Archive for the ‘Gli scrittori parlano dei loro libri’ Category

Pirati, robot e ragazze androidi: l’animazione giapponese di fantascienza di Elena Romanello (Anguana, 2018)

14 giugno 2018

copertina_stesa_pirati-robotHo deciso di continuare il mio viaggio nel mondo della cultura otaku e nerd occupandomi di uno dei generi più noti e amati ma di cui si è anche parlato più a sproposito dei manga e degli anime: la fantascienza.
Come ex bambina degli anni Settanta (e questo dice che sono ormai decisamente dalle parti dei ruderi) ricordo benissimo quando arrivò Goldrake o meglio Atlas Ufo Robot, robottone gigante e sorta di samurai mistico, che combatteva contro un impero malvagio di alieni che avevano già devastato il pianeta del suo pilota, tra crisi di coscienza e drammi.
L’idea del libro è infatti nata dal voler celebrare il quarantennale della prima messa in onda di questo anime e a ruota tutti gli altri anniversari analoghi, visto che il prossimo anno a ruota ci saranno quelli di Capitan Harlock, Il Grande Mazinga e Jeeg robot d’acciaio. Inoltre, quest’anno si festeggia un altro importante anniversario, il trentennale del film d’animazione Akira di Katsuhiro Otomo,  che ha sdoganato definitivamente manga ed anime come prodotti maturi, conquistando anche il mercato angloamericano e guadagnandosi l’interesse di mostri sacri come Spielberg e Lucas.
Quello che mi colpì negli anime di fantascienza e che continua a piacermi molto oggi è innanzitutto come abbiano saputo mescolare le suggestioni di una cultura millenaria come quella giapponese alla modernità più estrema, per come hanno saputo trattare per primi uno dei temi cardine di oggi, il rapporto uomo e macchina, per come hanno parlato di guerre del futuro ricordando quelle del passato, a cominciare dall’apocalisse atomica, per come hanno riletto con un occhio nuovo tutti i filoni della fantascienza, dalla space opera alla distopia, dal cyberpunk allo steampunk.
Un genere, quello fantascientifico, che continua ancora fino ad oggi, infatti la maggiore difficoltà che ho incontrato è stato ad un certo punto come chiudere: in questi ultimi anni sono uscite tante nuove opere con relativi eroi, ma sono tornati anche personaggi iconici del passato, in nuove versioni, come Mazinga Z Infinity Neon Genesis Evangelion, o in nuove storie dello stesso universo, come la saga infinita di Gundam.
Scrivere questo libro è stato un bel viaggio nel passato ma anche un capire oggi quanto manga ed anime abbiano contribuito a fare di me la persona che sono, e per l’ennesima volta ripeto che è assurdo averli accusati di incitare alla violenza: a me hanno fatto capire che esistono altre culture, di pari dignità con quella occidentale, hanno fatto riflettere sull’importanza dell’amicizia e della collaborazione e hanno colpito per la grande importanza che viene data ai personaggi femminili, perché finalmente la ragazza di turno non faceva la solita damigella in pericolo in attesa di essere salvata dall’eroe di turno, ma combatteva anche lei, persino una sfigatella come la non eccelsa Venusia di Goldrake.
Il mio non vuole essere un libro nostalgico,  ma un libro che parla di un filone fondamentale dell’immaginario, oggi riconosciuto,  comunque e presto o tardi tornerò sull’argomento, anche perché ci sono ancora tante cose da dire.
Di tutti gli anime di cui parlo nel mio libro, qual è il mio preferito? Difficile a dirsi, sono tanti i titoli interessanti, dal mio primo steampunk, Il mistero della pietra azzurra, all’universo di Ghost in the shell, ma in questo caso faccio la nostalgica e indico Goldrake appunto e Capitan Harlock, due storie e due personaggi rimasti nel mio cuore e che riescono ancora ad appassionarmi oggi, tanti e tanti anni dopo quei pomeriggi che non rimpiango degli anni Settanta, ma dove è iniziata una passione che oggi mi ha portata a fare tante cose interessanti e a conoscere tante bellissime persone.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Il dietro le quinte di Diario vittoriano di Laura Costantini

18 dicembre 2017

È iniziato tutto con Sandokan, quello televisivo di Sergio Sollima e Kabir Bedi. Di mezzo ci si sono messi quasi quarant’anni di vita. Poi c’è stato Sherlock, quello della BBC e una specie di forzato esilio in Molise dove, nel 2014, mi sono trasferita per lavoro. Ah, senza dimenticare la splendida serie Victorian Solstice (sono sei volumi) di Federica Soprani e Vittoria Corella. Ecco, questi sono gli elementi, direi gli ingredienti di base del mio ”Diario vittoriano”. Quattordici mesi di lavoro e di studio partendo da un romanzo molto salgariano iniziato nell’adolescenza e lasciato incompiuto per manifesta inferiorità rispetto all’idea che mi frullava in testa: non avevo la perizia di scrittura e l’esperienza di vita necessarie a portarla avanti. Perché la storia che mi frullava in testa era una storia di amicizia, inizialmente, poi quei due ragazzini avevano cominciato a guardarsi in un modo che… insomma, avete capito, no? Solo che il 1978 non era maturo per una storia lgbt. Di sicuro non lo ero io che, da adolescente, avevo ancora qualche perplessità riguardo un amore omosex. E se vi state chiedendo che ci azzecca Sherlock della BBC, allora non lo avete visto. Perché se aveste presenti certi sguardi e certe espressioni dei due strepitosi protagonisti, sapreste a cosa mi riferisco. La scintilla si accese durante un viaggio in auto tra Roma e Campobasso. Ero lì che ascoltavo la radio, passava “Take me to church” di Ozier, e mi venne in mente una situazione – un processo – e la deposizione di un uomo che iniziava con queste parole: ”Voi mi chiedete se lo amavo…”. Una confessione, una sicura condanna. Un’epoca ipocrita e bigotta, eppure affascinante. Ne avevo avuta la prova appassionandomi ai volumi di Victorian Solstice. Quando arrivai a Campobasso, in un’estate assurda, quella del 2015, ho cominciato a studiare. Usi, costumi, colonie, la vita della regina Victoria, la vita dei nobili dell’epoca. Vi dovessi dire perché la vicenda inizia nel 1881, non lo so. Ma che avrebbe coperto vent’anni era già deciso da tempo. Quindi fino al 1901. Solo dopo mi sono resa conto che è l’anno in cui muore la regina Vittoria. La fine di un’epoca, il momento in cui tutto cambia. Aveva senso. Tutto sembrava collimare. Non so se questa sensazione è nota agli autori che eventualmente leggeranno questo “dietro le quinte”, ma mi capita spesso, anche quando scrivo insieme alla mia socia Loredana Falcone. Le storie si incasellano in un modo misterioso, in cui tutto sembra stabilito prima. E non si sa bene da chi. Comunque è andata così. Ho cominciato a scrivere sul tablet, come se non fossi certa di fare sul serio. La mia scrittura viaggia sempre in coppia, anzi, in simbiosi, con quella di Loredana. Quindi un romanzo solitario, e della mole del “Diario vittoriano”, non era previsto. Ma facevo sul serio. L’ho capito quando raccontare la storia di Robert e Kiran è diventato un appuntamento fisso, un modo per superare la solitudine di Campobasso. E per esorcizzare lo stravolgimento della mia vita. Per questo ho dedicato al Molise il secondo volume, appena uscito. Mentre il primo l’ho dedicato a mia sorella che, all’epoca della prima stesura, si appassionò a questa storia, incoraggiandomi a continuare a scrivere. In tutto i volumi saranno quattro, perché pubblicarlo in un unico libro avrebbe significato un tomo formato vocabolario. Ma è molto meno noioso, così mi dicono.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Il Professionista – Legione straniera di Stefano Di Marino alias Stephen Gunn

15 dicembre 2017

COP_segretissimo_1638_coverEd eccola qui la mia copia del Segretissimo 1638 Il Professionista – Legione straniera. Una tappa importante nel cammino personale e lavorativo di quest’anno, che ha anche avuto qualche momento difficile sul piano privato, ma che mi ha regalato grandissime soddisfazioni. Prima tra tutte aver pubblicato tra ristampe originali e racconti dodici storie del Professionista che si sono accompagnate con il mio ritorno al giallo (La Torre degli Scarlatti), un’incursione nel fantahorror (L’Uomo della Nebbia) e La Guida al cinema bellico lavorato con il mio collega e amico Michele Tetro. Ma veniamo a Chance. È una storia cui tengo molto questa, una di quelle che Chance racconta in prima persona perché l’argomento si fa più scottante e la distanza tra l’avventura e le sue esperienze umane si assottiglia. Una vicenda lunga e articolata che dovrebbe piacere anche a chi il Professionista non lo conosce. Il personaggio si presenta, mette subito le carte in tavola, senza sconti. Lo so cosa pensate. No, Chance Renard non sono io. Il narratore tiene sempre una certa distanza dai suoi personaggi. ‘Il barista è sempre pallido’ scriveva Ferruccio Parazzoli che era editor e ‘scrittore’ letterario vero e mi ha insegnato parecchio con l’esempio e la parola scritta molti anni fa. Però questa volta anche il narratore si abbronza un po’. Vi rivela trasfigurandole alcune cose di sé. Legione Straniera è una storia di spionaggio e di guerra. Una storia di attualità e fantasia, mi piace pensare che abbia il respiro della Grande Avventura e sappia riprodurre quegli intrighi spionistici che tanto hanno affascinato me e, penso, anche voi. È una vicenda che ha il suo fulcro in Congo che è una terra disastrata, dove si combatte ancora alla ricerca di una libertà, un equilibrio che forse i danni del colonialismo, del post colonialismo, del tribalismo, della superstizione e dell’avidità non permetteranno mai di trovare. È un luogo ideale, magico come il cuore di tenebra di Conrad, la foresta del dottor Livingston e di Mungo Park, ma anche degli Affreux, i mercenari delle guerre degli anni ’60. Ma è anche un paese dimenticato oggi, nel 2017, ricchissimo di minerali come il coltan-tantalio, indispensabile per i cellulari di cui non sappiamo fare più a meno. Una terra dove Chance si ritrova a pensare al passato alla Legione che è da sola l’emblema dello spirito di avventura. Non è un caso che lo richiamino a comandare una missione attribuendogli il grado di comandante, lui che è stato persino cacciato dagli ex commilitoni. Ma dopo un flashback in Norvegia, in un ambiente gelido in cui incontriamo i protagonisti principali, la vicenda si dirama in Europa da Bruxelles all’Italia, qui fotografata in un paio di ambientazioni inedite che mi rimendano a tempi passati, mettendo a nudo complotti, interessi, giochi di guerra tra multinazionali potenti come stati. L’attualità, ma con tutti i trucchi e le astuzie della spy story classica. Con ritmo e vigore, naturalmente, perché è questo il modo in cui credo che oggi vadano raccontate queste storie, soprattutto su Segretissimo la cui regola d’ingaggio è sempre stata prendere il lettore per la gola. Sam Durell, OSS117, il Principe Malko, Phil Sherman e, sì, anche il buon vecchio Bond mi guardano da lontano, vigili e severi. Ma a loro si affiancano nuovi eroi e riferimenti che hanno lasciato traccia nella mia memoria, Nick Stone, Mitch Rapp, Jack Ryan e, perché no?, Jason Bourne. Un po’ mi piace ricordare Ian Vam Hamme, creatore di Largo Winch e XIII, che considero il mio maestro ideale. Ma tutto ciò, questi volti, questi modi di raccontare passano attraverso un filtro personale. M’illudo che il Professionista sia una persona unica, con le sue esperienze e una caratterizzazione. Caratterizzazione perché siamo nella narrativa popolare, dove tempo per parlarsi addossi e creare ‘memoir’ non ce n’è. Meglio così. I personaggi sono quello che fanno e quello che dicono. Poi se ci volete vedere qualcosa in più, tanto meglio. Ma l’importante è la storia. La spy story italiana ha una identità, una storia ormai, della quale mi ritengo onorato di essere una piccola parte. Con gli anni varia, trova agganci nuovi e ripesca tradizioni classiche. Si contamina con il reportage, ma solo quel che è giusto, perché il lettore va accompagnato nei luoghi, ma poi credo lo si debba lasciare in balia della corrente, del ritmo della storia. Certo il ritratto dell’Africa in guerra è crudo, contraddittorio, feroce con le sue città composite, degradate e al tempo stesso echeggianti di tempi coloniali, con i bambini soldato, i lebbrosi, gli invasati della magia, i massacri. Ma sono scenari che servono la vicenda, non il contrario. E naturalmente ci sono le donne. Diverse in questa storia. Forti, sensuali (alcune), terribili altre. Sempre protagoniste in qualche modo. Olga, spero, la ricorderete. Poi c’è la squadra, il gruppo, i legionari ma anche gli altri. Comprimari ma importanti. E tra i molti nemici ne emerge uno che davvero mi sono divertito a mettere in scena. Lo scoprirete. Davvero sono soddisfatto di questo lavoro che ho programmato con letture, ricordi, schemi narrativi con la speranza di accontentare tutti. Me soprattutto, perché quando una storia ti piace, la senti viva, allora c’è una possibilità che piaccia al pubblico. Al tuo, quantomeno.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: A proposito di Un giorno di festa di Enrico Pandiani

8 novembre 2017

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Ho cominciato a pensare a questo sesto romanzo di Mordenti il giorno dopo la strage del Bataclan. In quella nefasta occasione, nefasta per i parigini, per l’Europa, per chi ci vive e per coloro che vengono a cercare un futuro qui, arrivando da fuori, in quell’occasione, dicevo, mi trovavo a Parigi e ancora adesso ricordo la doccia fredda delle notizie in televisione. Il giorno seguente, un’amica che vive lì da trentacinque anni, mi ha chiamato per chiedermi di andare a bere un bicchiere. Era evidentemente sconvolta e aveva bisogno di parlare.
Per farla breve, ci siamo trovati entrambi seduti a un tavolino fuori dalla Bonne Bière, uno dei due locali davanti ai quali gli assassini avevano ucciso le prime sei persone. Alle nostre spalle i vetri erano forati dai proiettili e davanti a noi alcune transenne coperte di foto e di fiori erano un segno eloquente del tipo di atmosfera che si respirava in città. Poco più in là, un locale crivellato di colpi era chiuso dai sigilli della Polizia.
In quel momento, mi sono messo a pensare a chi potesse giovare che noi si debba vivere in questo modo. Qui da noi ancora non è successo nulla, ma in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Belgio e in Spagna, cose simili te le puoi aspettare da un momento all’altro. A Parigi, per entrare in un qualsiasi negozio di medie dimensioni, devi passare le forche caudine dei metal detector e quelle dei sorveglianti che ti frugano nella borsa. Non parliamo dei musei, dove ormai sono in vigore le stesse procedure degli aeroporti. E tutto questo lo accettiamo supinamente, senza farci alcuna domanda in proposito.
Quindi, a chi giova che la gente debba vivere così? A chi fa gioco che tutte le nostre libertà personali abbiano subito una stretta bestiale? Non ho una risposta certa, ma so che qualcuno tutto questo lo cavalca e lo fa per ottenere attenzione, voti, potere e denaro. O per impedire che le persone possano convivere, raccontarsi le proprie storie e integrarsi fra loro.
Da questi pensieri frustrati, è nato Un giorno di festa. Ciò che succede nel romanzo è naturalmente una metafora, ma tenta in qualche modo di dare una possibile risposta. C’è una sola parte della società che può avere dei benefici da questa situazione e non sono certo i cittadini.
Il romanzo parte da un’uccisione, che coinvolge Leila, una delle donne de les italiens, e prosegue con una corsa contro il tempo che Mordenti e compagni dovranno fare per cercare di impedire una strage.
La sensazione che volevo dare è quella dell’incertezza, la frustrazione in cui ci si può trovare quando non puoi sapere chi siano i tuoi nemici. Quando ogni soluzione potrebbe essere quella giusta, ma, nel contempo, essere sbagliata e chi ti dovrebbe aiutare, ti mette invece i bastoni tra le ruote.
E poi ci sono i luoghi e spesso è ciò che vedi a farti venire in mente storie e situazioni. A volte basta descriverle, altre volte bisogna renderle paradossali. Scrivere Un giorno di festa, come tutte le volte che ho dovuto dar voce a Mordenti, è stato divertente e coinvolgente. Non riesco mai a capire se in lui ci sia una parte di me o se sia piuttosto il contrario. Ma una cosa è certa questa sua corsa forsennata, la sua incertezza, la paura che qualcuno potesse farsi male, sono anche le mie.
Del resto, come dice Pierre a un certo punto, “Il tempo se ne sbatte di te e dei tuoi morti, o gli stai dietro oppure ti attacchi. Tanto, presto o tardi, con lui perdiamo tutti.”

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Viviana Filippini racconta “Brescia segreta. Luoghi storie e personaggi della città”

25 aprile 2016
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Di solito mi occupo dei libri di altri scrittori, perché mi piace raccontare quello che le storie lette scatenano durante la lettura, per condividerlo con altri lettori e, magari stuzzicare la loro voglia di leggere. Questa volta su Libri di scrivere, e sarà più strano del solito farlo, vi parlerò del mio libro Brescia segreta. Luoghi storie e personaggi della città, pubblicato da Historica edizioni. Brescia segreta è un testo dedicato alla città lombarda di Brescia e ammetto che poterlo scrivere è stato un onore e un omaggio alla città nota anche come Leonessa d’Italia e per le dieci giornate di resistenza, tra marzo e aprile del 1849, dei cittadini bresciani contro gli austriaci presenti nel castello della città. Parlando di Brescia segreta, credo di poterlo identificare come una sorta di saggio romanzato nel quale propongo la conoscenza di Brixia (come la chiamavano ai tempi della dominazione romana) attraverso la Storia, le storie umane dei personaggi che vi sono nati e che vi hanno vissuto, la storia dell’arte e anche una buona dose di ricordi personali legati alla città. Brescia la conosco perché abito da sempre nella sua provincia, l’ho più volte esplorata a passo umano e per tale ragione ho costruito una narrazione pensando a 6 ideali passeggiate che i turisti e i cittadini potranno fare a piedi nel cuore di Brescia. Non è stato facile scegliere cosa mettere nel libro e ho dovuto selezionare in modo mirato quello che in tutti questi anni mi ha sempre colpito e affascinato. Il tutto per far compiere al lettore un vero e proprio pellegrinaggio con il fine di far riscoprire la vita dei palazzi, strade chiese e monumenti che da secoli caratterizzano il volto cittadino, perché, come scrivo in relazione al cimitero monumentale del Vantiniano: “Spesso e volentieri mi sono resa conto, sperimentandolo in prima persona, che guardiamo quello che ci circonda e lo accettiamo per quello che è senza stare lì tanto a chiederci il perché e il per come delle cose. Se però provassimo a soffermarci di più davanti ad una basilica, ad un museo, ad una statua, ad un dipinto e in questo caso ad un cimitero ci renderemmo conto che dietro la facciata di perfezione si nasconde un lungo lavoro di preparazione e realizzazione.” Con Brescia segreta vorrei invitare le persone a riscoprire questa città che ha tanto da raccontare e donare. Brescia è luogo nel quale, nei percorsi narrati, convivono epoche storiche diverse e lontane tra loro. Per esempio, partendo da Piazza della Vittoria, il lettore si trova nel pieno Novecento, in quell’area che fu costruita tra il 1927 e il 1932, a conseguenza di un piano regolatore che cambiò per sempre il volto di quella parte di Brescia, facendo sparire un antico quartiere di epoca medievale dove, prima del rifacimento, vivevano 2.500 persone. Arrivando a Piazza della Loggia, attaccata alla precedente, ci troviamo nel pieno Rinascimento di dominazione veneziana e se ci spostiamo in Piazza del Duomo (Piazza Paolo VI) si possono vedere monumenti di epoca barocca, come il Duomo Nuovo, e di epoca medievale e romanica come il Duomo Vecchio, o Rotonda, e il Broletto sede degli amministratori cittadini durante il tempo dei Comuni. Percorrendo via Musei, dove si trova il Museo di Santa Giulia (ex San Salvatore), patrimonio mondiale dell’Unesco, fatto costruire da re Desiderio, ancora una volta si attraversano diverse ere che vanno dal Rinascimento, al Barocco grazie alla presenza di chiese e palazzi appartenuti ad importanti famiglie della nobiltà bresciana. Poi si incorra Piazza del Foro dominata dai resti di epoca romana e da quelli preistorici dei Cenòmani. Secoli di Storia accumunati dal fatto che tutte queste aree furono, nelle diverse epoche, luoghi di sviluppo della vita sociale, politica, amministrativa e religiosa dei bresciani. A dire il vero nel libro ci sono tanti posti che da secoli animano la città, ma che non tutti sembrano conoscere. Troviamo il Museo diocesano dove c’è una delle più grandi collezioni di pianete (abiti da prete) presente in Italia, il Museo degli strumenti Musicali di via Trieste, l’arco del Granarolo con i quattro medaglioni dedicati a Moretto, Agostino Gallo, Niccolò Tartaglia e Giammaria Mazzuchelli. Per non dimenticare le leggende popolari come quella del Bue d’oro e della Tomba del Cane. In conclusione per Brescia Segreta vorrei usare queste parole dell’introduzione: “Brescia per me non è solo una città, ma è una sorta di immensa biblioteca a cielo aperto, e ogni monumento in esso presente è un libro che aspetta di essere aperto per raccontarsi agli occhi del lettore visitatore. Quello che vi chiedo ora, se vi va, è di mettere scarpe comode, di potervi prendere per mano e di accompagnarvi in questa camminata nel cuore cittadino”.

Viviana Filippini è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha curato le antologie di Racconti bresciani(Vol I e II) per Historica edizioni, 2015 Cesena. Questo è il suo secondo libro. Ha scritto la storia per ragazzi Furio e la Beata Paola Gambara Costa, illustrata da Barbara Mancini, progetto realizzato da Radio Basilica di Verolanuova e Parrocchia di Verolanuova, ebm edizioni, Manerbio 2015. Marzo 2016 Premio “Veronica Gambara” per le donne impegnate nell’ambito della valorizzazione e della promozione culturale a Brescia. Museo degli strumenti musicali Presidenza del Consiglio di Brescia, Università Cattolica di Brescia, Fondazione C.a.b. Rotary Club “V. Gambara”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Elena Romanello racconta “Storia del Fantasy”

13 aprile 2016
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Chi segue le mie recensioni su Liberi di scrivere e altrove si sarà accorto che ho un interesse costante per la letteratura di genere fantastico, fantasy in particolare. Al fantasy come genere ho dedicato il mio ultimo libro, non il primo che scrivo ma senz’altro il più impegnativo, come mole di lavoro e ricerche, uscito presso Anguana che mi aveva già pubblicato l’urban fantasy Le eredi di Bastet e il saggio Il mondo di Lady Oscar.
Un lavoro impegnativo, certo, anche perché il fantasy non è solo un fenomeno recente, ma sono decenni che è presente nelle nostre librerie e non solo, e comunque i suoi antenati sono qualcosa di molto remoto, la fiaba e il poema epico, i cui temi sono tornati e continuano a tornare fino ad oggi nelle storie contemporanee.
D’altro canto, parlare di fantasy non vuol dire solo trattare della letteratura del genere, campo peraltro amplissimo: non si possono ignorare le incarnazioni fantastiche in altri media, come il cinema, il fumetto, i cartoni animati, le serie televisive, gli illustratori, i giochi di ruolo, la musica, e il fandom ad esso legato, con gli eventi in tema, il cosplay e altro ancora.
Molto di questo è recente, ma per molte cose bisogna risalire indietro, e comunque oggi sono talmente tante le suggestioni fantasy presenti che diventa difficile districarsi e senz’altro qualcosa non l’ho citato e l’ho lasciato indietro.
Insomma, è stato un bel viaggio nella fantasia, ma molto impegnativo e intricato, tra autori e autrici che conoscevo, come Tolkien, Marion Zimmer Bradley, Michael Ende, Terry Brooks, J. K. Rowling, George R.R. Martin, e nuove scoperte, tra cui Brandon Sanderson, Terry Goodkind, C. J. Cherryh, Luca Airale e tanti altri. Senza contare poi i film, dove trovano spazio capolavori e pellicole imbarazzanti (ma il più bello è forse l’italiano La corona di ferro di Alessandro Blasetti, dove ci sono tutti gli archetipi che oggi troviamo in Game of thrones e in Tolkien) e tutto il resto, fumetti e cinema d’animazione in testa, tra conferme come i classici della Disney e le opere di Miyazaki e scoperte come il nostrano La compagnia della forca e il nonno di tutti gli anime La leggenda del serpente bianco.
Ad un certo punto ho dovuto chiudere, ma senz’altro tornerò altre volte, per altri lavori, su personaggi, autori, tematiche, storie che ho raccontato nel mio libro, dal viaggio di Ulisse nell’Odissea, mille volte imitato, agli intrighi del mondo senza pietà di Game of thrones.

Elena Romanello Torinese, classe 1968, si è laureata in lettere moderne con il professor Marziano Guglielminetti e si è poi specializzata in giornalismo e biblioteconomia. Collabora con svariati giornali on line e cartacei, oltre che con Liberidiscrivere, scrivendo in particolare di cultura, dalle recensioni di libri alla segnalazione di eventi. Inoltre presta la sua opera presso le Biblioteche civiche torinesi, il Mufant Museo della fantascienza di Torino dove sta allestendo una biblioteca in tema, lo Spazio donna della Cascina Roccafranca e il Centro di documentazione del Circolo culturale Maurice. Ha pubblicato tre saggi sugli anime giapponesi, rispettivamente su Candy Candy, Capitan Harlock e Sailormoon, per la casa editrice Iacobelli, i due romanzi fantasy Le eredi di Bastet (Anguana) e L’immortalità della sirena (Teke), una Guida alle librerie indipendenti di Torino, il saggio Il mondo di Lady Oscar per Anguana di nuovo e Buffy e Angel il senso della vita secondo cacciatrici e vampiri di prossima uscita per Solfanelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Valeria Pecora racconta “Le cose migliori”

10 settembre 2015

cover“Gli scrittori parlano dei loro libri” è una rubrica che riserva soprese. E’ interessante ascoltare uno scrittore che parla di un suo libro, così ho pensato perchè (invece di scrivere un’ impersonale segnalazione) non permettere a questa giovane scrittrice sarda di parlarci di Le cose migliori, ancora di più perchè tratta di un argomento piuttosto delicato come i malati di Parkinson. Spesso conviviamo con persone, genitori, figli, amici che affrontano gravi malattie e non sempre reagiamo come gli altri si aspettano da noi. Lascio la parola quindi a Valeria.

E’ un romanzo nato due anni fa, riposto in un cassetto. L’ho scritto con furore in un mese e mezzo. Non sentivo più niente, scrivevo e scrivevo. E’ venuta fuori una storia sulla quale sono tornata più volte: per smussarla, migliorarla, cambiarla. Per renderla degna di essere letta. Una volta che ho raggiunto la consapevolezza che potesse meritare la lettura (dopo mesi!) l’ho spedita a diverse case editrici. Poche a dire la verità. Sono una sconosciuta e nel mare delle truffe e dei desideri facili, di chi ti fa pubblicare a tutti i costi, volevo solo risposte serie e sincere. Non mi sarei fatta spillare dei soldi per vedere stampato “il mio capolavoro”. Non cado in queste trappole. Non sono una scrittrice. Ho la stoffa per scrivere ma il percorso sarà ancora lungo, faticoso, intenso. Spedisco il mio manoscritto a novembre 2014 e a primavera 2015 mi arriva la proposta di pubblicazione da parte di una piccola casa editrice. Non vogliono un euro da me, fanno regolare contratto, investiranno loro tempo, soldi ed energie per la mia storia.
Ho avuto un blocco dopo, nonostante la felicità e l’entusiasmo. Pubblicare o non pubblicare?
C’è tanta vita che mi appartiene e che prende vita nelle pagine del mio romanzo. C’è la mia vita di bambina, c’è mio padre, mia madre, ci sono le mie due sorelle, i miei nonni.
Parlare di se stessi e basta è scomodo, può essere imbarazzante ma è un rischio che si può correre.
Parlare delle persone che ami di più al mondo diventa pericoloso, ti fa sentire nuda e vulnerabile soprattutto se sei una persona che scrivendo non vuole e non riesce a plastificare la realtà o seguire gli stereotipi.
Nel mio libro si parla di una maternità che non dovrebbe esistere. Si sente il mio essere “orfana” nonostante mia madre sia ancora viva. E’ l’“orfanitudine” della malattia di Parkinson che quando colpisce le madri giovani le rende sofferenti, imperatrici nella sfera familiare e trasforma i figli in piccoli sudditi, bambini travestiti da adulti troppo in fretta. Genitori che diventano fragili come bambini, figli che diventano genitori di chi li ha messi al mondo.
Ho capito che dovevo superare il blocco e pubblicare perché dignità vuol dire questo: avere il coraggio di ammettere tutta la verità, non sfuggire alle proprie ombre, non fare del dolore un culto ma neanche rifuggirlo, disconoscerlo, dargli mentite spoglie.
La maternità che trabocca nel mio romanzo è quella zoppicante di una madre che purtroppo ha zoppicato fin da quando l’ho conosciuta. Il suo zoppicare è stato reale e metaforico, la sua “assenza” ha pesato sulla mia crescita lasciando carichi di rabbia e di dolore. Ho voluto smentire tutti i luoghi comuni che circondano la malattia e la sofferenza: “fortificano e rendono migliori”. La verità è che spesso non si ha un’alternativa e si è costretti a combattere per restare a galla.  E’ un libro spietato, duro, vero.  Credo che ci sia però anche la mia voglia di amare, di riscatto tra queste pagine e la speranza nelle cose migliori che arriveranno a sorprenderci e farci rinascere ancora.

Valeria Pecora, nata il 06.04.1982 a Cagliari, abita ad Arbus, un piccolo paese tra mare e miniere. Lavora come guida turistica in lingua inglese, francese e spagnola. Adora leggere e scrivere. “Le cose migliori” è il suo romanzo d’esordio (casa editrice Lettere Animate, 2015).

::Gli scrittori parlano dei loro libri: Barbara Baraldi racconta Scarlett

23 settembre 2010

Scarlett è nato, come spesso mi capita, da una visione inattesa, e una frase che non smetteva di girare nella mia testa: Pioggia scrosciante. Sono un randagio inzuppato di acqua e di lacrime… Nella scrittura procedo a visioni, come se un film mi passasse davanti. Ho seguito la giovane protagonista avventurarsi tra gli antichi segreti sepolti, demoni scaturiti dalle profondità, occhi fiammeggianti che minacciano morte e sofferenza, occhi di ghiaccio che promettono amore eterno.
In una recente intervista per la Bbc, il giornalista si è detto entusiasta della descrizione dei miei personaggi femminili, dal carattere dolce ma che sanno reagire quando la vita colpisce duro. Anche Scarlett è così, ha sedici anni e la voglia di vivere un amore da film, un amico bibliotecario e l’inguaribile curiosità di scoprire cosa nascondono gli antichi manoscritti che sono conservati in un’area inaccessibile dell’esclusiva scuola che frequenta. Scarlett è sedotta dal fascino del rock e dagli occhi magnetici del bassista della band più popolare della scuola. Poi, un crescendo di tensione: un delitto inspiegabile, l’aggressione da parte di una creatura oscura. Quando il fantastico irrompe nella sua quotidianità fatta di incomprensioni con la madre, un padre assente e prof dall’aria altera, eccola indossare la felpa con le orecchie da gatta, le inseparabili All Star e tuffarsi nella notte per scoprire cosa sta succedendo in quella che sembra una città da cartolina, la splendida Siena.
In questo romanzo il delitto non è più la conseguenza di una esasperazione tra i rapporti umani, ma causa scatenante per una riflessione della protagonista che la porta a esplorare la sua interiorità, alla ricerca di una risposta ai suoi sentimenti.
È stato emozionante immergere la penna tra i solchi lasciati dai combattimenti tra demoni, e allo stesso tempo comporre canzoni per la band dei Dead stones. Scarlett è un romanzo che parla dell’amore, e dei suoi demoni. Non solo in senso figurato.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Stefano Di Marino racconta “Quarto reich”

14 settembre 2010

Questo romanzo fa parte di una mia mai sopita passione per le storie avventurose svincolate (almeno parzialmente) da intrighi spionistici o noir. L’ho ripetuto diverse volte, nasco come lettore salgariano, consumatore di film e fumetti di  ‘avventura pura’ e anche nelle mie spy storie più esotiche questo genere di elemento non è mai venuto meno. Intorno agli anni 2000 continuavo a sentirmi ripetere che ‘ non scrivevo storie italiane’, che il mio problema sotto il profilo della promozione editoriale era che la mia vena era troppo ‘ internazionale’. Volete sapere cosa ne penso? Tutte balle… in questi anni ho scritto in egual misura storie italiane e straniere raccogliendo consensi da parte del pubblico e (diciamolo) anche dalla critica, ma evidentemente avevo già l’etichetta di ‘scrittore di  nicchia’ ,quindi il cambiamento di prospettiva non ha convinto nessuno a promuovermi meglio. Poco importa, finché posso continuerò a raccontare le mie… avventure. Dicevamo, in quel periodo, seguendo queste indicazioni, ho scritto una storia avventurosa con forti legami italiani e quel pizzico di ricerca storica che mi sembrava un  buon veicolo per rilanciare il mio lavoro. Il cavaliere del vento ( benché l’editore imponesse quel ‘Steve Di Marino’ con una finta biografia senza praticamente interpellarmi) andò piuttosto bene, tanto da essere ‘libro del giorno’ sul Corriere della Sera e avere una seconda edizione economica e una traduzione in tedesco. Diciamo che si trattava di un’avventura con un vago sapore prattiano (di cui vado fiero). Per lo stesso editore programmai quindi un altro romanzo che, nelle mie intenzioni, si doveva chiamare ‘Inferno verde’. Anche questa era la storia di ‘un italiano in fuga’ e copriva tra flashback e linea narrativa  principale uno spazio di tempo che andava dal 1936 al 1947. Bruno Spada, il protagonista, era un espatriato fuggito dall’Italia fascista a cercar fortunata in Etiopia. Con lo stesso personaggio scrissi anni dopo un racconto Il sogno dello Squalo che fu pubblicato in una prima versione su M, rivista del  Mistero e poi in una versione più lunga e completa in coda a un Segretissimo. La vicenda principale di Inferno verde si svolgeva nel  Congo belga all’indomani della seconda guerra mondiale. Era una vicenda di vecchi briganti arabi, schiavisti, legionari, piantatori e streghe yoruba. L’ispirazione mi era venuta un paio d’anni prima leggendo su National Geografic un bellissimo articolo sulle città-chiatte che risalivano il fiume Congo. Poi avevo letto due episodi della saga a fumetti Equator di Dany e letto diversi libri sull’argomento trai quali ricordo la magnifica navigazione  del fiume scritta da Xavier Reverte, Vagabondo in Africa. Poi, inutile negarlo c’era sempre un po’ di spirito salgariano e, se vogliamo, anche Cuore di tenebra. Però c’erano moltissimi altri stimoli tra i quali un vecchio romanzo di Silverberg (Prince of Darkness sugli schiavisti del XVII secolo in Africa occidentale) , le memorie di mio zio prigioniero in Indukush durante la seconda guerra mondiale dopo la cattura avvenuta a Bardia e la Bologna dove vive una parte della mia famiglia. Proprio ripescando tra i ricordi di quelle vecchie abitazioni su per via san Frediano avevo ricavato momenti interessanti che si alternavano alle avventure dei miei protagonisti. Un tesoro nascosto, un vulcano in eruzione e sì… anche un gruppo di cattivi nazistiche nutrivano la speranza di far rinascere il Reich con i diamanti trafugati da un vecchio pirata berbero. C’erano poi due personaggi femminili contrapposti nella più pura tradizione avventurosa. Ricordo in particolare la strega mulatta Katalè che forse è uno dei personaggi femminili che   rammento con più piacere. Quindi una storia di guerra e azione ma anche di sentimento e atmosfera legata a un continente magico, selvaggio, primordiale. Non so veramente per quale ragione in casa editrice decisero di cambiare il titolo mettendo una copertina che pareva ‘Mein Kampf’ a meno di un mese dall’uscita con la presentazione già fatta ai venditori. Quando scoprii tutto ciò mi fu fatto subito capire che… o uscivo così o chissà quando. Riuscii a impuntarmi ripristinando alcune parti del testo che un editing a dir poco  demente aveva massacrato ma sull’esteriorità del prodotto niente da fare. Dopotutto avevo un blurb di Lucarelli che diceva ‘Di Marino è sicuramente il più grande scrittore di avventure che abbiamo in Italia”. Quando andai a parlare con l’editor a luglio (il libro usciva a settembre) mi parve che, alla fine, fosse lo strillo la cosa cui tenevano di più. Poi a settembre scopro che l’editor non c’è più, l’ufficio stampa non fa una cippa per pubblicizzare l’uscita, insomma, come al solito, quel poco che ho potuto fare l’ho fatto da solo. Fine dei rapporti con quell’editore. Salvo poi ogni tanto sentire qualche lettore che mi segnala di aver visto pacchi del mio romanzo in qualche autogrill di una sperduta autostrada… avventure anche queste. Se si fa questo lavoro bisogna esserci preparati. Di fatto credo rimanga uno dei miei romanzi più avventurosi e ricchi di passioni, di storie che rimandano ad altre storie, di atmosfere, di personaggi di suggestioni. Non per nulla Andrea Carlo Cappi lo apprezzò moltisismo (e del suo giudizio mi fido più di chiunque altro) e lo avrebbe voluto rifare in Alacràn con il titolo ‘Il tatuaggio di sabbia’ molto più adatto e magari con una copertina consona. Poi come sono andate le cose in Alacràn lo sapete. Di fatto i diritti sono ancora miei e non è detto che ‘Inferno verde’ o comunque lo si decida di chiamare non possa  avere una seconda vita. È una storia dei tempi passati, di avventurieri e affascinanti fattucchiere, di tesori, vendettem amicizia e sortilegi… sono storie che non invecchiano mai.