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:: Il ponte e altri racconti di Franz Kafka, curato da Susanna Mati (Via del Vento edizioni, 2005) a cura di Daniela Distefano

10 gennaio 2019

il ponte - franz kafka“Ero teso e freddo, ero un ponte, stavo steso sopra un abisso, da una parte le mani, mi tenevo aggrappato con le unghie e con i denti all’argilla friabile. I lembi della mia giacca mi sventolavano sui lati. Nel profondo scrosciava il gelido torrente con le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi a quelle altezze impercorribili, il ponte non era nemmeno segnato sulle carte. Stavo così e attendevo; dovevo attendere; se non precipita, un ponte, una volta che è stato costruito, non può smettere di essere un ponte”. – Il ponte.

Il ponte”,”La sincope”,”La cicogna”, “Le mani”,”Le lampade”,”La preda”,”L’angelo”,”Il lupo”,”La fuga”,”Il conte”,”Riunione politica”,”Sogni”,”Una fanciulla”,”La lotta”,”La cella”,”Il leone”,”Il maestro”,”Il sepolcreto”: 18 micro-storie di un alieno della letteratura mondiale. In questi racconti, Kafka percorre inesorabile il limite terminale, l’ultimo margine di credibilità della tradizione, dei vecchi saperi, facendosi custode al varco della infernale soglia. Viene rimosso il mistero, il segreto, l’occulto: tutto è lì davanti, aperto come una cella. Se Leonardo da Vinci rifiniva fino allo sfinimento i suoi capolavori, limando le impefezioni, curando ogni minimo dettaglio, lasciando non concluso un dipinto per decenni, portandoselo dietro nei suoi viaggi esistenziali e fisici, sfumando, focalizzando l’attenzione su un dettaglio invisibile, impercettibile, su un’inezia di particolare, partendo da uno schizzo e senza mai smettere di smussarlo, così Franz Kafka ha gettato sul suo capolavoro “La Metamorfosi” lo scandaglio interiore dei suoi lavori meno noti, della sua vita a metà tra concretezza giornaliera e immaginazione astrale. Lo testimoniano questi piccoli simboli letterari, queste metafore di un pensiero rivolto verso un solo, inesorabile cammino, percorso: il viale verso l’accettazione dell’altro dentro se stesso. E la chimera dei sogni si fa materia del contendere dei riti dell’intelletto, laddove una imperizia, un necrologio dei nostri convincimenti muta e si trasforma nell’odio del nostro essere, dell’apparire che lo contrasta (a volte un apparire mostruoso o prodigioso o inverosimilmente reale).

“Sono arrivati dei sogni, risalendo all’indietro il fiume sono arrivati, per una scala salgono su per il muro della banchina. Ci si sofferma, si parla con loro, conoscono molte cose, solo non sanno da dove vengano. E’ davvero tiepida questa serata autunnale. I sogni si voltano al fiume e alzano le braccia. Perché alzate le braccia, invece di stringerci in esse?”. – Sogni.

Franz Kafka – scrittore boemo di lingua tedesca – nasce a Praga il 3 luglio del 1883. Intraprese lo studio della Giurisprudenza, si laureò nel 1906 e si impiegò in una compagnia di assicurazioni. Malato di tubercolosi, soggiornò per cure a Riva del Garda (1910-12), poi a Merano (1920) e, da ultimo, nel sanatorio di Kierling, presso Vienna, dove morì.
Praga era, ai tempi, un vivace centro culturale e particolarmente viva era la presenza della cultura ebraica. Kafka strinse amicizia con Franz Werfel e Max Brod, partecipando alla vita letteraria della città. Nel 1913 esordì con una racconta di brevi prose, “Meditazione”. Nel 1916 pubblicò il suo racconto più celebre “La metamorfosi”, storia allucinante di un uomo che, risvegliandosi il mattino nel suo letto, si trova trasformato in un enorme scarafaggio e deve subire, fino alla morte, tutte le umiliazioni della nuova, degradante esistenza. Il 1916 è l’anno di “La condanna”, seguono poi “Nella colonia penale” (1919), “Il medico di campagna” (1919), “La costruzione della muraglia cinese” e tre romanzi incompiuti: “America” (1924), “Il processo” (1924) e “Il castello” (1926).
Motivo fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un’esistenza libera e felice.
Alcuni hanno scorto nell’opera kafkiana un significato religioso, interpretandola come un’allegoria dei rapporti tra l’uomo e la divinità inconoscibile; altri hanno ravvisato nei personaggi di Kafka l’immagine dell’uomo alienato dalla moderna civiltà industriale e condannato a una solitudine atroce.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.

:: Nyx e altre poesie di Catherine Pozzi, curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento Edizioni 2013) recensione a cura di Daniela Distefano

30 luglio 2018
Nyx -Pozzi 1

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Ave
Altissimo amore, se accadrà che muoia/
senza aver saputo dove vi possedevo,/
in quale sole era la vostra dimora,/
in quale passato il vostro tempo, in che ora/ vi amavo,/
altissimo amore, che la memoria superate,/
fuoco senza dimora da cui l’intero mio giorno ho tratto,/
in che fato solcavate la mia storia,/
in qual sogno la vostra gloria s’immaginava,/
o mia costante…
Quand’io per me stessa sarò perduta/
e sull’infinito abisso spartita,/
infinitamente, quando spezzata sarò,/
e il presente che m’avvolge/
avrà tradito,/
dall’universo in mille corpi infranta/
di mille istanti non ancora raccolti,/
di cenere nei cieli fino al nulla stacciata,/
per una strana stagione testimoniate/
un solo tesoro/
il mio nome testimoniate e la mia effigie/
di mille corpi trascinati dalla luce,/
viva unità senza nome e senza volto,/
cuore dell’anima, oh centro del miraggio,/
altissimo amore.

1 luglio 1928- gennaio 1929

Se le parole trapuntano l’anima di chi le concepisce è anche vero che non è grazie ad esse che conosciamo la parabola di un essere umano: questa poetessa è stata tanto fortunata nella fecondità poetica, quanto vittima di un destino impietoso. Catherine Pozzi è nata a Parigi il 13 luglio 1882, figlia di Samuel Pozzi, celebre chirurgo. Il raffinato ‘salotto’ dei genitori in place Vendome ospita alcuni dei maggiori intellettuali che occupano il panorama francese. Un nome per tutti? Proust. Questa atmosfera favorirà la sua iniziazione letteraria, assorbendo gli influssi del Simbolismo, gli effluvi di un’epoca che ruggisce nei suoi vagiti sperimentali. Dal matrimonio con Edouard Bourdet, nasce un figlio maschio. Poi Catherine si innamora di André Fernet, giovane scrittore che morirà in un duello aereo nel’16. Il 17 giugno 1920 incontra Paul Valéry, e per lei è amore a prima vista. I due iniziano una burrascosa relazione, durata tra alti e bassi fino al ’28. Alle soglie degli anni’30 il consumo di oppiacei per lei è pressoché quotidiano. Catherine è una donna segnata dalla ricerca di una corrispondenza del proprio sé nel mondo e negli altri. Muore il tre dicembre del ’34. La sua è una costante ricerca del pieno, per colmare il vuoto di uno spirito indomito e sofferente. Non si arrende e continua a scavare, a perforarsi, ma traballa, si concede al crollo fisico e poi vince la morte con questi versi, gli ultimi del suo percorso terreno:

Nyx-Pozzi 2

…Non so perché muoio e annego/
prima di entrare nell’eterna sosta./
Non so di chi sono la preda,/
non so di chi sono l’amore.

Da Nyx
5 novembre 1934

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo de “Via del Vento Edizioni”.

:: Sono pesi queste mie poesie e altre liriche di Nika Turbina, cura e traduzione di Federico Federici (Via del Vento Edizioni, 2008) a cura di Daniela Distefano

6 luglio 2018

NIKA TURBINASono pesi queste mie poesie,/
pietre spinte lungo una salita./
Le porterò stremata/
allo strapiombo./
Poi cadrò, viso nell’erba,/
non avrò lacrime abbastanza./
Smembrerò la strofa/
scoppierà in singhiozzi il verso/
e si pianterà nel palmo/
con dolore anche l’ortica./
L’amarezza di quel giorno/
tutta trasmuterà in parola”.

(“Sono pesi queste mie poesie”, 1981).

Questi versi sono stati scritti da Nika Turbina, poetessa di fama internazionale sin dai sette anni di età. Da una pagina del suo diario si legge:

Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna”.

Un manifesto della sua onestà intellettuale, la cifra di donna che ha cominciato a porsi cruciali quesiti sin da piccola. Ma cos’era la poesia per Nika Turbina? Per lei la scrittura era gioco:

Ho iniziato componendo ad alta voce quando avevo tre anni. Picchiavo i pugni sul pianoforte e componevo. Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge, poi ti lascia”.

In questo meccanismo, la scrittura diviene immagine-luogo della vita. E la vita è sempre accompagnata da sofferenza, ostacoli, traguardi mai eterni. Per la giovane poetessa, la coscienza del dolore aggiunge conoscenza:

Una persona deve capire che la vita non è lunga. E se dà valore alla propria vita, allora questa vita sarà lunga e, se davvero lo merita, sarà eterna, persino dopo la morte”.

Anche la solitudine ha il suo perché, nel suo incastro nelle nostre vicissitudini personali. L’amicizia e l’abbandono sono collegati da un filo remoto sospeso nel cielo dell’ imponderabile.

Cerco gli amici,/
e li ho lasciati andare./
E cerco le parole,/
con loro son partite./
Come sfuggono rapidi dietro/
quelli che già mi abbandonano/
i giorni che cerco!”

(“Cerco gli amici”, 1982).

Una raccolta di poesie unica, magica, sconvolgente se si pensa che a comporla è stata una bambina prodigiosa, poi donna sfortunata e alla fine genio assoluto della nostra epoca.

NIKA TURBINA 2Nika Turbina nasce a Yalta, il 17 dicembre 1974, in una famiglia di artisti. La madre è scultrice, la nonna interprete, il nonno scrittore e poeta. Nika raggiunge l’apice della notorietà all’inizio della sua vita, quando a soli sette anni i suoi versi appaiono su un quotidiano nazionale. Nel giro di un anno la sua prima raccolta, “Quaderno di appunti”, viene publicata a Mosca. In occasione del festival internazionale di poesia “Poeti e pianeta Terra” tenutosi in Italia, nel 1985 le viene conferito il Leone d’oro di Venezia. Prima di lei, solo un altro poeta russo è stato insignito dello stesso riconoscimento: Anna Achmàtova. Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in dodici paesi. Nika trascorre l’ultima parte della sua vita lontano dall’attenzione generale. Muore tragicamente a Mosca, a soli ventisette anni, l’11 maggio 2002.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo de “Via del Vento Edizioni.

:: Il tiranno (e Scena) di Heinrich Mann curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento edizioni 2018) a cura di Daniela Distefano

13 marzo 2018
IL TIRANNO di H. Mann

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Lei mi rende triste, altezza. Ma è davvero così convinto di quel che dà ad intendere? Io sono una donna e in questo preciso istante la vedo in tutto e per tutto come un bambino, esattamente come noi donne vediamo gli uomini; la vedo proprio come se fosse il mio bambino. Quindi non credo che lei si diverta”.

Due pezzi di virtuosismo letterario, una sapiente miscela di toni forti e assordanti. Parlo di questi due inediti narrativi in Italia – “Il tiranno” e “Scena” – di Heinrich Mann, fratello del più celebre Thomas, e autore del romanzo “Il professor Unrat”, noto come “ L’angelo azzurro”, dall’adattamento cinematografico. A pubblicarli la casa editrice “Via del Vento Edizioni”, la traduzione è affidata a Claudia Ciardi. Nel primo racconto,viene esposto il dilemma di un uomo segnato da un destino implacabile. Potrebbe essere un tiranno di oggi, potrebbe suscitare la medesima viltà:

Quando cominciai a regnare, tutto era già accaduto (..) La protervia che è nella solitudine mi indurì e compresi la natura ingannevole di ciò che prova per la vita colui che si riduce a uccidere. Imparai a farmi beffe dei traditori(..) Io sono come la chimera tra le rocce del deserto. Sotto di me striscia il vermicaio degli uomini (..) Si crederebbe al tiranno pentito?”

Questo tiranno fuori posto, cerca una fuga improbabile e ridicola nella passione per una giovane cabarettista di facili costumi, rimanendo invischiato in una spirale di eventi negativi. Si avverte una profondità analitica acuta e sottile. C’è nel cuore dell’essere umano un ineluttabile verbo, uno scansare la fede, un riconoscersi bilancia del proprio equilibrio. Penso ai dittatori di ieri e di oggi, avvinti, avviluppati tra le spine che soffocano il fiorire del vero grano. Hanno tutto eppure possiedono solo il proprio orgoglio, la fortuna è il loro credo, il resto è teatralità, è invidia, è morte, è solitudine. Quando si diventa insensibili ai nostri difetti, quando le nostre manchevolezze, le vituperate debolezze, non ci scoraggiano anche se vorremmo la perfezione di una vita dorata, ecco che nascano le inimicizie, i tradimenti, i coltelli, i deliri, il veleno, e la punizione. Il tiranno di ogni epoca non perdona, mai.
Nel secondo racconto, “Scena”, assistiamo a due spettacoli, quello reale di una coppia in crisi, e quello recitato con maestria dalla protagonista che si riscatta dopo essere stata abbandonata dall’uomo che ama, in procinto di sposare un’altra donna. Un testo assolutamente attuale, vivo, delizioso. Questi due lavori fanno parte del cosiddetto ‘ Spielmaterial’, materiale di impianto teatrale. Si respira un’affilata critica sociale, si tocca con mano una falsificazione del reale, diviene necessario l’istinto di potere. Le tensioni che si riflettono sullo scenario politico dopo il 1914 sono rivelatrici di un impulso a uscire dalla realtà. Un opuscoletto da leggere e serbare nell’anima, coinvolgente, esperenziale, semplicemente da incorniciare.

Heinrich Mann – Scrittore tedesco (Lubecca 1871 – Santa Monica, California, 1950), fratello maggiore di Thomas. Sostenitore della necessità di una letteratura sociale e dell’avvento della democrazia, offrì nei suoi romanzi (Im Schlaraffenland ,1900; Professor Unrat ,1905) un quadro critico, dai toni talvolta aspri, della società guglielmina. VITA. Dal 1893 visse a Monaco, con lunghi soggiorni in Italia e in Francia, poi a Berlino, dove nel 1930 divenne presidente della sezione letteraria dell’Accademia prussiana delle belle arti. All’avvento del nazismo si rifugiò in Cecoslovacchia, e fu quindi per otto anni in Francia, dove, insieme a Gide, Bloch, Aragon e altri, fu a capo di movimenti intellettuali antifascisti e dove, nel 1938, fu eletto presidente del Fronte popolare tedesco. Nel 1940 riuscì a fuggire in Spagna e di lì in America. OPERE. Esordì con il romanzo In einer Familie (1894) confermando la sua vocazione di scrittore satirico, impegnato nella critica della società guglielmina nei successivi Im Schlaraffenland (1900), Die Jagd nach Liebe (1905), Professor Unrat (1905: da cui fu tratto il famoso film di J. von Sternberg Der blaue Engel del 1930), e più tardi nella trilogia Das Kaiserreich (Der Untertan, 1914, il suo romanzo più famoso; Die Armen, 1917; Der Kopf, 1925). Alle suggestioni dannunziane della triade Die Göttinnen (1903) e alle istanze moralistiche di Zwischen den Rassen (1907) e Die kleine Stadt (1909) seguì la felice vena intimista dei romanzi scritti tra la fine dell’impero e l’avvento del nazismo (Mutter Maria, 1927; Eugenie oder/”>oder die Bürgerzeit, 1928; Die grosse Sache, 1930; Ein ernstes Leben, 1932). Il romanzo storico Heinrich IV. von Frankreich (1935-38) si pone come una parabola del buon governo. M. fu anche novelliere e saggista; fra le novelle, assai note Pippo Spano (1905), Die Bösen (1908), Kobes (1925); fra i saggi, quelli raccolti in Geist und Tat (1931) e Ein Zeitalter wird besichtigt (1945), in cui si fondono autobiografia e riflessione politica.

Source: Libro inviato dall’Editore all’autore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento Edizioni”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cuore nuovo e altre poesie di Federico Garcia Lorca (Via del Vento edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

12 dicembre 2017

FEDERICO GARCIA LORCA CUORE NUOVOCerco chi cerco,/ 
dimmi: a te che te ne importa?/ 
Cerco quello che cerco,/ 
la mia gioia e la mia persona”.

Le poesie racchiuse nel raffinato opuscolo “Cuore nuovo” (pubblicato da “Via del Vento edizioni”) di Federico Garcia Lorca mi sembrano sotto Natale come tante stelle rosse che popolano l’immaginario più cristallino, quello che come una membrana avvolge l’anima, la sede del nostro emotivo sentire. E’ tutto un fruscio, potrebbero essere foglie morte cadute sul marciapiede, ma il loro spessore è tipico della neve che copiosa scende a imbiancare le pareti dello spirito mai curvo di un poeta grande come la sua paura. Il timore di un genio di rimanere compreso a metà. Perché le liriche di Lorca sono fatte di strati come la torta sette veli. Una bontà per intenditori e non. Chi non ha amato il suo coraggio, la sua lungimiranza, il suo antiappiattimento esistenziale? E’ stato un intellettuale che ha giocato d’azzardo con i propri struggimenti interiori. E ha battuto la propria umana parzialità. Lo dimostrano queste poesie che a un lavoro di profondo scavo nelle tematiche popolari e colte uniscono – persino nel teatro – un’intensa ispirazione del fare poetico. Sin dai suoi primi libri, del resto, si denota un profondo malessere nelle evocazioni nostalgiche dell’infanzia – paradiso perduto – o del dolore del suo cuore che testimoniano una crisi giovanile da rapportare al problema della sua omosessualità.
Basta assaporare pochi versi della “Poesia doppia del Lago Eden”:

(..) “Ma non voglio mondo né sogno, voce divina,/
voglio la mia libertà, il mio amore umano/
all’angolo più oscuro del vento che nessuno vuole./
Il mio amore umano!”.

E’ il grido, l’urlo di un essere che ha provato le vertigini dell’assoluto vuoto esterno, mentre dentro è un vulcano che erutta desiderio di liberazione, amore, incanto. Il poeta è riuscito a creare una impalcatura individuale attraverso l’uso del monologo drammatico: soggetti fuori dalla norma difendono le loro idee fino alla morte. I protagonisti però nascono e si confondono nella moltitudine. E’ nella massa umana che si prova e si conosce la solitudine. E un genio è sempre solitario in cima all’albero. Il linguaggio si rinnova, c’è un uso abbondante di metafore nonché una visione a volte atroce e terribile: Amore e Morte diventano complementari, come in quasi tutta la produzione lorchiana.
A Mercedes nel suo volo

Una viola di luce rigida e gelata/
sei ormai tra i dirupi dell’altura./
Una voce senza gola, voce oscura/
che suona in tutto senza suonare in nulla./
Il tuo pensiero è neve scivolata/
nella gloria senza fine della bianchezza./
Il tuo profilo è perenne bruciatura,/
il tuo cuore colomba liberata./
Canta ormai nell’aria senza catena/
la mattutina fragrante melodia,/
monte di luce e piaga di giglio./
Noi qua di giorno e di notte/
faremo all’angolo della pena/
una ghirlanda di malinconia”.

Volume curato e tradotto da Alessandro Ghignoli.

Federico Garcia Lorca nasce a Fuente Vaqueros (Granada) il 5 giugno 1898. Nel 1918 pubblica il suo primo libro “Impresiones y paisaje” frutto dei suoi viaggi nella vecchia Castiglia. Nel 1929 parte per gli Stati Uniti.
Soggiorna presso la Columbia University.
Frequenta i quartieri dei neri e degli immigrati e rimane affascinato dal jazz. Nel 1930 si reca a Cuba per un ciclo di conferenze e alla fine dell’anno ritorna in Spagna.
Nel luglio del 1936, quando la guerra civile è ormai imminente, Lorca si reca a Granada; denunciato come “rosso”, si rifugia in casa della famiglia Rosales, viene arrestato il 17 agosto ed è fucilato dai franchisti nella notte tra il 18 e il 19 presso Viznar.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.