Samanta Schweblin a Torino per Aspettando il Salone a cura di Elena Romanello

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La scrittrice argentina Samanta Schweblin ha incontrato il pubblico torinese, intervistata da Fabio Geda, nell’ambito della rassegna Aspettando il Salone e in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo, Kentuki, in italiano per SUR. Ecco cosa ha raccontato dei suoi romanzi, paragonati al serial di culto Black Mirror, e non solo.

Sei un’argentina che vive a Berlino da diversi anni: come mai?

Sono sette anni che vivo a Berlino, tutto iniziò perché vinsi una residenza come scrittore per un anno nella capitale tedesca, nell’ambito di un progetto che mette a disposizione una borsa di studio con appartamento e soggiorno e non chiede niente in cambio. Si è trattato di un’esperienza unica, dopo un anno in mezzo ad arte e scrittura era dura pensare di tornare a una vita diversa, e per questo motivo ho deciso di rimanere a Berlino a vivere, con mio marito che era venuto con me.

Tu sei quindi a Berlino ma scrivi in spagnolo, come è questo?

E’ molto complicato, quando sono arrivata a Berlino non conoscevo una parola di tedesco e non parlavo nemmeno molto l’inglese, per cui mi sono concentrata sull’imparare quest’ultimo. Del resto vivevo come in una bolla a Berlino, e nella mia condizione potevo anche non imparare il tedesco. Però ho capito che capivo le cose a metà e vivevo a metà. A Berlino c’è una buona comunità di ispanofoni, ma parlano uno spagnolo neutro e non legato alle varie regioni e per questo motivo ho cercato di raccontare nei miei libri personaggi argentini.

In Kentuki ci sono però anche italiani, norvegesi, peruviani, oltre che argentini. Tu resti legata comunque all’Argentina, come mai?

Penso sia difficile definire cosa è argentino e cosa non. I miei primi libri di racconti sono stati scritti a Buenos Aires e sono stati percepiti come neutri nel mio Paese, mentre in Europa sono stati visti come storie molto argentine, mentre i libri successivi, scritti a Berlino, sono molto più argentini dei precedenti. Kentuki è una storia che racconta un mondo globale, anche se solo quello che ha accesso alle tecnologie.

Hai pubblicato cinque libri, due raccolte di racconti e tre romanzi, comunque brevi e agili: tu ti senti più un’autrice di romanzi e di racconti? E hai incontrato difficoltà a pubblicare racconti nel tuo Paese, tenendo conto che questo genere per esempio in Italia non è facile da proporre?

Io scrivo storie, ogni storia ha le sue regole, vengo dall’Argentina che ha una grande tradizione di racconti, ma il racconto è visto ancora come un apprendistato dell’autore, in un Paese dove ci sono tanti laboratori di scrittura ma più scrittori che lettori.

A proposito dei laboratori, in Argentina gli scrittori li aprono in casa loro, tu hai fatto questa cosa nel tuo Paese e poi di nuovo a Berlino.

Sì, è stata un’esperienza bellissima, io pensavo che questo tipo di iniziative ci fossero ovunque e ho capito dopo quanto ero stata fortunata ad avere questa opportunità. Si entra in casa degli scrittori, tra salotto e cucina e ci si confronta, e a 17 anni trovarsi ad interagire con il proprio scrittore preferito è qualcosa di incredibile e sorprendente. C’è un dibattito comunque sul fatto che si impari a scrivere in questi laboratori, non tutti hanno il talento dello scrivere, ma penso che bisogni desacralizzare la scrittura come capita con le altre arti .Si pensa che lo scrittore debba essere un genio, ma talento e genio sono in realtà uno sguardo particolare sul mondo e i laboratori possono aiutare a coltivare e migliorare questo.

Il tuo romanzo precedente, Distanza di sicurezza, aveva una tensione straordinaria, raccontando la storia di un’epidemia in un paesino dell’Argentina attraverso due bambini, ammalati in ospedale. Anche Kentuki ha suspense e colpi di scena, come quando viene raccontato l’omicidio di un Kentuki, che altro non sono che robot. Ami lo strano e il fantastico?

Sì, mi interessano molto, soprattutto quando irrompono nella vita quotidiana, quando succede qualcosa di insolito e spiazzante. Vengo da un paese in cui c’è la tradizione del cosiddetto racconto rioplatense, dal nome del fiume che scorre tra Uruguay e Argentina, racconti fantastici non con mostri, vampiri e fate, ma dove il fantastico fa parte di cose quotidiane.

I Kentuki del titolo del tuo romanzo sono robottini a forma di peluche, simili al famoso Tamatgochi di qualche anno fa, che hanno la particolarità di poter avere due utilizzi: si può acquistare un Kentuki fisicamente, ma dato che dentro ai loro occhi c’è una connessione via rete con altre parti del mondo che si può acquistare entrando in casa d’altri, e essendo quindi un Kentuki. Cosa vorresti, essere o avere?

Il bello di scrivere il romanzo è che mi ha permesso di raccontare entrambi i punti di vista, all’inizio mi piaceva l’idea di essere un Kentuki, ma anche averlo ha il suo perché, e tra l’altro mi stupisce che non ci sia ancora qualcosa del genere. I Kentuki sono anche una metafora di quello che facciamo nei social, creando interrogativi molto interessanti sulle responsabilità e su come comunichiamo.

Tra l’altro, in teoria non si potrebbe fotografare con i Kentuki, ma qualcuno aggira la questione, così come poter comunicare con loro, e c’è un personaggio che acquista varie connessioni per rivenderle, creando un mercato nero legato a loro. Dietro a questo c’è una metafora dei pericoli della tecnologia?

Sì, da quello che succede nei social viene fuori quanto è problematico il nostro rapporto con la tecnologia. Molti scrittori non amano la tecnologia, c’è una sorta di rifiuto anche in letteratura e la tecnologia è associata in letteratura con il genere distopico e credo che sia perché non le abbiamo dato dei limiti.

Come la tecnologia ha cambiato secondo te la letteratura negli ultimi dieci anni?

Dieci anni fa c’è stato un profondo cambiamento tecnologico, che con i libri ha cambiato essenzialmente solo il supporto di lettura. Per esempio le serie TV che oggi sono di maggiore successo sono spesso comunque ispirate a romanzi, e sono diventate importantissime con le nuove piattaforme di visione, anche se è certo inquietante che in tutto il mondo si vedano le stesse storie e ci si appassioni agli stessi personaggi. La tendenza della serialità televisiva è comunque di lasciare sempre più finali aperti, per permettere alla storia di andare avanti e questo influenza anche i libri. Anche Kentuki in fondo potrebbe continuare ancora come storia.

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