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:: Inferno – Il mondo in guerra 1939-1945 di Max Hastings (BEAT 2017) a cura di Viviana Filippini

8 novembre 2017

infernoil mondo in guerraTutti, almeno così dovrebbe essere, abbiamo letto e studiato la Seconda guerra mondiale che scosse il globo terrestre dal 1939 al 1945. Per quanto ricordo, il mio fu uno studio fatto di nomi di persone, di luoghi e di date in successione. Un apprendere un po’ troppo meccanico che non mi permise di comprendere a fondo il dramma che travolse l’umanità intera. Poi, per fortuna esistono libri che raccontano quel dramma portandoti a contatto con chi lo visse. Uno di questi è “Inferno. Il mondo in guerra 1939-9145” di Max Hastings, edito da Beat. Il volume, sono quasi 900 pagine, racconta sì le vicende del secondo conflitto mondiale e i diversi fronti sui quali esse si insediarono, ma il tutto è fatto in modo diverso. Il testo di Hastings narra la guerra attraverso le esperienze umane di coloro che le vissero sulla propria pelle. Pagina dopo pagina, attraverso frammenti di vita di persone comuni, scopriamo come tutti coloro che furono coinvolti nel conflitto (dal soldato delle prima linea, alla maestra di scuola elementare, passando per il ragazzino rimasto a casa con la madre) fossero uniti da un unico e urgente bisogno: sopravvivere alla devastazione che imperava ovunque. Hastings presenta il conflitto che tormentò il mondo dal 1939 al 1945 come un vero e proprio inferno che travolse l’intero pianeta. Dall’invasione della Polonia, ai campi di sterminio, alle bombe atomiche, l’autore non esclude nulla e si concentra anche su fronti della guerra che non sempre sono stati accuratamente analizzati, come l’India, la Cina o il ruolo della Russia nel Nord Europa. Quello che emerge dal libro di Hastings non sono solo tanti interrogativi su come la Seconda guerra mondiale è stata condotta, ma ci sono anche riflessioni sui ruoli svolti dai diversi attori (Stati e Nazioni) coinvolti in essa. Pagina dopo pagina si alternano eventi bellici e storie di vita di essere umani (militari e non) le cui esistenze furono per sempre sconvolte. Tanto è vero che molti soldati, non si resero conto che una volta tornati a casa, la loro vita post bellica sarebbe stata in un certo senso influenzata dallo schieramento di appartenenza che avevano avuto sul campo di battaglia. Altro aspetto che impressiona è il numero dei morti che ebbe ogni Paese coinvolto, basti pensare che “tra il settembre del 1939 e l’agosto del 1945, 27.000 persone in media morirono a causa della guerra”. Questa era la media giornaliera, per il dato complessivo fate due calcoli e avrete il numero completo della catastrofe dello scontro. “Inferno. Il mondo in guerra 1939-1945” di Max Hastings è come una sorta di calamita, nel senso che una volta che lo si comincia a leggere, questo libro ti tiene incollato alla Storia raccontata attraverso le storie dei tanti individui da essa travolti. Hastings ci fa scoprire le vicende di coloro che, volontariamente o no, presero parte ad una delle pagine più sanguinose ìdel corso storico, dove il livello di odio e di disumanità verso il prossimo raggiunse livelli incalcolabili. Traduzione Roberto Serrai.

Max Hastings scrive per il “Daily Mail” e il “Financial Times”. Ha ricevuto numerosi premi per i suoi libri e le sue inchieste – Reporter of the Year nel 1982 e Editor Of The Year nel 1988. Nel 2008 ha ottenuto la Medaglia Westminster per il suo contributo alla letteratura militare, e nel 2009 l’Edgar Wallace Trophy del Press Club di Londra.Ha presentato numerosi documentari televisivi ed è stato insignito di lauree honoris causa dalle università di Leicester e Nottingham. È stato promotore e presidente della Campagna per la protezione dell’Inghilterra rurale (2002-2007) e curatore e amministratore della National Portrait Gallery (1995-2004). Ha sessantasei anni e vive con la moglie nel West Berkshire.”

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

:: Jamaica Inn, Daphne du Maurier (BEAT, 2016)

13 dicembre 2016
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Era una giornata fredda e grigia sul finire di novembre. Il tempo era cambiato durante la notte e un vento mutevole aveva portato con sé un cielo plumbeo e una sottile acquerugiola. Benché fossero appena trascorse le due e mezzo, il pallore di una serata invernale sembrava essere già sceso sulle colline, ammantandole di foschia. Sarebbe stato buio prima delle quattro.

Sebbene universalmente conosciuta per Rebecca, la prima moglie, Mia cugina Rachele, La casa sull’Estuario, (fu autrice in realtà di più di una trentina di libri nella sua lunga e fortunata carriera), Daphne du Maurier scrisse anche, nel suo periodo giovanile, un romanzo forse minore, ma di sicuro interesse, intitolato La taverna della Giamaica, che la Beat ripubblica con il titolo originale Jamaica Inn, nella nuova traduzione di Marina Vaggi. E’ un libro del 1936, Daphne aveva quasi 30 anni, e si rifaceva significativamente al romanzo gotico inglese fatto di brughiere, mari in tempesta, nebbie e, sua variante, contrabbandieri. Ebbi modo di leggerlo da ragazzina, nell’edizione del 1963 di Mondadori, tradotta molto poeticamente da Alessandra Scalero, e me ne innamorai. Per cui ho colto l’occasione di poterlo rileggere in questa nuova edizione, sicuramente più moderna e aggiornata, e devo dire, passano gli anni, ma il libro è così bello che non perde il suo smalto. La storia è ambientata nella Cornovaglia ventosa e umida di inizio Ottocento, e narra le vicissitudini di Mary Yellan, giovane orfana che dopo la morte della madre si trova a dover cercare rifugio dalla zia Patience, che vive in un remoto angolo della Cornovaglia tra picchi e scogliere. Un luogo freddo e inospitale, un amore tormentato, un pericolo incombente, insomma c’è tutto per attirare il lettore nelle strette maglie di un libro in cui la suspense e l’inaspettato la fanno da padrone. Non a caso piacque a Hitchcock, il maestro del brivido, che ne fece una trasposizione nel 39 (forse infelice) ma che rafforzò il suo amore e il senso di affinità per questa scrittrice di cui portò sullo schermo Rebecca, la prima moglie e successivamente, molti anni dopo, gli Uccelli, usando come canovaccio un suo racconto. Forse a un pubblico smaliziato dei giorni nostri molte soluzioni possono apparire prevedibili e scontate, ma la bellezza di questo libro credo risieda nell’ atmosfera che sa creare, e nella costruzione di un bellissimo personaggio femminile come quello di Mary Yellan, giovane donna affatto sottomessa o debole, o indifesa. Un personaggio protofemminista se vogliamo, che cresce durante la storia, e perde un po’ di durezza, acquistando una più morbida femminilità e una maggiore comprensione umana su cosa sia il bene o il male. Un personaggio che regge sullo stesso piano il confronto con l’ambiguo e violento zio Joss Merlyn, e il giovane Jem, di cui si innamora. Romanzo di formazione, d’amore, d’avventura e di suspense, tutto ambientato in uno scenario selvaggio e maestoso, lugubre e denso di fascino. Io quasi sempre di un autore amo le opere minori, quelle sconosciute, o poco apprezzate, capaci di racchiudere piccoli tesori, magari con anni di distanza. Per cui non mi risulta difficile dare a questo libro la giusta collocazione che si merita, tra i libri che maggiormente hanno inciso nella mia crescita di lettore e essere umano. Sempre ci sarà un posto per questo libro, il cui fascino permane inalterato dopo tanti anni dalla prima lettura. Forse i miei 15 anni non ritorneranno più, ma questo romanzo me li ricorda molto vividamente.

Daphne du Maurier (Londra, 1907 – Par, 1989) è stata una scrittrice britannica di origini francesi. Sposata dal 1932 con il maggiore, e poi segretario di Stato, Sir Frederick Arthur Montagne Browning, ha vissuto tra Londra, la Cornovaglia e Alessandria d’Egitto, dove ha scritto Rebecca, la prima moglie, la sua opera più conosciuta, portata sul grande schermo da Alfred Hitchcock. Nel 1969 è stata insignita del titolo di Dame Commander in the Order of the British Empire (DBE). Tra le sue opere figurano anche: Mia cugina Rachele (1951) e Gli uccelli, riadattato per il cinema nel 1963 ancora da Alfred Hitchcock. Tra le sue biografie più importanti si segnala Daphne (Neri Pozza, 2016) di Tatiana de Rosnay.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa BEAT.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La casa delle vergini, Ami McKay (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

1 giugno 2016
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Nella New York del 1871, i bassifondi sono un girone infernale che inghiotte innanzitutto giovanissimi e giovanissime, divisi tra crimine, accattonaggio, prostituzione.
Moth è una delle creature che vivono a Chrystie Street, figlia di una chiromante e cresciuta senza aver conosciuto suo padre: a soli dodici anni viene venduta a Mrs Wentsworth, giunta a Chrystie Street in cerca di cameriere. La vita presso questa padrone è durissima e Moth cerca di scappare, incontrando Miss Everett, che gestisce una pensione speciale, una cosiddetta casa delle vergini, bordello particolare in voga allora quando si credeva ancora che per un uomo malato fare sesso con una ragazzina ancora illibata fosse prodigioso. Sembrerebbe un abisso senza fine, ma Moth incontrerà nella casa la dottoressa Sadie, che forse sarà la sua salvezza da una condizione senza speranza, un riscatto da una condizione di vittima di violenze e depravazioni.
La condizione delle classi povere dell’Ottocento è stata trattata in tantissimi romanzi, a cominciare da quelli del contemporaneo Charles Dickens, che non poteva però per ragioni di censura parlare di certi inferni e abissi che toccavano ragazzine e ragazzini, anche e soprattutto nella Londra vittoriana tanto moralista ma solo di facciata. Tra l’altro, oggi si sente parlare di prostituzione adolescenziale come di una novità indotta dal consumismo e magari dalla richiesta di certi personaggi di spicco, ma in realtà è una piaga vecchissima, che nell’Ottocento, secolo di inurbazione forzata e di immigrazione, raggiunse tra le maggiori vette di diffusione proprio in Occidente, complici anche gli inesistenti diritti per donne e bambini e l’impunità del commercio sia per quello che riguardava gli sfruttatori che i clienti.
La casa delle vergini racconta una storia di emarginazione e riscatto al femminile, in un passato interessante ma non certo da rimpiangere ma restituito con grande interesse, parlando anche di argomenti scabrosi ma senza essere mai fastidioso e volgare, costruendo un’eroina realistica, che lotta contro i limiti della sua condizione senza diventare romanzesca o stupida. Un romanzo sociale senza retorica, per ricordare come certi drammi sono eterni e non sono certo da sottovalutare o da esaltare, perché di Moth ce ne sono tante ancora oggi, alcune in luoghi remoti del pianeta e altre magari nelle nostre città, magari con premesse diverse, magari non c’è più il mito della vergine risanatrice, ma resta come dramma sociale e vergogna per chiunque abbia a cuore i diritti dei più deboli.

Ami McKay è nata in Indiana. Il suo romanzo d’esordio, The Birth House, ha ottenuto numerosi riconoscimenti in Canada, tra cui il prestigioso CBA Libris Awards. Con La casa delle vergini ha raggiunto il successo e la notorietà internazionali. Vive in Nova Scotia con il marito e i due figli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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:: Una casa in Sicilia, Daphne Phelps (Beat, 2015) a cura di Elena Romanello

28 Mag 2016
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Spesso la Sicilia è in prima pagina sui giornali italiani per fatti di cronaca nera e mafia, o per denunciare i gravi problemi lavorativi e sociali dell’isola. Ogni tanto si parla di Sicilia anche come terra di turismo per le sue grandi bellezze, ma si dimentica spesso il periodo in cui fu un luogo di attrazione per stranieri incantati da mare, sole, arte, cibo e archeologia, come e anche di più della tanto decantata e blasonata Costa Azzurra, anche perché offriva più calma e relax e non solo mondanità.
Una casa in Sicilia racconta proprio questa stagione, attraverso una storia vera che parte all’inizio del Novecento, quando Robert Hawthorn Kitson, giovane, pazzo e inglese, come veniva definito dagli abitanti di Taormina, costruisce sulla collina dietro alla città una villa tra la Madonna della Rocca da cui si può rimirare la penisola di Naxos, la piana di Catania, il mare e ovviamente la città di Taormina con le sue bellezze artistiche e archeologiche.
Nel 1947 Kitson muore e Casa Cuseni, così è stata chiamata la villa, va in eredità alla nipote Daphne, che ci vivrà a lungo e che nelle pagine di questo libro racconta la storia di una casa, dalle origini, quando fu costruita con i massi tolti dalla colline al suo periodo d’oro, quando ospitò personaggi della cultura e dello spettacolo come il filosofo Bertrand Russell, il drammaturgo Tennessee Williams, lo scrittore Road Dahl, l’attrice Greta Garbo e tanti altri, in periodi di vacanza e riflessione, nonché di scambio di idee e di esperienze che resero questo un luogo unico.
A sentire così sembrerebbe un libro frivolo e mondano, in realtà ci si trova di fronte ad un ritratto di un’epoca e di un mondo, nonché ad un omaggio a un luogo d’incanto e bellezza, eterno e splendido, che abbiamo in casa e al quale spesso non pensiamo. Una visione più intima ma non banale di menti importanti, tutte conquistate da un luogo unico, sospeso tra passato e presente, nella modernità ma un luogo a parte da vivere.
Un libro curioso, nostalgico ma non retorico, interessante, appassionante, dove la casa è luogo vivo di incontri e relazioni, ma anche di scenario di splendore, che esce in Italia nella collana Beat alzando il sipario su un mondo comunque italiano, e sull’amore che persone di luoghi diversi nutrono per il nostro Paese e i suoi angoli.
Le edizioni Beat sono pregevoli e interessanti, in questo caso mancano un po’ di immagini, comunque Casa Cusani è visibile per chiunque si rechi a Taormina, oggi un luogo di vacanze, di cultura, di intrattenimento.

Daphne Phelps è nata nel 1911 e si è formata alla St. Felix School di Southwold e al St. Anne College di Oxford. Nel 1948, dopo la morte di suo zio, si è trasferita in Sicilia per occuparsi della proprietà da lui lasciata: Casa Cuseni a Taormina. Di recente,le Belle Arti di Messina hanno dichiarato la proprietà di «importanza storica e culturale». Daphne Phelps è morta nel 2005 in Casa Cusani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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:: Il ristorante dell’amore ritrovato, Ito Ogawa, (Beat 2016) a cura di Viviana Filippini

10 Mag 2016
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L’arte culinaria è in grado di abbattere i dissidi e di avvicinare le persone? In ambito letterario sì e lo dimostra il romanzo Il ristorante dell’amore ritrovato della scrittrice giapponese Ito Ogawa, pubblicato da Beat. La storia prende il via quando Ringo, una giovane addetta al lavoro di cucina in un ristorante turco di Tokyo, scopre che il suo fidanzato, un maitre di origine indiana con il quale convive da un po’, se n’è andato per sempre, svuotando di tutto l’appartamento che condividevano. Nulla è rimasto. L’ex della protagonista non solo ha portato via i mobili, quadri, vestiti e utensili da cucina. Lui si è preso pure il mortaio di epoca Meiji che Ringo aveva ereditato dalla nonna materna. La giovane è così traumatizzata da non riuscire più a parlare. La sua voce si è come volatilizzata e per mettere ordine alla tremenda pena d’amore, Ringo torna nel villaggio ai piedi del Monte delle Tette, dal quale era scappata quando aveva 15 anni. Arrivata a casa, la giovane dovrà imparare a convivere con Ruriko, quella madre con la quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Quella donna che, secondo Ringo, non è mai stata in grado di amarla abbastanza e davvero. Sarà nella tranquillità dei monti giapponesi che la protagonista, non solo cercherà di appianare i suoi dolori, ma darà forma al Lumachino. Un piccolo ristorante su prenotazione, che ospita pochi clienti (una persona o un coppia al giorno), per i quali la ragazza prepara dei menù ad hoc, dando forma ai desideri dei commensali. Un bel giorno tra gli avventori di Ringo, ci sarà sua madre Ruriko e, cucinando per lei, dopo un iniziale imbarazzo, la nascente cuoca comprenderà molto del carattere della mamma e degli eventi che, purtroppo, hanno creato tra loro una distanza quasi incolmabile. Il romanzo di Ito Ogawa non è solo la storia di una ragazza alle prese della ricerca della pace esistenziale perduta e di una voce che non vuole tornare. Il ristorante dell’amore ritrovato è una storia che porta il lettore dentro ad un mondo affascinate (il Giappone) nel quale i sapori, le forme e i colori dei piatti preparati con amore da Ringo prendono forma dettagliata nella mente del fruitore. Ogni singola portata assomiglia ad una vera e propria opera d’arte e Ringo si rivela una cuoca saggia ed esperta che, non solo riesce a soddisfare i clienti, ma con quello che cucina, lei è in grado di trasformare e cambiare le vite delle persone. Il libro della Ogawa è una narrazione intensa e delicata, in grado di avvicinare noi lettori alla scoperta del mondo intimo di Ringo e della sua famiglia. Allo stesso tempo, Il ristorante dell’amore ritrovato ci fa conoscere le tradizioni gastronomiche della cultura nipponica, così lontana e diversa dalla nostra italiana, ma ricca di gusti tutti da scoprire. Inoltre, la placida e diligente Ringo ci insegna come l’arte della preparazione dei piatti è, e deve continuare ad essere, un vero e proprio atto di amore per gli altri. Traduzione di Gianluca Coci.

Nata nel 1973, Ito Ogawa è una nota scrittrice giapponese di canzoni e di libri illustrati per ragazzi. Con Il ristorante dell’amore ritrovato (Neri Pozza, 2010), il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto un grande successo di critica e pubblico. Il libro si è aggiudicato il Premio Bancarella della Cucina 2011. Nel 2012 pubblica La cena degli addii (Neri Pozza).Ha un sito web (solo in giapponese) dove propone ricette di cucina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa BEAT.

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:: Recensione di Un passato imperfetto di Julian Fellowes (Beat, 2013)

30 settembre 2013
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La cultura era effettivamente impregnata di droghe e musica pop, Marianne Faithfull, barrette Mars e libero amore, ma la maggior parte dei giovani guardava ancora agli anni Cinquanta, all’Inghilterra tradizionale, dove i comportamenti delle persone erano stabiliti da usanze antiche, se non di millenni, almeno di un secolo, dove ogni cosa, dall’abbigliamento alla condotta sessuale, era rigidamente codificata, e le regole, pur non essendo necessariamente rispettate, esistevano ancora. Infondo era trascorso meno di un decennio da quando quel codice regnava incontrastato. Le ragazze che non si lasciavano baciare al primo appuntamento, i ragazzi immancabilmente in cravatta, le madri che non uscivano di casa senza guanti e cappello, i padri che si avviavano verso la City con bombetta in testa, tutto ciò faceva parte degli anni Sessanta non meno del lato libertino costantemente rievocato dai documentari televisivi. La differenza era che si trattava di una cultura in declino, mentre ne avanzava una nuova, la cultura decostruita. Alla fine si sarebbe rivelata vincente e, come si sa, sono i vincitori a scrivere la storia.

Che sia la sceneggiatura di Downton Abbey o un romanzo (e sospetto anche la lista della spesa) è sempre un piacere leggere Julian Fellowes. Il suo stile, mix di eleganza, arguzia, british humour (fatto di ironia a tratti anche feroce) e un tocco di tenera e scontrosa malinconia per il tempo che passa e si porta via giovinezza e fascino d’un mondo perduto, unito alla sua singolare capacità di osservazione, focalizzata non solo sui dettagli più minimi dei luoghi, delle abitazioni, delle musiche suonate ai balli, dei vestiti, dei cibi, dei codici tribali e delle usanze del paese, ma più che altro sulle persone che lo circondano o meglio l’hanno circondato, facendogli intravedere dolorose verità sotto la patina frivola e vuota di un mondo (che lui ha avuto modo di conoscere molto da vicino) ormai irrimediabilmente in declino, – l’ upper class inglese, così tradizionalista e fuori dal tempo-, rendono la lettura dei suoi testi un vivace gioco di intelligenza, divertente e nello stesso tempo spiazzante.
Julian Fellowes non si limita a fare una satira, pungente e provocatoria di difetti e debolezze di una società in piena trasformazione e di come era il mondo dorato pre rivoluzione anni Sessanta, ma si ingegna a scoprire tutto ciò che di quel mondo lontano ci mancherà: l’educazione, la raffinatezza, la sobrietà, la dignità, il garbo e la gentilezza. Valori non monetizzabili e forse inutili, ma così stranamente capaci di ricordarci che volgarità e bassezza offuscano quel poco di grazia e bellezza ancora capace di rendere la vita un’ esperienza piacevole.
Non a caso proprio i nuovi ricchi e i parvenus con il loro denaro, con le loro ville maestose, le limousine lungo i viali, le siepi perfettamente curate, i muretti di pietra, i prati lisci come tavoli da biliardo e ghiaino lucente, sembrano incarnare il male dove scagliare tutte le frecce che l’arguzia gli fornisce. Come nelle opere di Moliere, penso al Il borghese gentiluomo, Fellowes deride gli arricchiti, seppure a differenza di Moliere non combatta per difendere un ordine costituito. Fellowes è infatti conscio che l’aristocrazia con i suoi privilegi, le sue rigide convenzioni e i suoi antiquati perbenismi ancora al comando prima della Guerra, sia una classe, sebbene ancora in cima alla piramide sociale, ormai in via di scomparire, essendo stati gli anni Sessanta un punto di svolta e di non ritorno, e pur tuttavia conserva un rimpianto e una sottile nostalgia per il tempo in cui una certa gentilezza e una dolcezza del vivere rendevano tutto più lieve e meno gretto. Forse idealizza, forse rimpiange un mondo mai esistito, troppo ingenuo, naif, ma la sua abilità è farcelo credere vero anche a noi, farci provare la sua stessa malinconica rassegnazione.
E proprio un parvenu è l’anima di Un passato imperfetto (Past imperfect, 2008), secondo romanzo di Julian Fellowes dopo Snob, ripubblicato quest’anno da Beat, (era già uscito nel 2009 con Neri Pozza), e tradotto in modo impeccabile da Massimo Ortelio. Damian Baxter, un cinico arrampicatore direbbero alcuni, un arricchito senz’anima incapace di vera amicizia e di affetti sinceri e duraturi direbbero altri, un uomo di per sé ripugnante e umanamente fallito, seppure il fascino carismatico che aveva in giovinezza, con i suoi ricci, il sorriso smagliante e i pantaloni a zampa di elefante, ancora traspaia nelle sue rughe di vecchio ingobbito, ormai giunto al capolinea della sua vita.
Cancro al pancreas, inoperabile. Questa è la sua condanna. Inappellabile, spietata, una sentenza che né i suoi soldi, né il suo charme da ex-simpatica canaglia possono annullare o anche solo posporre. Potrebbe accettare la fine vicina senza combattere, rassegnandosi ma invece qualcosa può ancora fare, chiamare il suo vecchio amico-nemico di Cambridge, uno scrittore non-troppo-famoso che anni prima l’aveva introdotto nel bel mondo facendolo invitare ai party della “Stagione” londinese del 1968, voce narrante del romanzo, e formulargli una strana richiesta un po’ nello stile con cui i vecchi milionari di Raymond Chandler proponevano a Philippe Marlowe le loro bizzarre pretese (vedi Il grande sonno).
Questa volta c’è da trovare una donna, nascosta tra le frequentazioni giovanili di Baxter e probabile madre del suo unico figlio, concepito prima che una parotite giovanile contratta nel fatidico “viaggio” in Portogallo lo rendesse sterile. Vent’anni prima infatti una lettera anonima lo metteva al corrente di questa paternità e ora che il tempo sta giungendo alla fine quale occasione migliore che riscattare la sua vita dando un senso alla sua ricchezza, cinquecento milioni di sterline al netto delle imposte di successione, e facendola avere a suo figlio?
Damian Baxter non ha amici, non ha nessuno e solo questo stravagante ed eccentrico scrittore può aiutarlo, infatti solo lui può avvicinare queste donne dell’alta società e fargli domande tanto intime e imbarazzanti. Sarà disponibile ad accontentarlo, a passare sopra ad un vecchio e rugginoso litigio che aveva per sempre separato le loro vite?
Alternando passato e presente, Julian Fellowes è uno scrittore che ama divertire i suoi lettori, e lo fa con stile e verve tutta britannica. Presenta una commedia umana screziata di lacrime e sorrisi, priva della banalità della vita di tutti giorni, bandita con sacro orrore, e lo fa con l’intento preciso di intrattenere un pubblico colto e un po’ complice, capace di ridere di difetti e debolezze di una generazione dorata e intanto riflettere senza esprimere giudizi inficiati dal greve moralismo e dalla superiorità di classe. Ama le sfumature, Fellowes, le mille sfaccettature, le dettagliate derive di un’ intelligenza brillante e cosmopolita, i motti di spirito, le arguzie, ama con le parole ricreare un mondo da sempre enclave di una certa elite poca avvezza a mischiarsi con la gente comune.
Con la chiarezza e l’acutezza di una Jane Austen del Ventunesimo secolo nella sua disamina a volte impietosa di un mondo, di cui non risparmia i lati grotteschi, o forse con la leggerezza e spietata lucidità di una Edith Wharton “britannica”, Fellowes ci lascia intravedere un “come eravamo” carico di nostalgia verso un “come siamo” in cui amaramente dobbiamo constatare che fallimenti, delusioni, amori non ricambiati, amicizie tradite, e infelicità forse meritate, ma mai completamente, ci portano ad essere uomini e donne per lo meno diverse dall’immagine scintillante e splendente, proiettata in gioventù. Colpo di scena finale, compreso.

“Era questo che mi piaceva di lui. Apparteneva al futuro”. Dagmar mi guardò di sottecchi. “Non al futuro che immaginavamo: pace, amore e fiori tra i capelli. Non quello. Il mondo vero, che si è sviluppato di soppiatto negli anni Settanta ed è esploso negli Ottanta. L’ambizione, la rapacità. Sapevo che una nuova classe dominante sarebbe salita al potere prima o poi, ed ero certa che Damian ne avrebbe fatto parte”.

Julian Fellowes è un celebre sceneggiatore (Oscar per la sceneggiatura con il film Gosford Park). Vive in Inghilterra con la moglie Emma e il figlio Peregrine. Neri Pozza ha pubblicato il suo romanzo di esordio Snob e il suo secondo romanzo Un passato imperfetto. Entrambi ripubblicati da Beat.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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