Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Una specie di scintilla di Elle McNicoll (Uovonero, 2021) a cura di Federica Belleri

1 aprile 2021

Esce oggi in Italia un libro speciale, come speciale è la sua autrice, Elle McNicoll. Scozzese trapiantata a Londra è una donna neurodivergente e questo esordio non può che rispecchiarla.”Una specie di scintilla” edito Uovonero. La storia di Addie, undicenne autistica, in perenne lotta contro la cosiddetta “normalità” dei suoi pari. Una ragazzina coraggiosa che non si perde d’animo nemmeno davanti alla sua insegnante che la isola ogni volta che può. Addie affronta una storia nella storia, che il lettore scoprirà man mano. Si batte con tutte le forze a disposizione perché la diversità diventi uguaglianza, si uniformi, si amalgami. Ci riuscirà?La bellezza di questo piccolo libro sta nella sincerità del linguaggio, nell’empatia immediata che si prova e nella spontaneità. Caratteristica tipica dello spettro autistico.Ricordando che il 2 aprile è la giornata internazionale della sensibilizzazione sull’autismo vi invito alla lettura  di questo libro.
Una specie di scintilla, già uscito in UK. Vincitore del Blue Peter Book Awards 2021. Nominato Carnegie Medal per il 2021. Long list Branford Boase Award 2021. Waterstones libro per ragazzi del mese Blackwell’s libro per ragazzi 2021. Libro della settimana per The Times. Libro della settimana per The Sunday Times.
La neurodiversità in un testo adatto a tutti. Aperto a tutti. Dove una ragazzina speciale trasmette positività. Buona lettura. Traduzione di Sante Bandirali.

Elle McNicoll è una scrittrice scozzese e neurodivergente che vive felicemente a Londra. Si è laureata in scrittura creativa e ha lavorato come libraia, barista, blogger e babysitter, il tutto mentre si divertiva a scrivere storie. Dopo aver completato la sua tesi di laurea sulla scarsa rappresentazione dei bambini neuro-divergenti, si è stancata della mancanza di inclusività nell’editoria e ha scritto lei stessa un libro.

Il suo primo romanzo, A Kind of Spark (Una specie di scintilla nell’edizione italiana di uovonero), è stato pubblicato nel giugno 2020 dalla pluri-premiata casa editrice indipendente Knights Of e ha come protagoniste due giovani donne apertamente autistiche. Dopo la pubblicazione, A Kind Of Spark è diventato in breve tempo il Blackwell’s Children’s Book of the Month e “libro per bambini della settimana” sia del Times che del Sunday Times. Il libro ha vinto il Blue Peter Book Awards 2021, a dicembre ha ottenuto il riconoscimento di Blackwell’s Children’s Book of the Year, è stato nominato per la Carnegie Medal e recentemente è entrato nella longlist del Branford Boase Award. Il secondo libro di Elle McNicoll, Show us who you are, uscirà in Inghilterra il 4 marzo 2021 e per uovonero nel 2022.

Fonte: omaggio al recensore della casa editrice. Ringraziamo Francesca Tamberlani di LaChicca Ufficio Stampa Specializzato in libri per bambini e ragazzi.

Faten, Fatima Sharafeddine (Gallucci-Kalimat, 2021) A cura di Viviana Filippini

1 aprile 2021

Faten, è il nome e il titolo del romanzo di Fatima Sharafeddine, edito da Gallucci. La storia si svolge nel Libano del 1985 dove Faten, 15 anni, è una giovane ragazzina obbligata a lasciare la scuola per andare a Beirut per lavorare come domestica in una famiglia molto benestante. La vita con i datori di lavoro non è facile come sembra, perché sono molto esigenti e Faten passa le giornate a far le pulizie di casa. La famiglia dove si trova ha due figlie, la maggiore ha pressappoco l’età della protagonista, l’altra invece è più piccola. Faten le osserva e si rende conto di quanto siano fortunate perché hanno tutto. Le sorelle possono studiare, divertirsi, mentre lei fa le faccende domestiche e ritiene di non avere possibilità alcune di riscatto. O almeno così le sembra. Faten e Dalia piano piano si conoscono meglio e si capisce che sono due giovani donne poste davanti a destini differenti. Dalia, la figlia dei datori di lavoro di Faten, è un po’ ribelle, lei vorrebbe fare la pittrice, ma tutto cambia quando i genitori cominciano a presentarle i possibili mariti. La ragazza comprende che non ha via di scelta e decide di sposarsi, non tanto per amore, ma perché obbligata dalla famiglia. Questo dimostra quanto i legami con la tradizione siano forti nella società libanese del 1985 e di come non sempre sia facile, e possibile, contrastarli per fare ciò che si vuole. Faten, la protagonista, invece non demorde, perché sì è vero lei lavora ma, allo stesso tempo, riprende a studiare. Lo fa la sera, in gran segreto, nella sua cameretta dopo aver lavorato tutto il giorno e lo fa per poter realizzare il suo sogno: prendere il diploma, iscriversi all’università e diventare infermiera. Certo è un fare davvero faticoso, anche perché Faten deve tenere nascosto tutto alla sua famiglia al villaggio, soprattutto al padre, che mai accetterebbe il fatto che la figlia voglia studiare. Unica consolazione per Faten è il ragazzo con l’auto blu della casa di fronte e la musica che lui suona. Marwan, questo è il suo nome, diventerà amico e forse anche qualcosa di più per la protagonista. In realtà quando il giovanotto è con Faten si ha come la sensazione che, come Dalia, sia un po’ imprigionato in quello che i suoi genitori vogliono per lui. Il libro della Sharafeddine è un romanzo di formazione nel quale la giovane protagonista, anche se deve lavorare per dare un contributo alla famiglia, è pronta a lottare per ottenere quello che vuole e cambiare il suo destino ed è una cosa del tutto impensabile per il Libano della metà degli anni ‘80. A differenza di Dalia e Marwan che in un certo senso si rassegnano alle volontà altrui, Faten no. Lei è più combattiva, lei vuole migliorare la sua vita, ed è davvero pronta a tutto per di cambiare e diventare una giovane donna autonoma, che ha un proprio lavoro e che è in grado di mantenersi da sola. “Faten” di Fatima Sharafeddine è un libro che mostra uno spaccato storico sociale e culturale libanese e, allo stesso tempo, narra la tenacia, l’impegno e il coraggio della giovane protagonista nel voler costruire il proprio futuro in un mondo dove l’andare oltre le tradizioni, il volere essere liberi di creare un domani migliore per sé e vivere fuori dagli schemi convenzionali è difficile da accettare. Traduzione di Barbara Teresi.

Fatima Sharafeddine, scrittrice, traduttrice e curatrice di libri per ragazzi, vive tra Beirut e Bruxelles. Ha pubblicato più di 120 libri, molti dei quali sono stati tradotti in varie lingue, dall’inglese all’hindi. Tra i numerosi premi che ha ricevuto figurano il Bologna Ragazzi Award 2016 (New Horizons) e la candidatura per ben tre volte al prestigioso Astrid Lindgren Memorial Award. Fatima conduce anche workshop di scrittura creativa e assiste i giovani scrittori nella realizzazione dei loro progetti. “Faten” rientra tra i Libri pensati per favorire un dialogo tra i bambini del Mediterraneo e le diverse culture ed è stato realizzato in collaborazione con Kalimat, partner di Galluccimpremiato come Miglior Editore dell’Anno dalla Fiera del libro per ragazzi di Bologna.

Source inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa Gallucci.

:: The Spank di Hanif Kureishi (Scalpendi Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

31 marzo 2021

Scalpendi editore non poteva inaugurare meglio la sua collana dedicata al Teatro, diretta da Federica Mazzocchi, che pubblicando The Spank di Hanif Kureishi, romanziere, drammaturgo, sceneggiatore anglo-pakistano di fama internazionale che molti conosceranno forse soprattutto per le brillanti sceneggiature di due magnifici film diretti da Stephen Frears: My Beautiful Laundrette e Sammy e Rosie vanno a letto, e che col tempo è diventato una delle voci più significative della sua generazione.

The Spank è un’opera, tradotta in italiano da Monica Capuani, che se vogliamo racchiude tutte le tematiche care all’autore e sprigiona un fascino di vita vissuta davvero rari. Tema centrale di questa piece è l’amicizia che lega due uomini, Vargas e Sonny, di mezza età, immigrati, di successo, giunti a quel punto della vita dove si iniziano a fare bilanci, e si ha la necessità, quasi dolorosa, di fare chiarezza sui propri sentimenti, sulle proprie scelte, sul senso da dare a una vita per certi versi anche subita, sulla ricerca dell’autenticità prima che dell’utile o del benessere materiale. La loro amicizia sembra indistruttibile, un rifugio, come lo stesso pub, The Spank appunto, dove passano ore e ore a confidarsi e a bere birra, quando un fatto inatteso (un amico vede l’altro in compagnia di un’amante) cambia le carte in tavola, e innesca una serie di eventi a cascata dalle conseguenze inattese.

Leggere il teatro è una sensazione incredibile, tanto quanto vederlo sulla scena recitato dagli attori, consente di immaginare mondi e atmosfere soprattutto quando è scritto da autori sensibili e anche divertenti come Hanif Kureishi che con levità e leggerezza parla dei temi più importanti della vita accompagnandoci con l’alchimia delle sue parole. Solo chi ha visto finire un’amicizia, visto tradita la fiducia che si ripone in un amico, apprezzerà e comprenderà le pieghe di questa commedia che lascia alla fine anche qualche graffio nell’anima, ma soprattutto la sensazione di avere compreso qualcosa di più sulla vita e su sé stessi.

Pagine di grande teatro dunque che ci accompagno in questo periodo di pandemie e di chiusure, in cui però non finisce la speranza. Se tutto andrà bene, accogliendo la volontà dell’autore, la prima mondiale della piece, con Valerio Binasco e Filippo Dini nei panni di Vargas e Sonny, avverrà al Carignano di Torino martedì 11 maggio e le repliche fino al 30 maggio. 

Hanif Kureishi è nato a Londra da padre pakistano e madre inglese. È romanziere, drammaturgo, sceneggiatore (e per una volta anche regista: “London Kills Me”, 1991). Ha scritto le sceneggiature per i film di Stephen Frears “My Beautiful Laundrette” (1985) e “Sammy e Rosie vanno a letto” (1987) e per “The Mother ”(2003), “Venus” (2006). L’autore ha scelto l’Italia per la prima assoluta di The Spank regia di Filippo Dini, con Valerio Binasco e Filippo Dini, Teatro Stabile di Torino.    

:: Viva i contanti Le banche li attaccano solo per guadagnarci: l’evasione non c’entra. Convengono e sono sicuri di Beppe Scienza (Ponte alle Grazie 2021)

31 marzo 2021

Libro di sicuro interesse per approfondire temi e aspetti che sfuggono magari ai più ma che vengono invece illustrati specificamente con tesi ed esempi per smontare anche paradossi ed equivoci della politica e dell’economia di tutti i giorni.

Se da un lato però il sistema bancario viene correttamente analizzato ed accusato di pensare ai propri interessi senza aver come obiettivo il benessere economico dei risparmiatori e l’organizzazione politica sembra proprio agevolare questi fini (in primis si può pensare al caso del cashback) alla stessa stregua non viene analizzata con la stessa severità invece l’utilizzo, il possesso e l’accumulo di contante, del quale giustamente vengono decantate le qualità positive (dalla sua utilità in quanto riserva di valore alla sua capacità di difesa da insidie nascoste ma sempre presenti quali fallimenti degli istituti di credito, imposte patrimoniali improvvise o cambio forzoso della valuta causa default di interi Paesi), ma con un po’ troppo permissivismo si sorvola sugli aspetti meno nobili (affermare ad esempio che la grossa evasione avviene con altri mezzi piuttosto che con il contante, non ne giustifica la sua promozione incondizionata, analogamente al fatto che anche se le grandi guerre vengono combattute con armi pesanti, si cerca  comunque di evitare ulteriori crimini con il ridimensionamento della circolazione delle armi tra i cittadini).

Analogamente l’invito alla diversificazione tramite il contante, dovrebbe essere maggiormente approfondita e tener in maggior considerazione anche gli aspetti post-mortem, in quanto l’accumulo e poi il conseguente lascito di ingenti somme di denaro liquido, potrebbero essere comunque fonte di scocciature per gli eredi che improvvisamente si trovassero possessori di ingenti somme di contante. Alla fine quindi un libro che può sicuramente essere utile ad aprire meglio gli occhi e ad andare oltre al mero ottimismo pubblicitario, ma che invita a fare delle riflessioni più profonde su come gestire i propri risparmi, utilizzando innanzitutto la propria testa, prima ancora di quella di sedicenti consulenti.

Beppe Scienza, insegna al Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino e dal 1976 si occupa di risparmio e previdenza integrativa. È autore, fra l’altro, de Il risparmio tradito (2001) e La pensione tradita (2007). Giornalista pubblicista, ha scritto oltre seicento articoli su varie testate: la Repubblica, il Corriere della Sera, Libero, La Stampa, Milano Finanza, Oggi ecc. Numerosi interventi anche nel blog di Beppe Grillo. Dal 2014 collabora al Fatto Quotidiano. Mette in Rete informazioni sul risparmio e la previdenza integrativa su www.ilrisparmiotradito.it.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Matteo dell’Ufficio Stampa Ponte alle Grazie.

La città di vapore di Carlos Ruiz Zafón (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

27 marzo 2021

978880473823HIG-312x480Sono passati ormai alcuni mesi dalla morte prematura e improvvisa, per un male incurabile, di Carlos Ruiz Zafón, uno dei più amati se non il più amato autore spagnolo contemporaneo, creatore dell’indimenticabile universo del Cimitero dei Libri Dimenticati di Barcellona e non solo.
Ora giunge anche in Italia la sua ultima opera. La città di vapore, una raccolta di racconti, anche brevi e fulminanti, ambientati in quello stesso mondo che l’ha fatto conoscere ed amare, e che va a raggiungere sullo scaffale le altre sue opere, in un angolo che sarà sempre nel cuore dei suoi lettori.
I racconti portano quindi di nuovo in quella Barcellona magica e oscura, così diversa dallo stereotipo che spesso se ne ha di città solare, per raccontare altri pezzi legati alla saga e ai suoi personaggi, ma anche a chi ha vissuto ed è passato tra quelle vie iconiche, antiche e che hanno visto Storia e storie.
Nelle pagine del libro, che si legge velocemente ma non certo in maniera superficiale, si incontrano un ragazzino di strada nella capitale catalana che decide di diventare scrittore quando i suoi racconti richiamano l’attenzione della ricca coetanea che gli ha rubato il cuore, una ragazza madre ricordata dal figlio che non ha mai conosciuto, la giovane figlia impossibile di un medico che non ha dimenticato di avere un cuore nei momenti più bui, un architetto che fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile, un uomo misterioso che vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito, su un suo perduto amore, Gaudí in viaggio verso New York che si diletta con luce e vapore, la materia delle città ideali.
Una serie di storie, quindi, che estendono l’universo narrativo della saga di  Zafón amata in tutto il mondo, ormai nei classici contemporanei, tra narrativa fantastica, di realismo magico e vicina alla grande tradizione dell’Ottocento, da Dickens ad Hugo passando per Dumas: si scopre infatti come è stata costruita la mitica biblioteca o restroscena su alcuni celebri personaggi, tra scrittori maledetti, architetti visionari, edifici incredibili e una Barcellona mitica e magica.
Un’occasione quindi per dire addio ad un grande e ai suoi mondi incredibili, evocativi e avvolgenti come lo è solo la letteratura che resta nel cuore.

Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 1964 – Los Angeles, 2020) è uno degli scrittori più conosciuti nel panorama della letteratura internazionale dei nostri giorni e l’autore spagnolo più letto in tutto il mondo dopo Cervantes. Le sue opere sono state tradotte in più di cinquanta lingue. Ha cominciato la sua carriera nel 1993 con un libro per ragazzi, Il Principe della Nebbia, che, insieme a Il Palazzo della Mezzanotte e Le luci di settembre, forma la “Trilogia della Nebbia”. A questa serie è seguito poi Marina. Nel 2001 ha pubblicato L’ombra del vento, il primo romanzo della saga del “Cimitero dei Libri Dimenticati”, che comprende Il gioco dell’angeloIl Prigioniero del Cielo Il Labirinto degli Spiriti: un universo letterario che si è trasformato in uno dei più grandi fenomeni editoriali dei cinque continenti. I suoi romanzi, in Italia, sono tutti pubblicati da Mondadori. La città di vapore è uscito postumo in Spagna nel 2020.

Provenienza: libro del recensore.

:: L’ora muta di Simone Cerlini (AlterEgo edizioni 2021) a cura di Fabio Orrico

26 marzo 2021

L’ora muta è il terzo romanzo di Simone Cerlini (i primi due sono Andreina delle frottole, uscito per Guaraldi nel 2004 e Il profilo dei lupi, Pubblicato da Giraldi nel 2008) e aggiorna l’idiosincrasia dell’autore reggiano per i temi della famiglia e del lutto. Ho usato il termine temi ma non è giusto nei confronti di Cerlini utilizzare in modo un po’ sbrigativo e forse banale simili occorrenze. Famiglia e lutto sono prima di tutto ossessioni oltre che campi d’indagine e sono tra loro strettamente correlate. La famiglia è il palcoscenico su cui si muovono le sue storie e il lutto è l’innesco che dà vita alla deflagrazione. Lutto inteso nel senso più ampio, dall’abbandono fisico fino all’agonia degli ideali, dallo spegnersi di un sistema valoriale fino all’avvicendarsi di generazioni ed epoche storiche. Rispetto ai suoi libri precedenti (e non vanno dimenticati i racconti di Segrete usciti per Prospettive nel 2011, perché, se non lo sapete, e se non lo sapete ve lo dico io, Cerlini è anche un maestro della forma breve) smarrimento generazionale e catastrofe esistenziale vengono proiettate su uno sfondo molto più ampio, se vogliamo quasi sociologico. Siamo a Reggio Emilia (non solo in realtà, ma diciamo che questa è la scena del delitto) e Giorgio Doveri, manager di successo, si trova drammaticamente coinvolto nei problemi finanziari dell’azienda per cui lavora, in maniera tale da dover ridefinire radicalmente la sua vita e i suoi affetti, primo fra tutti il rapporto con la figlia Camilla, vera protagonista del romanzo e in una certa misura vittima del retaggio paterno. È tramite lei che assistiamo al crollo di una prestigiosa azienda tessile, controfigura della Mariella Burani, ed è sempre lei a intercettare, come in una tragedia greca, una specie di madre vicaria, quella Moira che è un personaggio-chiave del libro (e, per inciso, nel mondo greco ricordato poco sopra c’era un’altra Moira professionista del tessile, solo che si occupava di destini e non di abiti).
Spesso il fascino di un romanzo è dato dall’abilità del suo autore di tacere particolari e dosare i segnali di crisi dei personaggi, mantenendoli in aristocratiche quanto irritanti zone d’ombra. L’ora muta procede in modo del tutto contrario. Ogni personaggio ci appare inserito nella sua luce, quasi sovraesposto, e ne vediamo pregi e difetti, ne capiamo le ragioni; con diabolica assertività Cerlini ci costringe a comprendere anche le pulsioni più sgradevoli. Riesce in questo delocalizzando la trama in forme e generi diversi. Se nei suoi primi due romanzi Fitzgerald alternava la prosa con il linguaggio teatrale, ecco che Cerlini a metà libro usa l’artificio della sceneggiatura per decodificare la scatola nera di Camilla, mentre le ragioni della sua madre biologica, Nimat, personaggio laterale e centrale, dirompente e dirimente, vengono affidate a un’intervista.
Con L’ora muta Cerlini alza il tiro della sue ambizioni e tende all’opera – mondo. Romanzo di formazione, romanzo d’amore, romanzo sul lavoro, spy story e sguardo fenomenologico, il tutto fuso in una struttura perfettamente scandita, mobile, capace, come già detto, di dare voce piena a ogni personaggio. L’accumulo di sottotrame è risolto con assoluta naturalezza, niente forzature ma un piacere di narrare contagioso che spinge chi legge a voltare pagina.
Alla fine di questa saga tragica che abbraccia due generazioni e che parte dal 1985 per arrivare ai giorni nostri, violando confini anche fisici e scavando e poi riempiendo nuovamente trincee tra gli uomini, resta forse la consapevolezza di come tutte le esistenze siano collegate e tra loro dipendenti. Una consapevolezza ben sintetizzata da Nimat nella sua parabola esistenziale e politica. Anche se non è la protagonista, Nimat è comunque la figura che riesce a dare la misura del talento entropico di Cerlini. Una donna portatrice della propria tragedia personale e nazionale (è palestinese) che impatta con le strutture della vita italiana, del suo stato e si pone come ideale cattiva coscienza, controcanto e specchio deformato del cammino compiuto da sua figlia Camilla. Ne L’ora muta c’è questa tensione continua a scoprire le contraddizioni e poi metterle l’una accanto all’altra, evidenziarle e tentare di farle convivere: l’amore paterno con la pratica del ricatto, la borghesia che crolla nel sottoproletariato si direbbe per pura incomprensione familiare. Camilla, che riassume nel suo DNA tradizione contadina e rampante yuppismo, entrambi calati nelle nuove e nevrotiche forme del nostro mondo del lavoro, ha il suo momento-chiave nella lunga tirata fatta all’amica Luisa contro il suo stile di vita alternativo. C’è, in quel dialogo acuminato, una comprensione profonda (comprensione piena dell’autore, parziale del personaggio) dell’enorme equivoco in cui, improvvisamente, ci siamo trovati a vivere. Un mondo di valori spazzato via apparentemente senza violenza. E invece la violenza c’è stata e c’è, eccome. L’ora muta mostra questa violenza che noi lettori possiamo sperimentare in ogni istante della nostra vita, semplicemente uscendo di casa. Il termometro è nei contratti di lavoro che firmiamo e nello spaesamento che proviamo se solo ci mettiamo a riflettere sulla nostra identità di lavoratori e cittadini. L’ora muta parla anche di questo perché, forse, non è solamente un romanzo ma anche un referto. Se vogliamo farci un’idea dell’Italia, è bene leggerlo.

Simone Cerlini nasce a Reggio Emilia, nel 1972. Scrive di letteratura e costume per Pangea.news. Ha collaborato con Il primo amore e Scrittinediti. Nel 2013 pubblica con Fabio Orrico la raccolta di saggi “L’indicibile nella narrativa contemporanea”. “La ragazza che ballava sui cornicioni” (Feltrinelli Zoom, 2015) è la sua ultima raccolta di racconti.

Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria, Luca De Angelis, Marietti 1820, (2021) A cura di Viviana Filippini

25 marzo 2021

Quello narrato in “Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria” di Luca De Angelis è un viaggio nella letteratura attraverso alcune opere che avrebbero influito sullo sviluppo dell’antisemitismo. Il libro, edito da Marietti 1820, analizza romanzi e testi evidenziando come le forme di odio verso gli ebrei presenti nella Seconda guerra mondiale, affondano in realtà le loro radici in letteratura (e non solo), già ben tempo prima del manifestarsi della tremenda macchina di sterminio messa in atto dal Nazismo. L’autore ripesca quei libri nei quali gli ebrei sono presenti e vengono spesso denigrati. De Angelis si sofferma sulla figura di Shylock, l‘usuraio ebreo de “Il mercante di Venezia” creato da Shakespeare, per passare alle “Melodie ebraiche” di Heinrich Heine dove gli ebrei subiscono una “metamorfosi canina” o ancora in Kafka, in “La metamorfosi”. Qui il protagonista si risveglia con le sembianze di un enorme insetto (scarafaggio). Ciò che colpische è che la parola usata da Kafka per definire il suo personaggio -“Ungeziefer” (parassita)-, venne recuperata poi dai nazisti per riferirsi agli ebrei nei campi di sterminio. Il fatto che gli ebrei venissero paragonati a parassiti non fu rimarcato solo dall’utilizzo della termine omonimo con il quale venivano chiamati, ma anche dal fatto che per sterminarli i nazisti usarono lo Zyklon B, un potente pesticida impiegato di solito per eliminare i pidocchi e le cimici. Il libro di De Angelis è molto interessante, perché evidenzia come l’astio nei confronti degli ebrei fosse ben radicato non solo nelle opere letterarie, ma anche nella società attraverso parole e frasi che hanno rimarcato la netta e chiara volontà di denigrare in modo spregiativo gli ebrei. Il salto dalle parole ai tremendi fatti della realtà riguardanti lo sterminio degli ebrei fu breve. Tra le pagine del volume dello studioso della condizione ebraica emergono una serie di stereotipi, di immagini cementate nella mente e nella cultura alle quali gli ebrei erano associati: animali, insetti, parassiti come cani, pulci, zecche, cimici, topi e pure il camaleonte. Esseri che portavano infezioni e malattie, che cambiavano idea e atteggiamento in modo repentino e per tale ragione erano pericolosi e poco affidabili. Nel corso del tempo questi cliché hanno portato a vedere negli ebrei entità vive, ma non umane, piuttosto disumane, portatrici del male, di una infezione che doveva essere eliminata. Il processo di disumanizzazione completo venne attuato nei campi di sterminio dove agli ebrei fu negato il nome proprio in funzione di un numero, perché essi rappresentavano l’elemento dannoso e pericoloso che secondo i nazisti doveva in qualche modo essere fermato. “Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria” è un libro che far pensare e dove il lettore compie un viaggio in una parte di letteratura e in quelle tappe che nel tempo e nella storia portarono allo sviluppo sempre maggiore dell’antisemitismo, il quale si radicò sempre più nella società fino alla messa in atto di un’ insensata strage di persone innocenti spogliate della loro umanità.

Luca De Angelis, studioso della condizione ebraica e delle sue modalità di espressione letteraria negli scrittori italiani ed europei, ha insegnato in diverse università (Trento, Trieste e Münster) e attualmente collabora con Pagine Ebraiche.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Review Party: Leonardo da Vinci. Il mistero di un genio di Barbara Frale (Newton Compton 2021) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2021

Firenze, 1482.

Il giovane Leonardo da Vinci si è già fatto un nome, come apprendista alla celebre bottega del Verrocchio. Ma insieme alla fama il talento gli ha portato anche molti nemici, tanto che la città non è più un luogo ospitale per lui. Così, quando Lorenzo il Magnifico, suo protettore, gli offre una possibilità di riscatto, Leonardo accetta senza remore.

Dovrà recarsi a Milano, dal duca Ludovico il Moro, alleato dei Medici. Ufficialmente sarà uno dei valenti artisti chiamati a dare lustro alla corte degli Sforza, e avrà l’occasione di creare capolavori che lo renderanno immortale. Ma quella che nasce come una nobile collaborazione finirà presto per trasformarsi in un insidioso legame, quando il nuovo mecenate di Leonardo si rivelerà il suo antagonista…

Tra storia e leggenda, una sfida pericolosa per un genio che non ha avuto pari.

Barbara Frale, l’autrice

È una storica del Medioevo, nota in tutto il mondo per le sue ricerche sui Templari. Autrice di varie monografie, ha partecipato a trasmissioni televisive e documentari storici. Ha curato la consulenza storica per la serie I Medici. Masters of Florence in onda sulla RAI ed è autrice, insieme a Franco Cardini, del saggio La Congiura. La Newton Compton ha pubblicato con successo I sotterranei di Notre-Dame, In nome dei Medici, Cospirazione Medici, La torre maledetta dei templari, Leonardo da Vinci. Il mistero di un genio e il saggio I grandi imperi del Medioevo.

Francia, 1519. Troviamo un Leonardo anziano, al termine della sua vita, all’inizio del romanzo storico Leonardo da Vinci. Il mistero di un genio di Barbara Frale. Sua Eminenza Cristoforo Numai, legato apostolico di papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici figlio di Lorenzo il Magnifico e il re di Francia Francesco I si recano al castello di Clos-Lucé, dove Leonardo si è rifugiato, per motivi opposti. Il Cardinale su incarico del Papa Leone X vuole da Leonardo un prezioso libro, dal contenuto eretico, condannato dalla Chiesa, che Leonardo custodisce in segreto, Sui principi di Origene nella versione originale non nella traduzione del monaco Rufino. Contenente, si presume, un trattato sulla Creazione, ma non la Genesi, bensì un testo apocrifo. Un’altra Bibbia, precedente e non scritta da Dio. Una conoscenza proibita agli uomini, la stessa che il Serpente rivelò ad Adamo, il segreto stesso della somma conoscenza che rende simili a Dio.

Francesco I dal canto suo vuole solo difendere Leonardo senza mettersi però in aperta opposizione del Papa di cui necessitava i favori per ambire al trono del sacro Romano Impero lasciato vacante dalla morte di Massimiliano I d’Asburgo. Leonardo nega di possedere quel libro, anche se minacciato di scomunica, pur tuttavia affermando di non essere un eretico, in cambio gli narrerà una storia e ascoltandola sapranno anche del libro che tanto interessa al Papa, e all’alba verrà svelata l’ultima verità, la più grande eredità che Leonardo lascia al mondo.

E così da quel momento la narrazione passa in prima persona e Leonardo ricorda di quando era giovane a Firenze in un momento di grave crisi creativa, quando non riusciva a terminare nessuna opera che iniziava, braccato dalla giustizia e Lorenzo il Magnifico stesso, suo mecenate e protettore per salvarlo da se stesso gli propone di andare a Milano alla corte di Ludovico il Moro, alleato dei Medici, apparentemente come artista, in realtà incaricato di una missione segreta, oltre ad acquistare De igne, del celebre Leon Battista Alberti, deve trovare un documento prezioso di inestimabile valore per Lorenzo.

Leonardo accetta e fa la conoscenza con Lisandro Dovara, un incontro capace di cambiare per sempre la sua vita… Per chi ama i libri una lettura appassionante, l’autrice è davvero brava a rendere tutto misterioso e nello stesso tempo avvincente. Che poi Leonardo oltre che genio ineguagliato versatile in ogni tipo di arte e scienza abbia anche vissuto una storia d’amore capace di dare un senso alla sua vita tra intrighi, macchinazioni dei potenti è una parte che ho apprezzato molto. Ve ne consiglio senz’altro la lettura, sia per le competenze storiche dell’autrice, che rende tutto credibile anche le parti volutamente inventate, che per la fluidità della narrazione. Buona lettura.

Il serpente, Stig Dagerman (Iperborea 2021) A cura di Viviana Filippini

16 marzo 2021

Stig Dagerman lo abbiamo conosciuto grazie al romanzo “Autunno tedesco” uscito nel 2018 per Iperborea. Ora l’editore pubblica la prima opera narrativa dello scrittore, “Il serpente”, uscita in Svezia nel 1945. Il romanzo è suddiviso in due parti, ma quello che narra al lettore è l’umanità messa a dura prova dall’incombere della Seconda guerra mondiale che opprime e non lascia intravedere un chiaro evolversi del futuro per i protagonisti. La prima parte – Irène-è narrata in terza persona, quindi chi racconta ai lettori è qualcuno che conosce bene da vicino quelle che sono le esperienze dei soldati protagonisti nella caserma di Stoccolma. In quel luogo non accade nulla di particolare, se non il fatto che i commilitoni presenti in quel campo di addestramento in campagna convivono tra loro e con la presenza di un serpente. Il rettile scatena reazioni diverse tra coloro che lo vedono, per esempio il sergente Bohman è un po’ in panico e in lui scatta un qualcosa che lo blocca alla vista della serpe che si muove in modo veloce e imprevedibile. Bill, invece, non teme la biscia, anzi, con grande tranquillità la cattura. Eroismo? Non si sa. Forse la sua è più voglia di farsi vedere coraggioso dal sergente per avere qualche libera uscita in più, perché sa che ci sarà una festa e che, oltre a bevande alcoliche a fiumi, lì saranno presenti davvero belle ragazze. Il lettore segue Bill, Wera e Irène, ma anche quel serpente che il soldato si porta sempre appresso, dentro lo zainetto e che ad un certo punto, agendo da solo, seminerà il panico completo e confusione tra gli invitati, ma ancora di più in Irène e Bill. I due giovani cominceranno a sentirsi coinvolti in situazioni che stanno in bilico tra realtà e surrealtà, dove l’incapacità di capire i fatti e gli eventi in modo completo li porterà anche a compiere gesti inaspettati. Il libro di Dagerman ha poi una seconda parte, “Non riusciamo a dormire”, dove la narrazione è diversa, nel senso che si alterano diverse storie (sei in totale), come se fossero dei racconti che possono essere letti assieme o anche in modo singolo. In essi ci sono soldati in attesa che qualcosa accada e mentre attendono, si raccontano storie di vita vissuta per allontanare le paure. Il libro di Dagerman è un insieme di momenti lirici, un susseguirsi di metafore che devono essere decifrate e scandagliate per garantire la comprensione del loro senso e, una volta comprese, diventa più facile addentrarsi delle menti e animi dei diversi personaggi protagonisti e negli impulsi che li spingono ad agire. Lo stesso serpente del titolo però è qualcosa di più dell’animale che viene catturato e nascosto come se fosse un giocattolo per fare paura o per divertire. Il serpente rappresenta la paura, il terrore che attanaglia e blocca chi lo incontra. Il serpente che mette tutti a disagio è però anche la rappresentazione metaforica quella libertà e autonomia decisionale che i protagonisti invece in quel momento non hanno, perché sottomessi alle regole imposte loro dalla società e dagli eventi storici nei quali vivono. Traduzione dallo svedese postfazione Fulvio Ferrari.

Stieg Dagerman nato nel 1923, segnato da una drammatica infanzia, considerato il “Camus svedese”, in perenne rivolta contro la condizione umana, anarchico viscerale cui ogni sistema va stretto, militante sempre dalla parte degli offesi e umiliati, incapace di accontentarsi di verità ricevute, resta nella letteratura svedese una di quelle figure culto che non si smette mai di rileggere e di riscoprire. Dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.

Source: richiesto all’ufficio stampa Iperborea. Grazie a Francesca Gerosa dall’ufficio stampa.

La stirpe della gru di Joan He (Oscar Fantastica, 2021) a cura di Elena Romanello

13 marzo 2021

978880472880HIG-333x480Oscar Fantastica torna a proporre una voce del fantasy ispirato all’Estremo Oriente con il romanzo autoconclusivo La stirpe della gru, di Joan He, dove intrighi di corte, lotte, contrasti e un personaggio femminile forte sono coniugati in un mondo simile alla Cina fantastica di film come Hero La tigre e il dragone.
Il libro immerge in un mondo fantastico e altro a cominciare dalla bellissima copertina, rielaborazione in chiave fantasy di immagini di quelle terre così lontane e ormai così vicine.
La protagonista è una principessa ribelle, come nelle migliori storie di sempre, Hesina di Yan, che ha sempre desiderato vivere nell’anonimato: un giorno il suo amato padre muore e lei deve prendere parte ai giochi di potere, trovandosi sovrana di un regno instabile e corrotto.
Ufficialmente il re è morto per cause naturali, ma Hesina si convince sempre di più che sia stato assassinato, da qualcuno che vive alla corte e che è insospettabile: del resto, intorno a lei è pieno di ipocriti e delatori, e ciascuno di loro potrebbe essere il colpevole.
I consiglieri vogliono che Hesina accusi il regno confinante di Kendi’a, che sta già radunando le truppe per la guerra, ma lei capisce che si tratta di un gioco per favorire poteri e favoritismi: nel suo regno la magia è da secoli vietata dalla legge, ma Hesina si rivolge lo stesso in segreto ad un’indovina, il Giaggiolo argenteo, compiendo un atto di tradimento punibile con la morte, perché certe regole valgono per tutti.
La veggente consiglia alla giovane sovrana di rivolgersi ad Akira, un delinquente in galera, brillante e acuta, che conosce e nasconde non pochi segreti, trovandosi presto alle prese con un qualcosa che non prevedeva, nella ricerca di giustizia per suo padre.
La stirpe della gru porta in un mondo che affascina fin dalla prima pagina, dove gli appassionati dell’immaginario dell’Estremo Oriente, manga compresi, troveranno pane per i loro denti, ma che piacerà anche a chi ama il fantasy più occidentale, visto che certi tempi e archetipi sono trasversali e funzionano sempre, ovunque uno li collochi.
In un periodo di saghe sterminate che non si chiudono mai o chissà quando, il libro ha un suo arco che si apre e finisce, e questo lo rende indubbiamente interessante, sia per chi ama il genere sia per chi vuole sperimentare senza impegnarsi troppo.

Joan He è nata e cresciuta a Philadelphia ma, di tanto in tanto, le capita ancora di perdersi per le vie della città. Da piccola ha studiato la pittura a olio classica, prima di rendersi conto che la sua forma espressiva preferita era raccontare storie.
Ha studiato Psicologia e Lingue e culture dell’Estremo Oriente all’Università della Pennsylvania e attualmente scrive da una postazione che domina il fiume Delaware. La stirpe della gru è il suo romanzo d’esordio, seguito, nella primavera 2021, da The Ones We’re Meant to Find.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Giulietta e Federico di Federica Iacobelli, illustrazioni di Puck Koper (Camelozampa, 2019) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2021

Nella luce del tramonto avvistò Giulietta che cantava tra i ruderi di un tempo passato, “Dove sei stata?” le domandò,”Molto lontano e molto vicino”.

Giulia Masina nacque a San Giorgio di Piano, Bologna, nel 1921, esattamente 100 anni fa, una bella occasione per riscoprire l’albo illustrato Giulietta e Federico edito da Camelozampa nel 2019, con testi di Federica Iacobelli e disegni, coloratissimi e naïves, di Puck Koper. Copertina cartonata, 48 pagine, l’albo è un simpatico omaggio a una coppia di artisti, innamorati nella vita, che hanno fatto la storia del cinema, non solo italiano. Con i suoi cinque premi Oscar, quattro al miglior film straniero e uno alla carriera, Federico Fellini si è guadagnato un posto di primo piano nella storia dell’arte tutta. Forse non tutti sanno come si conobbero Federico e Giulietta (questo era il nome con cui Federico chiamava affettuosamente sua moglie) né sanno chi fossero Cico e Pallina, questo albo aiuta a scoprirlo, come aiuta ad entrare nel mondo fantastico e meraviglioso che caratterizzò l’arte di questi artisti così straordinari. Prima di fare cinema Federico Fellini si occupò di teatro e radio e infatti era l’autore di una fortunata serie di piccoli radiogrammi intitolata Le avventure di Cico e Pallina, in cui Giulietta Masina era la voce di Pallina. Così si conobbero, si innamorarono e non si lasciarono più fino alla morte. Dopo la morte di Federico Giulietta aspettò cinque mesi e lo seguì nel riposo eterno. Questo albo ci aiuta a entrare nel loro mondo, allegro, colorato, fatto di schizzi e disegni, suoni, e immagini in movimento in cui emerge la gioia di vivere, di amare e creare. Tante le citazioni e rimandi all’immaginario felliniano, tratte da film indimenticabili in cui Giulietta fu protagonsita come La strada, Le notti di Cabiria, Giulietta degli spiriti, e infine Ginger e Fred. Giulietta e Federico si fregia inoltre del prestigioso logo Fellini 100, in occasione delle Celebrazioni per il centenario di Federico Fellini.

Federica Iacobelli lavora come scrittrice, sceneggiatrice e drammaturga. Insegna sceneggiatura all’ISIA Urbino e scrittura e drammaturgia in corsi di alta formazione e universitari. Ha scritto racconti, romanzi, testi teatrali, script per film documentari, film d’animazione e programmi tv. Ha pubblicato tra gli altri Uno studio tutto per sé (Motta Junior, Premio Pippi scrittrici per ragazzi 2008), Mister P (illustrato da Chiara Carrer, Topipittori), La città è una nave (Topipittori).

Puck Koper è un’illustratrice di Rotterdam. Si è laureata in Illustrazione alla Kooning Academy di Rotterdam per poi conseguire un master in Children’s Book illustration alla Cambridge School of Art. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui l’AOI World Illustration Awards, il Nami Concours ed è tra i finalisti ai Golden Pinwheel Illustrations awards assegnati dalla International Children’s Book Fair di Shanghai. Ha inoltre ottenuto il prestigioso Dutch Fiep Westendorp Foundation Award.

Source: albo inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca Tamberlani di LaChicca Ufficio Stampa Specializzato in libri per bambini e ragazzi.

:: Creature di caldo sangue e nervi. La scrittura di Raymond Carver di Antonio Spadaro (Ares Edizioni, 2020) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2021

Antonio Spadaro, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, teologo gesuita e saggista scrisse Carver: un’acuta sensazione di attesa ormai vent’anni fa nel 2001, a 34 anni. Lo scorso ottobre il volume è tornato in libreria, per le edizioni Ares, ampliato e aggiornato con una meditata premessa, con il titolo Creature di caldo sangue e nervi. La scrittura di Raymond Carver e si può dire che l’autore abbia sperimentato con mano quanto Carver abbia operato nella sua vita, l’abbia plasmata, positivamente si potrebbe aggiungere. Il saggio monografico sulla vita e le opere di Carver, nella collana Profili, per quanto breve tocca i punti salienti discussi sia dalla critica americana, sia dalle personalissime riflessioni che Spadaro modella sulla sua propria vita. Temi come se Carver fosse principalmente un poeta o un narratore, o quanto Gordon Lish modificò (e per alcuni snaturò) i suoi testi, etc… passano sullo sfondo, sebbene vengano toccati, dando invece spazio a riflessioni più intime, come la totale mancanza di ideologia delle pagine di Carver, l’importanza della vulnerabilità dell’essere umano, il trovare nella vita la sola e unica fonte di ispirazione, l’origine e la sequenza esatta della sua arte: storie, immagini, parole, punteggiatura. Spadaro non decostruisce la lingua carveriana, per trovare i suoi segreti nascosti e la sua grandezza letteraria, ma fa qualcosa di più alto e profondo, ne cerca il senso ultimo, quel senso che fa trovare la santità nella vita ordinaria e quotidiana. Gli eroi di Carver sono persone comuni, fragili, problematiche, ma non per questo meno nobili o degne di stima o di considerazione. E proprio perché sono veri, autentici, questi eroi sono degni di essere osservati con tenerezza e commozione. Perché chiunque affronta la vita, il dolore, la morte di per sé è eroico. Punto centrale di tutto questo studio è la riflessione di quanto per Carver la scrittura sia diventata a tutti gli effetti col tempo un co-strumento di redenzione, dalla sua vita “dannata” dall’alcool e dal disordine. Redenta soprattutto grazie all’amore di una donna, Tess Gallagher, ma anche dalla scrittura e qui amore e scrittura si fondono dando un senso al tutto, perché non è forse vero che quando Carver si interroga sul cosa voleva ottenere dalla vita, l’unica risposta sensata da darsi resta “Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra”.         

Antonio Spadaro (Messina, 1966), gesuita, teologo e saggista italiano, è direttore della rivista «La Civiltà Cattolica». Il 10 dicembre 2011 papa Benedetto XVI lo nomina consultore del Pontificio Consiglio della Cultura e il 29 dicembre consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Nel gennaio 2012 ha ricevuto a Caserta il prestigioso premio Le Buone Notizie – Civitas Casertana, uno dei più importanti premi di giornalismo italiani.
È autore, tra gli altri, di  Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea (2009), Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete (2011), Il disegno di papa Francesco. Il volto futuro della Chiesa (2013), Da Benedetto a Francesco. Cronaca di una successione al Pontificato (2013), La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro (2013), Oltre il muro. Dialogo tra un mussulmano, un rabbino e un cristiano (2014, con Omar Abboud e Abraham Skorka) e Adesso fate le vostre domande. Conversazioni sulla Chiesa e sul mondo di domani (nel quale intervista papa Francesco, 2017).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Simona Mirata dell’Ufficio Stampa Edizioni Ares.