Moro? Con mio padre, nei nostri saltuari incontri, o andavo al ristorante o al cinema. Prediligevamo film Western dove lui sapeva in cuor suo di recuparare il sonno perso durante i lunghi viaggi di lavoro. Un pomeriggio decidemmo di andare a vedere Con grazia ricevuta di Nino Manfredi al cinema Adriano a Piazza Cavour. Nel buio non mi accorsi che il mio vicino di sedia era il ministro Moro. Dormivano entrambi, l’inviato speciale del Corriere della Sera e l’uomo politico della DC. Qualche mese dopo Aldo Moro venne rapito e poi ucciso dalle Brigate Rosse. Anni dopo la femminista Adele Cambria presentava il libro della brigatista Barbara Balzarani che aveva appena finito di scontare la pena per aver partecipato al rapimento, alla Casa Internazionale delle Donne a Via della Lungara a Roma.
Le casualità del destino?

Marco Panella invece era un caro amico di Adele e un collega di Bernardo. A differenza di quest’ultimo (ex coniuge e padre degli stessi due figli) si degnò ad andare a rendere omaggio alla salma di mia madre al Fatebenefratelli di Roma, dopo la sua scomparsa nel 2015, dove restò da solo con lei a dialogare per qualche minuto. Non so che cosa le disse ma probabilmente un arrivederci dato che qualche anno dopo la raggiunse nell’aldilà.
Marco era stravagante e spesso non veniva preso sul serio dai suoi interlocutori perché quando cominciava a parlare era come se cantasse un’aria dalla Tosca di Puccini e ai giornalisti quando discutono a tavola di politica, la musica romantica non piace.

Eugenio Scalfari andrebbe considerato come il caporedattore di Bernardo per antonomasia. Amici e colleghi dal giorno della nascita di “Repubblica”. Non ho mai avuto il dispiacere di conoscerlo, perché mi ha sempre ispirato una certa diffidenza e antipatia, eppure ho letto due volte di seguito Le affinità elettive di Goethe

Mentre con Sandro Viola ci siamo sempre attratti. A Parigi mi portava nei caffè della città che conosceva come le sue tasche dei suoi eleganti vestiti che si faceva cucire su misura dai sarti più alla moda di Roma. Una volta l’accompagnai dietro il Colosseo dal suo sarto personale a farsi cucire un completo. Sandro ci sapeva fare con tutti ed era una persona di tatto.
Nell’appartamento di Bernardo sulla Rue de Rennes cucinava una cuoca umbra straordinaria che avrebbe meritato almeno tre stelle sulla guida Michelin. Maria era una mera chef e nella capitale francese, coloro che erano andati a cena in quel salotto culturale di Rue de Rennes, lo sapevano. Sandro Viola compreso. Qualche anno fa dopo la sua scomparsa ricevetti una telefonata di una ragazza toscana che nei cassonetti dei rifiuti aveva trovato un diario di un certo Sandro Viola dove veniva nominato più volte Bernardo Valli ed Eugenio Scalfari. Le consigliai di mandarlo per posta alla redazione di “Repubblica” dove sia il Viola che il Valli erano stati tra i fondatori.

Anche il Presidente della Reppublica Giorgio Napolitano, quando era ancora un uomo politico del PCI, ebbe il piacere di degustare il risotto alla umbra di Maria. Io ero lì quella sera ma da spettatore in compagnia di un doberman pinche di origine asiatica, Happy.

Per concludere una mia poesia inedita:

PADRE E FIGLIO

Padre e figlio
insieme
trent’anni dopo
un’esistenza tribolata;
solidali nel lasso
dal nascimento al sonno eterno,
nel fugace ritrovo
di una solennità familiare.
Nessun cruccio
nessun cozzo
nessun tra loro;
nel focolare domestico
indi tramandato
alla progenie.

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