Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Raniero La Valle, Cronache Ottomane a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2022

Nel 1908 un giovane giornalista di appena ventidue anni, alle prime armi nel mestiere e del tutto digiuno di “faccende ottomane”, fu mandato come inviato speciale in Turchia, dal suo giornale “Il Giornale di Italia”, un glorioso giornale liberale che era stato fondato, da poco fatta l’Italia, da Sidney Sonnino, ed era diretto da Alberto Bergamini.
Si chiamava Renato La Valle. Ed è grazie a suo figlio Raniero, che ha rovistato tra vecchi faldoni e album ingialliti, della sua casa romana, che possiamo leggere questo libro Cronache ottomane – Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico, saggio che raccoglie appunto stralci di giornale e riflessioni di quel passato lontano, che acquistano oggi un sapore moderno, se non anticipatore e profetico. Si sa per capire il presente bisogna studiare il passato, e chi meglio di un testimone così attento e dotato di sintesi e fulminea intelligenza può aiutarci nell’arduo compito di decodificare il presente?

Cronache ottomane si incarica di questo non facile compito, e lo fa con uno stile suo proprio non scevro di una certa filosofia di fondo, piuttosto evidente e manifesta. Chi erano i Giovani Turchi? Come giunsero in Turchia gli aneliti costituzionali e i precetti liberali? Come tutto degenerò con il Genocidio armeno, durante la Prima Guerra Mondiale? Che legami ebbero l’Italia giolittiana con la Libia e la Tripolitania, quest’ ultima allora territorio ottomano? A queste e a molte altre domande potrete avere delle risposte che vi aiuteranno a ricostruire perché l’Islam, e con questo termine generalizzo tutto un mondo, sia diventato il nemico numero uno dell’Occidente.

La mente brillante, sia del padre che del figlio, ci aiuterà infatti a compiere questo sforzo concettuale, e a disvelare alcune occulte manovre e strategie che non sono altro che manovre e strategie politiche ed economiche.
Renato la Valle arrivò a Costantinopoli nell’agosto del 1908, quando la rivoluzione (del 24 luglio) c’era stata da un mese. Da quel momento osservò e trascrisse per il suo giornale le cronache di quel dopo, che tanto determinante fu per la storia turca e non marginalmente per l’Occidente tutto.

Costantinopoli, l’antica Bisanzio, aveva il nome di un Imperatore cristiano, Costantino, ed era la capitale dell’Impero cristiano d’Oriente. Ma all’inizio di questa storia, nell’agosto del 1908, sedeva sul trono del supremo potere un sultano musulmano, il Califfo Abdul Hamid, il quale dal 1876, attraverso un Gran visir che guidava un governo detto anche “Sublime Porta” (come in Italia si dice Palazzo Chigi), dominava sull’Impero ottomano, uno degli Imperi più longevi e più grandi della storia.

In un alternarsi di parti discorsive (di Raniero La Valle) e di stralci di articoli o trascrizioni di telegrammi (di Renato La Valle), insomma facciamo luce su un periodo buio e ormai nascosto dalle ombre del tempo. Ed è singolare ma tutto è riportato cronologicamente, con date precise. I testi riprodotti su due colonne sono infatti le corrispondenze originarie di Renato La Valle, che generalmente mandava per posta, con uno scarto di due o tre giorni dall’invio all’arrivo a Roma. Di poche ore solo quando si trattava di telegrammi.
Dalla rivoluzione del 1908 all’arrivo al potere di Ataturk, tutto l’arco temporale è coperto, fino al commento dell’ormai ex inviato del Giornale di Italia che dedicava gli ultimi due articoli della sua carriera alla Turchia, sulla base della sua esperienza maturata come corrispondente da Costantinopoli.
Chiude il saggio un intervento conclusivo intitolato Il Dio della guerra non esiste fulcro della religiosità di papa Francesco che cambia per sempre la figura di Dio in rapporto alla guerra, ponendo queste due entità su due rette parallele inconciliabili, anzi definendole come due realtà che escludono l’un l’altra. L’autore condivide questa filosofia di pensiero e invita il lettore (che sia musulmano o cristiano) a fare lo stesso.

E questo ormai lo si può dire non solo parlando dal cuore del cristianesimo, ma anche parlando dal cuore dell’Islam. Il 13 ottobre 2007 centotrentotto leader religiosi musulmani di tutto il mondo scrissero una stupenda lettera alle chiese cristiane proponendo di riconoscere una parola comune tra voi e noi, e questa parola comune era il doppio amore per Dio e per il prossimo. Era l’offerta di un vero e proprio dialogo sulla fede comune che però, allora, al di l° di un gradimento di tipo diplomatico, i responsabili delle chiese cristiane di fatto fecero cadere. Poi venne l’Isis, e il 19 settembre 2014 è apparso un altro documento di matrice islamica che dell’Islam offre un’ immagine molto bella, ben diversa dalla maschera crudele dietro cui lo nasconde il sedicente nuovo Califfato, ma anche diversa dagli stereotipi dell’Islam cattivo correnti in Occidente. Si tratta, anche in questo caso, di una lettera di centoventisei guide religiose e studiosi islamici, rivolta però allo stesso Califfo al-Baghdadi, per condannare i delitti e per raccontare al mondo la vera natura, misericordiosa e pacifica, della fede della comunità islamica.

:: FRANCO FERRAROTTI: “VOCI DALLA CLAUSURA” E “L’AMICA BISBETICA”, GATTOMERLINO, ROMA, 2020 E 2021 a cura di Antonio Catalfamo

23 giugno 2022

Franco Ferrarotti, giunto al culmine degli anni, sta realizzando il “Somnium Scipionis”, contenuto in un frammento del “De re publica” di Cicerone, in cui «il vecchio Scipione compare in sogno al nipote Emiliano e gli dice che l’ideale sarebbe di riuscire a unire il “bios theoretikos”, la vita teoretica contemplativa dei greci, con il pragmatismo dei romani e poi Emiliano, “somno solutus”, sciolto dal sonno, si sveglia» (“Dialogo sulla poesia”, con un’antologia poetica, a cura di Piera Mattei, gattomerlino, Roma, 2018, p. 32).

Il grande sociologo, infatti, da un lato, deve adeguarsi alle esigenze pratiche, come muoversi ed alzarsi, dalla sedia o dal letto, con circospezione, prendere tutta una serie di precauzioni, imposte dall’età, per «raccordare» il suo organismo con la «volontà di movimento» ed evitare brutte cadute, e, dall’altro lato, ha la possibilità di «richiamare» «tutto il mondo teoretico, le idee, raccordarle con calma, con tranquillità» (ibidem).

E allora sgorga la poesia, che si configura, leopardianamente, come «ultrofilosofia», concrescenza di sentimento naturale e ragione, nella quale, però, «la natura abbia la maggior parte». Un’«ultrafilosofia», che «conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicina alla natura». Così leggiamo in un pensiero dello “Zibaldone” datato 7 giugno 1820. Un’ «ultrafilosofia» che, essa sola, può garantire una «rigenerazione».

La poesia si presenta come l’attività umana per eccellenza, che precede e racchiude, sovrasta, tutte le altre, intellettuali e pratiche. Tant’è che i primi legislatori, i primi filosofi, sono stati innanzitutto «poeti». Scrive, a tal proposito, Ferrarotti: «Le antiche costituzioni, quella di Licurgo per Sparta, erano testi poetici, ma anche Parmenide, Zenone, gli antichi testi filosofici erano poemi» (“Dialogo sulla poesia”, cit., p. 45). La poesia è la forma più autentica di conoscenza, perché compie il “miracolo” di attribuire ad «un’esperienza circoscritta, minuta, empirica, anche, se si vuole, miserabile, attraverso la metafora […] un significato universale» (ivi, p. 12).

Si sviluppano all’insegna del «somniun Scipionis», della saldatura tra teoresi e prassi, e dell’«ultrafilosofia», come concrescenza di sentimento naturale e ragione, le due ultime raccolte poetiche di Franco Ferrarotti, pubblicate, rispettivamente nel 2020 e nel 2021, dall’editore gattomerlino: “Voci dalla clausura”; “L’amica bisbetica”. Tutta la propria vita scorre davanti al poeta e impone una riflessione pacata. E’ la sua vita individuale, ma anche quella di tutto un mondo, il «mondo della penuria», vale a dire il mondo contadino, con la sua ricchezza umana, i suoi valori, che sono stati distrutti dalla società industrializzata e, poi, informatizzata, la società digitale iperconnessa dei giorni nostri, che annulla sia la dimensione collettiva, sia quella individuale, e sostituisce alla vita reale quella virtuale, predeterminata nei suoi contenuti da chi detiene il potere, nascondendosi dietro l’anonimato di Internet, e incidendo in maniera subdola sulle coscienze, trasformando le idee in cibi precotti, già preparati dai padroni del mondo, che impediscono la libertà dell’autodeterminazione, nel campo delle idee e dei comportamenti, in capo ai popoli e ai singoli individui.

La poesia di Ferrarotti si fa essenziale, verticale, e i versi spesso coincidono con singole parole, rappresentando un filo sottile della coscienza, che, però, non si spezza, permane con tutta la sua robustezza e con la sua capacità riflessiva autonoma. Così Ferrarotti descrive il mondo contadino della sua infanzia nella poesia d’apertura del volumetto “Voci della clausura”, come se di esso gli giungesse un’eco lontana in un mondo in cui, per converso, è sparita ogni presenza umana reale ed autonoma, per l’appunto: « Dall’esilio autoimposto / dal silenzio / dalla clausura in cui si mescolano notte e giorno / voci mi giungono interrotte / da lontani silenzi / cinguettii di rondini sfreccianti / il mondo che non ha ritorno / il mondo della lanterna / nitrivano i cavalli fra le stoppie / frinivano le cicale / nell’erba alta / anatre e oche nell’aia starnazzavano // muggivano le mucche / sparse nel prato / ferme / monumenti contemplanti / voci umane / voci animali / rompevano il silenzio / discreta musica / deserti mattini / sono tornati i pesci nel Canal Grande / anatroccoli nella “barcaccia” del Bernini. /Abbiamo perso ingombrante / la presenza umana / nell’Universo» (ivi, pp. 9-10).

La società attuale si è ridotta ad una «rete di ricatti reciproci, disordinato insorgere di rancori e sfiducia. E’ in crisi il rapporto interindividuale» (“Le ragioni della poesia nella società irretita”, gattomerlino, Roma, 2019, p. 20). Sono venuti meno i valori, gli ideali, che appartengono al passato, e , perciò, Ferrarotti lo rievoca con evidente nostalgia. La sua non è una visione conservatrice, “antiquariale”. Lo stesso Leopardi ha esaltato le civiltà antiche, in quanto quelle che si sogliono chiamare spregiativamente «illusioni» hanno spinto, per l’appunto, gli antichi a grandi gesta, ad abbracciare grandi passioni, e a fare grande poesia, che ora si è smarrita, nei tempi «moderni», dominati dal materialismo assoluto, dal razionalismo deteriore, che assume i connotati dell’interesse gretto, dell’egoismo più sfrenato.

Per queste ragioni, il richiamo al passato, come è stato messo in risalto proprio con riferimento a Leopardi dalla critica più avveduta, non necessariamente deve avere funzione conservatrice o, addirittura, reazionaria. Un ulteriore aspetto dell’«ultrafilosofia» consiste, infatti, nel continuo alternarsi di illusioni e ragione: la seconda distrugge le prime, che rinascono in forma nuova, vengono distrutte per l’ennesima volta, ma risorgono in forme sempre rinnovate, anche grazie all’immaginazione, che consente di andare oltre i sensi, al di là della vista, verso l’«infinito».

Lo sciogliersi nella natura, nel cosmo, alla ricerca dell’«infinito», caratterizza anche i versi di Franco Ferrarotti. L’«immaginazione» s’intreccia con la «memoria», assume una funzione moltiplicativa della realtà. La consapevolezza del «nulla» determina in lui la stessa reazione orgogliosa che troviamo nell’ultimo Leopardi, l’esaltazione dell’«io», la riacquisizione di tutte le sue energie e pulsioni vitali, a partire dall’amore. In Ferrarotti è fortemente presente la dimensione «erotica», della quale egli, nonostante l’età avanzata, non si vergogna affatto, perché rappresenta una componente fondamentale della vita. Scrive, infatti, l’illustre accademico nella sua confessione preliminare a “L’amica bisbetica”: «Credo di aver perso la fede verso i dieci anni, quando dovevo confessare gli “atti impuri”, vale a dire le numerose trasgressioni del sesto comandamento, per lo più dovute ad un sano istinto di auto-esplorazione. Mi pareva difficile e comunque incongruo considerare “impuri” gli atti da cui nasce la vita» (ivi, p. 9). L’ eros finisce per identificarsi con la vita e con la poesia, è anch’esso «la più grande forma conoscitiva» (“Dialogo sulla poesia”, cit., pp. 19-20). Ma va inteso nella sua vera essenza, superando la scissione artificiale e artificiosa tra corpo e spirito che è stata introdotta da Platone ed è presente nella religione cattolica, con il conseguente sentimento di «colpa», di «peccato della carne».

Non era così nei grandi poeti latini, come Catullo. Scrive Ferrarotti: «In Catullo […] non c’è questo eros dimidiato, e non esiste il senso di colpa, non c’è il “super ego” in termini freudiani… E quindi cosa c’è? C’è un’unità straordinaria, magnifica da capire non solo con l’intelletto, la ragione, ma col basso ventre. E qui c’è la grande forza della poesia: la poesia è una voce, ma è una voce in cui si avverte la grana della voce. E’ tutto un insieme, la carne e il sangue, senza la scissione operata da Platone» (ivi, p. 21). Come in Leopardi, anche in Ferrarotti c’è un rapporto inscindibile tra poetica e poesia, tra le sue teorie sull’uomo e la società ed i suoi versi, la visione del mondo che da essi emerge. Nella poesia di Ferrarotti troviamo questa forza dell’eros inteso classicamente come soffio «vitale»: «La forza dell’eros in senso classico è questa fondamentale unione, l’essere umano come carne e come spirito, spirito che spira, “anemos” proprio come soffio. E nello stesso tempo, proprio congenitamente legato a questo soffio, c’è l’impeto vitale da cui nasce la vita» (ivi, p. 22).

L’eros è, dunque, vita e dura finché essa dura. Leggiamo nei versi di Ferrarotti: «Ti sogno / mi vergogno / agogno / Ti sogno a gambe aperte / fiore corolla estuario / sudario / santuario / porto finale di passioni inconsumate / appassite / passate / inizio e fine / nostalgia di certe passeggiate / nella muta solitudine / dell’innocenza perduta» (“Sogno a mezzanotte”, in “Voci dalla clausura”, cit., p. 24). E ancora: «Capezzolo monello. girasole / della mia povera vita errabonda / Tu sei insieme perno, luna e sole / e sai di quante lacrime essa gronda. // Irrorami lo sterno, amore mio / i tuoi succhi vitali sono ambrosia / cade la notte, preda dell’oblio / vago nell’ombra di me stesso sosia. // Ma torneranno i giorni in cui le dita / saluteranno il sorgere dell’alba / diafani segni nel ciel della vita / oltre il grigiore dell’ignavia scialba» (“Notturna ambrosia”, ivi, p. 26). E a proposito della «sacra unione» tra spirito e corpo, che eleva al cielo: «Vorrei in te intuarmi, cavallina, / quale che sia il tempo che m’aspetta / baciarti la falcata ogni mattina / come conviene a chi d’amor rifletta. // Ma so che già lontan di buona lena / trottando vai per lidi a me preclusi / gemetti un giorno sul futon, serena / ilare l’aria intorno a noi refusi // nella carnal gaudiosa combustione / avvinti nell’afrore del piacere / per consumarci nella sacra unione / che al ciel innalza un inno di preghiere» (“Anima e carne”, in “L’amica bisbetica”, cit., p. 21). E, ancora, sulla scia di Catullo: «Il sentierino che dalla vagina / va ai dolci anfratti ove sostare è bello / amatissima strada clandestina / percorsa spesso da un estro monello. // Ed eccoci invasi dall’orgasmo / uniti in quel di sfavillante / a chiasmo radicati nella carne / una indivisa / palpitante / verrà il gran giorno. // Donami i tuoi occhi / per un istante solo di paradiso / i tuoi seni / l’anche flessuose / il viso / oltre la vanità di sogni sciocchi» (“Amate strade”, ivi, p. 10).

Come nell’ultimo Leopardi, amore e morte si intrecciano nelle poesie mature di Ferrarotti. La morte non è qualcosa di scisso dalla vita, ne rappresenta la continuità naturale, da accettare senza fratture traumatiche: « “Mors tua vita mea” / verrà verrà / ma non si sa / né come né quando / verrà forse danzando / o balbettando o “lento pede” / quando nessuno se l’aspetta / e neppur la vede / circospetta / l’uomo strabuzza gli occhi / ed è già spento / oh, morte ballerina / quando mi prenderai? / Di sera o di mattina? Mi liberi dall’onda / di una lunga vita / sia pure a notte fonda / sei l’ospite squisita» (“L’ospite squisita”, ivi, p. 25).

Ferrarotti va incontro alla morte con serenità, scherza con essa, gioca, come emerge dalla funzione ironica che in questi ultimi versi egli assegna alla rima, la considera «squisita ospite», come «amica bisbetica»: «Aspetto la morte / come un’amica bisbetica / verrà, non verrà? / Nessuno lo sa. / Ma so che all’appuntamento / sia sole o pioggia o tiri vento / non mancherà» (“L’amica bisbetica”, in “Voci dalla clausura”, cit., p. 20).

Franco Ferrarotti, come i grandi poeti, come Leopardi nell’interpretazione del De Sanctis, parlandoci della morte ci fa amare la vita.

Franco Ferrarotti, nato a Palazzolo Vercellese, è personalità originale, poliedrica e versatile: è stato consulente industriale, diplomatico, deputato, professore universitario, ma soprattutto è il creatore della sociologia in Italia. A Roma, nel 1960, vinse la prima cattedra di quella materia messa a concorso in Italia.
Poliglotta e studioso di apertura internazionale ha collaborato e collabora con le maggiori università e con importanti riviste scientifiche statunitensi, oltre che europee.
Molti dei suoi libri sono tradotti in francese, inglese, spagnolo, russo, giapponese e in altre lingue.
Si è interessato dei problemi del mondo del lavoro e della società industriale e postindustriale, dei temi del potere e della sua gestione, della marginalità urbana e sociale, delle credenze religiose, delle migrazioni.
È stato insignito dei maggiori riconoscimenti, nazionali e internazionali. Dal 1967 dirige la rivista La Critica Sociologica.

:: Che razza di libro! Jason Mott (NN editore, 2022)A cura di Viviana Filippini

21 giugno 2022

“Che razza di libo!” Un titolo, ma anche l’esclamazione che ogni tanto ti balza per la testa leggendo appunto “Che razza di libro!” di Jason Mott, edito da NN editore. Il lettore segue passo passo le vicende di questo scrittore americano dalla pelle nera che ha appena pubblicato un libro di grande successo e che sta girando gli Stati Uniti d’America per presentarlo. Durante il tour promozionale il protagonista non si fa mancare nulla: scappatelle amorose, interviste, sbronze pazzesche, situazioni che evidenziano un progressivo andare verso la sregolatezza. A mettere un po’ un freno alla dissolutezza del noto scrittore compare dal nulla, così sembra, questo ragazzino con la pelle scura, ma così scura da essere vista come una peculiarità sua ed esclusiva. Lo scrittore ascolta questo giovanotto che ha scelto di essere invisibile ai più, ma che ad ogni comparsata gli racconta un pezzo della sua vita  e getta nel panico l’affermato autore perché lui, conoscendosi bene, si domanda se quello che sta vivendo sia un sogno o realtà e se quel ragazzino che parla lo sente solo lui o anche gli altri che gli stanno attorno. Lo scrittore protagonista della storia si tormenta con tali domande per il semplice fatto che è conscio di essere affetto da una strana sindrome che gli impedisce di capire dove finisce il confine tra realtà e fantasia, ed è convito che forse quel ragazzino dalla vita non tanto facile sia reale, ma il dubbio che lo tormenta lo spinge di continuo a chiedersi se lo è davvero. Vero è che questa storia dal ritmo serrato porta chi legge a zonzo per gli Stati Uniti d’America in situazioni a volte davvero a limite del surreale e Mott mette in campo diversi temi come la diversità, il razzismo del passato radicato ancora nel presente e rivolto verso coloro che sono identificati come i diversi, unito agli effetti che tale pregiudizio scatena in chi li subisce e sulla società. Il lettore immerso nelle pagine potrebbe quindi davvero trovarsi ad esclamare: “Che razza di libro!”, perché durante la lettura si ha come la sensazione che lo scrittore, alle prese con quel ragazzino con la pelle scura e con un passato di sofferenza alle spalle, stia facendo i conti con il suo io bambino. Mettendo assieme le caratteristiche dei protagonisti della storia e di chi l’ha scritta nella realtà, non è difficile pensare che lo scrittore del libro sia lo stesso Mott e allora sì che ci sta l’esclamazione: “Che razza di libro!” (detta in senso buono e positivo), perché la geniale struttura narrativa creata da Mott porta chi legge  a scoprire una storia nella storia, un libro che racconta come è nato lo stesso libro in lettura. Ecco che quello scrittore tra le pagine, impegnato in un serrato faccia a faccia con quel misterioso bambino senza un nome preciso, mi ha dato la sensazione di un adulto alla prese con la sua coscienza più pura, libera da paletti e pregiudizi che richiama l’autore protagonista nel libro, l’autore del libro (Mott) e anche il lettore odierno diventato uomo adulto a ritrovarsi e a non scordarsi del proprio passato e delle proprie radici.  

Jason Mott è uno scrittore americano, autore di romanzi e poesie. Che razza di libro! è stato selezionato in diversi premi, tra cui il Carnegie Medals for Excellence in Fiction, l’Aspen Words Literary Prize, il Joyce Carol Oates Prize. Ha vinto il Sir Walter Raleigh Prize for Fiction e il National Book Award for Fiction 2021. “Che razza di libro!” Romanzo vincitore del National Book Award 2021. Questo libro è per chi ha inventato un pianeta senza nome, un luogo felice dove riconoscersi e sentirsi finalmente a casa.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa NNeditore

“La vendetta di Giobbe” di Roberta de Falco, Edizioni Piemme a cura di Valeria Gatti

13 giugno 2022

“Erano saltati i riferimenti, la fiducia nel futuro si era disintegrata, il tessuto economico era stato sconvolto, la speranza in tutte le sue forme minata in maniera irrimediabile.”

Alzi la mano chi non prova un brivido di suggestione quando scrivo “Trieste”. Trieste è una città che pulsa di storia; è fine o principio; è una località dove il sole si specchia nelle onde del mare e dove il vento porta (o allontana) emozioni.

In questa affascinante località, Roberta de Falco (alias Roberta Mazzoni) ha ambientato il suo nuovo romanzo giallo dal titolo “La vendetta di Giobbe”. La città ha un ruolo ben definito, in quest’opera: è uno sfondo presente che si mostra in maniera sincera, reale. L’incipit non lascia dubbi, circa il posto che occupa Trieste durante la narrazione:

“Non importa quante volte hai svoltato a quella curva, quante volte ti si è spalancato davanti quel golfo d’argento e luce, quante volte sei stato investito dal baluginare delle onde che si infrangono in lontananza contro le lunghe scie di boe dell’allevamento di cozze. Ogni volta è un colpo al cuore”.

L’idea di usare la seconda persona, in questa prima fase, è gradevole ed efficace: il lettore si sente gratificato, coinvolto.

Il resto della narrazione non è da meno. La scelta stilistica è quella che ormai va per la maggiore, nel genere: i capitoli si alternano tra passato (siamo intorno al 1995) e il presente (autunno 2020, seconda ondata della pandemia). La voce narrante segue l’andamento temporale: prima e terza persona, rispettivamente. Il tono di voce è a personale e intimo, nel primo caso, lineare e schematico nel secondo. Nel complesso, la voce narrativa è avvincente.

La trama si snoda attorno a un uomo, Tullio Gruden, che viene ritrovato cadavere. L’ispettore Davolio e il suo sarcasmo pungente e indisponente, l’agente Pitacco e la sua silenziosa pazienza, il Pubblico Ministero Valerio Gargiulo di ritorno da Napoli insieme al commissario Elettra Morin indagano sulla vita dell’uomo, sui suoi vizi, le sue attività professionali (e non). La voce narrativa punta su Elettra, come una luce che dall’alto illumina la via. L’autrice ci presenta un quadro completo in cui emozioni, carattere, professione, desideri, passato e presente si fondono per creare un personaggio che convince e che traina gli eventi.

“La vendetta di Giobbe” rientra nel genere giallo con una forte propensione al sociale. Sono tanti gli aspetti della società che emergono, durante e fino al termine della lettura. Lo sfondo storico – la seconda ondata della pandemia Covid – è il contesto narrativo perfetto per affrontare le azioni illecite del passato, il crollo delle certezze, la criminalità, la discriminazione, l’omertà, i raggiri, lo sfruttamento, la paura del futuro e, per finire, le ombre sulla speranza. Un contesto ad affetto che, elaborato al punto giusto, ha saputo diventare un mezzo per parlare d’ amore, di fiducia, di solidarietà, di speranza, di legalità e ultimo, non per ordine di importanza, di rapporti familiari non perfetti ma di valore inestimabile.

Roberta de Falco è lo pseudonimo di Roberta Mazzoni, autrice e sceneggiatrice cinematografica. Ha pubblicato diversi thriller seguendo le indagini di Ettore Benussi, commissario della Mobile di Trieste: Nessuno è innocente, Bei tempi per gente cattiva, Il tempo non cancella, Non è colpa mia. Elettra Morin, allieva di Benussi, è la protagonista di questo nuovo romanzo.

:: Bandito, Selma Lagerlöf, (Iperborea 2022) A cura di Viviana Filippini

26 Maggio 2022

Selma Lagerlöf torna in libreria con “Bandito”, libro edito da Iperborea. Partendo dalle vicende del giovane Sven, tornato in Svezia dopo anni passati nell’aristocrazia inglese ed essere sopravvissuto ad una spedizione al Polo Nord, capiamo subito che il giovanotto non avrà vita facile nella sua terra. L’autrice pone l’attenzione su quanto un’azione compiuta possa avere conseguenze perenni sul vissuto della persona che l’ha messa in atto. Ne sa qualcosa appunto Sven, il protagonista di “Bandito” che, tornato a casa, si trova ad avere attorno vera e propria terra bruciata. Nessuna delle persone che Sven incontra riesce a comprendere quel gesto da lui compiuto durante la spedizione al Polo Nord. I suoi conterranei non comprendono che quel gesto non è stato compiuto per cattiveria, ma è stato fatto per spirito di sopravvivenza proprio e degli altri membri della spedizione. Il cannibalismo risulta essere inaccettabile agli occhi della gente che conosce Sven, è un atto ritenuto una vera e propria mostruosità che allontana tutti dal protagonista, tanto che quel cibarsi per sopravvivere, gli resterà addosso come un marchio indelebile. Non importa se Sven farà ogni cosa possibile per aiutare il prossimo, prestandosi a costruire una scuola, a riportare ordine su un peschereccio che aveva perso la sua funzione lavorativa, ma neppure il giovane parroco arrivato con la moglie Sigrun lo perdonerà e Sven sarà sempre visto come il bandito, colui che si è macchiato di un peccato gravissimo che deve essere escluso per l’immonda azione compiuta. L’unica persona che sembra essere in grado di comprenderlo è proprio Sigrun, la giovane moglie del parroco. La storia di Sven e Sigrun viene poi narrata da Lotta Hedman, una donna che ha strane visioni mistiche, una grande fede e che conosce bene quello che riguarda i due giovani e il loro destini intrecciati, a tal punto da diventare quasi indissolubili. La ricerca di stabilità e di pace che i personaggi stanno compiendo non solo è complicata, ma viene messa in crisi dalla Prima guerra mondiale che porterà i protagonisti di questa storia a rivedere in modo completo le loro scelte di vita. Selma Lagerlöf, la prima donna ad aver vinto il premio Nobel nel 1909, con “Bandito” crea una storia dove la realtà bellica e il destino di Sven e Sigrun si intrecciano a dimostrazione di come i conflitti (mondiali e sociali dei singoli) sconvolgano l’esistenza delle persone. “Bandito” è anche una storia di un lungo e doloroso cammino di un uomo alla ricerca di un riscatto sociale, di redenzione, ma soprattutto di comprensione vera da parte del prossimo che sembra solo giudicare senza cercare a fondo le origini di gesti compiuti per la sopravvivenza. Traduzione di Luca Tapparo. Postfazione di Chiara Valerio.

Selma Lagerlöf è nata a Mårbacka nel Värmland nel 1858 e morta nel 1940. Destinata a diventare, da maestra elementare, prima donna Premio Nobel nel 1909 e prima donna a essere nominata fra gli Accademici di Svezia nel 1914, è forse la scrittrice svedese più nota e amata nel mondo. Tra le tante opere ricordiamo la “Saga di Gösta Berling” (1891), censurata aspramente dalla critica positivista, il  “Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson” e tanti altri.

Source: libro richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: MARIA TERESA LIUZZO: “DANZA LA NOTTE NELLE TUE PUPILLE” a cura di Antonio Catalfamo

21 Maggio 2022

Nonostante sia presente da tanti anni nel mondo letterario ed abbia alle spalle una produzione notevole, dal punto di vista quantitativo e, insieme, qualitativo, Maria Teresa Liuzzo ad ogni nuova opera continua a stupirci, proponendo novità significative nei contenuti e nelle forme, pur mantenendo intatto il filo rosso che la lega a quelle precedenti. Così accade anche in questa nuova silloge di versi: “Danza la notte nelle tuepupille” (A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022).

Antonio Piromalli, nella prefazione ad una raccolta precedente, “Psiche” (Jason editrice, Reggio Calabria, 1993), ben descrive il meccanismo che sta alla base della poesia e della poetica della Liuzzo: «Non siamo solamente alla descrizione dei fenomeni (che non può mancare) ma all’interpretazione individuale di ciò che avviene nel teatro della storia. Anzitutto c’è una coscienza inquieta e ricca di dubbi. L’atmosfera è carica di timori, di ansie per il destino degli uomini nella loro storia mentre la “psiche” osserva (e patisce) la crescita della realtà nei suoi molteplici aspetti (spesso contrastanti), le tensioni verso il futuro» (p. 7).

Come al solito, Piromalli ha dato prova, se ce ne fosse bisogno, della sua acribia filologica, della sua capacità di condensare in poche righe concetti profondi, di cogliere l’essenza della poetica di un autore. La poesia di Maria Teresa Liuzzo è, infatti, sintesi tra realtà «oggettiva» e realtà «soggettiva»: la prima viene filtrata attraverso la seconda, per il tramite della ragione, che, però, è una ragione problematica, dubitativa, per nulla dogmatica e fondata su certezze e verità assolute, bensì relative, pronte ad essere sempre messe in discussione e superate in altre, anch’esse poi riviste e superate in un processo gnoseologico (e poetico) infinito.

Lo stesso avviene in questa nuova raccolta, ma con alcune novità. Non siamo in presenza di poesia «sociale», bensì d’amore. Ma opera lo stesso meccanismo compositivo e di poetica. E’ qui necessaria una precisazione. La poesia amorosa ed esistenziale, in Italia, in tutti i secoli, compresi il Novecento e questo nostro Terzo Millennio, ha pagato un prezzo troppo alto ai “modelli” delle origini della letteratura italiana, in particolare a Dante Alighieri ed alla sua opera, seppur monumentale. E’ prevalsa l’immagine dell’amore etereo, della donna «angelicata», simbolo dell’amore verso Dio, oggetto di venerazione da parte dell’innamorato. Questi “modelli” hanno subito, in più, un processo di schematizzazione e di conseguente banalizzazione, specie nel Novecento, fino ai giorni nostri, nei quali la poesia amorosa e, in generale, esistenziale assume spesso carattere dozzinale. Escono continuamente raccolte poetiche lacrimevoli, lamentose, che “fanno il verso” ai modelli originari, dando vita ad un sottobosco letterario che ci invade e pervade e che costringe il critico alla fuga.

Maria Teresa Liuzzo non appartiene a questo esercito di “imitatori maldestri”. Antonio Piromalli ne rivendica l’afflato novecentesco, e si riferisce, naturalmente, al migliore Novecento, a quello “laico”, libertario, fantasioso, talvolta “irriverente”. Ma la poesia della Liuzzo, segnatamente in questa raccolta, ha lontane e solide radici, che risalgono anch’esse alle origini della letteratura italiana, seguendo, però, filoni diversi da quello dantesco. Scrive il Petrarca in “Più volte già del bel sembiante humano”: «Mio ben, mio male, et mia vita, et mia morte». L’amore non viene visto più come tramite per il legame con Dio, ma come fonte di gioia e, nel contempo, di dolore, di vita e di morte. E c’è in Petrarca una nuova dimensione, «dubitativa», problematica, dell’amore, che rappresenta il «trait d’union» tra il “Canzoniere” e il “Secretum”, in quanto in quest’ultimo il sentimento religioso è vissuto anch’esso in maniera articolata, fondato sul dubbio, tutto da costruire, passo dopo passo. E la ragione è lo strumento che consente al Petrarca di filtrare la realtà per trasformarla in poesia. Una tappa successiva è costituita, nella nostra letteratura, dal Leopardi, dalla sua poesia nutrita di pensiero, dalla sua visione dolorosa dell’amore. Eppoi, nel Novecento, per l’appunto, Cesare Pavese, con le poesie de “La terra e la morte”, dedicate a Bianca Garufi, e di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, dedicate a Constance Dowling, dal titolo già molto esplicito, nonché con i “Dialoghi con Leucò”, laddove Leucotea è una divinità marina che dà la vita, ma anche la morte, così come ogni donna, nella visione del poeta piemontese. E’ questo l’«urlo del Novecento», l’ascendenza novecentesca della poesia di Maria Teresa Liuzzo, alla quale fa riferimento, probabilmente, Antonio Piromalli.

Nella raccolta della poetessa, che qui prendiamo in esame, c’è un’esplicita dichiarazione di poetica nella poesia “Indossare la luna e porre…”: «E scrivo perché / la stagione me lo impone, / l’anima lo richiede / e la ragione mi riporta in vita» (p. 13). Da questi versi emerge il ruolo della ragione come filtro che consente di trasfigurare e transcodificare la realtà in poesia. Ne nasce tutta una riflessione, che dà concretizzazione, per l’appunto, alla poetica di Maria Teresa Liuzzo. Un ruolo fondamentale viene esercitato dagli occhi, dalla vista, come ci dice il titolo della silloge, “Danza la notte nelle tue pupille”, così come la poesia eponima: «Il colore dei tuoi occhi / veste la solitudine dell’ora / e sgomitola la sapienza dei corpi // ombre di un desiderio mai dissolto, / sulle labbra come graffi di memoria, che geme / in lenzuola di geometrie allo specchio». Gli occhi dell’amato, certamente, che racchiudono tutto un mondo di affetti, che riemerge come memoria, ma, nello stesso tempo, gli occhi di chi ama e che, attraverso la vista, costruisce (e ricostruisce) dentro di sé l’immagine della persona amata, e questa vista costituisce il primo momento del processo gnoseologico, e, insieme, poetico della Liuzzo.

E qui emergono altre “ascendenze” letterarie, legate alla poesia italiana delle origini. Mi riferisco al filone averroista, rappresentato da “Donna me prega” di Guido Cavalcanti e mediato attraverso il trattato “De amore” di Andrea Cappellano. La vista genera una «cogitatio immoderata», una fantasticazione illimitata, sulla persona amata, considerata nella sua dimensione sia fisica che “spirituale”, come tale che determini in chi l’ama gioia, ma anche dolore, fino alla morte. Troviamo nei versi della Liuzzo immagini ossimoriche come «e la gioia del pianto / scioglierà il mistero» (p. 6). Questi versi sono dominati da una forte passione, che viene filtrata dalla ragione, come dicevamo, che ne stabilisce i reali connotati: »Non saremo l’ieri / di un desiderio bruciato, / ma vento e fiori / che sfogliano passioni, / la ragione che si stringe ad ogni parte / di noi nel nostro cercarci e scomporci» (ibidem).

E in questa ricostruzione razionale, l’amore è sì morto con la persona amata, ma, nello stesso tempo, rivive in mille configurazioni diverse, come amore carnale, certamente, amore che ritorna, al pari di quello di Ulisse, che soddisfa le voglie a lungo sopite della sua sposa, a riaccendere e a spegnere fuochi vitali: «Ma tu non temere / ch’io possa non attendere / il ritorno di Ulisse, e il sole / che colgo nei suoi abbracci, fedele nel cratere di un papavero. // Il letto vesto come sposa / allo splendore della luna, / giacché ti sento come brezza / che cresce e mai non declina / in questa smania di vita / fatta voce» (p. 5). Ma anche come sogno, come silenzio che lo prolunga nel tempo: «Brucia il silenzio / sugli altari della parola, / come un lampo di fiaba / dove continui a cercarmi / in ogni colore dell’attimo» (p. 4). Amore come ricordo, nella doppia dimensione gioiosa e dolorosa: «Raccontami / quando ti addormentavi / sul mio seno / e il sole tramontava / sui cuscini. / L’ultimo raggio in essi / trattenevo e colmavo / di quel pianto, / che non serrava / le porte alla speranza» (p. 11). E poi: «Parlami ancora, / tra dolci tempeste / smarrite nell’argento / delle sabbie. / Ci umilia la stagione / nel fiume della notte. / Se le distanze / non oltrepassano memorie, / ti trattengo / in lunghi battiti di cigli, / al dolce tepore di ogni perla» (ibidem). Amore che si scioglie nella natura, nei suoi colori, nei suoi odori, nei suoi sapori: «Siamo primavere innamorate / del miele dell’inverno, / germogli sempre nuovi di un amore / che orbita nella memoria dei sensi / e nell’oro delle spighe. / E tu sei qui, nel mio candore, tu, / odoroso di melagrana, aperto / alla luce della vita» (p. 7). E ancora: «Nascere / dove i ciliegi offrono corolle / ad albe sconosciute / increspate d’acque. / Essere vento, nettare, farfalla, / strada fiorita di trine colorate. / Miele di luna avvolga / ogni mia culla» (p. 14).

Emerge qui, infine, la dimensione «orfica» della poesia di Maria Teresa Liuzzo, legata a quel mistero che da millenni circonda, per l’appunto, i riti orfici, nel loro impasto inestricabile con quelli dionisiaci, sospesi tra la terra e il mondo inferino, e che sta alla base della poesia, con le sue lontane scaturigini nel mito di Orfeo. Questo mistero caratterizza la poesia di Maria Teresa Liuzzo e circonda, nel contempo, la sua figura così piena di fascino evocativo di una femminilità calabra, che affonda le radici nei millenni, novella Persefone sospesa tra mondo ctonio e mondo ipoctonio.

:: Condominio Noir, AA.VV. (Watson edizioni, 2022) a cura di Giulietta Iannone

20 Maggio 2022

Se ne parlava da anni di un’antologia noir che raccogliesse le più significative voci femminili del genere, e sembra che Livia Frigiotti per Watson abbia dato concretezza a questa idea: Livia Sambrotta, Cecilia Lavopa, Lucia Tilde Ingrosso, Luisa Gasbarri, Paola Rinaldi e Sara Fattorini danno vita a questa sorellanza portandoci al centro di storie nere che hanno per tema comune il condominio. Si è discusso per anni se le donne fossero in grado di scrivere noir, se ci fosse una dimensione puramente femminile del noir. Molti hanno un’idea della femminilità eterea e sfumata che poco si adatta a storie sulfuree, crude, violente. Molti pensano che le donne vanno quasi preservate da queste brutture, quasi debbano vivere in un’oasi incontaminata lontana dal male e dal dolore. Pensano che siano fragili, indifese, innocenti. Ma anche le donne partecipano alla vita, vedono il male dove si annida, e pur filtrando il reale con la loro sensibilità sanno descrivere i lati peggiori e più drammatici della vita quotidiana e del mondo. Le sei autrici di questa antologia ci riescono. Accomunate da una certa facilità di scrittura, ci parlano di violenza, degrado, morte senza edulcorare eccessivamente il narrato. Se amate il racconto non privatevi di questa antologia caratterizzata da una certa uniformità. Non c’è un racconto che spicca più di un altro, forse solo quello della Gasbarri si struttura in un sottogenere definito del noir (non così comune in Italia dove le tematiche antropologiche femministe e gender non sono primarie). Bello quello della Lavopa, che se avesse più tempo per dedicarsi alla scrittura sfornerebbe sicuramente più opere interessanti. Brave anche le altre autrici tutte provenienti da altre esperienze narrative con una buona gavetta alle spalle.

:: Fiori Picco e l’etnia Yao nel suo nuovo romanzo edito da Fiori d’Asia editrice A cura di Viviana Filippini

19 Maggio 2022

L’autrice bresciana Fiori Picco ci porta ancora una volta alla scoperta del mondo cinese e questa volta lo fa con “Yao”, romanzo edito da Fiori d’Asia Editrice, nel quale Yang Sen racconta la sua storia e quella della sua etnia Yao della tribù di Landian, del loro vivere in piccole comunità nelle regioni montuose della Cina meridionale e dell’importanza del Taoismo nelle loro vite. Il libro di Fiori Picco incarna perfettamente il concetto di “Etnicità globale”. Nel 2017, la precedente edizione di “Yao” ha vinto il Premio d’Onore al V° Concorso Letterario Caterina Martinelli di Roma.  Per scoprire l’origine del romanzo abbiamo parlato con Fiori Picco.

-Come è nata la storia di Yao e cosa ti affascina di questa etnia? Durante gli otto anni di vita nello Yunnan ho insegnato all’università e nel contempo ho svolto ricerche sulle venticinque minoranze etniche della Provincia. La prima volta che ho letto un libro sugli Yao ne sono rimasta affascinata e ho desiderato subito scrivere una storia riguardante questa etnia. Successivamente ho avuto la fortuna di conoscere colui che è diventato il protagonista del mio romanzo: Yang Sen, un ragazzo della tribù di Landian, originario di un villaggio di montagna. Intorno agli Yao ho sempre avvertito un alone di mistero, di magia e di misticismo. Studiando la filosofia taoista e i rituali millenari della tribù, in particolare Dujie, ho provato una forte attrazione che mi ha spinta ad approfondire la storia di questo popolo e a conoscerne la vita reale. Il rapporto simbiotico che gli Yao hanno con gli elementi della natura è straordinario, basti pensare che le fasi del corteggiamento avvengono sempre nei pressi di un ruscello, di un vecchio albero o di una cascata. Anche i costumi tradizionali, bellissimi e ricchi di significati simbolici, riportano a un mondo antico, lontano, quasi fiabesco.

-Visto che hai vissuto in Cina, hai potuto raccogliere informazioni e dati sul campo? E come hai svolto il tuo lavoro?Mi sono sempre documentata, ho studiato e nel tempo libero ho viaggiato. Ho visitato villaggi sperduti e di confine, ho intervistato la gente e ho raccolto testimonianze di vita. Ho dormito nelle case dei contadini, mi sono immersa nella loro quotidianità mangiando le pietanze tipiche del luogo. Ho sempre annotato tutto, ogni minimo dettaglio che, nel tempo, si è rivelato materiale prezioso per la stesura dei miei libri.

-Che ruolo ha avuto il tuo amico Yang Sen? Yang Sen è stato un amico, un compagno di viaggio, un’ispirazione. Tra di noi si è instaurato un rapporto basato sul rispetto, sull’empatia e sulla collaborazione. Grazie a lui il mio romanzo ha preso forma e mi si è presentata la grande opportunità di conoscere gli Yao da vicino e di studiarne la storia antica risalendo all’epoca Ming.

-Quanto il legame con il passato è forte per gli Yao?  Ancora oggi gli Yao mantengono usi e costumi antichissimi, le tradizioni sono forti e radicate. Anche il ricordo dell’unica imperatrice Yao di tutta la storia delle dinastie cinesi è sempre presente. Nel Guangdong ho visitato la casa diroccata dove nacque colei che era destinata a divenire imperatrice, ho parlato con un suo discendente e ho visitato il pozzo “sacro” dove, intorno al 1461, avvenne il miracolo.  Sono stati momenti importanti e toccanti.

-Quanto è impegnativo per i personaggi del romanzo riuscire a trovare il loro posto nel mondo e un riscatto sociale?  Per chi arriva dalle campagne o dai villaggi di montagna è complicato inserirsi in un contesto urbano. Ancor prima di sistemarsi e di trovare un’occupazione, è difficile adeguarsi alla mentalità e ai ritmi cittadini. I giovani delle minoranze etniche provengono da piccole comunità che fanno aggregazione e condividono ogni evento o esperienza, perciò quando arrivano in città si sentono soli, a volte emarginati.  Chi decide di migrare e di tentare fortuna nelle metropoli di solito non ha ricevuto un’istruzione adeguata, pertanto fatica e si adatta a svolgere lavori umili e mal pagati, con notevoli sacrifici e andando incontro a una vita di stenti. Yang Sen e suo fratello sono stati coraggiosi e determinati, hanno sfidato il destino, i pregiudizi e gli impedimenti. Con l’impegno, l’onestà e i modi educati alla fine hanno avuto il loro riscatto sociale.   

-Ci racconti qualcosa sul rituale Dujie?  Dujie è un rituale di iniziazione o di passaggio che tutti i ragazzi maschi adolescenti devono affrontare e superare per essere accettati come veri uomini dalla comunità Yao. Il rituale consiste in quattro terribili prove che richiedono coraggio, forza fisica e resistenza al dolore. Prima di affrontare Dujie bisogna avere una condotta esemplare, dimostrare integrità morale, abnegazione e pazienza ai monaci taoisti che preparano il discepolo all’evento. Dujie è innanzitutto un percorso interiore che porta alla purificazione e all’unione con il Tao.

-Come è stato raccontare un romanzo dove i ritmi, usi, costumi che rivivono sono ben lontani dalla frenesia del presente?  È stato rigenerante ed emozionante. La scrittura per me ha anche un effetto terapeutico e rilassante. Penso che tutti dovrebbero trovare del tempo per allontanarsi dalla frenesia della società attuale e cercare un contatto con la natura, con realtà rurali, lontane e poco conosciute, con popoli che, come gli Yao, vivono nella semplicità e ci sorprendono con l’arte del ricamo, con un canto, una ballata antica o con un piatto di cavallette fritte e croccanti da intingere nella salsa al peperoncino.

-Oltre ai lettori italiani, hai avuto il riscontro anche di lettori cinesi, visto che il libro è tradotto pure nel loro idioma?  “Yao” è stato tradotto anche in cinese con il titolo di “Yaowang” e, grazie alla distribuzione internazionale, è arrivato in Giappone, dove è stato apprezzato dai sinologi e dai cinesi d’oltremare. La scrittrice bilingue Satoko Motoyama ha scritto una recensione che mi ha colpita per la precisione e per l’analisi approfondita. L’autrice ha evidenziato come le descrizioni dei luoghi e degli Yao siano vivide, reali e autentiche e come il lettore si senta trasportato nel romanzo. In Cina, il libro è stato recensito anche dal Professor Ahengdongta, depositario e custode della cultura Dongba di Lijiang, presidente di un’antica accademia e rappresentante di questa cultura presso le Nazioni Unite. Come esponente delle minoranze etniche e studioso ed esperto di Taoismo, Buddismo, sciamanesimo, rituali millenari e culti popolari, ha apprezzato i contenuti del libro che ha definito “un romanzo che incarna perfettamente il concetto di etnicità globale”, espressione famosa attribuita al noto scrittore Lu Xun agli inizi del secolo scorso.

Grazie all’uffcio stampa Francesca Ghezzani.

:: Predrag Matvejević, Breviario Mediterraneo

15 Maggio 2022

Il Mediterraneo è un mare chiuso. Servono 100 anni, molto più della durata media della vita degli uomini, perché tutta la sua acqua sia sostituita, rinnovata. Sulle sue rive, quasi circolari, sono nate civiltà, popoli, religioni, credenze, speranze, conflitti. Se cerchiamo le radici (concettuali, etiche, fisiche) dell’Europa, proprio il Mediterraneo le racchiude, integre e luminose. Le stesse idee di intercultura, tolleranza, democrazia, scambi, multicultura, nascono qui, sulle sponde irregolari e ricche di isole di questo mare, il mare nostro, condiviso, comunitario, lontano da ogni forma di egoismo o particolarismo, per alcuni ponte che unisce, per altri, drammaticamente, immenso cimitero di naufraghi. Mi è sembrato perciò doveroso leggere (o rileggere) in occasione della morte dell’autore, Breviario mediterraneo, un saggio poetico che in questo mare si immerge, di questo mare si nutre, con un tono simile al canto delle sirene, che obbligarono Ulisse a chiudersi le orecchie con la cera, per non sentirlo. Predrag Matvejević è morto a Zagabria la scorsa settimana, tempo che calcolo ora mentre scrivo, non so quando quest’ articolo vedrà la luce online (morto il 2 febbraio 2017; ndr), e ci lascia questo libro, tra i tanti che ha scritto, (che consiglio di recuperare tutti, ma forse per primo oltre a questo Pane). Non è di facile lettura, pur se tradotto (dal croato) in 20 lingue, e il suo più famoso, sembra che parli una lingua da iniziati, alcuni ne vengono drammaticamente chiusi fuori, altri miracolosamente ammessi a intravederne la bellezza, la particolarità.

Non so se Predrag Matvejević ne fosse consapevole, e non penso che l’abbia fatto volontariamente per qualche forma di elitarismo intellettuale, di dotta esclusione, più che altro credo come forma di difesa, come l’ostrica che protegge la perla al suo interno custodita. Quindi qualche consiglio se vi avvicinate a questo testo per la prima volta. Non iniziate dalla prima pagina, ma aprite una pagina a caso. Leggete le prime righe che vi vengono sottocchio, e capirete se il libro vi accoglie e o vi dice torna più tardi. Non con molti libri si può fare lo stesso, innanzitutto perché non è un romanzo, non ha uno sviluppo cronologico, pur conservando un filo logico continuo, non ha un prima e un dopo. L’ordine voluto dall’autore fa parte unicamente della sua poetica personale, dei suoi moti celebrali, dell’immediatezza dell’adesso contrapposta al passare del tempo perpetuo. Le prime righe sono in questo profetiche: Scegliete innanzitutto un punto di partenza. Ecco fatelo anche voi, avrete modo di scoprire un testo di grandissima ricchezza concettuale, spirituale, poetica, affascinante nella sua capacità di utilizzare un linguaggio semplice, umile, colloquiale, per trasmetterci messaggi alti, nobili, del tutto privi di arroganza. Alla notizia della sua morte mi sono venuti alla mente questi versetti evangelici, parte del discorso della montagna «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5), quanto mai adatti a descrivere questo autore, mite, educato, profondamente gentile, sia che l’abbiate potuto conoscere personalmente (ha vissuto a lungo a Roma tanto da prendere la cittadinanza italiana), sia che l’abbiate visto in qualche filmato televisivo. Alla parola terra forse lui avrebbe preferito la parola mare, che dalle sponde dell’Africa, tocca Israele, il Libano, la Turchia, la Grecia, l’Italia, la Francia, la Spagna. E di questo mare ci ricorda i fari, i porti, i coralli, le spugne, gli alfabeti, i canti, le lingue, il lavoro dei pescatori, il colore del vino, l’odore del vento, la sua fauna, il suo spirito di accoglienza, un mare vivo insomma, brulicante di vita, di storia, di memoria.

Breviario mediterraneo è impreziosito da un testo ricco, denso, sontuoso, pieno di buon senso e di saggezza, totalmente antiretorico, un testo sussurrato ma fermo, tenace, severo quando dice l’immagine del Mediterraneo è stata deformata da fanatici tribuni o da esegeti faziosi, da studiosi senza convinzione e da predicatori senza fede, da cronisti d’ufficio e da poeti d’occasione. Diviso in tre parti: breviario, carte, glossario, e anticipato da una sentita prefazione di Claudio Magris, Per una filologia del mare, il testo è disseminato di mappe, cartine, rappresentazioni in bianco e nero di incisioni, antiche, a volte antichissime, fotografate da solerti fotografi, suoi amici, dai testi sparsi per le biblioteche non ancora distrutte, come quella di Alessandria, o di Sarajevo, devastata dai bombardamenti e dal fuoco, con i suoi preziosissimi testi ormai persi per sempre. Doveroso ricordare il nome del traduttore italiano, Silvio Ferrari.

:: Violino. Luci e ombre di Stradivari, Marco Ghizzoni (Oligo editore, 2022) A cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2022

Chi era davvero Stradivari? Quale era il suo volto? A provare a dare una risposta a queste e a tante altre domande ci pensa Marco Ghizzoni, autore cremonese, con “Violino. Luci e ombre i Stradivari” edito da Oligo. Il piccolo saggio dona al lettore un racconto inaspettato di Stradivari, ben noto a livello mondiale, perché nel XVIII secolo fu uno dei liutai più attivi a Cremona e non solo. In realtà, da quanto emerge dall’indagine di Ghizzoni poco si conosce sulla nascita di Stradivari, per esempio non si sa di preciso la data del compleanno, poco si conosce anche dela vita dell’artista e della sua morte che restano ancora oggi ammantante da un aura di mistero. Tra le altre curiosità individuate da Ghizzoni il fatto che, nonostante un certo benessere economico, Stradivari non si fece mai fare un ritratto e oggi per noi è difficile capire come lui fosse realmente, perché esistono sì alcuni dipinti che lo ritraggono e pure dei busti scultorei, ma in nessuno di essi vi è il vero Stradivari, sono solo rappresentazioni di fantasia. Così come non è vero che il suo cranio venne rubato dopo la sua morte. Certo è che ben poco si sa del liutaio delle sue origini e pure delle cause della morte. Qualcosa in più si è invece scoperto nel 1999 con il ritrovamento del suo testamento, dal quale emerge l’immagine di un uomo ben lontano dall’idea di artista romantico che le persone si sono create nella mente. A quanto sembra Stradivari era molto autoritario e molto- forse troppo- presente nella vita dei figli ma, allo stesso tempo, anche riservato, tanto che dopo la sua morte, la notizia non venne diffusa fuori da Cremona e gli incarichi di realizzazione dei violini continuarono ad arrivare da ovunque. Nel libro non manca nemmeno una sezione dedicata a Luigi Tarcisio, che fu uno dei più importanti conoscitori e collezionisti di violini del XIX secolo, che divenne anche abile commerciante degli strumenti cremonesi, compreso quello Stradivari del quale lui si vantava di essere in possesso e che non venne mai visto e suonato, tanto da meritarsi il soprannome di “Messia”. “Violino. Luci e ombre di Stradivari” è un breve saggio nel quale il cremonese Marco Ghizzoni evidenzia tutti i misteri, glie elementi poco noti e chiari della vita del grande liutaio Antonio Stradivari che lavorò fino ai 93 anni e che sì, forse ci ha lasciato tanti dubbi e aspetti poco nitidi sulla sua esistenza privata, ma la sua genialità, la sua professionalità e bravura sono certe, anzi vivono e risuonano negli strumenti usciti dalle sue mani.

Marco Ghizzoni è nato a Cremona, dove vive, nel 1983. Ha pubblicato romanzi con Guanda  e con TEA. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il muro sottile. Dieci Racconti” con Oligo editore. Quando non scrive, lavora nel settore commerciale di una multinazionale tedesca.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: I cinquant’anni de “La donna della domenica” di Fruttero & Lucentini, a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2022

La donna della domenica di Fruttero & Lucentini fu uno spartiacque, che se vogliamo coincise con un punto di non ritorno: il giallo si guadagnava (finalmente, oserei dire) un posto di rilievo nel mondo letterario italiano. L’aura di nobiltà letteraria guadagnata da questo libro da quel momento accompagnò anche opere di ingegno precedentemente ritenute solo bassa letteratura “popolare” (con snobbismo dispregiativo) di genere. Tutto ciò lo dobbiamo a Carlo Fruttero e Franco Lucentini, enfants terrible della letteratura italiana. Colti, eleganti, ironici, forse troppo intelligenti, divertenti, conoscitori delle dinamiche sociali e morali di un’Italia che forse si è persa, ma che loro fotografarono nel periodo di maggior fulgore post boom economico in cui albergavano già i germi della decadenza. Era il 1972, iniziavano gli Anni di piombo (la strage di Piazza Fontana era del 1969), il clima era teso, lugubre, la gente non scherzava più, anche la letteratura rifletteva questo malessere diffuso. E Fruttero & Lucentini cosa fecero? scrissero un’opera lieve, divertente, buffa, “leggera”, capace di far riflettere e nello stesso tempo rassicurare i lettori prendendo bonariamente in giro un’alta borghesia sabauda, contornata da un mondo in fermento. Fruttero & Lucentini ebbero il pregio di scrivere un libro stilisticamente splendido, un tripudio di intelligenza, una piccola perla che poneva di colpo Torino, con i suoi vizi e le sue poche virtù, sotto i riflettori. La Torino degli anni ’70 torna grazie a questo libro a rivivere, e lo fa con grazia e discrezione. Gli autori, seppure una velata critica sociale la fecero, non vollero cavalcare l’onda del risentimento o inasprire le ingiustizie e diversità sociali esistenti all’epoca, vollero invece semplicemente creare un teatro umano in cui sentimenti, passioni, e anche odi fossero i protagonisti, usando il meccanismo del giallo e dell’indagine poliziesca, come pretesto, come mero stratagemma narrativo. Lungi da me voler fare un’analisi sociologica di questo capolavoro letterario, il mio commento è più un omaggio al talento e al genio deglli autori che non dando importanza a mode e pregiudizi hanno portato una ventata di freschezza e novità in un panorama asfittico e di maniera. Dopo di loro anche grandi scrittori poterono dedicarsi al giallo senza vergognarsene. Se Umberto Eco scrisse Il Nome della Rosa, un po’ lo deve anche a loro, e molti altri autori furono debitori dell’irriverenza e della preveggenza di questa coppia di autori così fuori dagli schemi. Ipocrisie, false morali, avidità, intrallazzi, meschinità, ce ne è per tutti. Anche se il tono resta leggero, i temi tratatti sono seri e più scaviamo in questo testo e più troviamo gemme e tesori. La Mondadori esce con una nuova edizione del libro, per i più giovani che hanno il privilegio di leggere questo testo per la prima volta. È divertente, grottesco, surreale, e paradossale per certi versi, certo nessuno si scandalizza più per l’arma del delitto (un fallo di pietra) che sicuramente negli anni ’70 creò un certo scompiglio, pur tuttavia l’umanità nel suo substrato più profondo resta la stessa, e la modernità di questo libro ci accompagna ancora oggi con garbo e ironia, parole forse fuori moda, che caratterizzano però la torinesità nel suo intimo più profondo. Che Anna Carla Dosio divenne, grazie anche a Jacqueline Bisset che la interpretò nel film omonimo di Comencini, il sogno proibito di mezz’Italia maschile, fa forse sorridere, oggi consumiamo tutto con così grande velocità che non si può non guaradre con tenerezza e con rimpianto a quegli anni, forse idealizzati per alcuni, ma sicuramente vivi e vitali.

:: Il cavaliere Saponetta re di spugna, di Kristien In-‘t-Ven, (Sinnos, 2022) A cura di Viviana

7 Maggio 2022

Terzo libro con protagonista il cavaliere Saponetta di Kristine In ‘t Ven, questa volta Re di Spugna. Già, perché il cavaliere Saponetta, protagonsita del libro “Il cavaliere Saponetta. Re di Spugna” edito da Sinnos, è alla corte del Re, dove giocando a tombola con altri cavalieri si ritrova vincitore di un regno. Quale? Spugna. Il cavaliere, il cui vero nome è Roger de Sen Tro Pè, parte alla scoperta del suo possedimento per capire come è fatto il nuovo paese dove andrà a vivere. Le sorprese inaspettate saranno tante una volta arrivato a Spugna. Come il fatto che la popolazione locale parli solo lo spugnolo, una lingua ad hoc che il cavaliere Saponetta non sa nemmeno da che parte girare per parlare e capire. In realtà, una delle altre cose che il protagonista in armatura amante delle pulizia nota, è l’immensa sporcizia presente ovunque nel suo regno e soprattutto nella sua dimora. Ed ecco che Saponetta, giusto per mantenere fede al suo nome, si arma di secchi, spugna e sapone per ripulire la nuova casa e farla tornare splendida. Fosse solo lo sporco a dilagare a Spugna la cosa finirebbe lì, ma in realtà la popolazione è terrorizzata da strane creature che spandono paura a destra e manca e sarà proprio il cavaliere Saponetta, Re di Spugna a dover intervenire per mettere in campo il suo grande coraggio per spodestare il mostro, o meglio il terrificante fantasma che in stile classico con il lenzuolo bianco che dovrebbe essere lavato per tornare a splendere fa paura a tutti. Accanto a lui, così maniacale dell’ordine e della pulizia, ci sono la moglie Lucy, una principessa simpatica e un pochino (troppo) disordinata e Elmo, uno scudiero un po’ impacciato e a volte troppo impulsivo. “Il cavaliere Saponetta. Re di Spugna”, scritto da Kristien In-‘t-Ven e illustrato da Mattias De Leeuw, è una avventura (la terza con lo stesso protagonista) travolgente, ricca di colpi di scena che tengono il lettore bambino incollato alle pagine nella trepida attesa di capire cosa accadrà al cavaliere Saponetta e se il suo essere pronto ad agire  gli permetterà di portare la pace a Spugna. Dagli 8 anni in su. Traduzione  Laura Pignatti.

Kristien In-‘t-Ven è una scrittrice nederlandese, creatrice del personaggio Cavalier Saponetta, del quale Sinnos ha pubblicato le prima due avventure “Il cavaliere Saponetta” e “Il cavaliere Saponetta e la terribile strega”.

Mattias De Leeuw è nato ad Antwerp e qui si è diplomato in design e illustrazione. Il suo segno riconoscibilissimo è caratterizzato da pennellate lunghe e piene di colore, che lasciano però spazio a particolari raffinati e tante storie parallele.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa di Sinnos.