I gatti sono tra gli animali più amati nel nostro Paese, e hanno trovato negli anni una vasta schiera di stimatori, di tutte le età. Le loro storie sono diventate quindi molto apprezzate ed è cresciuto in maniera esponenziale il loro numero, con vicende di pura fantasia ma anche basate su fatti reali.
Una di queste ultime è Vito il gatto bionico, di Claudia Fachinetti, grande amante degli animali d’affezione e non, e già autrice per Piemme di Ninna, il piccolo riccio dal grande cuore, un libro nato in collaborazione con l’illustratrice Linda Ronzoni e Silvia Gottardi, le due mamme umane del micio Vito.
Una storia vera, quindi, quella su Vito, gatto dalle molte vite: è un gattino randagio in Sicilia, dove viene accolto da una coppia di trentini in vacanza, che lo portano con loro a casa. Poi, la morte della sua prima mamma umana lo porta a Milano, dove vive con Silvia e Linda, le sue due mamme umane, e diventa amico di Amelie, una piccola vicina, e del suo cagnolino Ragù. In parallelo, Vito spadroneggia nel quartiere con gli altri gatti, finché un grosso incidente lo immobilizza. Vito sembra spacciato, le sue zampe posteriori devono essere amputate e le sue possibilità di continuare a vivere sembrano nulle, perché è impossibile per un gatto vivere senza zampe posteriori. Per fortuna è circondato da persone che non si arrendono e trovano un veterinario che gli impianta due zampe bioniche, riportandolo man mano alla vita.
Una storia vera, toccante, rivolta negli intenti al pubblico più giovane ma in realtà per chiunque ami i gatti, impreziosita dai disegni di Linda Ronzoni e da un inserto con le vere foto di Vito durante le sue varie vite, micio rosso che ha potuto riprendere a vivere in mezzo a chi lo ama.
Chi vive con i gatti sa quanto sono speciali, e sa anche che tristemente purtroppo sono destinati a vivere meno di noi, e che quindi bisogna anche affrontare il lutto della loro scomparsa: per questo la storia di Vito è un inno alla speranza, a quello che si può fare oggi per allungare il tempo con cui i nostri adorati felini possono stare con noi, e un ribadire l’importanza che hanno nelle nostre vite sempre e comunque.
Il libro è completato inoltre da alcune schede con le storie di altri animali a cui sono stati impiantati arti bionici, un qualcosa che sembrava fantascienza ed invece oggi si può fare, per salvare Vito e non solo. Vito il gatto bionico è un libro quindi per chiunque ami e divida la sua vita con i gatti, e merita di figurare in ogni biblioteca felinofila che si rispetti, magari con sopra o vicino un Vito casalingo che giri e annusi.
Claudia Fachinetti è giornalista e addetta stampa per l’editoria e per associazioni ed eventi animalisti. Il suo libro Ninna, il piccolo riccio con un grande cuore, scritto insieme a Massimo Vacchetta e pubblicato dal Battello a Vapore, ha riscosso un immediato successo.
Linda Ronzoni, dopo aver avviato la sua carriera di graphic designer lavorando per diverse importanti agenzie e aver fondato alcuni studi di grafica e comunicazione, ora è direttrice creativa della Fondazione Il Lazzaretto. Si è diplomata alla scuola Holden, fa viaggi in bici in giro per il mondo, è mamma di Vito.
Silvia Gottardo, cresciuta a Riva del Garda, ha vinto il campionato italiano e quello inglese di pallacanestro. Ora non gioca più, ma si occupa del progetto Pink Basket, fa la commentatrice Tv, la ciclista e la mamma di Vito. Insieme a Linda cura la pagina Facebook “Vituzzo Superstar“.
Provenienza: omaggio dell’autrice che ringraziamo.
A volte succede di incontrare persone che indossano una maschera recitando una parte e nascondendo quella che è la loro vera natura, apparendo quello che non sono in realtà. Questo è quello che succede a Vivian, la protagonista del romanzo breve “Il figlio”, dell’americana Gina Berriault, edito da Mattioli 1885. La giovane protagonista è bella, affascinante, insomma ha le carte in regola per fare l’attrice nell’America degli anni ‘40. Vivian che fa? Si sposa in fretta e furia con Paul, un aspirante attore diretto a Hollywood. Il matrimonio improvviso lascia la famiglia della ragazza senza parole ma, anche se con tanti dubbi, loro accettano il fatto. La relazione ha vita breve, perché Vivian resta incinta e il marito decide di tentare la fortuna altrove. La giovane torna della famiglia, diventa madre, ma si sente inadatta, è come se le mancasse qualcosa (amore vero, vestiti di qualità e non sciatti come ci racconta l’autrice) per rendere la sua vita completa. Pagina dopo pagina la vita di Vivian è un continuo alternarsi di alti e bassi. Nella sua esistenza si avvicendano una lunga serie di figure maschili che prendono tanto da lei ma che, allo stesso tempo, sembrano incapaci di ricambiare in modo completo quello di cui la protagonista ha bisogno. L’instabilità emotiva della donna è susseguirsi di relazioni brevi, con uomini diversissimi tra loro, tanto che dopo il marito aspirante attore, ci sono un dj radiofonico, un secondo marito medico che partirà per il fronte e altri uomini che passeranno veloci come un battito di ciglia. Di loro non resta nulla a Vivian, se non un senso di vuoto e di mancanza. Anche il lavoro non dà grandi soddisfazioni alla donna, perché la sua bellezza è sì quello che principalmente le permette di lavorare, ma tutto dura poco e dopo aver fatto la cantante in diversi locali serali, Vivian finisce a lavorare in un albergo. L’americana Gina Berriault ci porta nella vita di una donna –Vivian- dove la carenza di stabilità emotiva e lavorativa sono la dominante e sono gli elementi che scatenano in lei una profonda delusione e una sofferenza che la consuma. In realtà c’è una cosa, o meglio, un qualcuno, sempre presente nella vita di Vivian, ed è il figlio David. Verso di lui Vivian ha un amore un po’ fuori della norma, perché se per buona parte del libro lo si interpreta come amore di una mamma per un figlio, andando avanti nella narrazione si arriva a un sentimento un po’ diverso, nel quale il rapporto mamma-figlio, viene vissuto tra realtà e immaginazione e dove, ad un certo punto, i sentimenti della Vivian donna prendono il sopravvento sulla Vivian madre e David più che figlio è visto come uomo. Gina Berriault, scomparsa nel 1999, è un’autrice americana tutta da scoprire, perché con la sua scrittura- e lo dimostra ne “Il figlio”- riesce a indagare l’animo umano narrandolo nelle sue più profonde fragilità emotive e comportamentali, portando il lettore a diventare un testimone silenzioso e attento di una intimità e di una umanità dove qualcosa si è incrinato in modo irreparabile. Traduzione Nicola Manuppelli.
Gina Berriault (1926-1999) è autrice di quattro romanzi, tre raccolte di racconti e diverse sceneggiature. Il suo lavoro è stato ampiamente pubblicato da riviste quali Esquire, The Paris Review e Harper’s Bazaar. Nel 1996 un’antologia che riuniva anche i racconti qui presentati ha vinto il premio PEN / Faulkner, il National Book Critics Circle Award e il Bay Area Book Reviewers Award. Nel 1997 è stata scelta come vincitrice del Premio Rea per la Short Story. Questa è la prima traduzione in italiano.
Venezia, XVI secolo. Dopo un disperato tentativo fallito di assassinare il suo aguzzino, Marco Gianetti fugge con la sua amante, Tita Boldini. Angosciato dai crimini che pesano sulla sua coscienza, in cerca di redenzione si è rivolto all’enigmatico olandese Nathaniel der Witt. Ma der Witt brama vendetta: è giunto a Venezia per indagare su una serie di brutali omicidi che hanno sconvolto la città; omicidi legati ai famigerati Lupi di Venezia, ai quali non perdona l’assassinio di sua figlia. Con il suo nuovo alleato, sotto la minaccia dello spietato Pietro Aretino, der Witt inizia la sua ricerca. Mentre a uno a uno i Lupi cominciano a essere scoperti, Marco Gianetti crede di aver trovato finalmente la pace. Ma la vita di qualcuno che gli è molto vicino potrebbe essere in grave pericolo e una spia un tempo fedele ad Aretino, Adamo Baptista, minaccia di svelare i segreti di Marco: la Serenissima è sempre più un luogo sinistro e la sete di sangue dei Lupi di Venezia non è ancora placata…
Se amate i thriller a tinte forti ambientati nel mondo dell’arte certamente conoscerete Alex Connor, la scrittrice e artista inglese molto amata anche qui da noi, da alcuni ritenuta la Dan Brown donna, sebbene sia caratterizzata da uno stile molto particolare e personale che forse si discosta dal Re del romanzo avventuroso-esoterico. Il suo stile è infatti sensuale, immaginifico, sanguigno, a tratti selvaggio come il passato che fa rivivere nei suoi romanzi. Poi indaga sulle luci e sulle ombre del passato della nostra penisola, che ama molto.
Ama l’Italia, la sua storia e il suo patrimonio artistico e li valorizza nei suoi romanzi più di molti italiani, in un certo senso. Grande è la sua sensibilità nel descrivere la bellezza e il fascino di un mondo perduto, ai più sconosciuto. Sebbene non ne nasconda affatto le miserie e le abiezioni soprattutto dei ricchi e dei potenti, e degli uomini e le donne al loro servizio.
In Venezia Enigma ci porta in una Venezia macchiata da una scia di sangue, molti delitti vengono commessi da dei misteriosi assassini denominati I lupi di Venezia, di cui nessuno conosce l’identità.
Bakita faticava a comprendere. «Ma qual è l’obiettivo di questi Lupi? Vogliono soltanto uccidere?» «E chi lo sa», rispose Caterina. «Potere, sangue, concupiscenza, il totale controllo sulla vita e la morte? Venezia è famosa per offrire ogni genere di piacere e depravazione. Forse questi massacri sono soltanto l’ennesima aberrazione in una città già abbastanza dissoluta»
E poi c’è lui Pietro Aretino un villain all’ennesima potenza, come in ogni thriller che si rispetti, emblema del male che può nascondersi anche dietro un uomo di ingegno, e forse per questo ancora più letale. A lui si contrappongono Marco Gianetti, capo di una delle famiglie più ricche della città, uomo tormentato e in cerca di redenzione, alleato dell’ enigmatico olandese Nathaniel der Witt, nella città lagunare per maturare la sua vendetta. Strana coppia di eroi che troveranno la chiave di questo mistero? A voi toccherà scoprirlo leggendo il libro che vi garantisco non vi darà il tempo di annoiarvi.
Una storia di vendetta, potere, sangue in uno scenario sfarzoso in cui la corruzione convive con il lusso e lo splendore di un mondo in bilico tra Occidente e Oriente, crocevia di commerci, idee, e passioni.
Traduzione di Tessa Bernardi.
Per l’occasione ho voluto anche farle un paio di domande, e lei come sempre molto diponibile ha risposto.
Vorrei sapere come è nata la genesi di Venezia Enigma, il terzo libro della collana “I lupi di Venezia”.
È stata una serie molto complicata con molti personaggi – e mi mancano moltissimo! Volevo scrivere del passato e dell’arte, ma volevo anche esplorare l’omicidio nella storia dell’arte; la bruttezza della brutalità, sullo sfondo della città più bella della terra. L’idea di The Wolves of Venice era quella di incorporare alcuni personaggi della vita reale – Pietro Aretino, Tintoretto e Tiziano – in una immaginaria serie di eventi straordinari. Volevo anche intrecciare le loro vite con sconosciuti, tutti con le loro diverse ragioni per essere a Venezia. Quindi, dopo aver costruito la mia storia attorno all’antieroe Marco Gianetti, ho riunito tutti i personaggi in Venezia Enigma rendendo ognuno di loro un possibile sospetto. I lupi quando saranno rivelati dovrebbero essere una rivelazione!
Venezia è una città d’arte, insieme a Firenze forse la più bella d’Italia e del mondo. Com’era nel XVI secolo?
La Venezia del XVI secolo era straordinaria, ammirata dal mondo. Non c’era nessun altro posto come la città lagunare e intorno a lei nacque una leggenda. I visitatori hanno trovato la disposizione delle piazze e delle strade, dei canali ad incastro e della Laguna, una meraviglia del mondo. Un trionfo di ingegnosità e invenzione. La maestosità di San Marco e la gloria dell’architettura sullo sfondo dell’Adriatico in continua evoluzione erano un contrasto diretto con le strade intensamente trafficate di Roma e Firenze. E poiché Venezia era così spettacolare ha attirato le persone più spettacolari, cortigiane, attori, musicisti, banchieri, gioiellieri – e un centinaio di altri mestieri da ogni angolo del mondo. I mercanti venivano perché sapevano che la popolazione diversificata significava un mercato pronto e che la nobiltà esigente ed esigente desiderava essere viziata con le spezie, i tessuti, i mobili e i gioielli d’argento più insoliti e costosi. Venezia è stata anche fortunata ad avere molti geni, Tiziano, Tintoretto e Veronese, oltre a molti villaines. Nel XVI la città era bellissima, ma poteva anche essere pericolosa. I vicoli e i canali che erano così affascinanti alla luce del giorno ospitavano prostitute e borseggiatori di notte, e c’erano molti casi di ladri che si spacciavano per preti per derubare viaggiatori incauti e persino rapire bambini. Dove c’era grande ricchezza, c’era grande malvagità e la contraffazione era un fiorente commercio, molti dipinti e incisioni venivano esportate in altri paesi d’Europa via mare. Eppure gli stessi grandi velieri che portavano il lusso portavano anche parassiti, e con la seta e le spezie venne la peste … La Venezia del XVI secolo era un luogo eccitante, pieno di opportunità, talento e morte.
Descrivi un mondo di spie, segreti, inganni e vendette. Un mix ideale per un thriller, non credi?
Il migliore! Le spie affascinano il lettore e lo respingono allo stesso tempo. Ammiriamo la loro abilità e astuzia, ma detestiamo l’ipocrisia con cui sopravvivono. Ci rendiamo conto che se spiano gli altri, ci spiano. Come con i segreti, oh, il potere dei segreti e di coloro che li custodiscono è intrigante. Non è un caso che Pietro Aretino abbia accumulato una fortuna ricattando, tenendo nel palmo della mano due Re, oltre a tanti nobili che manipolava come un burattinaio. È sopravvissuto a due tentativi di omicidio eppure ha continuato con le sue estorsioni. Ovviamente il brivido del ricatto era un piacere troppo ricco per resistere. Ci vuole un certo carattere per essere una spia o un ricattatore, un distacco dalla morale degli altri, ma questo è ciò che li rende così avvincenti. La vendetta, ovviamente, è qualcosa con cui ci identifichiamo tutti. A quale persona sulla terra non è stato mentito, non è stata ingannata, derubata, minacciata o ingannata? Fa parte della vita e tutti noi desideriamo – di solito solo fugacemente – di poter esigere vendetta e la nostra forma di giustizia. I personaggi de I LUPI DI VENEZIA si vendicano e così facendo permettono al lettore di provare un brivido surrogato. Un cattivo serve come terapia! Ci permette di esplorare l’immoralità tra le copertine sicure di un libro.
Come ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti futuri
Sto scrivendo il primo libro di una nuova trilogia sul tema dei Borgia. Tuttavia non sto seguendo le orme che hanno fatto la TV o altri libri, sto invece setacciando la verità dalla finzione e sto scoprendo un’enfasi diversa. Ci è stato detto dell’immortalità dei Borgia, dell’incesto, degli omicidi, ma quanto di questo sono semplici calunnie dei loro rivali? Molti dei quali eguagliavano i Borgia nella loro spietatezza. No, questo non è un tentativo di edulcorare la famiglia, ma è un modo per suggerire che la minaccia era grande sia dall’interno che dall’esterno. E ovviamente sto scrivendo dei pittori entrati in contatto con i Borgia. Pinturicchio, e più tardi Leonardo da Vinci – un inaspettato guerrafondaio. Ci sono molti dettagli e molti fatti veri. Guerra e amore. Odio e avidità. Sarà brutale, sensuale, inquietante e, farà riflettere.
ALEX CONNOR È autrice di thriller e romanzi storici ambientati nel mondo dell’arte. Lei stessa è un’artista e vive in Inghilterra. Cospirazione Caravaggio, uscito per la Newton Compton nel 2016, è diventato un bestseller ai primi posti delle classifiche italiane. Con Il dipinto maledetto ha vinto il Premio Roma per la Narrativa Straniera. La Newton Compton ha pubblicato la sua trilogia su Caravaggio, composta da Caravaggio enigma, Maledizione Caravaggio ed Eredità Caravaggio; Goya enigma; Tempesta maledetta; I Lupi di Venezia; I cospiratori di Venezia e Venezia enigma. Per saperne di più: www.alexandra-connor.co.uk
“La ragazza gli stava di fronte impettita con il mento sollevato. Lo osservava con uno sguardo nel quale parevano ardere davvero le fiamme di un braciere. Alle richieste del caporale l’interprete le chiese il nome. “Picchi u vuliti sapiri?” rispose lei fiera. “Il qui presente soldato Roger Miller della 1° Divisione di fanteria canadese vorrebbe conoscere il suo nome.” “Nun ciù vogliu diri a stù straneru” insiste lei. “Non ve lo dice” rimarcò l’interprete. “Dille che la prego di dirmelo.” “Senti Miller abbiamo troppe cose da fare” rispose spazientito Laurent “non possiamo prendere tempo dietro a queste idiozie.” Roger non gli diede retta, afferrò delicatamente una mano della donna e si portò l’altra al petto. “My name is Roger Miller.” “Ma chi sta dicennu? No capisciu.” “Ha detto che si chiama Roger Miller e che vorrebbe conoscere il tuo nome” spiegò il conterraneo della ragazza. A quel punto lei si voltò sorridendo verso il canadese. “Ah, capii, dicci chi mi chiamu Cuncetta Lauria, Cuncittina…” E i loro occhi si scambiarono una impossibile promessa.”
Dicembre 2010 – fuori Lambrate. Scenario spettrale. Strutture dimesse. Non passa nessuno. Anche le prostitute si tengono alla larga. Il capo banda è cauto, il suo amico ha commesso troppi sbagli e non è più affidabile e per lui non sarà un problema eliminarlo. C’è una brutta storia che non deve venire a galla.
Concetta è anziana e la figlia Stella incarica il professor Palermo di cercare notizie del canadese Roger Miller, il padre che Stella non ha mai conosciuto. Concetta l’ha incontrato nel luglio del 1943 quando le truppe alleate sbarcarono in Sicilia per liberare l’Italia. Fu amore a prima vista. Un amore che dura pochi giorni, perché Roger viene subito mandato al fronte. Concetta fa appena in tempo a dargli una catenina col crocefisso in bronzo. Promettono di scriversi e di rivedersi, ma lei riceve una sola lettera e una foto. E quella che spedisce lei non arriverà mai. Roger, catturato dai tedeschi, risulterà disperso e non saprà mai di essere diventato padre. Dopo nove mesi nasce Stella. Così chiamata perché concepita in una notte stellata. In paese nessuno si scandalizza di una figlia senza padre, sono molti i bambini nati dopo la Liberazione. Intanto Sara, figlia di Stella, si offre di aiutare il professor Palermo nelle ricerche di Roger. Gliel’ha presentato sua madre. La nonna ha parlato di Roger Miller solo dopo molti anni. Sara e il professore si innamorano. Lei è sposata con figli ma ogni momento è buono per stare insieme. A casa racconta di certi corsi di aggiornamento e il marito non ha sospetti. Poi il professore ha trovato informazioni importanti per sua nonna su un sito che raccoglie documenti sui campi d’internamento fascisti nelle campagne milanesi, dove i prigionieri venivano segregati e impiegati come schiavi. Purtroppo, quando Palermo si reca sul posto per fare domande viene aggredito, e la stessa sorte tocca al suo assistente. E questo sarà solo l’inizio per una nuova complicata indagine del commissario Lorenzi.
Gino, militante nella CGIL e in Democrazia Proletaria ha partecipato alle lotte dei lavoratori delle piattaforme petrolifere e alla stesura di un dossier parlamentare di denuncia che ha contribuito allo scoppio dello scandalo ENI negli anni ‘80. Vice presidente dell’ANPI di S. Giuliano Milanese. Iscritto all’Associazione Libera è componente del direttivo che unisce artisti, musicisti, cantanti e narratori per la difesa della memoria della Resistenza e contro le Mafie nel sud di Milano. Marchitelli è un guerriero che non molla mai e ne Il covo di Lambrate imparerete ad amarlo.
Luigi Pietro Romano Marchitelli detto Gino, ha lavorato per molti anni sulle piattaforme petrolifere della Saipem come tecnico elettronico. È cantautore, autore di libri di testimonianze e di noir come: Morte nel trullo, Qvimera, Il barbiere zoppo, Il pittore, Milano non ha memoria, Sangue nel Redefossi, Il segreto di Piazza Napoli, L’assenza, Panico a Milano, Una storia di tutti – le stragi in Italia e Campi fascisti.
Non salvarmi, perché non ho speranza. Non salvarmi, perché ho troppa paura. Non salvarmi, perché non so amare. Non salvarmi, perché sono invincibile… Torna in libreria Livia Sambrotta con un romanzo completo, intenso, psicologico. Ci conduce nel mondo del cinema e all’interno di famiglie potenti che trascurano i propri figli. La conseguenza è la crescita di ragazzi viziati ma non amati. Dipendenti da droghe o sesso ma soli in modo definitivo. Belli ma contenitori vuoti da usare a piacere. In Arizona forse una soluzione si può trovare. Un ranch, ippoterapia e duro lavoro. Giovani trasportati nel nulla e nel deserto bollente dai propri genitori benestanti, ghettizzati e impegnati dall’alba al tramonto per poi crollare a letto sfiniti. Ma è davvero tutto così facile? Io l’ho scoperto durante la lettura, che mi ha coinvolta emotivamente. Ho scoperto le ossessioni, la profonda solitudine, l’innamoramento. Ho vissuto la morte, il dramma dell’abbandono, l’egoismo malato e respingente di chi non tollera errori. Ho sentito il peso sopportato da madri rassegnate e il perbenismo di padri che negano l’evidenza di azioni orribili. Ho supportato i sogni e i desideri di questi giovani, la loro voglia di rinascere e di avere una seconda possibilità. Non salvarmi è un romanzo di molte verità o forse di una sola. Di speranza. È un racconto di trappole psicologiche, di ricatti e dubbi. È una storia da immaginare sul grande schermo, dove il backstage e la produzione non sono ciò che sembrano. Da leggere, da interiorizzare. Assolutamente consigliato.
Livia Sambrotta, laureata in Lingue e Letterature Straniere con indirizzo spettacolo, dopo aver lavorato come redattrice per i magazine di promozione cinematografica 35mm e Primissima, nel 2015 pubblica il primo romanzo noir Amazing Grace (Tragopano Edizioni) e diverse short stories. Nel 2017 vince con un suo racconto il premio letterario Torinoir Memonoir 2017 del gruppo letterario fondato dall’autore Enrico Pandiani. Dal 2015 ha condotto diversi seminari di scrittura creativa a Milano. Nel 2017 ha pubblicato il romanzo noir Tango Down (Edizioni Pendragon). Il romanzo è stato selezionato tra i finalisti al Festival Giallo al Centro Rieti e ha ricevuto il Premio Menzione Speciale al Festival Garfagnana in Giallo. Attualmente lavora a Milano per la company internazionale UCI Cinemas come Film Promotion Coordinator Southern Europe.
Spesso non si pensa all’Italia come ad una terra del fantastico, nel sentire comune si preferisce importare e non produrre, senza dimenticare la poca considerazione verso chi scrive fantascienza, fantasy e horror. Questi però sono spesso luoghi comuni, il nostro Paese ha in fondo dato i natali a nomi fondamentali del genere, come Ariosto, Tasso, Basile, senza contare l’interesse crescente che c’è alle nostre latitudini, con eventi e iniziative editoriali e non. I tre studiosi ed esperti del genere Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e Andrea Vaccaro si sono cimentati per Odoya con una Guida ai narratori italiani del fantastico, parlando di chi, in Italia, dall’Ottocento ad oggi si è cimentato nei vari tipi di letteratura d’immaginazione, dal gotico al fiabesco, dal fantastico tout court al weird fino appunto ai contemporanei horror, fantascienza e fantasy. Una guida organizzata in ordine alfabetico, dove si scoprono sorprese: Emilio Salgari, noto per le sue storie di pirati e corsari, scrisse anche fantascienza, abbastanza inquietante e distopico, Giacomo Leopardi si confrontò con la letteratura speculativa nelle Operette morali, Luigi Capuana praticò la corrente verista ma anche le fiabe, mentre Giovanni Verga non si occupò solo dei drammi del Sud ottocentesco, ma anche di storie gotiche. Tra i nomi presenti in questa esauriente guida non mancano ovviamente Dino Buzzati, Italo Calvino, unico italiano a venire insignito con il prestigioso World Fantasy Award alla carriera e voci di oggi, come Valerio Evangelisti, Dario Tonani, Mariangela Cerrino, Licia Troisi, Barbara Baraldi, simbolo di un interesse che è evoluto e aumentato nel corso degli anni. Il volume ospita anche alcuni box che approfondiscono singoli aspetti del fantastico di casa nostra, come il Premio Urania, una palestra per voci nuove e molto interessanti, l’apporto dato alla Scapigliatura ottocentesca al genere, i vampiri italiani, l’horror alle nostre latitudini e altro ancora. La Guida ai narratori italiani del fantastico si presenta come una guida fondamentale per capire generi e filoni e scoprire voci anche insolite, per chiunque si sia confrontato, per passione e lavoro, con mondi che non stancano mai di stupire e far evadere.
La collana Oscar Fantastica presenta il primo libro della Trilogia Daevabad, La città di ottone, che coniuga il fantasy con le atmosfere del mondo arabo. Quando si parla di cultura islamica si pensa subito ad altro, a cose ben più tristi del mondo di oggi, ma in realtà il mondo che va dal Nord Africa al Medio Oriente fino all’India ha prodotto cose incomparabili per l’immaginario fantastico, a cominciare da un capolavoro assoluto capace ancora oggi di appassionare come Le Mille e una Notte.
Siamo nell’Egitto della fine del XVIII secolo, diviso tra l’Impero ottomano e l’invasione dell’esercito napoleonico, con solo una vaga cognizione in molte persone di cosa era stato il passato glorioso di una civiltà che stava appunto per essere riscoperta.
Nahri vive nei bassifondi del Cairo, non ha mai creduto davvero nella magia, ma millanta poteri straordinari, legge le mani e sostiene di essere un’abile guaritrice e di saper condurre l’antico rito della zar, una specie di esorcismo. In realtà Nahri, orfana da tanto, troppo tempo, è solo una truffatrice, che cerca di spillare soldi ai nobili ottomani o a nuovi arrivati dalla Francia, per campare in attesa di impossibili tempi migliori.
Un giorno Nahri fa uno di quegli incontri che cambiano la vita, incrociando la sua strada con quella di Dara, un misterioso jinn guerriero e scoprendo che la magia in cui lei non crede in realtà è reale, e anche lei ne è parte.
Nahri fugge dal Cairo con Dara, su un tappeto volante, attraversando il deserto e scoprendo luoghi dove vivono creature che non pensava che esistessero, uccelli mostruosi, esseri di fuoco e altri, tra fiumi, oasi, città in rovina.
Alla fine del suo viaggio Nahri arriva a Daevabad, la leggendaria città di ottone, in cui scopre il suo destino oltre che i poteri che la abitano. Ma Daevabad è abitata da sei tribù di jinn, da sempre in lotta tra di loro e l’arrivo della ragazza può scatenare una guerra che covava da secoli, proprio per quello che lei rappresenta. La città di ottone, magico e ipnotico, presenta quindi una nuova strada per il fantasy, quella di pescare dal mondo medio orientale e dalle sue leggende, alcune note con il loro archetipi anche da noi, perché i jinn altri non sono che i geni, che abitano lampade e anelli, come in Aladino. La visione dei jinn è però molto può profonda, sono esseri temibili e affascinanti, nati nella cultura preislamica, e capaci di creare un immaginario che giunge fino a noi, reinventato, come nelle pagine del libro.
Nahri è un personaggio di eroina interessante, una ragazza con il chador che nasconde il suo vero potenziale, pronta ad emergere e a scoprire di essere qualcosa di ben diverso, in un nuovo archetipo di protagonista su cui sarà interessante tornare. La città di ottone è un fantasy quindi originale, con nuove ambientazioni rispetto al Medio Evo europeo reinventato o a regni alternativi su modello di Tolkien, capace di dar voce ad una cultura altra e per molti nuovi, con echi delle Mille e una notte e delle storie d’avventura con cui nell’Ottocento si andò alla scoperta dell’Oriente. Una storia per chi ama le protagoniste forti e per chi è affascinato dall’Oriente e dai suoi miti, con un mondo di jinn crudeli e in lotta tra di loro che non hanno nulla da invidiare alle casate dei Sette Regni di Martin. In attesa ovviamente dei prossimi capitoli.
Shannon A. Chakraborty è nata nel 1985 nel New Jersey e risiede nella zona dei Queens di New York con il marito e la figlia. Si è convertita all’Islam da adolescente ed è da sempre appassionata di Storia. Con la trilogia di Daevabad si è imposta all’attenzione e la saga è già stata opzionata da Netflix per fare una serie televisiva. Al momento sta lavorando ad un’altra storia ambientata nel XII secolo nell’Oceano indiano, incentrata su una piratessa in cerca di un misterioso tesoro. Il suo sito ufficiale è https://www.sachakraborty.com
«Alcune bevande presentano la particolarità di perdere sapore, gusto, ragion d’essere, se bevute altrove che nei caffè. In casa propria o da un amico diventano apocrife, come volgari, quasi indecenti. »
Joris-Karl Huysmans nacque a Parigi nel 1848, l’anno della Terza Rivoluzione che terminò con la proclamazione della Seconda Repubblica, e passò alla storia come uno tra i padri del romanzo decadente europeo, grazie al suo capolavoro A Rebours (1884). Tra gli autori ottocenteschi forse altri nomi vi risulteranno più familiari come Balzac o Flaubert, che come sottolineano Paolo Bellomo e Luca Bondioli nella nota di traduzione introduttiva di Gli habitué dei caffè, edito da Bordeaux, per il gran studio che si è fatto dei loro testi hanno quasi perso quel fascino singolare ed esotico che al contrario Huysmans conserva interamente. Immergersi nella sua scrittura ti permette quasi di fare un viaggio nel tempo, in un mondo scomparso e misterioso, fatto di tradizioni, abitudini, modi di pensare ormai scoloriti come le immagini color seppia di qualche antico dagherrotipo.Gli habitué dei caffè raccoglie alcuni tableaux di Huysmans apparsi su quotidiani, riviste o altre pubblicazioni collettive tra il 1880 e il 1898: Les Habitus de Café (1889) Le Buffet des Gares (1898), Une Goguette (1880) e Le Point-du- Jour (1885). Un mondo scomparso, ma il mondo di Huysmans anche mentre lo raccontava con la sua penna caustica e schiva stava scomparendo. Per riportare in vita quel mondo morente Bellomo e Bondioli hanno fatto delle scelte privilegiando la comprensione e la semplicità, molti modi di dire non diranno più nulla all’uomo di oggi, molte allusioni, rimandi, assonanze, per cui per evitare di riportare al lettore un testo criptico per iniziati hanno fatto un lavoro certosino di scavo come novelli archeologi alle prese con qualche antico mausoleo. Il risultato è brillante, limpido, scorrevole e pieno di fascino. Io soprattutto che amo Parigi e l’Ottocento con i suoi velluti, i suoi ori antichi, i suoi Vermut, i derivati dell’assenzio, i suoi caffè, i suoi ritrovi musicali, i luoghi di passaggio come i ristoranti delle stazioni mi sono persa in queste pagine. Huysmans poi di quel mondo ne vede le luci e le ombre, e descrive tutto con naturalezza e disincanto. Riti mondani, piaceri a buon prezzo per le tasche di tutti, vizi e poche virtù.
Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore di madre francese e di padre olandese. È noto per i romanzi naturalisti Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e per la collaborazione al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Narratore di sofisticate ambizioni, ha dipinto le bassezze della vita e al contempo il raffinato estetismo decadente. Successiva è la svolta verso un satanismo che gli aprì la strada della conversione al cattolicesimo.
Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Bordeaux.
Amy Wirkner ha diciotto anni, vive a Barnesville, una piccola città dell’Ohio, militarmente occupata da un’azienda petrolifera che, per poter praticare il fracking, ha preso in affitto i terreni di quasi tutti gli abitanti, famiglia di Amy compresa. Le conseguenze, seppure non affrontate in tribunale, sono terribili, nascono bambini deformi (il fratellino della nostra protagonista, per esempio), la gente muore di cancro. Non è tutto: Amy ha pochi amici, è costantemente bullizzata dai compagni di scuola perché è obesa e infatti sulla copertina del bell’esordio di John Woods campeggia come titolo il suo soprannome: Lady Chevy. L’epiteto, non proprio lusinghiero, è dovuto al suo fondoschiena, ingombrante e massiccio come una Chevrolet. Ennesimo spaccato dell’America profonda? Anche, ma non solo. Woods dimostra al primo romanzo una maturità di stile e una fluidità di racconto impressionanti. Da un lato accetta passivamente i cliché che un determinato contesto sociale si porta dietro, nel nostro caso i bifolchi tutti bibbia e fucili, razzisti e fortemente tentati da folli teorie del complotto (e la cronaca dei nostri giorni è lì a ricordarci che non sono clichè innocui, anzi, forse non sono nemmeno clichè in senso stretto), dall’altro se ne fa forza, riposizionandoli in una prospettiva antropologica. Alternando la prima persona di Chevy, credibilissima e piena di sfumature, con il resoconto parallelo delle vicende di Hastings, un poliziotto dalla cupa e oscura morale, Woods dipana un racconto di formazione nerissimo, inscritto in una tradizione di sangue e violenza. Chevy, dicevamo, ha pochi amici, sostanzialmente due: Sadie, la ragazza più popolare della scuola, praticamente il suo esatto contrario, e Paul, bellissimo e idealista, amore non corrisposto ma presenza costante nella vita della ragazza e occasionalmente spalla cui appoggiarsi nei momenti duri. Il padre di Paul sta morendo di cancro a causa del fracking e il ragazzo vuole vendicarlo con un atto di ecoterrorismo ma ha bisogno di un complice: Amy, naturalmente. Andrà malissimo. E qui è bene fermarsi perché trama e sviluppi meritano di essere goduti leggendo, abbandonandosi al presente storico usato da Woods con tanta sapienza che, quasi, potremmo pensare che la storia si stia mano a mano costruendo sotto i nostri occhi. Amy ha una sorta di mentore, suo zio Tom, reduce dall’Iraq, suprematista bianco con bunker sotterraneo di serie, in caso che gli Stati Uniti, ormai percepiti come una nazione in decadenza, razzialmente compromessa, dichiarino guerra. Ma il vero incontro che cambierà la vita della ragazza e getterà una luce nera sul suo futuro è quello con Hastings, amico dello zio, meno vistoso nell’enunciare le sue filosofie deviate ma più dolorosamente estremo nel metterle in pratica. La scena del dialogo tra i due, a un terzo dalla fine, è semplicemente magistrale, così come splendido è il lungo, ritmato capitolo, in cui Woods elenca i fatti di cronaca nera di una normale settimana a Barnesville, la follia che sembra pervadere ogni angolo della contea, tanto da renderla una succursale della kinghiana Castle Rock. Con una differenza: Barnesville esiste e la scorciatoia del soprannaturale non è prevista. Il retaggio di violenza che informa la vita di Amy d’altra parte ha un suo patriarca, il nonno materno del quale circolano inquietanti fotografie negli album di famiglia: sfogliandoli ti imbatti in una normale riunione familiare, un picnic, una gita al luna park, cose del genere, poi volti pagina ed ecco il vecchio abbracciato alle due figlie e alle loro spalle una croce incendiata che illumina un uomo di colore impiccato. Il tutto ordinatamente messo in serie accanto alle immagini più banali. L’orrore: una dimensione che Woods riesce a rendere così tremendamente quotidiana da inabissare il suo romanzo dentro correnti di pensiero metafisiche, pure astrazioni. Probabilmente il segreto della riuscita del libro è proprio la capacità di mostrare crudeltà, deviazioni, bontà e capacità di cura tutte fuse insieme, senza frizioni, con inaspettata coerenza. Una soluzione che, si indovina, non è suggerita dalla voglia di sorprendere ma dalla conoscenza profonda della propria materia di indagine. Il male, sembra volerci dire l’autore, non riesce a scalfire quanto di tenero c’è in un amore adolescenziale o nella lealtà che si instaura tra i reietti della società. Woods è bravissimo a raccontare entrambi i lati del cuore umano, le parti presentabili della nostra personalità, così come quelle di cui ci vergogniamo, lo fa senza moralismi o gerarchie, con la consapevolezza che l’essere umano è una macchina complessa, in cui c’è posto per la grazia e per la ferocia. Come nella vita.
John Woods è uno scrittore americano. È cresciuto in Ohio e si è laureato all’Ohio University. Suoi racconti sono stati pubblicati su Meridian,Midwestern Gothic, Fiddleblack e The Rag. Lady Chevy è il suo romanzo d’esordio.
Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa NN editore.
Charcot. Di certo sarà capitato di sentire almeno una volta il nome di Jean-Martin Charcot in rapporto all’ospedale psichiatrico parigino della Salpêtrière e dell’isteria. Il libro “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman edito da Marietti 1820, porta il lettore all’interno dell’ospedale parigino dove erano rinchiuse tra le 4 e 5mila donne e dove Charcot divenne direttore nel 1862. Fu in questo istituto che Charcot trovò materia prima per la definizione di quel disagio femminile conosciuto come isteria. Quello che emerge dal libro di Didi-Huberman è che per Charcot, oltre ai gesti concreti compiuti dalle donne ricoverate, per comprendere i sintomi e le manifestazioni della sindrome, fu importante documentare con la fotografia gli attacchi delle pazienti, per avere un vero e proprio dossier su di esse. Considerando la definizione di isteria, essa identifica “una psiconevrosi caratterizzata da stati emozionali molto intensi e da attacchi parossistici particolarmente teatrali”. Alla Salpêtrière tutto venne quindi accuratamente documentato, passo dopo passo, per ogni singola paziente, poiché Charcot creò un vero e proprio metodo che aveva nella fotografia e nella partica dell’induzione all’attacco isterico gli strumenti fondamentali per individuare la malattia. Un aspetto interessante del testo edito da Marietti 1820 è comprendere anche quanto le donne protagoniste degli scatti fossero, spesso e volentieri, costrette ad assumere determinati atteggiamenti per creare il perfetto “effetto fotografico”. Si accende nel lettore una riflessione, perché durante la lettura ci si domanda non solo quanto siano realistiche le immagini arrivate a noi nel corso del tempo, ma quanto davvero fossero malate di isteria (secondo Charcot diversa dall’epilessia) le donne fotografate. Durante le sedute fotografiche si creava una situazione nella quale nasceva una sorta di gioco di seduzione tra le parti coinvolte (paziente, medico, fotografo) dove le donne erano in un certo senso spinte a dare sfogo in modo più accentuato a specifici comportamenti (espressioni del viso, spasmi rapidi e movimenti del corpo) per arrivare a identificare l’isteria e le sue quattro fasi. Dettagli che si scorgono osservando le vecchie fotografie riportate nel libro dove ci si accorge, e lo confermano poi le parole, che le pose delle ritratte non appaiono così naturali, ma sono un po’ impostate per la buona riuscita dell’immagine ad effetto. Il lettore può conoscere questo, perché nel libro di Didi-Huberman sono presentate le documentazioni fotografiche (108 immagini d’archivio) di quello che accadeva alle donne ricoverate durante un attacco isterico. L’accuratezza delle immagini fa capire a chi legge di essere davanti ad una vera e propria indicizzazione, catalogazione della psiconevrosi e delle sue modalità di manifestazione. Tanti sono gli interrogativi attorno all’isteria ai quali non sempre si è riusciti a dare risposta. Certo è che “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman aiuta a comprendere non solo la figura di Charcot e i suoi studi sull’isteria, ma ad avere anche un approfondimento attorno alla nevrosi e alle sue modalità di manifestazione. Traduzione Enrica Manfredotti.
Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte, insegna all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.
Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.
Sempre nei momenti di crisi, economica, politica, e sociale, le derive autoritarie fanno capolino come l’unica strada percorribile, pur senza riflettere su cosa realmente comportino, e quanto sia irreversibile il passo che porta alla soppressione della libertà, alla limitazione se non all’annientamento dei diritti umani, e alla violenza che tutto questo stato di cose determina. Ce lo ricorda Lorenzo Marotta, scrittore e critico siciliano, con il suo romanzo Mailèn – Una verità nascosta edito nel 2016 con Vertigo Edizioni, nella collana Approdi. Protagonista è uno scrittore italiano, un gentiluomo all’antica molto sensibile al fascino femminile, che si reca in viaggio a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Qui incontra una donna misteriosa che gli affida una storia da narrare. Una storia che affonda le sue origini nel passato più buio dell’Argentina, quella dittatura militare che ha insanguinato il paese dal 1976 al 1981. Storia recente, ma che forse molti non conoscono, caratterizzata da una sistematica e violenta soppressione dei dissidenti. La violenza inaudita che fu esercitata in quei anni da quel regime rimanda ad altri tipi di dittatura, e non è un caso che molti nazisti trovarono rifugio proprio in questo paese sudamericano e si può dire importarono, oltre che i loro capitali, anche le loro tecniche di tortura. L’Olocauso argentino, se mi permettete il termine forse improprio, non vide all’opera forni crematori per la dissoluzione dei corpi delle vittime, ma l’oceano diventò la loro tomba. I voli della morte portarono i tanti desaparecidos a scomparire per sempre nel mare, cancellando tracce e ricordi. Ed è la memoria di questi fatti che Marotta ci tramanda nel suo libro dedicato a un argentino illustre, Jorge Mario Bergoglio, che visse in prima persona gli effetti di quella barbarie. Marotta con stile poetico ci narra quindi una storia dolorosa ma necessaria, capace di suscitare commozione, ed empatia per i tanti fratelli argentini che soffrirono e morirono in quegli anni. E per tanti che sopravvissero e dovettero venire a patti con quella memoria, come i figli nati durante quei periodi di detenzione, sottratti ai genitori naturali e dati da crescere ad altri genitori legati in qualche modo al regime Videla, che una volta grandi fanno di tutto per fare luce sulle loro origini. Tanti drammi, tante vite spezzate, tante vite che si trovano ad avere a che fare con il perdono. Per cui ve ne consiglio la lettura, nella speranza che facciate tesoro dell’esperienza di chi visse quei fatti (sebbene i fatti trattati siano di fantasia, si ispirano a fatti documentati e reali) e si augura solo che non si ripetano.
Lorenzo Marotta vive e lavora ad Acireale. Collabora a quotidiani e riviste con studi e articoli. Ha pubblicato opere di narrativa e di poesia: Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma. Prove di poesia, Prova d’Autore 2013 Catania. Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013 Arezzo. Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma. Notturni di luce, Algra 2014 Catania.
Anna è una delle tante ragazze che erano giunte a Copenhagen, la capitale della Danimarca, in cerca di un futuro migliore, insieme alla sorella Molly, ma come tante si è persa ed è finita con Molly a fare la prostituta, anche perché c’è la sua bambina, la Piccola Marie, di soli sei anni.
Tra i suoi clienti il più anomalo era quello strano aspirante scrittore, che non faceva niente con lei se non guardarla e tagliare delle bambole di carta, Hans Christian Andersen: ma in una sera del 1834 Anna viene portata in una casa lussuosa e uccisa: il suo corpo verrà recuperato nel canale dove si raccolgono tutti i rifiuti della città, simile a quello di una sirena, con le conchiglie nei capelli e la pelle color dell’acqua.
Molly non ha dubbi, è stato quello strano Andersen, e punta il dito su di lui, mentre altri fatti strani e delittuosi accadono in città: tutti sarebbero pronti a darle ragione, quell’aspirante scrittore è troppo strano per essere innocente, ma Andersen è protetto dall’influente signor Collin, che l’ha fatto studiare credendo in un talento che non è ancora emerso. Il questore, che non vedrebbe l’ora di vedere Andersen legato alla ruota e decapitato, gli dà tre giorni di tempo per trovare l’assassino.
Andersen troverà un’alleata inaspettata in Molly, che si convince della sua innocenza, e inizierà una caccia contro il tempo, mentre l’assassino è ancora attivo, in cerca di un modo per portare a termine un piano folle, un sogno senza senso, mentre man mano rimangono coinvolti altri personaggi, come un medico ebreo all’avanguardia nello sperimentare tecniche nuove, il suo bambino e lo scapestrato erede al trono, che dà scandalo con il suo comportamento libertino verso dame e popolane.
L’idea per il libro è venuta ai due autori partendo dal fatto che Andersen tenne per tutta la vita un diario, tranne che per un periodo del 1834: il risultato è un thriller insolito, a sfondo storico, con come grande protagonista sullo sfondo la città gelida e spietata di Copenhagen, ma dove emerge innanzitutto il celebre favolista.
Hans Christian Andersen, diverso in un mondo in cui non era accettato ma che poi seppe riconoscere un talento senza fine, diventò un cantore della diversità e dell’emarginazione, e nelle pagine del libro emerge una possibile fonte di ispirazione per le sue fiabe, ancora oggi toccanti e commoventi. Ci sono anche echi di un altro classico della letteratura, Frankenstein di Mary Shelley, in una ricerca senza speranza e spietata di una vita nuova e impossibile. Morte di una sirena è un thriller insolito e appassionante, con vari colpi di scena e capovolgimenti di prospettiva, e un finale capace di stringere il cuore, proprio come le storie di Andersen, da La Sirenetta a La piccola fiammiferaia.
Thomas Rydhal è uno dei più noti scrittori danesi. Tra le sue opere L’eremita, romanzo apparso in oltre 15 paesi, vincitore dello Harald Mogensen Award e del Glass Key, il premio per il miglior romanzo poliziesco scandinavo. A. J. Kazinski è lo pseudonimo di Anders Rønnow Klarlund, autore, regista e sceneggiatore danese, e di Jacob Weinreich, scrittore danese. Tra le loro opere L’ultimo uomo buono, pubblicato in 26 paesi.
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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