:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Il quarto appuntamento col commissario Ricciardi: Il giorno dei morti di Maurizio de Giovanni

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Avevo quella storia da tempo, da prima de “Il posto di ognuno”. Non me l’ero sentita di scriverla, avevo un sacco di remore personali. Per anni ero stato un papà single, stretto dal terrore che a uno dei miei piccoli succedesse qualcosa e che non me ne accorgessi in tempo, notti insonni e giornate col batticuore, così teneri e indifesi in un mondo terribile. La paura di ogni papà amplificata dall’enorme responsabilità della solitudine. Poi però mi chiamò Einaudi, e quindi quello sarebbe stato l’ultimo romanzo per Fandango, che aveva creduto così tanto in me. Glielo dovevo, l’avevo pensata in quel periodo, non era gusto conservarla per altri. Avrei scritto questa storia come regalo di addio. Cominciai. Avevo paura, dovevo maneggiare il peggior sentimento che esista: avrei dovuto difendermi. Così feci in modo che questo bambino, Tettè, avesse una vita così infame e indegna che la sua morte fosse in realtà una liberazione. La balbuzie, il bullismo dei compagni, i maltrattamenti degli adulti. E poi la pioggia, incessante e fredda, i geloni ai piedi nudi, la fame, i topi e i parassiti. Tutto. Andò bene, fino al capitolo 31 (il numero dell’anno che raccontavo, come un messaggio, come un presagio). Me lo ritrovai che correva, sotto la pioggia, col suo cagnolino, l’unico amico che aveva. Lo sentivo alzare schizzi d’acqua sollevando l’ira dei passanti, aveva fatto tardi, doveva andare dal losco commerciante presso il quale lavorava, un’altra giornata infame di una vita infame. Eppure, in quel preciso momento, mi resi conto che il piccolo Diotallevi Matteo, il mio minuscolo Tettè, era felice. Aggrappato a quella vita triste e dolorosa, difficile e rognosa, ma l’unica che aveva, era felice. Assurdamente, incongruamente felice. Ed era morto. E a ucciderlo ero stato io, che lo avevo fatto nascere. Io. Finire il romanzo fu la fatica più enorme e straziante di tutta la mia esistenza. Quando terminai mi alzai dal computer come se la tastiera fosse rovente, e in qualche modo lo era. Non riuscii a guardare lo schermo per una settimana. Piango ancora per il mio piccolo Tettè. Non riesco nemmeno a chiedergli perdono, per avergli dato e tolto una vita minuscola e fatta di cose brutte, e tuttavia bellissima. Non ho più letto il romanzo, non posso. È imperfetto, ha il fiato spezzato ed è costruito male, e tuttavia ancora c’è chi dice sia il mio migliore. Non lo so. So che non riesco a prenderlo tra le mani, quando me lo portano per una dedica, senza sentire una fitta al cuore.”Il quarto appuntamento col commissario Ricciardi”, per voi. Per me “Il giorno dei morti”, la cosa più terribile che abbia mai scritto. E, come dice Bambinella, un fiore sulla bara di Tettè da parte di chi lo ha generato e ucciso.

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