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Bonavia, Dragan Velikić, (Keller 2019) A cura di Viviana Filippini

1 settembre 2019

bonavia2Dragan Velikić è uno dei più importanti autori della letteratura serba e con “Bonavia” è riuscito a creare un grande romanzo dal respiro europeo. La narrazione prende il via a Belgrado, poco dopo la fine della guerra, dove si ritrovano anime solitarie pronte a mescolarsi tra loro per ridare vita alla città. Tra coloro che vivono a Belgrado ci sono Marko e Marija. Lui è davanti ad un consolato straniero per richiedere il visto di espatrio, mentre lei dice di essere lì di passaggio dopo aver accompagnato un’amica (Kristina) all’aeroporto, dove è salita su un aereo diretto a Boston, negli Stati Uniti, per realizzare il suo sogno. I due giovani si conoscono e in quel breve tempo che stanno nello stesso spazio il lettore ha la netta sensazione che il loro incontro non sia casuale. Il tempo passa, Marko e Marija li ritroviamo anni dopo e si scopre che quell’incontro causale ha dato vita a quella che sembra essere una relazione, un po’ complicata, ma vera. L’altra città dove si sviluppa la tra è Vienna, e qui, oltre ai due protagonisti, il lettore ritroverà anche Kristina tornata dagli USA e Miljan il padre acciaccato di Marko. Quello che emerge dalle parole dei personaggi, dalle loro azioni e relazioni, mette in evidenza pezzi di vita di un tempo trascorso umano pieno di dolori e sofferenze. Per esempio Marko è accanto al padre Miljan nonostante un passato di lontananza. Dallo ieri verrà a galla che l’uomo, quando si rese conto di essere il padre del piccolo Marko e vedovo, perché la moglie morì di parto, al posto di rimanere accanto al figlio prese il via per Vienna, fuggendo da una serie di responsabilità che non era pronto ad assumersi. Nel presente, questo uomo che il figlio ha ritrovato è anziano e malato, e Marko lo assisterà e accudirà dimostrando di sapergli dare un po’ di quell’affetto e amore che anche lui avrebbe dovuto ricevere da bambino. In “Bonavia” di Dragan Velikić i personaggi sono separati e tenuti lontani tra di loro dallo spazio e dal tempo, però quando queste due barriere vengono abbattute e i diversi protagonisti si trovano a vivere gli uni accanto agli altri, si scopre che certi legami e relazioni non sono mai state scalfite dal corso degli eventi. “Bonavia” è una narrazione toccante nella quale gli accadimenti della Storia si intrecciano con le tante vicende umane di coloro che in essa vivono e agiscono. Attraverso le vicende di Marko e Marija e dei loro comprimari l’autore riflette sulle fragilità umane, sentimentali ed emotive, rese ancora più consistenti dal conflitto bellico che ha toccato, in modo maggiore o minore, tutti i personaggi della narrazione. “Bonavia” di Dragan Velikić è una narrazione che indaga le vite nella loro quotidianità e evidenzia come, nonostante le difficoltà, le incomprensioni e gli ostacoli sperimentati dai diversi protagonisti, compresi gli “spettri” ingombranti del passato, tutti vivano vite nelle quali da un lato, quello che hanno vissuto non li abbandonerà mai e, dall’altro, il presente nel quale agiscono lo sperimentano nella speranza di diventare persone migliori e di lasciare segni positivi per il domani che verrà. Traduzione dal serbo Estera Miocic.

Dragan Velikić è uno degli autori più importanti della letteratura serba, tanto da aggiudicarsi alcuni dei maggiori premi letterari balcanici come il Premio Nin –per due volte– e il Premio Meša Selimović ai quali si sono aggiunti il Premio Letterario Mitteleuropa-Preis e il Premio della città di Budapest. Le sue opere sono tradotte in numerose lingue. Per Keller uscirà anche il romanzo “Islednik”.

Source: inviato dall’editore.

:: L’esegesi del lavoro di scrittura in Dieci prugne ai fascisti di Elvira Mujčić (Elliot 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

12 ottobre 2017

DIECI PRUGNE AI FASCISTI _Layout 1Con il romanzo Dieci prugne ai fascisti, vincitore della XV edizione del Premio Anima, edito da Elliot Edizioni nel 2016, Elvira Mujčić racconta la storia di una famiglia spezzata a metà, tra l’Italia e la Bosnia, tra la terra nella quale è emigrata e la terra di origine. Attraverso un tortuoso viaggio fatto di treni e corriere, sudore e puzza, sangue e cicatrici, litigi e risate, caffè e CocaCola, sputi in faccia e un branco di cani, tre fratelli, Candido, Zeligo e Lania partono dall’Italia. Dalla stessa Italia partono anche, dentro un carro funebre, la Madre, un giovane becchino precario e depresso e la salma della nonna Nana. Tutti arrivano in Bosnia per ricongiungersi con l’altra metà della famiglia, il nonno, gli zii e i cugini. Tutti lì per celebrare il funerale della nonna desiderosa di trascorrere l’eterno riposo nella sua Bosnia lasciata per troppo tempo. Tutti protagonisti di un entusiasmo stuporoso alla vista dello scintillio del carro funebre che si avvicina alla loro casa, perché la famiglia spezzata, lasciata a metà, adesso si ricompone. Il lettore più attento, capace di andare oltre i temi che emergono dalla narrazione quali l’importanza della Memoria nella Storia e la decisiva critica all’invasione fascista, si accorge di come, attraverso una semplicissima conta da uno a dieci che fa una Nana giovanissima quando porta le dieci prugne ai soldati invasori di una Bosnia degli anni quaranta del Novecento, lo scrittore intervenga sullo scorrere degli eventi narrati nel tempo. L’intero viaggio, l’intero romanzo risultano funzionali al finale lasciato in bocca a Nana che spiega al nipote come abbia imparato a contare. Con un’ironia sconvolgente, dalla portata tragicamente dolorosa, la scrittrice compone tra le pagine l’esegesi del lavoro di scrittura. Da qui nasce una particolarissima spiegazione di cosa voglia dire essere scrittore, oggi e sempre. Semplicemente invertendo il sette con il sei nella conta, il personaggio di Nana ride perché è stato capace di piegare lo scorrere del tempo sotto il lavorio delle sue stesse mani divenendo attore consapevole nella grande Storia. Una Storia che travolge l’essere umano rendendolo presenza inconsapevole nel mondo, incapace di decidere la propria presenza attraverso atti di scelta. Come la stessa guerra portata dagli italiani in Bosnia che accade senza accadere. Nel racconto di Nana c’è la guerra ma non succede nulla, se non i soldati che chiedono cibo e le famiglie che offrono quel poco che hanno, pane e frutta. Il personaggio, invece, è lo scrittore che, scrivendo, altro non fa che intervenire in prima persona sulla realtà, raccontandola. Realtà che altrimenti non esisterebbe, sebbene l’uomo ci viva dentro. In maniera acuta ed esemplare, attraverso l’utilizzo della potentissima arma dell’ironia, Mujčić regala pagine di notevole importanza per l’originalità con cui scrive della scrittura stessa.

Elvira Mujčić,  nata nel 1980 in Serbia, ha vissuto in Bosnia, in Croazia e infine a Roma, dove abita tuttora. Interprete e traduttrice, ha pubblicato i libri Al di là del caos, E se Fuad avesse avuto la dinamite?Sarajevo: la storia di un piccolo tradimento e La lingua di Ana per Infinito edizioni.

 

Source: acquisto del recensore.