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:: Le parole degli amanti di Sergio Marchetta (L’ Argolibro 2017) a cura di Nicola Vacca

9 novembre 2017

marchettaQuando si scrive dell’amore il rischio del facile sentimentalismo da baci perugina è sempre in agguato. L’amore è l’argomento su cui si riversa spesso la retorica e la banalità.
Per fortuna oggi sono in grado di smentire questa amara verità. L’occasione me la offre Le parole degli amanti, un piccolo e prezioso libro scritto da Sergio Marchetta pubblicato per i tipi de L’Argolibro (www. largolibro.blogspot.it; largolibro@gmail.com, tel. 3395874615).
Si tratta di un sillabario essenziale sul concetto dell’amore. Dalla A alla Z alfabeto ragionato, ma non troppo, degli amanti.
Lo scrittore senza enfasi e con essenzialità racconta per voci il suo mondo di amore – e anche di disamore- cogliendo tutto l’infinito che c’è nel volersi bene, tra smorfie sudate e sorrisi lenti.
È un breviario essenziale in cui Sergio mette insieme i frammenti del suo discorso amoroso e con una scrittura inclusiva li condivide con i lettori che non possono fare a meno di ritrovarsi nella franchezza dell’autore che si pone nudo nei confronti dell’amore, il più complesso e labirintico dei sentimenti di cui il genere umano dispone.
«Lettera dopo lettera – scrive Maria Antonietta Tortola – nella prefazione – in questo “alfabeto degli amanti”, in un crescendo di sbalordimenti, ti ritrovi a vivere soffi di una vita che è stata anche la tua. O lo sarà. Prima o poi lo sarà».
Sergio Marchetta si avvale della fisica lingua della carne per trovare le parole degli amanti.
Come in una poesia di Prévert, in tutte le voci di questo piccolo dizionario amoroso, l’amore ha a che fare con il magma quotidiano del suo essere sentimento sulla terra.
Gli amanti di Sergio Marchetta sono soprattutto esseri umani con le loro fragilità, testimoni e complici dello stesso misfatto che ha sempre a che fare con l’esistenza.
Bugia: «Che male può esserci? In fondo mentire è pur sempre accartocciare la brutta copia di una verità, una realtà moribonda che puoi resuscitare solo rischiando la faccia»; Dono : Io vorrei vivere di ciò che amo e basta. Ma non basta»; Rancore :« È il segreto femminile: il potere di rendere felici gli uomini con la loro infelicità».
Questi alcuni frammenti del discorso amoroso di Sergio Marchetta, che in sole cinquantadue pagine ha il merito di essere convincente e originale nel dare voce alle parole che gli amanti si dicono avendo un grande rispetto per tutto quel non detto del linguaggio del corpo che fa dell’amore quel grandissimo gesto sui cui vale sempre la pena scommettere.
Dalla A alla Z il cuore e tutte le sue ragioni che la ragione non conosce perché: «Ha tanti letti l’amore. Sempre.».

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Articolo già edito su Zona di disagio

:: Come ricevere libri dalle case editrici

8 novembre 2017

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Scrivo questo post perchè spesso colleghe blogger più giovani mi chiedono come si faccia ad ottenere libri dalle case editrici. Credo sia un tema molto caldo anche se esiste un dibattito a monte sul fatto che alcuni credono sia lecito chiederli altri per motivi perlopiù di indipendenza, no. Naturalmente io ritengo che ricevere una copia di un libro non comporti nessuna onta, nè costringa a scrivere recensioni “sdraiate” per ringraziare dell’ omaggio. Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto sfatiamo una leggenda metropolitana molto diffusa non esistono case editrici che regalano libri perlomeno ai blogger. Sono aziende, devono non andare in perdita e se possibile avere dei ricavi, anche se sono aziende culturali, con tutte le peculiarità del caso. Possono fare iniziative a scopo pubblicitario mettendo in palio dei libri che possono vincere i lettori, senza obblighi particolari, ma sono appunto iniziative pubblicitarie saltuarie e non continuative. Giochi a premio. Giveaway ne fanno pure i blogger per i loro lettori.
I blogger letterari che ricevono libri dalle case editrici siano digitali (ormai prevalentemente sono digitali, anzi gli odiati pdf) o cartacei svolgono un servizio nei loro blog, restituiscono pubblicità, parlando di un determinato libro, recensendolo, intervistando gli autori. Dunque apro “un blog quindi ricevo tanti e tanti libri gratis” è un ragionamento che è meglio dimenticare. C’è tanto lavoro dietro all’ immagine del blogger sorridente che riceve una copia di un libro da una Casa editrice.
Chiarito questo passiamo al passo successivo. Sempre relativamente alla mia esperienza posso darvi dei consigli che saranno a voi utili, ed è questo che voglio fare. Ricevere libri è piacevole, suona il postino e vedere la busta gialla per un blogger letterario è sempre fonte di gioia. Noi book blogger siamo gente strana, i libri sono davvero la nostra droga.
Ma c’è un ma. Serve professionalità. Ricevere una copia non compra il nostro giudizio, non significa automaticamente che il libro che leggeremo sarà bello e interessante, può non piacerci, e le Case editrici serie lo tengono in conto e non istaurano politiche di rappresaglia se mai scrivete che il tal libro non è proprio fantastico, è un po’ noioso, ha difetti o non ne scrivete affatto.
Bene direte voi, e adesso, come faccio a ricevere libri? Non è facile, il meccanismo non è chiedo e ricevo, non è un diritto, non funziona così. Non è un diritto neanche per la casa editrice ricevere una recensione, perlomeno se non c’è una vera retribuzione alle spalle. Gli editori lo sanno, voi soprattutto lo dovete sapere. Ma questo non deve trasformare la ricerca libri in un assalto alla diligenza.
Per prima cosa è necessaria una lunga e seria gavetta. Le blogger che hanno un blog da uno due tre mesi, pubblicano saltuariamente articoli, non hanno nessuna preparazione alle spalle difficilmente ricevono libri dalle CE. Quindi studiate, recensite, fatevi conoscere prima. Ho recensito per anni libri di piccoli se non piccolissimi editori, o mandati da autori prevalentemente esordienti. Oggi i tempi si sono velocizzati, ma tenete in conto che il periodo di gavetta va sempre preventivato. Almeno se volete fare le cose seriamente.
Poi si passa alla ricerca degli indirizzi email degli addetti stampa. E buona cosa rivolgersi a loro, o eventualmente all’addetto stampa preposto al rapporto coi blogger. Consultate i siti online degli editori e cercate la pagina contatti. Se non trovate indirizzi specifici mandate magari una mail per esempio alle info @ tal dei tali. Se sono interessati vi rimbalzeranno all’addetto incaricato. E di norma sono interessati, è pubblicità gratuita, se accettate pdf avrete il 90% di probabilità di ottenere in lettura i libri che chiedete. (Sempre che il vostro blog non abbia aperto ieri).
Io sconsiglio dal mandare richieste a tappeto, selezionate le Ce che volete contattare, spulciate il loro catalogo, e scegliete i primi libri che volete richiedere. Non dieci per volta. Uno o due basteranno.
Alle blogger piace leggere e scrivere, se non fosse così farebbero altro, ma devono difendere il loro tempo e dare la priorità alle collaborazioni retribuite. Recensire libri è per la maggior parte delle blogger poco più che un hobby ricordatevelo sempre. Un hobby che può portarvi tante soddisfazioni, ma quasi mai monetarie, almeno nella mia esperienza. A questo proposito vi rimando al post I blogger se contattati per una recensione a richiesta devono essere pagati? Anche se naturalmente c’è sempre la possibilità che vi assuma un giornale o una rivista, e allora sì sarete pagati per recensire libri.
Chiarito questo ancora uno o due consigli che vi potranno essere preziosi, ricordatevi che gli addetti stampa sono esseri umani, come voi, un giorno possono avere il mal di testa e trattarvi meno gentilmente del solito, o non rispondervi, o gli potete essere cordialmente antipatici. Mettete tutto in conto, e ricordatevi che l’educazione può fare miracoli in certi casi.
Concludo col dire che il comportamento scorretto di uno danneggia tutti, quindi siate responsabili. Date della vostra categoria una buona immagine, difendetevi tra voi, fate squadra. Non vi boicottate. Non parlate male di altre blogger con gli addetti stampa, soprattutto. Le cose si vengono sempre a sapere e vi farete il vuoto intorno, o perlomeno la fama di blogger pestine su cui non fare affidamento. Un buon karma vi aiuterà ad avere una lunga carriera felice. Buona vita a tutti!

Siete d’accordo? Avete altri consigli? Partecipate con la vostra personale esperienza nei commenti.

Forse può interessarti: Come diventare un recensore di libri, (retribuito)

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: La pietra del vecchio pescatore di Pat O’Shea (TEA 2017) a cura di Elena Romanello

8 novembre 2017

La pietra del vecchio pescatoreTea ripropone dopo una trentina d’anni uno dei titoli fantasy che introdusse al genere molti dei ragazzi e ragazze degli anni Ottanta: La pietra del vecchio pescatore di Pat O’Shea, uscito sull’onda del successo de La storia infinita di Michael Ende ma non certo un suo clone, anche se c’è un’idea simile di partenza, sviluppata in maniera diversa.
Al di là dell’effetto nostalgia canaglia, che funziona sempre, non si può che essere felici per questo ritorno in libreria, e immergersi in un mondo ambientato in una delle terre iconiche della fantasia per antonomasia, l’Irlanda, perfettamente sospesa tra realtà e immaginazione, dotata di un patrimonio di miti, fiabe, leggende, creature fantastiche tra i più ricchi forse al mondo.
Pidge e Brigit, fratello e sorella, vivono felici in una vallata dell’Isola di Smeraldo, tra giochi, esplorazioni, rimproveri della zia Bina e attese del papà, spesso fuori per lavoro. Un giorno i due ragazzini mettono le mani su un vecchio e malconcio libro e varcano la sottile soglia che separa il mondo reale da quello fantastico. Li aspetta una missione fondamentale per salvare la loro dimensione e l’altra, recuperare, per conto di un’antica divinità irlandese, una pietra macchiata di sangue, prima che cada nelle mani della Morrigan, la Regina del Male a tre teste, dea celtica della guerra.
Nel loro viaggio iniziatico che affonda le sue radici nelle fiabe, Pidge e Brigit incontreranno vari personaggi, animali e non: la somarella Serena, il misterioso Vecchio Pescatore, i due amici Patsy e Boodie, che mostreranno poi chi sono realmente, la volpe Cutu, in un mondo di inganni, labirinti, porte magiche, laghi tenebrosi, creature ostili, incantesimi che hanno intrappolato innocenti e non, in un microcosmo che nasce dalle colline irlandesi per andare oltre e svelare un mondo e un’avventura fantastica.
Una fiaba per tutte le età, da rileggere se la si è letta negli anni Ottanta, magari come prima porta per entrare in mondi fantastici, e da scoprire oggi per chi è nato dopo, e ha scoperto il fantasy grazie magari a Harry Potter.
Tra viaggio fantastico, avventura, folklore irlandese, antiche tradizioni, ironia, La pietra del vecchio pescatore si rivela un classico del genere, capace di avere ancora molto da dire oggi, in qualunque modo lo si legga, con nostalgia, passione, interesse verso un nuovo mondo.

Pat O’Shea (1931-2007) è nata a Galway, in Irlanda, dove è cresciuta in mezzo a storie e personaggi molto simili a quelli che si incontrano nel suo primo romanzo, La Pietra del Vecchio Pescatore, alla cui stesura ha dedicato ben 13 anni: pubblicato nel 1985 e tradotto in numerose lingue, è considerato uno dei grandi classici della letteratura fantastica.

Source: acquisto dell’edizione originale Longanesi negli anni Ottanta.

:: Notizie dai lettori

8 novembre 2017

E’ finalmente arrivato a Antonella il libro vinto grazie al Giveaway dedicato ai Tre Moschettieri, di Alexandre Dumas, ne abbiamo le prove!

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:: Gli scrittori parlano dei loro libri: A proposito di Un giorno di festa di Enrico Pandiani

8 novembre 2017

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Ho cominciato a pensare a questo sesto romanzo di Mordenti il giorno dopo la strage del Bataclan. In quella nefasta occasione, nefasta per i parigini, per l’Europa, per chi ci vive e per coloro che vengono a cercare un futuro qui, arrivando da fuori, in quell’occasione, dicevo, mi trovavo a Parigi e ancora adesso ricordo la doccia fredda delle notizie in televisione. Il giorno seguente, un’amica che vive lì da trentacinque anni, mi ha chiamato per chiedermi di andare a bere un bicchiere. Era evidentemente sconvolta e aveva bisogno di parlare.
Per farla breve, ci siamo trovati entrambi seduti a un tavolino fuori dalla Bonne Bière, uno dei due locali davanti ai quali gli assassini avevano ucciso le prime sei persone. Alle nostre spalle i vetri erano forati dai proiettili e davanti a noi alcune transenne coperte di foto e di fiori erano un segno eloquente del tipo di atmosfera che si respirava in città. Poco più in là, un locale crivellato di colpi era chiuso dai sigilli della Polizia.
In quel momento, mi sono messo a pensare a chi potesse giovare che noi si debba vivere in questo modo. Qui da noi ancora non è successo nulla, ma in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Belgio e in Spagna, cose simili te le puoi aspettare da un momento all’altro. A Parigi, per entrare in un qualsiasi negozio di medie dimensioni, devi passare le forche caudine dei metal detector e quelle dei sorveglianti che ti frugano nella borsa. Non parliamo dei musei, dove ormai sono in vigore le stesse procedure degli aeroporti. E tutto questo lo accettiamo supinamente, senza farci alcuna domanda in proposito.
Quindi, a chi giova che la gente debba vivere così? A chi fa gioco che tutte le nostre libertà personali abbiano subito una stretta bestiale? Non ho una risposta certa, ma so che qualcuno tutto questo lo cavalca e lo fa per ottenere attenzione, voti, potere e denaro. O per impedire che le persone possano convivere, raccontarsi le proprie storie e integrarsi fra loro.
Da questi pensieri frustrati, è nato Un giorno di festa. Ciò che succede nel romanzo è naturalmente una metafora, ma tenta in qualche modo di dare una possibile risposta. C’è una sola parte della società che può avere dei benefici da questa situazione e non sono certo i cittadini.
Il romanzo parte da un’uccisione, che coinvolge Leila, una delle donne de les italiens, e prosegue con una corsa contro il tempo che Mordenti e compagni dovranno fare per cercare di impedire una strage.
La sensazione che volevo dare è quella dell’incertezza, la frustrazione in cui ci si può trovare quando non puoi sapere chi siano i tuoi nemici. Quando ogni soluzione potrebbe essere quella giusta, ma, nel contempo, essere sbagliata e chi ti dovrebbe aiutare, ti mette invece i bastoni tra le ruote.
E poi ci sono i luoghi e spesso è ciò che vedi a farti venire in mente storie e situazioni. A volte basta descriverle, altre volte bisogna renderle paradossali. Scrivere Un giorno di festa, come tutte le volte che ho dovuto dar voce a Mordenti, è stato divertente e coinvolgente. Non riesco mai a capire se in lui ci sia una parte di me o se sia piuttosto il contrario. Ma una cosa è certa questa sua corsa forsennata, la sua incertezza, la paura che qualcuno potesse farsi male, sono anche le mie.
Del resto, come dice Pierre a un certo punto, “Il tempo se ne sbatte di te e dei tuoi morti, o gli stai dietro oppure ti attacchi. Tanto, presto o tardi, con lui perdiamo tutti.”

:: Inferno – Il mondo in guerra 1939-1945 di Max Hastings (BEAT 2017) a cura di Viviana Filippini

8 novembre 2017

infernoil mondo in guerraTutti, almeno così dovrebbe essere, abbiamo letto e studiato la Seconda guerra mondiale che scosse il globo terrestre dal 1939 al 1945. Per quanto ricordo, il mio fu uno studio fatto di nomi di persone, di luoghi e di date in successione. Un apprendere un po’ troppo meccanico che non mi permise di comprendere a fondo il dramma che travolse l’umanità intera. Poi, per fortuna esistono libri che raccontano quel dramma portandoti a contatto con chi lo visse. Uno di questi è “Inferno. Il mondo in guerra 1939-9145” di Max Hastings, edito da Beat. Il volume, sono quasi 900 pagine, racconta sì le vicende del secondo conflitto mondiale e i diversi fronti sui quali esse si insediarono, ma il tutto è fatto in modo diverso. Il testo di Hastings narra la guerra attraverso le esperienze umane di coloro che le vissero sulla propria pelle. Pagina dopo pagina, attraverso frammenti di vita di persone comuni, scopriamo come tutti coloro che furono coinvolti nel conflitto (dal soldato delle prima linea, alla maestra di scuola elementare, passando per il ragazzino rimasto a casa con la madre) fossero uniti da un unico e urgente bisogno: sopravvivere alla devastazione che imperava ovunque. Hastings presenta il conflitto che tormentò il mondo dal 1939 al 1945 come un vero e proprio inferno che travolse l’intero pianeta. Dall’invasione della Polonia, ai campi di sterminio, alle bombe atomiche, l’autore non esclude nulla e si concentra anche su fronti della guerra che non sempre sono stati accuratamente analizzati, come l’India, la Cina o il ruolo della Russia nel Nord Europa. Quello che emerge dal libro di Hastings non sono solo tanti interrogativi su come la Seconda guerra mondiale è stata condotta, ma ci sono anche riflessioni sui ruoli svolti dai diversi attori (Stati e Nazioni) coinvolti in essa. Pagina dopo pagina si alternano eventi bellici e storie di vita di essere umani (militari e non) le cui esistenze furono per sempre sconvolte. Tanto è vero che molti soldati, non si resero conto che una volta tornati a casa, la loro vita post bellica sarebbe stata in un certo senso influenzata dallo schieramento di appartenenza che avevano avuto sul campo di battaglia. Altro aspetto che impressiona è il numero dei morti che ebbe ogni Paese coinvolto, basti pensare che “tra il settembre del 1939 e l’agosto del 1945, 27.000 persone in media morirono a causa della guerra”. Questa era la media giornaliera, per il dato complessivo fate due calcoli e avrete il numero completo della catastrofe dello scontro. “Inferno. Il mondo in guerra 1939-1945” di Max Hastings è come una sorta di calamita, nel senso che una volta che lo si comincia a leggere, questo libro ti tiene incollato alla Storia raccontata attraverso le storie dei tanti individui da essa travolti. Hastings ci fa scoprire le vicende di coloro che, volontariamente o no, presero parte ad una delle pagine più sanguinose ìdel corso storico, dove il livello di odio e di disumanità verso il prossimo raggiunse livelli incalcolabili. Traduzione Roberto Serrai.

Max Hastings scrive per il “Daily Mail” e il “Financial Times”. Ha ricevuto numerosi premi per i suoi libri e le sue inchieste – Reporter of the Year nel 1982 e Editor Of The Year nel 1988. Nel 2008 ha ottenuto la Medaglia Westminster per il suo contributo alla letteratura militare, e nel 2009 l’Edgar Wallace Trophy del Press Club di Londra.Ha presentato numerosi documentari televisivi ed è stato insignito di lauree honoris causa dalle università di Leicester e Nottingham. È stato promotore e presidente della Campagna per la protezione dell’Inghilterra rurale (2002-2007) e curatore e amministratore della National Portrait Gallery (1995-2004). Ha sessantasei anni e vive con la moglie nel West Berkshire.”

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

:: Qualche domanda agli autori della graphic novel “Marathon” (Newton Comics 2017)

7 novembre 2017

Ai nostri lettori più fedeli non sarà di certo sfuggito il post di Elena Romanello che segnalava l’uscita delle prime due graphic novel che la casa editrice Newton Compton ha dato alle stampe, tratte dai suoi bestseller più famosi. A noi l’idea è piaciuta particolarmente e abbiamo pensato oltre che a recensirli, nei prossimi giorni, anche a fare alcune domande agli autori dei romanzi da cui hanno tratto i soggetti e ai disgenatori, per confrontare stili e filosofia.

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Oggi iniziamo con Marathon – La battaglia che cambiò la storia, una splendida graphic novel in bianco e nero con copertina a colori tratta dal romanzo storico omonimo, uscito nel 2014, di Andrea Frediani, adattata da Lucio Perrimezzi (Tunué, Noise Press, Passenger Press) per la sceneggiatura e Massimiliano Veltri (Marvel Comics, Gazzetta dello sport, Titan Comics) per le illustrazioni.

Maratona 490 a.C., il primo assalto dell’impero persiano alla Grecia
480 a.C. La flotta greca attende con ansia di conoscere l’esito della battaglia che si combatte alle Termopili, tra gli uomini del gran re Serse e i 300 eroi guidati da Leonida. Su una delle navi, Eschilo, in servizio come oplita, riceve la visita di una donna misteriosa, che gli racconta la sua personale versione della battaglia di Maratona, alla quale lo stesso poeta aveva partecipato dieci anni prima. I ricordi dei due interlocutori si intrecciano per ricostruire le verità mai raccontate del primo combattimento campale tra Greci e Persiani. Prende vita così il racconto di una delle battaglie più importanti della storia, e soprattutto di quel che accadde subito dopo, quando gli araldi corsero ad Atene per comunicare la vittoria greca prima che i sostenitori dei Persiani aprissero le porte agli invasori. Narrato in tempo reale, Marathon è la potente e incalzante cronaca di una battaglia e di una corsa: una corsa in cui i tre protagonisti mettono in gioco la loro amicizia e la loro stessa vita, per disputarsi l’amore di una donna, ma anche per scoprire i limiti delle proprie ambizioni, in una sfida che cresce d’intensità fino al sorprendente epilogo.

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Curiosi di saperne di più dagli autori? Abbiamo fatto tre domande a testa a Andrea Frediani e al disegnatore Massimiliano Veltri. Eccole!

Tre domande a Andrea Frediani

Benvenuto Andrea, dovrei dire bentornato, ricordo di averti intervistato per il mio blog nel 2012. Cosa è cambiato da allora?

Sebbene abbia continuato a pubblicare saggi, se pur più raramente che in passato, nell’ultimo quinquennio mi sono concentrato più sui romanzi, definendo progressivamente le tre categorie narrative in cui intendo cimentarmi oggi come in futuro: 1) i romanzi storici tout court, “polpettoni” di grande respiro che costituiscono anche l’affresco di un’epoca, con un forte inquadramento storico, personaggi in parte reali e uno sviluppo cronologico molto ampio; ne sono un esempio le saghe “Gli invincibili” e “Roma Caput Mundi”, che dipingono un’epoca ben precisa attraverso le storie dei protagonisti e delle loro dinastie; 2) i romanzi d’avventura, di cui è un esempio l’ultimo, “Missione Impossibile”, così come il “Marathon” da cui è stato tratto il graphic novel, dove la vicenda ha una certa unità di tempo e di luogo, i personaggi sono spesso inventati, il ritmo è serrato e il contesto storico solo uno sfondo davanti al quale agiscono i protagonisti; 3) i thriller storici, come “Il custode dei 99 manoscritti” e il romanzo che sto scrivendo attualmente, in cui prendo spunto da un fatto storico poco documentato per sviluppare una vicenda in tempo reale di intrighi, omicidi e misteri, sempre con cadenze molto rapide. Ma più di ogni altra cosa è cambiato il fatto che, nel frattempo, io sono diventato un grande appassionato di serie TV e questo mi sta aiutando tantissimo nel costruire storie avvincenti e nel rendere i miei romanzi sempre più pieni di colpi di scena.

Chiedo anche a te come hai accolto l’idea di trasformare il tuo romanzo Marathon- Una battaglia che ha cambiato la storia in graphic novel?

Mi è stato chiesto dall’editore quale dei miei tanti romanzi avrei visto meglio trasformato in fumetto e ho risposto senza esitare “Marathon”! (Ma non avevo ancora scritto “Missione impossibile”, che avrei preso in considerazione). E non perché lo consideri il migliore, tutt’altro. semplicemente, per ritmo e tematica me lo figuravo molto efficace su tavola, anche se avevo un po’ paura che il montaggio parallelo tra battaglia e corsa rischiasse di risultare poco chiaro nelle vignette. Ma devo dire che gli autori sono stati fantastici e lo hanno reso come meglio non si poteva. Quando l’ho letto mi sono commosso; credo di aver provato la stessa emozione che prova uno scrittore quando vede il proprio libro trasposto in film…

A che pubblico pensi possa interessare. Come ti immagini i lettori che lo leggeranno?

Non sono sicuro di poter rispondere a questa domanda. Immagino che lo compreranno coloro che hanno apprezzato il romanzo, innanzitutto. E poi, coloro che amano i fumetti storici; mi risulta che in Francia siano tantissimi, in Italia un po’ meno. Ma soprattutto, spero che lo comprino i ragazzi affascinati dalla vicenda dei tre amici che competono per l’onore e per l’amore di una donna, e dalla resa spettacolare dei disegni di una delle battaglie più celebri della storia.

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Tre domande a Massimiliano Veltri

Trasformare un romanzo storico in una graphic novel non deve essere semplice. Quali sono stati i tuoi maestri di riferimento, a che disegnatori ti sei ispirato?

No, non lo è stato… un pò per la mole di lavoro, significativa, specie se rapportata ai tempi non lunghissimi di lavoro, un pò per la natura stessa del prodotto che, essendo appunto l’adattamento di un romanzo storico, ha richiesto molta attenzione nella riproduzione di tutto quello che avesse una dimensione storica effettiva come ad esempio costumi, mezzi di trasporto e ambientazioni.
Per quanto riguarda gli autori di riferimento, ne ho diversi… diciamo che, per esempio, sulla mia scrivania c’è sempre qualcosa di Sean Murphy, per la potenza e la ricchezza delle composizioni, Tommy Lee Edwards, per la spontaneità delle soluzioni grafiche e Sergio Toppi per la sua eleganza… ma ce ne sono davvero tanti altri che amo e studio di continuo… Ovviamente, in questo caso specifico, date le tematiche, ho dato un occhio anche a 300 di Frank Miller.

Mi ha colpito molto la bellezza del bianco e nero, i volti, la stilizzazione dei corpi. Ritieni che sia più difficile attirare l’attenzione dei lettori così che con immagini a colori?

Innanzitutto grazie per il tuo apprezzamento… per quanto riguarda il resto, ti dico che le due cose lavorano in modo sinergico, per cui, il colore, ove presente, sicuramente aiuta il disegno nel suggestionare gli occhi del lettore. E’ altrettanto vero però, che il tipo di disegno cambia anche in base alla presenza o assenza del colore, per cui, se stai lavorando su delle tavole che sai resteranno in bianco e nero, adatti delle soluzioni grafiche e dei bilanciamenti fra chiaro e scuro che comunque possano rendere accattivante la tavola già al primo colpo d’occhio.

Quale parte del tuo lavoro hai trovato più difficile? Ti ha richiesto più lavoro e ricerca di soluzioni anche insolite? Raccontaci un aneddoto della lavorazione.

Credo che le cose più impegnative siano state il lavoro di ricerca e la gestione di scene collettive frequenti, anche all’interno della stessa tavola, che comunque non appesantissero la lettura. Per quanto riguarda l’adozione di soluzioni insolite invece, è stata una delle cose più divertenti. Non avendo limiti compositivi, ho potuto giocare liberamente con la sceneggiatura di Lucio Perrimezzi adottando dei layout e delle soluzioni grafiche che potessero semplificare la lettura e al contempo renderla più accattivante.
In tal senso ti dico che il dialogo con Lucio è stato costante e che credo mi abbia mandato diverse “maledezioni”.

:: La lista dei venticinque romanzi noir candidati al Premio Scerbanenco 2017

7 novembre 2017

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La lista dei venticinque

1. Erica Arosio & Giorgio Maimone
Cinemascope, Tea

2. Biagio Bolocan
Il traduttore, Feltrinelli

3. Luigi R. Carrino
Alcuni avranno il mio perdono, E/O

4. Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luca Panella
I fantasmi dell’impero, Sellerio

5. Luca D’Andrea
Lissy, Einaudi

(more…)

:: Free Book #Giveaway: Diciamolo in italiano: l’abuso dell’ inglese nel lessico dell’ Italia e incolla di Antonio Zoppetti

7 novembre 2017

Buongiorno lettori per iniziare i festeggiamenti per i 10 anni del blog indico un nuovo giveway e metto in palio una copia cartacea, gentilmente messa a disposizione dall’ editore Hoepli e dall’autore, di Diciamolo in italiano: l’abuso dell’ inglese nel lessico dell’ Italia e incolla di Antonio Zoppetti:

diciamolo in italiano

Come si partecipa?

E’ semplice: commentando questo post con i motivi per cui vi interessa questo libro. Tra tutti sarà estratto il vincitore.

Alcune regole:

  • Possono partecipare a questo giveaway tutti i lettori di Liberi (maggiorenni) residenti in Italia (non effettuerò spedizioni all’estero).
  • Si partecipa commentando questo post secondo le modalità sopra riportate.
  • Nessun acquisto è necessario. Ogni persona può partecipare con un solo commento.
  • Il libro è messo a disposizione dall’ editore Hoepli, io mi occuperò della spedizione.
  • Il vincitore non è obbligato a recensire il libro. Se lo recensite sul vostro blog, segnalate che l’avete ricevuto gratuitamente tramite il blog Liberi di scrivere.
  • Il giveaway apre oggi martedì 7 novembre e termina lunedì 27 novembre. Il vincitore sarà avvertito per email lunedì 27 novembre e dovrà fornire un indirizzo valido per la spedizione.
  • C’è una soglia minima di partecipanti: devono partecipare almeno 10 lettori altrimenti il giveaway sarà annullato (e io mi tengo il libro 🙂 )
  • Gradita, ma non obbligatoria, una foto che testimoni il ricevimento del libro.

Per approfondire: leggi la nostra recensione qui

Ho effettuato l’estrazione: vince Antonella Montesanti.

:: Blog tour Eclissi di Ronnie Pizzo: TAPPA 1 – La luna

7 novembre 2017

cover_fronteOggi sono felice di ospitare la prima tappa del blogtour dedicato all’uscita della novella Eclissi di Ronnie Pizzo, un’ opera autopubblicata di genere mystery / soprannaturale.

Ma vediamo di scoprire qualcosa di più sull’autore:

Ronnie Pizzo – no, non è uno pseudonimo – è nato alla fine degli anni ’70 in un paesino del Piemonte. Da bambino voleva essere uno dei Goonies, e anche da grande non ha smesso di cercare il tesoro di Willy l’orbo. Oggi cucina, scrive e sogna di diventare un vichingo. Ama i luoghi gelidi ma non le persone fredde; viaggia alla ricerca di nuove storie e le racconta agli altri per convincerli a fare lo stesso.
Ha pubblicato qualche saggio e qualche romanzo (l’ultimo è La colonna di Antanacara, primo volume di una trilogia fantasy pubblicata da Gainsworth Publishing), tenuto corsi di scrittura creativa, collaborato con case editrici e organizzato eventi letterari un po’ con chiunque, perché non si direbbe ma è davvero un ragazzo simpatico. Lo scorso anno ha iniziato un nuovo progetto, il “Viaggio del Sogno Premonitore”, che racconta su Facebook e Instagram.
Eclissi è la sua prima pubblicazione self, e per ora fare l’editore gli piace parecchio.

E ora a lui la parola:

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“Da dove comincio?”
Questa è una delle domande che mi faccio più spesso. Se ho una nuova storia, o un articolo o un progetto, il dramma dell’incipit è sempre puntuale nel presentarsi alla soglia del mio pensiero. Suppongo sia così per chiunque, ma ognuno trova un modo diverso per affrontarlo.
Io ho due soluzioni: procrastinare fino a quando è così tardi che devo costringermi con le cattive a risolvere; oppure impormi di scrivere di getto e proseguire fino alla fine, per poi tornarci sopra a sistemare il macello.
Con gli anni, e la vecchiaia, il mio rapporto con le storie si è fatto più amichevole. Ci capiamo subito e riesco a entrare in confidenza col testo molto velocemente. Il discorso cambia se devo scrivere altro: post social o per il blog, newsletter e testi didattici. In questi casi, la difficoltà si manifesta senza alcuna pietà. Come ora, con l’inizio del blog tour di Eclissi.
Va bene, la smetto. Smetto di girarci intorno e comincio, tanto ho già rotto il ghiaccio e sono caduto di sotto. Ora posso parlarvi di come è nata la mia novella.
Il titolo è chiaro e non lascia spazio a fraintendimenti: la protagonista è proprio lei, l’eclissi di sole dell’11 agosto 1999.
L’ho vissuta in prima persona (voi dove eravate?) e ha lasciato un segno indelebile nella mia vita. L’Italia non è stata toccata dall’epicentro, purtroppo, ma si è arrivati comunque a un 90% scarso di copertura, sufficiente a regalare un’inquietante atmosfera tenebrosa, tinta di un intenso giallo scuro.
In Europa la fascia totale ha interessato l’Inghilterra del sud-ovest (Cornovaglia), il nord della Francia, il sud del Belgio, la Germania del sud (Baviera), l’Austria centrale (Salisburghese e Stiria), le parti centrali dell’Ungheria e della Romania e la parte nord-orientale della Bulgaria. Oltre, è proseguita toccando la Turchia, la Siria, l’Iraq, l’Iran, il Pakistan e l’India, terminando nel Golfo del Bengala.
Quel giorno mi trovavo davvero all’interno della Caserma La Marmora, nel quale è ambientata la novella. Erano le ultime settimane del mio servizio di leva obbligatoria e la maggior parte degli altri commilitoni erano in trasferta ai campi estivi.
Fosse accaduta d’inverno, non sarebbe stata la stessa cosa, non avrei avuto a disposizione un luogo come quello, ricco di suggestioni e persino libero dalle regolari attività di ogni giorno. Me la sono goduta, in ciabatte, pantaloncini corti e t-shirt verde d’ordinanza. Una birra allo spaccio, uno dei balconi al secondo piano solo per me, una mascherina da saldatore presa in prestito in officina e l’emozione a mille.

Il fascino di alcuni fenomeni naturali è indiscutibile e fin da bambino ho sempre avuto un debole per tutto ciò che ha a che fare con la dualità: bianco e nero, luce e oscurità, bene e male. Da buon idealista, amavo e odiavo gli estremismi, e non concepivo le mezze misure. Quando sono stato chiamato per svolgere il servizio militare, ero esaltato e terrorizzato al tempo stesso, e la cosa incredibile è che fu un’esperienza in grado di soddisfare entrambe queste emozioni. Proprio come l’eclissi, l’unione perfetta di due opposti.
Ognuno di noi è combattuto e dilaniato da una marea di contraddizioni e ambiguità, nel carattere, nelle ambizioni, nel rapporto con gli altri e con la propria essenza. Ognuno di noi ha una luna in grado di oscurare l’immagine che cerchiamo di imporre al mondo, ma allo stesso tempo di renderci, nel breve istante in cui si sovrappone a essa, esseri umani veri.
L’idea di raccontare quell’episodio vissuto in caserma, di prendere uno dei miei ricordi più forti e trasformarlo in una storia, è nata qualche mese dopo la prima tappa del mio progetto del Viaggio del sogno premonitore.
Nell’agosto 2016 sono partito con Falkor, il mio compagno di avventure (un lupetto ferocissimo), alla volta dell’Alvernia, una regione della Francia che non avevo ancora visitato, e in particolare di un santuario costruito in cima a un antico dito di rocca vulcanica, protagonista del mio sogno.
Quello che è successo lì, in quei giorni, è stato così emozionante e incredibile da convincermi, una volta tornato a casa, ad andare a fondo, a inseguire la pista che mi si era rivelata.
E l’eclissi? Semplice. Era comparsa sia nel sogno, sia su un foglietto scovato durante il viaggio e sul quale era scritta una data: 11 agosto 1999, appunto.
I ricordi della caserma e di quella lontana giornata sono riemersi con così tanta prepotenza da non poterli ignorare. E allora mi sono detto: è ora di tornare a scrivere! Un raccontino breve, una cosa veloce, qualche pagina per aiutare me stesso e chi mi segue a entrare nell’atmosfera giusta, nell’attesa di affrontare la prossima tappa del viaggio.
Ebbene, è passato un anno… e la seconda tappa s’è già conclusa, con suggestioni e rivelazioni inaspettate. Il raccontino, invece, mi ha fatto dannare, ma è diventato un libro, un racconto lungo e denso di ossessioni, contrasti e chiaroscuri.
Non ho resistito. Non sono una persona che si accontenta facilmente. Quando i miei ricordi sono esplosi, ho dovuto dar loro ascolto.

Pagina di presentazione del Viaggio: qui
Recap seconda tappa: qui
Articolo di presentazione della novella: qui

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:: Diciamolo in italiano: l’abuso dell’ inglese nel lessico dell’ Italia e incolla di Antonio Zoppetti (Hoepli 2017)

6 novembre 2017

diciamolo in italianoChe cos’è l’itanglese? Una moda? Un segno di provincialismo? Un fatto di pigrizia? Di superficialità? Un espediente per pavoneggiarsi davanti agli interlocutori? Per intimidirli? Per ingannarli? È il latinorum contemporaneo? Un effetto collaterale dell’importare pratiche, discipline e tecnologie nate e sviluppate altrove, senza riuscire a farle davvero nostre? O si tratta del segno che l’italiano di molti italiani è, come afferma in questo libro Antonio Zoppetti, fragile?

[dalla prefazione di Annamaria Testa]

Un interessante e approfondito studio del destino della nostra lingua, partendo dall’ingresso nel nostro vocabolario dei termini inglesi affiancati a quelli francesi nell’ Ottocento, fino ad arrivare alla brusca accelerazione quasi incontrollata degli ultimi decenni.

Il come è avvenuto, il perché ha avuto questo terreno così fertile in Italia, le differenze con gli altri paesi – soprattutto Francia e Spagna dove si sono posti dei limiti più rigidi a questa invasione tanto repentina quanto inarrestabile – sono solo alcuni degli spunti che vengono affrontati durante la lettura di quest’opera che, fatta salva forse un’eccessiva ridondanza di numeri e dati statistici (chiaramente anche necessari a definire la portata di tale evento), contribuisce ad approfondire un fenomeno che è sempre più pervasivo e al tempo stesso anche fastidioso, forse perché indicatore di un senso di inferiorità verso una lingua che appare più avanzata, più prestigiosa e più calzante con la realtà di oggigiorno.

Va tutto bene? Ci sono dei pericoli? L’italiano è destinato a diventare un dialetto d’Europa? Si può ancora intervenire in qualche maniera? Questi ed altri interrogativi sono approfonditi dall’ autore ed alcune possibili soluzioni vengono suggerite in modo che ognuno di noi possa fare una riflessione obiettiva e razionale sul come comunichiamo e su come potremo farlo in futuro senza snaturare la nostra preziosa lingua che dovrebbe essere vista come un punto di forza e un marchio di qualità anziché un idioma in fase di obsolescenza.

Antonio Zoppetti si occupa di lingua italiana come redattore, autore e insegnante. Nel 1993 ha curato il riversamento digitale del Devoto-Oli, il primo dizionario elettronico italiano. Nel 2004 ha vinto il Premio “Alberto Manzi” per la comunicazione educativa. Ha scritto vari libri di linguistica e alcuni manuali di italiano pubblicati da Hoepli.

Source: libro inviato dall’ autore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa Hoepli.

:: Considerazioni sulla poesia, a cura di Savino Carone (prima parte)

6 novembre 2017

montale

Eugenio Montale

Posta di fronte alla svolta degli anni, la maggior parte dei poeti italiani ha risposto sostanzialmente in due modi distinti – ciascuno dei quali responsabile di una varietà di posizioni di poetica e di ricerca stilistica. Non due linee, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione Strutturalista e post-romantica.

Naturale quindi che a un primo livello questo ricorso a una idea sorgiva, innocente e metastorica di poesia, questo mito delle origini, abbia prodotto (specialmente alla fine degli anni Settanta) formule espressive volutamente semplici, dirette, elementari, assestate sul linguaggio parlato e su uno stile volutamente al risparmio. Pochi tropi, sintassi facile, lessico vicino allo standard, metricità debole (la poesia selvaggia, ma in fondo anche l’esperienza apparentemente diversa di «Scarto minimo», e la scuola romana che riscopre Sandro Penna). In scena spesso un io narcisista e anarchico, che si denuda e si dà fuoco in pubblico (Alda Merini, Attilio Lolini, Patrizia Cavalli, Dario Bellezza).

Nella stessa direzione, ma a un più alto livello di anacronismo, c’è chi ha ricominciato a interpretare l’atto del poetare come valore assoluto. Riprende forma il disegno di una poesia ad alta voce, priva di inibizioni e immune dall’ironia, che punta dritta all’estasi: tentativo ambizioso di liberarsi dei dubbi e delle autocritiche attraverso un atto di fede nelle ragioni occulte e sciamaniche dell’andare a capo. Un tipo di poesia che rifiuta la vergogna e si colloca dalla parte degli archetipi (Conte, Mussapi, Carifi); che accetta e anzi esibisce un’identità elitaria. Una scrittura che si vuole fuori dalla contingenza, ma che ha saputo fornire, in qualche caso, delle fotografie straordinariamente esatte della società che storicamente l’ha prodotta: penso a Somiglianze di Milo De Angelis, forse il miglior ritratto letterario (non solo poetico) di quegli anni.

La seconda, di tipo disforico, è emersa soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e ha contrassegnato a lungo i Novanta. Essa non nega ma al contrario prende atto della frattura intervenuta nella dialettica storica, induce molti poeti ad assumere un atteggiamento ed uno stile ‘postumi’ rispetto alla modernità; a usare la tradizione contro la tradizione, a testimoniare un’angoscia e un lutto.

Adoperando metaforicamente il vocabolario della psicanalisi, si potrebbe parlare in questo caso di una specie di nevrosi della fine, incarnata in moduli spesso manieristici, o barocchi, comunque culturalmente sovrassaturi e formalistici, agli antipodi dell’antintellettualismo della posizione precedente. Il mito delle origini rimuove la crisi; la nevrosi della fine “parla con la crisi, servendosene”. Qui non si cerca o non si finge l’immediatezza, il recupero del sacro, al contrario, si valorizza con intenti di straniamento la mediazione culturale, la citazione e il montaggio, il distacco laico, l’artificio. Si esalta ad esempio il lato artigianale della versificazione, aumentando il tasso figurale; si valorizza specialmente l’esercizio metrico e retorico (in qualche caso, la grana dialettale della lingua). Le regole stesse dell’andare a capo sono desunte dalla tradizione letteraria, anche premoderna – ma con effetto paradossalmente postmoderno. E’ un ambito in cui prevalgono colori freddi, malinconici, spesso senili, anche se vi si sono riconosciuti, magari saltuariamente, non solo poeti effettivamente anziani (Giudici, Sanguineti, Zanzotto, Fortini, Raboni), ma anche generazioni più giovani: Valduga, Held, Nove, Frasca; la corrente neometrica del Gruppo 93; fino forse ad autori di più recente esordio come Italo Testa.

Se il mito delle origini prevede un risparmio semiotico, ma non emotivo, la nevrosi della fine fa incetta di segni, ma emotivamente rimane sulle sue. Allude invece a un significato ironico, in senso romantico: Paesaggio con serpente e Composita solvantur di Franco Fortini rappresentano probabilmente i capolavori di questa posizione, che complessivamente ha prodotto versi inclini alla cupezza più che al gioco letterario; le sue ambizioni sono state meno decorative che parodiche. Come il recupero dei vincoli tradizionali non ostacola ma anzi consente la loro violazione, così la chiusura e lo splendore della forma ritrovata si accompagna volentieri a referenti bassi e a significati polemici. Nella nevrosi della fine antipoesia e poesia al quadrato si trovano spesso mescolate insieme – ma quello che negli anziani è stato soprattutto manierismo, e quindi adesione oltraggiosa al passato, nei giovani si è tinto di distanza: la componente più esplicitamente adorniana di questo “ritorno alle forme” coltiva una matrice anti-edipica, in senso deleuziano. Ripulsa dei padri e diffidenza verso la letteratura come istituzione sembrano psicologicamente alla base di molta poesia nata culturalmente dopo. La mia impressione è che mito delle origini e nevrosi della fine insistano ad agire sulla scena letteraria italiana degli anni Zero. Continueranno a farlo, probabilmente, finché non si imporrà un diverso paradigma storico, capace di ripensare la categoria di ‘nuovo’ e ricomporre una efficace, attendibile nozione di progresso nelle arti. Per adesso il quadro delle proposte formali continua ad arricchirsi, ma la dialettica che le alimenta non è sostanzialmente mutata.

Vediamo all’opera da un lato uno sforzo di limatura delle parti consunte del gergo della lirica moderna – una ricerca di ‘poesia senza letteratura’, e quasi senza stile, che rinvia indirettamente a un indicibile mito delle origini. Dall’altro si profila un ritrovato interesse per i ferri del mestiere, le marche letterarie di generi non poetici e non monologici, che fa pensare alla nevrosi della fine – soprattutto se si considera che il movimento centrale della lirica moderna è stato spesso centrifugo rispetto all’idea della poesia come genere (e del ritmo come metro tradizionale). Il fatto nuovo è che mito delle origini e nevrosi della fine sembrano oggi incontrarsi in un punto decisivo: il tentato recupero di meccanismi di comunicazione e di interazione chiara con il pubblico – al riparo dal gergo opacizzato della tradizione moderna, in un guscio di leggibilità che legittimi l’esistenza di chi sa o sente di scrivere in assenza di mandato. E’il segno che l’usura del linguaggio poetico, la perdita del mandato sociale del poeta, la crisi di visibilità della comunicazione in versi si sono, negli ultimi dieci anni, ulteriormente aggravati.

Io sono veramente preoccupato che non parliamo la stessa lingua”, scrive Dal Bianco in Ritorno a Planaval, “ed è così che ho scritto una poesia dimostrativa (…). Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando”.

Segue nei prossimi giorni la seconda parte.

Nota: Riceviamo e pubblichiamo volentieri. L’articolo rispecchia le posizioni unicamente dell’autore del testo, non necessariamente della redazione.