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Il figlio, Gina Berriault (Mattioli 1885,2020) A cura di Viviana Filippini

4 febbraio 2021

A volte succede di incontrare persone che indossano una maschera recitando una parte e nascondendo quella che è la loro vera natura, apparendo quello che non sono in realtà. Questo è quello che succede a Vivian, la protagonista del romanzo breve “Il figlio”, dell’americana Gina Berriault, edito da Mattioli 1885. La giovane protagonista è bella, affascinante, insomma ha le carte in regola per fare l’attrice nell’America degli anni ‘40. Vivian che fa? Si sposa in fretta e furia con Paul, un aspirante attore diretto a Hollywood. Il matrimonio improvviso lascia la famiglia della ragazza senza parole ma, anche se con tanti dubbi, loro accettano il fatto. La relazione ha vita breve, perché Vivian resta incinta e il marito decide di tentare la fortuna altrove. La giovane torna della famiglia, diventa madre, ma si sente inadatta, è come se le mancasse qualcosa (amore vero, vestiti di qualità e non sciatti come ci racconta l’autrice) per rendere la sua vita completa. Pagina dopo pagina la vita di Vivian è un continuo alternarsi di alti e bassi. Nella sua esistenza si avvicendano una lunga serie di figure maschili che prendono tanto da lei ma che, allo stesso tempo, sembrano incapaci di ricambiare in modo completo quello di cui la protagonista ha bisogno. L’instabilità emotiva della donna è susseguirsi di relazioni brevi, con uomini diversissimi tra loro, tanto che dopo il marito aspirante attore, ci sono un dj radiofonico, un secondo marito medico che partirà per il fronte e altri uomini che passeranno veloci come un battito di ciglia. Di loro non resta nulla a Vivian, se non un senso di vuoto e di mancanza. Anche il lavoro non dà grandi soddisfazioni alla donna, perché la sua bellezza è sì quello che principalmente le permette di lavorare, ma tutto dura poco e dopo aver fatto la cantante in diversi locali serali, Vivian finisce a lavorare in un albergo. L’americana Gina Berriault ci porta nella vita di una donna –Vivian- dove la carenza di stabilità emotiva e lavorativa sono la dominante e sono gli elementi che scatenano in lei una profonda delusione e una sofferenza che la consuma. In realtà c’è una cosa, o meglio, un qualcuno, sempre presente nella vita di Vivian, ed è il figlio David. Verso di lui Vivian ha un amore un po’ fuori della norma, perché se per buona parte del libro lo si interpreta come amore di una mamma per un figlio, andando avanti nella narrazione si arriva a un sentimento un po’ diverso, nel quale il rapporto mamma-figlio, viene vissuto tra realtà e immaginazione e dove, ad un certo punto, i sentimenti della Vivian donna prendono il sopravvento sulla Vivian madre e David più che figlio è visto come uomo. Gina Berriault, scomparsa nel 1999, è un’autrice americana tutta da scoprire, perché con la sua scrittura- e lo dimostra ne “Il figlio”- riesce a indagare l’animo umano narrandolo nelle sue più profonde fragilità emotive e comportamentali, portando il lettore a diventare un testimone silenzioso e attento di una intimità e di una umanità dove qualcosa si è incrinato in modo irreparabile. Traduzione Nicola Manuppelli.

Gina Berriault (1926-1999) è autrice di quattro romanzi, tre raccolte di racconti e diverse sceneggiature. Il suo lavoro è stato ampiamente pubblicato da riviste quali Esquire, The Paris Review e Harper’s Bazaar. Nel 1996 un’antologia che riuniva anche i racconti qui presentati ha vinto il premio PEN / Faulkner, il National Book Critics Circle Award e il Bay Area Book Reviewers Award. Nel 1997 è stata scelta come vincitrice del Premio Rea per la Short Story. Questa è la prima traduzione in italiano.

Source: del recensore.

:: Recensione di Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli 1885, 2012)

14 novembre 2012

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Lasciò la strada e salì lungo la spina dorsale della collina per guardare dall’altra parte. Da lì potè vedere una decina di ettari di campo di loglio, macchiati da ciuffi di girasoli e gomma naturale. Nel centro del campo c’era un gigantesco mucchio di fondali e oggetti di scena. Mentre li osservava, un camion che trasportava dieci tonnellate venne ad aggiungere altro carico. Era la discarica finale. Pensò al Mar dei Sargassi di Janvier. Proprio come quell’immaginario complesso d’acqua rappresentava la storia di una civiltà sotto forma di deposito di rottami marini, quel posto lo era in forma di discarica di sogni. Un Mar dei Sargassi della fantasia! E la discarica cresceva continuamente, perché non c’era sogno che galleggiasse da qualche parte che prima o poi non sarebbe finito lì, dopo essere stato reso fotogenico con gesso, tela, listelli e vernice. Molte navi affondano e non raggiungono mai i Sargassi, ma nessun sogno scompare mai del tutto. Da qualche parte turba uno sfortunato e un giorno, quando la persona in questione sarà stata sufficientemente travagliata, ecco che il sogno sarà riprodotto nello studio.  

Il giorno della locusta (The Day of the Locust, 1939), quarto e ultimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore americano Nathanael West, – dopo La vita in sogno di Balso Snell, Signorina Cuorinfranti, e Un milione tondo tondo -, è forse la più lucida e feroce satira che sia mai stata scritta sullo scintillante e vuoto mondo del cinema della Hollywood degli anni Trenta, (che stigmatizza con il lapidario: Mangiavano cibo di cartone di fronte ad una cascata di cellophane) descritto come una vera e propria discarica emozionale e popolato da falliti di ogni risma, nutriti da falsi e corrotti valori morali, assetati di fama e felicità e destinati invece a vedere i propri sogni infranti dallo spietato meccanismo che regola quel mondo che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tradotto da Nicola Manuppelli per la collana Originals, delle edizioni Mattioli 1885, dopo la precedente traduzione di Carlo Fruttero per Einaudi e la successiva di Marina Morpurgo per et al. – ma se avete occasione cercatelo anche in versione originale – e impreziosito dalla riproduzione della copertina originale del 39, Il giorno della locusta è un romanzo che non attrae, ne spinge a provare empatia per i vari personaggi che lo animano, anzi volontariamente crea un’algida barriera di sconcerto e repulsione che, solo se superata, permette di comprenderlo e apprezzarlo.
Non lasciatevi ingannare dalla raffinata ed elegante ricchezza espositiva, Il giorno della locusta è un romanzo permeato di violenza e di crudeltà: immaginata, (la scena in cui Tod fantastica di stuprare Faye, interrotto dal cameriere, spoglia il personaggio di ogni eroicità e pietà); rappresentata metaforicamente; mostrata nella realtà.
La tensione puramente sessuale è un altro filo conduttore incanalato nel personaggio di Faye, donna bellissima ma senza alcuna qualità morale, vivificata solo dall’ambizione di diventare attrice, e disponibile con tutti tranne che, immotivatamente, con il protagonista al quale si nega con un semplice: non ti amo.
Ambientato durante la Grande Depressione, in una Hollywood fatiscente e degradata, (molto lontana dall’immaginario comune fatto di lustrini, luci della ribalta, dive platinate, feste senza fine, ville milionarie quint’essenza simbolo del sogno americano), Il giorno della locusta narra le gesta ben poco eroiche di alcuni personaggi appartenenti al sottobosco che gravita intorno al mondo dorato del cinema degli anni d’oro.
Troviamo Tod Hackett, artista di un certo talento che sogna di diventare un pittore di successo e si accontenta di lavorare come costumista e scenografo nelle retrovie di una grande casa di produzione, alter ego dell’autore e voce critica di quel mondo che, seppure disprezza inarrestabilmente, lo affascina e lo attrae.
Poi c’è Harry Greener, l’anziano attore d’avanspettacolo gravemente malato e prossimo alla morte, che si arrabatta vendendo a porta a porta lucido per l’argenteria, sicuramente il personaggio più tragico del già doloroso affresco westiano e sua figlia Faye, una bellezza biondo platino che sogna di diventare una diva, totalmente priva di talento e di moralità, capace delle crudeltà più sgradevoli e ripugnanti, la cui sostanziale innocenza rasenta la stupidità e la cui unica dote è attrarre gli uomini e manipolarli per il suo interesse.
Infine, tra i personaggi maggiori, svetta per patetica intensità drammatica Homer Simpson, un provinciale del Middle West, sessualmente represso, un uomo che con Hollywood non ha nessun legame, è infatti in California per riposarsi, per riprendersi da un traumatico avvenimento che l’ha scosso nel profondo mentre faceva il contabile d’albergo a Wayneville nello Iowa e il cui unico vero errore, che lo porterà alla follia e alla distruzione, sarà innamorarsi di Faye.
A corollario una folla di personaggi minori: il nano Abe Kusich, la signora Jenning, attrice a fine carriera reciclatasi come tenutaria di bordello, il messicano Miguel, allevatore di galli da combattimento (la scena del combattimento nel garage è di un tale macabro sadismo da risultare raccapricciante almeno quanto la corrida ne Il serpente piumato di Lawrence), il cowboy Earle Shoop, simile a tante oscure comparse che popolano i film western del periodo, la signora Loomis, madre dell’aspirante divo bambino Adore che sarà protagonista e vittima nella maestosa scena finale della rivolta davanti al Persian Palace Theatre.
Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’ un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.
Bellissimo.

Nathanael West (1903-1940) Svolse in vita diverse attività, dal vicedirettore d’albergo allo sceneggiatore per la Columbia Pictures. Morì, semisconosciuto, a causa di un incidente d’auto e vide la propria fama incrementarsi sempre più a partire dagli anni ’50, quando venne riscoperto come uno degli autori più dotati della propria generazione. La sua opera è considerata profetica e il suo stile precursore di molti linguaggi moderni, come quello dei fumetti. È autore di quattro romanzi, fra cui La vita in sogno di Baiso Snell e Signorina Cuorinfranti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mattioli1885.

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