Samanta Schweblin a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2019 by

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La scrittrice argentina Samanta Schweblin ha incontrato il pubblico torinese, intervistata da Fabio Geda, nell’ambito della rassegna Aspettando il Salone e in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, Kentuki, in italiano per SUR. Ecco cosa ha raccontato dei suoi romanzi, paragonati al serial di culto Black Mirror, e non solo.

Sei un’argentina che vive a Berlino da diversi anni: come mai?

Sono sette anni che vivo a Berlino, tutto iniziò perché vinsi una residenza come scrittore per un anno nella capitale tedesca, nell’ambito di un progetto che mette a disposizione una borsa di studio con appartamento e soggiorno e non chiede niente in cambio. Si è trattato di un’esperienza unica, dopo un anno in mezzo ad arte e scrittura era dura pensare di tornare a una vita diversa, e per questo motivo ho deciso di rimanere a Berlino a vivere, con mio marito che era venuto con me.

Tu sei quindi a Berlino ma scrivi in spagnolo, come è questo?

E’ molto complicato, quando sono arrivata a Berlino non conoscevo una parola di tedesco e non parlavo nemmeno molto l’inglese, per cui mi sono concentrata sull’imparare quest’ultimo. Del resto vivevo come in una bolla a Berlino, e nella mia condizione potevo anche non imparare il tedesco. Però ho capito che capivo le cose a metà e vivevo a metà. A Berlino c’è una buona comunità di ispanofoni, ma parlano uno spagnolo neutro e non legato alle varie regioni e per questo motivo ho cercato di raccontare nei miei libri personaggi argentini.

In Kentuki ci sono però anche italiani, norvegesi, peruviani, oltre che argentini. Tu resti legata comunque all’Argentina, come mai?

Penso sia difficile definire cosa è argentino e cosa non. I miei primi libri di racconti sono stati scritti a Buenos Aires e sono stati percepiti come neutri nel mio Paese, mentre in Europa sono stati visti come storie molto argentine, mentre i libri successivi, scritti a Berlino, sono molto più argentini dei precedenti. Kentuki è una storia che racconta un mondo globale, anche se solo quello che ha accesso alle tecnologie.

Hai pubblicato cinque libri, due raccolte di racconti e tre romanzi, comunque brevi e agili: tu ti senti più un’autrice di romanzi e di racconti? E hai incontrato difficoltà a pubblicare racconti nel tuo Paese, tenendo conto che questo genere per esempio in Italia non è facile da proporre?

Io scrivo storie, ogni storia ha le sue regole, vengo dall’Argentina che ha una grande tradizione di racconti, ma il racconto è visto ancora come un apprendistato dell’autore, in un Paese dove ci sono tanti laboratori di scrittura ma più scrittori che lettori.

A proposito dei laboratori, in Argentina gli scrittori li aprono in casa loro, tu hai fatto questa cosa nel tuo Paese e poi di nuovo a Berlino.

Sì, è stata un’esperienza bellissima, io pensavo che questo tipo di iniziative ci fossero ovunque e ho capito dopo quanto ero stata fortunata ad avere questa opportunità. Si entra in casa degli scrittori, tra salotto e cucina e ci si confronta, e a 17 anni trovarsi ad interagire con il proprio scrittore preferito è qualcosa di incredibile e sorprendente. C’è un dibattito comunque sul fatto che si impari a scrivere in questi laboratori, non tutti hanno il talento dello scrivere, ma penso che bisogni desacralizzare la scrittura come capita con le altre arti .Si pensa che lo scrittore debba essere un genio, ma talento e genio sono in realtà uno sguardo particolare sul mondo e i laboratori possono aiutare a coltivare e migliorare questo.

Il tuo romanzo precedente, Distanza di sicurezza, aveva una tensione straordinaria, raccontando la storia di un’epidemia in un paesino dell’Argentina attraverso due bambini, ammalati in ospedale. Anche Kentuki ha suspense e colpi di scena, come quando viene raccontato l’omicidio di un Kentuki, che altro non sono che robot. Ami lo strano e il fantastico?

Sì, mi interessano molto, soprattutto quando irrompono nella vita quotidiana, quando succede qualcosa di insolito e spiazzante. Vengo da un paese in cui c’è la tradizione del cosiddetto racconto rioplatense, dal nome del fiume che scorre tra Uruguay e Argentina, racconti fantastici non con mostri, vampiri e fate, ma dove il fantastico fa parte di cose quotidiane.

I Kentuki del titolo del tuo romanzo sono robottini a forma di peluche, simili al famoso Tamatgochi di qualche anno fa, che hanno la particolarità di poter avere due utilizzi: si può acquistare un Kentuki fisicamente, ma dato che dentro ai loro occhi c’è una connessione via rete con altre parti del mondo che si può acquistare entrando in casa d’altri, e essendo quindi un Kentuki. Cosa vorresti, essere o avere?

Il bello di scrivere il romanzo è che mi ha permesso di raccontare entrambi i punti di vista, all’inizio mi piaceva l’idea di essere un Kentuki, ma anche averlo ha il suo perché, e tra l’altro mi stupisce che non ci sia ancora qualcosa del genere. I Kentuki sono anche una metafora di quello che facciamo nei social, creando interrogativi molto interessanti sulle responsabilità e su come comunichiamo.

Tra l’altro, in teoria non si potrebbe fotografare con i Kentuki, ma qualcuno aggira la questione, così come poter comunicare con loro, e c’è un personaggio che acquista varie connessioni per rivenderle, creando un mercato nero legato a loro. Dietro a questo c’è una metafora dei pericoli della tecnologia?

Sì, da quello che succede nei social viene fuori quanto è problematico il nostro rapporto con la tecnologia. Molti scrittori non amano la tecnologia, c’è una sorta di rifiuto anche in letteratura e la tecnologia è associata in letteratura con il genere distopico e credo che sia perché non le abbiamo dato dei limiti.

Come la tecnologia ha cambiato secondo te la letteratura negli ultimi dieci anni?

Dieci anni fa c’è stato un profondo cambiamento tecnologico, che con i libri ha cambiato essenzialmente solo il supporto di lettura. Per esempio le serie TV che oggi sono di maggiore successo sono spesso comunque ispirate a romanzi, e sono diventate importantissime con le nuove piattaforme di visione, anche se è certo inquietante che in tutto il mondo si vedano le stesse storie e ci si appassioni agli stessi personaggi. La tendenza della serialità televisiva è comunque di lasciare sempre più finali aperti, per permettere alla storia di andare avanti e questo influenza anche i libri. Anche Kentuki in fondo potrebbe continuare ancora come storia.

:: Milano, 6 novembre Patrizia Debicke “La gemma del Cardinale de’ Medici” alla libreria Covo della Ladra

28 ottobre 2019 by

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Patrizia Debicke van der Noot
LA GEMMA DEL CARDINALE DE’ MEDICI

Presentazione a Milano, mercoledì 6 novembre
Libreria Covo della Ladra, via Scutari, ore 19.00

Interviene Luca Crovi
Sarà presente l’autrice.

:: L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore di Pierre Loti (Bordeaux Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

27 ottobre 2019 by

LotiConosco Pierre Loti per aver letto Gli ultimi giorni a Pechino: un avventuroso viaggio nella Cina dei Boxer e grande è la sua fama di viaggiatore e di narratore fedele dei suoi viaggi per cui sono stata molto felice di leggere L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore, (Titolo originale: L’île de Pâques. Journal d’un aspirant de la Flore, 1899) appena edito da Bordeaux edizioni, tradotto da Paolo Bellomo.
Un volumetto molto sottile ma denso di quello spirito tutto ottocentesco che univa la sete d’avventura, all’esotica scoperta di terre sconosciute e perlopiù inaccessibili.
Pierre Loti nasce a Rochefort, in Francia, nel 1850. Ufficiale di marina, viaggiatore, scrittore di diari, lettere e memorie, come di romanzi, possiede il raro dono di provare vera empatia per la gente che incontra nei suoi viaggi, oltre a possedere uno spirito arguto e per certi versi irriverente.
Grande osservatore, registra ogni particolare, ogni sfumatura, tutto ciò che per molti altri possono essere inezie non degne di attenzione, Pierre Loti vede e ricorda, collega fatti, ed esprime giudizi, originali e anche spiritosi.
Le sue opere certo fanno parte di quella che si può definire letteratura coloniale, che si sviluppò tra Ottocento e Novecento, ma vista a suo modo, interpretata in modo originale e privo di molta enfasi retorica che caratterizzava il periodo.
Loti anzi non risparmia critiche e analisi anche severe di cosa il suo mondo ha portato in queste terre a volte devastate e distrutte dall’uomo occidentale.
E da qui il rimpianto e una certa malinconia che è sicuramente presente in L’isola di Pasqua, diario di viaggio, fortemente autobiografico, in cui ci parla forse della più misteriosa e remota isola della Polinesia Francese.
La spedizione partita da Valparaiso ha l’obbiettivo di raggiungere e cartografare le zone della Polinesia francese e di riportare in Europa uno dei famosi Moai, le enigmatiche statue dell’isola di Pasqua, come leggiamo nella nota dell’editore.
Loti si interroga, si pone domande anche scomode, fa riflessioni profonde e insolite, molto attuali anche oggi, epoca dei viaggi turistici e delle migrazioni di massa.
Pregevole per Bordeaux Edizioni questa riscoperta, segnalo ancheche questa traduzione si basa sulla pubblicazione avvenuta sulla Revues de Paris nel 1899, l’unica ad aver ricevuto l’avvallo diretto dell’autore. Buona lettura!

Pierre Loti (pseudonimo di Louis ­Marie­J ulien Viaud, 1850­1923) è stato uno scrittore e ufficiale della Marina francese. All’interno dell’Académie française ha fronteggiato il Naturalismo della scuola di Émile Zola con una scrittura esotica e orientalista, ponendosi fra i maggiori scrittori di genere della sua epoca. I suoi numerosi viaggi in Africa, Asia, Medioriente, Europa e Oceania hanno ispirato l’intero universo della sua narrativa, che comprende romanzi, racconti e saggi incentrati sul viaggio e sulla conoscenza del diveso. Tra le ultime traduzioni italiane delle sue opere: Pellegrino in Terrasanta. Il deserto, Gerusalemme, la Galilea (Ibis 2008), Pescatore d’Islanda (Nutrimenti 2010) e Un pellegrino ad Angkor (O barra O 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Bordeaux.

Guerriere dal Sol levante di Vari (Edizioni Yoshin Ryu, 2019), a cura di Elena Romanello

25 ottobre 2019 by

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L’associazione culturale Yoshin Ryu, che da quarant’anni si occupa di divulgare a Torino la cultura giapponese partendo dalle arti marziali, collabora per la terza volta con il MAO, Museo di arte orientale, presentando fino al 1 marzo la mostra Guerriere dal Sol levante, dedicato alle donne combattenti giapponesi della Storia e dell’immaginario fantastico.
La mostra è accompagnata da un ottimo catalogo, che racconta un’epopea poco nota, quella delle combattenti nel Paese del Sol levante, donne addestrate a combattere e per difendere la loro casa e sul campo di battaglia, ma anche delle letterate, visto che il primo romanzo mai scritto nella Storia è di una donna, il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu. Un’epopea che però è giunta fino ad oggi, rivivendo nelle protagoniste di manga, anime, film, fumetti e telefilm e costruendo un immaginario amatissimo e in crescita continua con nuovi volti e nuove storie.
Il catalogo è in due lingue, italiano e inglese, e oltre a presentare gli oggetti e le opere esposti in mostra in un percorso davvero suggestivo, racconta anche alcuni approfondimenti davvero appassionanti sugli argomenti trattati.
Dopo una presentazione di Amamiya Yuji, console generale del Giappone a Milano, un omaggio di Marco Guglielminotti Trivel, direttore del MAO e due interventi di Cesare Turtoro, presidente di Yoshin Ryu e Daniela Crovella, direttrice artistica della mostra si viene immersi nel mondo delle guerriere giapponesi, partendo dalle figure delle Onnabugeisha, le combattenti storiche, per poi passare alle ninja, guerriere dell’ombra, alle letterate da Murasaki Shikibu ad oggi, alle attrici, che molto hanno faticato per emergere e alle donne guerriere rappresentate nelle stampe giapponesi.
Infine, Fabrizio Modina, curatore della sezione sulla cultura pop e studioso di fumetti e fantastico, fa immergere nelle donne guerriere dell’immaginario pop degli ultimi decenni, mettendo a confronto Occidente e Oriente con icone che hanno cresciuto e aiutato più generazioni di ragazze a cambiare.
Il catalogo si chiude, come la mostra, con le protagoniste dell’ultima stanza, donne importanti del passato e del presente raffigurate su lanterne in stile giapponese, ritratte da giovani artiste di oggi, con i volti di personaggi come Boudicca, Zenobia, Ipazia, Artemisia Gentileschi, Ada Lovelace, Emmeline Pankhurst, Virginia Woolf, Frida Kahlo, Rosa Parks, Rita Levi Montalcini, fino a Asia Ramazan Antar, martire della causa curda, così attuale: la mostra è dedicata infatti alle donne curde e alla loro lotta per la libertà di tutti, non solo la loro.
Un catalogo di una mostra unica e interessante, ma anche un libro interessante e valido a prescindere, sia si amano le civiltà antiche sia se ci si è nutriti per anni con manga, anime e cultura pop, un inno al potere delle donne e a far scoprire storie che sono patrimonio di tutti e tutte e che possono fare qualcosa per far cambiare il mondo.

Provenienza: libro del recensore.

Il catalogo è in vendita presso il bookshop del MAO. Per ulteriori informazioni visitare il sito di Yoshin Ryu.

:: La verità su Bébé Donge di Georges Simenon (Gedi 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2019 by

SimenonIl nostro piccolo mondo di provincia.

La verità su Bébé Donge (La Vérité sur Bébé Donge, 1941) è un breve romanzo scritto da Simenon negli anni ’40. Edito per la prima volta in Italia negli anni ’50 e ripubblicato da Adelphi nel 2001, tradotto da Marco Bevilacqua, è un romanzo senza Maigret, per intenderci.
Se vogliamo un dramma psicologico più che un autentico giallo investigativo, anche se l’investigazione c’è ma è fatta dalla vittima di un tentato omicidio, che tenta in tutti i modi di capire le ragioni che hanno spinto la moglie, la bella, elegante e diafana Bébé Donge, a mettere l’arsenico nel caffè che gli serve un mattino nel giardino della loro bella casa di campagna.
Forse non uno dei libri più famosi di Simenon, ma sicuramente uno dei più autobiografici e profondi nello scavo psicologico delle ragioni dell’infedeltà, del tradimento e della solitudine profonda che ne deriva.
François Donge, il protagonista è un solido uomo d’affari, di successo, ben piantato, ama la vita, le donne, e le piccole comodità, sposa Bébé, perché lo fa sentire a suo agio, parole sue, da sempre convinto che lei abbia sposato lui per sistemarsi, per non restare con la madre, e non essere da meno della sorella Jeanne, che sposa il fratello di François, Felix.
Sulle prime François è disorientato, non si spiega perché l’equilibrio raggiunto in dieci anni di matrimonio, con un figlio e un accordo che permetteva a lui di avere le sue frequenti storie con altre donna senza scenate, sia sfociato in tragedia. François è anzi convinto di dare tutto il necessario alla moglie, soldi, benessere, vestiti eleganti, rispettabilità, tutto insomma quello che una donna desidera dal matrimonio, e invece Bébé è infelice, anzi disperata.
Il fatto che Bébé lo ami davvero giunge sul finale del libro come una folgorazione capace di fargli comprendere quanto il suo egoismo e la sua meschinità l’abbiano reso cieco e sordo alle esigenze della moglie, prima una ragazza poi una giovane donna di cui ignora molto, se non quasi tutto. Bébé Donge è un mistero, e proprio scoprire chi è davvero diventa la ragione prima del romanzo, come anche candidamente afferma il titolo del libro.
Il carattere di Bébé Donge viene disvelato pagina dopo pagina, e più François fa chiarezza e prende coscienza di sé e di lei, e più si accorge che ormai è tutto perduto, e solo allora si accorge di esserne finalmente innamorato e che è pronto ad aspettarla fin dopo che avrà scontato la condanna di cinque anni di lavori forzati, pur conscio di non sapere chi troverà allora.
Anatomia di un matrimonio, dramma intimo e privato, La verità su Bébé Donge è un ennesimo ritratto del piccolo e claustrofobico mondo di provincia che costituisce il fulcro della poetica simenoniana. La scrittura è come sempre molto rapida, essenziale, impressionista. Con pochi tratti, con cambi di luce, crea universi capaci di far vivere personaggi che acquistano consistenza e spessore.
Sembra di vederla Bébé Donge nei suoi vaporosi completi di alta sartoria sul verde pallido, muoversi come un’ombra svagata e nello stesso tempo molto nitida. Simenon si sofferma in ogni dettaglio, quasi arrivando a focalizzare i suoi pori come in un ritratto iperrealista, ed è quasi spietato nello scavare nell’intimo di questo dramma borghese, apparentemente quasi banale, superfluo.
Una donna tradita, un uomo grossolano, ma non cattivo, diventano i protagonisti di questo intreccio di vite denso di infelicità, solitudine e incomunicabilità, e Simenon ce lo racconta con la solita capacità di non dare giudizi, ma anzi di avere somma comprensione e compassione per i colpevoli, di qualsiasi crimine si siano macchiati.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: libro del recensore, acquistato come supplemento de La Stampa.

:: Il ladro di tatuaggi di Alison Belsham (Newton compton 2019) a cura di Federica Belleri

24 ottobre 2019 by

Il ladro di tatuaggi di Alison BelshamPerché tatuarsi? Perché disegnare ad arte il proprio corpo? Forse per fermare un ricordo, un evento particolare e avere modo di ricordarlo ogni istante. Perché uccidere tatuando le proprie vittime? Perché accanirsi con crudeltà sui loro corpi? Forse per ripulirsi la coscienza, per sentirsi immaccolati di fronte ai peccati commessi
Questo emerge dal secondo thriller di Alison Belsham, che vede ancora una volta protagonista l’ispettore Francis Sullivan. Uomo particolare, burbero a suo modo. Instancabile nel lavoro e una frana nei rapporti personali. La storia è ambientata nell’afosa estate di Brighton del 2017, e non solo …
Una serie di brutali omicidi diventa la priorità per Sullivan e lo porta ad affrontare la precedente indagine, quasi conclusa, e a fare i conti con se stesso e con un “male” difficile da comprendere, che arriva da lontano. D’altronde è proprio vero che una serie di eventi delittuosi crea confusione, la stampa è agguerrita, si vorrebbe subito trovare il colpevole o quanto meno qualcuno da accusare, un perfetto capro espiatorio.
Quando però il dolore provocato dalla morte di giovani ragazze stravolge l’ordinario, quando anche la scientifica e la medicina legale prendono a cuore questi casi e non si capacitano, ecco che l’urgenza inizia a togliere il fiato. Si corre, cercando di restringere il campo, affrontando i problemi personali quasi con distacco, tanto da sembrare privi di empatia. Perché le famiglie di queste ragazze attendono una risposta, perché l’assassino potrebbe colpire ancora. Perché chi agisce come un animale è molto vicino e pericoloso. Va trovato e bloccato.
Il ladro di tatuaggi è un thriller che cattura per la pressione emotiva che riesce a trasmettere, per le immagini forti o ricche di dolci sfumature, per la rassegnazione contrapposta al voler andare sempre avanti, per le piccole tracce lasciate lungo il percorso del lettore che portano alla soluzione.
Ottima lettura. Ve lo consiglio.

Alison Belsham ha iniziato scrivendo sceneggiature, e nel 2001 è stata finalista nella BBC Drama Writer competition. Nel 2016 ha presentato Il tatuatore al Bloody Scotland Crime Writing, uno dei più prestigiosi eventi per il genere thriller, ed è stata giudicata vincitrice. Secondo The Bookseller è stato uno dei libri più interessanti tra quelli presentati a Francoforte 2017. Il ladro di tatuaggi è il secondo attesissimo caso dell’ispettore Sullivan.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Uficcio stampa Newton Compton.

Once upon a time Fiabe, fantasy e serie televisive (Yume Books, 2019) a cura di Elena Romanello

24 ottobre 2019 by

once-upon-a-timePresento ai lettori di Liberi di scrivere la mia nuova fatica, perché oltre a scrivere articoli per giornali on line e blog continuo la mia attività di autrice di libri di saggistica sul mondo otaku e nerd, che costituisce la mia grande passione.
Questa volta ho scelto di occuparmi di una serie TV di culto e molto curiosa di questi ultimi anni, Once upon a time, andata in onda sulla ABC dal 2011 al 2018 e in Italia su Rai 4, perché mi ha colpita e spinta ad approfondire l’argomento.
Sono appassionata da sempre di fiabe, grazie anche ai film Disney e non solo,  e ritengo che non ci sia un’età per questo genere letterario antichissimo, da cui sono derivati poi tutti gli altri: negli anni il mio interesse per il fantastico è cresciuto, portandomi a scoprire fantascienza, fantasy e fumetti, tre baluardi della mia vita, e tutto quello che fa parte di questi universi non può non interessarmi e piacermi.
Once upon a time rilegge le fiabe, partendo dai film Disney ma non solo, in una nuova mitologia, con due piani temporali, il mondo della Foresta Incantata dove vivono tutti i personaggi delle fiabe in una sorta di universo condiviso e un’anonima e molto kinghiana cittadina del Maine di oggi, Storybrooke. Nel pantheon di personaggi trovano spazio eroi vecchi e nuovi, soprattutto protagoniste, comprese le recentissime Elsa di Frozen, Mulan e Merida di Brave, per la trama consiglio di leggere il mio libro o meglio di guardare le sette stagioni, perché è davvero ricca di spunti, di eventi, di fatti, di colpi di scena, con le prime sei stagioni ottime, la settima parte zoppicando ma poi si riprende nel gran finale.
Non è un caso che i due ideatori siano Edward Kitsis e Adam Horowitz, due degli sceneggiatori di Lost, altra serie epocale, e tra l’altro è stato Once upon a time che mi ha spinta a fare una maratona di Lost l’anno scorso (all’epoca l’avevo snobbata), appassionandomi anche a quello. Le due serie sono molto diverse, però è divertenti trovare in entrambe alcuni interpreti in ruoli diversi.
Once upon a time mescola storie e personaggi, presentando una Biancaneve guerriera, un Pinocchio insolito e che cresce, una Cenerentola latinoamericana, e regalando i due personaggi migliori, almeno a mio parere, nella schiera dei cattivi, anche se non sono liquidabili solo come cattivi.
Regina, la regina cattiva di Biancaneve, regalerà le emozioni più grandi cambiando animo durante la storia e compiendo un vero e proprio viaggio dell’eroina. Tremotino, che nelle fiabe classiche era uno gnomo maligno, qui diventa un vero e proprio signore del male, diventato tale per salvare il figlio, compiendo anche lui un percorso incredibile di redenzione, sottolineato dalla grande interpretazione di Robert Carlyle che io adoro come attore dai tempi di Full Monty.
In Once upon a time ho trovato tante fiabe che ho amato e amo, da Biancaneve La bella addormentata, da Alice Peter Pan (viva Capitan Uncino..), da Hansel e Gretel Mulan, da Brave Frozen, in una nuova, intrigante cornice narrativa, e mi sono affezionata al microcosmo di Storybrooke, che ho voluto raccontare.
Una serie che consiglio, senz’altro capace di rivoluzionare la percezione delle fiabe e del fantastico in TV, insieme all’altra ammiraglia del momento, Game of thrones (a cui sarà dedicato il mio prossimo libro), sia a chi ama ovviamente gli universi dell’immaginario sia a chi è appassionato di storie, di qualsiasi tipo siano.

:: Cover Reveal: FAGIANS! primo volume della seconda serie de Gli Orrori della Valle Belbo di Davide Mana

24 ottobre 2019 by

Fagians!

:: Gleba di Tersite Rossi (Pendragon 2019) a cura di Massimo Ricciuti

21 ottobre 2019 by

GlebaIn una grande città italiana s’intersecano le vicende di vari personaggi, destinati a incontrarsi in un unico e terribile disegno. Paolo, un diciassettenne insicuro, frequenta una scuola particolare, che spinge i frequentanti a una competizione senza scrupoli e ad annullare le proprie emozioni, controllate dall’amigdala. Amina, una ragazza marocchina, per un periodo è compagna di studi del coetaneo Paolo, ma poi prende una brutta strada e deve rivolgersi al fratello, fanatico religioso che ha scelto il Jihad. Adriana, impiegata modello, è, in realtà, un’aspirante brigatista che medita vendetta contro i “padroni”. Poi ci sono Valeria ed Enrico, moglie e marito, che portano avanti un rapporto precario tanto quanto le rispettive occupazioni lavorative. Queste sono le principali figure di Gleba, alle quali se ne affiancano tante altre, per comporre quello che è un vero e proprio romanzo corale. Numerose sono le tematiche affrontate dall’opera: su tutte spicca il lavoro, che è quasi sempre precario, insoddisfacente e alienante. Il termine “gleba” assume così un duplice significato: come terra che dà origine alla vita e come terra a cui essere asserviti. Altro argomento portante del romanzo è il terrorismo, nella doppia accezione di islamico e brigatista. Del primo è protagonista Kemal, il fanatico fratello di Amina, del secondo Adriana, entrambi guidati da figure superiori che hanno come obiettivo due attentati. Passando all’autore del romanzo, va detto che, in realtà, si tratta di un collettivo di scrittura. Il nome è un omaggio a Tersite, l’antieroe per antonomasia della mitologia greca, qui incarnato da Paolo. Gleba è la quarta opera di Tersite Rossi ed è di difficile classificazione: questo perché tratta parecchie tematiche, utilizzando generi letterari diversi. Fondamentali sono, comunque, i significati politici e sociali che caratterizzano anche i tre precedenti romanzi. Tutti si possono ascrivere alla cosiddetta letteratura impegnata: di volta in volta gli autori si sono occupati di mafia, politica, economia e tanto altro. Anche in Gleba s’intuisce la notevole opera di documentazione, così come l’indagine sulla realtà, da cui tutto prende avvio. Quanto al finale, lascia aperto uno spiraglio di speranza almeno per due dei protagonisti. A dominare resta, però, la paura di un futuro dominato sempre più dalle tecnologie, in grado di rendere schiavi gli uomini e annullarne i sentimenti e la volontà.

Tersite Rossi è un collettivo di scrittura.
Esordisce nel 2010 con il romanzo “È già sera, tutto è finito” (Pendragon), appartenente al genere della Narrativa d’Inchiesta e centrato sul tema della cosiddetta trattativa fra Stato e mafia d’inizio anni Novanta (finalista al Premio Alessandro Tassoni 2011 e al premio Penna d’Autore 2011).
Nel 2012 esce il suo secondo romanzo con le “edizioni e/o”, il noir distopico “Sinistri”, all’interno della collana “SabotAge” curata da Massimo Carlotto, ambientato in un futuro fin troppo prossimo, intriso di tecnocrazia liberticida e folli tentativi di ribellione.
Nel 2016 esce il suo terzo romanzo, il thriller economico-antropologico “I Signori della Cenere” (Pendragon), a chiudere la “trilogia dell’antieroe” avviata con i precedenti due, sullo sfondo della crisi finanziaria d’inizio millennio e delle sue ragioni più profonde, ancestrali.
Nel 2019 esce il suo quarto romanzo, “Gleba” (Pendragon), appartenente al filone della new italian epic e centrato sulla tematica del lavoro, sfruttato e vendicato, che segna l’ingresso nell’era del post-eroe.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: Baldwin Library of Historical Children’s Literature Digital Collection

20 ottobre 2019 by
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Casualmente, grazie a Danila Comastri Montanari, sono venuta a conoscenza di un bellissimo archivio digitale, il Baldwin Library of Historical Children’s Literature, contenente migliaia di libri per bambini digitalizzati e consultabili online. Davvero un tesoro conservato presso il dipartimento della University of Florida’s George A. Smathers Libraries. Qualcosa di incredibile per chi ama la letteratura dell’infanzia. Davvero ci si perde, e colpisce la qualità dello stato di conservazione dei libri illustrati, per la maggior parte dell’Ottocento, e la vividezza delle immagini. Buona caccia!

Il mago di Oz di Sébastien Perez e Benjamin Lacombe (Rizzoli, 2019) a cura di Elena Romanello

20 ottobre 2019 by

9788817141529_0_0_802_75Rizzoli propone un nuovo titolo della collana per ragazzi (e non solo!) Illustrati d’autore, e cioè Il mago di Oz, raccontato di nuovo da Sébastien Perez sulla storia originale di L. Frank Baum con i meravigliosi disegni di Benjamin Lacombe, nuovo sodalizio tra due creativi che ha già dato vita ad altri libri di immagini, sulle fiabe e non.
Testo e immagini, anche di grande formato, si alternano per raccontare una nuova versione della storia originale, recentemente tra l’altro uscita in edizione integrale per Einaudi: una storia fedele ma modernizzata dai toni forse troppo ottocenteschi e moralistici del testo originale, per un approccio fresco e interessante ad un universo fiabesco che ha poi ispirato tutti i viaggi fantastici dell’ultimo secolo, in un modo o nell’altro.
Il protagonista della vicenda, anche se non mancano gli altri personaggi, giustamente, è lo Spaventapasseri, ma nelle pagine del libro si rivivono le avventure di un gruppo di personaggi a cui manca qualcosa:  Dorothy non riesce a tornare a casa, l’uomo di latta non ha un cuore, al leone serve il coraggio e lo spaventapasseri, il protagonista, è senza cervello.
Il mago di Oz dimostrerà di non essere quello che ci si aspettava, le streghe sono paurose e temibili e alla fine i quattro amici per casa capiranno che devono trovare in loro stessi quello che cercano altrove.
Nel libro originale c’era tra le righe un elogio della diversità, in queste pagine rilette emerge insieme ad un inno all’audacia, al voler cambiare, al voler migliorare.
Il testo è sottolineato dalle tavole di Benjamin Lacombe, protagonista l’anno scorso di una mostra a Lucca Comics & Games in cui non si parlava ancora di questo libro, in cui emergono profondità di campo, nuovi sguardi su personaggi dell’immaginario, richiami all’art decò, onnipresenza del verde smeraldo, creato da un pantone nuovo su richiesta dell’artista.
Un libro per giovanissimi, anche, come primo approccio ad un classico, ma anche un volume prezioso e illustrato per chiunque, a qualsiasi età, ami i mille volti e colori della fantasia.

Benjamin Lacombe è un autore e illustratore francese. Compie i suoi studi presso l’Ecole Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi (ENSAD) lavorando contemporaneamente per la pubblicità e l’animazione. All’età di 19 anni firma i suoi primi libri di fumetti e illustrazioni e nel 2007 ottiene il primo riconoscimento con Cerise Griotte. Lacombe è tradotto e premiato in numerosi paesi e ha esposto i suoi lavori nelle più importanti gallerie del mondo come L’Art de rien (Parigi), Dorothy Circus (Roma), Ad hoc art (New York), Maruzen (Tokyo).

Sébastien Perrez nasce illustratore, ma presto si dedica alla scrittura, che scopre essere la sua vera passione, nonché efficace terapia per le proprie paure infantili. Nei suoi testi mescola abilmente storia e finzione, umorismo e cinismo, realismo e fantastico.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu (Marsilio, 2019) a cura di Eva Dei

19 ottobre 2019 by

E i figli dopo di loroTutti costoro furono onorati dai contemporanei,
furono un vanto ai loro tempi.
Di loro alcuni lasciarono un nome,
che ancora è ricordato con lode.
Di altri non sussiste memoria;
svanirono come se non fossero esistiti;
furono come se non fossero mai stati,
loro e i loro figli dopo di essi.

A questa citazione biblica (Siracide 44, 7-9) si ispira Nicolas Mathieu per il titolo del suo nuovo libro, da poco pubblicato in Italia da Marsilio, ma già vincitore del Premio Goncourt 2018.
Le vite che mette nero su bianco l’autore sono proprio quelle che più facilmente si tende a dimenticare, uomini e donne qualunque alle prese con le miserie della vita. Anni Novanta, siamo nella Lorena, regione della Francia del nord-est, vicina al confine con il Lussemburgo; tutto si svolge a Heillange, cittadina immaginaria. Qui nell’arco di quattro estati un osservatore esterno ci racconta la vita di tre giovani: Anthony, Hacine e Stéphanie. Le loro vite si sfiorano e si intrecciano durante il tempo del racconto e il lettore li segue fino al momento della loro crescita, in quel passaggio che segna la fine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta. Dal 1992 al 1998 qualcosa si perde in quelle estati scandite dalle canzoni che danno il ritmo alle loro giornate: è la fine dell’ingenuità e l’inizio delle responsabilità, lo scontro tra aspettative e realtà.
Anthony ha quattordici anni, una palpebra semichiusa che gli conferisce un’aria perennemente imbronciata e un padre alcolizzato; Hacine ha qualche anno in più, è di origine marocchina, vive con il padre in un appartamento delle case popolari, ma pur di non finire come lui, piegato e consumato dal lavoro in fabbrica per pochi franchi, si dedica a qualsiasi tipo di espediente, dallo spaccio al furto. Infine Stéphanie, Steph per tutti, lunghi capelli biondi fermati in una coda di cavallo e un’autentica ossessione per il bello e dannato della scuola, Simon Rotier. Tre ragazzi provenienti da famiglie diverse, alle prese con problematiche tipiche dell’adolescenza, ma anche con differenti disagi affettivi e sociali. Una cosa li accomuna: il desiderio di riscatto, di evadere da quella valle che gli imprigiona, di avere delle vite migliori di quelle dei loro genitori: più felici, più complete, più soddisfacenti. Sì perché nonostante gli sforzi nessuno riesce a riscattarsi completamente: sembra che il loro status sia un marchio indelebile che grava sulle loro esistenze.
La stessa Heillange, un tempo florida per la presenza degli altiforni, sembra adesso ammantata da un velo di decadenza. Agli occhi dei ragazzi la città si fa al tempo stesso culla e prigione. Heillange è il luogo in cui sono nati e cresciuti, ma nei loro sogni il futuro è altrove, in città come Parigi, città più grandi, ricche di prospettive e possibilità. Ma imparare a cavarsela altrove non è così facile e scontato come nei sogni adolescenziali e spesso ogni strada imboccata dai ragazzi sembra riportare all’origine.

Steph pareva cercare qualcosa nel paesaggio. A furia di girare a piedi, in bici, in scooter, in autobus, in macchina, conosceva la valle a memoria. Tutti i ragazzi erano come lei. Lì la vita era una questione di tragitti. Si andava a scuola, dagli amici, in città, in spiaggia, a farsi una canna dietro la piscina, a incontrare qualcuno ai giardinetti. Si tornava a casa, si usciva di nuovo, idem per gli adulti, il lavoro, la spesa la tata, la revisione da Midas, il cinema. Ogni desiderio induceva una distanza, ogni piacere richiedeva carburante. Alla lunga finivi per pensare come una mappa stradale. I ricordi erano necessariamente geografici. (…) Nella valle alcuni uomini si erano arricchiti e avevano costruito case imponenti che on ogni paesino irridevano l’attualità. Bambini erano stati divorati dai lupi, dalle guerre, dalle manifatture; ora lì c’erano Anthony e Stéphanie, a constatare i danni. Sotto la pelle gli correva un brivido intatto. Così come nella città spenta continuava a dipanarsi una storia sotterranea che avrebbe finito per esigere prese di posizione, scelte, movimenti e lotte.

Licenziamenti, lavori faticosi e poco remunerativi: tutto porta a una lotta tra poveri, a una difficoltà di integrazione sempre più inevitabile, a un’incapacità di riuscire che aumenta il divario tra genitori e figli. I primi non si accorgono delle reali conseguenze che le loro parole e azioni esercitano sui figli, mentre questi ultimi spesso perseguono desideri simili ai genitori anche se la volontà di non seguirne l’esempio e le scelte li porta spesso a compiere decisioni affrettate e sbagliate.
Nicolas Mathieu ricostruisce uno spaccato realistico degli anni Novanta, quel decennio che ha segnato e dato vita a molte problematiche dei giorni nostri. Scegliendo di raccontare tre storie qualunque l’autore non si interessa tanto all’eccezionalità della trama: quello che ci racconta sono le lotte e i sacrifici della classe operaia e medio borghese, fino alla sua decadenza. Quello che ne rimane vive nella rabbia e nei desideri dei figli dopo di loro.

Nicolas Mathieu è nato a Épinal, nella regione dei Vosgi, nel 1978 e oggi vive a Nancy. Ha esordito nel 2014 con il noir Aux animaux la guerre, da cui è stata tratta una serie tv. E i figli dopo di loro, suo secondo romanzo, accolto con entusiasmo da critica e pubblico, ha vinto nel 2018 numerosi riconoscimenti letterari, tra i quali il Prix Goncourt, ed è in corso di traduzione in venti paesi.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, che ringraziamo.