Archive for the ‘Recensioni’ Category

La regina degli scacchi di Walter Tevis (Oscar Absolute, 2021) a cura di Elena Romanello

19 aprile 2021

E’ stata una delle serie televisive più amate degli ultimi tempi, pluripremiata anche ai Golden Globe: La regina degli scacchi, è un vero e proprio fenomeno di costume degli ultimi mesi, ma non bisogna dimenticare che è  innanzitutto un romanzo, uscito mezzo secolo fa ad opera di Walter Tevis, autore di altri libri di successo trasposti al cinema, come il cult Lo spaccone.
Oscar Absolute ha riproposto in un’edizione sottolineata dalla copertina con la protagonista  della miniserie Anya Taylor-Joy questo classico contemporaneo, da leggere o rileggere dopo aver visto la serie, scoprendo la fonte di ispirazione di un grande successo di questi tempi, opera di un autore che ha raccontato nelle sue storie personaggi solitari, fuori posto, metafora del disagio che ha sofferto anche lui da bambino e ragazzo, malato e solo.
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta Beth Harmon resta orfana a soli otto anni e il suo destino sembra segnato con una vita senza futuro, in un grigio orfanotrofio in mezzo ad altre bambine e ragazzine in disgrazia come lei,  in un’esistenza senza prospettive. Ma Beth scopre in orfanotrofio, oltre alla trasgressione grazie all’amica afroamericana Jolene, di qualche anno più grande di lei, il potere che hanno le pillole calmanti sulla sua vita, allora prassi comune per come venivano date ai bambini, e soprattutto la magia del gioco degli scacchi, in cui comincia ad allenarsi e ad eccellere.
Alcuni anni più tardi viene adottata da una donna presto sola dopo che il marito la lascia, che vede in lei una possibilità di riscatto e comincia ad aiutarla a partecipare a tornei in cui si fa notare, giovanissima e donna, in un mondo per lo più maschile. Il dolore di un’esistenza comunque ferita e la sua profonda solitudine non la lasciano, ma nonostante questo Beth viaggia, vince, conosce persone, cresce, si innamora anche, continuando a trovarsi a casa sua solo sulla scacchiera, in quel gioco solitario e meditativo di cui diventa l’emblema.
Sono passati oltre cinquant’anni da quando Walter Tevis ha raccontato questa storia, emblema di un’epoca storica e sociale che traspare, ma a tratti universale e sempre valida, come dimostra il successo della serie, del resto: La regina degli scacchi racconta, molti anni prima che esplodessero, problemi come la solitudine e l’alienazione, l’attaccamento a qualcosa di totale come un gioco come mezzo per evadere e dare un senso alla propria vita, tutte tematiche ancora più attuali oggi che negli anni Sessanta.
Beth è un’eroina o antieroina contemporanea, più attuale oggi che all’uscita del libro, in cerca di una sua dimensione, di un suo posto nel mondo fuori dagli schemi, o possibile solo nello schema della scacchiera, protagonista di una vicenda che si evolve man mano, con non grossi accadimenti, ma un’uscita allo scoperto di un personaggio che continuerà a fare quella vita, con un finale aperto che l’autore non ha mai voluto continuare, giustamente.
Un libro che fa riflettere, in cui vedere un mondo di ieri che anticipa l’oggi e i suoi problemi, per chiunque senta interesse e empatia per Beth, protagonista fuori dalle righe pur non facendo niente di particolarmente trasgressivo, in un microcosmo suo dove non si sente fuori posto come nel mondo.

Walter Tevis, nato nel 1928 a San Francisco, cresciuto e vissuto in Kentucky, è l’autore di sei romanzi, oggetto di famose trasposizioni cinematografiche. La regina degli scacchi, da cui è stata tratta l’omonima serie Netfliix, è considerato uno dei suoi capolavori. Tra i suoi titoli più famosi Il colore dei soldi, Lo spacconeL’uomo che cadde sulla Terra. L’intera opera di Tevis è in corso di ripubblicazione presso gli Oscar Mondadori.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Omicidio a regola d’arte di Letizia Triches (Newton Compton 2021) a cura di Federica Belleri

18 aprile 2021

Seconda indagine che ha come protagonista il commissario Chantal Chiusano, il nuovo personaggio creato dalla scrittrice Letizia Triches.

Tra Roma e Napoli la trama intreccia il mondo dell’arte con il privato dei personaggi. Ad esempio la morte del marito della Chiusano, inspiegabile e atroce. O la morte di un pittore, a pochi giorni di distanza dal marito del commissario.

Due fatti che provocano sbigottimento, lasciano senza fiato e chiedono a gran voce delle risposte. La Chiusano dimostrerà fragilità e tenacia. Soffrirà ma avrà la forza di portare avanti un’indagine complessa. Entrerà nei salotti e parteciperà alle mostre degli artisti, nel loro mondo non sempre limpido, nelle loro vite segrete e torbide. E scoprirà che l’arte ha delle regole precise. È colorata e sfumata. È bianca o nera a seconda dell’occasione e dell’opportunità. È sfuocata al punto giusto per non mostrare spigoli o brutture. Ed è crudele, purtroppo. 

Grande protagonista, la città di Napoli. Contraddittoria e bellissima, profumata a tavola e nauseante nella falsità dimostrata.

Lettura consigliata.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora e Omicidio a regola d’arte, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano. Per saperne di più: www.letiziatriches.com

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Che mito!: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto Il Minotauro e il filo di Arianna di Hélène Kérillis, disegni di Grégoire Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2021

Gallucci editore pubblica in una simpatica collana che si chiama UAO (Universale d’Avventure e d’Osservazioni) Prime letture la serie Che Mito! per avvicinare i bambini alla mitologia greca e alla lettura.

E oggi vi parlo di due volumi di questa serie: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto, Il Minotauro e il filo di Arianna con testi di Hélène Kérillis e disegni di Grégoire Vallancien.

Sono due albi interamente a colori con illustrazioni spiritose e vivaci e testi con caratteri ad alta leggibilità.

Sono indicati per bambini dai 7 anni in su e si sa i bambini amano i mostri e le creature bizzarre, qui conosceranno il gigante Polifemo, un essere cattivissimo con un occhio solo al centro della fronte che ama sgranocchiare gli esseri umani e il Minotauro anche lui un gigante con il corpo di uomo e la testa di toro, sanguinario e cattivissimo pure lui, tanto da essere confinato in un labirinto a Creta. Ma si sa i cattivi non la fanno sempre franca per cui Ulisse e Teseo grazie alla propria astuzia, inventiva e coraggio l’avranno vinta.

Oltre a questi ci sono altri albi: Il tallone di Achille e Romolo e Remo sempre di Hélène Kérillis e Grégoire Vallancien. Traduzione dal francese a cura della Fondazione Unicampus San Pellegrino nell’ambito del corso “Tradurre la letteratura”.

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia.

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: La quarta parete di Giuseppe Perrone (L’Argolibro editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2021

Una poesia evocativa, densa di significati, anche sofferti, colma i versi liberi della raccolta La quarta parete del medico-poeta tarantino Giuseppe Perrone. Raccolta divisa in cinque parti: La stanza vuota, Davanti al muro è impossibile capire, Passi perduti e altri inciampi, In compagnia della cenere, e l’ultima Accadono scene mute.

Una poesia chiaroscurale fatta di zone d’ombra illuminate da improvvisi lampi di luce. Il pessimismo che ne emerge non è assoluto, sebbene il dolore, la solitudine e la morte rendono difficile la costruzioni di mondi gioiosi e luminosi, ma la poesia che si scrive da sola, come afferma nel componimento che dà il titolo alla raccolta è quel di fronte che può essere confine o spazio aperto dinnanzi alla vita chiusa in quattro pareti. La poesia sgorga dunque spontanea quando il canale di questa percezione è aperto, autentico e sincero come in questo caso.

Versi densi di saggezza misteriosa, anche se come scrive Nietzsche, nella citazione in esergo, la saggezza può porre limiti alla conoscenza, ma il poeta la possiede, avendo visto il dolore e la morte in faccia come medico ed essere umano sensibile che ben conosce l’abisso della sofferenza che la vita dispensa a piene mani. Ma non si arrende.

Ho trovato molto toccante e vera Vigilia (senza giorno di festa) della quinta sezione, specialmente nei versi O furia di cielo e santi/ attenzione all’estasi dei salmi o nei versi O mani che si stringono per dirsi addio/ attenzione a non giurare “per sempre”. Versi essenziali, schietti, puri, capaci di toccare le più misteriose corde dell’anima che ci mettono in guardia dall’insidie dell’oggi nascoste in luoghi inattesi.

La poesia è come l’anima, che forse non si vede ma si fa sentire, se è autentica e in questi versi si ha schietta questa sensazione. È una poesia che ha un ritmo, una cadenza, una voce personale e intima molto particolare.

Ho amato molto questa raccolta, di un poeta giustamente premiato e apprezzato, che ho conosciuto grazie a Nicola Vacca che cura la collana Agorà, dove questa raccolta è inclusa. Se amate i poeti contemporanei, Perrone è nato nel 1959, sono certa certa che questa silloge saprà parlare anche a voi.

Permettetemi due notazioni finali: il componimento grafico in copertina è una fotografia di Rino Scarpa e la prefazione di Cosimo Argentina.

Giuseppe Perrone nasce il 1959 a Taranto, ove svolge attività di medico. Nel mese di ottobre 2013 pubblica, per Manni Editori, la prima raccolta di poesie dal titolo “ Tra i passi e le strade “. Nel 2014 ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Nazionale di Basilicata e Calabria; un primo posto per poesia inedita al Concorso di Poesia di Positano. Ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Internazionale Lilly Brogy di Firenze. Entra nella finale del Premio Letterario Nazionale Città di Castello ( PG ). Nel 2015 ottiene premio di merito per libro edito al Concorso Letterario Internazionale “ Vitruvio “ di Lecce. Ottiene premio speciale della giuria al Concorso Internazionale di Latina per poesia inedita; terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Internazionale “Il Convivio” di Castiglione di Sicilia ( CT ); terzo posto per poesia inedita al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino. E’ presente in alcune antologie di poeti per la Casa Editrice Pagine.

Source: libro inviato dall’editore.

:: Sibil di Marco Scardigli (Rizzoli 2021)

13 aprile 2021

Chi è Sibil? È una ragazzina che ama il caldo, non sopporta i rumori, con lei bisogna sussurrare e ama il cibo bianco. Potreste considerarle stranezze, ma la cosa che veramente colpisce di lei è il fatto che usa potenzialità del cervello che altri non usano, che la rendono molto, molto speciale.

Usa la mente-fuori e può scoprire tutto quello che nasconde la Rete. Può scoprire da dove provengono flussi di denaro, può cambiare le coordinate dei satelliti, può conoscere e decifrare conversazioni, dati, algoritmi. Un’arma non convenzionale nella lotta contro il crimine. Ed è così che una task force della Guardia di Finanza tutta al femminile si avvale dei suoi “poteri”.

Ecco in breve Sibil, thriller di Marco Scardigli, edito da Rizzoli. Un thriller tutto al femminile che indaga sui pericoli e i misteri della Rete, partendo dall’idea che ci possa essere un essere umano capace di competere con le intelligenze artificiali, e superarle.

L’idea è affascinante, la mente umana è davvero misteriosa con i suoi 100 miliardi di neuroni, e più di 150mila miliardi di sinapsi. Nessun computer può davvero ancora competere, è che le nostre potenzialità restano ancora inesplorate, e non si conosce cosa possa fare scattare questo accrescimento dalle facoltà diciamo comuni.

Marco Scardigli, storico, saggista e romanziere,  è una vecchia conoscenza, ricordo di suo  Evelyne. Il mistero della donna francese (Interlinea, 2018), qui si cimenta in un thriller tecnologico tutto italiano, che può competere con molti romanzi avveniristici, e fantascientifici alle prese con le nuove e diverse tecnologie.

Il valore di Sibil è sconfinato, se esistesse davvero vivrebbe blindata, impossibilitata a condurre una vita normale, perché naturalmente grandi doti nascondono anche gravi fragilità. E da questo partono molte riflessioni etiche e morali legate alla privacy, alla concentrazione di tanto potere in un’unica persona, alla violazione o superamento di leggi, confini e regolamenti che cesserebbero di avere importanza. A se sarebbe giusto utilizzare una persona come un’arma, anche se utilizzata dal lato giusto della legge.

Alla fine della lettura una sola domanda ci passa per la mente: e se Sibil esistesse veramente? Curioso. 

Marco Scardigli (1959) è storico militare e autore di numerosi saggi e romanzi. I suoi ultimi libri sono Evelyne. Il mistero della donna francese (Interlinea, 2018, Premio Selezione Bancarella) e Tina e il mistero dei pirati di città (Interlinea, 2020). Altre pubblicazioni sono Il mistero delle code di lucertola (Sperling & Kupfer); Lilibum (Liber International); Celestina. Il mistero del volto dipinto (Arnoldo Mondadori Editore).

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Rizzoli.

Sorcery of Thorns di Margaret Rogerson (Oscar Fantastica, 2021) a cura di Elena Romanello

11 aprile 2021
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I libri che parlano di libri, raccontando avventure a volte fantastiche legati ad esse, ci sono da molto tempo ma riescono comunque ad affascinare sempre: uno dei più recenti è il fantasy autoconclusivo Sorcery of Thorns, una delle proposte di Oscar Fantastica degli ultimi mesi.
Elizabeth Scrivener è cresciuta in un mondo dove trovano spazio grandi Biblioteche, Austermeer:  questi enti hanno un ruolo preciso, diverso da quello che hanno nel nostro mondo: proteggere tutti dalle minacce della magia. In queste biblioteche infatti non ci sono libri, fumetti e giornali da prendere in prestito e consultare come in quelle nostre, ma grimori magici, che se provocati possono trasformarsi in mostri inquietanti e commettere dei crimini.
Elizabeth, che non ha mai saputo chi siano i suoi genitori e ricorda di essere vissuta nella Biblioteca fin da piccolissima, vuole diventare una guardiana, per proteggere il regno dalle minacce magiche, che presto irrompono nella sua vita.
Un giorno, infatti, per impedire un atto di sabotaggio, libera il grimorio più pericoloso della biblioteca e viene sospettata di aver commesso un crimine, anche perché muore la Guardiana di Summershall, il luogo dove è cresciuta.
L’unico suo alleato è uno stregone, che lei ha sempre visto come un nemico, Nathaniel Thorn, che deve il suo potere al demone Silas: ma presto Elizabeth capirà che i veri nemici e pericoli sono altrove, in una congiura che potrebbe distruggere il mondo intero, partendo proprio dalle Biblioteche, e che Nathaniel e Silas sono ben diversi da quello che credeva, e che in fondo vogliono le stesse cose che vuole lei.
Elizabeth capirà anche che la sua vita è molto di più di quello che pensava, con un potere che non sapeva di avere e un destino che non avrebbe mai potuto immaginare, ben oltre quello che era stata la sua vita fino a quel momento e i suoi progetti di un’esistenza in mezzo ai libri.
Il potere dei libri magici per antonomasia, i grimori, non poi così presenti nell’immaginario ultimamente e in una nuova prospettiva, è al centro di una storia originale e appassionante, dove tutto si scatena in biblioteche insolite e appassionanti:  il paragone con quella di Hogwards di Harry Potter c’è, ma qui il ruolo è diverso, i libri sono veri e propri esseri viventi in potenza che possono scatenarsi. ,Gli appassionati di libri e lettura troveranno  echi  della biblioteca, leggendaria e nascosta, de Il nome della rosa di Umberto Eco e  di quella del Cimitero dei Libri dimenticati di Zafon, ma comunque nell’ambito di una storia originale e nuova.
Elizabeth è un’eroina fantasy diversa dal solito, anche nel suo essere una prescelta, ma anche i personaggi di contorno non sono da meno, a cominciare da Nathaniel e Silas, due nemici e poi amici che riprendono due archetipi, lo stregone e il demone, in chiave nuova.
Sorcery of Thorns è quindi un libro fantasy insolito, appassionante, che piacerà a chi crede nel potere dei libri, che contengono da millenni le storie di ogni genere: senz’altro, dopo averlo letto, si vedranno le biblioteche in un’ottica diversa, anche se la magia che capita nella realtà è diversa (per fortuna, i grimori non sarebbero gestibili), ma sempre magia è.
Il libro è completato dalle bellissime illustrazioni di Charlie Bowater, capaci di evocare un mondo che affascina, tra grimori, incantesimi e giochi di potere. Il libro è autoconclusivo, ma il finale lascia uno spiraglio per futuri seguiti o per la fantasia dei lettori.

Margaret Rogerson è l’autrice dei bestseller del New York Times An Enchantment of Ravens e Sorcery of Thorns. Laureata in Antropologia culturale all’Università di Miami, quando non sta leggendo o scrivendo ama disegnare, giocare, cucinare budini e guardare più documentari di quanto non sia socialmente accettabile (secondo alcuni). Vive vicino a Cincinnati, Ohio, di fianco a un giardino pieno di colibrì e di rose. Il suo sito è margaretrogerson.com.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Diario Culinario di una Mamma in Quarantena di Valeria Gatti (Edizioni Convalle 2021) a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2021

È un libro speciale Diario Culinario di una Mamma in Quarantena di Valeria Gatti, edito da Edizioni Convalle.

Sì ci sono gustose ricette ma non solo, Valeria ci racconta il suo percorso di donna, madre, figlia alle prese con le  piccole e grandi fatiche di questi tempi difficili, e lo fa con creatività e allegria.

Ci apre la sua cucina, che un po’ per tutti è il cuore della casa, confidandoci alcune ricette della sua tradizione familiare rielaborate con fantasia e immaginazione (per piacere ai più piccoli) e ci racconta come ha affrontato gli scorsi mesi di lockdown, a Varese, una delle zone della Lombardia più toccate dal virus.

A ogni piatto un nome buffo dagli antipasti, ai primi, ai secondi ai dolci, per non lasciare indietro pizze e focacce.

Si sa tenersi occupati in cucina ha aiutato molti a superare questi mesi, soprattutto quando i piatti cucinati vengono condivisi in famiglia, per la gioia di tutti, e se sono buoni ancora meglio.

Oltre che scrivere libri Valeria Gatti cura anche un blog: https://bood.food.blog/

:: L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arsavir e Jeni Acterian di Emil Cioran (Mimesis 2021) a cura di Nicola Vacca

10 aprile 2021

È proprio vero, per conoscere a fondo uno scrittore bisogna immergersi nei suoi carteggi.
Antonio Di Gennaro da anni sta scavando nella personalità di Emil Cioran curando la pubblicazione di volumi che raccolgono la corrispondenza che il grande scrittore ha avuto con molti intellettuali del suo tempo.
Da qualche mese è uscito per i tipi di Mimesis L’orgoglio del fallimento, un volume che raccoglie le lettere che Cioran ha scritto ad Arșavir, un brillante giornalista e a Jeni Acteran.
Questo epistolario è molto importante. In queste lettere Cioran parla di Cioran, esprimendo tutto il suo mondo di pensatore privato.
«Ho intrapreso l’avventura del distacco con un certo coraggio: il coraggio del fallimento» così scrive l’autore di Squartamento in una lettera del 23 giugno 1975.
Distacco, disgusto, dubbio, scetticismo. Queste sono le parole chiave che troviamo nelle lettere che Emil scrive carico di quell’ orgoglio del fallimento che lo rende un essere speciale e controverso.
Cioran incontra Arșavir, giornalista culturale di profonda sensibilità e intelligenza, presso la Biblioteca della Fondazione Carol di Bucarest.
Sarà subito amicizia. Tra i due si stabilirà una forte intesa intellettuale.
Questo carteggio è importante per capire fino in fondo il mondo di Emil Cioran.
Qui i due intellettuali che fanno parte della stessa generazione tragica, si confrontano con le loro parole profetiche.
In queste parole troviamo Cioran, che si definisce uomo sterile, che argomenta attraversa il distacco della scrittura il suo disgusto per se stesso e per il mondo senza mai sottrarsi al suo scetticismo, quella straordinaria forza interiore che caratterizzerà tutta la sua opera e che lo porterà sempre a scegliere il dubbio con tutti i suoi vitalismi di intelligente perplessità.
Emil e Arșavir sono due fratelli d’anima che sentono lo stesso sconforto generazionale.
Cioran in una lettera del 11 giugno 1969 scrive:

«La nostra generazione ha conosciuto tutte le forme di sconfitta; come non esserne orgogliosi? Inoltre, detto tra noi, senza l’orgoglio del fallimento, la vita sarebbe a stento tollerabile. »

Senza l’orgoglio del fallimento Cioran non sarebbe stato quel grande pensatore che noi oggi amiamo incondizionatamente.
Cioran scrive al suo amico ammettendo di sprofondare sempre di più nel suo scetticismo speciale.
Senza rinunciare al paradosso e al gusto letterario della contraddizione, Cioran vive di contraddizioni che gli impediscono di appartenere a qualsiasi dottrina.
Uomo libero che ha rotto con la scena letteraria del suo tempo, e la sua libertà ha senso solo per la fedeltà a se stesso.
Così si mostra Emil Cioran nelle lettere al suo compagno fraterno di penna.
Nel coraggio del fallimento in queste pagine troveremo un Cioran autentico che confessa di avere un grande difetto: quello di avvertire in sogno l’essenziale.
«L’ossessione per la felicità ci trascinerà presto nella disgrazia» scrive il profetico Cioran mentre accusa il genere umano che si lascia sedurre nell’incoscienza dalla feccia degli utopisti, rivendicando per tutti quella grande dolcezza che c’è nello svanire delle illusioni.
Il Cioran che troveremo in questo carteggio, è il grande scettico che nell’orgoglio del suo fallimento, di sconfitta in sconfitta («quelle che ci vengono inflitte dalla vita quotidiana e quelle che ci vengono dispensate in abbondanza dalla Storia») troverà attraverso il suo pensiero la verità in assenza di ogni verità.

Emil Cioran (1911-1995) rappresenta una delle voci filosofiche di maggior rilievo nell’ambito del “pensiero tragico” contemporaneo. Tra le sue opere: Al culmine della disperazione (1934), Lacrime e santi (1937), Sommario di decomposizione (1949), Sillogismi dell’amarezza (1952), La tentazione di esistere (1956), Storia e utopia (1960), La caduta nel tempo (1964), Il funesto demiurgo (1969), L’inconveniente di essere nati (1973), Squartamento (1979), Esercizi di ammirazione (1986), Confessioni e anatemi (1987). Fra le sue numerose opere pubblicate da Mimesis, Vacillamenti (2010) e Lettere al culmine della disperazione (1930-1934) (2013).

Source: libro del recensore.

Dispassione, Maria Laura Rosati (LiberiLibri, 2021)A cura di Viviana Filippini

8 aprile 2021

“Mi chiamo Fiamma, e sono cattiva. Non sono stata sempre così, credo, ogni tanto la mia mente ha strani ricordi, tenerezze, turbamenti, lacrime. Forse. Non ne sono sicura. Magari l’ho solo sognato. Una volta, molto tempo fa, avevo un’altra vita, poi è arrivato il vuoto”. Questa è la voce di Fiamma la protagonista di “Dispassione” il romanzo di Maria Laura Rosati edito da LiberiLibri. Fiamma ci appare da subito come una donna scontrosa, cupa, che si rivolge direttamente a noi lettori facendoci capire che lei è davvero il peggio del peggio. Fiamma è e vuole restare sola, accetta solo Valeria, un’amica che sopporta comunque a fatica, mentre Paola e la piccola Claudia sono per lei un fastidio ogni volta che si fanno sentire. Quello che stupisce della donna è che oltre a non voler contatti con il prossimo, vive una vita fatta da mille ossessioni e non a caso mangia solo alcuni cibi e cucinati in un certo modo, odia la polvere e la sporcizia e teme i parassiti. Fiamma è una donna complessa e difficile, ma ha nel suo io profondo un qualcosa che la tormenta e che le impedisce di ricordare. La protagonista ha perso la memoria da tempo e non c’è verso di recuperarla, così sembra. Fiamma è affetta da dispassione (da dispassion in inglese, visto che nel vocabolario italiano non c’è), ossia distacco, e non a caso la protagonista prende le distanze da tutto e da tutti per timore, paura, per rabbia verso qualcosa o qualcuno che nemmeno lei conosce, o forse lo sa, ma non riesce a ricordarlo. Poi, un giorno, durante un viaggio che Fiamma non ha compreso perché ha fatto, la convinzione di aver perso di vista la figlia scatena in lei qualcosa. Fiamma comincia un cammino, anzi una fuga del tutto personale per cercare di capire che fine ha fatto la sua amata bambina. A complicare il tutto nella mente della protagonista arrivano ricordi improvvisi e imprecisi che la portano in un passato del quale non ricorda nulla, se non frammenti confusi e poco confortanti. Una gita in montagna con il marito e la figlia. La bimba (Pia) abile danzatrice che chiede ai genitori di andare a sciare con l’amichetto appena conosciuto. Il sì del babbo, i dubbi della mamma che parte sugli sci per cercare la figlia prima che si faccia male. Un gran caos emotivo, di ricordi e frammenti assedia la fragile Fiamma e il suo bisogno di trovare la pace la porta – e lei non sa perchè- a Parma. Qui Fiamma passa giornate intere a guardare il ritratto di una fanciulla ritratta da Leonardo, a non rispondere al telefono e a evitare lo strano uomo con il cane che incontra al parco deve lei va a cercare un po’ di pace. Il romanzo della Rosati è un grande puzzle nel quale Fiamma – e anche noi lettori- passo dopo passo, evento dopo evento, prende nuova coscienza di sé rimettendo assieme i tasselli di un passato oscuro che forse non le ha lasciato ferite nel corpo, ma le ha di certo creato un abissale vuoto nelle mente. “Dispassione” di Maria Laura Rosati è una storia travolgente, dal ritmo incalzante, con dialoghi che ti trascinano dentro alla trama facendoti sentire parte del vissuto di Fiamma. “Dispassione” compie una fine e acuta indagine nella mente e nell’animo umano e la Rosati, che è medico oltre che scrittrice, conduce il lettore dentro alle fragilità umane ed emotive di una donna che ha subìto un trauma profondo che le ha rotto qualcosa dentro e l’ha gettata nella paura e nella completa disperazione, impedendole di capire che l’amore, quello costante e vero, salva. Il romanzo è tra i finalisti del Premio Campiello del 2021.

Maria Laura Rosati è medico e scrittrice.  “Dispassione” è il suo secondo romanzo dopo “Passaggi”, uscito nel 2016. Nel 2017 ha ideato il collettivo di scrittura Scriviperbene, di cui fanno parte numerosi autori italiani, con il quale ha pubblicato e curato il ro­manzo “La giusta luce” e la raccolta di racconti “Acqua”.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa di LiberiLibri.

:: Biancaneve nel Novecento di Marilù Oliva (Solferino 2021) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2021

In attesa di quell’incantesimo, la nostalgia del secolo passato già si insinuava silente. Il Novecento ci respirava ancora addosso, lo sentivo dileguarsi sulle torri frastornate dal caos urbano dell’ultima notte, sugli aliti frammisti ai calici consumati, sulla scia degli autobus indefessi, in quella mano inedita che scaldava le mie dita, nella reclame di un cartellone pubblicitario per metà staccato da un muro. Abbiamo svoltato in una viuzza e lì abbiamo capito, senza dircelo, quale era il punto in cui fermarci, il giardinetto dietro l’abside di san Domenico, mentre la Storia scivolava giù dalle nostre gambe e un’altra epoca si sovrapponeva come carta velina.

Cosa unisce Lili, ingenua ragazza bretone nata nel 1919, andata sposa senza amore a Parigi poco prima dell’occupazione nazista della Francia e Bianca bimbetta bolognese quattrenne nel 1980, innamorata del suo papà, ferita dall’apparente freddezza con cui la madre la lascia crescere privandola di quella complicità e di quell’affetto di cui avrebbe tanto bisogno? Lo scoprirete durante la lettura, mentre le loro voci a capitoli alternati si fondono e si  intrecciano in Biancaneve nel Novecento (Solferino) libro davvero struggente e di una dolcezza dolorosa davvero rara che Marilù Oliva ha saputo scrivere mettendo molto di sé, se non nei fatti biografici oggettivi perlomeno in quel magma oscuro che orienta i moti dell’anima. Nelle note finali infatti la Oliva precisa che non è un testo autobiografico, seppure come ogni scrittore ha lasciato briciole di sé perlopiù nel personaggio di Bianca, perlomeno anagraficamente a lei più vicina. Marilù Oliva ha una grande sensibilità soprattutto quando tratta e delinea i bambini e i ragazzi e il suo lavoro di insegnante sicuramente le ha dato gli strumenti per indagare la loro psiche ancora in formazione e i vezzi più buffi che avvicina con rispetto, tenerezza e candore. Ma è soprattutto il personaggio di Lili che emerge potente come uno squarcio di luce nelle tenebre del Novecento che ha visto due Guerre Mondiali, i campi di concentramento, nella sua prima metà, il terrorismo, la droga diffusa tra i giovani, nella seconda metà. Lili e Bianca dunque si completano e si integrano e come in uno specchio riflettono una nell’altra quella visione femminile della storia che alla violenza e all’aggressività, al dolore aggiungono la potenza dei sentimenti, della dolcezza e della tenerezza. Lili soprattutto ha saputo sorprendermi con la sua forza, la sua determinazione, la sua volontà di non farsi sopraffare dalla violenza fisica e psicologica subita nel campo di concentramento di Buchenwald (la parte più drammatica della narrazione). Conoscevo la storia della principessa Mafalda di Savoia, non che fosse stata assistita da una ragazza che si prostituiva nel Sonderbau, che la Oliva ha sostituito con Lili. È raro leggere libri, o ascoltare testimonianze di queste vicende e sebbene abbia letto libri che testimoniano anche fenomeni di prostituzione maschile nei campi, l’impatto è sempre enorme quando li si affronta. Il libro dell’Oliva si fa quindi anche testimonianza e memoria, e la sua scrittura (non calca mai la mano, mai una parola di troppo) lo rende fruibile anche a un pubblico di lettori giovani e sensibili. La scrittura dell’Oliva poi è piacevole, curata, piena di rimandi e dettagli anche poetici, pur nascondendo una forza e ruvidezza che ne determinano la peculiarità. Buona lettura!

Marilù Oliva è scrittrice, saggista e docente di lettere. Ha scritto due thriller e numerosi romanzi di successo a sfondo giallo e noir. Ha co-curato per Zanichelli un’antologia sui Promessi Sposi, e realizzato due antologie patrocinate da Telefono Rosa, nell’ambito del suo lavoro sulle questioni di genere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Il suo libro più recente è L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (Solferino 2020). http://www.mariluoliva.net

Source: libro sia inviato dall’editore che acquistato. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Solferino.

:: Qohelet e Gesù – Credere in altro modo di Ludwig Monti (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2021

Il piccolo libretto di Qohelet, “scandaloso” gioiello biblico, sembra scardinare tutte le nostre certezze e consegnarci a un pessimismo disperante. Che legame ci può essere tra questo libro della Bibbia e Gesù?

A tale interrogativo vuole rispondere il presente volume. Partendo da un’intuizione fondamentale dei Padri della Chiesa – «il nostro Ecclesiaste è Cristo» –, l’autore ci propone una rinnovata lettura cristiana di Qohelet, intendendola più o meno così: l’uomo Gesù Cristo si è confrontato con le domande e i problemi lasciati aperti da Qohelet. Li ha affrontati, pensati, solo in parte risolti, anzi spesso li ha trasformati in nuove domande, ben sapendo che l’autore di questo libro si rivolgeva «a tutta la creazione e al mondo intero riguardo ad argomenti comuni a tutti».

Un particolare cammino di lettura di Qohelet poco battuto ma, come ben dimostra Ludwig Monti in questo volume, capace di aprire sentieri inediti di riflessione in vista di una lettura cristiana, dunque umana, di Qohelet. E, di conseguenza, dell’esistenza tout court, perché tra i libri biblici Qohelet è tra quelli più moderni, o forse eterni, nel tratteggiare il mestiere di vivere. 

Il Qohelet, o altresì noto come l’Ecclesiaste, (nella tradizione ebraica, uno dei cinque rotoli (meghillot) inclusi del Tanakh), è il più misterioso libro della Bibbia cristiana. Un testo breve se vogliamo, moderno per sensibilità e profondità, capace di scardinare molte certezze e portare alla luce le contraddizioni e le dissonanze che la vita porta con sé.

Ludwig Monti, biblista e monaco di Bose ha voluto nel suo saggio Qohelet e Gesù – Credere in altro modo, raccogliere i commenti su questo testo da Lutero a Girolamo, da Ravasi ad altri teologi e biblisti contemporanei, aggiungendoci anche sue personali intuizioni che spera siano di aiuto per la comprensione a chi si avvicina a questo testo che forse più di altri è stato vittima di fraintendimenti e interpretazioni discordanti.

Innanzitutto una precisazione è d’obbligo: non è un testo interpretabile esclusivamente spiritualmente, tutte le creature terrene sono create da Dio e perciò racchiudono quella bellezza e quella bontà che rende il creato emanazione stessa del divino.

La vita terrena, la gioia conviviale, l’amore per la propria donna, la felicità insita nei piccoli piaceri della vita sono realtà oggettive positive, non in contraddizione con i dettami morali. La vita racchiude in sé quelle ricchezze che la rendono un dono del creatore per le sue creature, e perciò vanno epurati tutti quei preconcetti negativi che hanno inquinato molte interpretazioni distorte di questo testo.

La vita è un soffio, eccetto… In questo eccetto sta racchiuso tutto il mistero e l’essenza di questo libro. Eccetto l’amore, eccetto la bellezza, eccetto la felicità, eccetto Dio. E ci svela che il grande segreto per condurre una vita giusta e seguire i comandamenti e le prescrizioni morali. Semplice, non c’è altro che dobbiamo conoscere, e come dice Gesù tutti i comandamenti sono concentrati in un’unica prescrizione: ama, ama Dio e il tuo prossimo come te stesso.

Sia Qohelet che Gesù sono stati a loro modo pietre di scandalo, per i contemporanei e per le generazioni seguenti. Hanno posto domande scomode, hanno dato risposte scomode, fuori da quella comfort zone dove amiamo rifugiarci per stare al sicuro, per crogiolarci nelle nostre false sicurezze.

Il testo di Ludwig Monti è invece prezioso proprio perché fa chiarezza su molti punti oscuri, confronta traduzioni e commentari, ed è sorprendente la preparazione di questo monaco, e la sua conoscenza dei testi e dei giusti significati delle parole antiche.

La lettura di Qohelet e Gesù – Credere in altro modo è  sicuramente complessa da affrontare e bisogna avere una certa disposizione d’animo tesa all’apprendimento alla conoscenza, ma lo sforzo è compensato da un arricchimento personale davvero notevole.

Ludwig Monti, nato a Forlì nel 1974, è monaco di Bose e biblista. Collabora, tra l’altro, alle riviste Parola, Spirito e Vita, Ricerche storico bibliche, Rivista Biblica, Rivista del Clero e Rivista Liturgica. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Una comunità alla fine della storia. Messia e messianismo a Qumran, Paideia, Brescia 2006; Le parole dure di Gesù, Qiqajon, Magnano 2012; I Salmi: preghiera e vita, Qiqajon, Magnano 2018; Gesù, uomo libero, Qiqajon, Magnano 2020; L’ infinito viaggiare. Abramo e Ulisse, EDB, Bologna 2020 (con B. Salvarani). Con Edizioni San Paolo ha pubblicato: Le domande di Gesù (2019), volume più volte ristampato.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa Gruppo San Paolo.

:: Ogni luogo un delitto di Flavio Troisi (Autori Riuniti, 2021) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2021

Nel parcheggio stazionava una dozzina di vetture malridotte. In mezzo a quella ferraglia spiccava un massiccio autocarro militare Iveco verniciato di un arancio squillante, con abbondanti bozzi di ruggine. Una via di mezzo fra un’auto e un mezzo d’assalto.
«Il panzer?» Chiese Fabio, ricordando l’allusione di Raffa a tavola.
Costel gonfiò il petto. «Bello, eh?»
«Non sapevo che fossimo in guerra.»
«Siamo sempre in guerra.»
«Con chi?»
Costel scoppiò a ridere. «Come, con chi? Siamo rom, gagio! Rom! Contro la miseria!»

Due investigatori improbabili, lo scenario maestoso della Val di Susa, un senatore a vita eccentrico la cui morte è avvolta in una nuvola di mistero, una comunità rom che vive rispettando la natura, una misteriosa lapide con su scritto i nomi di partigiani uccisi, un presunto fantasma, un carico di refurtiva che nasconde un orrore indicibile, questi sono gli ingredienti del thriller d’esordio di Flavio Troisi, che in realtà dell’esordiente ha poco o nulla, dopo una lunga carriera di ghost writer ha imparato i segreti del mestiere se vogliamo, e grazie anche a un ampio parco di buone letture ha raggiunto una buona maturità compositiva, aggiungendosi di suo un certo talento innato per il bizzarro e l’insolito.

Ma andiamo con ordine: Fabio Castiglione, il protagonista, arriva in Val di Susa per aiutare un’amica e “socia” d’affari, per cui ristruttura case che poi la donna rivende a prezzi esorbitanti, Flaminia Giraudo, figlia unica del senatore a vita Vittorio Giraudo, ritiratosi nella valle per sfuggire i mali della vita moderna e improvvisamente morto. Flaminia vuole che ristrutturi la baita dove il vecchio viveva per rivenderla, e Fabio, la cui situazione è piuttosto precaria e vive al minuto più che alla giornata, accetta e arriva da Roma con le migliori intenzioni.

Ecco inizia così la nostra storia, dirvi troppo della trama sarebbe un crimine, per cui cercherò di essere criptica quanto l’incipit:

Per imparare a essere un rom, innamorarsi ancora, portare alla luce una catena di efferati delitti, vedersela con un serial killer e impazzire una volta per tutte, Fabio Castiglione prese il volo diretto delle 14.15 per Torino.

Insomma in poche righe abbiamo tutte le coordinate principali per seguire questo insolito thriller, molto americano negli sviluppi, se non fosse che invece della periferia e provincia americana ci ritroviamo nei boschi della Val di Susa, uno scenario quanto mai adatto a imbastire una storia che oltre al thriller prende derive horror e weird tipiche di una narrativa altra che non a caso ha fatto accostare Troisi a maestri come Joe R. Lansdale, Elmore Leonard e soprattutto Stephen King, che a mio avviso è la sua maggiore fonte di ispirazione per tutta la parte che sfiora con l’assurdo e l’irragionevole.

Ma noi sappiamo che la vita è assurda e irragionevole, sappiamo che la follia si nasconde negli anfratti più dimenticati e spinge a credere ai fantasmi, alle leggende, alla percezione di dimensioni altre o a poteri (non si sa quanto reali) come quello di percepire l’aura dei luoghi in cui si sono maturate sofferenze e dolori. Fabio infatti sente il dolore delle case, dei luoghi e questa sua capacità lo rende d’ufficio un investigatore sui generis, con una marcia in più. Come finisce a fare coppia con Costel e innamorarsi di Shermina e conoscere la comunità rom di San Michele, lo scoprirete leggendo il libro, probabilmente vi ho già detto troppo.

Flavio Troisi scrive bene, con ironia e divertito disincanto. Sporca il suo narrato di critica sociale, dalle venature ambientaliste, alla critica ai pregiudizi che inquinano ancora l’anima di molti contro i rom, chiamati zingari ovvero schiavi. E lo fa in modo naturale, affatto didascalico rendendo appieno l’assurdità del tutto. Resta un thriller per l’ossatura narrativa, ma la sua anima horror emerge dalle spruzzate di soprannaturale e dalle descrizioni quasi splatter di alcune scene che se turbano proprio la vostra sensibilità potete saltare. Noi non possiamo che augurare a Flavio Troisi altri libri e altre storie come queste da raccontare con la sua originalità e il suo talento.

Flavio Troisi, classe 1972, scrittore e ghost writer per diversi editori. A suo nome per Mondadori ha pubblicato: “Lascia tutto e seguiti” (2015), manuale per reiventarsi e ripartire in tempi travagliati, e il romanzo “L’altra linea della vita” con Roberta Cuttica (2017). Sempre per Mondadori ha curato il romanzo “Portami lassù” di Cristina Giordana (2018). Con l’ex presidente globale di Apple Marco Landi ha dato alle stampe “Business Humanum Est” (2018). Pubblica inoltre racconti e romanzi brevi in ebook che potete scaricare da Amazon e altri siti online. Cura un canale youtube dal titolo Broken Stories – Narrazioni avvincenti e immaginifiche e potete leggere qualcosa di suo anche sul suo sito La Fattoria dei Libri.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Autori Riuniti e l’autore.