Posts Tagged ‘letteratura spagnola’

La città di vapore di Carlos Ruiz Zafón (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

27 marzo 2021

978880473823HIG-312x480Sono passati ormai alcuni mesi dalla morte prematura e improvvisa, per un male incurabile, di Carlos Ruiz Zafón, uno dei più amati se non il più amato autore spagnolo contemporaneo, creatore dell’indimenticabile universo del Cimitero dei Libri Dimenticati di Barcellona e non solo.
Ora giunge anche in Italia la sua ultima opera. La città di vapore, una raccolta di racconti, anche brevi e fulminanti, ambientati in quello stesso mondo che l’ha fatto conoscere ed amare, e che va a raggiungere sullo scaffale le altre sue opere, in un angolo che sarà sempre nel cuore dei suoi lettori.
I racconti portano quindi di nuovo in quella Barcellona magica e oscura, così diversa dallo stereotipo che spesso se ne ha di città solare, per raccontare altri pezzi legati alla saga e ai suoi personaggi, ma anche a chi ha vissuto ed è passato tra quelle vie iconiche, antiche e che hanno visto Storia e storie.
Nelle pagine del libro, che si legge velocemente ma non certo in maniera superficiale, si incontrano un ragazzino di strada nella capitale catalana che decide di diventare scrittore quando i suoi racconti richiamano l’attenzione della ricca coetanea che gli ha rubato il cuore, una ragazza madre ricordata dal figlio che non ha mai conosciuto, la giovane figlia impossibile di un medico che non ha dimenticato di avere un cuore nei momenti più bui, un architetto che fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile, un uomo misterioso che vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito, su un suo perduto amore, Gaudí in viaggio verso New York che si diletta con luce e vapore, la materia delle città ideali.
Una serie di storie, quindi, che estendono l’universo narrativo della saga di  Zafón amata in tutto il mondo, ormai nei classici contemporanei, tra narrativa fantastica, di realismo magico e vicina alla grande tradizione dell’Ottocento, da Dickens ad Hugo passando per Dumas: si scopre infatti come è stata costruita la mitica biblioteca o restroscena su alcuni celebri personaggi, tra scrittori maledetti, architetti visionari, edifici incredibili e una Barcellona mitica e magica.
Un’occasione quindi per dire addio ad un grande e ai suoi mondi incredibili, evocativi e avvolgenti come lo è solo la letteratura che resta nel cuore.

Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 1964 – Los Angeles, 2020) è uno degli scrittori più conosciuti nel panorama della letteratura internazionale dei nostri giorni e l’autore spagnolo più letto in tutto il mondo dopo Cervantes. Le sue opere sono state tradotte in più di cinquanta lingue. Ha cominciato la sua carriera nel 1993 con un libro per ragazzi, Il Principe della Nebbia, che, insieme a Il Palazzo della Mezzanotte e Le luci di settembre, forma la “Trilogia della Nebbia”. A questa serie è seguito poi Marina. Nel 2001 ha pubblicato L’ombra del vento, il primo romanzo della saga del “Cimitero dei Libri Dimenticati”, che comprende Il gioco dell’angeloIl Prigioniero del Cielo Il Labirinto degli Spiriti: un universo letterario che si è trasformato in uno dei più grandi fenomeni editoriali dei cinque continenti. I suoi romanzi, in Italia, sono tutti pubblicati da Mondadori. La città di vapore è uscito postumo in Spagna nel 2020.

Provenienza: libro del recensore.

L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón (Oscar Draghi, 2019) a cura di Elena Romanello

22 novembre 2019

978880471906HIG-333x480A quindici anni dalla prima edizione italiana di quello che è ancora oggi uno dei romanzi, spagnoli e non, più amati di sempre, arriva per Oscar Draghi una nuova edizione de L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón, con una nuova prefazione dell’autore, reduce da altri successi con i capitoli successivi del libro, e sopratutto con una bella cornice iconografica in tema con la storia narrata.
Le pagine di quest’edizione celebrativa sono infatti illustrate dalle suggestive fotografie di Francesc Catalá-Roca, artista della macchina fotografica catalano riscoperto di recente dopo decenni di oblio, che ritrasse la Barcellona del dopoguerra, in immagini evocative che si sposano perfettamente con la storia narrata da  Carlos Ruiz Zafón.
Ci sono città reali che diventano luoghi dell’anima anche per chi non le ha ancora visitate, o acquisiscono nuova vita grazie ai libri, e quello che ha fatto su Barcellona L’ombra del vento, un romanzo intriso di realismo magico ma che ha fatto fare i conti ad un Paese con un passato tra i più oscuri e troppo in fretta rimosso è uno di questi.
La storia e le foto portano nella Barcellona del 1945, dove vivono il giovane Daniel e suo padre, proprietario di una libreria di volumi usati: il ragazzo non ricorda più il volto della madre, una delle tante vittime della guerra civile per il colera non curabile per i tagli alle medicine, e il padre lo porta al Cimitero dei libri dimenticati, una gigantesca biblioteca dove vengono conservati libri sottratti all’oblio. Daniel deve scegliere un libro da adottare per tutta la vita ed è conquistato da L’ombra del vento dello sconosciuto autore Julián Carax. Daniel ama talmente quel libro che cerca le altre opere dello stesso autore, ma scopre che quel libro che ha in mano potrebbe essere l’unico ancora esistente dello scrittore, anche perché sulle tracce di quei libri c’è un uomo misterioso e mostruoso, che cerca i libri di Carax per bruciarli, che si fa chiamare Laín Coubert, personaggio presente anche nei libri dello scrittore, dove rappresenta il Diavolo in persona.
Daniel non si fa scoraggiare e ricostruisce, in una Barcellona ferita dalla guerra civile e dalla dittatura franchista, dove piove sempre e dove non ci sono certo le atmosfere estive e calde che si associano alla capitale catalana, tutta la vicenda dello scrittore, tra follie, amori, tragedie, amicizie, fino a scoprire il segreto di Carax.
Un’occasione per rileggere e riamare il libro, se lo si è già fatto, con un tocco di atmosfera in più grazie alle foto, o di scoprire quello che è ormai un classico contemporaneo, un libro che porta in un viaggio fantastico e macabro per parlare di crescita, morte, rinascita, rielaborazione del lutto, memoria e saper andare avanti malgrado tutto.

Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 1964) ha raggiunto il successo nel 2002 con L’ombra del vento, l’inizio della saga del Cimitero dei Libri Dimenticati. Le sue opere sono tradotte in più di 40 lingue.

Provenienza: libro del recensore.

:: L’assassinio di Socrate di Marcos Chicot (Salani editore 2017) a cura di Viviana Filippini

2 gennaio 2018
assassino di socrate

Clicca sulla cover per l’acquisto

Marcos Chicot è tornato nelle librerie italiane con “L’assassino di Socrate”, edito da Salani. Chicot aveva già utilizzato l’antica Grecia come sfondo narrativo per “L’assassinio di Pitagora” e questa volta è il turno di Socrate. Il tutto parte dalla rivelazione dell’oracolo Cherefonte (tra l’altro amico del filosofo) che annuncia al filosofo la sua morte violenta ad opera di un giovane dagli occhi chiari, un neonato che arriverà presto ad Atene. Con molta probabilità sarà il figlio dell’amico Eurimaco, che ha perso la moglie proprio nel momento del parto. Mentre Socrate scopre questa dolorosa premonizione e, a dire il vero, lui sembra l’unico a non esserne preoccupato, la nuora di Archidamo, diarca di Sparta, diventa madre, ma il marito Aristone (soldato temuto da tutti) stabilisce che il loro figlio non deve vivere e decide di ucciderlo seguendo la legge spartana. Il piccolo però non sarà gettato da una rupe, ma lasciato in balia di belve feroci. Chicot crea un thriller ad alta tensione, ambientato nella Grecia del V secolo a.C. ricco di colpi di scena, dove la trama si concentra sui destini di Socrate, il filosofo che diede importanti contributi alla storia del pensiero e quello di Atene e Sparta, due città tormentate da una guerra che insanguina da troppo tempo la Grecia. Ancora una volta Chicot conferma la sua bravura di scrittore perché la Grecia classica che ci narra è così ben definita che il lettore ne è completamente coinvolto e rapito. Accanto a Socrate ci sono i potenti, i militari pronti al sacrifico per la vittoria, le madri che non esitano a mettere a repentaglio la propria vita per avere salva quella dei figli. Non solo, perché nella grande storia che travolse le due città greche tra loro in conflitto si innesta una minuziosa ricostruzione storica di fatti di guerra, delle modalità di svolgimento delle assemblee o degli spettacoli, delle tradizioni, delle offerte agli dei o dei matrimoni combinati. Il tutto è fatto con una tale precisone che il lettore ha la sensazione di immergersi in un mondo sì del passato antico, reso meno distante dalla scrittura coinvolgente di Chicot. “L’assassinio di Socrate” è un thriller storico dal ritmo coinvolgente nel quale i drammi personali dei singoli personaggi si intrecciano con quelli causati dalla Storia (è qui si fa riferimento alla guerra che per quasi quaranta anni coinvolse Sparta e Atene. La maestria di Chicot è quella di essere riuscito a fare una dettagliata ricostruzione degli eventi e dei personaggi realmente esistiti e di averli fatti convivere alla perfezione con personaggi letterari, dando vita ad una perfetta mescolanza di personalità note e comuni. Questo crea una narrazione verisimile, dove non manca la suspense tipica del thriller e del giallo. Ad un certo punto in “L’assassinio di Socrate” si percepisce un senso di morte incombente, con la distruzione portata dalla malattia e dalla guerra e Socrate e i suoi comprimari sembrano non avere più speranze, ecco però che tutte le carte messe in gioco vengono rimescolate da un imprevedibile colpo di scena che ribalterà in modo completo non solo la narrazione, ma anche, l’ipotetico finale che il lettore si era immaginato. Traduzione di Andrea Carlo Cappi.

Marcos Chicot, nato a Madrid nel 1971, sposato, con due figli, è laureato in Psicologia Clinica e in Economia e Psicologia del Lavoro e ha lavorato come manager in varie aziende. Tra i suoi libri “Il teorema delle menti”, “L’assassinio di Pitagora”, vincitore del Premio per la Cultura Mediterranea 2015 È stato finalista in vari premi letterari, tra cui il prestigioso Planeta.

Source: ufficio stampa editore Salani, grazie a Matteo Columbo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cuore nuovo e altre poesie di Federico Garcia Lorca (Via del Vento edizioni 2017) a cura di Daniela Distefano

12 dicembre 2017

FEDERICO GARCIA LORCA CUORE NUOVOCerco chi cerco,/ 
dimmi: a te che te ne importa?/ 
Cerco quello che cerco,/ 
la mia gioia e la mia persona”.

Le poesie racchiuse nel raffinato opuscolo “Cuore nuovo” (pubblicato da “Via del Vento edizioni”) di Federico Garcia Lorca mi sembrano sotto Natale come tante stelle rosse che popolano l’immaginario più cristallino, quello che come una membrana avvolge l’anima, la sede del nostro emotivo sentire. E’ tutto un fruscio, potrebbero essere foglie morte cadute sul marciapiede, ma il loro spessore è tipico della neve che copiosa scende a imbiancare le pareti dello spirito mai curvo di un poeta grande come la sua paura. Il timore di un genio di rimanere compreso a metà. Perché le liriche di Lorca sono fatte di strati come la torta sette veli. Una bontà per intenditori e non. Chi non ha amato il suo coraggio, la sua lungimiranza, il suo antiappiattimento esistenziale? E’ stato un intellettuale che ha giocato d’azzardo con i propri struggimenti interiori. E ha battuto la propria umana parzialità. Lo dimostrano queste poesie che a un lavoro di profondo scavo nelle tematiche popolari e colte uniscono – persino nel teatro – un’intensa ispirazione del fare poetico. Sin dai suoi primi libri, del resto, si denota un profondo malessere nelle evocazioni nostalgiche dell’infanzia – paradiso perduto – o del dolore del suo cuore che testimoniano una crisi giovanile da rapportare al problema della sua omosessualità.
Basta assaporare pochi versi della “Poesia doppia del Lago Eden”:

(..) “Ma non voglio mondo né sogno, voce divina,/
voglio la mia libertà, il mio amore umano/
all’angolo più oscuro del vento che nessuno vuole./
Il mio amore umano!”.

E’ il grido, l’urlo di un essere che ha provato le vertigini dell’assoluto vuoto esterno, mentre dentro è un vulcano che erutta desiderio di liberazione, amore, incanto. Il poeta è riuscito a creare una impalcatura individuale attraverso l’uso del monologo drammatico: soggetti fuori dalla norma difendono le loro idee fino alla morte. I protagonisti però nascono e si confondono nella moltitudine. E’ nella massa umana che si prova e si conosce la solitudine. E un genio è sempre solitario in cima all’albero. Il linguaggio si rinnova, c’è un uso abbondante di metafore nonché una visione a volte atroce e terribile: Amore e Morte diventano complementari, come in quasi tutta la produzione lorchiana.
A Mercedes nel suo volo

Una viola di luce rigida e gelata/
sei ormai tra i dirupi dell’altura./
Una voce senza gola, voce oscura/
che suona in tutto senza suonare in nulla./
Il tuo pensiero è neve scivolata/
nella gloria senza fine della bianchezza./
Il tuo profilo è perenne bruciatura,/
il tuo cuore colomba liberata./
Canta ormai nell’aria senza catena/
la mattutina fragrante melodia,/
monte di luce e piaga di giglio./
Noi qua di giorno e di notte/
faremo all’angolo della pena/
una ghirlanda di malinconia”.

Volume curato e tradotto da Alessandro Ghignoli.

Federico Garcia Lorca nasce a Fuente Vaqueros (Granada) il 5 giugno 1898. Nel 1918 pubblica il suo primo libro “Impresiones y paisaje” frutto dei suoi viaggi nella vecchia Castiglia. Nel 1929 parte per gli Stati Uniti.
Soggiorna presso la Columbia University.
Frequenta i quartieri dei neri e degli immigrati e rimane affascinato dal jazz. Nel 1930 si reca a Cuba per un ciclo di conferenze e alla fine dell’anno ritorna in Spagna.
Nel luglio del 1936, quando la guerra civile è ormai imminente, Lorca si reca a Granada; denunciato come “rosso”, si rifugia in casa della famiglia Rosales, viene arrestato il 17 agosto ed è fucilato dai franchisti nella notte tra il 18 e il 19 presso Viznar.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento edizioni”.

:: Recensione di Innocenti di Cristina Fallarás (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2013

innocentiNoir spagnolo molto particolare Innocenti (Las niñas perdidas, 2011) di Cristina Fallarás, edito in Italia da Feltrinelli nella collana Fox Crime e tradotto da Marco Amerighi. Dico “particolare” non con un’accezione negativa ma è bene segnalare che, per alcune scelte stilistiche e per alcuni argomenti trattati, l’autrice non ha scelto la via più facile.
Innanzitutto la struttura narrativa stessa rende questo romanzo di non immediata comprensione. Si è parlato di stile destrutturato della trama e vorrei aggiungere, non so quanto coscientemente voluto dall’autrice o più che altro frutto del suo particolare modo di scrivere, (proprio per scelta di vocaboli e per costruzione delle frasi, e qui sicuramente centra anche il lavoro del traduttore), che tra l’altro ho apprezzato in maniera netta, più ancora se vogliamo di trama e personaggi.
Quando si scrive un romanzo poliziesco, con un detective implicato in un’indagine per quanto difficile e complessa, la chiarezza è forse un elemento essenziale, per sostenere anche una certa suspense e attesa di scoprire chi ha commesso il crimine, le sue motivazioni, e come questi fatti hanno influito sui personaggi principali o secondari direttamente o indirettamente collegati. L’autrice sembra prediligere una strada alternativa, labirintica, affascinante certo ma per alcuni tratti difficoltosa, fatta di una doppia indagine (svolta da un killer e dalla investigatrice privata), di pensieri e ricordi improvvisi a volte non nettamente comprensibili, che soprattutto non seguono sempre un ordine logico o cronologico, di suggestioni, di riflessioni, che a volte si interrompono come vicoli ciechi non portando ad alcuna conclusione. E il consiglio che la protagonista si da calma, Victoria, perché questa storia è appena iniziata. Vedrai che ogni parola pian piano acquisterà un senso, sembra un consiglio dato al lettore.
Le informazioni fondamentali sono immerse nel flusso narrativo in modo inatteso, e certo è divertente scoprirle ma a volte tocca tornare indietro e rileggere alcune pagine per capire quale fatto è occorso per portare le indagini in quella direzione o anche solo i fatti a quella svolta.
Faccio un esempio. All’inizio del romanzo la protagonista principale, l’investigatrice privata Victoria González si trova improvvisamente su una scena del crimine su invito della polizia; scopriremo solo che da tempo collabora con il commissario Toni Estella, con il quale ebbe una relazione clandestina. In un capitolo successivo il suo assistente Jesus accenna che qualcuno ha dato una somma (30.000 euro, lo sapremo a pagina 84) per portare avanti questa indagine, (sapremo solo molto dopo chi è stato) trovare due bambine scomparse, Andrea e Josefa Rebollo Sanchez de Andrade, e sospetta che sia stata la polizia stessa a dare questi soldi brancolando nel buio e quasi vergognandosi di chiedere aiuto a un investigatore privato per giunta donna e incinta.
Il tutto lo si ricostruisce, da schegge, frammenti, accenni, aggiungendo anche le informazioni legate appunto al killer Genaro che si occuperà del caso pagato dalla madre naturale delle due bambine, la rossa, facendone poi una vendetta personale. Due filoni narrativi paralleli che bisogna intrecciare e mediare per seguire la trama. Ecco, l’autrice non sceglie una narrazione piana, immediata, opta invece per una narrazione frammentata, ambigua, che se vogliamo è nello stesso tempo il suo punto di forza e di debolezza.
Per quanto riguarda i temi trattati, come la pedofilia, la difficoltà di essere genitori, l’ingerenza dello stato nella vita dei cittadini, la droga, la violenza, trovare un revolver di seconda mano è facile come trovare pasticche di qualsiasi droga, di per sé forti e disturbanti, temi che avrebbero di per sé potuto assumere una connotazione di denuncia, di analisi sociologica appunto da noir sociale, invece spiazzano, toccando vertici di disagio nella descrizione semiseria dei modi per uccidere piccoli animali, pratica con cui la protagonista sfoga la sua rabbia e la sua frustrazione. Capitoletti che ad essere sincera io, per gusto personale, avrei evitato e che apparentemente non arricchiscono o spiegano alcunché. Ma è un noir, infondo queste coloriture sadiche e patologiche, possono avere una funzione, e lungi da valutazioni moralistiche o educative, forse possono in realtà, paradossalmente per contrasto, stigmatizzare comportamenti che molto probabilmente l’autrice fortemente deplora, tanto da inserirli nel suo romanzo. Sarebbe interessante chiedere se è vero a Cristina Fallarás.
Oltre alla scrittura davvero particolare, che ripeto è davvero il punto di forza di questo romanzo, è la città di Barcellona a emergere stagliata tra cielo e mare, diversa dalla solare e conosciuta città turistica, ricca di storia, arte e bellezza. Le pagine più belle sono dedicate a questa città, con le sue contraddizioni, i suoi locali dark, i suoi caseggiati formicaio abitazioni dei poveri e i vicoli malfamati, abitati da una folla multietnica e vitale a cui si aggiungono agli immigrati, drogati, spacciatori, musicisti, punk, motociclisti, prostitute, travestiti, barboni in compagnia dei loro cani, e poi i castagni rachitici, le palme da datteri, i platani di giardini che hanno l’ambizione di essere signorili, ma che finiscono col diventare solo un’ ostentazione esotica, o le zone dormitorio per operai non industrializzate che si trovano appena fuori città, sopra l’autostrada, in direzione della zona più grigia dell’area metropolitana. Barcellona: metropoli in miniatura, tegame per uno stufato di turisti senza patè.
In Spagna un romanzo di notevole successo, vincitore di numerosi premi tra cui l’El Hammett, per il romanzo poliziesco spagnolo dato nel corso del festival Semana Negra de Gijón, da non confondere con lo statunitense Hammett Prize. Molto particolare, ma da leggere sicuramente se amate il noir.

Cristina Fallarás (Zaragoza, 1968), giornalista e scrittrice, vive a Barcellona. Ha lavorato per numerosi giornali, radio e tv, tra cui “El Mundo”, “El Periódico de Catalunya”, “ADN”, Cadena Ser, RNE, Antena 3 Televisión e Cuatro Televisión, e gestisce il sito web letterario Sigueleyendo. In Spagna, Innocenti è stato accolto con grande favore da pubblico e critica e ha vinto numerosi premi, tra i quali il Premio Internacional de Novela Negra L’H Confidencial nel 2011. Inoltre, nel 2012, Cristina è stata la prima donna ad aver mai ottenuto il premio Dashiell Hammett per il miglior noir spagnolo.

:: Recensione di La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2013
montalban

Clicca sulla cover per l’acquisto

La bella di Buenos Aires (La muchaha que pudo ser Emmanuelle, 1997) dello scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán, uno dei padri del Noir Mediterraneo, tradotto dallo spagnolo da Hado Lyria ed edito per la prima volta in Italia da Feltrinelli, a dieci anni dalla scomparsa dell’autore, è un racconto, o meglio una novella breve, nata come testo da cui trarre la sceneggiatura per una puntata della serie televisiva con protagonista Carvalho, prodotta dalla televisione argentina. Pubblicata in Spagna per la prima volta a puntate sul quotidiano “El País”, tra il 3 e il 30 agosto del 1997, con illustrazioni di Fernando Vincente, e poi nel 2011 in Cuentos negros, Galaxia Gutenberg, La bella di Buenos Aires può essere considerata una sorta di introduzione a  Quintetto di Buenos Aires (Quinteto de Buenos Aires) che uscì in Spagna nella “Serie Carvalho” dell’editore Planeta sempre nel 1997.
Tutto cominciò con un fax. L’intraprendente Biscuter, socio, cuoco, amico di Pepe Carvahlo, si cimenta nell’epica impresa di portare il nostro investigatore privato nella modernità, nella mitica terra di fax, computer, cd rom, Internet. “Per il momento bisogna farsi pubblicità sui giornali e subito dopo prendere un fax, non vorrei che mentre sto rigirando un manicaretto mi interrompesse il telefono, e lei sa bene quale sottile chimica talvolta si incontri nei miei piatti” dice solenne e Carvalho per amore del quieto vivere abbozza, e una volta davanti al fax lo osserva diffidente.
Il primo messaggio porta nella sua vita e nel suo studio di investigatore Doratea Samuelson, una donna in cerca di una ragazza che avrebbe potuto essere Emmanuelle. Una ragazza di Buenos Aires persa nelle nebbie del passato, non a caso la parola “memoria” si rincorre spesso tra le pagine e quasi ci da la chiave di lettura di tutto il racconto. Un’ alunna dell’ex marito di Dorotea, Rocco, così bella da poter diventare la Sylvia Kristel argentina, ambizione che resterà confinata nella terra dei sogni e delle aspirazioni e verrà spazzata via dalla dura realtà della dittatura e della polizia militare che la costringerà a scappare in Spagna per non diventare uno dei tanti desaparecidos.
Ma ora è troppo tardi, quella bellissima ragazza non c’è più, al suo posto il cadavere di una barbona, uccisa con un colpo in testa e numerose coltellate al cuore, rinvenuto nella zona più malfamata del Barrio Chino, il quartiere cinese di Barcellona. Pepe Carvahlo percepisce subito che è un crimine di stato, e le sue indagini lo portano a confrontarsi proprio con i suoi nemici del passato, coloro contro i quali si è sempre opposto, fino a non dare un volto al colpevole, nascosto dalla Storia, dal passato, luogo della memoria, terra dove abitano i colpevoli, che quando si minaccia di accusarli dei loro crimini, come si apprestava a fare Rocco, tornano ad uccidere, tornano a essere quello che sono sempre stati. Assassini.
La bella di Buenos Aires seppur breve, racchiude molti dei temi presenti nella narrativa di Montalbán, più una velata malinconia, una riflessione filosofica sulla storia e la memoria di cui la città di Barcellona si fa specchio, con la sua calle de las Tapis, la zona più infame di un quartiere di prostituzione, che sta per essere spazzata via da centri civici, parchi, parcheggi, impianti sportivi, come La Dolce Vita, locale equivoco dove si ballava e si cantava il tango, per cui è già arrivato l’ordine di demolizione.
Sì, lo sapremo chi ha ucciso la bella di Buenos Aires, sia chi l’ha fatto materialmente, sia il vero colpevole che ha voluto che la sua morte chiudesse un capitolo della Storia. Compromessi, muti accordi, rassegnate scuse faranno sì che la giustizia non trovi né spazio né voce, il prefetto accetta, la polizia dispone, Carvalho osserva dolorosamente consapevole  e le ultime parole saranno concesse all’assassino, all’unico che avrà parole di tenerezza e di rispetto per la sfortunata Palita, vittima predestinata, innocente tra assassini.

Manuel Vázquez Montalbán (Barcellona, 1939 – Bangkok, 2003) con Feltrinelli ha pubblicato: Gli uccelli di Bangkok (1990), Tatuaggio (1991), Il centravanti è stato assassinato verso sera (1991), Il labirinto greco (1992), Ricette immorali (1992), La solitudine del manager (1993), I mari del Sud (1994), Le ricette di Pepe Carvalho (1994), Pamphlet dal pianeta delle scimmie (1995), La Rosa di Alessandria (1995), La Mosca della Rivoluzione nella collana “Traveller” (1995), Le Terme (1996), Il fratellino (1997), Il premio (1998), Quintetto di Buenos Aires (1999), Storie di fantasmi (1999), L’uomo della mia vita (2000), Il signore dei bonsai nella collana “Kids” (2000), Storie di padri e figli (2001), Ho ammazzato J.F. Kennedy (2001), Tre storie d’amore (2003), Millennio. Pepe Carvalho sulla via di Kabul (2004), Assassinio al Comitato Centrale (2005), Millennio 2. Pepe Carvalho, l’addio (2005), Sabotaggio olimpico (2006), Storie di politica sospetta (2008),  Assassinio a Prado del Rey e altre storie sordide (2009), La bella di Buenos Aires (2013), Luis Roldán né vivo né morto (2013). Queste ultime due sue opere, recentemente tradotte in italiano, sono apparse per la prima volta a puntate su “El País” nel 1994. Ha vinto il premio internazionale Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2000.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvia dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Il correttore di Ricardo Menéndez Salmòn (Marcos Y Marcos 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2011

Il correttoreViviamo in un tempo incerto, traditore, segnato da stigmate infuocate, in cui la paura cola come olio bollente e scardina certezze, dogmi fondamentali e imprescindibili facendo sembrare le nostre discussioni vani balbettii di neonati, farneticanti elucubrazioni più che altro rumore sulla fossa di brusio sconnesso che ci sovrasta.
Viviamo in un tempo segnato da una macabra parola che affolla le pagine dei giornali, i servizi del telegiornale, le discussioni dal barbiere, i temi degli alunni di scuole più o meno progressiste: terrorismo.
Direte voi è troppo presto parlarne obbiettivamente, siamo troppo coinvolti, colpevoli con la nostra gretta indifferenza mascherata da buon senso.
In Spagna una voce fuori dal coro ci ha provato, uno scrittore della generazione dei giovani, forte dei suoi 40 anni appena compiuti, osannato dalla critica come uno degli autori più significativi della Spagna contemporanea, Ricardo Menéndez Salmòn, stilando una specie di cronaca ha conchiuso la narrazione in un unico giorno l’ 11 marzo 2004, data simbolo dell’orrore, tragico giovedì di passione testimone del più grave attentato nella storia della Spagna quando il cuore di Madrid fu violato e tre giorni prima delle elezioni, dieci zaini riempiti con esplosivo furono fatti esplodere in quattro stazioni quella di Atocha, di  El Pozo del Tío Raimundo, di Santa Eugenia e nei pressi di via Téllez.
Il protagonista, testimone, giudice, vittima inerme e illesa che racconta i fatti in prima persona è Vladimir, o meglio Vlad, un correttore di bozze che si appresta a terminare la revisione dei Demoni di Feodor Dostoevskij seduto al suo vecchio tavolo di frassino australiano, al sicuro tra i suoi libri e i suoi affetti, i genitori, gli amici, la moglie Zoe che dorme nella stanza accanto.
Lui che quasi tradendo la sua vocazione di narratore ora si guadagna da vivere facendo il correttore di bozze, professione sorellastra e matrigna della letteratura così detta alta.
Lui che

a volte soffre le sue pene a leggere la grande quantità di schifezze che la gente scrive e prova la tentazione di correggere non solo gli errori di ortografia e glia attentati grammaticali cosa per cui lo pagano ma anche di rafforzare una descrizione con l’aggettivo giusto o elevare il tono di un dialogo con una risposta sensata, ma in linea di massima si limita a passare in punta di piedi sui disastri altrui

si trova ora catapultato nel tragico dominio della rabbia e della paura.
Una telefonata, una sola telefonata del suo editore e amico Uribesalgo lo scaglia nell’orrore, nell’assurdità che condisce una vita già senza senso, per non parlare della morte, atroce punizione per chissà quali colpe, chissà quali nefandezze. La faccia oscura del potere, la manipolazione della verità, il meccanismo diabolico di disinformazione del governo si mette subito all’opera e sparge il suo veleno confondendo le menti porgendo verità di comodo preconfezionate come le frattaglie incellophanete al supermercato.
È l’Eta ad aver compiuto le stragi, come al solito, state calmi è tutto sottocontrollo. Ma già qualcuno si dissocia, le prime crepe tendono a far implodere il vaso di Pandora e il terrorismo arabo emerge con il suo Corano insanguinato, con la sua guerra santa contro gli stati crociati alleati degli Stati Uniti.
Ricardo Menendez Salmon evita le soluzioni di comodo, critica aspramente il potere facendo di questa cronaca un pamphlet fortemente politico, un JAccuse di zoliana memoria che non risparmia ipersonaggi della vita politica spagnola come Arnaldo Otegi, Juan Jose Ibarretxe, Angel Acebese José María Aznar, e per quest’ultimo ha le parole più caustiche, velenose, rabbiose per

quel fanatico dei vegueros cubani, il lettore di Josep Pla, il fantoccio che nelle ore più tristi della Spagna promette un mondo migliore, più giusto, libero , sicuro. Un cadavere che prendeva congedo dal mondo dei vivi. A pochi uomini è concesso lo straordinario privilegio di parlare da morti. A Jose Maria Aznar Lopez durante quei tremendi giorni di marzo questa sorte toccò in più occasioni.

Il ruolo della letteratura, il potere salvifico dell’amore, vengono a lenire come un balsamo le piaghe aperte di una società in cancrena e quasi si tende a scorticare l’anima, a farla sanguinare pur di catturare un briciolo di verità, un barlume di speranza.
La scrittura di Ricardo Menendez Salmon è continuamente impreziosita da metafore, allegorie, parabole, paragoni, immagini simboliche, l’uso stilistico degli aggettivi è notevole, ogni parola ha una sua funzione, una sua gradazione, l’utilizza come un pittore utilizza i suoi colori, sempre appropriatamente e in questo la traduzione dallo spagnolo di Claudia Tarolo ha senz’altro un ruolo fondamentale nel giocare con le sfumature.
Davvero notevole, era da molto che non leggevo un testo scritto con tale bravura e limpidezza.

Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón nel 1971.
Autore di profonda cultura europea e fortissima impronta personale, esce dai confini del paese di origine e si afferma anche in Germania, Francia, Portogallo e Italia come una delle figure più innovative e promettenti della letteratura contemporanea. Conclusa la trilogia sul Male (L’offesa, il Male storico; Derrumbe, il Male della paura; Il correttore, il Male della menzogna), ha raccontato la forza rivoluzionaria dell’arte e della bellezza in La luce è più antica dell’amore. Questo romanzo, celebratissimo in Spagna e in corso di traduzione in varie lingue, offre pagine di straordinario talento narrativo.
I romanzi e i racconti di Ricardo Menéndez Salmón hanno conquistato più di quaranta premi; I cavalli blu, l’ultimo racconto della raccolta Gridare, ha vinto il Premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali riservati alla letteratura in lingua spagnola. Nel 2015 Marcos y Marcos ha pubblicato anche Bambini nel tempo.

:: Recensione di Cella 211 di Francisco Perez Gandul a cura di Giulietta Iannone

28 aprile 2010

Mai presentarsi al lavoro con un giorno di anticipo. Perché non farlo assolutamente? Beh perché vi potrebbe capitare di avere un mancamento proprio mentre state visitando il braccio più pericoloso del carcere di massima sicurezza dove avete appena avuto la sventura di trovare lavoro come secondino, e potrebbe darsi anche che vi lascino su una brandina della famigerata cella 211 proprio nel giorno in cui Malamadre il leader indiscusso dei criminali più pericolosi ha la sventurata idea di guidare una sommossa. Ecco a Juan Oliver capita proprio questo, proprio a lui un tipo tranquillo, a posto, un tipo educato, quasi timido, con una bella moglie incinta, un tipo a cui di norma non capitano mai grane. Ed ora che fare? Dire a tutti quei nerboruti pluriassassini di essere uno dei carcerieri “un nemico”? Non sia mai, bisogna infiltrarsi, fingersi sporco, brutto e cattivo, tirare fuori le palle anche quando non si era mai creduto di averle perché nelle situazioni più disperate esce sempre il meglio, voglio dire il peggio di ognuno noi. E allora ci si può scoprire, arrabbiati, violenti, spietati, pronti a tutto pur di riguadagarsi la libertà e seppure Malamadre non è del tutto sicuro che Juan sia chi dice di essere, può nascere un’ inattesa amicizia, fino ad iniziare a credere che i pericolosi criminali non hanno poi tutti i torti a volersi ribellare, che non è detto che la colpa sia sempre solo da un solo lato della barricata. Tra accordi sottobanco, terroristi baschi politicamente scorretti, corruzioni più o meno marcate, critiche ad un sistema carcerario ben poco propenso a riabilitare coloro che finiscono in cella, Francisco Perez Gandul ci porta nel claustrofobico mondo di una prigione per parlarci di libertà, coraggio e amicizia e lo fa in modo originale e violento, cupo e disperato, al limite tra un noir e una tragedia greca. Non aspettatevi un’ opera agiografica, il linguaggio è crudo, disturbante, i personaggi spigolosi, urticanti e difficilmente vi metterete dalla loro parte e tiferete per loro anche se l’interrogativo che vi spingerà a giarare pagina dopo pagina  superando l’istintiva repulsione è sapere se Juan riuscirà a uscirne vivo. Non vi dirò di certo il finale, quello spetterà a voi conquistarlo ma quello che posso dirvi è che per essere un’ opera prima, giunta alla quinta ristampa, non è affatto male e soprattutto ci si chiede cos’altro ci proporrà Gandul negli anni a venire. Stiamo all’erta forse è nato un grande scrittore.