:: Danze di guerra di Sherman Alexie (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

6 febbraio 2018 by
Danze di guerra

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Il benemerito NN editore pubblica Danze di guerra di Sherman Alexie, scrittore nativo americano poco presente nelle nostre contrade (ricordo il bellissimo Reservation Blues, uscito, se non sbaglio, con Frassinelli negli anni ’90 e poco altro). Speriamo abbia successo, così da poter leggere ancora questo scrittore coraggioso e irregolare. La struttura stessa di Danze di guerra si pone all’insegna della libertà stilistica e tematica. Non semplicemente un libro di racconti, ma un testo zibaldonesco e stratificato. Racconti che si alternano a poesie e a brevi prose, organizzate secondo uno schema personalissimo. E se la poesia di Alexie ha la sua cifra nella tentazione narrativa, possiamo dire che la sua prosa sconfina non di rado nell’astrazione della struttura poematica. I racconti di questo libro infatti partono raccontando una situazione, ci fanno credere che questa situazione sia il fulcro della trama ma poi scartano imprevedibilmente, sconvolgendo lo schema di base. Il bello è che, arrivati alla fine della lettura, non possiamo non trovare perfettamente necessario quello che abbiamo letto, in quella forma e con quelle parole.
Sale, lo splendido racconto che chiude la raccolta, descrive l’incontro tra un giovanissimo giornalista e una signora anziana, impegnata a scrivere il necrologio del marito scomparso. Sullo sfondo, il fantasma di Lois Andrews, giornalista addetta ai necrologi e mentore del giovane protagonista, morta prematuramente. Un racconto che, in quindici pagine, crea un perfetto flusso di compassione, disperazione e umorismo. Perché se Alexie è interessato, per non dire ossessionato dalla morte e dalla finitezza della nostra condizione esistenziale, tutto ciò non gli impedisce di rivestire di ironia le sue storie. E non è mai un’ironia facile, distante, si tratta piuttosto di un’adesione amorevole ai suoi personaggi che non esclude la possibilità di prendersi in giro. Persino la sua provenienza etnica che naturalmente riverbera tragedie e sopraffazioni, viene raccontata in una luce di umorismo partecipe e affettuoso.
Altro tema cardine del libro è il rapporto padre-figlio che, in modo più o meno diretto, informa tutti i testi. Il padre, spesso declinato nella figura di antenati spesso solamente astratti, rappresenta la tradizione, vista di volta in volta come fardello ingombrante o superstizione di cui sorridere. Nel racconto eponimo l’addio al padre del protagonista passa proprio attraverso i più riconoscibili miti indiani, fatti cozzare con tutto il cinismo dei tempi moderni e con resa decisamente esilarante.
La poesia di Alexie, come dicevamo, è una poesia che racconta, predilige il verso lungo, whitmaniano, ma ricorre anche a scorciatoie tipografiche per, letteralmente, disegnarsi, sulla pagina.
Una delle ragioni che rende così affascinante Danze di guerra è la sua disposizione alla contaminazione. Di generi, di forme, di stili. Un libro trasversale che fa saltare ogni recinzione. Da questo punto di vista e con una fin troppo facile metafora, possiamo dire che Alexie, da scrittore, si pone fuori dalla “riserva” dei generi, condannandovi molti suoi colleghi. Traduzione Laura Gazzarrini.

Sherman Alexie vive a Seattle ed è autore di racconti, romanzi, sceneggiature. Considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il PEN/Hemingway (1994), il PEN/Malamud (2001) e il PEN/Faulkner (2010). Dopo Danze di guerra, NNE pubblicherà anche il suo ultimo libro, You Don’t Have to Say You Love Me.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

6 febbraio 2018 by

Conversazioni sentimentali in metropolitanaBenvenuta Elena su Liberi di scrivere. Sei già stata nostra ospite sul mio blog come intervistata nel 2016, allora per l’uscita di Pioggia dorata, quindi il tuo è più un bentornata. Cosa è successo in questi due anni? Noti dei cambiamenti nel mondo editoriale?

Intanto grazie, Giulia, per la preziosa opportunità e per le domande ancora una volta interessanti. Durante questi due anni ho continuato a scrivere, e poiché le mie ore più creative sono quelle pomeridiane serali è raro che possa muovermi dal paese sul lago dove vivo per spostarmi nella capitale, come dice Carola “è difficile passare in soli quaranta minuti dalla calma bucolica della stazione di Cesano all’inutile fretta della città”. Così, ecco, non mi occupo molto di quello che succede in Editoria, delle presentazioni, dei festival. Ciò che non è cambiato, piuttosto, è che tanti editori investono sempre meno sugli autori (non tutti, ovvio) pretendendo sempre di più, in nome di una visibilità che, tra l’altro, non offrono. Tanti altri cercano personaggi, storie da “una notte e via”.

Hai appena pubblicato per Castelvecchi Conversazioni sentimentali in metropolitana. Ce ne vuoi parlare? Quale è stato lo spunto, la suggestione da cui sei partita per scriverlo?

La cronaca, sicuramente, che ci mostra giovani arse vive e fatte a pezzi e che, in questa storia, abbiamo modo di conoscere prima che il dramma si consumi, quando la violenza sembra ancora parte di un gioco. Lara nasce dall’immagine un po’ sognata un po’ vera di ragazza bellissima ma inconsapevole del proprio fascino, ingenua e pura ma allo stesso tempo cinica, come diciamo a Roma: scafata, che vive tra le urla dei genitori da quando è nata, che è abituata a un certo tipo di relazione insana e non ci trova nulla di strano.

Come l’ha accolto la critica, come l’hanno accolto i lettori?

Senza nulla togliere ai valorosi blogger (te compresa) che mi sostengono con incoraggiante affetto a ogni uscita editoriale, ciò che più mi ha sorpreso è stata l’accoglienza dei lettori, e il fatto che molti di loro mi seguissero da anni senza però manifestarsi, per quella pudicizia cattolica che, nonostante i tempi moderni, ancora ci intrappola nel perbenismo di facciata: Justine 2.0 e Pioggia Dorata andavano forse letti di nascosto, lo dico con affetto, ovviamente.

L’erotismo presente nel libro è molto più sfumato rispetto ad altri tuoi libri, anche se è sempre presente. Come mai questa scelta? Volevi dare priorità ad altri temi, o è stata una scelta maturata nel tempo?

Avevo altre priorità, sì. Senza contare che Lara e Carola, ma anche i personaggi minori della storia, usano il sesso in modo opportunista, in definitiva soltanto per ottenere favori, ed è quindi una sensualità che non va svelata ai lettori, a mio avviso poco autentica rispetto a quella della Slave con il Master del mio primo romanzo o dei protagonisti dalle profonde turbe interiori di Pioggia Dorata. E poi mi piace esplorare altri generi. È stato da poco pubblicato su Crapula Club “Centrioli alla russa”, un mio racconto che parla di bulimia esistenziale e di Romain Gary, un autore che amo molto, e a breve, per un’altra raccolta, uscirà un mio racconto del terrore. Insomma, non si può restare intrappolati in un genere. Io, almeno, fondamentalmente volubile e inquieta. Almeno finché potrò mi divertirò a esplorare.

Carola e Lara, le due protagoniste, rispecchiano se vogliamo due tipi di donna piuttosto definiti: Carola è una giornalista, intellettualmente evoluta, una donna forte, scrive, sebbene con mille ostacoli e difficoltà, mentre Lara, una ragazza di Centocelle, quasi un personaggio pasoliniano, è più vittima delle circostanze. Come hai creato questi personaggi, come hai creato l’interazione tra loro?

Lara e Carola hanno una cosa in comune, ed è il sentimento, il sogno dell’amore, di qualcuno o qualcosa che eviti loro di scendere in battaglia. Hanno in comune il desiderio di tenersi occupate con l’amore anche quando non c’è. Ed è anche il mio desiderio, che infatti sul frontespizio cito Sylvia Plath, “A darmi il via fu l’amore”, e più avanti Philip Roth e il teatro di Sabbath, per spiegare quanto per Carola (e per me che ho molto in comune con lei), il sesso non sia l’orlo dell’esistenza ma la trama, che c’è anche quando non si vede.

La metropolitana di Roma diventa un luogo totemico, gente che si incontra e si sfiora senza un’occhiata, sconosciuti seduti fianco a fianco per il tempo di un tragitto. Precarietà, provvisorietà, fretta. Possono davvero iniziare amicizie, amori, complicità?

Anche in Justine 2.0 la Metropolitana di Roma e Stazione Termini erano presenti. Forse perché sono venuta a vivere qui giovanissima, per studiare all’Accademia di Arte Drammatica, e ho sostato a lungo nelle stazioni che perciò mi sono diventate familiari, o forse per l’eredità ligure di mio padre che diceva sempre che le regioni di frontiera hanno caro il viaggio, l’esplorazione, ma anche perché sono attratta dalla transitorietà dei rapporti umani, da certi incontri anche erotici consumati, o solo immaginati, in queste zone di passaggio, o di fuga. Termini è anche la casa dei senzatetto, degli spacciatori, delle persone al margine come gli scrittori, parlo di quelli che non trovano mai soddisfazione.

Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

In questo caso moltissimo. Volevo rendere il ritmo della metropolitana, la fretta, appunto, la transitorietà, e al contrario del passato ho usato il presente indicativo, frasi brevi, brevi digressioni e flash back, capitoli di cinque pagine al massimo che potessero essere letti dall’inizio alla fine anche durante un viaggio in Metro. I titoli dei capitoli, che sono alcune stazioni della Metropoiltana di Roma e nemmeno le più centrali, segnano la mappa della storia e dei sentimenti della protagonista, ogni luogo è un incontro, con Lara o con gli altri personaggi del racconto.

Mi piace molto il tuo tipo di scrittura, molto personale, sei una delle autrici più interessanti che ho letto. Pensi che la scrittura femminile in Italia sia giustamente valorizzata? Come scrittrice ti sei mai sentita vittima di sessismo?

Intanto, grazie di cuore, Giulia. Ma no, vittima non direi, anche perché finora non sono entrata in contatto con i Big dell’editoria. Credo, piuttosto, che questo mondo sia occupato sempre più frequentemente, per fortuna non sempre, da persone che con la letteratura hanno poco a che vedere, addetti ai lavori che scambiano sinossi per quarte di copertina, editor e Agenti che non per demerito, ma per età e mancanza esperienza, si permettono di trattare tutti come esordienti, quasi fossero investiti da un ruolo divino, quando l’unico merito che hanno è quello di aver frequentato una scuola di scrittura creativa che costa tantissimo. Ecco, ti garantisco che, avere a che fare con persone inesperte che valutano un autore solo in base alle mode letterarie e non al proprio fiuto, è frustrante quanto doversi concedere a un regista. Forse di più, perché nel secondo caso una possibilità di riuscita ce l’hai.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Sul comodino ho Fantasmagonia, il quarto consecutivo di Michele Mari. Lo splendido Tutto il ferro della torre Eiffel, sempre suo, con la deprimente carrellata di scrittori morti pazzi o suicidi, mi ha ricondotta a un pensiero positivo sulla scrittura: si scrive per divertirsi, intanto. Il prossimo sarà Buzzati, i racconti, già letto integralmente quand’ero ragazza e che Mari mi ha ispirato a rileggere. Non sono una lettrice onnivora né modaiola, quando scopro un autore devo leggerlo tutto e con calma. Mi è successo con la Morante, con Gary, Hemingway, Calvino, Gombrowicz, de Sade, Celine eccetera. Quando mi sento orfana di storie torno sempre ai grandi classici.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Attraverso la pratica spirituale che frequento abitualmente da trent’anni, intanto, e poi non piegandomi a firmare contratti iniqui e non cedendo alle mediazioni, al gusto degli altri, ai temi e alla scrittura ammiccante.

Provieni dal teatro, quale l’opera teatrale che hai amato di più?

Sicuramente il teatro Mittleuropeo, il monologo interiore e rivoluzionario di Signorina Else, o Girotondo, sempre di Schnitzler, che hanno a che fare con un’altra materia che amo, cioè la psicanalisi, e che ha lasciato qualche traccia anche in Conversazioni Sentimentali, sia nel personaggio di Franco, l’amante di Carola sia nell’elaborazione dei rapporti di potere che non hanno appartenenza di genere, ma sono microrelazioni di forza, naturali e umane, anche inconsapevoli, talvolta scandalose.

Quali sono i tuoi scrittori stranieri preferiti?

Ian McEwan, Romain Gary, Javier Marias. Tra i moderni. E non sono nemmeno tutti. Sì, la lista sarebbe ben più lunga.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Credo siano indispensabili una buona dose di memoria storica, curiosità, fantasia, empatia e umanità.

Ti piace la letteratura russa?

Avendo lavorato in teatro non ho potuto prescindere dallo studio dei grandi padri russi. Ho anche lavorato con dei Maestri russi durante l’ultimo anno alla Silvio d’Amico e trascorso alcune settimane a Mosca. Sul comodino ho un manualetto preziosissimo di Anton Cechov, grande Maestro nella scritura di racconti, Né per fama, né per denaro, una lettura che consiglio a tutti gli scrittori alla ricerca del successo. Del successo, eh, non della celebrità.

Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Pur cercando disperatamente e da anni un Agente o un Editor Agente (anche pagando) non ho mai avuto questa “grazia sublime”, sebbene abbia un desiderio immenso di lavorare con qualcuno che sappia incanalare le mie energie, e magari aiutarmi a sistemare l’enorme quantità di materiale che nelle mie cinque ore di scrittura quotidiana si è accumulato. In Luiss, quando ero assistente di Roberto Cotroneo, ho vuto la fortuna di conoscere e lavorare con Agenti del calibro di Santachiara, ma quello è un altro pianeta, un sogno, un colpo di culo (lasciami passare il termine). Insomma no, ancora nessun colpo di fortuna.

Con i tuoi romanzi vuoi intrattenere i tuoi lettori o vuoi mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Per me non c’è una letteratura di intrattenimento. Esiste la Letteratura che mi dà da pensare, divertirmi, sognare, e poi una grande quantità di storie inutili. Racconto le mie esperienze, ciò che vedo e non mi piace e che nella realtà del racconto posso anche cambiare. Ho sicuramente un pensiero ben definito, dovuto all’esperienza, alle letture, all’interesse per la politica e alla enorme quantità di ore che trascorro in solitudine a pensare, e credo che, volontariamente o involontariamente, tutto questo finisca per far parte delle storie che racconto.

In Italia la gente non legge. Questo dicono le statistiche, le librerie che chiudono, il livello piuttosto basso di comprensione di un testo di significative percentuali di italiani. Da cosa pensi sia dovuto? E’ un problema interno dell’editoria tutta? O è legato più pragmaticamente alla crisi economica in atto?

A questo proposito mi piace citare Bianciardi, autore tra gli altri de “La vita agra”, e che ne “Il lavoro culturale”, era il 1957, lamentava la stessa situazione: librerie che chiudono, troppi scrittori e pochi lettori. Sicuramente i Social tolgono tempo alla lettura. Quando chiudo gli account, io che mi ritengo una buona lettrice, riesco a leggere il triplo. Ci sono poi le grandi catene di negozi, i supermercati del libro, la distribuzione in mano ai colossi che impedisce l’arrivo in libreria di romanzi diversi, magari più belli di quelli proposti dai Cartelli editoriali, magari no, chissà. Ma penso che l’errore sia anche nel tentativo di voler replicare certi successi, di mettere il libro in competizione con le serie TV, di confondere i generi, i mezzi, alla ricerca del “botto”e non della qualità. Credo che la gente sappia riconoscere le belle cose. Credo ci sia spazio per tutti.

Grazie Elena del tuo tempo e della tua disponibilità, nel ringraziarti ecco la mia ultima domanda. Mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Tra pochi mesi pubblicherò, stavolta senza editore e per scelta, una raccolta di racconti che si svolgono a Roma negli anni ’50, ritratti di uomini e donne che, nel segreto della propria esistenza e con il pudore tipico dell’epoca, coltivano con cura, ma anche con semplicità, certe scandalose manie. Come già detto, al momento non ho un porto sicuro dove ormeggiare, sono i lettori che mi indicano la direzione e che mi chiedono altre storie, e saranno loro a scrivere qualcosa sulla quarta di Proibito ‘50. Nell’attesa che scenda su di me la grazia sublime dell’Editor o dell’Agente, mi diverto.
Grazie infinite, Giulia, e complimenti per il Blog e la tua attività social.

:: E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica di Claudio Giunta (il Mulino 2017) a cura di Daniela Distefano

6 febbraio 2018 by
Claudio Giunta - E se non fosse la buona battaglia

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L’insieme di saperi che chiamiamo umanistici è un patrimonio del quale appare assurdo volersi privare. In uno dei saggi raccolti in questo volume ricordo la magnifica definizione che Guido Calogero ha dato della cultura classica, “questo formidabile strumento di vita”. Come rinunciare ai “formidabili strumenti di vita” che sono la letteratura, la poesia, l’arte e il pensiero del passato?

I saggi e gli articoli racchiusi in questo libro in parte sono inediti e in parte usciti negli ultimi anni in volumi miscellanei, giornali, riviste, blog. L’autore li ha insaporiti con qualche aggiustamento, qualche revisione, lasciando inalterato il profumo di una visione di insieme fresca e focalizzata. Al centro del suo ragionamento, il fluttuare delle più disparate opinioni in merito alla opportunità di dare ossigeno alla cultura umanistica, perché

la crisi che attraversiamo oggi non è tanto un fatto di quantità quanto un fatto di qualità, cioè un vero e proprio mutamento di paradigma: la scomparsa della poesia anche dai radar dei letterati, la sostituzione del pop alla musica classica, il primato delle lingue moderne sulle lingue classiche, delle scienze applicate su quelle teoriche, delle materie tecniche come l’economia e la giurisprudenza sulle discipline speculative.

Forse non si tratta di una vera e propria inversione di civiltà, quella di un tempo navigante nell’oceano letterario, quella attuale immersa nella Rete delle connessioni tecnologiche. Forse non è neanche un baratto, uno scambio, una sostituzione. Meglio non appesantire il già saturo brogliaccio delle prese di posizione, ci sono gli esperti, gli studiosi, c’è un mondo che si arrovella per far in modo che emerga una cosciente verità:

ciò che importa non è creare degli specialisti, ma comunicare una certa idea del sapere.

Come agire allora? Imporre un nuovo decalogo scolastico? Introdurre nei programmi annuali anche i fumetti? Le vite dei Santi? Tralasciare lo studio dei Secoli bui?

A scuola bisogna sì parlare della letteratura come del nostro patrimonio storico, ma bisogna anche usare la letteratura per ciò che essa ha da dire su come dovremmo vivere la nostra vita(..).”Il rosso e il nero”, o “Orgoglio e pregiudizio”, o “Il giorno della civetta” parlano alla coscienza di un adolescente con una immediatezza e una verità che i capolavori del Medioevo non possono avere.

E internet, come ha cambiato il difficile mestiere dello scrittore e il piacere irrinunciabile del lettore?

Scrivere per il web non è come scrivere un articolo per un giornale di carta, e scrivere un articolo per un giornale di carta non è come scrivere un libro: è comprensibile che l’attenzione e la cura aumentino progressivamente, dal primo all’ultimo passaggio, a mano a mano che aumentano il tempo d’esecuzione e l’ipotetica ‘durata’ del testo. E’ un fatto però che la gran parte dei testi che si scrivono e si leggono oggi si scrivono e si leggono direttamente su uno schermo.

Un testo lucido, coerente, rigoroso e insieme appassionante per chi vuole approfondire il ventaglio delle irregolarità mentali che sopraggiungono quando dobbiamo affrontare il delicato tema dell’istruzione, e di quella umanistica in particolare. I nostri giovani vanno rispettati nelle loro acerbe declinazioni, senza però rinunciare a dar loro un insegnamento da portare in valigia nel viaggio verso un mondo adulto e – si spera – saggio.

Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola. I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al “Sole 24 Ore” e a “Internazionale”. Condirige la “Nuova rivista di letteratura italiana”.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa il Mulino.

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:: Non stancarti di andare di Teresa Radice e Stefano Turconi (Bao Publishing 2017) a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2018 by
Non stancarti di andare

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La coppia artistica e nella vita composta da Teresa Radice e Stefano Turconi è tornata in libreria con una nuova graphic novel per Bao Publishing, dove lo storico Il porto proibito, con Non stancarti di andare, una storia completamente diversa, di ambientazione contemporanea ma non per questo meno interessante, anzi.
Iris e Ismail stanno insieme da alcuni anni, dopo che si sono conosciuti durante un viaggio di lei in Siria: lei è un’illustratrice, lui è un insegnante. Lei mette su casa a Verezzi, nella dimora degli antenati italiani dell’irrequieta madre Maite, lui deve andare a Damasco per sistemare le ultime cose per rendere definitiva la sua permanenza in Italia, con un lavoro e una famiglia da costruire. Ma in Siria sta per scoppiare la guerra civile e Ismail resta intrappolato là, non riuscendo a dare sue notizie, mentre Iris scopre di essere incinta. Durante i nove mesi della gravidanza di Iris si intrecciano varie storie, quella di Ismail che cerca di tornare, quella di Iris che vuole scoprire qualcosa di più sul passato della sua famiglia, quella della nonna di Iris che emigrò da bambina in Argentina per non tornare più, quella della madre di Iris, Maite, che dovette scappare invece dall’Argentina che inghiottì tra i desaparecidos i suoi genitori, insegnanti colpevoli di volere un mondo migliore, quella di Tiziana, ginecologa e migliore amica della madre di Iris fin dalla loro turbolenta giovinezza fatta di lotte e occupazioni, che sceglierà ad un certo punto di andare ad aiutare i profughi che sbarcano a Lampedusa.
Una storia complessa, con echi di Garcia Marquez e di Isabel Allende, dove si parla di amore, maternità, impegno sociale, passato e presente, in un volume che si divora ma su cui bisogna anche soffermarsi, dove tinte pastello o psicheliche o seppiate raccontano vari momenti e luoghi, in un’alternanza di piani narrativi e di momenti, per raccontare come le vite centrino l’una con l’altra, come ci sia continuità tra il passato, il presente e il futuro, come la lontananza sia alla fine un percorso da annullare per restare più vicini.
Non stancarti di andare parla dell’oggi, di un mondo da un lato sempre più piccolo e dall’altro sempre più distante e dell’ieri, della ricerca di sé, del ritorno a casa, della trasmissione di ricordi e altro tra generazioni, di cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale nei decenni, in una storia che appassiona, per ricordare cosa è stata la nostra epoca e cos’è oggi, particolare ma alla fine universale di tutte le storie che formano il genere umano.

Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi. Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve. Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”: arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L.Stevenson (2015). Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi. Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare. Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud). I frutti più originali della loro ormai decennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie. I loro nomi sono Viola e Michele. Per Bao Publishing hanno già pubblicato Il porto proibito.

Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: Tè della principessa Sissi e Arabesque di Alessia Gazzola

5 febbraio 2018 by

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Continua la mia collaborazione con Peter’s TeaHouse, l’azienda mi ha dato fiducia nella persona di Mattia responsabile vendite e marketing, che qui pubblicamente ringrazio, e ho così ricevuto i campioni di cinque nuovi tè (sempre neri, come da mia preferenza, ma non escludo in futuro, se continuerò la collaborazione, di provare anche i verdi e le tisane).

L’azienda produce tè di qualità superiore, quindi tutto dipende dai vostri gusti personali quali scegliere per una piacevole pausa di relax. Cercherò così di esporre le varie particolarità di ciascun tè, e già vi anticipo che il mio preferito di questa tornata è Bosco d’estate tè nero (e sì li ho già assaggiati tutti, ma farò degustazioni più approfondite man mano che scriverò gli articoli, la quantità di tè presente in ogni bustina, questa volta non trasparente ma verde, con un gancetto dorato per chiuderla e preservarne l’aroma, lo permette), per aiutarvi ad effettuare la scelta.

Oggi ho deciso di iniziare con Principessa Sissi Tè nero.

E’ un tè nero delicatissimo, vellutato, dolce e femminile, di colore rosso intenso, dall’aroma fruttato, lievemente profumato in tazza, composto da una miscela di tè nero proveniente da Ceylon e dalla Cina, con pezzetti essiccati di albicocca e fiori di girasole.

Tè della principessa Sissi

Tra le sue particolarità, una curiosità storica, si tramanda che fosse il tè preferito della Principessa Sissi. Poco importa che mai la chiamarono davvero Sissi, è un soprannome che prese piede grazie alla popolare interpretazione di Romy Schneider nel ciclo di film dedicati alla sfortunata imperatrice d’ Austria. Così oggi è conosciuta e questo tè prende il suo nome.

Valore nutrizionale 100 ml:

energia 2kj = cal

grassi =g (saturi 0 gr)

Carboidrati 0 gr

zuccheri 0 gr

proteine 0,1 gr.

Data di scadenza del mio lotto 09 /09/ 2020

Costa € 5,30 all’etto. Potete acquistarlo qui

Per una preparazione ottimale

vi rimando agli articoli precedenti qui:

https://liberidiscrivere.com/tag/peters-teahouse/

Consigliati:

Un cucchiaio di tè per persona.

Temperatura dell’acqua di 95 °.

Tempo di infusione dai 3 ai 4 minuti.

Una zolletta di zucchero.

Curiosità storica

Elisabetta_di_Baviera

Personaggio affascinante quello della principessa Sissi, Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, dopo le nozze con Francesco Giuseppe imperatrice d’Austria, donna bellissima (e non è un’ esagerazione, o un modo di dire, molti dipinti e fotografie lo testimoniano), dalla chioma leggendaria, sensibile e di estrema intelligenza. Visse una vita sacrificata, tra gli agi, i balli e viaggi sì, ma anche tra gli stretti dettami di corte, che limitavano il suo spirito libero, anticonformista e indipendente. E su queste caratteristiche del suo carattere molto incise l’educazione assai moderna e liberale per i tempi che le diede suo padre l’ altezza reale il duca Massimiliano Giuseppe in Baviera, (personaggio altrettanto avventuroso e affascinante).

Tra i suoi molteplici interessi l’essoterismo, la natura, i cavalli, la scherma, e la fotografia.

Tante le tragedie che costellarono la sua vita, la più grande fu certamente la morte dell’adorato figlio Rodolfo, morto suicida insieme all’amante, la baronessa Maria Vetsera, a Mayerling nel 1889. E la sua, fu uccisa il 10 settembre 1898 a Ginevra, in Svizzera, dall’anarchico italiano Luigi Lucheni, colpita al cuore con una lima. Ironia della sorte volle che seppure simbolo dell’ impero asburgico, mai nessuno come lei, perlomeno all’interno della corte, operò per l’indipendenza dei regni soggetti all’Austria, e per la giustizia sociale.

Tuttavia questi fatti drammatici non offuscarono la luce che emanò questa donna, ancora oggi al centro di romanzi, biografie, film, programmi televisivi e studi storici.

Mentre lo bevete, pensate che lo beveva anche lei!

Consiglio goloso

Per ravvivare un tè decisamente morbido e delicato consiglio di abbinarlo a dei piccoli biscottini di zenzero e cannella, cosparsi di zucchero a velo. Il sapore speziato dei biscotti costituisce un piacevole contrasto, e saprà soddisfare anche i palati più raffinati. Tra le ricette consiglio quella del blog La cucina italiana ricetta facile e veloce mandata dalla loro lettrice Clelia. Oltre che buoni sono di grande impatto coreografico e visivo. Insomma se dovete servire un tè elegante con teiere d’argento e tazze e piattini di finissima porcellana smaltata, il successo è assicurato. Ma anche per tè più rustici, perchè no. E soprattutto è indicato l’ abbinamento per i bambini. In questo caso le forme dei biscotti possono essere quelle di allegri e divertenti pupazzetti.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura

Consiglio di sorseggiare il tè Principessa Sissi Tè nero leggendo “Arabesque” di Alessia Gazzola, edito da Longanesi.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Tommaso, Gaia e Jacopo dell’ Ufficio Stampa Longanesi.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: Ciao Giovanni

2 febbraio 2018 by

choukhadarian

Dopo lunga malattia è morto oggi Giovanni Choukhadarian, per un piccolo periodo anche collabotore di Liberi di scrivere, e non mancava anno che non ci consigliasse i suoi 5 libri da regalare a Natale. Personalmente lo ricordo per la sua fede, e per il suo amore per la poesia e la musica. Per chi volesse dargli l’ultimo saluto, i funerali sono domani sabato 3 febbraio al Santuario della Madonna Miracolosa in piazza Gastaldi nel centro storico di Taggia, alle ore 15.

:: Il linguaggio mafioso. Scritto, parlato, non detto di Giuseppe Paternostro (AutAut Edizioni, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

2 febbraio 2018 by
Linguaggio mafioso -fronte

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Un saggio, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, che lo stesso autore definisce non scientifico ma divulgativo, nella accezione più alta, ovvero quella «di diffondere una conoscenza al più vasto pubblico possibile». Un libro che racconta «storie di mafia e di antimafia» ma che, soprattutto, narra degli uomini di mafia chiamandoli, finalmente, come andrebbero sempre appellati: «uomini del disonore». Altro che “onore” e “rispetto”.
Gli strumenti utilizzati da Paternostro per analizzare il fenomeno mafioso sono quelli a lui più consoni, per vocazione e professione. Sociolinguistica, linguistica testuale e pragmatica della comunicazione, «in grado di far luce sulle componenti essenziali della comunicazione umana». L’intera analisi portata avanti dall’autore non perde mai di vista il “vizio” all’origine di un esame di questo tipo, ovvero il fatto che entrambe le comunicazioni mafiose (interna ed esterna) e relativi sottogruppi non sono mai o quasi spontanee, falsate da quello che in realtà gli attori vogliono sia inteso o interpretato.
Il fine prefissosi da Paternostro sembra essere stato raggiunto ottimamente. «Esiste un linguaggio mafioso o piuttosto un linguaggio dei mafiosi o della mafia?», si chiede l’autore cercando le dovute risposte. Il linguaggio esiste come il gruppo che lo definisce e la società che sembra assimilarlo sempre più. Anche per ciò l’autore sottolinea l’importanza di dare più peso «alle questioni legate al rapporto fra usi linguistici e contesto rispetto alle strutture linguistiche in sé». Tenendo sempre presente l’evoluzione costante della mafia come del suo linguaggio.
Un saggio interessante, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, pensato e scritto davvero per essere quanto più divulgativo e accessibile possibile. Un libro che indaga un fenomeno, quello mafioso, attraverso il suo linguaggio anche perché necessario, visto che ancora oggi una grandissima parte dell’opinione pubblica «ha una percezione distorta» di esso, legata spesso «alla rappresentazione che di esso hanno dato», media cinema e tv in primis ma anche libri videogame e via discorrendo fino ad arrivare alla percezione di sé che trasmettono gli stessi attori e agenti afferenti ai vari clan.

Giuseppe Paternostro: ricercatore di linguistica italiana all’Università di Palermo, dove insegna Analisi dei testi pubblici. Si interessa alla sociolinguistica dell’Italia contemporanea e ai rapporti fra lingua, discorso e identità.

Source: pdf inviato dall’ editore. Ringraziamo l’ufficio stampa AutAut.

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:: Il morto in piazza di Ben Pastor (Sellerio 2017) a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2018 by
Il morto in piazza

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Il carteggio segreto tra Benito Mussolini e Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale è al centro di Il morto in piazza (The Dead in the Square, 2004) di Ben Pastor edito originariamente in Italia nel 2005 per Hobby & Work, e nel 2017 riproposto nella nuova traduzione di Luigi Sanvito per Sellerio.
Cronologicamente, almeno per i fatti trattati, segue Kaputt Mundi di cui parlai alcuni anni fa, spero di poter recensire tutta la serie, ed è il quinto romanzo in ordine di scrittura dedicato a Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tornando al carteggio è uno dei misteri più ben dissimulati, tra depistaggi, false dichiarazioni e cortine di reticenza, del secondo conflitto mondiale, tanto che per alcuni storici non sarebbe in realtà mai esistito. Ne Il morto in piazza, troviamo Martin Bora incaricato di recuperarlo, dalle mani di un confinato, l’avvocato Luigi Borgonovo, e possibilmente distruggerlo, essendo il contenuto una spina nel fianco per molti alti ufficiali tedeschi, e per l’Italia, poiché se si dimostrasse un possibile “tradimento” di Mussolini e un suo tentativo di alleanza con gli inglesi, rischierebbe rappresaglie e ritorsioni senza fine.
Ma naturalmente Martin Bora non sarà solo occupato in questa delicata missione di intelligence, dal pittoresco nome in codice di Elster – gazza ladra –, durante il suo soggiorno a Faracruci, piccolo paesino (immaginario) dell’ Abruzzo, alle pendici del Gran Sasso, si troverà anche ad indagare su due morti, una avvenuta nel passato e una recente, avvenuta al suo arrivo, trovandosi come inaspettato alleato e aiutante nelle indagini proprio Borgonovo, con cui inizierà una inattesa quanto impossibile amicizia.
Il morto in piazza è un romanzo dolente, forse minore rispetto alla produzione dell’autrice italoamericana, meno ricco di azione se vogliamo. Tutto si svolge nel microcosmo rarefatto di un paesino abruzzese abitato da povera gente, perlopiù contadini. E’ una tappa di passaggio per Bora. Abbandonata in tutta fretta Roma, siamo nell’estate del 1944, e diretto a Bolsena, per prendere il comando del 960mo Reggimento Granatieri, si trova inaspettatamente rallentato da questa missione segreta da cui dipende la vita di innumerevoli persone, sia tedesche che italiane.
Bora è perfettamente conscio di ciò, e nella drammaticità della ritirata dell’esercito tedesco dall’ Italia centrale, gli Alleati ormai incalzano da tutti i lati (lo sbarco in Normandia è prossimo) non perde la testa né il sangue freddo e trova il tempo per indagare su un omicidio diciamo minore sullo sfondo dei grandi fatti storici che lo stanno travolgendo, lui come il suo paese ormai destinato alla sconfitta. Omicidio che sembra avere collegamenti con un altro fatto di sangue avvenuto nel 1919, in un paesino tranquillo in cui queste cose non succedono.
La vita di paese è descritta con tocchi leggeri, il bar ristorante principale, con le sue sedie all’aperto che ospitano anziani molto informati sui fatti, che spettegolano e ricordano il passato, la caserma dei carabinieri, le case che si affacciano sulla piazza, i campi tutt’ intorno, la povertà, la saggezza, la forza di questa gente che quasi vive in un’ oasi protetta lontana dal conflitto.
Belli i personaggi minori, tutti identificati con pseudonimo, come si usava nei piccoli centri dove tutti conoscevano tutti: Pipistròlle, il balordo, il matto del paese, dalla mente danneggiata dalla Grande Guerra, personaggio tenero e dolcissimo, a cui forse Bora si affeziona tanto da bere un sorso di gazzosa da lui offerta; Fissa-Fissa, proprietario del Caffè Adua, un fascista nostalgico, reduce dall’ Africa, che ama ascoltare i vecchi dischi di propaganda, a cui Bora regala il disco di Lili Marlene; e poi Don Fifì, il primo morto, Dindalò, Usagne, Caitène, Presentosa, la moglie di Fissa-Fissa.
Insomma tutta una compagnia di personaggi ben affiatati e ben caratterizzati, dove ognuno ha le sue peculiarità, i suoi vezzi e le sue debolezze. Oltre a Bora naturalmente spicca il personaggio di Borgonovo, il prigioniero politico confinato a Faracruci, che scrive lettere al figlio (e qui si nasconde un piccolo colpo di scena, che non vi anticipo, ma capace di toccare nel profondo il lettore). L’amicizia nata tra i due, sarà più forte per Bora del dovere all’ ottemperanza agli ordini ricevuti? Tutta la narrazione è tesa da questa questione morale, non un principio di secondo piano per il nostro, la cui posizione non è affatto facile.
L’apparizione, quasi spettarle, del suo acerrimo nemico Harald Cziffra, anticiperà la rocambolesca fuga di Bora dalle SS, e l’inattesa solidarietà di tutto il paesino, unito nel coprirlo.
Il morto in piazza, si conferma un giallo storico di sicuro interesse, curato nell’ambientazione, accurato nella documentazione storica, sorretto da una scrittura letteraria e poetica, oltre che molto attenta alle sfumature morali e psicologiche. Il tipo di libri che non ti stancheresti mai di leggere, per cui sono felice di anticiparvi, con il permesso dell’autrice, che la traduzione del prossimo Bora Night of the Shooting Stars, è pronta. Uscirà in Italia sempre per Sellerio tra la primavera e l’estate del 2018 (anche se non c’è ancora una data precisa), con il titolo La notte delle stelle cadenti. Cito le parole dell’autrice:

sarà ambientato nella Berlino pre-20 luglio 44, dove il Nostro, mentre indaga sulla strana morte di un veggente (o presunto tale) ammanicato col vertice del Terzo Reich, verrà coinvolto nell’attentato a Hitler e conoscerà (finalmente) il suo alter ego storico, Claus von Stauffenberg. Ma, conoscendo i due, non è detto che sarà un rapporto così facile…

Dunque che dire buona lettura e speriamo che l’estate arrivi presto.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016) e Il morto in piazza (2017).

Nota: In copertina Olio su tela di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). collezione privata.

Source: acquisto personale.

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:: Mi manca il Novecento – Il dibattito sul caso Silone e Uscita di sicurezza a cura di Nicola Vacca

1 febbraio 2018 by

Uscita di sicurezzaLa grandezza di Ignazio Silone risiede nell’attualità della sua opera. Oggi, purtroppo, Silone è uno scrittore poco letto. La straordinaria coerenza politica –intellettuale, che ha fatto dell’autore di Fontamara uno degli scrittori più irregolari del Novecento, merita considerazione e rispetto e soprattutto una rilettura onesta.
Silone è stato uno dei più attenti osservatori del suo tempo, un anticonformista capace di cogliere il fascino della seduzione ideologica per poi superarne profeticamente gli stessi contenuti.
La passione ideologica, infatti, muoverà il pensiero di Silone e lo condurrà fino al cuore del totalitarismo moderno (nel suo caso il comunismo) e poi alla definitiva rottura, che in seguito caratterizzerà la sua vicenda esistenziale prima ancora di quella politica. Dopo l’espulsione dal partito comunista si radicò nella sua coscienza la convinzione della necessità ideologica del tradimento nei confronti di ogni tentazione totalitaria.
Da quel momento in poi la figura di Ignazio Silone è stata oggetto di un duro attacco da parte dell’intellighenzia di sinistra che vedeva in lui un nemico da isolare e da abbattere. Lo scrittore nei suoi libri più importanti (Uscita di Sicurezza, La scuola dei dittatori) aveva denunciato il fallimento di un progetto ambizioso, il comunismo di matrice marxista, finito in una morsa tirannica e liberticida.
Silone, di ritorno da uno dei suoi numerosi viaggi a Mosca tra il 1921 e il 1927 nella qualità di membro della delegazione dei comunisti italiani, così scrive dei suoi colleghi russi:

«Ciò che mi colpì dei comunisti russi era l’assoluta incapacità di discutere lealmente di opinioni contrarie alle proprie. E il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro opportunista, se non addirittura un traditore ed un venduto».

Silone comprese, a proprie spese e sul campo, che il regime comunista nulla aveva a che fare con il concetto di libertà del pensiero occidentale.
Da quel momento con la sua opera egli si schierò apertamente dalla parte dell’uomo libero. E nella difesa ad oltranza della sua libertà, ma soprattutto della sua dignità, non rimaneva altro da fare che lasciare una testimonianza scritta e diretta dell’universo totalitario che aveva avuto la sfortuna di conoscere personalmente.

«Se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me l’assoluta necessità di testimoniare».

Silone è uno scrittore che non si dovrebbe mai smettere di leggere: ponendo al centro del suo pensiero sempre la libertà di giudizio nei suoi libri (in modo particolare nei saggi) ha descritto minuziosamente l’ingranaggio politico della nostra epoca, fornendo una interpretazione crudele, appassionata e inquietante dell’Italia contemporanea.
In tal senso, il libro di svolta è Uscita di sicurezza, una raccolta di scritti autobiografici che Ignazio Silone dà alle stampe nel 1965 in cui lo scrittore abruzzese con grande analisi e lucidità dà conto della sua disillusione nel confronti dell’ideologia.
Il nucleo centrale dei saggi che Silone mette insieme nel libro (si veda in proposito il saggio da cui prende il titolo l’intera raccolta) è rappresentato dalle tappe della sua militanza politica che lo porterà, dopo un viaggio in Unione Sovietica, alla fine del rapporto con il Partito Comunista.
In queste pagine Silone aderisce alla visione cristiana e individuale del socialismo e denuncia, dopo aver constato personalmente, la dittatura sovietica.
In piena guerra fredda, Silone prende definitivamente le distanze da quell’idea in cui aveva creduto e che si è rivelata totalitaria e oppressiva.
Nel saggio La lezione di Bubapest, dedicato ai fatti di Ungheria Silone scrive:

«Rinunziare, una volta per sempre, agli intermedari.Rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare. Forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante degli intellettuali detti di sinistra. Dobbiamo apprendere dal popolo le sue verità, anche quelle nascoste, e fargli conoscere le nostre».

Ignazio Silone, come il suo amico Albert Camus, aveva scelto di essere un uomo in rivolta.
E nel saggio «La scelta dei compagni» (che si trova sempre in Uscita di sicurezza) a proposito del grande scrittore francese Silone scrive:

«Camus ci ha insegnato che anche da una rivolta che nasce dalla semplice pietà può ridare un senso alla vita».

Uscita di sicurezza ha molte affinità con L’uomo in rivolta di Albert Camus.
I due scrittori allo stesso modo si sono schierati dalla parte della libertà, andando sempre controcorrente, con dedizione alla causa, coltivando i medesimi ideali di giustizia sociale, stando sempre dalla parte dell’uomo e mai del potere.
Uscita di sicurezza è soprattutto il percorso intellettuale di Silone, testimone scomodo del suo tempo, sempre politicamente scorretto che ha servito la verità e si è schierato contro la mistificazione del pensiero.
Il libro è uno straordinario autoritratto politico – morale dell’uomo e dello scrittore Ignazio Silone a cui costò caro aver scritto, nell’Italia che aveva i Pci più organizzato d’Europa con il suo codazzo servile di intellettuali al seguito, «ci si libera dal comunismo come si guarisce da una nevrosi».

:: La colonna di fuoco di Ken Follett (Mondadori 2017) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2018 by
La colonna di fuoco

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Ken Follett torna a Kingsbridge, la città inglese di cui ha seguito le varie fasi della sua Storia a partire dal Medio Evo con I pilastri della Terra e Mondo senza fine, raccontando stavolta il Cinque e Seicento inglese e non solo, tra guerre di religione, massacri, regni di sovrane rimaste nella Storia come Elisabetta I, vicende tragiche come quella di Maria Stuarda, fatti oggi quasi dimenticati ma fondamentali come la strage di San Bartolomeo e la congiura delle polveri.
Dal 1558, dove Maria la Sanguinaria sta stringendo l’Inghilterra in una morsa integralista, al 1620 si dipana un intreccio che si svolge tra Londra, Parigi, Ginevra, Anversa, Amsterdam, Hispaniola, Edimburgo, dietro a vari personaggi: il protagonista è Ned Willard, figlio di un ricco mercante protestante, che vorrebbe sposare Margery Fitzgerald, di cui è innamorato ricambiato, figlia invece del sindaco cattolico. Il clima di intolleranza impedisce ai due giovani di coronare il loro sogno, Margery va in moglie ad un uomo rozzo della sua stessa religione, mentre Ned si trasferisce a Londra, dove viene ingaggiato da sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor, che diventerà di lì a non molto regina d’Inghilterra, per essere uno degli uomini chiave di uno dei primi servizi segreti della Storia.
Per cinquant’anni Ned si confronterà con fatti storici realmente accaduti, integralisti religiosi, persone che sognano solo, come lui, un mondo dove nessuno venga più perseguitato per il suo credo religioso, traditori insospettabili, congiure, passioni, morti, al centro di un affresco che coinvolgerà molti altri personaggi oltre a lui e Margery, reali e inventati, dal fratello Barney, avventuriero dei mari che ritroverà dopo anni il figlio avuto da un’affascinante donna di sangue misto all’infido Pierre, spia al soldo del duca di Guisa, da Sylvie, coraggiosa donna ugonotta e altro amore di Ned a Carlos, fuggito dalla Spagna dopo aver assistito agli orrori dell’Inquisizione e diventato un imprenditore nei Paesi Bassi.
Un romanzo lungo novecento pagine, in cui si racconta uno dei periodi più importanti nella costruzione dell’Europa di oggi, ricordando come alla fine nelle guerre di religione quello che rovina e pesa sono gli interessi dei tiranni e degli integralisti che vogliono imporre il loro potere su chi invece crede nella tolleranza e nel progresso sociale. Un discorso non certo lontano nel tempo, perché tra le righe si trovano tanti problemi dell’oggi, di un mondo in cui esistono ancora contrasti e persecuzioni religiose, per una storia che racconta comunque il desiderio di Ned e di altri personaggi di creare un mondo migliore, basato sulla libertà.
Tutto questo ovviamente è raccontato senza retorica, mescolando realtà e fantasia, ricordando fatti e questioni poco note, come lo sfruttamento dei neri dall’Africa in Europa e nelle Americhe, il coraggio di chi divulgava idee non ortodosse attraverso la stampa clandestina, la morsa dell’Inquisizione in Spagna contro ebrei e musulmani convertiti, la nascita di una nuova concezione della vita, del lavoro, dei sentimenti, dell’iniziativa individuale. Un ripasso di Storia che non annoia, un affresco che si dimostra una prova ulteriore di romanzo storico a tutto tondo, con il passato non come mero sfondo di vicende improbabili, ma come mondo vivo per ricordare da dove si viene e come e perché si è diventati in un certo modo.

Ken Follett è nato a Cardiff nel 1949 e vive a Londra con la moglie Barbara. Laureatosi in filosofia all’University College di Londra, ha lavorato come giornalista. Negli ultimi quarantatré anni ha pubblicato trentun romanzi, iniziando la sua carriera di scrittore nel 1978 con La cruna dell’Ago, a cui sono seguiti molti altri romanzi di genere giallo e spionistico. Per quello che riguarda il romanzo storico, non si possono non citare la trilogia “The Century” (La caduta dei giganti, L’inverno del mondo e I giorni dell’eternità), e la saga tra Medio Evo e rinascimento di Kingsbridge, composta da I pilastri della terra, Mondo senza fine e di cui La colonna di fuoco è il terzo capitolo.

Provenienza: acquisto personale del recensore.

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:: Non ho tempo per amarti di Anna Premoli (Newton Compton 2018) a cura di Marcello Caccialanza

31 gennaio 2018 by
Non ho tempo per amarti di Anna Premoli

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“Non ho tempo per amarti”, pregevole opera dell’italiana Anna Premoli, è un trascinante romanzo rosa che pone l’accento, con estrema delicatezza, su come l’amore nelle sue differenti accezioni e sfaccettature possa spingere in modo inequivocabile gli opposti ad attrarsi reciprocamente e a combinarsi in una vivace e meravigliosa alchimia.
La protagonista femminile, Julie non è altro che una giovane scrittrice acculturata e di talento che non riesce suo malgrado a sentirsi a proprio agio con una modernità galoppante che in fondo le incute paura ed un generale malessere esistenziale. Lei è uno spirito fragile e sensibile, innamorata del passato; un passato che la rende felice e le regala la magia inconsistente di una libertà insperata. Tanto è vero che la sua stessa produzione letteraria si compone solamente di romanzi ambientati nell’ottocento!
Ma la vita è strana e anche buona matrigna e quando meno te lo aspetti ha la capacità di offrirti una sorta di miracolo, ovvero quella imprevedibilità grazie alla quale ti viene concessa una specie di rinascita intima. E così avviene anche per la stessa Julie! Grazie al fortuito incontro con un aitante vicino di casa,dai modi passionali e vivaci, e al conseguente innamoramento, la giovane avrà quindi l’opportunità di maturare e di vincere le sue paure: cambierà dunque mentalità e piano piano sarà sempre più sospinta verso quel doveroso ricongiungimento con il suo tempo e i suoi conseguenti ritmi vitali.

Anna Premoli è nata nel 1980 in Croazia e vive a Milano, dove si è laureata alla Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan nell’Asset Management e per un lungo periodo in ambito Private Banking per una banca privata, prima di accettare una nuova sfida nel campo degli investimenti finanziari per una holding di partecipazioni. La scrittura è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza. Ti prego lasciati odiare è stato il libro fenomeno del 2013: è stato per mesi ai primi posti nella classifica, i diritti cinematografici sono stati opzionati dalla Colorado Film e ha vinto il Premio Bancarella. I suoi romanzi sono tradotti in diversi Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Come inciampare nel principe azzurro; Finché amore non ci separi; Tutti i difetti che amo di te; Un giorno perfetto per innamorarsi; L’amore non è mai una cosa semplice; È solo una storia d’amore; L’importanza di chiamarti amore; Un imprevisto chiamato amore e Non ho tempo per amarti.

Source: libro del recensore.

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:: Sleeping beauties di Stephen King e Owen King (Sperling & Kupfer 2017) a cura di Elena Romanello

31 gennaio 2018 by
Sleeping Beauties cover Sperling

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Il nuovo romanzo di Stephen King è in realtà un lavoro a quattro mani con il figlio Owen, per raccontare una storia affascinante e tenebrosa, una fiaba dark al femminile, anzi femminista, che prende il largo da una cittadina del West Virginia, Dooling, dove sorge un carcere per donne condetenute che hanno commesso i reati più vari.
Un giorno una delle prigioniere comincia a parlare riguardo alla Regina nera e ha una crisi: il dottor Norcross, lo psichiatra della prigione le somministra un sedativo non dando peso alla cosa, mentre sua moglie, Lila, lo sceriffo di Dooling, sente questo come un presagio. Anche perché, alcune ore dopo, arriva una chiamata alla polizia, da parte di una ragazza sconvolta che ha visto una donna mai vista uccidere due suoi amici, una donna che si chiama Evie Black, intorno alle quali svolazzano strane falene e che non sembra umana. Man mano le donne non solo di Dooling cadono in un sonno profondo e vengono avvolte in un bozzolo, un qualcosa da cui è meglio non svegliarle.
I fan di Stephen King troveranno nel corso della storia echi di altri suoi romanzi, a cominciare da Under the dome e The Tommyknocker, con il tema della minaccia aliena, strana, devastante e a cui non si vuole dare un nome che irrompe nella vita quotidiana cambiando equilibri e sconvolgendo vite. Ma i toni sono diversi, sono quelli di una favola nera ma anche metafora della realtà degli Stati Uniti e non solo, con un richiamo alle fiabe partendo dall’inizio, C’era una volta a Dooling, microcosmo di un mondo più ampio.
Non è la prima volta che Stephen King si interessa all’universo femminile, visto che ha donato a lettori e lettrici figure indimenticabili come Carrie, Beverly, Dolores Claiborne, Rose Madder e anche la folle ma non certo sottovalutabile Annie Wilkies, solo per citarne alcune. In questa storia di una malattia che colpisce tutte le donne, gli autori parlano di molestie sessuali e sopraffazione, raccontando gli orrori con lo specchio deformato di donne che non sono più a disposizione degli uomini ma possono essere un qualcosa di molto diverso, anche di devastante.
Fiaba nera e denuncia sociale, orrore paranormale dietro a cui si nascondono gli orrori veri che esistono nella realtà di tutti i giorni: Sleeping beauties è tutto questo, non si sa quanto è farina del sacco del padre o del figlio, lo stile resta inconfondibile, e la storia, complessa e che non si riesce a lasciare, è un nuovo tassello nella produzione di un autore che ha saputo segnare la letteratura e la cultura non solo pop degli ultimi quattro decenni.
Da Sleeping Beauties verrà tratta una miniserie, forma narrativa che si è già dimostrata ottima per altre opere di Stephen King, prodotta dalla Anonymous Content, la stessa di True Detective e Mr. Robot. Chiaramente sarà interessante vederla, ma nell’attesa il libro è già capace di travolgere, appassionare e far riflettere.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie sono clamorosi bestseller che hanno venduto centinaia di milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. Accanto ai grandi film, innumerevoli gli adattamenti televisivi tratti dalle sue opere. King, oggi seguitissimo anche sui social media, è stato insignito della National Medal of Arts dal presidente Barack Obama.

Owen Philip King, nato a Bangor nel 1977, è il figlio minore di Stephen King. Autore di due raccolte di racconti (la prima delle quali pubblicata da Frassinelli con il titolo Siamo tutti nella stessa barca) e di un romanzo, ha ricevuto diversi premi letterari per il suo lavoro. È sposato con la scrittrice Kelly Braffet.

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