Il gatto di Donald W.Engels (Piemme, 2019) a cura di Elena Romanello

25 febbraio 2019 by

978885666875HIG_4b768c9b683e9f73ca4a44ea7846c5cf (1)Torna con una nuova veste grafica un long seller per tutti gli amanti dei gatti, già uscito come Storia del gatto vent’anni fa. Un libro imperdibile per chiunque ami l’aggraziato e irresistibile felino, capace di suscitare grandi passioni ma anche grandi odi, come raccontano le pagine del libro, concentrate in particolare sull’antichità.
Il primo, vasto capitolo, ovviamente è incentrato sull’antico Egitto e il suo rapporto con i gatti, divinità ma anche animali da compagnia da addomesticare con l’intento certo di sfruttare la loro capacità di cacciare i topi, ma non solo,visto che una dea fu ispirata a loro e i gatti furono al centro di un attaccamento ancora oggi preso ad esempio.
Il secondo capitolo porta invece in Grecia, Paese spesso trascurato quando si parla di felini, ma dove ci furono molti elementi interessati, alcuni presi dal contatto con l’Egitto: Esopo parlò dei gatti nelle sue fiabe e la dea Artemide, ispirata per molti aspetti all’egizia Bastet, aveva tra i suoi animali prediletti proprio il micio, come la nordica Freya, che il libro non tocca.
Al gatto a Roma è dedicato tutto il successivo capitolo, il terzo, che ricorda l’importanza che i culti egizi ebbero nell’Impero romano, ma anche la relativa simpatia che l’animale suscitò, visto che si intuì la sua importanza a combattere il topo. In Europa cominciarono anche i problemi dei gatti, visto che diventarono oggetto nelle terre celtiche di interesse per le loro presunte doti magiche, interesse che spesso degenerava nella loro uccisione.
Le cose peggiorarono nel Medio Evo, con le persecuzioni e il non riconoscere il ruolo fondamentale del gatto a combattere i ratti, il veicolo della Morte nera, la peste che a più riprese devastò la popolazione europea, anche se ci furono dei fari di luce in tanti buio, a Bisanzio, nel mondo islamico e nelle Isole britanniche.
Il libro chiude poi con un excursus veloce sugli ultimi secoli, ricordando come oggi per i gatti ci sia tutt’altro atteggiamento, per fortuna.
Il gatto è senz’altro un libro da avere per gli amanti dei felini domestici, ma anche un volume curioso, tra Storia e scienza, che racconta come le vicende degli animali più vicini agli esseri umani siano legate tra di loro, volenti e non, nel bene e nel male.

Provenienza: libro del recensore in un’altra edizione.

Donald W. Engels, nato nel 1946, è professore associato di storia all’Università dell’Arkansas. Il gatto. È tutta un’altra storia è un longseller, considerato un reference sulla storia del gatto nel continente europeo dalla preistoria all’età moderna.

:: Scrittori ai fornelli: Laura Costantini & Loredana Falcone & I bucatini all’amatriciana di Loredana

25 febbraio 2019 by

rossoviolento coverOggi per la nostra gustosa rubrica Scrittori ai fornelli ospitiamo Laura Costantini & Loredana Falcone, autrici di Rosso violento.

Gli abbiamo chiesto chi delle due fosse la maga dei fornelli e ci hanno risposto:

“Houston, abbiamo un problema”

Ovvero, la chef nel duo scrittorio FalconeCostantini è Loredana Falcone, meglio nota ai lettori come la metà oscura. Lei scrive – benissimo – e cucina – divinamente – ma non chiedetele – mai – di apparire.
Quindi, quando le ho riferito che saremmo state ospiti della rubrica Scrittori ai fornelli di LiberidiScrivere ha borbottato: “Io ti spiego la ricetta, ma foto neanche a parlarne.”

Dopo aver appurato questo, veniamo alla ricetta:

Comunque, la ricetta che vi proponiamo è legata, anche se in senso lato, alla nostra trilogia “Noir a colori” di cui è uscito il primo volume. “Rosso violento” è il titolo e non si riferisce al colore del sugo all’amatriciana. Però. Tra i protagonisti c’è Valerio Greyford, detective dell’unità Vittime Speciali di Chicago. Non lasciatevi trarre in inganno dal cognome anglosassone. Valerio, Val per gli amici, è italiano. Per la precisione i suoi genitori sono di Frascati e la ridente cittadina dei Castelli Romani sarà protagonista del secondo volume, in uscita a fine marzo, intitolato “Verde profondo”.

Dunque è la ricetta preferita del vostro protagonista?

Valerio non avrebbe bisogno di prenderle per la gola, le sue conquiste, ma si diletta di cucina italiana e ama in modo particolare la pasta (che italiano sarebbe, altrimenti?). Quindi la sua ricetta è anche una delle preferite della mia socia. I bucatini all’amatriciana di Loredana sfiorano la leggenda e molti nostri amici ambiscono a un invito a cena che la veda alle prese con bucatini e guanciale rosolato. Per inciso il guanciale (da non confondere mai con la pancetta) è uno dei punti di forza della norcineria frascatana.

Ingredienti (per 4 persone):

2 etti di guanciale o pancetta tesa tagliata a dadini (Valerio inorridirebbe sull’alternativa pancetta, sappiatelo)
1 barattolo di pomodori pelati da 800 grammi
1/2 Cipolla
Olio extra vergine d’oliva
Peperoncino
Sale & pepe
500 grammi di bucatini
Pecorino romano o, in alternativa, parmigiano reggiano (altro gemito di orrore da parte di Valerio)

Preparazione:

In un tegame a fondo alto mettere l’olio, il guanciale, la cipolla tagliata sottile e un pezzetto di peperoncino. Lasciare ammorbidire e aggiungere il pomodoro pelato precedentemente schiacciato con la forchetta in un piatto. Salare e pepare leggermente.
Coprire con un coperchio avendo cura di lasciare uno spiraglio per permettere al vapore di uscire e al sugo di restringersi. Lasciare cuocere a fuoco lento.
Portare a ebollizione l’acqua precedentemente salata, calare i bucatini e controllare che rimangano ben al dente.
Versare il sugo in un’insalatiera capiente, unire la pasta, spolverar di formaggio e servire caldi.

Quarta di copertina di Rosso violento:

Un rossetto dalla tonalità intensa, pregiato, di marca. In una ventosa e indifferente Chicago, nessuno riesce a spiegarsi cosa ci faccia un rossetto così sulle labbra ormai mute di una serie di cadaveri. Cadaveri di uomini sottoposti ad atroci sevizie. Uomini che alla morte si sono consegnati perché sottomessi dalla promessa di una bocca tinta di rosso. Un rosso violento…
Loredana Falcone e Laura Costantini sono un duo scrittorio e questo è il primo romanzo della loro trilogia “noir a colori” con il marchio FalconeCostantini.

:: Corpo a Corpo di Silvia Ranfagni (Edizioni e/o 2019) a cura di Federica Belleri

25 febbraio 2019 by

1Romanzo d’esordio per Silvia Ranfagni, scrittrice e sceneggiatrice. Romanzo potente e devastante, che racconta l’essere madre in modo diretto, a volte crudo. Beatrice si trova quarantenne a desiderare un bambino. Lo vuole davvero o lo “deve” avere perché così si fa? Beatrice non si è curata di vizi e stravizi in gioventù, ha sofferto tanto, è rimasta legata ai ricordi più brutti ma ha cercato di vivere come le pareva, scansando il dolore. Ora, non ha un uomo, non ha un compagno, nessuno che possa condividere con lei questo progetto di vita. Che fare? Lo scoprirete in corso di lettura.
Il suo Corpo si confronta e si scontra con il piccolo Corpo uscito da lei, i suoi seni lo nutrono, i suoi pianti la annullano. Cosa prova per suo Figlio, cosa vuole per il suo futuro? Ma soprattutto, cosa desidera per sé e solamente per sé questa donna? Quali sono i suoi bisogni quando la sua mente fa troppo rumore e si sente annullata?
Corpo a Corpo sbatte il lettore al muro, lo inchioda alle responsabilità genitoriali. Lo catapulta nell’egoismo necessario per sopravvivere, nel disagio delle fragilità, nella paura di non poter controllare tutto. Intanto la vita scorre in centocinquantasei pagine, questa madre evolve e si accascia su se stessa e questo bambino, che si chiama Arturo, cresce. Ottimo editing, ottima trama, ottima lettura.

Silvia Ranfagni insegna sceneggiatura e scrittura creativa alla Rome University of Fine Arts. Ha lavorato nelle troupe di diversi registi, tra cui Amelio, Bertolucci, Tornatore, e scritto sceneggiature con Verdone e Ozpetek. Corpo a corpo è il suo primo romanzo. Come tanti mammiferi, ha anche prodotto vita, un’impresa estenuante.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Il ritorno e altre prose di Thomas Wolfe a cura di Francesco Cappellini (Via del Vento Edizioni) a cura di Daniela Distefano

22 febbraio 2019 by

THOMAS WOLFE 1Questo piccolo opuscolo – curato da Francesco Cappellini – racchiude tre prose inedite in Italia dello scrittore americano Thomas Clayton Wolfe (1900-1938) il cui tono e intimista, penetrante, rapsodico, lunare, avrebbe influenzato, qualche anno dopo, tutto il movimento legato alla beat-generation. Nel 2016, gli fu dedicato persino un film – “Genius” del regista Michael Grandage. Thomas Clayton Wolfe raggiunse il successo editoriale nel 1929 dopo l’incontro con Maxwell Perkins, scopritore di talenti quali Hemingway e Scott Fitzgerald. Fu l’inizio di una fortunata collaborazione dalla quale uscirono i romanzi più famosi di Wolfe, che morì troppo giovane per adagiarsi sugli allori del suo genio. Ecco cosa scrisse nel primo di questi brevi racconti:

“Sette anni lontano da casa, e ora sono tornato. Che c’è da dire? Il tempo passa e mette un cappio alla discussione. C’è troppo da dire; c’è così tanto da dire che deve essere detto; c’è così tanto da dire che non sarà mai detto: lo diciamo nella solitudine appassionata della gioventù, o delle diecimila notti di assenza e poi ritorno. Ma alla fine, la risposta a tutto è che tutto è tempo e silenzio, basta; dopo non rimane più nulla da dire”. IL RITORNO

THOMAS WOLFE 2Le altre due storie “La giustizia è cieca” e “Prologo all’America” compendiano il virtuosismo di uno scrittore che riporta la trama nel mondo dei fatti bizzarri e registra i flussi di coscienza tra le montagne russe di una visione astrale.

“Perché dappertutto, in mezzo a queste tenebre immortali che attraversano la terra, c’è stato qualcosa che si muoveva nella notte, e qualcosa che si agitava nel cuore degli uomini, e qualcosa che piangeva nelle grandiose profezie di quelle lingue mute, di quel sangue selvaggio rimasto inespresso. Dove andremo ora? Che faremo? Il blu grigiastro del mattino tra gli scoscesi pendii, accelerazione del tempo nei passi svelti, fino alle vette di mezzogiorno; quotidiano e incessante il traffico furioso sulle strade affollate; ora e per sempre, a tirar su edifici oltre la cresta della marea che monta di questi tempi; sospese nel cielo contro il cristallo di questo blu così fragile, zanzariere che sbattono, dalle griglie in acciaio, l’ottuso rumore ritmico dei macchinari”.

Questa raccolta costituisce il prologo di una produzione che ha preannunciato una poetica d’oro. Non c’è un “purtroppo” ma solo un “destino”: Thomas Wolfe è stato il gigante con il cervello che era una miniera di immagini luminose e parole incisive, perforanti la nostra mente, il nostro pensare. Ha detto tutto quello che aveva da dire e da tacere, poi se ne è andato senza avere nemmeno quarant’anni, troppo o troppo poco per comprendere il perché della Vita.

Thomas Wolfe nacque il 3 ottobre 1900 ad Asheville, città turistica della Carolina del Nord. La famiglia si spostò di frequente nei suoi primi anni di vita, contribuendo allo spaesamento e al senso di inadeguatezza del piccolo Thomas, segnato peraltro dalla morte per tifo del fratello Grover. Iscritto presso le scuole pubbliche, Wolfe ebbe la fortuna di incontrare ottimi insegnanti e di appassionarsi velocemente alla letteratura, avvicinandosi alle opere di Walter Scott, Dickens, Stevenson, Allan Poe e molti altri. Dopo il diploma, Thomas Wolfe cominciò a frequentare la North Carolina University, dove inizialmente ebbe a scontrarsi con i pregiudizi e l’ostilità dei compagni, avversi alle sue origini provinciali e alle sue stranezze fisiche (il giovane misurava più di due metri d’altezza). La sua situazione migliorò l’anno seguente, quando iniziò a distinguersi scrivendo per il giornale della scuola, il Tar Heel Magazine, su cui comparve un suo componimento dedicato alla Grande Guerra. Lo stesso anno segnò un nuovo lutto nella vita del giovane scrittore, che perse il fratello Ben, cui era fortemente legato e di lì a poco, dopo aver ottenuto dai genitori il permesso di frequentare un anno ad Harvard, un’altra tragedia colpì la sua famiglia con la morte del padre. Nel frattempo il suo talento andava sviluppandosi, soprattutto nella drammaturgia, ma quando diede alle stampe Welcome to our city, una pièce autobiografica ambientata ad «Altamont» trovò di fronte a sé una forte opposizione da parte della classe editrice. Sconfortato, accettò un posto come insegnante alla New York University e lì rimase per sei anni. Nel 1924 affrontò per la prima volta un viaggio nel vecchio continente: visitò Inghilterra, Francia e Italia, e durante il viaggio di ritorno conobbe il suo grande amore, Aline Bernstein, sposata e di venti anni più grande di lui. Fu in questo periodo che Wolfe cominciò a stendere O lost, portato a termine solo nel 1928 e per il quale l’autore ebbe molto a lavorare per trovare una casa editrice, infine individuata nella newyorchese Scribner’s Sons. Una fortuna non da poco, considerando che tra gli impiegati figurava Maxwell Perkins, curatore di Hemingway e Scott Fitzgerald. Lo stesso Perkins propose al giovane Wolfe di lavorare alle sue opere, e gli suggerì alcune modifiche strutturali al romanzo presentato, nonché la sostituzione del titolo con Angelo, guarda il passato, sulla scorta del poema di Milton. Il romanzo fu un successo e spinse Wolfe a lavorare duramente alla scrittura. Per ovviare alle distrazioni mondane della Grande Mela, lo scrittore si trasferì a Brooklyn e interruppe la relazione con Aline. Tuttavia, tutte le bozze presentate non convinsero Perkins, che le rigettò puntualmente, fino a proporgli nel 1933 di stendere il seguito di Angelo, guarda il passato. Thomas Wolfe accolse l’idea e stese un’epopea in più volumi sul modello de Alla ricerca del tempo perduto dal titolo The October fair.Ancora una volta, Perkins non ne fu entusiasta e operò tagli drastici, fino a ridurre l’opera monumentale a un solo volume, cui diede il nome di Il fiume e il tempo. Wolfe poi decise di tornare in Germania. Correva l’anno 1936, e il Terzo Reich ospitava le Olimpiadi. Il clima di oppressione, di violenza, che le strade tedesche sperimentavano spinse Wolfe a scrivere una storia ispirata al regime nazista intitolata Have a thing to tell you. Pur continuando la sua attività di scrittore con grande regolarità, Wolfe non diede mai più nulla alle stampe, accontentandosi di raccogliere manoscritti, pubblicati postumi: The web and the rock, You can’t go home again e A western journal. Quest’ultimo romanzo in particolare fu steso a partire dall’esperienza dei suoi viaggi attraverso gli Stati Uniti intrapresi nel 1938 e, sfortunatamente, rivelatisi fatali. Nel corso di una delle sue avventure contrasse, infatti, l’influenza bevendo del whiskey con un vagabondo, ma il virus andò a peggiorare una tubercolosi cerebrale latente che lo condusse nel giro di un mese alla morte. Il suo stile è stato da molti definito “romantico” per gli estremi emotivi cui va incontro, in parte mutuati anche dalla sua vicinanza a letterature più europee. Il risultato è un andamento unico ed estremamente variegato, capace di scivolare dal regime torrentizio dello stream of consciousness all’asciuttezza dell’asserzione scientifica passando per l’opulenza di un dettato barocco. A seconda della stima che di lui ebbero critici e lettori, la sua opera è stata variamente descritta come tediosa, pesante ed eccessivamente focalizzata sul sé o come intensamente introspettiva, con notevoli picchi poetici. In Italia, le sue opere cominciarono a essere tradotte non prima degli anni Cinquanta, e comunque con una scarsa sistematicità.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento Edizioni”.

:: Dalla parte del bene di Martin Fahrner (Keller editore, 2018) a cura di Viviana Filippini

19 febbraio 2019 by

uno“Dalla parte del bene” è un viaggio nella vita di un uomo, nei suoi ricordi d’infanzia in un piccolo paese al confine con la Polonia. Un località piazzata lì sul valico tra due montagne, dove la vita scorre in modo pacifico, lontana da ogni paura e preoccupazione. Non a caso, per il protagonista e per chi è nato al paesello, fondamentali come indice della crescita sono i passaggi di mezzo a due pedali. Dal triciclo quando si è piccoli piccoli, passando per una Pionýr, nella speranza di avere una Eska, una bicicletta alla quale tutti mirano, perché la si trova in tanti colori e con le marce. In realtà, queste sono le tappe intermedie per l’arrivo all’età adulta, perché il traguardo finale, quello che sancisce l’ingresso nell’età adulta e che in pochi hanno il privilegio di avere è lei: la Favorit. A raccontare la storia c’è un bambino, il figlio del capitano delle squadra di calcio del Kostelec. Pagina dopo pagina, la voce narrate cresce diventando adulta e, nell’arco di tempo che trascorre (circa una ventina di anni), chi narra ci porta nella vita di un uomo (il padre) che ha sperimentato sulla sua propria pelle, esperienze di vita che hanno lasciato segni indelebili. Dall’essere un grande calciatore di successo osannato da tutti, al dover fare i conti con problemi fisici che costringeranno l’uomo ad attaccare gli scarpini da calcio al chiodo e trovare un altro lavoro per mantenere la famiglia. Vita quotidiana, fatta di lavoro, di affetti e anche di piccole incomprensioni familiari sulle quali gravano, nel 1968, le tensioni della Primavera di Praga e, nel 1989, un ulteriore cambiamento: la caduta del muro di Berlino. In “Dalla parte del bene” di Fahrner però l’io narrante, quel bambino che cresce diventando un uomo, espone anche il proprio vissuto personale tra sport amati (la bicicletta) e tenuti a distanza (anche se è figlio di un calciatore il narratore non ama il gioco del calcio). E non solo, perché il figlio dell’ex capitano del Kostelec adora il teatro, lo studia, ci lavora e in barba a tutte le difficoltà fa ogni singola cosa con passione, fino all’incontro con la donna amata. Tra i ricordi, accanto alle imprese del padre ex calciatore, ma sempre eroe, si innestano la nascita dei due figli della voce protagonista e il suo rimettersi in gioco come artigiano con un forno per cuocere ceramiche. In “Dalla parte del bene”, Martin Fahrner, come Ota Pavel, con uno stile ricco di ironia e sentimento si rivela uno dei migliori esponenti della letteratura ceca. Uno scrittore che scava nei meandri della memoria, ripescando i ricordi del e dal passato personale, per intrecciarli con i fatti storici della propria terra d’origine. Il tutto per modellare, pagina dopo pagina, una narrazione nella quale si rendono straordinaria la quotidianità di una famiglia e la sua capacità di non abbattersi mai e di reinventarsi sempre nel corso del tempo. Traduzione dal ceco Laura Angeloni.

Martin Fahrner è nato nel 1964. È laureato alla Facoltà di Scienze dell’educazione di Ústí nad Labem e alla Facoltà di teatro di Praga (DAMU). Ha lavorato come drammaturgo, addetto agli impianti di riscaldamento, vasaio, guida turistica. Ora è scrittore, traduttore e autore di spettacoli teatrali.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a Roberto Keller e allo staff dell’ufficio stampa.

La maga tessitrice di Helena Paoli (Fanucci, 2019) a cura di Elena Romanello

18 febbraio 2019 by

La_maga_tessitrice_-_Helena_Paoli_1024x1024Fanucci editore inizia una nuova saga, La figlia del cielo, dando spazio ad una giovane voce italiana, Helena Paoli, di certo non priva di interesse, già nota per il suo blog e il suo canale youtube, con il primo capitolo, La maga tessitrice.
In una qualunque cittadina italiana contemporanea vive Aspasia, diciotto anni, una vita segnata dalla tragica morte di sua madre, da un padre che si è chiuso in se stesso dimenticandosi di avere una figlia e da un’aggressione che ha subito da qualcuno di cui si fidava. La ragazza si è rinchiusa in se stessa, con come unica compagnia i libri.
Ma un giorno la sua vita cambia, e viene risucchiata in una dimensione parallela, dove la porta un giovane dai capelli bianchi, Septimus.
L’Altrove è infatti una terra governata da miti e magie, dove regna incontrastato un dittatore sanguinario e dove un gruppo di donne, le Tessitrici, cercano di mantenere l’ordine. Aracne, la più temuta e potente di loro, è morta, e Aspasia, che le somiglia come una goccia d’acqua deve prendere il suo posto, e forse trovare il suo destino.
Il tema della ragazza che giunge in un mondo alternativo ha nobili antenati, da Alice alla serie del Mago di Oz, e anche in tempi recenti è stato frequentato, da storie di culto, basti pensare a Labyrinth. Qui ci sono anche richiami alla cultura classica, sia greca che romana, mentre il mondo costruito ha non pochi echi di quello di Westeros di George R. R. Martin.
Un libro però tutt’altro che privo di una sua originalità, avvincente e che riesce a salvarsi dalle trappole di troppi romanzi rosa travestiti da storie fantasy, con un viaggio dell’eroina intrigante, per salvare un mondo e forse per salvare anche se stessa da una vita inaccettabile ma in fondo metaforica di tutte le difficoltà dell’adolescenza.
La maga tessitrice piacerà senz’altro agli appassionati più giovani, magari in cerca di un’alternativa alle storielle di vampiretti che luccicano, ma è godibile anche per chi ha qualche anno e un po’ di letture del genere in più, in attesa comunque del secondo capitolo.

Helena Paoli è nata a Bari nel 1998 e studia Lettere moderne presso l’università degli studi Aldo Moro di Bari. Divora libri fin da bambina e ha pubblicato il suo primo romanzo fantasy all’età di diciassette anni. Ha già pubblicato i primi due volumi della saga fantasy Cronache dell’eternità (Bibliotheka Edizioni): Principessa del tempo, Prigioniera delle tenebre. Parla di storie che l’appassionano sul suo blog HeleNarrazioni e sull’omonimo canale YouTube.
Con La Maga Tessitrice, primo capitolo della saga fantasy La figlia del Cielo, fa il suo ingresso nel catalogo Fanucci.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

:: Scrittori ai fornelli: Franco Forte & la Crostata di Valentina

18 febbraio 2019 by

Cover Romolo con ombra trasp

Oggi per la nostra gustosa rubrica Scrittori ai fornelli ospitiamo Franco Forte, giornalista professionista, traduttore, sceneggiatore e consulente editoriale, autore – assieme a Guido Anselmi – del romanzo storico Romolo. Il primo re da poco in libreria, un romanzo a tinte forti che narra le mitiche origini di Roma.

Gli abbiamo chiesto una ricetta a cui fosse particolarmente legato e ci ha risposto:

Non essendo un grande esperto di cucina, men che meno un “cuoco” o qualcosa che possa andarci vicino, me la caverò con una ricetta appresa da mia figlia Valentina, che ha un grande talento per la pasticceria (e la sta studiando a livello professionale) e mi ha insegnato a farmi da solo il mio dolce preferito, ovvero la crostata. Ma non con una ricetta qualsiasi, bensì con le stesse modalità della lavorazione da pasticceria, che rendono tutto molto più gustoso. Dopo qualche tentativo andato a vuoto (a me ce ne sono voluti un bel po’, purtroppo) garantisco che sfornerete delle crostate eccellenti dal vostro forno, che non avranno nulla da invidiare a quelle in vendita nelle migliori pasticcerie.

Le premesse sembrano ottime, chi non sogna di fare almeno un dolce per le occasioni davvero speciali, ricordo che mio padre pur essendo cuoco faceva pochissimi dolci, (le professioni legate alla preparazione di cibi sono molto settoriali) tra cui proprio le crostate alla frutta, ci sarebbe piaciuta anche una ricetta dei tempi di Romolo e Remo ma ci ha spiegato che:

Certo, questa ricetta c’entra ben poco con i tempi descritti nel mio ultimo romanzo, “Romolo – Il primo re” (Mondadori), che tratta della fondazione di Roma e si svolte quasi 3000 anni fa, ma del resto a quei tempi c’era ben poco da mettere sotto i denti, e tutto quello che si riusciva a recuperare (cacciando, pescando, coltivando o… razziando) lo si divorava senza preoccuparsi di preparare manicaretti o di impiattare come a una puntata di Masterchef. La lotta per la sopravvivenza, nel Lazio arcaico che io e Guido Anselmi (coautore del libro) descriviamo, era feroce e spietata, e la fame era una costante di quell’epoca, capace di affliggere le persone e spingerle a lottare fino alla morte pur di poter mettere le mani su qualcosa di commestibile.

E invece la crostata è un dolce che sembra facile prepararlo, tuttavia si presta a mille usi, dalla colazione alla mattina, a fine pasto, al tè delle cinque:

La mia crostata è un dolce un po’ più tranquillo, da godersi in casa con la famiglia, senza bande di predoni che possano arrivare a importunarci.

Davvero, davvero ai tempi di Romolo e Remo non c’erano prelibatezze simili? Franco ci ha detto:

Sono sicuro che se qualcuno fosse riuscito a prepararne una anche nel 770 avanti Cristo, quando inizia la storia di Romolo e Remo che raccontiamo nel libro… be’, altro che scatenare una guerra, ci sarebbe stato un genocidio, pur di metterci le mani sopra!

E se non ci credete ecco Franco in cucina!

Franco Forte in cucina BASSA

Ingredienti

250g di burro
250g di zucchero
500g di farina tipo 00
1/2 bustina di lievito
3 uova (2 rossi – 1 intero)
Aromi di vaniglia, limone o arancia (a piacimento)
Marmellata o crema di nocciole
Cottura a 180° per 45 minuti circa

Preparazione

Inserite in una planetaria o in una bastardella il burro a temperatura ambiente e unitelo allo zucchero fino a ottenere un composto cremoso, poi aggiungete poco alla volta, sempre mescolando, le uova (con degli aromi alla vaniglia o al limone o all’arancia a seconda dei vostri gusti). Una volta che le uova sono state incorporate all’impasto aggiungete la farina setacciata con il lievito. Incorporata anche la farina, occorre coprire l’impasto nella planetaria con della pellicola trasparente e lasciarla in frigorifero per un’ora circa. Trascorso questo tempo, stendete la pasta e inseritela in una teglia precedentemente imburrata e infarinata (per evitare che la frolla si attacchi alla teglia una volta cotta). Attenzione però a un importante accorgimento: bucherellate con una forchetta la frolla, prima di aggiungere la marmellata o la crema di nocciole. A quel punto mettete in forno (preriscaldato a 180°) e fate cuocere a quella temperatura per circa 45 minuti, fino a doratura della frolla. A cottura ultimata togliete la teglia dal forno, lasciatela raffreddare e servite la vostra magnifica crostata abbinata a della frutta fresca tragliata fette sottili e applicata sopra a freddo.

Se volete incontrare l’autore per ora vi segnalo due tappe ma ci saranno ancora molti altri incontri.

PRESENTAZIONI DEL LIBRO

– Venerdì 22 febbraio, ore 15.00, presso Biblioteca San Giorgio di Pistoia, in occasione del festival Giallo Pistoia, durante il dibattito “Il Giallo incontra la Storia”.

– Venerdì 5 aprile, ore 21.00, presso il salone di rappresentanza del palazzo comunale di Sant’Angelo Lodigiano (LO).

La bella morte di Mathieu Bablet (Oscar Ink, 2019) a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2019 by

bella-morte-bablet-670x899Mathieu Bablet si è fatto conoscere a livello internazionale con la graphic novel Shangri-La, una rilettura della fantascienza ambientata nello spazio dalle forti connotazioni post apocalittiche. Sull’onda di un successo enorme è senz’altro interessante scoprire le sue prime opere, come La belle mort, uscita nel 2011 e in arrivo adesso anche in Italia con il titolo appunto di La bella morte.
L’autore ama la fantascienza dai toni catastrofisti ma per questa sua opera giovanile sceglie un’ambientazione terrestre, di un mondo di un futuro prossimo dove la vita degli esseri umani è stata pesantemente limitata e quasi annientata da alieni dalla forma di insetto, per tornare ad una paura atavica del genere umano. Per questo recupero, l’opera è stata rieditata  con aggiunto un prequel disegnato adesso, mentre sta per arrivare la catastrofe, in una città tanto simile alle metropoli soprattutto statunitensi e asiatiche ridotta all’abbandono.
Mathieu Bablet ha tra i suoi maestri Moebius e Katsuhiro Otomo, soprattutto nelle atmosfere di Akira, e questo emerge da una grande cura delle tavole e dell’ambiente di una città non città simbolo e ultimo baluardo di un mondo che non esiste più. I puristi sostengono che l’autore è migliorato tantissimo, ma è comunque interessante vedere un’opera prima già molto interessante, per essere catapultate in uno dei peggiori incubi da sempre, con la lotta di un manipolo di disperati dal destino segnato, ultimi cavalieri caduti e non certo eroici di una guerra ormai persa. La bella morte si riferisce ad un sacrificio estremo per una causa che si crede superiore anche se persa in partenza, come il dimostrarsi superiori ad un invasore che ha distrutto tutto quello che per cui forse valeva la pena di vivere. Un concetto duro, a tratti discutibile, ma comprensibile nel contesto di una storia senza speranza, in cui l’archetipo dell’invasione aliena viene visto nei suoi aspetti forse meno spettacolari ma più devastanti.
La bella morte è un fumetto da leggere per tutti gli amanti della fantascienza, per come rilegge un archetipo non certo da B Movies e per scoprire un nuovo stile e una voce che ha e avrà ancora molto da dire. Tra le righe si capisce come aiuti il vivere e il lavorare in un Paese che considera il fumetto una vera forma d’arte e come le nuove generazioni abbiano ormai una visione d’insieme sulle varie scuole delle nuvole parlanti. Una storia che fa riflettere sulla caducità della natura umana, sull’importanza di fare delle scelte e sul fatto che a volte bisogna portare avanti anche una battaglia persa, per non perdere appunto la propria umanità.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Mathieu Bablet (Grenoble 1987), diplomato all’Accademia di Chambéry, ha esordito con La Belle mort (2011), seguito dalle serie Doggybags (2012-2015) e Adrastée (2013-2016). Con Shangri-La si è rivelato all’attenzione internazionale affermandosi come uno dei maggiori giovani talenti del fumetto europeo.

:: Frida Kahlo e Anna Frank nelle Guide Gallucci per piccoli alle vite dei grandi

15 febbraio 2019 by

Gallucci

Oggi vi parlo di due agili volumetti illustrati editi da Gallucci Editore della serie dedicata, tra gli altri, a Leonardo da Vinci, Marie Curie, Nelson Mandela, e Charles Darwin. Si tratta dei volumi dedicati a Frida Kahlo e Anna Frank, due donne (la seconda è restata ragazzina per sempre non avendo potuto crescere) che hanno avuto un peso si può dire determinante nel mondo dell’arte e della cultura. Due esempi virtuosi, positivi, utili ai ragazzi di oggi così confusi in questa era davvero complicata e priva di modelli. Frida Kahlo era una pittrice messicana, moglie di un pittore e muralista messicano altrettanto famoso, Diego Rivera, che seppe trasformare gli ostacoli che incontrò nella sua vita (ne ebbe molti dalla polio da piccola a un’ incidente in tram) in tappe di crescita personale e sociale, sublimate nell’arte. Deliziose le illustrazioni del volume di Marianna Madriz a lei dedicato. L’altro volume, sempre di di Isabel Thomas, è dedicato a Anna Frank, il cui diario, uno dei libri più pubblicati di sempre, è una lettura consigliabile anche ai giovani lettori di oggi. La collana avvicina appunto i ragazzi a questi personaggi parlando di cosa hanno fatto di buono per sè e per gli altri e di come fu la loro vita. Belle anche le illustrazioni di quest’ultimo volume di Paola Escobar. I testi sono semplici e immediati, aiutano a capire in cosa queste artiste furono eccezzionali. Se a Frida Kahlo fu concesso di vivere più a lungo, Anna morì giovanissima nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Germania, ma nonostante questo resta un gigante nel mondo della letteratura. Entrambe le traduzioni sono a cura di Benedetta Gallo.

:: Presentazione del romanzo “Magnetic” di Sara D’Amario con Fabrizio Fulio-Bragoni a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2019 by

Affollatissima la saletta del Circolo del Lettori di Torino per la presentazione del romanzo “Magnetic” di Sara D’Amario (LeggerEditore). Introdotto e moderato da Fabrizio Fulio- Bragoni, traduttore e critico, con la presenza dell’autrice, l’incontro è stato molto divertente e partecipato, se si pensa che avevamo Laura Morante nella sala accanto che presentava il suo libro, ma non ci siamo fatti intimidire. Il pubblico era vario: professori, studenti, genitori, colleghi di Sara D’Amario che ha spiegato porta avanti le due carriere di attrice (da ventisei anni) e di scrittrice (da dieci) con grande serietà e preparazione. “Magnetic” è un YA originale con tematiche attualissime (dai campi magnetici, alla sperimentazione scientifica senza regole, all’uso di droghe sintetiche), e non spesso affrontate (ancora) e sia l’autrice che il moderatore sono statati bravi a incuriosire senza spoilerare troppo. “Magnetic” è un libro per ragazzi, scritto con responsabilità per un pubblico di lettori adolescente ed è stato molto interessante quando l’autrice ha parlato della difficoltà di scrivere romanzi per questa fascia di età rispettando lo sviluppo e il cuore di questi giovani lettori. Insomma scrivere libri per ragazzi necessita di competenze e sensibilità sue proprie, certo è intuibile ma è giusto che venga ribadito. Fabrizio Fulio- Bragoni ha fatto diverse domande all’autrice,  ma numerose sono state anche quelle del pubblico tanto che l’incontro è durato più di un’ ora e mezza. Non ho fatto foto, e un po’ mi dispiace, ma il marito dell’autrice, François-Xavier Frantz, anche lui presente, credo abbia registrato parte della presentazione. Non avendo ancora letto il libro (ma penso lo farò al più presto) non so dirvi molto della trama, ma sicuramente è un libro con in certa misura anche un valore educativo sicuramente nel mettere in guardia i giovani dal pericolo delle droghe sintetiche così facilmente disponibili e così dannose se non mortali. E quando lo dicono i genitori non li si ascolta, un’amica forse sì. È naturalmente anche una storia d’amore, ma non delle più convenzionali. Insomma sono molto contenta di aver partecipato all’incontro e vi invito tutti in libreria.

:: E per San Valentino le 5 storie d’amore più belle della letteratura (non tutte a lieto fine)

14 febbraio 2019 by

AnnaQual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)

Cime tempestoseUn romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.” (Dall’introduzione di Frédéric Ieva).

ElizabethCon questo capolavoro di psicologia (ipocrisie, crudeltà sottilissime, dialoghi bifidi e dichiarazioni di amore mutevole o eterno), Jane Austen reinventa letteralmente nel 1813 il romanzo inglese, componendo un capolavoro che diviene immediatamente e per sempre un archetipo della letteratura al femminile. È una girandola di complotti sentimentali, di virtù e vizi pubblicamente e privatamente esposti quella che il gentiluomo Charles Bingley agita con il suo arrivo a Hertfordshire, fulminea- mente diventando l’oggetto del desiderio di tutte e di tutti, e innamorandosi di Jane. Tra- vaglio del sentimento che produce grande letteratura: Jane Austen è a tutt’oggi un mito insuperato nel trasformare, con un romanzo che suscita qualunque passione, i cuori di pietra in cuori di carne.

JaneScritto in forma autobiografica, in cui la protagonista si rivolge direttamente al lettore, il romanzo narra la storia di Jane Eyre, un’orfana dal carattere forte e dall’intelligenza vivida, che diventa istitutrice nella sfarzosa dimora posseduta dalla famiglia Rochester. Qui incontra il misterioso Mr Rochester, che si innamora della giovane. Tra i due il sentimento è corrisposto, tanto da indurli a progettare il loro matrimonio. Ma un terribile segreto è celato nella casa di Thornfield Hall: nella soffitta è segregata Bertha Mason, una donna ormai fuori di senno, sposata però proprio con Mr Rochester. La notizia scuote nel profondo Jane che decide così di fuggire via, riparando presso la casa di un ecclesiastico, St. John Rivers, il quale a un certo punto le offre di sposarlo e di andare insieme in India. Ma Jane, saputo che Rochester aveva perso la vista nel disperato tentativo di salvare la moglie da un incendio da lei appiccato nella casa di Thornfield Hall, ritorna da lui e lo sposa, coronando così il loro sogno d’amore.

Romeo e GiuliettaUn amore impossibile, due nobili famiglie in guerra, una città insanguinata da un antico odio: il dramma più struggente, più romantico e più famoso di tutta la letteratura. Una notte il giovane Romeo Montecchi si introduce mascherato a un ballo nel palazzo dei Capuleti e lì vede per la prima volta Giulietta, la bellissima figlia del suo nemico. I due si innamorano perdutamente e mentre la faida tra le ricche famiglie veronesi si fa sempre più cruenta, Romeo e Giulietta si troveranno a lottare con ogni mezzo per il loro amore. L’intramontabile tragedia di Shakespeare continua a far sognare e a commuovere.

:: Più vivi più umani. Virtù e vita quotidiana di Johnny Dotti e Mario Aldegani (Edizioni San Paolo, 2019) a cura di Daniela Distefano

13 febbraio 2019 by

PIU' VIVI PIU' UMANI(1)“Virtù è dunque parola assai poco consona a un’epoca in cui il sacro dovere che tutti siamo invitati a rispettare è quello dell’autorealizzazione.
Oggi, ciò che viene apprezzato è l’essere spontanei, quasi che sia possibile semplicemente far trasparire ciò che “siamo”. Senza filtri, senza costrizioni, senza tabù.
Virtù è dunque parola controcorrente.
E i nostri due autori, che amano le sfide ardite, ben consapevoli della difficoltà del loro tentativo, hanno voluto in queste pagine impegnarsi e impegnarci a riscoprire un tesoro che rischia di andare perduto”.

Questo brano è ricavato dalla Prefazione di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti al libro “Più vivi più umani. Virtù e vita quotidiana” (Edizioni San Paolo) di Johnny Dotti e Mario Aldegani. Un testo che apre sipari al nostro pensare a volte avvolto nella carta delle abitudini e delle refrattario modus vivendi. Cos’è davvero la virtù, perché è diventata nel tempo una parola in disuso?

“La virtu è un movimento relazionale che ci fa camminare senza perdere il filo della vita, ma anche senza chiuderci al dialogo con l’altro e all’incontro con la realta”.

I due autori hanno scelto di visitare i “luoghi” del nostro esistere e di riscoprirli come spazi di virtù sentite, vissute e testimoniate.
Il titolo del libro è nato dalla Esortazione Apostolica di Papa Francesco Gaudete et exsultate, un vero faro luminoso.
Il libro è dedicato agli educatori, a chi continua a credere all’importanza di educare alla virtù, a chi non ha rinunciato al grande sogno dell’educare e a raccoglierne la sfida.

“La virtù aiuta ad accogliere la gioia e ad accettare il dolore, ma anche a dare gioia e a portare perdono: è in sostanza una strada di benedizione.
Si potrebbe dire che la virtù sta tra la contemplazione e la vita: è ciò che ci permette di contemplare la vita”.

Già nei racconti del Vangelo si ravvisa un’attenzione speciale per particolari e simboli semplici però di grande significato, anche in ordine alla virtù.
E’ una stella che accende la speranza nella notte del mondo; è un asino la compagnia di Giuseppe nel suo pellegrinare; è il sicomoro che dà a Zaccheo il coraggio di accedere alla verità; è un giumento che permette al Samaritano di manifestare la sua carità; è il pane della condivisione che fa vivere alla gente la festa dell’abbondanza e della solidarietà; è l’olio di una lampada che tiene viva e amante l’attesa dello Sposo.
Le virtù nascono dalla vita, nella vita e nelle sue relazioni.
Secondo Paulo Freire, la virtù fondamentale ed essenziale dell’educare è la coerenza.
Prima di tutto ci vuole la serena consapevolezza che nessuno è coerente sino in fondo e in tutto.
La coerenza è un impegno, un proposito, mai un traguardo raggiunto.

“Coerenza è riconoscere il vincolo in ogni situazione, come tramite di libertà; non solo il vincolo della parola data, l’accordarsi della parola all’azione, ma anche il vincolo più profondo: la mia costitutiva dipendenza dall’altro, il mio essere nodo relazionale”.

Si può essere coerenti se si ha la consapevolezza di essere incoerenti, e si sa dire la verità di se stessi; se continuiamo a sentirci precari, cioè bisognosi di un ancoraggio che ci trascende, capaci di ricevere e dare perdono.
Un’altra importante virtù dell’educare è saper gestire la tensione tra parola e silenzio, la parola dell’educatore e il silenzio dell’educando, ma anche il contrario.
Non è una cosa facile. Bisogna, per esempio, essere convinti che non esistono domande stupide e che nessuna risposta è definitiva.
Un libro che è insieme un manuale per chi ha smarrito la chiave della comprensione umana. Siamo così stimolati nei sensi che abbiamo perduto il contatto con l’essenziale. Rivolgere l’attenzione alle categorie di idee che ci portano al vero cammino è un dovere oltre che una salvezza.

Johnny Dotti, nato a Bergamo nel 1963, sposato con Monica, con quattro figli, imprenditore sociale, pedagogista e docente a contratto presso l’Università Cattolica di Milano. Ha pubblicato con Maurizio Regosa, un saggio dal titolo Buono è giusto (Editore Sossella, 2015), e Oratori generatori di speranza (Edizioni Messaggero, 2016). Insieme con Mario Aldegani ha pubblicato per LEM (Libreria Editrice Murialdo) La Linea dell’orizzonte (2007) e Tra amici (2010).

Mario Aldegani, nato a Petosino (BG) nel 1953, sacerdote dal 1980, è religioso della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo, insegnante ed educatore. Collabora con diversi istituti religiosi maschili e femminili nella formazione permanente. L’incontro con Johnny Dotti gli ha permesso conoscenze e incontri nel mondo del Terzo Settore. Con Dotti è stato iniziatore anche della Fondazione Talenti. Ha pubblicato per le Edizioni Dehoniane “Levate lo sguardo”. Un pensiero positivo sulla vita consacrata (2009).

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Alessandro Fuso dell’ufficio stampa “Edizioni San Paolo”.