:: Mastro Lindo by Shanmei

3 marzo 2020 by

indexVi racconto come nacque questo racconto: ero a Torino, alla passerella olimpica sopraelevata che collega il villaggio olimpico al comprensorio del Lingotto. Era verso sera, tra il lusco e il brusco, e c’era un cielo blu notte stupendo. E così ho immaginato: se apparisse un gigantesco Mastro Lindo. Poi da quell’intuizione è nato il racconto. Buona lettura!

Ero uscito dal supermercato e nel parcheggio stavo cercando di ricordare dove avessi messo la macchina, quando mi si avvicinò un tipo equivoco.
“Amico, che hai un deca da darmi?”.
A parte il fatto che io di amici non ne ho mai avuti in vita mia, sentirmi apostrofare così, in un parcheggio male illuminato e piuttosto solitario, mi fece arrabbiare come mai mi era capitato.
“Non sono amico tuo”, dissi scortesemente.
Il tipo equivoco era magro come un chiodo, indossava una sporca maglietta puzzolente, che forse, e dico forse, in origine era stata bianca, accompagnata a un paio di pantaloni di tela grezza sformati e sfilacciati all’orlo. Gli occhi avevano un’espressione spiritata e osservai la sua testa pettinata alla rasta, è non esitai nemmeno un secondo a dubitare, che fosse abitata da pulci, pidocchi, etc…
“Avanti amico non fare il tirchio. Sono proprio all’osso” disse con una strana espressione smarrita.
Non era armato di siringhe e questo avrebbe già dovuto mettermi di buon umore. Sarà stato il nervoso accumulato nella giornata, o non so che altro, ma avevo voglia di scaricare i nervi su qualcuno. So che non fu un’ azione degna di un essere razionale, ma è esattamente quello che feci.
“Senti, non mi fai pena, ne mi ispiri simpatia e in più tu e i tuoi amichetti potete anche darvi fuoco per quanto mi riguarda”.
Forse avevo un po’ esagerato, ma volevo che mi lasciasse in pace.
“Amico ho bisogno di quei soldi. Facciamo cinque Euro e non se ne parla più” disse nervosamente strofinandosi le gambe come se la circolazione non gli funzionasse.
Tesi l’indice e glielo puntai addosso come un’ arma.
“Sparisci. Ho da fare ” dissi ostilmente tra i denti scandendo bene le parole.
Il ragazzo indietreggiò spaventato e fu allora che qualcosa oscurò la luna.
Dopo, una nebbia grigiastra e argentata si trasformò nella sagoma gigantesca di un enorme, allucinante, disgustoso Mastro Lindo.
Sì, avete capito.
L’ometto forzuto della pubblicità.
Restai a bocca aperta e il gigante smise di tenere le braccia conserte e con voce roboante si limitò a dire: “Vuoi darglieli o no quei dieci euro?”.
Il ragazzo iniziando a ridere come un pazzo additò il cielo.
“Fooorte” disse entusiasta.
Io pescai a caso nel mio portafoglio e gli diedi la prima banconota che trovai: 100 fiammanti Euro.
Poi, veloce come un razzo corsi alla mia macchina, misi in moto e schiacciai l’acceleratore, senza voltarmi indietro per parecchi chilometri.

Vite di gatti straordinari di Benjamin Lacombe e Sebastian Perez (Rizzoli, 2020) a cura di Elena Romanello

3 marzo 2020 by

4626321-9788817143998-285x400Benjamin Lacombe, acclamato illustratore francese, tra i migliori oltre che i più inconfondibili come tratto sognante e realistico insieme, torna in libreria con un volume di immagini che piacerà innanzitutto ai gattofili: Vite di gatti straordinari, su testi di Sebastien Perez, è un viaggio tra immagini e frasi nel mondo dei felini più amati del mondo, gli unici che gli esseri umani siano riusciti ad addomesticare.
Un libro che riprende una tradizione di libri anglosassoni di anni fa, in cui si alternavano tavole belle e curate a poesie e storie in strofe: i gatti illustrati da Benjamin Lacombe e raccontati in poesia da Sebastien Perez non sono illustri e famosi, ma sono comunque straordinari, e ognuno ci troverà qualcosa magari del suo compagno peloso e felpato.
Vite di gatti straordinari celebra quindi i mici, ma non è un libro per ragazzi, o comunque non solo per loro, ma si rivolge ai gattofili di tutte le età che vogliano scoprire o riscoprire il libro illustrato, che dialoga tramite parole e immagini, affiancando entrambe senza sacrificare uno dei due elementi.
Per molti il libro illustrato è il primo approccio verso l’oggetto libro, ma poi stranamente, crescendo, si sente dire che bisogna privilegiare le parole alle figure (in una società come la nostra che basa tutto sull’immagine) e preferire libri solo scritti. Per carità, le pagine piene di testo hanno il loro fascino, soprattutto quando raccontano storie avvincenti e appassionanti, ma si può raccontare anche tramite le immagini, come fa da anni Benjamin Lacombe, già noto per i suoi libri di fiabe, oltre che per copertine di romanzi per adulti.
Se poi l’argomento sono i gatti, gettonatissimi on line e sui social, è ancora più interessante: in giro è pieno di libri sui gatti, manuali per come allevarli al meglio con consigli pratici e libri fotografici, ma un libro di illustrazioni permette di conoscerli tramite lo sguardo di un artista, che ricreandoli li reinventa e aggiunge nuove vite alle loro sette esistenti.

Benjamin Lacombe è un illustratore francese, nato a Parigi nel 1982. Da bambino sogna di poter lavorare con la Walt Disney e Tim Burton. Nel 2001 inizia i suoi studi artistici presso l’Ecole Nationale Superieure des Arts Decoratifs de Paris (ENSAD) e contemporaneamente, a soli diciannove anni firma il suo primo libro di fumetti e illustrazioni.
Ha lavorato nel mondo dell’animazione, dimostrandosi artista eclettico e in grado di misurarsi con diverse forme di arte.
La sua predilezione per le illustrazioni ispirate al mondo delle fiabe e dei racconti per bambini e ragazzi non gli impedisce di spingersi a lavorare anche su classici della letteratura come Notre Dame de Paris di Victor Hugo e Les contes macabres di E. A. Poe. Tra le sue opere più importanti vi è sicuramente C’era una volta, una splendida raccolta di tavole tridimensionali ispirate ad alcune delle fiabe più famose d’Europa.
Ha esposto i suoi lavori nelle gallerie più importanti del mondo, tra le quali L’Art de rien di Parigi, Dorothy Circus di Roma, Ad hoc art di New York e Maruzen di Tokio.
Vive e lavora a Parigi.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Empatia, Iris Bonetti (You Can Print 2019) A cura di Viviana Filippini

2 marzo 2020 by

Empatia1Empatia. Quante volte abbiamo sentito questa parola? Quante volte ci è capitato di sentire empatia con il prossimo. “Empatia” è anche il titolo del primo romanzo di Iris Bonetti, pubblicato con You can print. Protagonista di questa storia, che non è solo un thriller, è Sara. La giovane italiana è in America, in Oregon, poco lontana da Portland, al Bewitched Horse Ranch, dove aiuta il prossimo (bambini affetti da autismo) con attività terapeutiche. Questa giovane ha una qualità rara, nel senso che Sara non solo riesce a sentire emotivamente le sensazioni degli altri. Lei fa qualcosa in più, perché Sara riesce ad immedesimarsi nel prossimo, vivendo le stesse emozioni degli altri. Tale esperienza la fa con qualsiasi essere vivente con il quale si relaziona, dimostrando di avere una profondità empatia con il prossimo. Una qualità davvero rara che attira l’attenzione di Marc, uno studioso di neuroscienze. Lui vede in Sara un’importante risorsa per dare forma concreta al suo progetto: creare una medicina per curare quel vuoto di empatia che attanaglia il mondo. Tra un esperimento e l’altro destini di Sara e Marc si intrecceranno e si scoprirà che, da una parte, ci sono coloro che lavorano a fin di bene, ma altri, che a tratti sembrano insospettabili, agiscono per interessi che vanno ben oltre il valore positivo e umano che può avere l’empatia. Anzi, sono pronti a tutto pur di ottenere ciò che vogliono per dominare e sottomettere il mondo. Il romanzo di Iris Bonetti mescola nella trama narrativa diversi generi (thriller, psicologia, avventura, scienza) e pone attenzione anche su vari temi riguardanti l’uomo e la ricerca continua in ambito scientifico. C’è l’amore per il proprio lavoro, messo in campo dalla protagonista e quella tenacia che spinge ad andare oltre gli ostacoli, per raggiungere la meta. C’è la volontà di sperimentare e di fare tutto il possibile, per ottenere i propri obiettivi. Ci sono il mondo dell’infanzia, l’indagine della psiche e dei sentimenti umani e il tema universale dell’eterno conflitto tra bene e male. Una lotta perenne che torna da sempre nel corso dei tempi e che dimostra quanto possono essere differenti le forme attraverso le quali esso si manifesta. Il romanzo della Bonetti è corposo (quasi 500 pagine suddivise in tre parti), ma l’incastro ben fatto tra le componenti crea un ritmo serrato, cinematografico, che porta, pagina dopo pagina, ad assistere al passaggio del tempo e alla trasformazione (in bene o in male) dei protagonisti. Non mancano colpi di scena che non ti aspetti e quei paesaggi che fanno da ambientazione, così ben definiti e tratteggiati, da avere la sensazione di essere in quei posti narrati.  “Empatia” di Iris Bonetti trascina il lettore in un’avventura palpitante, a tratti anche metafisica ma, allo stesso tempo, porta chi legge a riflettere sul rapporto col prossimo e all’empatia che mettiamo in gioco nella relazione con l’altro.

Iris Bonetti è nata a Milano. Ha iniziato la sua carriera nel 1991 come fotografa. I libri che ha scritto e pubblicato sono 10, più 2 bookapp: “I segreti di Romeo e Giulietta”, arrivato tra i finalisti del Golden Award of Montreux e “Gli animali di Pinocchio” che ha ottenuto il patrocinio dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi. Ha pubblicato il primo romanzo per adulti “Empatia” a giugno 2019 e il secondo “Isolati” pubblicato a gennaio 2020.

Source: inviato dall’autrice.

Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio di Katherine Rundell (Rizzoli, 2020) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2020 by

9968114Tutti o quasi i forti lettori adulti hanno iniziato la loro carriera tra le pagine dei libri con la letteratura per ragazzi, negli ultimi anni alcuni dei più importanti fenomeni letterari siano stati narrativa per i più giovani, Harry Potter in testa, ma nonostante questo, come dice l’autrice di questo agile pamphlet, nonché più giovane docente di Oxford: La letteratura per ragazzi ha una lunga e nobile storia di scarsa considerazione. Sul volto di certe persone si disegna un sorrisetto particolare quando racconto loro che cosa faccio, più o meno lo stesso che mi aspetterei di vedere se dicessi che costruisco minuscoli mobili da bagno per elfi. Scrivo narrativa per ragazzi da oltre dieci anni ormai, e faccio ancora fatica a darne una definizione. Ma so con certezza che cosa non è: non è solo per ragazzi.
Katharine Rundell non vuole in queste poche ma intense pagine tracciare una storia della letteratura per ragazzi, ce ne sono in giro già di ottime, come quella in italiano firmata da Teresa Bongiorno, vuole però tracciare un’appassionata difesa della letteratura per ragazzi, andando contro i pregiudizi e gli snobismo di chi pensa che leggerla oltre una certa età sia ridicolo e poco opportuno.
Chiaramente l’autrice non parla di libri trash rivolti ai più giovani (come se non esistessero libri analoghi per gli adulti, tra l’altro) ma dei romanzi di grande spessore letterario per giovani e giovanissimi, che possono essere godibili da leggere o rileggere anche anni dopo, come i libri di Road Dahl, la serie di Mary Poppins di Pamela L. Travers, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, Queste oscure materie di Philip Pullman, le fiabe dei Grimm, capaci di trasmettere immaginazione e speranza.
L’autrice non dice ovviamente che bisogna da grande leggere solo libri per ragazzi, ma che è senz’altro interessante alternare ogni tanto e riprendere in mano classici che comunque furono scritti da persone adulti, capaci di intercettare i gusti dei ragazzi della loro epoca e oltre.
Non c’è infatti un’unica direzione di lettura nella vita, si può andare avanti e indietro, mescolare le storie e leggere i libri per ragazzi da adulti non è regredire, se non si leggono libri per ragazzi rinunciamo a uno scrigno di meraviglie che, guardate con occhi adulti, possiedono una magia completamente nuova. Del resto nei libri per ragazzi ci sono tematiche anche scomode e spesso emerge la personalità degli autori e autrici, spesso ribelli controcorrente.
L’edizione italiana del libro è stata integrata da una postfazione scritta appositamente da Katherine Rundell, in cui racconta il suo approccio adulto con i nostri autori, e anche qui ci sono spunti non da poco: l’autrice esalta Carlo Collodi e il suo Pinocchio, così diverso dal film animato della Disney che conosceva fin da bambina, Gianni Rodari e la sua immaginazione, Italo Calvino e i suoi romanzi fantastici in cui emergono anche esperienze reali, e Emilio Salgari, instancabile viaggiatore della fantasia. E fa venire davvero voglia di riprendere in mano questi libri, oltre agli altri anglosassoni presenti nei capitoli precedenti.

Katherine Rundell ha trascorso l’infanzia tra Africa ed Europa e ha poi viaggiato in tutto il mondo. È ricercatrice presso l’All Souls College di Oxford. Con Rizzoli ha pubblicato Sophie sui tetti di Parigi (2015), La ragazza dei lupi (2016, Premio Andersen 2017 nella categoria 9/12 anni), Il Natale di Teo (2017), Capriole sotto il temporale (2018, finalista Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2019) e Racconti della giungla (2019) e, nel settembre 2019, L’esploratore, vincitore del prestigioso Costa Award.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Prime notizie del Salone del libro 2020 a cura di Elena Romanello

1 marzo 2020 by

salto20-manifestosmallL’emergenza coronavirus ha chiuso biblioteche, Musei, cinema e teatri, oltre che le scuole di ogni ordine e grado, e sta facendo posticipare o annullare vari eventi, come Cartoomics a Milano, rimandato a ottobre, Sottodiciotto film Festival rimandato in autunno, Play Festival a Modena e altri ancora, anche a livello internazionale, tra cui due delle più importanti convention sulla cultura otaku giapponesi a Tokyo e Osaka, cancellate.
Per questo motivo ci si sente rinfrancati da conoscere le prime anticipazioni sul Salone del libro di Torino 2020, in programma, si spera dal 14 al 18 maggio nei padiglioni del Lingotto, Oval compreso.
Il tema di quest’anno è Altre forme di vita, riferito sia agli animali, che ad un discorso ecologista ma anche legato al mondo del fantastico, come suggerisce il suggestivo manifesto realizzato da Mara Cerri, una delle più promettenti illustratrici della nuova leva creativa presente nel nostro Paese.
La Regione ospite d’onore quest’anno è la Campania, in onore dello sforzo fatto negli ultimi cinque anni dalla politica culturale regionale che ha tentato, in nome dell’inclusione, del rispetto della totalità della propria ricchezza artistica, del lavoro per i giovani, di fare della cultura il collante fondamentale e il volano insostituibile per la valorizzazione e la promozione del proprio territorio. Del resto, proprio in Campania è conservata uno dei più importanti archivi librari, e in Campania esiste la manifestazione Napoli Città del libro che avrà uno spazio anche al Lingotto.
I due Paesi ospiti sono Canada e Irlanda, con spazi loro dedicati, per scoprire due mondi culturali di ieri e di oggi ricchi di voci letterarie e di suggestioni.
Ci sono già i primi nomi ospiti: Annie Ernaux, Edna O’Brien, Gabrielle Filteau-Chiba, Thomas Piketty, Pat Metheny e Francesco Bianconi e tra gli eventi Off si segnala una mostra sui temi del Salone alle OGR.
Quindi è iniziato il conto alla rovescia, e quest’anno sarà ancora più fondamentale ritrovarsi tutti al Salone del libro, per la cultura e contro paura e ignoranza.

Una questione di tempo, Alex Capus, (Keller editore 2019) A cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2020 by

CapusUna questione di tempo” è il romanzo di Alex Capus uscito in Italia per Keller editore. La storia è particolare, perché comincia con una scena della quale capiremo il senso solo addentrandoci nel romanzo dello scrittore nato in Francia. Fin dalle prime pagine assistiamo a quello che accade a Anton Rüder, in fuga dalla savana, finalmente vicino ai binari, così affamato su un pentolone di pappa di avena di soldati inglesi che gli stanno attorno. Poi scappa, di nuovo, con il malloppo per gustarselo in santa pace. Questo è l’inizio del libro di Capus e dopo questo frangente il lettore viene catapultato nel 1913, nel Mare del Nord, dove ci sono i cantieri navali Meyer. Qui troviamo lo stesso Anton Rüder al lavoro con altri colleghi, mentre sta smontando la nave Götzen in pezzi sempre più piccoli che andranno spediti in Africa, sul Lago Tanganica, dove c’è l’area sotto il controllo dei tedeschi. In realtà anche Rüder si ritroverà in Africa. Nello stesso momento Geoffrey Spicer Simpson, un comandante strambo, anche un po’ sbruffone come si avrà modo di vedere durante la lettura, arriva dal Regno Unito, nella stessa area dove ci stanno i tedeschi (lato opposto) con Mimi e Toutou. Due ragazze? No. Le due sono delle malconce cannoniere spedite sulle acque del Tanganica. È l’epoca del colonialismo e della Prima guerra mondiale che di lì a poco prende il via, tanto che tedeschi e inglesi presenti, da pacifici conviventi si troveranno ad essere all’improvviso nemici. Capus ci porta dentro ad un mondo lontano più di un secolo da noi e lo fa con un romanzo storico dettagliato, nel quale però c’è anche una profonda dimensione umana data dei diversi caratteri dei personaggi presenti nella scena narrativa. Ognuno di loro ha un proprio modo di fare, che li rende unici e inimitabili al mondo. Capus ci narra il senso di spaesamento e destabilizzazione percepito dai militari in guerra, ma lontani dalle trincee europee. Per esempio Rüder, che pensava di dover solo rimontare la nave, ad un certo punto si trova arruolato e lui la guerra nemmeno voleva farla. Ben diverso il tenente colonnello Zimmer, che non è solo la rappresentazione del massimo rigore militare ma, purtroppo, anche l’insensibilità fatta persona. Per quanto riguarda l’inglese Simpson, è un fanfarone e gradasso, però nel momento in cui accetta la missione in Africa, in lui qualcosa cambia, facendo emergere un’immagine che non corrisponde del tutto alla percezione che gli altri hanno di questo comandante. Pagina dopo pagina, ci si accorge che ogni essere umano ha un proprio modo di vedere e interpretare le cose, perché i personaggi creati da Capus non solo hanno una loro veduta sulla guerra, ma hanno anche un personale modo per gestire il rapporto con le popolazioni africane, con le quali ad un certo punto devono convivere. Nel libro non mancano momenti, dove i soldati sfuggono alla rigidità degli ordini militari per relazionarsi alle popolazioni locali, diventando amici dei Masai, andando oltre i pregiudizi e provando a conoscere al meglio la natura africana, poco nota ai protagonisti che hanno sempre vissuto in Europa.  “Una questione di tempo” di Alex Capus è un romanzo storico ispirato a fatti reali (la nave passeggeri Graf von Götzen, è esistita davvero, ed era dedicata ad un politico e esploratore tedesco Gustav Adolf von Götzen) ma, allo stesso tempo, è una narrazione dove ironia e sentimento convivono alla perfezione portando il lettore negli animi e sentimenti di ognuno dei personaggi dove si trovano amore, amicizia, paura e speranza per il futuro. Traduzione dal Tedesco Franco Filice.

Alex Capus è nato nel 1961 in Francia, ha studiato storia, filosofia e antropologia a Basilea e ha lavorato, sia durante che dopo i suoi studi, come giornalista e redattore per diversi giornali. È uno degli autori tedeschi più famosi e amati dal grande pubblico, noto a livello internazionale con il bestseller “Leon e Louise” in Italia edito da Garzanti con il titolo “Ogni istante di te e di me”. Ha pubblicato numerose opere con grande successo di critica e pubblico ed è traduttore, tra gli altri, di John Fante. Tra i numerosi premi che si è aggiudicato: 2013 Publikumspreis des Westschweizer Radio und Fernsehens; 2005 Förderpreis des Kantons Solothurn; 2005 Anerkennungspreis der Stadt Olten; 1998 Werkjahr der Stiftung Pro Helvetia; 1998 Förderpreis des Kulturkreises der deutschen Wirtschaft im BDI; 1996 Werkjahr des Kantons Solothurn; 1995 Literaturpreis Regiobank Solothurn.

Source: libro del recensore.

:: E se rileggessimo tutti i Promessi Sposi?

26 febbraio 2020 by

I Promessi SposiTra quarantene e coprifuochi in questi giorni si sta più tempo in casa, non si può andare a teatro, non si può andare al cinema, non si può andare nei musei, o alle presentazioni dei libri, almeno in alcune regioni, e ammetto non è facile, capisco come si deve sentire chi è agli arresti domiciliari, o anche confinato a casa per motivi sanitari per la salvaguardia di sè stesso e degli altri. Lo so il momento è difficile, in Italia da alcuni giorni viviamo sotto assedio, sprattutto a causa della paura, di contagiarci, di contagiare involontariamente gli altri, di ammalarci con tutte le incognite del caso. Non sottovalutiamo il problema, e seguiamo le indicazioni delle autorità preposte alla nostra sicurezza. Ma ecco teniamoci occupati, nella certezza che bene o male questo periodo difficile finirà, tutte le influenze hanno un inizio e una fine. Lasciamo lavorare i medici, i virologi, gli scienziati e noi che non possiamo fare niente di attivo cerchiamo di passare il tempo in modo proficuo, non sempre attaccati a smartphone e TV. Un telegiornale alla sera è più che sufficiente per capire cosa sta succedendo. Il resto del tempo perchè non lo occupiamo a leggere un classico che non tramonta mai: I Promessi sposi? Bene o male tutti ne abbiamo una copia in casa, di varie edizioni. Ma sul serio, non a capitoli come si faceva a scuola (io a scuola lo odiavo, non capivo cosa ci vedesse Lucia in quel bietolone di Renzo), ma dall’inizio alla fine come un romanzo “normale”. Saprà sorprendervi. Innanzitutto è una storia a lieto fine, insomma la “peste” che colpì Milano in qui tempi lontani alla fine finisce e sia Renzo che Lucia, gli “eroi” del romanzo, possono coronare il loro sogno d’amore. Insomma un po’ di ottimismo ci vuole di questi tempi, ne converrete. Poi è un classico senza tempo, e il Manzoni è meno buonista di quanto si potrebbe pensare. Nella sua analisi di usi e comportamenti è lucido e sferzante, ci presenta molti nostri difetti italici, e anche qualche pregio, e lo fa senza cinismo o cattiveria. Prendete solo l’assalto al Forno delle Grucce, forse vi ricorda qualcosa. Poi è una storia in cui si ride, Manzoni è molto spiritoso, ironico, anche buffo a tratti. Il personaggio di don Abbondio per esempio è molto comico. E si sa ridere fa bene e alza le difese immunitarie. Non scherzo, è vero. Dunque togliamo dalla polvere quel tomo e iniziamo dall’inizio:

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.»  

:: Un’intervista con Carmen Giorgetti Cima su “Il medico di corte” di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2020 by

Il medico di corteOggi parliamo di Il medico di corte di Per Olov Enquist con la sua traduttrice italiana Carmen Giorgetti Cima, che ci ha gentilmente concesso questa intervista.

Il medico di corte uscì per la Norstedts Forlag nel 1999. In Italia per Iperborea, poco dopo, nel novembre del 2001. Sono passati ormai vent’anni ma è un libro che non ha perso la sua freschezza. Come hai scelto di tradurlo? Avevi tradotto altri libri di Per Olov Enquist?

Anzitutto concordo quando dici che Il medico di corte è un libro che non ha perso la sua freschezza – e non solo perché narra una vicenda storica e quindi non soffre di legami con tematiche o ‘mode’ effimere. È il linguaggio narrativo stesso di Enquist, così particolare e forte, a consacrarlo fra gli evergreen. Non a caso è uno dei libri di Iperborea che viene regolarmente ristampato. In precedenza avevo tradotto, sempre per Iperborea, un libro sul celebre e discusso scrittore norvegese Knut Hamsun, Processo ad Hamsun, uscito nel 1996 sia in Svezia che in Italia, che è in pratica la sceneggiatura del film di Jan Troell Hamsun. Nel 1999 quando uscì Il medico di corte lo lessi subito (anzi, in anteprima – l’Editore svedese mi mandava le novità più importanti prima che fossero sul mercato) – e me ne innamorai perdutamente, per cui non fu difficile convincere l’Editore italiano ad acquistarne i diritti.

Autore interessante, Per Olov Enquist, svedese, scrittore e drammaturgo, con una spiccata propensione nel trasformare vite vere di personaggi storici in romanzi. Spesso nominato per il Nobel, schivo, riservato, dotato di una ricca vita interiore. Definito una delle “coscienze critiche” della società scandinava. L’hai mai conosciuto personalmente? Pensi che il suo lavoro sia giustamente conosciuto anche fuori dai confini della Svezia?

Enquist è uno dei miei ‘autori del cuore’, lo adoro. Lo incontrai per la prima volta alla fine degli anni Ottanta proprio nella sede del suo Editore svedese, aveva saputo che avevo un appuntamento con la responsabile dei diritti esteri e desiderava conoscermi per capire meglio la situazione del mercato italiano. Considerava i suoi libri veramente come una parte di sé e teneva moltissimo a che finissero nelle mani giuste. Iperborea allora era appena nata ma lo rassicurai sull’enorme passione, serietà e professionalità della sua creatrice Emilia Lodigiani. Successivamente l’ho incontrato ancora molte volte, sia in Svezia sia in Italia. Sono stata nella sua casa di Stoccolma a discutere con lui dei libri che traducevo ed è stato importantissimo per me conoscerlo a fondo di persona, un aiuto ineguagliabile per capire le sue opere e il suo linguaggio così compresso e carico di significati. Ho sempre sostenuto che in Enquist le parole hanno un peso specifico enorme, e alcuni termini che ricorrono costantemente nella sua produzione sono autentiche ‘chiavi’ di una sorta di codice in cui svela se stesso, in perfetto stile con la sua riservatezza. Uno dei momenti ‘pubblici’ che ricordo più volentieri fu quando dialogammo insieme alla Fiera del Libro di Göteborg nel 2007 sul suo capolavoro La biblioteca del Capitano Nemo (uscito in Italia nel 2004 per Giano Editore), il libro che secondo me (e anche secondo Enquist) meglio lo rappresenta e che avevo fortissimamente desiderato portare in Italia. Se c’è un autore scandinavo che meriterebbe il Nobel, a mio parere è proprio lui. E la sua fama anche fuori dei confini nazionali è assolutamente giustificata – Enquist è e rimarrà uno degli autori più significativi del nostro tempo. Sì, adoro Enquist, come autore e come persona. Quando non parliamo di libri, parliamo di cani, passione che condividiamo. In occasione dei rispettivi compleanni ci mandiamo gli auguri anche da parte dei nostri amici quadrupedi…

Il medico di corte è sicuramente il romanzo di Enquist più famoso all’estero, e giustamente, tra i suoi tanti suoi meriti sicuramente ha quello di aver fatto conoscere all’opinione pubblica la Rivoluzione Danese, che anticipa di pochi anni la ben più famosa, e cruenta, Rivoluzione Francese. Un concatenarsi di fortuite circostanze che ha permesso in pieno assolutismo di far fioriere un periodo di riforme innovative, se vogliamo innovative anche oggi. Ce ne vuoi parlare?

In effetti uno degli aspetti più interessanti di questo libro è proprio l’aver messo in luce il fatto, poco noto al di fuori della Scandinavia, che la Danimarca fu il primo paese europeo a dotarsi di una legislazione ‘moderna’, anticipando la Francia e comunque facendolo tramite riforme e non tramite una sanguinosa rivoluzione. Certo non andò tutto liscio, e il febbrile impegno di Struensee per cambiare le cose nel regno di Cristiano VII non fu né accettato dalla corte, fortemente contraria a tali cambiamenti, né capito dal popolo che invece ne avrebbe tratto vantaggio, poiché si trattava comunque di una visione riformista ‘imposta dall’alto’, ma il seme di una visione diversa della società era stato comunque gettato. Personalmente ho apprezzato moltissimo questo aspetto del romanzo, mi piace sempre imparare qualcosa di nuovo dal mio lavoro, e traducendo i grandi autori questo è più la regola che l’eccezione.

Johann Friedrich Struensee, il medico di Altona, ateo, illuminista, sognatore, figlio di un teologo evangelico, è sicuramente un personaggio sorprendente. Fu uno dei primi a usare il dentifricio, a diffondere il vaccino contro il vaiolo, a impegnarsi per la libertà di stampa e di pensiero, a combattere la tortura e le condizioni di vita disumane di servitù dei contadini. Non hai avuto la sensazione anche tu che fosse come dire fuori posto nel suo tempo? Un uomo moderno, possiamo dire.

Certamente Struensee era già molto ‘avanti’ nella sua visione della società, possiamo dire che, considerata la situazione generale dell’Europa dell’epoca, fosse quasi un utopista, e come tale destinato a non essere né capito né apprezzato. Ma certamente era un personaggio fuori del comune, un uomo che precorreva i tempi.

Illuminismo filosofico e pietismo religioso si contrappongono forse un po’ troppo manicheamente, dibattito sicuramente ancora aperto, il libro ha sicuramente il dono di approfondire queste tematiche nella contrapposizione tra Ove Hoegh-Guldberg (appoggiato dalla Regina Madre Giuliana Maria) paladino dell’oscurantismo e lo stesso Struensee innovatore e progressista. È ancora vivo questo dibattito nelle società nordiche?

Non credo che nelle attuali società nordiche un dibattito del genere sia più attuale. Il pietismo religioso appartiene largamente al passato. Un altro grande scrittore dell’estremo nord svedese, Torgny Lindgren (stessa area geografica da cui proviene Enquist) in uno dei suoi ultimi romanzi, Acquavite, racconta per esempio con ironia come ormai la miscredenza regni sovrana in un’area che era un’autentica roccaforte del pietismo religioso. Semmai oggigiorno la contrapposizione è fra il neo nazionalismo e l’apertura verso altre culture.

Un tema che mi ha molto colpito è la critica severa dei sistemi educativi coercitivi (di cui il re danese Cristiano VII è una vittima illustre). Sistema mirato a piegare la volontà del sovrano per creare quella sorta di vuoto di potere atto a dare campo libero allo spadroneggiare della corte. Punizioni corporali anche severe, umiliazioni, vessazioni. Insomma la “pazzia” di re Cristiano, fu in un certo senso anche indotta?

Certamente Cristiano VII fu un bambino particolarmente sfortunato, perse la madre Louise quando era molto piccolo, aveva un padre totalmente assente e ricevette un’educazione, affidata al collerico conte Reventlow, che definire ‘severa’ è esagerare per difetto. Senza nessuno che lo proteggesse (e lo amasse), divenne la vittima predestinata di una corte che rappresentava il vero centro del potere. In un quadro del genere, credo che la sua pazzia fosse in realtà più indotta che congenita. Già il suo precettore svizzero, Reverdil, si era reso conto ben presto di questa triste realtà.

Un altro tema molto interessante, approfondito credo anche per il fatto che Enquist è anche un drammaturgo, e la vita come rappresentazione. Insomma alla fine Cristiano VII confonde realtà e azione scenica. Anzi non è mai così vivo proprio come quando recita nelle rappresentazioni teatrali che si svolgono a corte. Tema affascinante non trovi?

Considerato quanto fosse oppresso e spaventato nel quotidiano, circondato com’era da gente falsa e crudele che lo costringeva a vivere in un incubo perpetuo, non stupisce che paradossalmente il teatro rappresentasse per Cristiano l’unico momento di normalità in cui esprimere se stesso liberamente…

Il grande Voltaire scambiò una fitta corrispondenza con Cristiano VII, che nel suo viaggio a Parigi cercò tanto di incontrarlo, ma senza successo, arrivando a dire che Voltaire gli aveva insegnato a pensare. Nel romanzo si riporta anche un ode scritta da Voltaire proprio per Cristiano. Insomma molti illuministi posero molta fiducia in questo giovane sovrano danese, vero?

Cristiano aveva per Voltaire una sincera venerazione, e il suo dialogo epistolare intelligente e appassionato con il filosofo francese dimostra che tanto pazzo non era. Del resto anche il suo precettore svizzero Reverdil era un illuminista (ancorché meno ‘conclamato’ di Struensee) e nell’insieme, e dall’esterno, poteva veramente sembrare che il giovane re danese avrebbe rappresentato un esempio positivo per tutte le monarchie europee.

Il medico di corte è un romanzo anche con forti venature erotiche e sensuali, non a caso lo stesso Enquist ha detto che voleva solo scrivere una storia d’amore. E così in parte è. È stato difficile tradurre le pagine dedicate all’amore tra la giovane regina Carolina Matilde di Hannover e Johann Friedrich Struensee. Che toni hai privilegiato?

Il medico di corte è un grande romanzo d’amore. Enquist è stato superlativo nel saper descrivere la storia fra la regina Caroline Mathilde e Struensee (ma anche quella, più ‘modesta’ ma in fondo altrettanto commovente, fra Cristiano VII e la popolana Catherine) dicendo esattamente quanto bastava, non una parola di più, non una di meno. La sua sobrietà verbale (che è frutto di ‘concentrazione’ non di ‘semplicità’ e come tale non comunica distacco ma al contrario ha una carica fortissima) nel descrivere sia i sentimenti sia la loro espressione erotica e sensuale è stata anche qui vincente. Io mi sono semplicemente adeguata, cercando una forma e una terminologia che fossero altrettanto evocative e forti, senza cadute di stile.

Puoi raccontarci qualche aneddoto curioso legato alla traduzione di questo romanzo?

Nel marzo del 2000 ero a Stoccolma, avevo letto Il medico di corte e mi apprestavo a tradurlo. In una libreria antiquaria che frequentavo abitualmente – a caccia di libri ormai fuori commercio – m’imbattei (o forse ero effettivamente in cerca di qualcosa del genere, spinta dalla curiosità di approfondire gli aspetti storici della vicenda narrata) in un testo dal titolo irresistibile: Christian VII, Caroline Mathilde och Struensee. Risaliva al 1920 ed era la traduzione svedese dell’opera, documentatissima, uscita nel 1890 e basata su un enorme e approfondito lavoro d’archivio, di un dotto enciclopedista danese. Avevo probabilmente ‘scoperto’ la fonte principale delle innumerevoli informazioni sul contesto storico che fa da sfondo al ‘romanzo d’amore’ di Enquist…

Hai visto il film Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel? Che impressioni ti ha fatto?

Non ho visto Royal Affair (in genere la riduzione cinematografica di libri che ho amato finisce sempre per deludermi, soprattutto se i libri in questione li ho pure tradotti e quindi massimamente interiorizzati: nel mio immaginario i personaggi hanno un certo aspetto, parlano e si muovono in un certo modo eccetera eccetera) ma dopo aver letto la tua recensione forse cambierò idea!

Grazie del tempo che ci hai dedicato, spero che questo nostro breve colloquio avvicini ancora tanti altri lettori a questo bellissimo libro. Terminerei questa intervista con una domanda dedicata a te: che libro stai traducendo attualmente, quali sono i tuoi progetti prossimi futuri?

Mi fa sempre piacere parlare dei ‘miei’ libri – in fondo il traduttore finisce per diventare co-autore e i libri sono anche ‘figli suoi’, e Il medico di corte è uno dei miei prediletti.
La mia traduzione più recente (appena terminata!) è una raccolta di racconti di un altro dei miei autori preferiti, Lars Gustafsson. È un testo che risale al 1981 e che dimostra – se poi ce ne fosse bisogno – che anche le ‘opere minori’ degli scrittori veramente grandi valgono immensamente di più di tanta pseudo-letteratura che circola oggigiorno.
Nel prossimo futuro spero di potermi dedicare a un testo per cui penso valga assolutamente la pena impegnare il proprio tempo e la propria energia – ma ancora non ho certezze quindi non posso sbilanciarmi. Il mondo dell’editoria è ormai guidato da logiche un po’ (molto) diverse da quelle di qualche decennio fa. Sono sempre più felice di aver vissuto buona parte dei miei quarant’anni e passa di attività professionale in tempi migliori!

Torna La principessa Zaffiro di Osamu Tezuka, a cura di Elena Romanello

22 febbraio 2020 by

zaffiropiccolaLa J-Pop continua la sua collana Osamushi Collection, dedicata a Osamu Tezuka, l’inventore del manga moderno, proponendo uno dei capisaldi della sua produzione, La principessa Zaffiro, antesignano e ispiratore di tutti gli shojo manga, i fumetti per ragazze, a cominciare dal celeberrimo Versailles no Bara, meglio noto come Lady Oscar, di Riyoko Ikeda.
L’opera ispirò anche un famoso anime che arrivò nel nostro Paese all’inizio degli anni Ottanta: il titolo originale è Ribon no Kishi, letteralmente Il cavaliere con il fiocco e porta in un mondo fiabesco molto fantasy, dove vive Zaffiro, una principessa nata con due cuori, di ragazzo e ragazza, in un corpo femminile, costretta ad una doppia vita, quella di combattente contro il perfido zio che vorrebbe usurpare il trono e quello di ragazza innamorata del nobile di un regno vicino.
La storia si snoda tra demoni, streghe, angioletti dispettosi, duelli, complotti, intrighi, avventure e anche se sono passati più di sessant’anni dalla prima uscita tra il 1953 e il 1956, resta una pietra miliare di uno dei filoni più innovativi dei fumetti contemporanei, oltre che una prima riflessione su un tema attualissimo oggi, quello dell’identità di genere, e su come il sesso biologico arrivi a connotare tutto.
Osamu Tezuka presentava, sia pure in una cornice fiabesca e fantastica, una via d’uscita ad un dualismo, anticipando uno dei temi più importanti degli shojo, dove il cross dressing, l’ambiguità sessuale, l’omosessualità maschile e femminile e il tema delle ragazze guerriere sono ancora oggi amatissimi e hanno prodotti alcune delle storie migliori.
Il primo volume è uscito ora a febbraio, il secondo uscirà ad aprile, il terzo a giugno, con la parte della storia inedita e non pubblicata in precedenti edizioni.
La nuova edizione è curata da Maria Sara Mignolli, esperta di fumetto e arte, già docente alla Scuola di fumetto di Milano, studiosa delle tematiche di genere e interessata al tema del diverso anche nella cultura pop, tra Oriente e Occidente.

Atlantide e i mondi perduti di Clark Ashton Smith (Mondadori, 2019) a cura di Elena Romanello

21 febbraio 2020 by

978880468364HIG-334x480La narrativa fantastica così come la conosciamo oggi ha avuto vari antecedenti più o meno illustri, come le famose riviste pulp inglesi e americane, che dietro copertine colorate ad effetto raccoglievano storie più o meno lunghe introducendo immaginari che hanno ispirato vari autori e autrici contemporanei, anche al cinema, visto che sia George Lucas che Steven Spielberg si sono formati su questo tipo di pubblicazioni.
Mondadori propone in un volume molto curato le storie di uno dei maestri di questi genere, Clark Ashton Smith, contemporaneo sia di Robert E. Howard che di Lovecraft, curato dall’esperto Giuseppe Lippi con anche un apparato iconografico con le sculture dell’autore. Nelle pagine del libro si viene immersi in universi fantastici, appassionanti, spesso sensazionalistici, ritrovando archetipi giunti fino ad oggi. Clark Ashton Smith ha scritto sia racconti che poesie che un breve testo teatrale ovviamente in tema e tutto questo rivive nel libro.
La prima parte del libro è dedicata ai racconti su Atlantide, il prototipo dei mondi perduti, presente nell’immaginario occidentale dai tempi di Platone, una fonte che l’autore cita come autorevole: del resto nei primi decenni del Novecento era ancora presente, sia tra gli scienziati che tra i creativi, l’idea che sulla nostra Terra ci fossero ancora tante terre da scoprire. Nelle pagine di queste storie si parla quindi di continenti perduti, di negromanzia, di tiranni da abbattere, secondo archetipi allora molto amati ma che possono appassionare anche oggi chi è cresciuto a pane e Indiana Jones. Tra i racconti più belli si segnalano La morte di Malygris La doppia ombra, molto amato da Lovecraft.
Il secondo corpus di racconti è Averoigne, una serie di storie gotiche con anche richiami a icone come i vampiri ambientati nel Medio Evo francese nella regione francese di Averoigne appunto, dai toni affascinanti e spaventosi, che ricordano i rapporti e l’interesse per la cultura popolare europea che c’erano tra gli autori di fantastico pulp. Tra le righe ci sono richiami alle opere di Lovecraft, in particolare ai Miti di Chtulhu. Segue il ciclo di Zothique, ambientato in un futuro remotissimo, dove il sole si è spento ed è rinata la negromanzia, per molti il suo capolavoro, ispirato alle opere di Baudelaire e Verlaine, mentre si chiude con la fantascienza apocalittica di Xiccarthp.
I racconti di Clark Ashton Smith sono popolari ma non banali, commerciali ma arguti, capaci di giocare con paure e pulsioni antiche: senz’altro sono da leggere per chiunque ami il fantastico oggi, perché è sempre bene scoprire le radici di generi e storie, e per chiunque abbia voglia di confrontarsi con l’intrattenimento comunque di qualità.

Clark Ashton Smith nacque ad Auburn, in California, il 13 gennaio 1893. Iniziò a scrivere narrativa a undici anni, influenzato da opere quali Le mille e una notte, le favole dei Fratelli Grimm e i racconti di Edgar Allan Poe. Per diversi anni si interessò principalmente di poesia, ma gli scarsi guadagni lo spinsero a dedicarsi alla narrativa. Fra la fine degli anni ’20 e gli anni ’30 pubblicò numerosi racconti fantastici sulle riviste, senza mai raggiungere la tranquillità economica. Strinse un’amicizia epistolare con Robert E. Howard e H.P. Lovecraft che durò fino alla morte del primo per suicidio (1936) e del secondo per cancro (1937). In seguito abbandonò quasi completamente la poesia per dedicarsi alla scultura. Morì il 14 agosto 1961.

Provenienza: libro preso presso il circuito SBAM.

:: Ai sopravvissuti spareremo ancora di Claudio Lagomarsini (Fazi, 2020) a cura di Eva Dei

19 febbraio 2020 by

Ai sopravvissuti spareremo ancoraUn aereo dal Brasile fino all’Italia: è un viaggio di ritorno alle origini quello che compie un giovane uomo per raggiungere un paesino di cui non conosciamo il nome, situato vicino alla costa tra la Toscana e la Liguria. Lì lo attende la casa di famiglia, pronta per essere finalmente venduta.
Il fastidio che gli suscita quel luogo è palpabile dal primo momento, quando imbocca la stradina che lo conduce a quelle tre case che tra loro formano una sorta di ferro di cavallo: la loro, quella della nonna materna e quella del vicino. Dopo le ultime formalità sbrigate con la ragazza dell’agenzia non gli resta che scegliere se salvare qualcosa tra quei pochi oggetti ammassati negli scatoloni.

Il problema è che non ho nessun indirizzo da dare, mia madre non vuole nulla di ciò che si è lasciata alle spalle, e a me, un oceano più in là e un emisfero più in giù, non servono né i set di bicchieri né i vecchi asciugamani o i DVD. (…) Mi aggiro tra le scatole come un angelo della morte, sbuffando come un treno a vapore. L’insofferenza e il fastidio di essere qui prevalgono sulla nostalgia. Segno croci rosse senza misericordia, condanno allo smaltimento vasellame e soprammobili.

Rovistando con fare annoiato tra quelle cianfrusaglie e scuriosando tra vecchi libri di autori sconosciuti, ad attirare la sua attenzione sono cinque piccoli quaderni Monocromo abbandonati sul fondo di una scatola. Dal momento in cui li apre e cerca di decifrarne la scrittura passano alcuni secondi prima che realizzi che quei quaderni sono gli stessi su cui scriveva freneticamente suo fratello Marcello l’estate di quindici anni prima.
Inizia in quel momento la storia vera, quella che permette di dare un nome, seppur di fantasia, a questo giovane uomo. Lui è il Salice, o almeno questo è l’appellativo con il quale Marcello lo identifica nei suoi quaderni. Il “Salice” perché fin da ragazzino era facile al pianto secondo suo fratello, ma al lettore non sfugge quando in realtà sia Marcello il più sensibile tra i due, forse il più fragile proprio perché incapace di esternare tutto quello che invece rilega nei suoi appunti.

Ora so perché Marcello mi chiama il Salice: ero facile al pianto, scrive. Eppure, se a raccontare fossi io, direi l’esatto contrario. Ricordo bene i suoi accessi di disperazione e ira, gli oggetti scagliati a terra (un’arancia, un bicchiere) e il mio spavento e i sospiri di nostra madre. Ma che cos’ha?, le chiedevo quand’ero piccolo. Niente, diceva lei aggiustandomi la scriminatura con le unghie, tuo fratello è solo un po’ nervoso.

Quell’estate Marcello gli aveva parlato sommariamente di lavorare a un romanzo, ma quello che racconta nei suoi quaderni non è altro che la loro vita, dove i protagonisti acquistano in alcuni casi nomi di fantasia: il patrigno è Wayne, a causa della sua passione per i film Western, mentre il vicino con cui la nonna ha una relazione amorosa è il Tordo. Il Salice leggendo ricorda le cene in giardino, dove a tenere banco erano le gesta giovanili del Tordo e le battute a doppio senso, il tutto accompagnato da pessimo vino, ma emerge anche il difficile rapporto tra sua madre e la nonna, la figura problematica di Diego, il figlio di Wayne, le insicurezze di Marcello verso Sara, la ragazza di cui è innamorato, le incomprensioni tra vicini, culminate con quella futile lite per il serbatoio.
Lagomarsini racconta la famiglia e la provincia in tutte le sue contraddizioni, proprio come appare anche nei racconti del Tordo e della nonna: due facce che sembrano opposte, ma che fanno parte della stessa medaglia.

Vorrei prendere la parola e dire che i mondi che mi raccontano – stessa epoca, stessa piccola cittadina, stessi personaggi – sono tra loro incongrui: una specie di Sodoma il mondo del Tordo (…) . Un mondo arcaico, tradizional-patriarcale quello che si dipinge la nonna (…).

Un’opera prima quella di Lagomarsini, forse in alcuni punti un po’ acerba, che scorre facilmente, dove il tono nostalgico porta con sé fin dall’inizio un senso di amara malinconia. Il passato non è il luogo della felicità e della spensieratezza, ma cela zone buie, dove debolezze e insicurezze che singolarmente sarebbero recuperabili o gestibili, se mescolate e agitate insieme portano a una reazione irreversibile.
Vi consigliamo di approfittare del prezzo scontato offerto dall’editore fino al 29 febbraio (10,00 €, contro i 16,00 € di copertina).

Claudio Lagomarsini è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per Il Post, minima&moralia, Le parole e le cose. Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per Nuovi Argomenti, Colla e retabloid, vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Dal libro al cinema: Il medico di corte di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

18 febbraio 2020 by

Il medico di corteEra alquanto difficoltoso trasformare un romanzo celebrale come Il medico di corte di Per Olov Enquist in un film.
Un romanzo di idee (e di sentimenti), forse più ancora che di personaggi, capace di evocare profonde emozioni nel lettore, rattristato per il terribile destino del re danese Cristiano VII (è una storia vera perlopiù ricavata da fonti e documenti storici, e sicuramente realistica da un punto di vista psicologico in cui gioca molto l’interiorità dell’autore, Per Olov Enquist, che mette molto di sè), e per l’atroce fine del vero protagonista del romanzo, il medico d’Altona Johann Friedrich Struensee, decapitato e letteralmente squartato sulla pubblica piazza per ragioni che approfondiremo nel proseguo della mia analisi.
Insomma si potevano scegliere due strade antitetiche per certi versi: farne un grande e sontuoso affresco storico con maniacale attenzione per musiche, costumi, ambienti, di viscontiana memoria, o scegliere un approccio più intimistico e rarefatto, capace di evocare sensazioni più che di narrare fatti, accadimenti, circostanze.
Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel sceglie un approccio ibrido, puntando molto sul carisma e sulla bravura degli attori, in primis Mikkel Boe Følsgaard, al suo debutto sul grande schermo, capace di rendere umanissimo e simpatico un personaggio scomodo che solo troppo approssimativamente si potrebbe bollare e stigmatizzare come “pazzo”; Trine Dyrholm l’algida Regina Madre Giuliana Maria; Mads Mikkelsen credibile nei panni di Johann Friedrich Struensee appassionato innovatore della società danese, ateo e illuminista, e innamorato della giovane regina Carolina Matilde di Hannover, sottovalutata da tutti forse per il suo aspetto poco appariscente (nella realtà) ma in definitiva una donna dalla tempra d’acciaio, interpretata da una brava Alicia Vikander, forse troppo bella per il ruolo ma capace di dare una certa durezza e un velato distacco al personaggio di per sé luminoso e protofemminista.
Insomma un film riuscito, a me è piaciuto molto e mi ha spinto a leggere il libro da cui è stato tratto. Insomma per una volta il cinema aiuta la letteratura e non la saccheggia, come alcuni ritengono a torto.
Film e libro, a parte superficiali discrepanze (faccio un esempio: nel romanzo la scena del contadino torturato sul cavalletto vede protagonista Struensee e il re Cristiano VII, nel libro invece c’è sempre Struensee ma invece del re la regina Carolina Matilde) mantengono lo stesso spirito e lo stesso ideale di fondo.
Certo il libro permette un maggiore approfondimento di alcune tematiche che nel film sono solo accennate, importante su tutte credo la contrapposizione tra le luminose verità Illuministe (trionfo delle libertà individuali, della giustizia sociale e dell’equità) e l’oscurantismo del pietismo religioso di stampo protestante erede di un’ epoca buia e antiprogressista in cui vigeva la tortura più brutale e le disumane condizioni di servitù dei contadini.
La “Rivoluzione Illuminista Danese” del 1768-1772 o meglio detta l’era di Struensee, che anticipa di qualche decennio la più cruenta Rivoluzione Francese, poi è sicuramente un periodo poco noto all’esterno dei confini della Danimarca, e merito di questo romanzo, e del successivo film, è sicuramente stato quello di farlo conoscere all’opinione pubblica contemporanea.
Paradossale che lo stesso Per Olov Enquist descriva il suo romanzo come una semplice storia d’amore (le venature erotiche e sensuali sono sicuramente più marcate nel romanzo) ma sicuramente questa unica dimensione è riduttiva: è un romanzo che contiene una forte carica morale e una severa critica dei sistemi educativi coercitivi (il povero Cristiano è un esempio dei danni devastanti che ciò provoca), è un inno alla libertà religiosa, sentimentale, etica, è un inno alla solidarietà umana e alla forza necessaria per difendere i propri ideali anche quando il proprio sforzo non è riconosciuto (dai contemporanei perlomeno).
L’ingenuità di Johann Friedrich Struensee, così alieno al grande gioco politico delle alleanze e della “scelta” dei nemici, ne fa certo un personaggio tragico, (seppure incredibilmente moderno, fu uno dei primi per esempio a usare il dentifricio, particolare minimo ma vi dà un idea di quanto fosse estraneo nel suo tempo) sconfitto dalla storia, un vinto se vogliamo che esce di scena nel più barbaro dei modi, pur tuttavia la sua impazienza (quasi avesse saputo del poco tempo che aveva a disposizione) nello sfornare decreti che rivoluzionarono nel concreto l’immobile società danese del tempo, dalla libertà di stampa, al vaccino contro il vaiolo per tutti, agli aiuti per i figli illegittimi, gettano un germe di cambiamento, rendono reale l’utopia e il desiderio di cambiare (in meglio) il mondo. Traduzione di Carmen Giorgetti Cima.

Per Olov Enquist nato nel Nord della Svezia nel 1934, è una delle grandi “coscienze critiche” della società scandinava. Al gusto per l’indagine storica e al desiderio di essere testimone del proprio tempo, aggiunge una capacità di scrittura che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Il libro delle parabole è il suo ultimo romanzo pubblicato da Iperborea, dopo il successo de Il medico di Corte (Premio Super Flaiano e Premio Mondello) e de Il libro di Blanche e Marie (Premio Napoli 2007).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.