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:: Io, cristiana di Monica Mondo (San Paolo Edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

6 novembre 2017

IO, CRISTIANA di Monica Mondo“Col tempo mi accorgo che l’unica cosa che vale e che fa pienamente uomini è la ricerca, che muove l’intelligenza e il cuore”.

Sull’intelligenza, di cui siamo più o meno dotati, pochi hanno dubbi, ma è il cuore la guida, e va seguito, però non prima di aver dato tutto perché la ragione ceda, intelligentemente – sostiene Monica Mondo, autrice di questo opuscolo che rischiara l’anima, lucida la fede, rinfranca lo spirito.
Mi accingo a parlarne con molto timore, non voglio sciupare il dono di pagine che sorprendono per chiarezza di idee e scrittura armoniosa.
Si respira una nuova religione, non quella degli anni in cui viviamo (senza fiducia, speranza, affidamento). Persino la più invocata delle parole che ci connotano, la libertà, ha un sapore divenuto senza sale, ed il Signore lo diceva: senza sale non c’è buon cibo.
Cos’è allora la libertà?

E’ una parola che ci esalta, ci commuove; una parola che ci definisce nel profondo. Così vorremmo essere: liberi. Il suo suono rimanda a pensieri e volti che fanno parte della storia e di noi. Dagli eroi di Maratona ai martiri del nostro tempo, che ancora lasciano madre, padre, sorelle, fratelli, figli per un ideale di libertà.
Rimanda a Dante:”Libertà vo cercando ch’è sì cara/ come sa chi per lei vita rifiuta”.
Graffiata sui muri delle celle dei condannati a morte.
Sospirata in lunghe prigionie, cercata attraversando il mare.
Si può morire, per la libertà, propria e altrui. Si può rinunciarvi, per donarla. Siamo figli di una cultura che ha posto la libertà a base del diritto..”.

Sono certa che da qualche parte nel mondo siamo già pronti per accogliere la liberazione del Signore, c’è un paradiso che per essere tale dev’essere condiviso da tutti, non solo da molti. Forse Gesù vuole solo che aspettiamo: alla fine ogni essere umano varcherà la soglia dell’Eden celeste partendo da un rivelato Eden terrestre. Vivo in un’isola che ha tutto per essere Cielo, ma sembra da sempre terra di diavoli. Rifletto leggendo questo libro ricco di spunti.
Un’idea affascinante?

“Perché non studiamo i santi insieme agli eroi? Perché conosciamo i nomi di Masaniello e Pietro Micca, di Garibaldi e Matteotti, e tocca entrare a catechismo per saperne di più di Filippo Neri e Faà di Bruno, di don Bosco e Massimiliano Kolbe. Hanno storie bellissime, i santi: scuotono, infiammano, incantano, muovono a sentimenti nobili, ci ricordano che non tutto è stato male. I santi entrano invece nei “librini” di catechismo, nella legenda del canone, non nella storia”.

Perché?
Penso a santi e sante sconosciuti, a Marthe Robin, a Natuzza Evolo, a tutte le figure che nel nostro tempo sono state dei fari nella notte dell’ateismo.
Perché oggi molti giovani non vogliono essere come loro e desiderano invece avere, possedere, comandare?
Mi piacerebbe che la scuola, gli insegnanti, facessero comprendere ai ragazzi – un moderno, tecnologico, gregge senza pastore – che la gioia della vita è anche sacrificio per Dio, lotta per se stessi, amore per gli altri.
Non solo volontariato, ma anche struttura del cervello, rivoluzione della prospettiva. Si crescerebbe con più consapevolezza, pronti ad affrontare il vero combattimento contro il Male e le sue propaggini.
Parole vuote, retorica, genericità? No, semplicemente Dio.
Se ami Gesù, ami anche l’essere vivente.
Lasciatemi sognare, perdermi tra un salmo, sostare sotto la quercia di un vangelo.
Non sono nulla, ma per Dio valgo tantissimo. Lasciatemi sognare. Un mondo senza più bullismo, senza insulti, senza complessi di inferiorità. Perché è questo che vivono molti ragazzi delle nuove generazioni che non hanno conosciuto la speranza, l’età dell’oro della fine delle sanguinarie guerre totalitarie.
Quello che stiamo facendo è incanalarci verso una spirale di odio e rancore. Non ne usciremo bene, meglio saperlo, meglio edificare sulla roccia, perché solo così non vedremo crollare i nostri riferimenti, le nostre fondamenta, la nostra storia unica di cristiani da oltre duemila anni.

Monica Mondo, torinese, laureata in Lettere Classiche, vive a Roma, dove lavora come autore e conduttore a TV 2000. Ha scritto per diverse testate giornalistiche, di cultura e politica; ha lavorato nell’editoria e per la radio. E’ mamma di tre figli.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Si ringrazia Alessandro dell’ Ufficio Stampa San Paolo.

:: Lemongrass Tè Nero Bio e I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand

6 novembre 2017

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Il tè di cui vi parlerò oggi, che ho avuto modo di degustare grazie a PETER’S TeaHouse, è un tè che ho particolarmente apprezzato per due motivi: per il sapore forte e deciso e per il fatto che è un tè Bio.

Pesticidi, antiparassitari, veleni di ogni tipo che inquinano la terra delle coltivazioni o l’acqua per le irrigazioni, sono nemici insidiosi che danneggiano la nostra salute, per cui dobbiamo fare molta attenzione alla qualità del tè che consumiamo. Tè di scarsa qualità, di poco prezzo, difficilmente rispettano gli standard necessari perché per i coltivatori prendere i dovuti accorgimenti ha un costo, che se non riversano sul consumatore difficilmente mettono di tasca propria. Piuttosto che consumare tè di scarsa qualità di cui non consociamo l’origine è meglio non berlo.

Il tè Bio dà delle garanzie in più, è una garanzia in più per la nostra salute. E’ insomma preferibile tra gli altri tè. Magari almeno alternandolo.

Lemongrass Tè Nero Bio dà queste garanzie, certificate dal marchio da Coltivazione Biologica IT BIO 013. E’ un tè nero, con lemongrass (detta anche Citronella), aroma naturale e scorza di limone essiccata. E’ un tè intensamente profumato, di gusto agrumato, piuttosto amarognolo, ma gradevole, se non gradite i te amari è consigliabile zuccherarlo con zucchero di canna o miele.

E’ un tè che ho molto apprezzato perché amo i gusti decisi, e intesi, piuttosto semplici. Non è un tè speziato e si abbina sia con dessert dolci che con tartine salate. Adatto per la prima colazione, è un tè maschile molto gradito da chi non ama i sapori poco decisi. Il colore è intenso e brillante rosso scuro, il profumo agrumato sia fresco che in tazza.

Costa € 6,90 all’etto. Potete acquistarlo qui.

Preparazione:

Portate l’acqua a una temperatura di 95°C.

Tempi di infusione: 3-5 minuti.

Dosi: un cucchiaino per persona

Per la preparazione di un’ ottimo tè e la conservazione del tè rimando al post precedente: qui

Consiglio goloso

Non essendo aromatizzato, è consigliabile sia con gusti salati che dolci. Io lo trovo ottimo con i biscottini alla violetta. Sono così deliziosi che una volta assaggiati difficilmente ne farete a meno.

Biscottini alla violetta

  • 250 gr di farina 00
  • 150 gr di burro
  • 150 gr di zucchero bianco
  • 1 tuorlo + 1 uovo intero
  • 1 pizzico di sale
  • 1 pizzico di bicarbonato
  • scorza grattugiata di 1 limone bio
  • Essenza alla violetta uso alimentare 1-2 cucchiaini per 1 kg. di impasto

Fare la classica pasta frolla per i biscotti.

Versare la farina sulla spianata, al centro mettere burro fuso, uova, un pizzico si sale e bicarbonato zucchero e scorra grattugiata di limone + essenza di violetta sciolta in poca acqua.

Lavorare la pasta finché non diventa un panetto elastico.

Stendere la pasta col matterello, con le formine piccole fare diverse sagome di forma diversa (cuore, stelle, rotondo, etc…)

Cuocere in forno caldo a 180 °C per 10-12 minuti, lasciate raffreddare.

  • Preparate la glassa di zucchero aromatizzato alla violetta
  • Decorate con perline di zucchero color Lilla

A freddo

  • 200 gr di zucchero a velo
  • albume di un uovo
  • 1 limone
  • Essenza di violetta

Montate a neve l’albume dell’uovo, incorporate il succo del limone, lo zucchero a velo setacciato e una goccia di essenza di violetta. Mescolate fino a ottenere una crema densa con cui guarnire i biscotti. Decorare con le perline di zucchero e aspettare che la glassa si addensi.

Oltre a essere biscottini buonissimi sono anche coreografici, gradevoli da vedere e profumatissimi.

Curiosità letteraria:

Si beve tè anche nei libri, molti scrittori sono insospettabili cultori di questo piccolo rito, oggi vi parlo di una scrittrice che amo molto era neozelandese e si chiamava Katherine Mansfield (1888- 1923).

Nella raccolta Il nido delle colombe che contiene sei racconti, scritti al termine della sua vita tra la fine del 1921 e l’estate del 1922 e pubblicati postumi nel 1923, c’è un racconto delizioso che si intitola Una tazza di tè, dal retrogusto amaro proprio come Lemongrass Tè Nero Bio.

Una ricca e viziata signora in giro per shopping incontra una povera ragazza di strada mezza morta di fame e invece si darle qualche monetina in uno slancio di generosità la invita a casa per un tè. Come prosegue lo scoprirete leggendolo anche se un po’ triste e paradossale, è davvero efficace e inatteso. Certi slanci di generosità cozzano con il conformismo e il proprio personale quieto vivere e egoismo. Vi resterà impresso per molto.

Rosmary sentì una strana fitta. Si strinse al petto il manicotto; avrebbe voluto avere anche la scatolina a cui aggrapparsi. Certo, lì c’era l’auto. Non aveva che da trattenersi su marciapiede. Ma indugiò. Nella vita ci sono momenti, momenti orribili, in cui si emerge da un riparo e si guarda fuori, ed è tremendo. Bisognerebbe resistere. Bisognerebbe andare a casa e farsi un bel tè speciale.

Tè del mondo: tè alla menta dal Marocco

Un tè molto rinfrescante e dissetante, adatto al periodo estivo, arriva dal Marocco ed è tipico di tutto il nord Africa, con alcune varianti regionali. È il tè verde cinese in cui vengono messe in infusione foglioline di menta in arabo chiamato shāy bil n’anā.

Si serve molto zuccherato e rientra nelle buone pratiche di ospitalità e accoglienza diffuse nel Maghreb. E’ un tè molto nutriente e profumato, servito in tradizionali teiere d’argento cesellato dal beccuccio allungato e bicchierini di vetro decorati.

Viene versato da una certa altezza che permette il raffreddamento e l’ossigenazione. Si consuma per tutta la giornata specialmente durante i pasti o viene servito assieme a dolci al miele molto speziati, ripieni di frutta e noci seguendo un preciso cerimoniale che si è evoluto nel tempo e ha precise caratteristiche sociali e conviviali. Il capofamiglia lo offre ai suoi ospiti (maschili) in segno di amicizia e comunanza.

Come si è diffuso il tè dalla Cina al nord Africa è interessante, pressappoco questa diffusione risale alla metà dell’ Ottocento durante la guerra di Crimea quando la chiusura dei porti baltici fece sì che i mercanti britannici cercassero nuovi mercati per il tè cinese che commerciavano, raggiungendo i porti di Tangeri ed Essaouira.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

Consiglio di sorseggiare Lemongrass Tè Nero Bio leggendo I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand edito da Neri Pozza e tradotto dal francese da Alberto Folin.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Martina dell’ Ufficio Stampa Neri Pozza.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: È lecito spiegare in una recensione il finale di un film o di un libro?

4 novembre 2017

Cari lettori oggi propongo un sondaggio in questo brumoso weekend haimè ancora senza pioggia, perlomeno qui a Torino. Molte chiavi di ricerca portano al mio blog con frasi come: “spiegazione del finale del romanzo…” “come finisce il romanzo…” “finale di…” Per cui mi chiedo: è lecito in una recensione spiegare dettagliatamente il finale di un romanzo o di un film o è una cosa da non fare mai?

A voi la risposta!

:: La grande gobba di Yolima Marini

3 novembre 2017
Campagna Lorenzo Polvani

Campagna, Lorenzo Polvani

Come le piaceva sentire il vetro infrangersi contro il muro , le piaceva così tanto che ogni volta che si doveva andare a buttare la spazzatura, si offriva lei prima di tutti gli altri.
Correva giù lungo i campi di grano , superava il ponte e finalmente arrivava davanti alla grande gobba dove si buttava dentro le bottiglie.
La grande gobba era solamente  il cassonetto verde che accoglieva il vetro, la chiamavano così perché ricordava una gobba di qualche vecchia o vecchio troppo avanti con gli anni.
E poi tornava su pian pianino , con ancora il rumore del vetro nelle orecchie  che andava a sbattersi contro altro vetro , Bam , Bam, faceva ogni volta ..a volte anche Bum.. a seconda delle giornate.

Quanto le piaceva il rumore del vetro che si rompeva in mille pezzi.
Ma proprio tanto.
Le ricordava qualcosa di lontano e buffo e indescrivibile, non riusciva però a paragonarlo a qualcosa, forse poteva paragonarlo alla voce stridula della maestra Gisella.
Donna corpulenta che sapeva il fatto suo, quando si trattava di fanciulli assai birbanti, un urlo e via , faceva calare il silenzio in due secondi e come lo manteneva quel silenzio. Nessun altro riusciva a tenere una classe in silenzio fino alla fine della mattinata, quando la campanella suonava e i ragazzi correvano dritti a casa  ( o così immaginava l’insegnante di matematica) .
Se la maestra Gisella avesse seguito i ragazzi, invece di perdere il tempo a comprare il cibo per il suo adorato gatto, Mr. Puffì, avrebbe sicuramente scoperto dove finivano tutti quei ragazzi che all’uscita della scuola si lanciavano come folli  lungo le strade di tutta Pisa.

A gruppi di sette o dieci , andavano felici e spensierati dalla grande gobba, prendevano un bus  dietro alla torre storta, e via , dritti verso la campagna , dove ogni cosa odorava diversamente, pure il bus aveva un profumo diverso dal solito quando ci mettevi il piede sopra.
Sapeva di erba appena raccolta e di violette appena messe nel vaso, sapeva di buono e pulito.
Una cosa assai strana, visto che i bus ogni santo giorno che Dio metteva in terra, accoglievano migliaia di gente di ogni razza e etnia. Quindi era normale se entrato tu sentivi odore di un altro essere umano leggermente meno pulito di te.
Era normale, tutto normale, era la normalità che rendeva diversi i bambini della città ai bambini della campagna.
Ma quando si è bambini certe cose non ci si fa a caso, l’importante è divertirsi fino in fondo e se qualcosa va storto, farsi una bella risata insieme è la cosa migliore che possa capitare , ai guai si pensa dopo, quando si torna a casa, all’imbrunire.

Il bus ti lasciava all’inizio del paese, oltre non poteva andare, era vietato.
Così tu scendevi con il tuo zaino in spalla, se eri fortunato lasciavi lo zaino in casa di un amico che abitava nei dintorni , alla peggio te lo trascinavi fino alla meta, e poi via su  per la salita ripida , e poi giù di nuovo per i campi di grano da raccogliere e tutto in allegria mentre il sudore iniziava a colarti lungo la schiena magra , ma l’importante era arrivare alla grande Gobba.

Era quasi impossibile perdersi lungo il tragitto,  i ragazzi più esperti aiutavano i novellini a farsi strada ,in cambio di un lancio in più dentro alla grande gobba potevi arrivare sano e salvo alla meta seguendo i loro consigli.
Nessuno badava tanto a quei giovani di ogni età che a fine primavera si riunivano con in mano ogni tipo di bottiglia , anche perché la grande gobba era distante dalle case e dagli sguardi indiscreti e poi non facevano male a  nessuno. Meglio all’aria aperta che davanti ai pc , diceva qualcuno.
Erano ragazzi che si divertivano tra di loro, sfogavano tutto il loro stress o rabbia lanciando bottiglie di ogni genere dentro al cassonetto color verde  per poi scoppiare a ridere quando sentivano lo schianto.
Certo, qualche volta poteva accadere una piccola rissa tra di loro, un litigio, una parola di troppo, volava una sberla o un pugno ed eccoli subito divisi ,pronti a fare botte, ma poi c’era sempre qualcuno più intelligente degli altri che riusciva a riportare la calma tra loro, e il gioco ricominciava tranquillamente.
Una giornata di mezz’estate, lei corse per i campi e non era l’unica , i capelli al vento si muovevano veloci e spensierati , erano le tre del pomeriggio, i compiti erano stati svolti e lei era libera.
Inutile dire che aveva deciso di andare dalla Grande Gobba per distrarsi un po’ e perdersi nei suoi stessi pensieri , era riuscita a procurarsi tre bottiglie di olio e una bottiglia di vino che non servivano più,  aveva promesso a sua madre che non sarebbe stata sola ma Lisa era troppo impegnata con la sua sciarpa per l’inverno che non le aveva badato molto e così si era avventurata per conto suo, seguita da un gatto color fuoco e dalla coda dritta come un manico di scopa , si aveva sentito quel brivido lungo la schiena che capita alle persone che sono leggermente empatiche ma lei l’aveva tranquillamente ignorata, alla fine aveva solo quindici anni. Cosa vuoi che sia un brividino lungo la schiena? Balle! Ecco.
Superò il ponte in legno come sempre, saltò il tronco caduto e finalmente arrivò.
Non c’era nessuno.
Solo lei e la grande gobba , ovviamente.
Era vuota, erano passati alcuni minuti prima a svuotarla e ora lei l’avrebbe riempita . Avrebbe risentito quel suono che le piaceva così tanto.
Finalmente, pensò prima di sorridere e avvicinarsi lentamente al suo hobby.
« Cosa combini ? »
quella voce così sinistra la fece saltare
«Cosa combini qui tutta sola ? »
«La grande gobba»  mormorò lei indicando essa.

Lui non era uno del paese e neanche uno di città , lui era uno di passaggio, ecco.
Un ramingo, un vagabondo, un nomade, uno senza dimora.
Chiamatelo come volete , ma lui ora si trovava li davanti a lei che la fissava incuriosito.
Forse ne aveva sentito parlare della grande gobba o forse no, poco importava, ora lui era li e lei era sola. Completamente sola e solamente in quel momento capii quel presentimento così freddo e spaventoso.
Era alto, magro come un chiodo, portava un nome straniero ma non era per davvero straniero, forse suo nonno lo era, ma no lui.
Viaggiava da giorni e aveva fame.
Quando era stata l’ultima volta che aveva pranzato? Boh. Non se lo ricordava ..
Lei fece un passo indietro accompagnato da un’altra spinta che la mando lontana da lui , non abbastanza però.
Doveva insistere con Lisa , si, no lasciare perdere subito..doveva insistere, eccome.

Yolima Marini, anno 1990, è una fotografa freelance, autodidatta,  di spettacoli teatrali e musica live. Per un periodo ha studiato regia e sceneggiatura a Firenze. Tra un tour e l’altro, scrive quando ha tempo, piccoli racconti, scrive nei camerini, in qualche stanza di qualche hotel sperduto.

:: Una spaventosa faccenda e altri racconti di Jim Thompson (Fanucci 2006) a cura di Giulietta Iannone

3 novembre 2017

una spaventosa faccendaJim Thompson credo sia un nome che non necessiti di grandi presentazioni, specie tra noi lettori amanti del noir contemporaneo americano. Nel mio ipotetico pantheon ha un posto di rilievo, e non solo io tendo a pensare che sia stato uno dei più grandi e versatili, perlomeno della sua generazione, se non il più grande.
Nacque nel 1906 in una sperduta e minuscola cittadina dell’ Oklahoma, una generazione dopo Chandler (1888- 1959) per intenderci, e morì a Hollywood verso la fine degli anni ’70 solo e alcolizzato, come un tipico personaggio dei suoi libri, libri che almeno in vita furono considerati, dopo un effimero successo negli anni ‘50, niente di più che romanzetti pulp da quattro soldi (a parte tre, tutti i ventinove libri pubblicati tra il 1942 e il 1973 erano tascabili).
Per capire il suo valore arrivarono in massa i critici dagli anni ’80 in poi del Novecento, facendo accostamenti vertiginosi più che ai maestri del noir e dell’ hardboiled, ad autori prettamente letterari e non di genere come Céline, Erskine Caldwell per non parlare di William Faulkner o addirittura Dostoevskij. Insomma quando un autore viene sdoganato, gli osanna della critica arrivano fino al Cielo.
Ma insomma Jim Thompson se lo meritava, avrebbe certo meritato anche più riconoscimenti in vita, meno disperazione e indifferenza specie negli ultimi anni di vita, ma forse avrebbero alterato il suo stile, (o forse il successo stesso non apparteneva alle sue corde) e noi oggi non avremmo avuto opere come L’assassino che è in me, Un uomo da niente, o Colpo di spugna, romanzi che se vogliamo rappresentano un punto di non ritorno e una nuova ridefinizione del genere.
Dunque sebbene più famoso per i suoi romanzi Jim Thompson non evitò la narrativa breve, e se volete accostarvi a questo autore vi consiglio proprio di iniziare dai racconti. Non sarà un innamoramento veloce, Jim Thompson non utilizza artifici letterari ed effetti speciali o fuochi d’artificio, anzi ha uno stile sobrio, piano se vogliamo, che utilizza anche cinicamente un’ apparente calma compositiva per poi mordere all’improvviso come un serpente a sonagli. Ma ragazzi se amate l’arte del racconto da Jim Thompson c’è solo da imparare, dalla caratterizzazione dei personaggi (truffatori, prostitute, psicopatici, assassini e tutto il sottobosco borderline dell’ epoca che lui conosceva per esperienza diretta), all’ambientazione (perlopiù squallida e degradata, e metropolitana), a quel mood che oscilla tra cieca disperazione e ottusa speranza, che naturalmente noi lettori sappiamo benissimo quanto sia senza futuro.
Jim Thompson tocca corde profonde, grazie a un’autenticità che nasce da una profonda sofferenza. Lo sguardo di pietà umana e tenerezza che getta sui i suoi antieroi, è qualcosa che commuove e rende splendide storie di per sé sordide, deprimenti e sporche, anzi cattive ma Jim Thompson non giudica né giustifica, i suoi perdenti sono gentaglia, ma forse l’intera umanità è fatta di gentaglia, di cialtroni per cui stare dal lato giusto della legge non è una grande priorità e che cercano sempre una nuova occasione ma non la trovano mai.
Una spaventosa faccenda e altri racconti (Fireworks. The Lost Writings, 1998), raccolta curata da Robert Polito, il suo biografo ufficiale, autore anche della breve e brillante prefazione, edita in Italia nel marzo del 2006 da Fanucci con traduzioni di Eleonora Lacorte, raccoglie 12 racconti usciti nell’arco di vent’anni (1946-1967) e pubblicati sulle più famose riviste americane di genere.
Abbiamo un Jim Thompson in splendida forma capace di scrivere racconti come Buio in sala, Per sempre (il mio preferito), Una spaventosa faccenda, Pagare all’uscita e La falla del sistema il più insolito e filosofico se vogliamo. Jim Thompson scrive racconti di suspense, neri fino nel midollo. Il cinismo di Aurora a mezzanotte è difficilmente sostenibile, nonostante l’apparente dolcezza con cui è scritto. La storia è sordida, dolorosa, disturbante, e lascia poco spazio a forme anche velate di redenzione o lieto fine.
I suoi truffatori sono quasi sempre falliti e mezze tacche, alle prese col colpo che gli dovrebbe cambiare la vita, ma tutto gli si ritorce sempre contro, e non perché il male deve essere punito e meglio se in modo eclatante, ma perché la vita e i meccanismi corrotti e contorti che la regolano portano a questo fallimento esistenziale prima che etico o morale. In un lento e inesorabile sgretolamento di difese.
Mitch Allison il truffatore sfortunato (ma criminale nel midollo) de Il calice di Cellini, lo ritroviamo anche in un secondo racconto, Una spaventosa faccenda (che dà il titolo italiano alla raccolta) ed è se vogliamo il più limpido esempio dell’antieroe tipicamente americano caro a Jim Thompson.
Gli elementi autobiografici si perdono in una densa struttura narrativa in cui la realtà è deformata dalle aspirazioni e da un disperato desiderio di riscatto e di conservazione e sopravvivenza. Truffare una compagnia, uccidere, prestarsi a grandi e piccoli raggiri è quasi una forma di compensazione, un desiderio folle di ottenere un risarcimento per una vita di stenti, povertà e miseria.
I personaggi sono fermamente convinti che la loro condizione è una grande ingiustizia, loro cercano solo di pareggiare la bilancia, come la sfortunata Ardis Clinton (non vi anticipo il colpo di scena finale, ma è geniale) e il suo folle piano congeniato col suo amante che porterà a derive horror e soprannaturali.
Ho in lettura Un uomo da niente, vi saprò dire, intanto buona lettura per questo.

Per approfondire: Lia Volpatti – Senza speranza da Vita da niente, Omnibus Gialli Mondadori

Jim Thompson, per tutti Jim, nacque in Oklahoma, nel 1906. A causa di dissesti finanziari familiari fin da ragazzo fu costretto a fare i lavori più umili, dal manovale al fattorino, dall’operaio nei pozzi petroliferi al gestore di sale cinematografiche. La scrittura arriva piuttosto tardi tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta. Thompson deve la sua fama principalmente ai romanzi. Ne ha scritti più di trenta, molti dei quali nel suo periodo più prolifico, dalla fine degli anni Quaranta alla metà degli anni Cinquanta. Poco apprezzato in vita, la sua statura di autore cresce negli anni Ottanta con le riedizioni dei suoi romanzi per la casa editrice Black Lizard.
I personaggi che popolano i libri di Thompson sono truffatori, perdenti, psicopatici; alcuni di questi vivono ai margini della società, altri vi sono perfettamente inseriti. La visione nichilista dell’autore è quasi sempre espressa da una narrazione in prima persona; la profondità della sua comprensione degli abissi della follia criminale è quasi spaventosa. Difficile trovare personaggi “buoni”, nei suoi libri: anche quelli apparentemente più innocui mascherano egoismo, opportunismo e vizio.

Source: libro preso in prestito dalle biblioteche del circuito SBAM.

:: Perverso e paranoico – Scritti 1927-1933 di Salvador Dalì (Il Saggiatore 2017) a cura di Nicola Vacca

3 novembre 2017

salvador dalìTutto Salvador Dalí, insieme al suo genio e alla sua poetica surrealista, lo si trova negli scritti di «Perverso e paranoico».
Negli anni Trenta il grande artista mise su carta il suo autoritratto attraverso una serie di testi in cui emerge tutto il suo irrazionalismo più fertile.
«Perverso e paranoico» torna in libreria per i tipi de Il Saggiatore in una nuova edizione accresciuta.
Pagine intense e complesse in cui Salvador Dalí tocca i vertici della creazione: vomita genialmente il suo metodo paranoico – critico in cui l’ossessione, il sogno e il deliro diventano arte pura mai fine a se stessa.
Le sue riflessioni spaziano dalla fotografia alla letteratura passando per la filosofia e la psicanalisi.
C’è tutto l’universo artistico di Dalí nelle pagine di «Perverso e paranoico». Tra contraddizioni e deliri, il genio lascia spazio al sogno e alla realtà e a modo suo scava nei mondi inconsci della creazione. Il risultato è il suo stesso genio che si fa arte e che va oltre l’arte.
In una delle sue riflessioni scrive:

«Ci sono sempre state due specie di pittori: quelli che oltrepassarono la linea, e quelli che seppero, rispettosamente e con pazienza, arrivare fino al limite. I primi a causa della loro impazienza, sono stati considerati degli emotivi, dei geniali. I secondi, per la loro umile pazienza, sono stati considerati dei freddi e, solamente, dei buoni artigiani».

L’artista riconosce una specie di passione nella pazienza di non oltrepassare la linea, la passione dell’equilibrio che secondo lui è una passione potente, nemica di ogni ebbrezza.
Salvator Dalí ha fatto del pensiero estremo una magia soprattutto quando si è occupato di definire la sua poetica surrealista, In quel momento l’artista si fa genio e supera abbondantemente la linea, affidando la propria ebbrezza all’immaginazione. E poi sono nati i suoi capolavori.
Salvator Dalí un antiartista che ha attraversato l’arte senza mai sottrarsi alla radicalità del pensiero.
Un genio «perverso e paranoico» che crede nel atto antiartistico, una dimensione che comporta più gioia, maggiore capacità poetica, più intensità del fenomeno improprio che si definisce artistico.
Da esso nasce ciò che vi è di più vivo nelle ricerche che costituiscono l’arte e soprattutto alimentano quelle invenzioni dello spirito che tengono viva oltre ogni cosa la fiamma della creazione artistica in tutti i sensi.
«Perverso e paranoico» è un libro in cui Salvador Dalí parla di Salvador Dalí e nelle pagine racchiude tutte le contraddizioni di una vita d’artista vissuta intensamente tra estasi, delirio e sogno.
Un genio proteiforme che si è immerso nel suo tempo sovvertendone sempre i canoni.

«Non capisco se sono io che divento più grande o se è l’universo che rimpicciolisce: probabilmente si tratta di entrambe le cose».

Salvador Dalí (1904-1989) è stato un pittore, scultore, scrittore, fotografo e sceneggiatore catalano.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa Il Saggiatore.

:: Un mondo nuovo di Niccolò Pizzorno (I Buoni Cugini 2016) a cura di Federica Belleri

3 novembre 2017

copertina_pizzorno_5Originale fumetto dallo sfondo apocalittico. Genova percorsa attraversando i luoghi del degrado, per dare voce a chi non ne ha. Genova invasa dagli zombie, sanguinari, crudeli. Affamati del caratteristico mugugno, il lamento genovese. Splendida l’eroina dai capelli rossi e dai numerosi tatuaggi. Impegnata a far trionfare il bene sul male, a combattere i morti viventi, a creare un cambiamento peraltro non facile. Niccolò Pizzorno ha creato e firmato questa piccola produzione, pubblicata da I Buoni Cugini Editori. Un fumetto unico, privo di dialoghi. Genova, la città descritta dall’autore, è claustrofobica, e i disegni tendono allo splatter. Non manca l’antagonista, legato all’intolleranza. Una sorta di alter ego dell’eroina. Non manca la voglia di lottare per una città nuova, più vivibile e positiva. Pizzorno si ispira agli horror americani degli anni ’80 e, con una satira particolare, denuncia i vuoti sociali. Attraverso un linguaggio muto e i colori decisi dimostra la crescita della sua città, attraverso nuove sperimentazioni. Non sempre è necessario scrivere di certe tematiche. A volte un buon disegnatore, può ottenere lo stesso risultato.
Buona visione.

Niccolò Pizzorno, genovese, illustratore e fumettista, alle spalle l’Accademia linguistica di belle arti di Genova e la scuola Chiavarese del fumetto.

Source: libro inviato dall’ autore al recenore.

:: Come aumentare le visite del vostro blog

2 novembre 2017

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Titolo accattivante, non trovate? Tra i trucchi, i metodi, gli stratagemmi diabolici che i blogger escogitano per catturare l’attenzione del vasto e vario pubblico e farlo arrivare in massa sul proprio blog c’è proprio questo: trovare titoli accattivanti per i propri post che intercettino una precisa esigenza del lettore, che sia un blogger (dunque un addetto ai lavori scafato come voi) è un dato aggiunto. Ne determina una nicchia, un target, fa una cernita alla fonte. Se io non sono un blogger e non me ne può importare una briscola di come aumentare lettori probabilmente quel post lo salterò a piè pari (però mai dire mai, a volte la curiosità gioca brutti scherzi e un titolo intinto di miele può fare la differenza).

Ma poi? Ora bravi il titolo l’avete trovato, magari anche divertente, con qualche buffo contorno forse un po’ kitch, il lettore arriva (forse non in massa, diciamo guardingo) e cosa trova? Il nulla, il vuoto pneumatico, un giro di parole per non dire nulla. Eccerto se mai li avete i segreti per attirare lettori su un blog mica li mettete in chiaro, al massimo li scrivete in un manuale super corazzato per farci un ricavo. Cosa di per sé umanissima, uno le esperienze di una vita difficilmente le regala, se le avessi anche io probabilmente lo farei se fosse il mio lavoro. Anzi un libro sul blogging lo sto scrivendo davvero per parlare della mia unica esperienza, fatta dal basso, con poche risorse a pagamento e tanta fatica. La fatica di 10 anni di blogging continuativo. Ed di un tipo particolare quello letterario.

Scrivo questo post per fornire risorse utili ai blogger magari alle prime armi o in pausa di riflessione che non si possono pagare un esperto SEO che indicizzi il loro blog per farlo volare nei motori di ricerca. Insomma per i blogger come me, che comq ci tengono che il loro spazio digitale sia ben frequentato.

Perché vi confido un segreto, non è il numero dei vostri lettori a fare la differenza. Ma la qualità. Faccio un esempio se voi avete un sito statico, e offrite un servizio che so di lavori idraulici. A voi interessano che so 50 visitatori al giorno con che so il rubinetto rotto e prossimi alla disperazione, più di 1000 curiosi che capitano sul vostro blog per lurkare.

Lo so fare alti numeri è bello, e buon materiale per il media kit, le aziende ci badano. Ma voi non fatevene ossessionare. Non state sempre lì a consultare le statistiche e mordervi le mani perché il collega blogger svetta verso l’empireo mentre voi ve ne state lì al palo. Dopo questa iniezione di sano realismo e buon senso old british veniamo a qualche buon consiglio che ho sperimentato nel tempo e mi ha dato buoni risultati.

I post più visitati sul mio blog sono di due tipi: o forniscono validi strumenti per ottenere qualcosa di concreto (anche un guadagno monetario, perché no) qui o trattano di un tema su cui ho dedicato tanto, ma tanto tempo, e in cui giungo a conclusioni originali o dò informazioni interessanti qui (molto consultato dai ragazzi alle prese con le tesine). Poi vengono i post chiamiamoli “curiosità letterarie”, non troppo difficili da scrivere, ma anche questi richiedono tempo come per esempio il post su cosa stanno leggendo alcuni scrittori. qui E’ stato molto condiviso sui social, ha creato pure polemiche, insomma ha fatto discutere. In realtà non ho dovuto che impaginarlo e fare materialmente le domande agli scrittori aspettando le loro risposte. Per il resto non mi ha richiesto tempo per ricerche o per la stesura effettiva di un testo.

Poi si diceva scegliere un titolo accattivante (io scelgo sempre quelli semplici, diretti, formulati proprio come un lettore li penserebbe). Parlo di libri dunque metto nel titolo più informazioni possibili: titolo, autore, editore, anno di pubblicazione, e nome del redattore che ha stilato l’articolo. Informazioni strategiche per un ipotetico lettore che cerca opinioni su un determinato libro e gli è simpatico un redattore piuttosto che un altro.

Pubblicare frequentemente (avendo un blog collettivo non è troppo difficile, anche se richiede costanza e pazienza per impaginare, dare una scorsa al testo etc…) e a volte proprio non se ne ha voglia. Ma la costanza premia. Certi lettori “fedeli” che vi seguono davvero magari tornano sul vostro blog un giorno, due tre, e se non trovano nuovi post smettono.

Scrivere una newsletter. Ecco questo è un impegno che prendo e sempre colpevolmente rimando. Ma è un buon modo per tenere desta l’attenzione dei lettori “premium” magari dandogli materiali esclusivi, racconti, giveaway solo per loro, articoli approfonditi sui quali avete davvero lavorato parecchio usando un bagaglio di conoscenze magari frutto del lavoro di una vita.

Usare i social responsabilmente. Evitate lo spam selvaggio nei gruppi. E’ una gran perdita di tempo. Con dei distinguo: alcuni gruppi e forum soprattutto davvero attivi meritano lo sforzo e portano davvero lettori che se trovano quello che cercano “ritornano”. E noi questo vogliamo. Che il lettore ritorni e faccia parte di quel bacino fisso che fa crescere il blog. Aprite perciò una pagina FB per esempio per il vostro blog in cui postare gli articoli del giorno e più anche vecchi articoli o che stanno subendo un virtuoso revival o su cui volete puntare per i motivi più fari. Stessa cosa fare su Twitter, G+, Linkedin, Pinterst, etc… Naturalmente a un certo punto fate delle preferenze. I social che più uso son Facebook e Twitter. Ma mi dicono Istagram porti molto traffico.

Scrivere guest post di qualità su blog rispettati e seguiti allarga di molto il vostro parco lettori. Richiede massimo impegno, per assurdo ancora più di quello che richiede scrivere i vostri. Questo slancio di generosità è però sempre ben ricompensato e accresce il vostro status di blogger autorevole e benvoluto dai colleghi. Diciamocelo non ospitereste mai sul vostro blog l’articolo di un blogger che vi sta sulle palle o vende fumo. Quindi anche i lettori sanno che se è stato ospitato è perché vale.

Commentate i blog non solo dei vostri amici e non solo il vostro. Instaurate un dialogo con gli altri commentatori. Sempre in modo educato. Più commenterete e più commenteranno da voi. Che sia sui social o sul blog. Se avete del tempo libero occupatevi di questo ambito molto delicato che vi permetterò di conoscere davvero i vostri lettori, più di tutti gli sterili tabulati statistici.

Tag e categorie sono importanti più che per ottimizzare il vostro sito per i motori di ricerca (e già questo vale la candela se avete blog come il mio le cui visite per l’ 80 % arrivano dai motori di ricerca) per aumentare la fruibilità del sito per i vostri lettori storici. E’ una lavoro che non finisce mai, sempre in corso di aggiornamento. Se avete qualche amico SEO chiedete a lui qualche consiglio, se no provate con il fai da te. I risultati si possono monitorare e durano nel tempo. E abbondate coi link testuali che riportano al vostro sito. Ma funzionali, utili, non tanto per. Un’ utile risorsa ce la fornisce gratuitamente Google: Guida introduttiva di Google all’ottimizzazione per motori di ricerca (SEO)

Scrivete in buon italiano e dichiarate caccia aperta ai refusi. Se ve li segnalano dite grazie! Qui gente infallibile non esiste.

Mettere almeno una foto nell’articolo che scrivete, o di dominio pubblico o chiedendo i relativi permessi.

Scrivete nomi strategici per le vostre foto, saranno ai primi posti su google immagini e non è poco.

Coinvolgete i vostri lettori in giochi, giveaway, sondaggi, discussioni utili.

Fare interviste originali a persone interessanti che si occupano del vostro stesso settore o anche di settori diversi. Le interviste se fatte bene portano molte visite e sono dei “long seller” continuano a portare lettori nel tempo.

Rispettate i vostri lettori, se volete essere rispettati se non amati. Questa è una regola d’oro, da non sottovalutare mai. Se agite “per loro”, sarete ricompensati, forse nel lungo periodo ma è una legge del karma. Non potete scrivere articoli di qualità se non rispettate e stimate i vostri lettori.

Siate sinceri sempre, esercitatevi a esserlo, è un valore a cui non dovete rinunciare neanche per quieto vivere o per paura di farvi dei nemici.

E voi, avete metodi infallibili per portare lettori sul vostro blog? Aiutatemi a rendere questo post più completo scrivendoli nei commenti. Conto su di voi!

I consigli dei lettori

Non seguite le mode e i cliché fissi, più spontaneità e non articoli artefatti.

Mantenere la propria identità e non seguire le regole come divinità assolute. Essere creativi insomma.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Scrivendo sulla strada di Lawrence Ferlinghetti (Il Saggiatore 2017) a cura di Nicola Vacca

2 novembre 2017

FerlinghettiLawrence Ferlinghetti è ancora on the road. Quasi centenario è ancora qui a rappresentare l’anima vagabonda e cosmopolita della poesia.
Il Saggiatore manda in libreria Scrivendo sulla strada. Diario di viaggio e di letteratura. Un volume corposo che raccoglie i diari, finora inediti in Italia. Pagine scritte durante cinquant’anni di vagabondaggi per il mondo (magnificamente tradotte da Giada Diano).

«Considero questo libro – scrive Ferlinghetti – come parte della tradizione dei viaggi in Italia di D. H. Lawrence o di Goethe. È come se molta della mia vita fosse una continuazione del mio wanderjahr giovanile, il mio peregrinare nel mondo».

Ferlinghetti definisce questo diario un insieme di pagine peripatetiche scritte per se stesso.
Ma nel suo vagare per il mondo ci ritroviamo tutti. Con l’autobiografia della sua poesia e delle sue narrazioni si finisce inevitabilmente per ritrovarsi. Queste sono le pagine di un testimone particolare che ha attraversato tutto il Novecento.
Sfogliando i suoi diari, lo troviamo ovunque. Il mondo è la sua casa e in ogni posto con la sua poesia ha documentato i mutamenti, lasciandosi sempre inghiottire dagli eventi, dal tempo e dalla storia, senza mai preoccuparsi del boato deflagrante che promettevano le sue parole.

«La vita di Ferlinghetti – scrivono nell’introduzione Giada Diano e Mattew Gleeson –è cosmopolita sin dall’inizio; infatti da bambino pensa di essere francese. Nasce a New York, quinto figlio di Carlo Ferlinghetti e Clarence Mendens – Monsanto, e cresce come Laurence Ferling (poiché il cognome era stato anglicizzato)».

Incontri, parole e paesaggi, ma anche resoconti esistenziali di esperienze umane e disumane.
Ferlinghetti scrive queste pagine pensandole come monologhi interiori, come storie scritte da un reporter venuto dallo Spazio – inviato sulla terra da un caporedattore con una scarsa tolleranza per le stronzate – per descrivere le azioni bizzarre di questi «umani».
Lo troviamo ovunque il poeta con il suo dissenso. Tutti gli angoli del mondo gli appartengono e il viaggiare è sempre una forma di meditazione e ricerca. Un modo alternativo e propedeutico del suo scrivere personale sulla strada, che resta ancora oggi il mestiere più difficile con cui fare i conti.

«Ogni diario è autobiografico. Se è scritto in prima persona , non può che esserlo. A meno che l’autore non menta a se stesso – e ciò lo rende ancora più autobiografico. Sto cercando di trascinare il rastrello del mio diario sopra il paesaggio. Forse scoprirò qualcosa».

Con queste parole inizia il viaggio di Lawrence Ferlinghetti (poeta indentificato con gli scrittori della Beat Generation, anche se lui non si è mai considerato un beat) sulla strada di un secolo, alla scoperta dell’umano e di tutta la poesia della vita che è sempre desiderio di lotta, ribellione e soprattutto di vissuto intenso da testimoniare.

Lawrence Ferlinghetti (New York, 1919) è poeta, editore, pittore e attivista politico. Vive a San Francisco.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa Il Saggiatore.

:: Dal libro al cinema: La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi

2 novembre 2017

coverDunque vediamo, inizio col dire trasformare un bestseller letterario in un film, che poi sia di successo o no naturalmente lo decide il pubblico, e in un certo senso anche i critici, è un’ impresa che necessita di una certa dose di coraggio e di incoscienza. Linguaggio letterario e linguaggio cinematografico sono due tipi di linguaggio molto differenti si potrebbe dire speculari. La letteratura è un gioco di intelligenza, il cinema parla di sogni e visioni e tocca l’immaginario e l’inconscio.
Di norma, ma naturalmente non sempre, si parte dal libro, lo si trasforma in soggetto e in una sceneggiatura, si gira il film. Dunque necessitano uno scrittore, uno sceneggiatore, e un regista.
Semplice no?
Immaginatevi cosa può succedere quando scrittore, sceneggiatore e regista sono la stessa persona.
Di tutto, convenite?
E come ciliegina della torta immaginatevi lo scrittore sceneggiatore, esordiente assoluto come regista. E un gruppo di star nazionali e internazionali di prima grandezza da dirigere. E ci vuole esperienza, esperienza che un esordiente assoluto per quanto talentuoso non ha.
Immaginatevi questo e avrete un’ idea dell’azzardo compiuto da chi ha finanziato e voluto La ragazza nella nebbia film e libro di Donato Carrisi.
Dico subito che il film mi è piaciuto, ho trovato il Donato Carrisi regista interessante, anzi davvero bravo, anche considerando che per tutto il film non sapevo che era lui il regista. Credeteci o no è così che è andata. Non ho scelto io di vedere questo film, mi ha portato un’ amica.
Ora diciamo due parole sul libro. La ragazza nella nebbia uscì per Longanesi nel 2015. E’ il sesto romanzo di Donato Carrisi noto per grandi successi editoriali come Il suggeritore, Il tribunale delle anime, Il maestro delle ombre. Il romanzo è un classico thriller di ambientazione italiana, ispirato ad alcuni fatti di cronaca recente e all’effetto distorto provocato dall’ uso spregiudicato dei mass media. Comunità montana chiusa, segreti, bugie, il “mostro” probabilmente nascosto nella rassicurante normalità di un borgo dove tutti si conoscono. Il giornalismo cannibale pronto a far leva sugli istinti più bassi e malsani dell’opinione pubblica in nome dello share.
La ragazza nella nebbia film ha numerosi punti forti a partire dalla splendida ambientazione: un fiabesco Sud Tirolo nei dintorni di Bolzano e Bressanone. Interni e esterni. Montagne innevate, laghi, boschi, case di legno, camini che ardono. E le tv immancabilmente sempre accese, occhio indiscreto di una modernità quasi negata. (Pensate solo alla confraternita ultratradizionalista a cui appartengono i genitori della ragazzina scomparsa, o ai vestiti anni 70 di Alessio Boni, o all’uso di antiquate cassette VHS).
Un altro punto forte è un cast d’eccezione: Greta Scacchi (l’anziana giornalista paraplegica), Jean Reno (che recita eccezionalmente in italiano, uno spettacolo già di per sé), Alessio Boni (faccia intensa e tormentata e tanto teatro alle spalle) Toni Servillo (carismatico e istrionesco, figura di spicco del teatro e cinema napoletano) e le belle e brave Galatea Ranzi e Lucrezia Guidone.
E infine la storia giocata sul filo del dubbio, sulla lotta psicologica senza esclusione di colpi tra un poliziotto reduce da uno strano incidente (di chi è il sangue sulla sua camicia?) e uno strizzacervelli, filo conduttore di tutta la storia disseminata di flashback, fino alle scene finali con doppi colpi di scena carpiati.
Il film si regge sulla doppia interpretazione Servillo Reno, che apre il film, sull’ indagine di Servillo, e infine sull’ one man show dell’ insegnante Alessio Boni (i grandi scrittori copiano, e il male rende interessante le storie), il presunto innocente perseguitato da stampa e polizia. Giornalisti, avvocati e poliziotti non ne escono benissimo (la verità non interessa a nessuno, l’avvocato consiglia al suo assistito di non ricordarsi di essere innocente), e intingono di noir una sceneggiatura piuttosto funzionale alla storia seppure alcuni punti ancora restano per me oscuri, ma forse necessiterei di una seconda visione.
Che dire se vi piace il cinema italiano (di qualità) un buon film, Carrisi come regista più che promosso. Ora non mi resta che consigliarvi di leggere anche il libro.

:: Rabbia senza volto di Maurizio Blini (Golem edizioni 2016) a cura di Federica Belleri

2 novembre 2017

Rabbia senza voltoTornano i due protagonisti dei romanzi di Maurizio Blini. Alessandro Meucci, Sezione Omicidi e Maurizio Vivaldi ex poliziotto e investigatore privato. Il primo ha dedicato la vita al lavoro in un mix di esperienza, capacità e intuito. L’altro si è ritirato in solitaria sulle colline astigiane con il suo cane Jago; alle spalle un lutto che lo ha devastato e la permanenza in un carcere militare. I due sono amici fraterni, si completano, provano stima reciproca, sono distanti ma si raccontano nel profondo attraverso le email.
Da febbraio a maggio Torino viene travolta da un’indagine che segue percordi diversi, complicati e ingarbugliati. Meucci è chiamato a condurla, sul luogo di omicidi raccapriccianti. Sulla stessa scena del crimine, con lo stesso modus operandi. Più volte si interroga su quale sia la pista giusta da seguire per risolverli. Torino vive una strana primavera, lasciandosi alle spalle un rigido inverno. Torino è cambiata, cresciuta, in un difficile cammino fra le varie etnie che la popolano. Il tempo passa e Meucci sta iniziando a fare un bilancio della propria vita: la tecnologia che avanza prepotente, la città che si trasforma di notte rispetto al giorno, i turni massacranti, i mezzi a disposizione della polizia che scarseggiano, il vecchio che deve lasciare il passo al nuovo, la responsabilità in un’indagine di commettere un errore fatale, il lavoro di squadra che dovrebbe prevalere su tutto, nel rispetto dell’altro.
Questi sono alcuni degli interrogativi di Meucci. Questi sono i mesi che lo incastrano nella morte di tre persone, fra il Questore pressato dal Ministero degli Interni e polizia e carabinieri che faticano a lavorare in parallelo. Che fare? Come riuscire a mettersi nei panni dell’assassino quando ormai la stampa grida al “mostro”? L’istinto di Meucci conta per risolvere questi casi?
Conta moltissimo perché permette di attraversare una strada alternativa, inaspettata, a tratti assurda. Dall’altro lato, una giustizia che non è uguale per tutti, una colpa gravissima che viene trasformata in un vantaggio personale, porte sbattute e occhi chiusi da parte del Procuratore Capo, giustificazioni da dare in pasto all’opinione pubblica.
Coscienza e destino messi a confronto. Vizi e paure che si scontrano, inesorabili.
Buona lettura.

Maurizio Blini è nato a Torino nel 1959. Ex poliziotto. Nel 2009, si è congedato dalla Polizia di Stato con il grado di Commissario. E’ co-fondatore dell’associazione di scrittori subalpini Torinoir. Negli anni accademici 2013-14 e 2014-15  è stato docente di letteratura gialla e poliziesca all’Università della terza età di Torino con il corso: Torino criminale. Tutti i colori del giallo. http://www.unitretorino.it Il suo sito è http://www.maurizioblini.it. Pubblicazioni: Giulia e altre storie Ennepilibri Editore (2007), Il creativo Ennepilibri Editore (2008), L’uomo delle lucertole A&B Editrice (2009), Il purificatore A&B Editrice (2011), Unico indizio un anello di giada Ciesse Edizioni (2012), R.I.P. (Riposa in pace) Ciesse Edizioni (2013), Fotogrammi di un massacro Ciesse Edizioni (2014), Figli di Vanni (con G.Fontana) Golem Edizioni (2015) si è laureato in Scienze dell’investigazione all’Università degli Studi dell’Aquila.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero dell’ufficio stampa.

:: Dal 10 al 12 novembre alla Microeditoria tutti alla scoperta dei mestieri del libro con riparte la XV edizione della Rassegna della Microeditoria a Chiari a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2017

MicroeditoriaTorna dal 10 al 12 novembre la Rassegna della Microeditoria che ha fatto di Chiari, in provincia di Brescia, una vera e propria capitale del libro e della lettura. Lo spazio dedicato ai libri e che negli anni ha dato visibilità ai piccoli editori sarà sempre Villa Mazzotti.
Tema delle XV edizione della Microeditoria sarà la Filiera del libro, con un viaggio alla scoperta di chi dona forma alle storie nate nella testa e dalla penna degli autori, mettendole in libri fatti e finiti.
Il via ufficiale si terrà venerdì 10 novembre con la premiazione del concorso Mircroeditoria di Qualità -promosso in collaborazione con il Sistema Bibliotecario Sud Ovest Bresciano e Rete Bibliotecaria Bresciana- e si proseguirà sabato e domenica con l’apertura dei 100 stand di piccoli e piccolissimi editori (lista completa http://www.microeditoria.it) provenienti da tutta Italia.
Tante le novità per questa edizione ci saranno diversi laboratori sul mestiere del libro (da come si realizza un ebook a come si scrive un incipit, da come presentarsi a una casa editrice, passando al mestiere di editing, fino all’ edizione e alla traduzione) uniti ad una serie di eventi e uno spazio-libreria dedicato ai più piccoli con la presenza di realtà come Lapis, Uovonero, Gallucci, Coccole books, oltre agli stand di Babalibri, Picarona, Voce in capitolo, Matti da rilegare e Vallardi I.G.
Tanti gli ospiti attesi a Villa Mazzotti nei giorni del Festival, a cominciare da Aldo Cazzullo, Alberto Casiraghy, Carolina Montessori, Staino, Riccardo Iacona, Fabio Genovesi, Alessandra Tedesco, Massimo Bray, Mons. Iacobone, Francesco Panetta, Achille Occhetto e Fulvio Scaglione per una rassegna che in tre giorni ha in programma più di 75 appuntamenti.
In realtà non mancheranno altri interessanti eventi curiosi e coinvolgenti, come il viaggio musicale-matematico nel Paradiso dantesco e la presentazione del volume “L’insegnamento di Don Lorenzo Milani” a 50 anni dalla scomparsa. Ci sarà spazio per l’omaggio a Jane Austen nel bicentenario della sua morte, a Gino Bartali e Luigi Tenco, e spazio per un omaggio e scoperta delle 18 donne che fecero “l’impresa” in Lombardia o la riflessione sull’editoria indipendente e la bibliodiversità nel contesto europeo.

L’iniziativa è organizzata dall’Associazione culturale l’Impronta in collaborazione con il Comune di Chiari, patrocinata da Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Fondazione Cogeme, Consigliera di Parità della Provincia di Brescia e sotto l’auspicio del Centro per la promozione della lettura.

La quindicesimi edizione della Rassegna di Microeditoria quest’anno è dedicata a Stefano Antonio Morcelli: uomo di cultura e uno dei protagonisti italiani dell’Illuminismo, che donò i propri libri alla gioventù clarense, certo che fossero un tesoro prezioso e non a caso ricorrono proprio i 200 anni della Biblioteca Morcelliana di Chiari.