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:: Nato fuori legge di Trevor Noah (Ponte Alle Grazie, 2019) a cura di Eva Dei

8 febbraio 2019

Nato fuori leggeEra sola, lontana dalla famiglia, incinta di un uomo con cui non si poteva far vedere in pubblico. I dottori la portarono in sala parto, le aprirono la pancia e ne estrassero un bambino mezzo bianco e mezzo nero, che per il solo fatto di esistere violava un numero imprecisato di leggi, statuti e regolamenti…Ero nato fuori legge.”

Sudafrica, 1984: con queste premesse viene al mondo Trevor Noah, figlio di Patricia Nombuyiselo Noah, nera xhosa, e Robert, bianco svizzero tedesco. La sua sola esistenza mette in crisi la logica del sistema vigente: l’apartheid. Se il governo si basa su una sorta di razzismo istituzionalizzato fondato sulla convinzione che bianchi e neri appartengano a razze diverse, la prima nettamente superiore alla seconda, l’unione delle due “dimostra che le razze si possono mescolare…e in molti casi è quello che vogliono”. Ma come ci racconta Noah, e come forse pochi di noi sanno, l’apartheid è stata molto più complessa: un sistema di oppressione razziale costruito sfruttando i dissidi interni di un Paese già in conflitto, dove i bianchi, in naturale minoranza, hanno saputo sfruttare a loro vantaggio le differenze tribali delle popolazioni locali. Zulu e xhosa sono le più numerose, ma non le sole: tswana, venda, tsonga, pedi, sotho, e molte altre (basti sapere che in Sudafrica le lingue ufficiali sono undici). Persone vicine, ma in conflitto, con lo stesso colore della pelle, ma legate a tradizioni e lingue diverse. Il Sudafrica come una moderna Torre di Babele, dove la parola è importante per comunicare e fondamentale per comprendere l’altro, per sentirlo vicino.
Trevor cresce cercando il suo posto: outsider “fuorilegge”, non può farsi vedere con il padre in pubblico, ma nemmeno passeggiare per strada accanto alla madre, o farsi vedere a Soweto, la township dove vive sua nonna, senza rischiera di venire portato via perché “quello non è il suo posto”. Una vita sempre sull’attenti, dove per un bambino è complicato comprendere la logica delle assurde regole degli adulti. Ma fin dall’infanzia Trevor ha una grande complice e compagna: la madre, Nombuyiselo. Donna forte, capace di opporsi a quella stessa insensatezza che le impedirebbe di fatto, come nera e come donna, di compiere tante scelte, di rivendicare di fatto la sua libertà. Nombuyiselo si allontana dalla famiglia, sceglie un lavoro per bianchi, decide di avere un figlio da un uomo bianco con cui sa che non potrà/vorrà mai sposarsi. Una volta arrivato Trevor lo cresce trasmettendogli la sua fervente fede in Dio, punendolo per insegnargli che il mondo là fuori può essere un posto pericoloso, ma instillandogli quella stessa sede di libertà che la contraddistingue.

Lei mi cresceva come se non ci fossero limiti a dove potessi andare e a cosa potessi fare. Quando ci ripenso, mi rendo conto che mi ha allevato come se fossi un bianco, non intendo culturalmente, ma in modo da farmi credere che tutto fosse alla mia portata, che potessi esprimermi in libertà, che le mie idee, i miei pensieri e le mie decisioni avessero un peso.”

Se colored, è l’etichetta che Trevor si trova cucita addosso, di fatto col tempo impara a muoversi in questo limbo, in questo confine che separa due mondi che vivono e godono di trattamenti completamente diversi. Mimetizzandosi e adattandosi alle varie situazioni come un camaleonte, Trevor cresce e trova la sua strada. Lo fa insieme al Sudafrica, perché i problemi del Paese non finiscono con l’apartheid, ma si modificano: i conflitti tornano a essere fratricidi, le condizioni di vita migliorano teoricamente, ma praticamente la povertà aumenta.
La storia di Trevor Noah è la storia di un uomo che sceglie come plasmare la sua identità sganciandosi dai confini che gli altri impongono; ma è anche la storia di un popolo in conflitto con sé stesso, segregato, sfruttato, ma che nonostante tutto non ha mai perso la speranza.

In cortile c’erano due baracche che la nonna affittava a migranti e lavoratori stagionali. In una minuscola aiuola su un lato c’era un pesco, dall’altra parte il vialetto per la macchina. Non ho mai capito a cosa le servisse, dato che non aveva l’automobile. Non sapeva nemmeno guidare. Però aveva il vialetto. Tutti i vicini ce l’avevano, alcuni con pittoreschi cancelletti in ferro battuto. Nemmeno loro avevano macchine né, per la maggior parte, la prospettiva di comprarsene una. Doveva essercene una ogni mille persone, eppure quasi tutti avevano il vialetto, come se questo potesse evocare un’automobile. La storia di Soweto è la storia dei vialetti. È un posto pieno di speranza.”

Trevor Noah è nato il 20 febbraio del 1984 in Sudafrica, da Patricia Nombuyiselo, nera di etnia xhosa, e da padre svizzero tedesco, bianco. La sua carriera di dj, comico e attore lo ha portato sugli schermi americani, dove conduce dal 2015 il Daily Show, seguito da milioni di telespettatori in tutto il mondo. Questo suo primo libro, che ha dominato le classifiche americane nel 2016, è dedicato alla madre. Ne verrà tratto un film in uscita nel 2019 con Lupita Nyong’o nella parte di Patricia.

Source: libro del recensore.