La bella stagione degli speranzosi anni ’50 e ’60 fa da sfondo a questo bel libro, cucito su misura dei lettori più esigenti: spalma una storia di passione tecnologica sul pane dei sentimenti puri, della genuinità delle relazioni, della freschezza dell’amicizia imperitura; quei rapporti umani che fanno gridare al miracolo quando producono soluzioni a problemi del futuro. Ma andiamo con ordine e partiamo dal plot. I personaggi principali sono due ventenni, Giorgio e Angela, e le loro vite si incrociano con quelle dei protagonisti della sfida che portò alla realizzazione della prima calcolatrice elettronica italiana a Pisa. La narrazione parte dall’idea iniziale di creare una calcolatrice elettronica, così da arrivare alla effettiva realizzazione della Macchina Ridotta prima e di quella che fu chiamata CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) poi; tutto questo passando per la fondamentale collaborazione dell’Università con la Olivetti, in particolare con il centro in via del Capannone a Barbaricina, dove fu costruito il prototipo “zero” delle macchine ELEA. Il 13 novembre 1961 la CEP fu presentata al Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Si sono gettate in tal modo le basi per il futuro sviluppo dell’informatica in Italia, che ha cambiato radicalmente il nostro modo di scrivere, di comunicare, di lavorare, di stare nel mondo.
Il libro è molto diverso da altre ricostruzioni dell’argomento pubblicate nel passato. Tanto per cominciare, non è un saggio, ma lo si può definire un romanzo storico, perché gli avvenimenti della costruzione della CEP e del primo computer Olivetti a Pisa sono intrecciati con gli eventi della storia della città e dell’Italia di quel periodo.
Nel pieno del fermento avveniristico, la Storia si incontra con la finzione narrativa e nasce la storia di Giorgio e di Angela, lui giovane ingegnere coinvolto nella costruzione della CEP, lei, sua fidanzata, operaia della fabbrica Marzotto e protagonista delle prime lotte delle donne per l’emancipazione. C’è anche una rivale di Angela, Ella, una scienziata americana che Giorgio conosce nel suo viaggio negli USA e che con il suo fascino intellettuale mina le sicurezze di Giorgio sulle sue scelte di cuore. Le due donne, appartenenti a classi sociali e mondi molto diversi, sono entrambe figure intelligenti, tenaci e volitive. In particolare, è molto ben descritta la crescita personale di Angela, che, da ragazza semplice e ingenua, con il passare degli anni e il contatto con gli avvenimenti della fabbrica e le lotte per i diritti delle donne, acquisisce una sempre maggior coscienza del suo ruolo nel mondo.
“Giorgio commentò a modo suo:”E’ vero, senza evoluzione non c’è futuro, di nessun tipo”. Angela era visibilmente allegra: le piacevano quei discorsi solo apparentemente leggeri e senza capo né coda. Provò a dire la sua, mettendoci tutta la serietà di cui era capace, intrecciando quei concetti con la sua vita in fabbrica. “La spinta che dà il cambiamento, anche solo come ipotesi, è essenziale per migliorare la condizione degli uomini e delle donne. Noi operaie, per esempio, se non avessimo in testa obiettivi di miglioramento della nostra condizione, faremmo meglio a rinunciare a lavorare in fabbrica. Se voi ingegneri migliorate le macchine, noi rischiamo meno di farci male e possiamo evitare di fare lavori ripetitivi, noiosi e logoranti. Ma anche se noi operaie, se noi sindacaliste, conquistiamo nuovi diritti con le nostre lotte, non migliora soltanto la nostra condizione di lavoro, ma anche quella delle nostre famiglie, dei nostri figli, delle nostre comunità, delle nostre città””.
A tutto fa da sfondo la città di Pisa con i suoi monumenti, le sue strade, le sue luci cangianti e seducenti. Un libro delizioso, scritto sulla scorta di una templare ispirazione. Perfetto ritratto di quel momento d’oro della nostra storia italiana che dopo il supplizio fascista è stata capace di ricominciare da zero per poi proiettarsi in avanti con fiducia e provvidenza. Finalista al premio Biella Letteratura e Industria 2019.
Maurizio Gazzarri è nato a Volterra nel 1971. Nel 1990 si trasferisce a Pisa dove si laurea in Scienze dell’Informazione. Dal 2008 al 2018 ha svolto il ruolo di capogabinetto del Sindaco di Pisa occupandosi di digitalizzazione dei servizi, comunicazione, partecipazione e coordinamento di progetti innovativi. Nel 2018 è uscito questo romanzo d’esordio, “I ragazzi che scalarono il futuro”(Edizioni ETS), che racconta, mescolando realtà e fantasia, la nascita dell’informatica italiana e la realizzazione dalla CEP e della ELEA, le prime calcolatrici elettroniche italiane.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ Ufficio stampa Edizioni ETS.
Oscar Ink propone l’adattamento a fumetti di quello che è un classico senza tempo della narrativa americana, attualissimo oggi più che mai: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, sceneggiato e disegnato da Fred Fordham.
Cinquant’anni fa l’uomo metteva per la prima volta piede sulla Luna, un grandissimo evento, e per ricordare quello Odoya propone un saggio scritto a più mani dagli autori del gruppo Maelstrom, che indaga il rapporto privilegiato che gli esseri umani hanno sempre avuto con il loro satellite tramite l’immaginario, non dimenticando ovviamente i dati scientifici.
Virginia Woolf definì Fanny Burney la madre della letteratura inglese e Jane Austen la prese come modello per i suoi libri: basterebbero questi requisiti per aver voglia di scoprire la riproposta Fazi di un classico della narrativa inglese del Settecento, Evelina di Fanny Burney, uscito nel 1778 e subito grande successo per l’ironia e la freschezza, oltre che per essere comunque lo specchio della realtà.
L’altra faccia di Simenon romanziere è il raccontatore di storie. Così si definisce nei suoi pezzi giornalistici e nei suoi reportage.
Henry David Thoreau ci ha accompagnato nella vita nei boschi con Walden, ma in realtà lo scrittore americano, nel 1862 ha trascritto le riflessioni emerse dalla sua passione del camminare. L’editore Marietti 1820 ha pubblicato “Camminare” di Thoreau. Il saggio è nato dalle solitarie camminate che lo scrittore ha sperimentato nelle incontaminate terre degli Stati Uniti d’America. Camminare per Thoreau non era un agire qualunque. Il camminare per lui era uno stare a contatto diretto con la natura più pura. Era, ed è, lo stabilire con essa un rapporto profondo e fondamentale che permette all’essere umano di cogliere la dimensione più profonda che anima il mondo naturale e ciò che lo compone. Questo camminare per conoscere meglio il sé e il mondo, è visto da Thoreau come un vero e proprio Camminare Errante, che l’individuo compie per evolversi, per comprendere la bellezza della realtà naturale che lo circonda, per maturare e accrescere le proprie competenze e conoscenze, sempre il relazione al creato più puro e libero. Thoreau parla di arricchimento per l’uomo derivante dal muoversi immerso nella natura, però questa natura deve essere naturale, o meglio deve essere allo stato selvaggio, perché, secondo l’autore, le cose sono davvero buone e sane quando sono libere di essere quello che sono e non hanno costrizioni imposte da altri. Secondo Thoreau per capire al meglio la Natura non solo ci si deve immergere e lascia trasportare da essa, quando si trova nel suo stato più selvaggio. Per avere una massima comprensione di essa e dei suoi elementi, si deve camminare dentro ogni suo elemento, lasciandosi completamente trasportare dal linguaggio oscuro di vibrazioni e suoni che la caratterizza. Elementi che compongono una vera e propria grammatica da interpretare. Il camminare è molto utile secondo l’autore, perché porterebbe ogni singolo individuo ad uscire da una condizione di ignoranza (definita conoscenza negativa) per arricchire la conoscenza vera (definita ignoranza positiva). Il saggio “Camminare”, ha sì poche pagine, ma è un concentrato di riflessioni profonde sull’uomo, sul suo agire e sul modo di porsi nei confronti di quello che lo circonda. Non a caso, Thoreau mette in evidenza anche la chiara e nette differenza tra il mondo civilizzato, dove tutto è imbrigliato in regole, usi, dettami che rendono l’ambiente, la natura e l’uomo stesso poco spontanei e il mondo della Natura pura e rigogliosa. Thoreau ci consiglia di camminare, da soli, in un bosco selvaggio, piuttosto che in un giardino ben curato, perché nel primo si respira la massima libertà della Natura, mentre nel secondo, essa è modellata dalla volontà ed esigenze degli uomini. “Camminare” di Thoreau è un invito che l’autore rivolge ai lettori, a tutti noi esseri umani, per sperimentare il camminare non come un fare meccanico, ma come un’arte che permette ad ogni singola persona di indagare il proprio io in rapporto con la Natura Madre pura e selvaggia, riscoprendo la profonda armonia che anima il rapporto secolare tra queste parti. Il testo presenta una nota di Marina Corradi dedicata alla Gramática parda. Traduzione di Alessandro Pugliese.

(..) Io voglio avere in pugno tutti quelli che mi si oppongono, voglio possedere la gran folla del mondo. Stasera a teatro ci riuscirò. Già lo vedo. Aspettano, se ne stanno lì, sonnolenti, da loro spira un gelo spettrale. Allora io sferro un calcio dentro questa roccia. Faccio saltare le barriere del silenzio. E da lì scendo a estrarre il mio oro: occhi lucidi, e poi un sospiro, un grido, una lacrima. Io li scuoto: sveglia, sveglia! E come una grandinata che si abbatte sul loro torpore, la mia febbre li contagia. In quell’attimo si aprono i mille occhi della loro anima, vorrebbero parlare, dare risposte ed ecco, infine, il loro sentire divampa. E io lo sollevo in altro, in trionfo, e questo poi torna a me in fragorose cascate”.
Stefan Zweig è stato uno scrittore austriaco (Vienna 1881 – Petrópolis, Rio de Janeiro, 1942). Ebreo, emigrò in Inghilterra nel 1924, poi (1940) in Brasile, dove morì suicida. Dopo un primo volume di liriche (Silberne Saiten, 1901), pubblicò novelle, traduzioni (in genere dal francese) e saggi critici (Drei Meister: Balzac, Dickens, Dostojewsky, 1920; Der Kampf mit dem Dämon: Hölderlin, Kleist, Nietzsche, 1925; ecc.). L’origine viennese, il suo ebraismo, la raffinata educazione, contribuirono molto a creare quell’atmosfera d’intellettualità cosmopolita, spregiudicata e aperta a ogni influsso, in cui si muovono sia le sue notissime biografie romanzate (Marie Antoinette, 1932; Triumph und Tragik des Erasmus von Rotterdam, 1935; Magellan, 1938; Balzac, 1946), sia le sue seducenti opere narrative (Amok, 1922; Verwirrung der Gefühle, 1927; Schachnovelle, 1942), o quelle di rievocazione storico-autobiografica (Die Welt von Gestern, 1941). Della sua produzione teatrale è notevole Jeremias (1917), dramma corale e fortemente antibellicista che risente dell’influenza dell’amicizia con R. Rolland.
Ultra edizioni ha riproposto in una nuova edizione aggiornata e ampliata il saggio con cui ha inaugurato la collana Shibuya, Hayao Miyazaki un mondo incantato di Valeria Arnaldi, anche se forse non sarà ancora quella definitiva perché il maestro tornerà presto all’animazione.
Dopo il primo volume di Jacopo Nacci dedicato ai robottoni animati giapponesi, arriva sempre per Odoya quello che è forse il suo seguito ideale, scritto da Jacopo Mistè e dedicato ai giganti d’acciaio di seconda generazione, quelli considerati realistici, non più guerrieri mistici che si ergevano da soli contro il male ma macchine da combattimento in un futuro spaziale.
Bentornata Loredana su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista. È da poco uscito il tuo nuovo libro “Magia nera”, una raccolta di racconti di genere ibrido, dall’horror al fantastico, al racconto morale, con molte sfumature e peculiarità che li rendono difficilmente etichettabili. Ce ne vuoi parlare?
























