Archive for the ‘Recensioni’ Category

Il regno segreto di Philip Pullman (Salani, 2020) a cura di Elena Romanello

4 Maggio 2021

Quando, nell’ormai lontano 2000, uscì l’ultimo libro della Trilogia Queste Oscure Materie, Il cannocchiale d’ambra, sembrava la fine di un’epoca, con la conclusione, a tratti struggente e amara, di una vicenda che aveva letteralmente tenuto incollati i lettori ai libri, a cui si è ispirato un non eccelso film nel 2007 e una invece molto valida serie televisiva di questi ultimi anni.
Philip Pullman ha però deciso di tornare al mondo di Lyra, e dopo l’antefatto La belle sauvage, con Il libro segreto continua la vicenda di una delle grandi protagoniste della letteratura per ragazzi. Sono passati dieci anni da quando abbiamo salutato Lyra Belacqua, seduta su una panchina del giardino botanico della sua Oxford, separata per sempre da Will, in quello che resta uno degli addii più strazianti di sempre. 
Adesso studia all’Università, ma presto dovrà partire per un viaggio in cerca del suo daimon, Pantalaimon, che si è allontanato da lei per alcune incomprensioni, in un mondo simile al nostro con contraddizioni e rischi e con alcune peculiarietà, aiutata da Malcolm, che ne La Belle Sauvage era un ragazzino e che ora è cresciuto.
Ma la ricerca non è solo legata al daimon, ma anche ad una città nel cuore del deserto, dove forse c’è il segreto legato alla Polvere, e che attira scontri tra varie fazioni. Lyra viaggerà verso un’Asia fiabesca e pericolosa, con una serie di avventure incalzanti, che si chiudono su un finale aperto che fa aspettare con ansia il prossimo capitolo. 
Philip Pullman conferma il suo talento, tornando nel suo mondo per antonomasia e costruendo una storia avvincente, intorno ad un personaggio che è cambiato nel corso degli anni ma che ha sempre qualcosa da dire, in un microcosmo emblematico del fantastico in cui è bello immergersi ancora una volta.
Il regno segreto è un volume di oltre 704 pagine che scorre come l’acqua, senza mai stancare e annoiare, moderno e fantastico, una metafora sul significato di capire se stessi, crescere e dare un senso al mondo in cui si vive, qualsiasi esso sia. Un inno alla vita e al rapporto con gli altri e con l’altro, per tutte le età.

Philip Pullman è nato nel 1946 a Norwich, in Inghilterra. Da bambino ha vissuto in Australia e in Zimbabwe e ha studiato in Africa e in Galles. Si è laureato in Letteratura inglese a Oxford, dove vive attualmente. Ha scritto romanzi, racconti e adattamenti teatrali, per i quali ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti. Da Salani, tra gli altri, sono usciti Ero un topo, Il conte Karlstein, Lo Spaventapasseri e il suo servitore, Il ponte spezzato e la serie delle avventure di Sally Lockhart (Il rubino di fumo, L’ombra nel Nord, La tigre nel pozzo e La principessa di latta). La trilogia Queste oscure materie si apre con La bussola d’oro (Carnegie Medal e Guardian Children’s Fiction Prize), a cui seguono La lama sottile e Il cannocchiale d’ambra (vincitore nel 2001 del prestigioso Whitbread Book Award). Nel 2005 Philip Pullman ha vinto il Premio Astrid Lindgren Memorial, considerato il Nobel della letteratura per ragazzi. Nel 2017 l’autore è tornato nel mondo di Lyra e delle Oscure materie con l’attesissimo Libro della Polvere.

Provenienza: libro del recensore.

:: Il randagio e altri racconti di Sadeq Hedayat (Carbonio Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2021

Dall’Iran preislamico ai vicoli di Le Havre nei primi decenni del Novecento, variegati sono gli scenari dei nove racconti di Sadeq Hedayat, che Anna Vanzan, iranista e islamologa, scomparsa alla fine del 2020 a Venezia, ha scelto e tradotto dal persiano per la raccolta Il randagio e altri racconti, edita da Carbonio Editore.
In realtà i racconti avrebbero dovuto essere dieci, tratti da diverse antologie e scritti tra il 1930 e il 1942, una sorta di florilegio della narrativa breve per avvicinare ulteriormente i lettori italiani, dopo la fortunata pubblicazione l’anno scorso del romanzo La civetta cieca, all’opera di Hedayat, ma la morte della traduttrice ha impedito che l’opera fosse compiuta.
Ciò non toglie che anche solo questi 9 racconti ottengono l’effetto che Anna Vanzan si era prefissata, dare testimonianza dell’immenso talento che aveva questo autore colto, sensibilissimo, e dal destino tragico, morto suicida in solitudine e miseria a Parigi nell’aprile del 1951.
Considerato il padre della letteratura moderna persiana, censurato in patria, Sadeq Hedayat conserva la sua capacità di destabilizzare le coscienze, e fare riflettere su temi scomodi come la morte, le strette maglie delle imposizioni sociali e familiari, la disperazione irrisolta che scaturisce dalla presa di coscienza dell’illusorietà della vita.
Troppo pessimismo anche oggi per la società iraniana contemporanea, che mette al bando le sue opere, anche se vanno a ruba nel mercato nero di Teheran. Da credente, da un punto di vista puramente spirituale non politico, comprendo come le autorità religiose e civili iraniane pensino che la lettura di queste opere, ancora oggi dopo quasi un secolo, possa instillare eccessivo pessimismo e ribellione verso le autorità costituite, ma non credo questo fosse lo scopo dell’autore, la sua ribellione è più metafisica, venata di tragico sarcasmo contro la farsa in cui molto spesso tutti noi precipitiamo.
La lettura di questi racconti insomma non ha incrinato il mio amore per la vita, ma mi ha fatto vedere le sue pieghe più nascoste, il grottesco di certi atteggiamenti, la tragica bellezza dell’amore impossibile, o dell’amicizia che a torto si pensa tradita.
Hedayat conosce il paradosso dell’illusione, la sua vicinanza all’induismo indiano è netta, e ha il dono di trovare le parole migliori per narrarlo.
In più è un ponte tra Occidente e Oriente, grazie alla sua capacità di avvicinare due mondi così lontani, illuminando di grazia la vita comune di Teheran e la sua cultura, i suoi miti, le sue tradizioni.
Vicino al surrealismo e all’esistenzialismo, Hedayat accoglie la visione occidentale dell’esistenza e la filtra attraverso la concezione orientale dell’ umanità parlandoci di un mondo millenario ancora vivido nelle sale da te, nel cambiavalute per le strade, nei bazar affollati e variopinti.
L’Iran mai così lontano ci è vicino nei suoi racconti fatti di gente comune alle prese con le mille difficoltà della vita, i divorzi, le gelosie tra sorelle, le responsabilità, il rifugio in una religiosità di pura apparenza, le mille infelicità che ogni giorno scorticano e sgretolano certezze e speranze.
I vinti, gli sconfitti dalla vita, i solitari pronti a innamorarsi di una statua inanimata sono i protagonisti dei suoi racconti amari e di una bellezza struggente, e stupisce soprattutto la modernità con cui tratteggia questi scenari e queste sensazioni, dando vita a un mondo che si credeva perduto e invece sopravvive sotto la cenere. Da leggere.

Sadeq Hedayat (Teheran, 1903 – Parigi, 1951) scrittore, critico letterario e traduttore iraniano, è considerato il padre della letteratura persiana moderna. Di famiglia nobile, frequentò scuole francesi a Teheran per poi trascorrere diversi anni tra l’Europa e l’India. Rientrato in patria, iniziò a lavorare al ministero della Cultura e continuò a studiare la storia e il folklore del suo Paese, nonché le opere degli esistenzialisti francesi, traducendone numerose in persiano. La civetta cieca (Carbonio Editore, 2020), considerato il suo capolavoro, fu pubblicato in patria solo undici anni dopo la sua prima stesura a causa dell’opposizione del regime dello Shah Reza Pahlavi, ed è ancora oggi oggetto di costanti censure.
Hedayat morì suicida in un appartamento di Parigi, in estrema solitudine e miseria, nell’aprile del 1951. È sepolto nel cimitero del Père-Lachaise.

Anna Vanzan, (1955 – 2020) iranista e islamologa, ha pubblicato numerosi saggi dedicati alle civiltà del Medio Oriente, con particolare attenzione alla questione di genere. Nel 2017 ha ricevuto il premio MIBACT alla carriera per l’opera traduttiva e la diffusione della cultura persiana in Italia. È scomparsa il 24 dicembre 2020 a Venezia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

Il ritorno della Trilogia della Nebbia di Carlos Ruiz Zafón a cura di Elena Romanello

1 Maggio 2021

978880473537HIG-332x480Ci sono autori che restano nel cuore, e uno di questi è senz’altro Carlos Ruiz Zafón, scomparso troppo presto alcuni mesi fa dove aver detto al mondo storie fantastiche, che ne hanno fatto lo scrittore spagnolo più letto al mondo dopo Cervantes.
Oscar Draghi presenta in un sontuoso volume illustrato la Trilogia della Nebbia, con cui tra l’altro lo scrittore ha debuttato nel mestiere nell’ormai lontano 1993, composta da Il principe della nebbiaIl palazzo della mezzanotte e Le luci di settembre, tre storie affascinanti, sulla carta rivolte ad un pubblico di ragazzi, ma in realtà godibili per tutti.
Le storie sono lontane dall’epopea del Cimitero dei Libri dimenticati di Barcellona, ma chi ama i mondi dell’autore ci troverà lo stesso stile, la stessa passione, le stesse tematiche, in tre luoghi diversi dalla Terra, con altrettanti misteri con cui si confrontano i giovani protagonisti, in una ricerca della verità che è anche capire di più se stessi.
Il Principe della nebbia porta sulla Costa atlantica spagnola, durante la Seconda Guerra Mondiale, dove Carver, Max e Alicia si trasferiscono con i genitori e dove conoscono Roland, il nipote del guardiano del faro, con cui iniziano a scoprire il mondo. Ma i tre ragazzi non sanno che la casa dei loro genitori nasconde un inquietante passato, legato ad un naufragio di molti anni prima. 
Il Palazzo della mezzanotte è ambientato in India, a Calcutta, con come protagonisti sette sedicenni, cresciuti in orfanotrofio, alla vigilia di dover andare ognuno per la propria strada, che si troveranno uniti per salvare Ben, il più indisciplinato del gruppo, alle prese con una minaccia che lo perseguita da sempre, legata a familiari che non sapeva di avere e ad un mistero da risolvere. 
Le luci di settembre si svolge in Normandia, dove di trasferisce Irene Sauvelle dopo la morte del padre, presso la tenuta di un vecchio fabbricante di giocattoli a Cravenmoore, con la madre e il fratello, dove presto scoprirà omicidi e verità nascoste grazie anche all’incontro con Ismael. 
Tre opere piene di fantasia, avventura, mistero, ottimi per chi ha scoperto da poco la lettura grazie magari alla saga di Harry Potter e a Pullman e adesso cerca qualcos’altro, ma anche per chi sente periodicamente il bisogno di immergersi nel ricordo di ricerche della verità e di mondi nuovi, guardando al passato senza dimenticare il presente. 
Metafore del passaggio dalla giovinezza all’età adulta ma anche ritratti di tre mondi diversi ma non inconciliabili, i tre libri della Trilogia della Nebbia sono aria pura, fantasia, voglia di leggere  storie che fanno evadere con intelligenza, universi nascosti dietro ogni pagina e da cui non ci si riesce a staccare, fatti dalla stessa materia di cui sono fatti i sogni. 
Carlos Ruiz Zafón mancherà per sempre ai suoi lettori, ma ha ottenuto la sua immortalità con queste storie, che continueranno a popolare l’immaginazione di chi vorrà immergersi in esse.

Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia,” di Elizabeth Åsbrink (Iperborea 2021) A cura di Viviana Filippini

30 aprile 2021

È arrivato in libreria per Iperborea “Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia” di Elizabeth Åsbrink. L’autrice prende per mano il lettore portandolo in un vero e proprio viaggio all’interno della storia, cultura e vita di personaggi svedesi, dando origine ad una sorta di danza in movimento dal passato al presente. Un percorso che permette a chi legge di conoscere tante curiosità su quello che è stato il corso esistenziale svedese. Si va dai fatti storici del tempo che fu -che sarebbero degni di diventare protagonisti di una serie televisiva tanto sono ingarbugliati gli intrecci tra sentimento, potere e realtà- ai singoli personaggi che hanno fatto la storia della Svezia. Interessante è notare come certe immagini che oggi abbiamo ben consolidate o che diamo per scontate e da sempre presenti per identificare il mondo svedese, si scopre come in realtà siano collegate a determinate esigenze storiche o sociali (un esempio il lavarsi per bene o il levarsi le scarpe quando si entra in casa). Non mancano però delle incursioni nelle vite di personaggi mitologici e reali. Tra di loro possiamo ricordare Thor e il suo martello; per passare a Ellen Key una delle più importanti autrici svedesi, conosciuta soprattutto per i suoi numerosi scritti in ambito educativo, etico e femminista e considerata una dei principali membri del movimento letterario svedese ispirato al naturalismo.  O che dire del viaggetto nel mondo dell’IKEA, nota azienda creata da Kamprad che, indipendentemente dal suo passato più o meno scomodo, divenne – e lo è ancora oggi- un punto di riferimento fondamentale per l’arredamento e l’oggettistica della casa. Ma non è tutto, perché nelle pagine si incontrano anche Pippi Calze Lunghe, nata dalla penna di Astrid Lindgren; il geniale medico e botanico Carl Nilsson Linnaeus (Carlo Linneo) troppo impegnato a studiare e classificare la realtà vivente e circostante per pensare a stesso o Zlatan Ibrahimović diventato icona della svedesità a livello mondiale. La Åsbrink utilizza diverse parole, una per ogni capitolo, proprio per mettere in luce la Svezia e le diverse componenti che hanno permesso al paese di diventare un vero e proprio punto di riferimento per il resto del mondo vista come un Paese nel quale si riescono a coniugare la ricchezza, la redistribuzione e la libertà con l’eguaglianza. La cosa bella di “Made in Sweden. Le parole che hanno fatto la Svezia” è che il lettore può leggere i capitoli uno dietro l’altro, oppure può scegliere l’argomento che più gli interessa e immergersi in un vero e proprio pellegrinaggio nelle parole e nei fatti narranti i sacrifici, le lotte e gli ideali di un popolo che nel corso del tempo hanno condotto alla determinazione della svedesità come eccellenza. Traduzione Alessandro Borini.

Elisabeth Åsbrink è una nota scrittrice e giornalista svedese, si è affermata in patria e all’estero con reportage letterari di argomento storico e sociale che fondono fascino narrativo, una ricerca minuziosa e una profonda sensibilità, ottenendo premi prestigiosi come l’August e il Kapuściński. Con 1947 (Iperborea 2018), il suo primo libro tradotto in Italia, Elisabeth Åsbrink scava nei retroscena degli eventi e compone un racconto poetico e documentatissimo di un anno emblematico per la sua identità personale e per quella collettiva. Nel 2021 Iperborea ha pubblicato Made in Sweden, dove l’autrice ci accompagna in un viaggio tra cinquanta parole, eventi, persone e personaggi che hanno fatto la Svezia.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: Il criminale pallido di Philip Kerr (Fazi 2020) a cura di Giulietta Iannone

25 aprile 2021

Maleducato, irrispettoso, non convenzionale, Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista, torna nelle pagine di Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), secondo episodio della trilogia berlinese di Bernie Gunther di Philip Kerr, edito da Fazi nella traduzione dall’inglese di Patrizia Bernardini.
Seguito di Violette di marzo, Il criminale pallido si colloca prima di Un Requiem tedesco, in uscita il 27 maggio sempre per Fazi. E noi lettori non possiamo che esserne felici perché se Fazi continua a pubblicarli non può che essere il segno che i lettori lo leggono, e che Fazi continuerà nell’impresa fino a tradurre anche gli episodi della seria ancora inediti in traduzione italiana.
Ma torniamo a Il criminale pallido, per la maggior parte ambientato a Berlino nel 1938 l’anno della Notte dei Cristalli, il violento pogrom antisemita che si verificò nella notte tra il 9 e 10 novembre, in cui il regime nazista mostrò ormai apertamente il suo vero volto senza ipocrisie o reticenze.
Il romanzo inizia dicevamo nella lunga, calda estate del 1938 con una lettera anonima. Qualcuno vuole vedere Bernie al Reichstag a mezzanotte.

«Merda, Bruno, non c’è alcun bisogno di evocare gli spettri. Mi rendo conto dei rischi che corro, ma d’altra parte è il nostro mestiere. I giornalisti ricevono le agenzie,i soldati i dispacci e gli investigatori le lettere anonime. Se volevo la ceralacca sulla posta che ricevo avrei dovuto fare l’avvocato».

È niente meno che il capo della Polizia criminale di Berlino, Arthur Nebe che gli propone di rientrare nella Kripo. E poi quando è Heydrich a volerlo c’è ben poca scelta. Bernie prende tempo e dice che ci penserà su.
Successivamente ancora in veste di investigatore privato, in società con Bruno Stahlecker, viene convocato in casa di una probabile cliente Frau Lange, proprietaria e direttrice di una casa editri­ce, in pena per il figlio, Reinhard Lange.
Scena dal forte sapore chandleriano che ci introduce nel cuore dell’indagine:

«E ora è bene che le dica perché l’ho fatta venire qui», disse risolutamente. «Voglio che scopra chi mi sta ricat­tando». Si interruppe, movendosi a disagio sulla chaise-longue. «Mi scusi, non è facile per me parlare di queste cose».
«Faccia pure con calma. Essere ricattati rende tutti nervosi». Annuì e buttò giù un sorso del suo gin.

Sarà l’inizio di una lunga e complicata indagine che porterà Bernie nella clinica del dottor Kindermann e poi nel bel mezzo delle più oscure e ambigue depravazioni del Reich.
Sarà proprio cercando le lettere oggetto del ricatto che Bruno Stahlecker perderà la vita e se Bernie vorrà vederci chiaro dovrà infine accettare la proposta di Heydrich di rientrare nella Kripo e indagare sull’operato di una specie di serial killer che uccide ragazze esclusivamente ariane, dai capelli biondi e gli occhi azzurri.
È inutile dire che presto le due indagini troveranno un nesso comune e Bernie si troverà da solo a combattere il Male, tra sanità mentale, occultismo, e violenza ferina.

Philip Kerr, nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther – Violette di marzo (1989), Il criminale pallido (1990) e Un requiem tedesco (1991) –, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. Oltre alla trilogia è autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. I diritti della trilogia sono stati opzionati da Tom Hanks per una miniserie in coproduzione con HBO.

Source: epub inviato dall’editore. Ringraziamo Livia dell’Ufficio Stampa Fazi.

Caramelle dal cielo, Marta Palazzesi (Gallucci, 2021) A cura di Viviana Filippini

25 aprile 2021

Oggi, 25 aprile, vi suggerisco questo libro per ragazzi (anche per gli adulti va bene) “Caramelle dal cielo” di Marta Palazzesi. La storia edita da Gallucci ha per protagonisti due ragazzini che vivono ai tempi della Seconda guerra mondiale nella città di Milano. Ognuno di loro ha una vita propria. Antonio lavora al mercato nero e vende di tutto (molto probabilmente cederebbe anche il suo migliore amico) pure di avere qualcosa da mangiare. Andrea, invece è diverso, lui sarebbe pronto a sacrificare la propria vita per salvare quella di un amico, compreso il fatto che il migliore amico sia un animale. Proprio così, perché l’inseparabile compagno di avventure di Andrea è Guerrino, un cane che è per il ragazzino l’unico ricordo davvero importante rimastogli del nonno scomparso. I due protagonisti vivono le loro esistenze più o meno tranquille, non si frequentano, ma sono accomunati dal fatto che la guerra incomba sempre su tutto e tutti. Poi ogni cosa cambia nella notte del 12 agosto 1943, quando il suono della sirena d’allarme annuncia un’incursione aerea. In quel momento le strade di Andrea e Antonio si incrociano e i due giovani diventano alleati per salvarsi dalle bombe sganciate dagli aerei sulla città, come fossero caramelle cadenti dal cielo. In questa fuga caotica però Guerrino, il cane di Andrea, scompare e il suo padroncino sarà pronto a tutto – pure a mettere a repentaglio la sua vita sotto i bombardamenti- per ritrovare l’amico di sempre. Ad aiutare Andrea ci sarà Antonio, che all’inizio non ci pensa nemmeno, ma quando vede l’orologio del nonno di Andrea, ha un velocissimo ripensamento e decide di agire con lui. Quella creata dalla Palazzesi è una storia avvincente, resa ancora più coinvolgente dai disegni di Giuseppe Palumbo. In ogni pagina si susseguono azioni frenetiche, imprevisti e colpi di scena, però quello che è sempre presente è l’amicizia. Essa, piano piano, affonda le radici nell’animo dei protagonisti portando a dei veri e propri cambiamenti in Andrea e pure in Antonio, perché entrambi capiranno quello che è davvero importante nella vita per sopravvivere alle bombe e vivere in armonia con il prossimo. “Caramelle dal cielo” di Marta Palazzesi è una storia nella quale Andrea e Antonio si trovano in una situazione di grave pericolo e i loro due caratteri così differenti riusciranno a superare le opposizioni, perché il traguardo da raggiungere è uno e comune: la salvezza.  Dai 12 anni in poi.

Marta Palazzesi è autrice di libri per bambini e ragazzi, traduttrice di sceneggiature e consulente editoriale, dal 2017 fa parte del Centro Formazione Supereroi, un’associazione no profit che tiene laboratori di scrittura creativa nelle scuole medie e superiori di Milano e provincia. Il suo romanzo Nebbia ha vinto il Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2020 nella categoria 6+.

Giuseppe Palumbo è uno degli autori italiani più noti di fumetti e graphic novel.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci

AA. VV. A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni (Gammarò edizioni, 2021) a cura di Nicola Vacca

21 aprile 2021

Giorgio Caproni è stato uno dei poeti più innovativi del Novecento. La sua essenzialità musicale scavata nella nuda terra della parola sconvolse il linguaggio della poesia.
I suoi versi restano un’esemplare testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
I temi preferiti da Caproni sono il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i loro paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.
Caproni già in Come un’allegoria si interroga sulla vita e in seguito negli altri suoi libri (Il muro della terra, Congedo del viaggiatore cerimonioso) ha affrontato a viso aperto le ragioni profonde dell’esistenza toccando con limpida chiarezza i temi legati alle domande fondamentali, davanti alle quali chiede al lettore un’attenzione perplessa.
Nato il 7 Gennaio 1912 a Livorno e scomparso il 22 febbraio 1990 Giorgio Caproni è stato senza alcun dubbio uno dei massimi poeti del Novecento anche se ancora oggi tutte le iniziative promosse in suo favore sono servite ben poco a favorirne una più larga conoscenza.
Questo sostiene Francesco De Nicola che (insieme a Federico Marenco)in occasione dei trent’anni della scomparsa di Caproni al poeta ha curato un volume interessante scritto a più mani.
A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni. “Scendo, buon proseguimento” (Gammarò edizioni, pagine 115, € 16,00 è una raccolta di scritti (Angela Siciliano, Maria Teresa Caprile, Francesca Irene Sensini, Valentina Colonna, Federico Marenco, Francesco De Nicola) che esplorano alcuni aspetti sinora pressoché trascurati nella pur vasta bibliografia critica esistente sulla sua poesia.
Maria Teresa Caprile si sofferma sulle intuizioni di Caproni in merito al dubbio e sulla parola che nel Novecento ha subito un’estenuante falsificazione assecondata alla politica, un’imminente volgarizzazione che ha corroso i valori dell’umanesimo.
Partendo da questa premessa Caproni affronterà radicalmente tutti i dilemmi del disfacimento, inventando una lingua nuova che ha nella rottura del significato il suo punto di forza per una poetica che resterà un’esemplare e unica testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
Un viaggio che porterà Caproni in nessun luogo, o in posti nebbiosi, assurdi e vuoti «La sua – scriverà Gian Luigi Beccaria – è la religione del vuoto, descritta, commentata con dizione mirabile in luoghi di frontiera dove tutto è solitudine, dolore, addio di un uomo in viaggio o in fuga».
Francesca Irene Sensini nel suo scritto intitolato Anarchici fuori tema: orti, giardini e fiori di Giorgio Caproni scrive che le tesi di Caproni sottraggono il lettore agli automatismi sensoriali del quotidiano e lo trascinano in un termin vague dove gli elementi concreti che cadono sotto i sensi si trasformano in metafisici e assolvono la funzione di strumenti conoscitivi.
Il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i suoi paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.

«Una poesia contratta – scrive Carlo Bo – fino allo spasimo e che tuttavia conserva una sua corposità, una parte di sostanza incontaminata. Al fondo c’è sempre l’uomo inseguito dalle sue preoccupazioni».

Caproni è stato il maggiore poeta italiano del secondo Novecento.
Il poeta livornese è riuscito a dare conto in versi dei moti dell’esistere, del vuoto e del nulla inventando un dire che tutto ha messo in discussione fino a tracciare le linee di un’esperienza poetica che ha un grado d’inventività, come giustamente osservava Vittorio Sereni, capace di individuare una situazione lirica nel quotidiano senza alcuna pretesa di definitività.
A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni è un libro prezioso, quasi un bilancio che invita il mondo della cultura a una serie di riflessioni sulla grandezza ancora non riconosciuta del grande poeta.

«La viva voce di Caproni – scrive Valentina Colonna nell’ultimo scritto che chiude il volume – è forse tra le meno conosciute del secondo Novecento, in quanto limitato fu anche lo spazio mediatico concessogli rispetto a quello di altri poeti suoi contemporanei, di cui si è consolidato, nella memoria del pubblico della televisione di quegli anni, un ricordo più chiaro. Possiamo infatti più facilmente ricordare la teatralità di Ungaretti o la melodiosità di Montale, con stili diversi e tecniche interpretative molto divergenti e contrastanti. Ma qual era la voce di Giorgio Caproni?»

Eppure quella di Caproni, come giustamente sottolinea Giovanni Giudici, era una poesia nuova.
Ancora oggi lui il è poeta nuovo che ha molto da dire e da insegnare alla cultura e alla poesia italiana contemporanea.

Le figlie di YS di M.T. Anderson e Jo Rioux (ReBelle Edizioni, 2021) a cura di Elena Romanello

19 aprile 2021

Nel panorama vasto, rutilante ma a tratti dispersivo delle graphic novel si affaccia ReBelle Edizioni, con la traduzione di un successo dell’editoria indipendente d’oltreoceano dell’anno scorso, Le figlie di YS, realizzato a quattro mani da M. T. ( Matthew Tobin) Anderson e Jo Rioux.
La storia, sulla carta rivolta ad un pubblico young adult ma in realtà pe tutti, è ispirata ad una delle più note leggende bretoni, quella della città maledetta di YS, una sorta di Atlantide di quelle latitudini, ingoiata dall’oceano per un’oscura maledizione.
In un mondo magico fuori dal tempo, vicino ad un’età dell’oro della mitologia celtica, la regina Malgven, grande amore dalla provenienza misteriosa del re di YS, molto probabilmente una creatura marina, ha innalzato intorno alla sua città delle grandi mura che tengono tutto al sicuro, ma forse c’è anche un oscuro segreto che permette al regno di prosperare.
Dopo la sua morte, il re resta solo con le due figlie Rozenn e Dahut, destinate a prendere strade diverse: Rozenn ama vivere in mezzo alla natura con gli animali, girando per la brughiera, mentre Dahut è attratta dal potere, dagli intrighi, dalle feste e scopre man mano il prezzo per tenere YS al sicuro dal mare, il tributo che ogni giorno bisogna buttare nelle acque, un tributo che può diventare un giorno insostenibile e condannare tutti alla fine.
Nelle pagine acquarellate, con uno stile simile a quello di Noelle Stevenson e il suo Nimona, rivive un’epopea dimenticata dai più, visto che ci sono stati un paio di romanzi fantasy che l’hanno ripresa, ma nulla di paragonabile a storie inflazionate come quella di Re Artù, ma fondamentale per il folklore della Bretagna, terra celtica di mare, sabbia e rocce, sede di antiche leggende come questa.
Le figlie di YS piacerà agli amanti del fantasy, con un intreccio tra regine corrotte e maledizioni che ha in sé i semi di tante storie contemporanee, oltre a chi ama le antiche culture meno note e il mondo celtico, celebrato in questi anni da feste ed eventi purtroppo al momento in pausa.
Una storia ricca di spunti, avvincente, cruda, spietata, persa in un tempo mitico a cui piace tornare, in una nuova veste, a scoprire la sorte maledetta di una città perduta e per sempre ricordata.

M.T. Anderson è autore di diversi bestseller fantasy e young adult, in Italia gli ultimi titoli sono stati pubblicati da Rizzoli. Ha vinto il National Book Award for Young People’s Literature nel 2006 per il primo volume de La storia stupefacente di Octavian Nothing.

Jo Rioux, canadese di Ottawa, proviene dal campo dell’illustrazione per l’infanzia. Ha vinto con Cat’s Cradle il premio Joe Shuster 2013.

Provenienza: libro del recensore.

:: Lettere tra due mari di Siri Ranva Hjelm Jacobsen (Iperborea 2021) a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2021

Cara sorella tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa a questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo.

L’acqua è la culla della vita, liquido amniotico, pioggia che disseta la terra, mare che sfocia nell’oceano. L’acqua è madre, principio femminile, fonte e custode di energia. L’acqua è la protagonista dei cambiamenti climatici in corso sulla terra. I ghiacci si sciolgono, il livello dei mari si innalza, fino a ricoprere tutto il globo terrestre d’acqua?

È questo il nostro destino ultimo? rifondare il mito della Grande Madre?

La scrittrice danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen ha scritto un delizioso piccolo libro dal titolo Lettere tra due mari in cui ipotizza un carteggio epistolare intimo, tenero e un po’ selvaggio tra Atlantica e Mediterranea, due sorelle, due mari vittime di inquinamento, che rimpiangono un passato lontano, che desiderano ricongiungersi.

Con penna delicata e lieve, e grande sensibilità l’autrice dà voce all’acqua con voce ambientalista e poetica, capace di far riflettere e toccare le coscienze, grazie alla sua bellezza. Da custodire e regalare a persone preziose. Traduzione di Maria Valeria D’Avino. Illustrazioni di Dorte Naomi.

Siri Ranva Hjelm Jacobsen (1980) Cresciuta in Danimarca da una famiglia originaria delle isole Faroe, dopo gli studi umanistici si dedica alla scrittura e collabora con diversi quotidiani e riviste. Con il suo primo romanzo, Isola (vincitore del Premio MARetica 2019), ispirato alla sua storia personale, si impone subito all’attenzione di pubblico e critica per l’originalità della sua voce poetica, tanto da essere affiancata ai grandi cantori del Nord, William Heinesen, Einar Már Guðmundsson, Jon Fosse e Jón Kalman Stefánsson.

Dorte Naomi (1975) è un’artista figurativa e illustratrice danese. I suoi disegni, opere grafiche e dipinti, che sono stati esposti presso musei e gallerie danesi e internazionali, trattano spesso della fusione tra l’essere umano e la natura in uno spazio tra simmetria e caos.

Maria Valeria D’Avino è nata a Roma, ha studiato letteratura Scandinava in Italia, dove si è laureata presso l’Università La Sapienza, e a Copenaghen. Dopo molti anni alla Rai (Radio, Multimedia) si è dedicata esclusivamente alla traduzione, soprattutto di narrativa danese e norvegese. Collabora con diverse case editrici italiane (Iperborea, Marsilio, Feltrinelli, Orecchio Acerbo). Tra gli autori tradotti per Iperborea: Knut Hamsun, Jørn Riel, Dag Solstad, Johan Harstad, Monica Kristensen, Gunnar Gunnarsson.

La regina degli scacchi di Walter Tevis (Oscar Absolute, 2021) a cura di Elena Romanello

19 aprile 2021

E’ stata una delle serie televisive più amate degli ultimi tempi, pluripremiata anche ai Golden Globe: La regina degli scacchi, è un vero e proprio fenomeno di costume degli ultimi mesi, ma non bisogna dimenticare che è  innanzitutto un romanzo, uscito mezzo secolo fa ad opera di Walter Tevis, autore di altri libri di successo trasposti al cinema, come il cult Lo spaccone.
Oscar Absolute ha riproposto in un’edizione sottolineata dalla copertina con la protagonista  della miniserie Anya Taylor-Joy questo classico contemporaneo, da leggere o rileggere dopo aver visto la serie, scoprendo la fonte di ispirazione di un grande successo di questi tempi, opera di un autore che ha raccontato nelle sue storie personaggi solitari, fuori posto, metafora del disagio che ha sofferto anche lui da bambino e ragazzo, malato e solo.
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta Beth Harmon resta orfana a soli otto anni e il suo destino sembra segnato con una vita senza futuro, in un grigio orfanotrofio in mezzo ad altre bambine e ragazzine in disgrazia come lei,  in un’esistenza senza prospettive. Ma Beth scopre in orfanotrofio, oltre alla trasgressione grazie all’amica afroamericana Jolene, di qualche anno più grande di lei, il potere che hanno le pillole calmanti sulla sua vita, allora prassi comune per come venivano date ai bambini, e soprattutto la magia del gioco degli scacchi, in cui comincia ad allenarsi e ad eccellere.
Alcuni anni più tardi viene adottata da una donna presto sola dopo che il marito la lascia, che vede in lei una possibilità di riscatto e comincia ad aiutarla a partecipare a tornei in cui si fa notare, giovanissima e donna, in un mondo per lo più maschile. Il dolore di un’esistenza comunque ferita e la sua profonda solitudine non la lasciano, ma nonostante questo Beth viaggia, vince, conosce persone, cresce, si innamora anche, continuando a trovarsi a casa sua solo sulla scacchiera, in quel gioco solitario e meditativo di cui diventa l’emblema.
Sono passati oltre cinquant’anni da quando Walter Tevis ha raccontato questa storia, emblema di un’epoca storica e sociale che traspare, ma a tratti universale e sempre valida, come dimostra il successo della serie, del resto: La regina degli scacchi racconta, molti anni prima che esplodessero, problemi come la solitudine e l’alienazione, l’attaccamento a qualcosa di totale come un gioco come mezzo per evadere e dare un senso alla propria vita, tutte tematiche ancora più attuali oggi che negli anni Sessanta.
Beth è un’eroina o antieroina contemporanea, più attuale oggi che all’uscita del libro, in cerca di una sua dimensione, di un suo posto nel mondo fuori dagli schemi, o possibile solo nello schema della scacchiera, protagonista di una vicenda che si evolve man mano, con non grossi accadimenti, ma un’uscita allo scoperto di un personaggio che continuerà a fare quella vita, con un finale aperto che l’autore non ha mai voluto continuare, giustamente.
Un libro che fa riflettere, in cui vedere un mondo di ieri che anticipa l’oggi e i suoi problemi, per chiunque senta interesse e empatia per Beth, protagonista fuori dalle righe pur non facendo niente di particolarmente trasgressivo, in un microcosmo suo dove non si sente fuori posto come nel mondo.

Walter Tevis, nato nel 1928 a San Francisco, cresciuto e vissuto in Kentucky, è l’autore di sei romanzi, oggetto di famose trasposizioni cinematografiche. La regina degli scacchi, da cui è stata tratta l’omonima serie Netfliix, è considerato uno dei suoi capolavori. Tra i suoi titoli più famosi Il colore dei soldi, Lo spacconeL’uomo che cadde sulla Terra. L’intera opera di Tevis è in corso di ripubblicazione presso gli Oscar Mondadori.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Omicidio a regola d’arte di Letizia Triches (Newton Compton 2021) a cura di Federica Belleri

18 aprile 2021

Seconda indagine che ha come protagonista il commissario Chantal Chiusano, il nuovo personaggio creato dalla scrittrice Letizia Triches.

Tra Roma e Napoli la trama intreccia il mondo dell’arte con il privato dei personaggi. Ad esempio la morte del marito della Chiusano, inspiegabile e atroce. O la morte di un pittore, a pochi giorni di distanza dal marito del commissario.

Due fatti che provocano sbigottimento, lasciano senza fiato e chiedono a gran voce delle risposte. La Chiusano dimostrerà fragilità e tenacia. Soffrirà ma avrà la forza di portare avanti un’indagine complessa. Entrerà nei salotti e parteciperà alle mostre degli artisti, nel loro mondo non sempre limpido, nelle loro vite segrete e torbide. E scoprirà che l’arte ha delle regole precise. È colorata e sfumata. È bianca o nera a seconda dell’occasione e dell’opportunità. È sfuocata al punto giusto per non mostrare spigoli o brutture. Ed è crudele, purtroppo. 

Grande protagonista, la città di Napoli. Contraddittoria e bellissima, profumata a tavola e nauseante nella falsità dimostrata.

Lettura consigliata.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora e Omicidio a regola d’arte, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano. Per saperne di più: www.letiziatriches.com

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Che mito!: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto Il Minotauro e il filo di Arianna di Hélène Kérillis, disegni di Grégoire Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2021

Gallucci editore pubblica in una simpatica collana che si chiama UAO (Universale d’Avventure e d’Osservazioni) Prime letture la serie Che Mito! per avvicinare i bambini alla mitologia greca e alla lettura.

E oggi vi parlo di due volumi di questa serie: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto, Il Minotauro e il filo di Arianna con testi di Hélène Kérillis e disegni di Grégoire Vallancien.

Sono due albi interamente a colori con illustrazioni spiritose e vivaci e testi con caratteri ad alta leggibilità.

Sono indicati per bambini dai 7 anni in su e si sa i bambini amano i mostri e le creature bizzarre, qui conosceranno il gigante Polifemo, un essere cattivissimo con un occhio solo al centro della fronte che ama sgranocchiare gli esseri umani e il Minotauro anche lui un gigante con il corpo di uomo e la testa di toro, sanguinario e cattivissimo pure lui, tanto da essere confinato in un labirinto a Creta. Ma si sa i cattivi non la fanno sempre franca per cui Ulisse e Teseo grazie alla propria astuzia, inventiva e coraggio l’avranno vinta.

Oltre a questi ci sono altri albi: Il tallone di Achille e Romolo e Remo sempre di Hélène Kérillis e Grégoire Vallancien. Traduzione dal francese a cura della Fondazione Unicampus San Pellegrino nell’ambito del corso “Tradurre la letteratura”.

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia.

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.