:: Maria Antonietta e il conte svedese von Fersen, tra l’amore e la Ragion di Stato, il carteggio (censurato) finalmente disvelato

3 ottobre 2021 by

Uscirà a fine ottobre in Francia un libro destinato a far scorrerere fiumi e fiumi di inchiostro: il carteggio finalmente in chiaro tra la regina Maria Antonietta e il suo devoto conte svedese von Fersen. Un amore che sembra destinato se vogliamo a cambiare anche il giudizio storico sui due persoanggi in questione e sul periodo. Ricco insomma di implicazioni anche politiche e diplomatiche. Che i due si amassero, già si sapeva almeno a livello ufficioso, nonostante i due amanti avessero fatto di tutto per tenerlo nascosto. Maria Antonietta aveva distrutto le lettere ricevute da Fersen, mentre Fersen, (per motivi che esulavano dal valore puramente sentimentale) le aveva conservate, censurando solo i passaggi più spiccatamente compromettenti, per il bene della Regina, per salvarne da vero gentiluomo la sua reputazione. Gli eredi di Fersen hanno infine consegnato queste preziose missive alla Francia e alcuni ricercatori della Sorbona, hanno fatto il miracolo: hanno fatto emergere cosa il conte svedese aveva prudentemente cancellato con scarabocchi e sbarrature.

Così ora sappiamo con prove documentate quanto fu vivace e appassionato il legame tra i due, che durò anche nel tempo. Sappiamo di quanto cercò di salvarla cercando di convincerla a lasciare la Francia più volte. Naturalmente sappiamo come finì entrambi trovarono la morte tragicamente ma questo carteggio può senz’altro fare luce su un periodo storico di cui ancora si discute. Sempre che non spuntino altre lettere e altre rivelazioni. Insomma il lavoro degli storici non si ferma mai. Ed è appassionante proprio per questo.

:: GIANNI VIOLA: “IL PROFUMO SOAVE DELL’IMPERIALISMO” a cura di Antonio Catalfamo

3 ottobre 2021 by

Gianni Viola è un giornalista free lance che ha fatto della libera informazione una missione, ormai da lungo tempo, occupandosi di argomenti scottanti, affrontati con profondità d’analisi e spirito critico. In questo suo corposo volume, Il soave profumo dell’imperialismo (Kimerik Edizioni, Patti, 2010, euro 14,00), concentra l’attenzione sulla distruzione della Jugoslavia, in seguito a tutta una serie di vicende storiche tragiche che necessitano di essere finalmente chiarite.

Attraverso una grande mole di dati, notizie, informazioni, ricercate con competenza e con pazienza attingendo a varie fonti, non accessibili al grande pubblico, egli spiega come è stato abbattuto il regime comunista jugoslavo non solo con l’uso delle armi, ma anche per mezzo di un apparato propagandistico enorme e dispendioso, che, però, ha prodotto i frutti programmati e che ha cominciato ad operare quando ancora il sistema dei Paesi socialisti era in piedi, quindi non solo in Jugoslavia, ma in tutto l’Est europeo, avendo come vertice d’irradiazione e punto di partenza i governi delle grandi potenze capitalistiche occidentali, e, soprattutto, quello degli Stati Uniti d’America.

Si è trattato e si tratta di un sistema organizzativo e informativo molto sofisticato, molto radicato, capillare, che opera a vari livelli e che è in grado di condizionare e manipolare l’opinione pubblica mondiale, in maniera subdola e penetrante. Esso ha costruito l’immagine di Slobodan Milosevic come uno spietato criminale, sanguinario, cinico, responsabile di migliaia e migliaia di morti, ed è riuscito a farla arrivare anche nel più sperduto angolo del pianeta, cosicché una menzogna, sapientemente ripetuta un’infinità di volte, è divenuta verità consolidata ed incontrovertibile. Ha adottato lo stesso metodo già sperimentato per infangare l’immagine di Mao Tse-Tung, presentato come autore di genocidi che hanno riguardato addirittura milioni di persone, di Fidel Castro e di molti altri dirigenti del movimento comunista internazionale, oggetto di “libri neri”, dossier, documentari, informazioni tutte da verificare nella loro fondatezza, diffuse ora capillarmente via Internet, per accreditare, infine, l’idea che il comunismo è un sistema di per sé criminale, che va equiparato al nazismo.

L’imperialismo, però, come suggerisce il titolo di questo libro di Gianni Viola, non si è limitato a diffondere il proprio “soave profumo” propagandistico. Ha fatto sentire anche l’odore della polvere da sparo, in quanto l’azione di propaganda è stata accompagnata da quella delle armi. La Serbia, nella fattispecie, è stata bombardata per giorni e giorni, seminando la morte e il terrore in mezzo alla popolazione civile, fino a quando ogni resistenza umanamente possibile è stata spezzata. Tutto un popolo è stato messo in ginocchio, umiliato, distrutto fisicamente e psicologicamente. Ma questo non è stato considerato un crimine dai tribunali internazionali. Anzi, pure queste morti innocenti e queste devastazioni sono state addebitate a Milosevic, come responsabile di tutta la guerra del Kosovo.

Da un po’ di tempo si parla degli effetti che l’uranio impoverito, presente in alcune armi, ha avuto sulla salute delle popolazioni colpite dall’ondata bellica, nonché su quella degli stessi militari che hanno utilizzato armamenti letali. Ma neanche questi ulteriori effetti nefasti sono stati posti a carico di chi ha dato ordine di utilizzare il materiale bellico pericolosissimo che li ha prodotti. Persino il rapporto causale tra l’uso di tali armi e i tumori riscontrati in diversi militari impegnati nel conflitto è stato messo in discussione da alcuni giudici chiamati in causa da soggetti che si ritenevano vittime dell’uranio impoverito maneggiato a scopi bellici. Noi non siamo degli esperti del settore e non possiamo pronunciarci in materia. Gli sviluppi della situazione, le nuove conoscenze scientifiche, ci diranno forse nei prossimi anni la verità, se mai si perverrà ad essa. Comunque, è indubbio che morte e distruzione sono state seminate dalle truppe che hanno attaccato la Serbia e che porre queste conseguenze sul conto del “criminale” Milosevic è un’operazione tutta da dimostrare sul piano della logica giuridica, ma anche della logica comune.

Gianni Viola, sin dalle prime pagine, evidenzia che l’attacco a quel che restava della Jugoslavia progressivamente smembrata non sarebbe stato neanche lontanamente pensabile ai tempi dell’Unione Sovietica. Il presupposto di tutto questa operazione distruttiva era, dunque, il crollo dell’Urss. A nostro avviso, tutti gli effetti contro la convivenza civile e la democrazia vera che sono derivati e che deriveranno da questo avvenimento storico disastroso per l’intera umanità non sono ancora ben chiari e definiti. Nei prossimi anni, forse nei prossimi decenni, se continuerà a lungo la fase restauratrice della storia aperta dal crollo dei regimi comunisti dell’Est europei, avremo le idee più chiare, naturalmente a nostre spese, perché dovremo constatare che le condizioni di vita, in termini materiali e ideali, dell’umanità peggioreranno sempre più e che non c’è una forza in grado di contrastare la deriva autoritaria che investe tutto il mondo. Grandi sacrifici si imporranno ai diseredati del pianeta prima di poterne mettere in piedi una di egual potenza di quella sovietica, in grado di contrastare il dominio sempre più esasperante del più forte, ammesso che si riesca a costruirla, visto che l’avversario non resterà a guardare, ma contrasterà con tutti i mezzi, sempre più accresciuti, l’azione costruttiva. Il comunismo ha avuto indubbiamente molti limiti, ma è stato l’unico sistema nella storia dell’umanità a togliere il potere alle classi più forti e prepotenti e ad attribuirlo a quelle meno abbienti.

Il sistema dei Paesi socialisti è stato attaccato dalle potenze imperialiste sin dalla sua nascita. Ma esso ha resistito bene per decenni. Con riferimento specifico alla Jugoslavia, possiamo dire che Tito era riuscito a creare un Paese che, per la prima volta, metteva insieme, su un piano paritario, le diverse nazionalità in esso presenti, assicurando a tutti un tenore di vita dignitoso e una sostanziale uguaglianza economico-sociale. Ma, probabilmente, il male covava sotto la cenere e ad un certo punto è emerso, quando la figura carismatica di Tito è venuta meno. La Jugoslavia, nonostante le sue peculiarità e la sua autonomia dal blocco dell’Est, di cui andava orgogliosa, ha seguito il destino di tutti i Paesi dell’Europa orientale, con il crollo del regime comunista, lo smembramento dello Stato multietnico e la sua sostituzione con staterelli fondati su basi etnico-religiose che pretendevano e pretendono di assicurare omogeneità, fra i quali sono state scatenate guerre disastrose che hanno seminato morte e miseria.

Un’analisi relativa al male sotterraneo che ha corroso alle fondamenta la società socialista è stata avviata da Milovan Gjlas. nonostante i limiti e le ambiguità, per certi aspetti, della stessa e il carattere controverso del personaggio, che, però, è riuscito a cogliere e a denunciare un fenomeno che sicuramente ha influito in maniera decisiva sul crollo di tutti i regimi comunisti dell’Est europeo: il processo di burocratizzazione al quale essi sono andati incontro, in conseguenza del quale la classe dirigente, ai vari livelli, si è impadronita progressivamente del potere, utilizzandolo non a favore del popolo, ma contro di esso e a proprio vantaggio esclusivo, fino ad espropriare i beni collettivi, privatizzandoli ed impadronendosene, dando vita a nuove lobby che hanno assunto connotati marcatamente capitalistici. In Jugoslavia i capi delle varie Repubbliche, che, contemporaneamente, erano alla guida della Lega dei comunisti, in una direzione collegiale dopo la morte di Tito, hanno abbandonato la strada del socialismo e hanno fondato degli staterelli su basi etnico-religiose, sull’autoritarismo e sulla repressione di ogni opposizione, su sistemi economico-sociali a carattere privatistico e capitalistico.

E’ necessario uno sforzo teorico per capire le ragioni di questo processo involutivo, quali sono state le sue matrici causali, in che misura esse sono legate all’ideologia marxista o, quantomeno, alle sue applicazioni concrete. Solo portando sino in fondo questa analisi sarà possibile trovare la via per uscire dall’impasse in cui si trova attualmente il movimento operaio e comunista a livello mondiale e nelle sue articolazioni nazionali. Sinora, purtroppo, questo sforzo non è riuscito a produrre risultati rilevanti o, comunque, sufficienti ad assicurare un rilancio dell’iniziativa rivoluzionaria.

Lo studio di Gianni Viola, grazie ai numerosi dati che fornisce, alla chiave interpretativa degli stessi, rappresenta un passo significativo in avanti, un mattone che serve senz’altro alla grande costruzione teorica di cui sentiamo il bisogno e, perciò, va letto e meditato da un gran numero di persone.

Gianni Viola, Il soave profumo dell’imperialismo, con una nota introduttiva di Ivan Pavicevac, Casa editrice Kimerik, Patti (Messina), 2010, euro 14.

:: Nasceva oggi: Graham Greene

2 ottobre 2021 by

Nasceva oggi a Berkhamsted, Regno Unito, il 2 Ottobre 1904, Graham Greene.

:: Figlia della cenere di Ilaria Tuti (Longanesi 2021) a cura di Federica Belleri

1 ottobre 2021 by

Teresa cara, questi pensieri sono per te. Per il tuo essere una donna speciale, per la forza che mi hai dimostrato nelle pagine dei romanzi che la tua creatrice ha scritto. Sono per te, che hai sofferto e ancora soffri. Che stai facendo i conti con le tue fragilità e una malattia che non ti abbandonerà mai. Per te, che negli anni hai saputo costruire intorno una squadra protettiva e affidabile, nonostante agli inizi in commissariato tu sia stata ostacolata e tenuta poco in considerazione. Perché il tuo fiuto investigativo faceva e fa paura. Perché tu sai osservare la morte, sai guardarla con occhi speciali e determinazione. Perché sai cosa vuol dire provare empatia e compassione, sia con le vittime che con gli assassini. Perché conosci il baratro dove vive una mente criminale.
Teresa cara, ti rassegnerai mai al futuro che ti aspetta? Non credo. Avrai il coraggio di scendere all’inferno per poi risalire? Sicuramente, ora sei pronta per questo passo. Lo hai già fatto più volte. La Storia, potrà aiutarti. Le confidenze da fare, la necessità di una spalla alla quale appoggiarti. L’orrore da oltrepassare per forza, per far coincidere tutto con l’inizio.
Teresa cara, concludi questo doloroso percorso. Non mollare. Ormai sai che puoi contare su chi hai intorno e sai anche chi ti ha mentito pensando di farla franca. Perché tutti abbiamo un lato buio colmo di segreti e omissioni. Pure tu. Spero di ritrovarti presto. 
Splendido romanzo, che vi invito ad aprire e vivere.
Buona lettura.

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards.

Fonte: acquisto personale del recensore.

Voi siete fuoco, Vanessa Roghi, Einaudi Ragazzi (2021) A cura di Viviana Filippini

1 ottobre 2021 by

“Ma io sono convinta che, invece, è un tentativo che va fatto, perché dentro la storia della scuola c’è la storia di tutti, anche quelli che non l’hanno frequentata, anzi soprattutto la loro, e proverò a raccontarvi anche questo”. “Voi siete fuoco” è il nuovo e interessante libro di Vanessa Roghi, edito da Einaudi Ragazzi, dedicato alla storia della scuola. Sì perché di storia non c’è solo quella che ci fanno studiare dentro ai libri di scuola fatta da date e da guerre, da imperatori, da re e regine con tutti gli intrighi annessi e connessi. Il libro della Roghi racconta la storia della scuola in modo curioso e avvincente. L’autrice non solo fa riferimento ai grandi eventi che influenzarono la scuola italiana, ma racconta la storia della scuola attraverso le storie umane di gente comune che la scuola l’ha frequentata, ma ha anche cercato di migliorarla.  L’autrice, storica e ricercatrice della scuola, ha creato un libro nel quale chi legge riesce a avere un quadro generale della scuola italiana e dei cambiamenti che l’hanno caratterizzata nel corso del tempo. Oltre a episodi di vita di ogni giorno, che evidenziano la necessità di avere davvero una istruzione e scuola per tutti dopo l’unità d’Italia, ci sono anche pagine biografiche dedicate a quelle personalità del mondo culturale e filosofico che la scuola l’hanno influenzata e anche cambiata. Non a caso tra le pagine, il piccolo lettore si imbatterà nelle figure di Maria Montessori, John Dewey, Jean-Jacques Rousseau, Don Milani e di quello che fecero per dare un nuovo valore all’educazione scolasticaa, e al luogo dove non solo si insegnava a leggere e scrivere, ma dove si dovevano formare gli adulti del domani. Interessante da questo punto di vista anche la parte dedicata alla scuola in tempo di guerra dove, attraverso storie di bambini, si narra l’andare a lezione ai tempi del Fascismo, quando la situazione della frequentazione scolastica venne negata dal regime ai bambini di famiglia ebraica. Nel libro però ci si imbatte anche in figure realmente esistite, ma magari poco note, come Menocchio, un mugnaio davvero perspicace, vissuto nel 1500, la cui storia venne narrata per la prima volta da Carlo Ginzburg, o  quella di Italia Donati, una giovane maestra vittima di una vicenda di diffamazione che la condusse ad un gesto estremo. Poi ci sono anche tanti libri (“Pinocchio”, “Alice nel paese delle meraviglie”, “Cuore”, “Harry Potter”) che la Roghi ha citato nel sul testo, perché hanno al centro la scuola e il percorso di formazione e educazione. “Voi siete fuoco” è un libro ricco di dettagli e curiosità che risulta davvero gradevole alla lettura, perché la capacità di scrittura della Roghi riesce a passare dal registro saggistico a quelle narrativo in modo fluido, raccontando al lettore sì una scuola fatta di leggi e di fatti storici ma, allo stesso tempo, scrive le storie di persone comuni che hanno fatto la scuola evidenziando al lettore il bambino il ruolo fondamentale della scuola stessa e delle persone non solo nell’insegnamento dell’ABC, ma nella formazione emotiva dei bambini e delle bambine.

Vanessa Roghi è una storica e ricercatrice che da anni scrive documentari per Rai3. Ha insegnato alla Facoltà di Lettere per molti anni all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha scritto diversi saggi e libri sulla storia della cultura e della scuola

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa di Einaudi Ragazzi e a Anna De Giovanni.

:: I magnifici 20 per le tue difese: Tutti i cibi che potenziano il sistema immunitario

30 settembre 2021 by

Esistono cibi straordinari che possono potenziare il sistema immunitario: dalle noci al kefir, dall’avena agli spinaci, dalle banane ai frutti di bosco, senza farsi mancare un po’ di cioccolato fondente, un sorso di tè verde e una spolverata di curry. Li ha selezionati Enzo Spisni nel libro I magnifici 20 per le tue difese, quarto volume della collana Sonzogno «Scienze per la vita».

Direttore del laboratorio di Fisiologia traslazionale e nutrizione all’Università di Bologna, il ricercatore studia da anni il modo in cui gli alimenti interagiscono con il sistema immunitario e con la vastità di batteri che popola l’intestino, il microbiota, strettamente connesso alle nostre capacità difensive. In queste pagine Spisni ci conduce, con un linguaggio semplice e accattivante, alla scoperta di una nuova disciplina che si occupa del rapporto tra quello che mangiamo e il nostro esercito personale: l’immunonutrizione.

I magnifici 20 superfood rappresentano un suggerimento concreto per comprendere come arricchire la tavola con le vitamine e i minerali indispensabili al corretto funzionamento del sistema immunitario. Il vassoio su cui servirli è l’alimentazione corretta, che è un’ancella delle difese, come ha ribadito durante la pandemia da COVID-19 l’Organizzazione mondiale della sanità.

Proprio per questo Spisni dedica un capitolo all’immunodieta, con tantissimi consigli pratici per augurare a se stessi una vita lunga e in salute, abbattendo le probabilità di ammalarsi di tutte le patologie, da quelle croniche non trasmissibili a quelle infettive di origine virale o batterica.

Enzo Spisni, esperto a tutto campo di nutrizione e infiammazione, dirige il laboratorio di Fisiologia traslazionale e nutrizione all’Università di Bologna, dov’è professore associato. Dal 2008 collabora a studi specialistici sulle interazioni tra i nutrienti e la fisiologia del tratto gastrointestinale, che coinvolgono primariamente l’immunità. È autore di oltre ottanta pubblicazioni su importanti riviste scientifiche internazionali. Dal 2015 è amministratore delegato di Targeting Gut Disease, una startup che nel luglio 2020 ha vinto un progetto europeo per contrastare con la dieta la pandemia da SARS-COV-2.

:: Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale di Edi Lazzi (Edizioni Gruppo Abele 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 settembre 2021 by

Edi Lazzi (segretario generale della Fiom – Cgil di Torino) in Buongiorno, lei è licenziata, edito da Edizioni Gruppo Abele, con prefazione di Francesca Re David, raccoglie le testimonianze di 10 donne, lavoratrici, che hanno perso il lavoro in questi anni di crisi dell’auto e di declino industriale che hanno colpito Torino e il suo hinterland. Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena raccontano la loro esperienza personale legata al vero e proprio “lutto” che si vive e si cerca di elaborare quando si riceve la cosiddetta fatidica lettera di licenziamento. Vero e proprio lutto dicevo, perché il lavoro è vita come dice una delle testimoni, con conseguenze sia economiche che psicologiche e sociali, accompagnato da rabbia, incertezza, senso di perdita, crisi di identità e di ruolo, e di senso della vita. Fasi comuni, sebbene le esperienze di lavoro e di vita siano tra le più diverse, affrontato nei modi più diversi, ma sempre con grande senso di responsabilità e determinazione. Perché per le donne se vogliamo è ancora tutto più difficile. Colpisce poi soprattutto la generosità di queste donne disposte a ricordare periodi così dolorosi delle loro vite, perché la loro testimonianza sia di aiuto ad altri che hanno vissuto o temono di vivere le stesse esperienze. Molti non ce l’hanno fatta, dopo il licenziamento alcuni sono arrivati a vivere condizioni così forti di stress e di disagio da tentare il suicidio, a volte riuscendoci. Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Perchè non si può fuggire sempre lasciando solo dietro di sé rovine sociali ed economiche. Perchè è necessaria una riqualificazione e una ridefinzione di una piattaforma comune guidata da scelte etiche e solidaristiche e una riscoperta della comunità come punto di partenza per qualsiasi decisione che riguarda il territorio. Chiude la carrellata di testimonianze quella di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa, un raggio di speranza che per una volta si possa concludere positivamente per i lavoratori, per le imprese e per il tessuto sociale ed economico tutto.

Edi Lazzi Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino. Entrato in fabbrica come operaio, promuove la costituzione in azienda del sindacato Fiom-Cgil, di cui diventa delegato. In seguito è impegnato come funzionario sindacale nella zona ovest di Torino per poi seguire la Carrozzeria di Mirafiori. In veste di responsabile per tutto il gruppo Fiat a Torino, gestisce molte delle vertenze dell’ultimo decennio sul territorio. Ha conseguito due lauree, una in scienze politiche, l’altra presso la facoltà di giurisprudenza in scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

:: CARMELO R. VIOLA: UN ESEMPIO DI COMUNISTA LIBERTARIO a cura di Antonio Catalfamo

29 settembre 2021 by

Il 4 Gennaio 2012 moriva Carmelo R. Viola. Nato nel 1928 a Milazzo, dove la famiglia si era trasferita momentaneamente per esigenze lavorative del padre, era originario di Acireale, dove aveva vissuto buona parte della sua vita, con un’ampia parentesi rappresentata dal soggiorno in Libia, a Tripoli, come emigrato, dal 1941 al 1949, assieme alla famiglia, e trasferimenti, principalmente a Palermo, legati a problemi lavorativi propri. Purtroppo, dopo la morte, una coltre di silenzio è calata sulla sua figura e sulla sua opera, che, al di là delle diverse collocazioni, si è svolta sempre all’insegna dello spirito libertario, che costituisce, dunque, il trait d’union tra i diversi momenti.

Ebbi con lui un lungo rapporto di corrispondenza e di collaborazione, iniziato, probabilmente, nel 1986, stando ad una mia lettera, risalente a tale anno, che lui mi inviò in fotocopia, come testimonianza cronologica del nostro primo contatto, traendola dal suo nutrito archivio, ch’egli custodiva gelosamente in casa, ben ordinato. Ma io, a quella data, seguivo già da alcuni anni la rubrica di traduzioni italiane di poeti russi e sovietici, che Viola teneva su “La Ragione”, organo dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, e le note polemiche, molto pungenti e profonde nelle argomentazioni, che pubblicava su questa rivista, della quale fu per lungo tempo uno dei principali animatori. Carmelo R. Viola aveva imparato i primi rudimenti della lingua russa da un cultore triestino, durante il soggiorno a Tripoli, che aveva stimolato la sua vocazione naturale di poliglotta, visto che, oltre alla lingue locali (in particolare l’arabo), aveva imparato il tedesco e l’inglese (oltre al francese) in quanto impiegato, nonostante la giovane età, presso gli uffici delle amministrazioni straniere che si succedevano nell’occupazione del Paese. La dimensione poliglotta dominerà per tutta la vita il Nostro, che diventerà, fra l’altro, traduttore dal russo di alcune parti della monumentale Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss, edita da Nicola Teti di Milano e una Storia della Chiesa russa, con brani in veterorusso, che doveva uscire presso lo stesso editore. Tra le numerose lingue da lui approfondite nel corso degli anni ricordiamo, inoltre, lo spagnolo, il portoghese e l’esperanto.

Iniziò così uno scambio di opinioni e di materiale durato per parecchi anni (circa un ventennio) e interrotto qualche anno prima della sua morte perché io mi trovai costretto, per vari motivi, a circoscrivere il mio impegno alla critica letteraria e alla poesia, ridimensionando di molto i miei interventi, anche giornalistici, in materia strettamente politica ed ideologica. Ricordo con piacere ch’egli mi mandava enormi pacchi postali con la fotocopia dei suoi articoli di sociologia, che venivano ospitati da una miriade di riviste, e con i volumi progressivi dei suoi Quaderni del Centro Studi Biologia Sociale, che Viola stampava da sé con grande maestria e grande pazienza, digitandoli con uno dei primi computer in DOS, fotocopiando poi le varie pagine, riunendole in libretti ben fatti, con copertina colorata, sapientemente squadrati con una cesoia e spillati con la cucitrice. Purtroppo, le necessità della vita mi impedirono ad un certo punto di far onore a quei pacchi e all’impegno culturale che vi stava dietro con miei articoli di commento e recensioni.

Carmelo R. Viola è stato un personaggio poliedrico, d’impronta leonardesca, dominato, sin dall’infanzia e dall’adolescenza, da una forte carica conoscitiva, diretta verso tutti i campi dello scibile umano, superando la barriera artificiale tra sapere umanistico e sapere scientifico creata in Italia dal dominio culturale crociano, protrattosi per lungo tempo, con riflessi negativi fino ai nostri giorni. Quest’ansia conoscitiva lo ha portato, ancora giovinetto, ad accostarsi, nella Tripoli “liberata” dagli anglo-americani, agli ambienti antifascisti, a leggere i primi fogli da questi ultimi prodotti e diffusi in forma semiclandestina, come “Italia Libera”, che Viola acquista per strada, a collaborare al “Corriere di Tripoli”, quotidiano intorno al quale si raccoglie la nutrita comunità italiana, a diventare apprezzato polemista sulle colonne di questo giornale, nonché protagonista di un dibattito animato, da lui suscitato e determinato da una sua valutazione, ritenuta ingiusta, agli esami magistrali, preparati da esterno,che diventa occasione per una discussione intorno al carattere nozionistico o meno della formazione scolastica vigente, con l’intervento di autorevoli personalità del mondo culturale tripolino, fra cui Eusebio Eusebione, docente di matematica d’origine ebraica, sostenitore del Viola, in contraddittorio con autorevoli personaggi del sistema scolastico “ufficiale”, che sono costretti a regredire verso posizioni difensive di retroguardia. Il Nostro partecipa, inoltre, alle riunioni, anch’esse semiclandestine (e perciò talvolta interrotte dai “liberatori” anglo-americani con il conseguente arresto degli organizzatori), del “Fronte Unito”, d’ispirazione comunista.

Rientrato in Italia, nel 1949, Carmelo R. Viola assume un ruolo da protagonista nell’ambito della pubblicistica d’ispirazione anarchica, collaborando ad “Umanità Nova”, la prestigiosa rivista fondata da Errico Malatesta, a “L’Agitazione del Sud”, organo degli anarchici siciliani, ch’egli contribuisce pure a stampare e diffondere e di cui diviene per alcuni anni anche direttore responsabile, e a numerosi altri giornali dell’universo anarchico-libertario. Va sottolineata l’esperienza della rivista “Previsioni”, da lui fondata e diretta, dal 1956 al 1960, alla quale collaborano figure “eslegi” di intellettuali libertari, come Enzo Martucci, anarchico individualista, e Bruno Rizzi, studioso socialista che contribuisce alla definizione dei connotati del processo di burocratizzazione che investe l’Urss, in netto anticipo rispetto alle manifestazioni eclatanti del fenomeno che poi, diversi decenni dopo, hanno portato al crollo del regime comunista sovietico. Carmelo R. Viola ha acquisito una notevole verve polemica che gli consente di prevalere nei contraddittori instaurati con alti prelati, che pure vantano profondi studi teologici e che, tuttavia, sono costretti ad indietreggiare davanti alle argomentazioni stringenti del Nostro.

Negli anni Settanta del secolo scorso, Viola partecipa con competenza e passione alle battaglie per il riconoscimento giuridico del divorzio in Italia, pubblicando volumi che ottengono un certo successo, sebbene editi da case editrici alternative, per ciò emarginate dal mercato ufficiale: Referendum contro il divorzio. Premeditato vilipendio all’uomo (Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1973). Gode di una buona fama negli ambienti radicali, ai quali si accosta, tanto che suoi interventi vengono letti in importanti convegni, anche quand’egli è impossibilitato a partecipare personalmente. La forza delle sue argomentazioni suscita l’ira della destra neo-fascista, tanto che il Viola viene attaccato da alcuni fogli reazionari. Questi attacchi vengono vissuti dalla vittima come l’incitamento ad una sonora bastonatura da parte di eventuali militanti invasati. Le minacce di bastonature, da parte dell’estrema destra e di una finta estrema sinistra, in realtà al servizio di progetti reazionari, si ripetono negli anni, anche quando Carmelo R. Viola è entrato nella terza età. Alla questione dell’aborto egli dedica un altro volume di rilievo dal titolo illuminante: Aborto: perché deve decidere la donna (Pellegrini editore, Cosenza, 1977).

Nel 1979, in occasione della consegna a Civitavecchia del Premio internazionale “Centumcellae”, proclama ufficialmente la sua nuova teoria sociologica: la Biologia sociale. Il punto di partenza è rappresentato dal “famismo” di Gino Raya, studioso, anch’egli “eslege”, di Letteratura italiana, docente universitario di questa disciplina, che individua nella fame il “primum movens” dei comportamenti umani. Carmelo R. Viola va ben oltre. Individua quattro costanti dell’agire umano: l’autoconservazione; la rassicuranza affettiva; l’identificazione con gli ideali del “microcosmo” e del “macrocosmo” in cui ciascun individuo vive; una quarta costante, trasversale alle tre precedenti, l’auto-identificanza, ch’egli così definisce nel corposo volume La quarta dimensione bio-sociale ovvero cenni di fisiologia dell’identità (secondo la Biologia sociale) (Edizioni Cronache italiane, Salerno, 1996): “L’auto-identificanza […] è il momento finale di ogni rapporto (di affetto e di memoria) che consente al soggetto di ‘sentirsi io’. Io ‘mi sento me stesso’ osservando le cose che conosco, incontrando persone che mi amano, pensando a ideali per cui sono impegnato”.

La società capitalistica soffoca queste costanti che l’uomo, per seguire la propria natura, deve necessariamente soddisfare, mentre la società socialista, come la concepisce Viola, dà ad esse piena realizzazione. Il vero “umanesimo” è, dunque, per dirla con Concetto Marchesi, un “umanesimo comunista”. Viola ha una sua visione originale del socialismo e del comunismo, che si distingue dal marxismo, di cui rifiuta il materialismo dialettico e la lotta di classe come motore della storia e del progresso. La sua è una concezione che ha basi positivistiche, che si ricollegano, a mio avviso, forse indirettamente, a quelle del suo conterraneo Mario Rapisardi, poeta e docente universitario, che ritiene le leggi biologiche applicabili anche alla società e all’arte, e alla “Dialettica della natura” di Engels, che riconosce anch’essa leggi biologiche costanti (trasformazione della quantità in qualità; compenetrazione degli opposti; negazione della negazione) a fondamento di tutto il reale, ottenendo ampi riconoscimenti nell’ambito della filosofia e della scienza sovietica, attentamente, seppur criticamente, studiate in Italia solo da Ludovico Geymonat e dalla sua scuola. Alle spalle sta il positivismo di Auguste Comte, il quale sostiene che, nella società umana in evoluzione, allo stadio teologico e a quello metafisico segue quello positivo, per l’appunto, nel quale gli uomini non cercano più spiegazioni trascendentali ai vari fenomeni, bensì fondate sul “positum”, sui fatti concreti, da cui si desumono leggi generali. Lungo la scia di Comte, Nino Pino Balotta, scienziato e umanista siciliano d’origini anarchiche approdato ad una forma anch’essa positivista di marxismo, afferma che all’era della teologia segue quella della biologia, già in atto.

Un’interpretazione senz’altro innovativa e suggestiva quella di Carmelo R. Viola, che merita di essere approfondita. Purtroppo, nella società “post-moderna” si ripropone il “teismo” in forme rinnovate, basato, però, sempre sull’immagine di un uomo col capo rivolto verso il cielo alla ricerca di spiegazioni e di soluzioni trascendentali. Si tratta dell’ “angelologia” di cui parla Romano Luperini. Ci auguriamo che il Trattato generale di Biologia sociale, al quale Carmelo R. Viola ha lavorato intensamente per lunghi anni, possa vedere finalmente la luce e su di esso si apra un dibattito fecondo di sviluppi teorici.

Negli anni Ottanta e Novanta il Nostro studia criticamente il processo di degenerazione che investe l’Urss ed è tra i primi a comprendere che Gorbaciov non intende affatto rinnovare il comunismo, bensì abbatterlo. Pubblica al culmine di questa riflessione un volume tutto da rileggere: Perestrojka: ricostruzione o capitolazione? Lettera aperta a Mihail Gorbaciov, Cultura Nova Editrice, Rovigo, 1991. La sua visione antidogmatica gli consente di capire in anticipo i fenomeni storici nei loro sbocchi, che risultano, invece, imprevedibili per la massa degli studiosi, che muovono da pregiudizi ideologici di vario segno.

Carmelo R. Viola è stato anche scrittore di valore. Ha affidato le sue memorie di vita a diversi volumetti, usciti anch’essi nell’ambito dei Quaderni del Centro Studi Biologia sociale. Mi riferisco in particolare a Paradiso perduto (Aprile 2008), dedicato alla fase dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsa presso i nonni materni, nella contrada Cosentini di Acireale, a La mia guerra (Agosto 1998), in cui lo scrittore racconta come gli effetti bellici si siano riflessi su di lui e sulla sua formazione, nella fase di vita trascorsa, anche qui, presso i nonni e poi nella casa dello zio Turuzzu e in Libia, dove la famiglia, come abbiamo già detto, è dovuta espatriare, e a Mio padre (Luglio 2007), in cui si sofferma sulla figura del proprio genitore e sulla sua esistenza travagliata. Nonostante la tendenza al realismo, non possiamo considerare queste opere “neorealiste”, sempreché si prenda come canone del “neorealismo” quello secondo cui le opere in esso rientranti tendono alla rappresentazione oggettiva della realtà, mettendo “tra parentesi” l’autore, in una sorta di nuovo “verismo”, caratterizzato, però, rispetto a quello verghiano, da una visione “progressiva”, non reazionaria, del mondo. Infatti, Carmelo R. Viola, in questi scritti, supera la divisione tradizionale tra i “generi”, spaziando dalla biografia (con le inevitabili ricadute autobiografiche) al saggio sociologico, sconfinando nella dimensione diaristica. Dietro tutto si nota la mano del “socio-biologo”, il quale vuole trovare conferma alle proprie teorie scientifiche, rivivendo la storia della propria famiglia, che riproduce le costanti biologiche del vissuto umano, dalla “autoconservazione” alla “rassicuranza affettiva”, alla identificazione con gli ideali del “microcosmo” e del “macrocosmo”, nei quali ogni individuo si trova a vivere e ad operare.

Al di là dell’analisi “bio-sociale”, l’opera di Carmelo R. Viola è godibile anche dal punto di vista letterario. Dalla narrazione emerge tutto un mondo (quello contadino), ormai scomparso, un “Eden perduto”, nel quale si muovono, sciolti nella natura, i nonni materni e il piccolo Carmelo, in una dimensione dominata da bisogni immediati ed elementari, da una “religiosità” spontanea, con evidenti radici pagane; un mondo (quello urbano) di piccoli artigiani (come il padre dello scrittore, ebanista, e lo zio Turuzzu, calzolaio) che dimostrano grande maestria nel lavoro, che si trasfonde in vere e proprie opere d’arte (i manufatti in legno, le scarpe), i quali, tuttavia, debbono industriarsi in mille modi per tirare avanti.

Si tratta di un universo umano strettamente legato alla dimensione della “territorialità”, al territorio in cui ognuno è nato e cresciuto, in linea di continuità con le generazioni precedenti, fino ai primordi della civiltà, e in cui ha riversato tutto se stesso, nettamente contrapposto a quello attuale, nel quale prevale l’ “extraterritorialità”, visto che ogni individuo è costretto a passare buona parte del proprio tempo in stazioni autobus e ferroviarie, metropolitane, aeroporti, in luoghi, cioè, completamente estranei, con i quali ha un rapporto del tutto episodico.

Carmelo R. Viola ha avuto la capacità di rappresentare il suo mondo in maniera semplice, con un linguaggio letterariamente limpido, ma, nel contempo, con profondità d’analisi, affidata al suo metodo critico, fondato sulla Biologia sociale.

Franco Ferrarotti, padre rifondatore della Sociologia nel secondo dopoguerra (dopo che il fascismo, se non l’aveva abolita, l’aveva fortemente ridimensionata), ha studiato gli effetti disumananti che derivano dal passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. La prima costringe il lettore al “corpo a corpo” col testo scritto, alla sua analisi serrata, in termini razionali. Nella seconda milioni di messaggi, trasmessi attraverso il computer, vanno a colpire direttamente la parte emotiva del cervello, per cui il singolo, in uno stato che Ferrarotti ha definito “a-razionale”, in una sorta di “sonnambulismo”, si muove come un individuo eterodiretto, senza alcuna capacità critica, né autocritica.

In quella che possiamo definire la “società digitalizzata iperconnessa”, in cui tutti sanno tutto e non capiscono niente (per ripetere, ancora una volta, le parole di Ferrarotti), è necessario riscoprire il pensiero e l’opera di Carmelo R. Viola, soprattutto (ma non solo) a beneficio delle giovani generazioni.

:: Mi manca il Novecento: L’irregolare e mai banale Arpino a cura di Nicola Vacca

28 settembre 2021 by

Giovanni Arpino era un gran personaggio. Scrittore, giornalista, un irregolare ironico mai banale un grande inventore di storie che amava tenersi lontano dalle consorterie dei salotti letterari.
Diceva sempre di appartenere alla classe degli anarchici borghesi, moderno e europeo con retaggio risorgimentale e un pessimismo della ragione correggibile solo attraverso il dovere.
Nato nel 1927, Arpino fu scoperto da Elio Vittorini. Giacinto Spagnoletti scrive che già dal primissimo racconto egli ha saputo sempre servirsi di un meccanismo di scrittura perfetta, lubrificato come una macchina utensile.
Era impossibile inquadrare in una definizione lo scrittore Giovanni Arpino.
Siamo di fronte a un narratore che nei suoi romanzi è stato sempre uno scrittore perfetto.
Con la sua scrittura si mostra sempre libero, si tiene alla larga dal paludato mondo letterario e dalle sue convenzioni. Questo è uno dei motivi per cui il nome di Arpino è sparito per molto tempo dagli scaffali delle librerie. Egli è uno dei migliori scrittori del secondo Novecento e ha ragione Guido Piovene quando dice: «Non riesco a trovare nemmeno un nome di uno scrittore contemporaneo da mettere vicino ad Arpino».
La suora giovane
è il libro che nel 1959 gli dette la notorietà, un romanzo affascinante per la perfetta tenuta della narrazione difficile. Montale in un elzeviro sul Corriere scrisse che il libro era un capolavoro.
Seguirono Un delitto d’onore, Una nuvola d’ira e L’ombra delle colline. Libri in cui il letterato tra introspezione e analisi sociale sottopone la propria scrittura a un onesto esame di coscienza da cui si evince sempre il desiderio di essere libero dai condizionamenti, perché per Arpino fare letteratura prima di tutto significa torturare le parole. Quello che conta è raccontare, scrivere per sentirsi vicini alle proprie lontananze di uomini.

«La letteratura di Giovanni Arpino discende dalla cronaca, è la cronaca a fornire i temi, evita le fughe nei secoli passati, affronta la condizione umana del suo tempo e ne dà una testimonianza poetica sulla pagina. Arpino era uno scrittore borghese che raccontava una città borghese ma che era sensibilissimo alle condizioni sociali altre». 

Così scrive Bruno Quaranta che allo scrittore ha dedicato un bellissimo saggio dal titolo Stile Arpino. Una vita torinese.
Randagio è l’eroe esce nel 1972. Questo romanzo breve rappresenta una svolta radicale nella scrittura di Arpino.
Un romanzo picaresco, surreale e poetico che trasforma Giovanni Arpino in uno scrittore totale. Le vicende di Giuan, un artista ribelle ossessionato dall’ultima cena di Leonardo, che di notte diventa randagio e percorre le strade di Milano per imbrattare i muri di scritte d’amore. Questo straordinario e visionario personaggio utopico è un randagio che vuole insegnare agli uomini la bellezza e l’eroismo del bene.
Letto ancora oggi Randagio è l’eroe, tornato in libreria grazie a Lindau nel 2013, ci commuove e ci affascina per la condizione di verità e di nudità totali che ancora è capace di esprimere.
Vale la pena leggere e rileggere Giovanni Arpino, ironico, corsaro, anarchico.
«Era uno che viveva senza scarpe» disse di lui la moglie Caterina. Non c’è migliore definizione per uno scrittore che nella sua vita non ha mai voluto rinunciare alla sua libertà.
Arpino muore a Torino il 10 dicembre 1987. Oggi, nonostante ci sia un interesse editoriale intorno alla sua opera, lui è ancora un fantasma della letteratura.
Spetta ai lettori il compito di riportarlo in vita.

:: La sinagoga degli zingari di Ben Pastor (Sellerio 2021) esce oggi 21 ottobre

26 settembre 2021 by

Ecco in anteprima la copertina:

In anticipo, era prevista l’uscita il 31 ottobre, esce oggi La sinagoga degli zingari di Ben Pastor per i tipi della Sellerio, Martin Bora nell’inferno dell’assedio di Stalingrado. Ecco a voi la trama dal sito Sellerio:

Agosto 1942-marzo 1943. Martin von Bora, uomo tormentato e diviso, ufficiale tedesco dominato da un senso dell’onore che lo imprigiona, è sul fronte di Stalingrado. Riceve l’ordine dal comandante supremo, generale Paulus, di indagare, in quanto agente esperto del controspionaggio, sulla scomparsa nella steppa (incidente, assassinio?) dei coniugi romeni Nicolae Tincu e Bianca Costin, venuti in visita privata al quartier generale delle forze tedesche. L’ordine è strano sotto tutti i punti di vista, in un momento come quello; e i so-spetti si infittiscono presto, quando scopre che i due romeni sono tutt’altro che ospiti banali, ma importanti scienziati che hanno collaborato con Enrico Fermi ed Ettore Majorana. L’indagine si trascina per mesi, nel caos infernale dell’assedio. Bora trova l’aiuto, e forse la vicinanza umana, di un maggiore italiano, Amerigo Galvani, con il quale intravede nel delitto una complicata catena che lega e confonde guerra, interessi privati, spionaggio di alleati e di nemici. Ma tutto affoga in un teatro di ferocia che a Martin appare ogni giorno che passa più catastrofico e rivelatore. E lascia in lui, molto più che una delusione, un senso di nulla.
Le tante avventure del detective dell’Abwehr Martin von Bora, un aristocratico spirito d’artista chiuso dentro la divisa della Wehrmacht, un uomo giusto costretto da un perverso giuramento di fedeltà, corrono dalla Guerra di Spagna alla fine della Resistenza, e spaziano dall’Aragona all’Unione Sovietica. Romanzo dopo romanzo, vanno narrando, in chiave poliziesca, con un’esattezza che conosce gli umori dei comandanti così come le smorfie dei cecchini, la Seconda guerra mondiale, vissuta da un altro, estremamente solitario, punto di vista. Gialli con all’interno un lacerante quesito storico-morale.

:: Il Piccolo Principe diventa… Topo Principe!

24 settembre 2021 by

Disney Libri – Giunti Editore presenta una novità da collezione, in vendita dal 29 settembre: Il TopoPrincipe, la prima parodia a fumetti Disney del Piccolo Principe, accompagnata da un prologo illustrato, anch’esso inedito, in arrivo a 75 anni dalla prima edizione europea del romanzo. Un progetto tutto italiano, pronto a spiccare il volo per il resto del mondo.

E noi di Liberi non ce lo siamo fatto scappare e gli abbiamo dato un’occhiata in anteprima. Giusto una sbirciatina per non anticiparvi troppo. Ed è bellissimo. Un libro a fumetti coloratissimo, con i colori caldi del deserto dal giallo, all’ocra, al marrone, al verde con Topolino protagonista in compagnia di Pluto aviatore. E c’è un bambino, il piccolo principe… della sua mamma. Insomma tutti i bambini (di qualsiasi età) che lo leggeranno saranno i protagonisti.

Ma vediamo chi sono gli autori:

Testi di Augusto Macchetto
Progetto grafico e direzione artistica di Emanuela Fecchio
Coordinamento editoriale di Susanna Carboni
Copertina: disegno di Giada Perissinotto, colore di Andrea Cagol
Hanno collaborato: Mattia Surroz, IF IdeaPartners – Milano

La storia del Piccolo Principe molti di voi già la conoscono, ma parodiata a fumetti con allegria e divertimento (scommetto che si sono divertiti anche gli autori) è tutta un’altra cosa.

Vorrei pubblicare qualche tavola, ma non credo possa farlo per cui dovete fidarvi di me. Sarà poi disponibile sia in cartaceo, che in ebook, io per ora ho potuto visionare il pdf. Ma lo prenderò per collezionarlo. E dunque buona lettura!

E invece… ho avuto l’autorizzazione a pubblicare qualche tavola, guardate da voi quanto sono belle:

Disney Libri – Giunti Editore
Disney Libri – Giunti Editore
Disney Libri – Giunti Editore

:: Primo racconto: Il giorno di Mathieu V. di Stefania Piccoli

24 settembre 2021 by

Si alzò dal letto scomodo in una radiosa alba primaverile. Si lavò, rassettò la camicia e tentò di rifare la piega ai pantaloni; poi attese, seduto su una piccola sedia. Che poteva pensare ancora…alla sua vita, agli errori commessi o alle passate gioie? No, non era più tempo; il tempo, come i ricordi piastrellavano i muri della sua cella con frasi senza un filo logico, immagini senza volti, che roteavano sugli occhi e ronzavano nelle orecchie. Il battito del suo cuore martellava i minuti, che passavano velocissimi, anzi troppo lentamente. Voglio uscire da qui… io soffoco: “ O Dio dammi la forza, manca poco “ si ripeteva sottovoce.

Quando si aprì la porta della cella, la luce tesa e brillante lo investì, riscaldandolo.

Annusò l’aria illudendosi che quell’istante, quella luce gli potessero infondere coraggio, stordirlo fino alla fine. Uscì zoppicando, stanco, insieme al prete che recitava le preghiere, e al direttore del carcere. Due secondini impettiti attendevano vicino a un grande portone di ferro; quando si aprì, il piccolo corteo si trovò in uno spiazzo di cemento con alte mura circondate dal filo spinato; ad aspettare c’era il medico della prigione e il boia.

Sulla torretta una guardia con il fucile al petto osservava la scena non curioso. Cominciava a fare caldo lassù e la giornata era ancora lunga. Voltò le spalle, dopotutto le esecuzioni erano tutte uguali e la vista del sangue lo disturbava.

Ancora un passo… Mathieu sollevando il capo finalmente la vide in piena luce, sprezzante, la lama acuta, irremovibile ma per qualche istante si scrutarono, complici. L’immobilità dell’aria colse il fluire del suo sangue nella più intima arteria: “Quindi mi aspettavi”.

Si inginocchiò lentamente e subito un quieto languore lo avvolse come una tiepida coperta e ricordò che “ La vita è veloce come la freccia scoccata da un impercettibile arco”.

Piegò la volontà ed il collo in silenzio.

Stefania Piccoli vive a Udine, in Friuli Venezia Giulia. Ha lavorato per molti anni come responsabile di alcuni negozi ma ora fa la casalinga felice. Scrive da molti anni e nel 2013 fino al 2018 si è cimentata anche con la poesia. Questo racconto breve risale a qualche anno fa.