:: Il ritorno e altre prose di Thomas Wolfe a cura di Francesco Cappellini (Via del Vento Edizioni) a cura di Daniela Distefano

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THOMAS WOLFE 1Questo piccolo opuscolo – curato da Francesco Cappellini – racchiude tre prose inedite in Italia dello scrittore americano Thomas Clayton Wolfe (1900-1938) il cui tono e intimista, penetrante, rapsodico, lunare, avrebbe influenzato, qualche anno dopo, tutto il movimento legato alla beat-generation. Nel 2016, gli fu dedicato persino un film – “Genius” del regista Michael Grandage. Thomas Clayton Wolfe raggiunse il successo editoriale nel 1929 dopo l’incontro con Maxwell Perkins, scopritore di talenti quali Hemingway e Scott Fitzgerald. Fu l’inizio di una fortunata collaborazione dalla quale uscirono i romanzi più famosi di Wolfe, che morì troppo giovane per adagiarsi sugli allori del suo genio. Ecco cosa scrisse nel primo di questi brevi racconti:

Sette anni lontano da casa, e ora sono tornato. Che c’è da dire? Il tempo passa e mette un cappio alla discussione. C’è troppo da dire; c’è così tanto da dire che deve essere detto; c’è così tanto da dire che non sarà mai detto: lo diciamo nella solitudine appassionata della gioventù, o delle diecimila notti di assenza e poi ritorno. Ma alla fine, la risposta a tutto è che tutto è tempo e silenzio, basta; dopo non rimane più nulla da dire”. IL RITORNO

THOMAS WOLFE 2Le altre due storie “La giustizia è cieca” e “Prologo all’America” compendiano il virtuosismo di uno scrittore che riporta la trama nel mondo dei fatti bizzarri e registra i flussi di coscienza tra le montagne russe di una visione astrale.

Perché dappertutto, in mezzo a queste tenebre immortali che attraversano la terra, c’è stato qualcosa che si muoveva nella notte, e qualcosa che si agitava nel cuore degli uomini, e qualcosa che piangeva nelle grandiose profezie di quelle lingue mute, di quel sangue selvaggio rimasto inespresso. Dove andremo ora? Che faremo? Il blu grigiastro del mattino tra gli scoscesi pendii, accelerazione del tempo nei passi svelti, fino alle vette di mezzogiorno; quotidiano e incessante il traffico furioso sulle strade affollate; ora e per sempre, a tirar su edifici oltre la cresta della marea che monta di questi tempi; sospese nel cielo contro il cristallo di questo blu così fragile, zanzariere che sbattono, dalle griglie in acciaio, l’ottuso rumore ritmico dei macchinari”.

Questa raccolta costituisce il prologo di una produzione che ha preannunciato una poetica d’oro. Non c’è un “purtroppo” ma solo un “destino”: Thomas Wolfe è stato il gigante con il cervello che era una miniera di immagini luminose e parole incisive, perforanti la nostra mente, il nostro pensare. Ha detto tutto quello che aveva da dire e da tacere, poi se ne è andato senza avere nemmeno quarant’anni, troppo o troppo poco per comprendere il perché della Vita.

Thomas Wolfe nacque il 3 ottobre 1900 ad Asheville, città turistica della Carolina del Nord. La famiglia si spostò di frequente nei suoi primi anni di vita, contribuendo allo spaesamento e al senso di inadeguatezza del piccolo Thomas, segnato peraltro dalla morte per tifo del fratello Grover. Iscritto presso le scuole pubbliche, Wolfe ebbe la fortuna di incontrare ottimi insegnanti e di appassionarsi velocemente alla letteratura, avvicinandosi alle opere di Walter Scott, Dickens, Stevenson, Allan Poe e molti altri. Dopo il diploma, Thomas Wolfe cominciò a frequentare la North Carolina University, dove inizialmente ebbe a scontrarsi con i pregiudizi e l’ostilità dei compagni, avversi alle sue origini provinciali e alle sue stranezze fisiche (il giovane misurava più di due metri d’altezza). La sua situazione migliorò l’anno seguente, quando iniziò a distinguersi scrivendo per il giornale della scuola, il Tar Heel Magazine, su cui comparve un suo componimento dedicato alla Grande Guerra. Lo stesso anno segnò un nuovo lutto nella vita del giovane scrittore, che perse il fratello Ben, cui era fortemente legato e di lì a poco, dopo aver ottenuto dai genitori il permesso di frequentare un anno ad Harvard, un’altra tragedia colpì la sua famiglia con la morte del padre. Nel frattempo il suo talento andava sviluppandosi, soprattutto nella drammaturgia, ma quando diede alle stampe Welcome to our city, una pièce autobiografica ambientata ad «Altamont» trovò di fronte a sé una forte opposizione da parte della classe editrice. Sconfortato, accettò un posto come insegnante alla New York University e lì rimase per sei anni. Nel 1924 affrontò per la prima volta un viaggio nel vecchio continente: visitò Inghilterra, Francia e Italia, e durante il viaggio di ritorno conobbe il suo grande amore, Aline Bernstein, sposata e di venti anni più grande di lui. Fu in questo periodo che Wolfe cominciò a stendere O lost, portato a termine solo nel 1928 e per il quale l’autore ebbe molto a lavorare per trovare una casa editrice, infine individuata nella newyorchese Scribner’s Sons. Una fortuna non da poco, considerando che tra gli impiegati figurava Maxwell Perkins, curatore di Hemingway e Scott Fitzgerald. Lo stesso Perkins propose al giovane Wolfe di lavorare alle sue opere, e gli suggerì alcune modifiche strutturali al romanzo presentato, nonché la sostituzione del titolo con Angelo, guarda il passato, sulla scorta del poema di Milton. Il romanzo fu un successo e spinse Wolfe a lavorare duramente alla scrittura. Per ovviare alle distrazioni mondane della Grande Mela, lo scrittore si trasferì a Brooklyn e interruppe la relazione con Aline. Tuttavia, tutte le bozze presentate non convinsero Perkins, che le rigettò puntualmente, fino a proporgli nel 1933 di stendere il seguito di Angelo, guarda il passato. Thomas Wolfe accolse l’idea e stese un’epopea in più volumi sul modello de Alla ricerca del tempo perduto dal titolo The October fair.Ancora una volta, Perkins non ne fu entusiasta e operò tagli drastici, fino a ridurre l’opera monumentale a un solo volume, cui diede il nome di Il fiume e il tempo. Wolfe poi decise di tornare in Germania. Correva l’anno 1936, e il Terzo Reich ospitava le Olimpiadi. Il clima di oppressione, di violenza, che le strade tedesche sperimentavano spinse Wolfe a scrivere una storia ispirata al regime nazista intitolata Have a thing to tell you. Pur continuando la sua attività di scrittore con grande regolarità, Wolfe non diede mai più nulla alle stampe, accontentandosi di raccogliere manoscritti, pubblicati postumi: The web and the rock, You can’t go home again e A western journal. Quest’ultimo romanzo in particolare fu steso a partire dall’esperienza dei suoi viaggi attraverso gli Stati Uniti intrapresi nel 1938 e, sfortunatamente, rivelatisi fatali. Nel corso di una delle sue avventure contrasse, infatti, l’influenza bevendo del whiskey con un vagabondo, ma il virus andò a peggiorare una tubercolosi cerebrale latente che lo condusse nel giro di un mese alla morte. Il suo stile è stato da molti definito “romantico” per gli estremi emotivi cui va incontro, in parte mutuati anche dalla sua vicinanza a letterature più europee. Il risultato è un andamento unico ed estremamente variegato, capace di scivolare dal regime torrentizio dello stream of consciousness all’asciuttezza dell’asserzione scientifica passando per l’opulenza di un dettato barocco. A seconda della stima che di lui ebbero critici e lettori, la sua opera è stata variamente descritta come tediosa, pesante ed eccessivamente focalizzata sul sé o come intensamente introspettiva, con notevoli picchi poetici. In Italia, le sue opere cominciarono a essere tradotte non prima degli anni Cinquanta, e comunque con una scarsa sistematicità.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento Edizioni”.

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