Binti di Nnedi Okorafor (Oscar Fantastica, 2019) a cura di Elena Romanello

24 ottobre 2020 by

Il pubblico italiano ha già conosciuto l’interessante voce dell’autrice di fantascienza Nnedi Okorafor, nigeriana trapiantata negli Stati Uniti, capace di dar voce a personaggi di altre culture.
Il volume Binti raccoglie i romanzi brevi Binti, Ritorno a casa, La maschera della notte e il racconto Il fuoco sacro e presenta una nuova eroina, che ha conquistato tra gli altri l’autore Neil Gaiman.
Una serie di storie con un taglio femminista e anti razzista, ma non banalmente e retoricamente politicamente corrette, come va di moda oggi: al centro di tutto, in un futuro imprecisato, c’è Binti Ekeopara Zuzu Dambu Kaipka di Namib, una ragazza di etnia Himba, bravissima in matematica e nella tecnica dell’astrolabio, e per questo motivo selezionata per frequentare la prestigiosa Oomza University, un’università in un altro pianeta.
La sua famiglia, legata ancora ad antichi schemi anche in questo futuro, è contraria, ma Binti si ribella, fugge dal suo villaggio pieno di tradizioni e si imbarca sull’astronave Terzo Pesce per arrivare ad Oomza. Tutto sembra perfetto, ci sono vari suoi coetanei e coetanee con cui stringe amicizia, ma di colpo arriva un attacco da parte delle creature aliene Meduse, feroci e mostruose, che fanno una strage, lasciando viva solo lei.
Binti si trova a doversela cavare da sola, in un’astronave piena di esseri assassini, e mancano cinque giorni all’arrivo ad Oomza. Ma pian piano scopre la storia delle Meduse e il perché della loro guerra contro i Khoush, con motivazioni molto più profonde di quelle che potevano sembrare.
Dovrà sopravvivere alla trasferta, proteggere gli abitanti di Oomza e provare a fare di porre fine ad un conflitto sanguinoso.
Una storia che prende stilemi della fantascienza dei decenni passati (come non pensare per esempio ad Alien?), arricchendoli di originalità e modernità, per raccontare una storia di formazione, una guerra intergalattica, un viaggio nello spazio e portando nuova linfa ad un genere che periodicamente rinasce dalle sue ceneri, grazie anche all’apporto di nuove culture e di voci femminili.
La prefazione del libro è di N. K. Jemisin, autrice afroamericana di fantascienza, anche lei impegnata a rinnovare un genere che non smette mai, in ogni generazione, di proporre nuove storie e di usare il filtro dei mondi futuri, delle guerre galattiche e dei viaggi nel cosmo, per far riflettere sull’oggi.
La saga di Binti è interessante per gli amanti di fantascienza di ogni età, per chi conosce i classici ma anche per chi inizia adesso, magari con questo libro, a confrontarsi con viaggi in futuri e dimensioni altre, in cui trovare comunque una parte di noi stessi e del nostro mondo.

Nnedi Okorafor (Cincinnati 1974), di origini nigeriane, insegna scrittura creativa all’università di Buffalo ed è autrice di numerosi libri per adulti e ragazzi. Oltre a Binti, ricordiamo Chi teme la morte (miglior romanzo al World Fantasy Award 2011 e attualmente in corso di adattamento come serie televisiva HBO), Laguna e Akata Witch.

Provenienza: libro del recensore.

Verso la Terra di Keiko Takemiya (J-Pop, 2019) a cura di Elena Romanello

23 ottobre 2020 by

A distanza di anni, stanno finalmente arrivando tradotti in italiano vari shojo manga classici interessanti, molto lontani dall’idea che si ha di questo filone come storielle sentimentali di ragazzine in mondi lontani nel tempo o sui banchi di scuola.
Uno di questi è Verso la Terra di Keiko Takemiya, disponibile in un box per J-Pop o in volumi singoli, una curiosa storia di fantascienza dall’autrice del manga di culto e capace di stravolgere un mondo e un modo di raccontare, Il poema del vento e degli alberi.
Tradizionalmente, si pensa alle storie di fantascienza in ambito manga come rivolto ai ragazzi, nel filone dei cosiddetti shonen, con dentro nomi illustri come Go Nagai, Leiji Matsumoto e Katsuhiro Otomo: in realtà, nessuno vieta ad un’autrice di scrivere una storia di questo genere, con risultati molto interessanti.
In questa serie di tre volumi, Keiko Takemiya porta i suoi lettori in un futuro imprecisato e distopico, in cui il nostro pianeta è praticamente distrutto da inquinamento e sfruttamento, una tematica che torna in manga e anime. Gli esseri umani si sono autoesiliati nello spazio e si sono assoggettati al Superior Dominant, una rete di computer che deve rimuovere dalle menti umane ricordi e legami affettivi, in modo da rendere tutti obbedienti ed innocui per l’ecosistema terrestre. Solo i migliori potranno tornare sulla Terra, mentre in questo sistema folle sono cancellati senza pietà gli esseri che hanno spiccate capacità telepatiche, i MU.
Il protagonista, Jomy Marcus Shin, 14 anni appena compiuti, scopre di essere un MU e diventa l’erede di Soldier Blue, il leader dei telepatici che vuole tornare sulla Terra i suoi: il suo antagonista è Keith Anyan, studente modello futuro membro dell’èlite, in realtà piena di dubbi verso un sistema che non convince. Intorno a loro ci sono tanti altri personaggi, in una lotta per la sopravvivenza tra basi spaziali, colonie abbandonate e astronavi, in un affresco che mescola fantascienza sociologica, distopia e space opera.
Keiko Takemiya ha preso ispirazione da varie storie e autori, dall’universo di Star Trek Slan di A.E. Van Vogt, dal Ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov alla saga di Dune di Frank Herbert, con temi come la Terra in pericolo, il controllo delle macchine, la diversità che spaventa e che è vista come un alieno da distruggere.
A quarant’anni di distanza, in un momento che sembra esso stesso una distopia, leggere finalmente Verso la Terra è senz’altro molto interessante, tenendo conto appunto che riprende idee da altri ma anticipa temi che sono arrivati fino ad oggi e che mai come adesso sono attuali e su cui riflettere.
L’autrice ha raccontato riguardo a questa opera di aver voluto fare qualcosa di diverso, creare un’opera bizzarra che non è né uno shojo né uno shonen manga, in cui porta avanti la sua riflessione sulla diversità, già presente ne Il poema del vento e degli alberi, in un contesto diverso ma sempre valida.
Un manga da leggere per tutti gli appassionati e appassionate di fantascienza, non solo guardando a quella giapponese, ma anche una storia per confrontarsi sull’alterità, sul presente e sul futuro, su temi mai così attuali come adesso.

Keiko Takemiya  è stata una delle autrici di fumetti che nei primi anni Settanta fecero da pioniere del fumetto per ragazze che avevano come soggetto l’amore omosessuale maschile, a partire dalla sua prima opera, In the Sunroom, uscita nel 1970.
Fra i suoi lavori più noti si possono citare i manga Terra e… e Il poema del vento e degli alberi, pubblicati a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta. Nel 1979 vinse il Shogakukan Manga Award sia nella categoria shōjo manga che nella categoria shōnen manga rispettivamente per Kaze to Ki no Uta e Verso la Terra  ed il prestigioso Seiun Award nel 1978 sempre per Verso la Terra.
Dal 2000, Keiko Takemiya insegna presso la facoltà di manga della Kyoto Seika University ed è l’attuale rettore. Nel 2009, è stata membro della commissione selettiva per il Premio culturale Osamu Tezuka.

Provenienza: libro del recensore.

Storie di gente felice, Lars Gustafsson, (Iperborea 2020) A cura Viviana Filippini

18 ottobre 2020 by

Vi siete mai chiesti cos’è la felicità? Soprattutto, essa esiste? Gli esseri umani riescono sempre a fare tutto quello che desiderano nella loro vita? E quando lo fanno, sono davvero soddisfatti? A queste, e a tante altre domande sul vivere e l’essere felici, il lettore può trovare interessanti spunti di riflessione in “Storie di gente felice” di Lars Gustafsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Dieci storie di vita nella quale l’autore filosofo, poeta e drammaturgo svedese affronta molte delle tematiche che hanno caratterizzato la sua produzione letteraria dagli anni Cinquanta in poi. Addentrandosi nella narrazione il lettore del libro, la cui prima comparsa nel mondo letterario risale al 1981, scopre diverse vicende umane dalle quali emergono le sensazioni e impressioni, ma anche i pensieri e i tormenti emotivi e esistenziali dei protagonisti, un po’ tutti accomunati dalla ricerca e spiegazione della felicità. Ad esempio nelle prime pagine ci si imbatte in Zio Sven, un professionista ingegnere chimico della ferriera inviato in Cina durante il periodo della rivoluzione culturale. Sarà proprio osservando la società cinese in trasformazione e riflettendo sui pensieri di Mao, che Sven troverà un interessante soluzione per la sua missione. Dalla storia di zio Sven si passa a quella di un fisico con problemi di insonnia, che re guardando un elenco telefonico scopre che forse la sua fidanzata di un tempo è ancora viva e questa possibilità lo rende felice, anzi gli dona una speranza di poterla chiamare e magari incontrare. Interessanti anche i diversi personaggi che compaiono nel racconto “Le quattro ferrovie di Iserlhon” dove viaggiatori, macchinisti con la passione per la filosofia e gente comune esternano i loro pensieri sul vivere, così come un bar ad Atene fornisce tutti gli elementi per dare forma ad una nuova storia d’amore. La cosa che colpisce di queste storie di vita è che in ognuna delle situazioni nelle quali i diversi personaggi si trovano (compresi pittori, artisti, filosofi messi accanto a gente comune) hanno la possibilità di essere loro stessi, nel senso che in quegli istanti sono davvero felici e anche il lettore percepisce questo stato d’animo e il loro stare bene. E allora si rimane stupiti davanti al racconto della storia di un bambino diventato adulto e impegnato ad affrontare le sue paure e a trovare le piccole gioie del quotidiano che rendono meno cupi tutti i giorni della sua vita trascorsi in una casa di cura per persone diversamente abili. Gli uomini e donne (come quella innamorata che subito dopo il matrimonio vede il marito trasformarsi nel suo peggiore aguzzino) di Gustafsson compaiono a noi lettori nella loro umana natura, forte e fragile allo stesso tempo, come è anche il tormentato e noto filosofo di Röcken (Nietzsche) consumato dal dolore. Ogni storia narrata da Gustafsson è un alternarsi continuo tra dimensione reale e onirica, passato e presente, vita vissuta e ancora da vivere, ricordi d’infanzia e riferimenti geografici a luoghi ben noti (Svezia, Italia, Grecia), che l’autore stesso ha recuperato dal proprio vissuto personale e messo in queste dieci storie di vita. Le esistenze umane di “Storie di gente felice” sembrano le parenti nordiche delle vicende narrate da Borghes e i protagonisti di ognuna di esse appaiono al lettore come delle vite in continuo movimento tra le salite e le discese che l’esistere quotidiano ci riserva e dove si ha la sensazione che la felicità sia sempre presente, anche se nascosta e tutta da scovare. Traduzione di Carmen Cima Giorgetti.

Lars Gustafsson (1936-2016), originario del sud della Svezia che fa da sfondo a molti suoi romanzi, è considerato il più internazionale scrittore svedese contemporaneo. Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo e romanziere fra i più tradotti all’estero, ha insegnato per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, in Texas. Nei suoi racconti come nelle poesie si riconosce quella vena fantastica, quel gioco dell’erudito che scherza con la propria erudizione, quell’ossessione per il tempo e per l’identità che l’hanno fatto definire il «Borges svedese». In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento, il Premio Boccaccio, il Grinzane Cavour e il Premio Nonino. Tra i suoi titoli pubblicati da Iperborea, Morte di un apicultoreIl pomeriggio di un piastrellistaLe bianche braccia della signora Sorgedahl, L’uomo sulla bicicletta blu.

Source: richiesto all’editore Iperborea. Grazie a Francesca Gerosa dell’ufficio stampa.

:: Esce oggi su Amazon “È tempo di vivere (Le avventure di Chou Jiao Vol. 3)” di Shanmei

18 ottobre 2020 by
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Dopo “È tempo di partire” ed “È tempo di tornare” la terza avventura delle gesta meravigliose, anche se ben poche eroiche, di Chòu jiǎo personaggio guascone, ma dal cuore d’oro, nella Cina di fine Ottocento.

L’avevamo lasciato che abbandonava Pechino e Fiore di Ibisco per tornare in campagna dalla sua famiglia, lo ritroviamo deciso più che mai a perseguire una setta segreta che traffica in oppio.

Sempre un wuxia comico, ma con venature più malinconiche. In attesa dell’ultimo capitolo “È tempo di amare” che chiuderà la quadrilogia.

Disponibile online in digitale anche su Unlimited. Scontato per alcuni giorni a 1,99 euro!

Addio al mangaka Izumi Matsumoto a cura di Elena Romanello

15 ottobre 2020 by

Ci ha lasciati, dopo una lunga malattia ma a soli 61 anni Izumi Matsumoto, nome d’arte di Kazuya Terashima, uno degli autori di manga più amati degli anni Ottanta e Novanta.
A lui gli appassionati devono infatti la storia di formazione, sentimento e un po’ di paranormale Kimagure Orange Road, arrivata in Italia via anime innanzitutto con il titolo E’ quasi magia Johnny, con le avventure del giovane Kyosuke, diviso per tutti gli anni dell’adolescenza tra la bellissima Madoka e la vivace Hikaru, in cui tanti si sono riconosciuti e che ha accompagnato l’adolescenza di un’intera generazione, non solo giapponese.
Izumi Matsumoto è autore anche di altre opere, come Sesame Street e Izumi Matsumoto World: i suoi manga sono usciti in italiano per la Star Comics e senz’altro è giunto il momento di rileggerli e ritrovare quei momenti di crescita che anche da più grandi si ricordano, in un’eternità di attimi che non tornano più.

Una piazza per Riccardo Valla a Torino, a cura di Elena Romanello

15 ottobre 2020 by

Da sabato 17 ottobre a Torino ci sarà una piazza dedicata ad un grande nome della fantascienza e del fantastico: Riccardo Valla, libraio, traduttore, studioso, collezionista, scomparso prematuramente all’inizio del 2013.
Alle 10 e 30 di sabato ci sarà la cerimonia istituzionale di intitolazione della piazza fuori dal Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza, che da quel giorno non sarà più in via Reiss Romoli 49 bis ma in piazza Riccardo Valla.
Questo vuole omaggiare il lavoro di Riccardo Valla anche per il Museo, di cui fu sempre un forte sostenitore e un nume tutelare dopo la sua scomparsa.
La piazza è stata fortemente riqualificata nell’ultimo anno grazie al patto di collaborazione Co-City tra Mufant e Città di Torino, grazie anche alle statue del Parco del Fantastico, un qualcosa che non è ancora finito.
Alla cerimonia interverranno Francesco Sicari, Presidente del Consiglio Comunale, Città di Torino, Marco Novello, Presidente V Circoscrizione, Silvia Casolari e Davide Monopoli, co-direttori Mufant, museo del Fantastico di Torino, Carlo Maria Valla, figlio di Riccardo Valla e Massimo Scorsone, saggista e collaboratore di Riccardo Valla. Inoltre saranno presenti Gabriella, la moglie, ed Andrea Valla, l’altro figlio.
A causa dell’emergenza sanitaria in corso la cerimonia prevede un numero massimo di partecipanti con prenotazione obbligatoria. La prenotazione telefonica può avvenire ai numeri 011.01123384/24012/22547
oppure via e-mail a iniziative.istituzionali@comune.torino.it
Ma per consentire a tutti di partecipare è prevista una diretta dalla pagina Facebook del Museo.

“ARF! presenta: QUALCOS’ALTRO!”

15 ottobre 2020 by

Dopo l’annullamento di ARF! il Festival del Fumetto di Roma – a causa dell’emergenza Coronavirus – rimandando la sesta edizione a maggio 2021, gli organizzatori (definiti da sempre ARFers) tornano al Mattatoio, il Museo d’arte contemporanea di Testaccio, per presentare da venerdì 20 novembre a domenica 22 QUALCOS’ALTRO, un intero weekend di mostre dedicate al fumetto, concepite come esperienza totalizzante e immersiva.

Una grande esposizione, allestita nel Padiglione 9B, con le tavole originali di Darwyn Cooke – uno dei veri innovatori del medium fumetto – mostrate per la prima volta assoluta in Italia, le copertine di Dave Johnson, il poliedrico artista contemporaneo di comic book, asceso alla fama internazionale grazie a un capolavoro come Superman: Red Son, le riflessioni e avventure/disavventure dei personaggi di Silvia Ziche e le tavoledegli oltre 80 autori del libro COme Vite Distanti.

Silvia Ziche, che illustra il manifesto dell’esposizione, è senza ombra di dubbio una delle più affermate fumettiste italiane. Autrice Disney sin dal 1991, una firma costante del settimanale Topolino, ha creato storie a fumetti e vignette satiriche anche per Linus, Smemoranda, Comix e Cuore.

Pubblica i suoi lavori con i più importanti editori italianitra i quali Einaudi, Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli Comics e Sergio Bonelli Editore che l’hanno portata e tante prestigiose collaborazioni che includono Vincenzo Cerami e Luciana Littizzetto. E’ però per il settimanale Donna Moderna che crea Lucrezia, probabilmente il suo personaggio più celebre, considerato suo alter-ego, di cui, dal 2006 ogni settimana, racconta le riflessioni, le avventure/disavventure, le crisi sentimentali.  E proprio con Lucrezia, Silvia Ziche oltrepassa il costume e la satira, toccando, attraverso libri come E noi dove eravamo? o L’allegra vita delle quote rosa tematiche tanto femminili quanto femministe: la lotta delle donne per l’emancipazione e la libertà, l’eradicazione del concetto stesso di patriarcato impresso nel nostro retaggio culturale. Un “attivismo disegnato” che non utilizza slogan, ma le matite, lo humour, l’acume e la sensibilità della pluripremiata autrice veneta.

Darwyn Cooke l’autore canadese, prematuramente scomparso, è stato uno dei veri innovatori del medium fumetto, grazie al suo inconfondibile stile retrò che ha rielaborato in chiave moderna gli stilemi del noir e del fumetto supereroistico degli anni ’40, ’50 e ‘60. La mostra delle sue tavole originali a Roma, esposte per la prima volta assoluta in Italia, ripercorre tutto il suo percorso artistico, da Batman, Catwoman e tutte le leggende della DC Comics (The New Frontier) fino a The Spirit e i mutanti della Marvel, includendo momenti più adulti come il Parkerdello scrittore Richard Stark o i Minutemen tratti dal Watchmendi Alan Moore.

L’opera di Darwyn Cooke (1962-2016), vincitore di tredici Eisner Awards, otto Harvey Awards e cinque Joe Schuster Awards, prosegue idealmente quel filo tematico inaugurato da ARF! nel 2019 con la mostra di Frank Quitely, cioè la ricerca di una personalissima cifra stilistica “autoriale” applicata alle grandi icone POP del fumetto mainstream nordamericano: «Se c’è stata una costante nella carriera di Darwyn Cooke è stata la coerenza nel restare sempre lontano dalle mode. Non le ha mai inseguite, proprio come fanno gli innovatori, ma non le ha mai nemmeno dettate, perché è stato un disegnatore e un autore letteralmente inimitabile» (Fumettologica).

Dave Johnson, classe 1965, è uno dei più poliedrici artisti contemporanei di comic book (scrittore, disegnatore, colorista, inchiostratore, letterista, designer) che collabora regolarmente con Marvel, DC Comics e Dark Horse, asceso alla fama internazionale grazie a un capolavoro come Superman: Red Son di Mark Millar. La mostra al Mattatoio celebra quella specifica parte del suo lavoro per cui è stato consacrato nel mondo: la sua attività da copertinista. Capaci di raccontare ed evocare interi mondi, di definire la linea editoriale stessa delle collane in cui vengono pubblicate, le straordinarie copertine di Johnson – grazie al proprio segno riconoscibilissimo e all’impressionante senso grafico nella gestione di equilibri e spazi – attraversano senza soluzione di continuità personaggi e generi: Batman, Superman, Hellboy, Lucifer, Deadpool, 100 Bullets, Harley Quinn e tanti altri, esposti con studi preparatori e illustrazioni inedite, mai viste prima in Europa.

Infine, la mostra dedicata al libro COme Vite Distanti, ideato e prodotto da ARF! in collaborazione con PressUP durante il lockdown della scorsa primavera, i cui 62.385 euro raccolti grazie alla sua vendita on-line sono stati interamente donati all’INMI Lazzaro Spallanzani di Roma per l’emergenza Covid e la ricerca. Introdotta dalla penna di Alessandro Baricco, la mostra presenta tutte le tavole del volume con oltre 80 dei maggiori autori del panorama nazionale tra i quali Milo Manara, Gipi, Zerocalcare, Manuele Fior, Fumettibrutti, Giuseppe Palumbo, Sio, Sara Pichelli, Zuzu, Mirka Andolfo e Paolo Bacilieri, coinvolti “coralmente” in un’unica storia, per quella che è stata unanimemente riconosciuta da lettori e critica come l’espressione più alta di coesione e generosità di un’intera categoria professionale italiana.

ARF! presenta: QUALCOS’ALTRO! è un intero weekend di mostre dedicate al Fumetto, concepite come esperienza totalizzante e immersiva, nel cui bookshop i visitatori potranno trovare tutti i titoli degli autori esposti, un catalogo esclusivo (acquistabile solo ed esclusivamente durante i tre giorni dell’evento) e una specialissima tiratura di COme Vite Distanti, fresco vincitore del Premio Boscarato 2020 assegnato dal Treviso Comic Book Festival.

:: Poesie giovanili di Paolo Volponi (Einaudi, 2020) a cura di Nicola Vacca

14 ottobre 2020 by

Ho avuto la fortuna di studiare a Urbino tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Per un giovane affamato di cultura e di conoscenza la realtà urbinate con i suoi riferimenti letterari è stata davvero un territorio da esplorare. Non dimenticherò mai la prima volta che ho conosciuto Carlo Bo, i miei numerosi incontri con scrittori e poeti che dalla città ducale passavano per presentare i loro libri (in modo particolare vorrei ricordare le conversazioni indimenticabili con Franco Fortini, Fulvio Tomizza e Mario Luzi).
Non si può comunque parlare dei fermenti culturali di Urbino in quegli anni senza che il pensiero vada a Paolo Volponi, uno dei maggiori scrittori e intellettuali del secondo Novecento, nato proprio nella città dei Montefeltro, di cui era talmente innamorato da farne il teatro di quasi tutti i suoi romanzi. Ci incontravamo spesso davanti a un bianchetto del Metauro. Era un piacere sentirlo parlare di letteratura e delle trasformazioni sociali del nostro Paese abbruttite dallo strapotere dell’industria e dalle sue logiche perverse di profitto.
Volponi è sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento, uno scrittore fondamentale ancora oggi per comprendere il rapporto tra la realtà e il territorio in un paese che ha subito trasformazioni radicali e spesso involutive.
Paolo Volponi è stato anche poeta, e che poeta. Indimenticabili i suoi tre libri di poesia: Il ramarro (1948), L’antica moneta (1955) e Le porte dell’Appennino (1960, premio Viareggio).
Volponi ha esordito in letteratura come poeta e nella sua esistenza, anche quando è diventato uno scrittore affermato, non ha mai smesso di lavorare ai suoi versi.
Il giovane poeta Volponi, allegorico e controcorrente, si muove inizialmente nella tradizione lirica, usa il verso breve e sembra influenzato da Ungaretti.
Poi c’è la seconda fase in cui lo scrittore si distanzia dalla vocazione degli esordi.
Qualche anno fa, in un cassetto della casa urbinate dello scrittore, sono stati trovati alcuni fascicoli: fogli manoscritti e dattiloscritti, autografi, appunti e frammenti.
Tra questo materiale prezioso c’erano anche poesie inedite che risalgono alla seconda metà degli anni Quaranta, alle soglie del Ramarro, e arrivano fino ai primi anni Cinquanta, quando Volponi sta scrivendo L’antica moneta.
Adesso quel materiale è stato raccolto e pubblicato per la prima volta nella collana bianca di Einaudi con il titolo Poesie giovanili (a cura di Salvatore Ritrovato e Sara Serenelli).
Nel Volponi giovane poeta si incontra un’immediatezza matura, un verso scarno e pungente che sa essere di carne e immanente.
Paolo Volponi fa sanguinare le parole, scrive versi per cogliere la parola nel suo stato di crisi. Il poeta è vicino in questo periodo alla lezione Ungarettiano de L’Allegria.
Le parole sono schegge, i versi arrivano alla coscienza dei lettori come siluri che cercano la deflagrazione.
La parola di Paolo Volponi nella prima fase della sua poesia è forte, la sua scrittura non cerca mai mediazioni, colpisce e affonda con una carnalità che si avvicina al vero delle cose.

«Volevi ingannarmi. / Stringevi / le cosce, / e smaniavi / per la tua verginità. / T’ho tirata giù / dal letto / per i capelli, /nuda sul pavimento. / Mi sono rivestito /Senza più guardarti».

Il giovane Paolo Volponi è un poeta autentico, un lirico diretto che ha tra le mani una parola sempre pronta a esplodere.
Ha ragione Salvatore Ritrovato, alla fine della sua nota introduttiva quando scrive che i versi raccolti in questo volume ci mostrano un Volponi che cerca fisicamente il suo lettore per metterlo di fronte a una poesia che ha più certezze.
Questa percorsa dal giovane Volponi, oggi che si leggono troppi poeti che mostrano una sicurezza granitica e hanno la presunzione di avere la verità in tasca, è la strada maestra per riportare la poesia nella sua casa.

Paolo Volponi è nato a Urbino il 6 febbraio 1924. A ventiquattro anni, laureato in legge, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Il ramarro. Nel 1950 inizia il suo rapporto di lavoro con la Olivetti, via via più impegnativo fino ai massimi livelli dirigenziali, che si chiuderà soltanto agli albori degli anni Settanta. Nella primavera del ’54 prende avvio l’amicizia con Pier Paolo Pasolini, da cui riceverà uno stimolo decisivo in direzione del romanzo. Nel ’72 viene chiamato a Torino da Umberto Agnelli per uno studio sui rapporti fra città e fabbrica, e prende il via la sua collaborazione con la Fiat. Nell’83 viene eletto al Senato nel collegio della sua città: il suo impegno parlamentare si interromperà solo nel 1993, per ragioni di salute. Volponi muore il 23 agosto dell’anno successivo.
Einaudi ha pubblicato Corporale, La macchina mondiale (Premio Strega 1965), Poesie e poemetti 1946-66, Il lanciatore di giavellotto, Il sipario ducale, Con testo a fronte. Poesie e poemetti (Premio Mondello 1986) e inoltre, negli «Einaudi Tascabili»: Memoriale, Il pianeta irritabile, Le mosche del capitale, La strada per Roma (Premio Strega 1991) e Poesie. 1946 – 1994 (2001). Nella «Nue» sono stati pubblicati Romanzi e prose I (2002), Romanzi e prose II (2002) e Romanzi e prose III (2003); nelle «Letture», I racconti (2017) e, nella «Collezione di poesia», Poesie govanili (2020).

Source: inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Einaudi.

I romanzi delle sorelle Bronte per Oscar Draghi a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2020 by

Ci sono libri che tutti sono convinti di conoscere, come i classici dell’Ottocento, ma che è sempre bene riprendere in mano, tenendo conto che è in quel periodo che è nata la letteratura come oggi la conosciamo, con un grande apporto da parte delle donne, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana.
La collana Oscar Draghi lascia da parte per un attimo fantascienza e fantasy per presentare i tre romanzi forse più famosi delle sorelle Bronte, Agnes Grey di Anne, Cime tempestose di Emily e Jane Eyre di Charlotte, presentati in una nuova, suggestiva edizione, con io sottotitolo I capolavori delle impareggiabili penne sororali.
Un’occasione per scoprire o riscoprire quindi tre storie abbastanza diverse tra di loro, che raccontano tre spaccati di vita dell’Inghilterra di allora, in particolare dello Yorkshire, luogo in cui le sorelle Bronte vissero praticamente per tutte le loro vite non certo lunghe, salvo qualche breve spostamento.
Cime tempestose è la storia di un amore folle, di un’ossessione amorosa durata tutta la vita, quella di Catherine e Heathclift, ancora oggi emblematica.
Agnes Grey e Jane Eyre sono considerati romanzi protofemministi, con due protagoniste in cerca di una loro vita al di là delle convenzioni, specchio tra l’altro di un mondo dove le donne non contavano ma spesso erano l’unica fonte di reddito con il loro lavoro per tante famiglie.
Un’ottima occasione per confrontarsi di nuovo con tre capisaldi della letteratura al femminile, ancora oggi capaci di influenzare e far riflettere. Tre romanzi non banali, non favolette zuccherose, non datati, non melensi, con personaggi che parlano al mondo contemporaneo, con dietro le loro autrici, prolifiche nonostante la loro breve vita, sia come scrittrici di narrativa che come poetesse.

:: La morte di Belle di Georges Simenon (Adephi 2020) a cura di Nicola Vacca

12 ottobre 2020 by

Una sera nella tranquilla provincia americana in casa qualunque si svolgono scene di una vita familiare ordinaria.
Il professor Ashby lavora al tornio, la moglie è uscita. I due coniugi ospitano Belle, una ragazza diciottenne.
La mattina dopo viene trovata morta nella sua stanza. Questo episodio grave sconvolge la vita della piccola città e l’unico sospettato è il padrone di casa che al momento del crimine era solo in casa.
Con La morte di Belle Georges Simenon entra come sempre nel lato nero dei suoi personaggi e scava fino all’ossa nella loro psicologia inquieta e sinistra.
Il romanzo era apparso in francese nel 1952, viene tradotto in inglese. Gli abitanti di Lakeville, in Connecticut, dove Simenon si è trasferito da quattro anni, non la prendono bene.
Benché l’autore abbia spostato l’azione nello stato di New York, non possono non riconoscersi nella piccola comunità puritana che Simenon descrive con tutte le sue ipocrisie nel romanzo.
Tra gli interrogatori dell’autoritaria giudiziaria e gli appostamenti l’indagine con il suo ritmo incalzante si fa sentire sui nervi dell’unico indiziato che subisce la pressione.
Ashby non vive bene questa situazione e questo clima di sospetto fa riaffiorare nei suoi ricordi gli incubi della sua giovinezza. Viene assalito da un turbamento feroce, entra in una spirale che lo avvolge e gli fa perdere la lucidità.
Simenon ci porta come sempre in fondo al racconto con la sua scrittura avvincente e non ci lascia tregua fino a quando non arriviamo all’ultima pagina.
Chi ha ucciso Belle Sherman? Alla fine di questo straordinario romanzo dell’ossessione tutto sarà più chiaro, o forse no. Questo è uno dei romanzi più riusciti di Simenon. Un viaggio senza ritorno nei recessi oscuri della mente dove si può sempre incontrare una persona normale che è capace di diventare un feroce assassino.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Mister Butterfly, Howard Buten, Luni editore (2020)

12 ottobre 2020 by

A cura di Viviana Filippini

Hoover è il protagonista di “Mister Butterfly”, il romanzo dello scrittore americano Howard Buten, un giovane con una storia d’amore finita alle spalle e tanti interrogativi sul proprio futuro. Per occupare il tempo il protagonista fa il clown (da qui il nome Mr. Butterfly, per il modo in cui si dipinge la faccia che ricorda una farfalla) per i malati negli ospedali e sarà proprio durante una di queste giornate che Hoover ritroverà l’entusiasmo e la gioia di vivere grazie ad un incontro davvero speciale: Tina, Mickey, Ralph e Harold. Quattro bambini affetti da disabilità, abbandonati dalle loro famiglie, mentre per Hoover diventeranno la principale ragione di vita. Buten nel suo romanzo “Mister Butterfly” ci prende per mano e ci porta alla scoperta di questa strampalata famiglia. Hoover non avrà vita facile nel gestire le cose, ma farà tutto il possibile per dare un pizzico di felicità -e anche normalità- a questi ragazzini diversamente abili. Chi con ritardi mentali, chi affetto da sindrome di down, chi con le gambe al contrario (Tina), Hoover tratterà i suoi ragazzi con grande amore, cercando di amarli e di non farli sottoporre a visite e sedute mediche strazianti che accentuino la loro diversità. La cosa interessante che emerge dal libro di Buten è la volontà di questo giovane uomo di prendersi cura di quattro vite che nessuno vuole prendere in considerazione. Per Tina, Mickey, Ralph e Howard, Hoover è una vera e propria àncora di salvezza, certo anche lui è un po’ strampalato per certi modi di fare e di esprimersi, ma è quell’elemento caratteristico che gli permette di entrare in giusta sintonia con i suoi ragazzi e di comprendere quelle che sono le loro esigenze fisiche, ma soprattutto emotive. Ecco allora Hoover portare i ragazzi ad un torneo sportivo con borse personalizzate, eccolo prendere tutti i ragazzi e portarli alla scuola di ballo che lui frequenta, eccolo capire alla perfezione le esigenze di Tina e cercare di dare forma ad un suo sogno: ballare. Tra un intoppo e l’altro, la vita di Mr. Butterfly e i suoi 4 “figli” sembra andare bene, poi un giorno arriva una commissione di psichiatri che controlla la vita di Hoover, imponendo dei cambiamenti necessari per il bene suo e del gruppo. Mickey, Harold, Ralph e Tina hanno bisogno di essere amati per quello che sono e Hoover cercherà di farlo, per aiutarli – grazie ai consigli e volontà imposte dalla commissione- a imparare a convivere con le proprie paure, sindromi e manie comportamentali. Nel gruppo, dove non tutti sembrano aver chiara la propria natura, Tina è invece pienamente consapevole di essere stata “scartata” dalla sua famiglia per le sue gambe difettose, ma questo non le impedirà, grazie a Hoover, di trovare una buona dose di coraggio per dare forma al suo granfe desiderio nascosto. “Mister Butterfly” è uscito in Italia ora, ma è un libro del 1987 dove con grande lucidità e senza tanti filtri l’autore racconta la vita di un “padre adottivo” e dei suoi quattro ragazzi disabili. Nella narrazione si alternano momenti di felicità, a situazioni di sofferenza e dolore, perché ognuno dei giovani che Hoover segue ha un vissuto di maltrattamenti, di abusi, di vessazioni e violenze che hanno lasciato segni indelebili nei corpi e nelle loro menti. “Mr. Butterfly” di Howard Buten ci narra una storia di vita quotidiana, dove normalità e disabilità si mescolano e fondono in una dimensione unica nella quale, anche coloro che sono considerati “diversi”, hanno diritto alla loro normalità, perché in fin dei conti, siamo tutti delle persone. Tradizione Anna Pensante.

Howard Buten (Detroit 1950), psicologo di formazione, affianca all’attività terapeutica quella di scrittore e di attore. Ha lavorato in un istituto per ragazzi portatori di handicap, The Children’s Orthogenic Center, a Detroit. Specializzatosi in neuropsichiatria e psicoanalisi in Francia, nei sobborghi di Parigi ha fondato nel 1997 il centro “Adam Shelton”, per la terapia dei ragazzi autistici dove ha voluto applicare dei sistemi innovativi utilizzando vari metodi terapeutici di psicologia comportamentale e psicoanalisi uniti a pratiche corporee, musica, arte e NEL 1973 crea il suo personaggio, Buffo il sulle scene teatrali di tutto il mondo con grande successo. Nel 1991 è stato nominato Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres per meriti artistici e letterari. Luni Editrice ha già pubblicato “Quando avevo cinque anni mi sono ucciso”.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Luni.

:: THE HERCULE POIROT CENTENARY BLOGATHON: Poirot sul Nilo

12 ottobre 2020 by

«Oh, i moventi dei delitti sono spesso banalissimi…»
«E i più frequenti quali sono Poirot?»
«Il più frequente: il denaro; voglio dire l’avidità di guadagno nelle sue varie manifestazioni. Poi la vendetta, l’amore, la paura, l’odio puro, la beneficenza…»
«Oh, signor Poirot!»
«È così signora. Mi è capitato spesso di vedere… diciamo A soppresso da B per beneficiare C! Certa gente dimentica che la vita e la morte sono cose riguardanti esclusivamente il buon Dio».

A Sir Max Edgar Mallowan, secondo marito di Dame Agatha Christie, se vogliamo dobbiamo la cosiddetta trilogia esotica della Christie. Proprio il suo lavoro di archeologo portò la moglie in quei luoghi del Medio Oriente che divennero scenario per Non c’è più scampo, La Domatrice e Poirot sul Nilo, quest’ultimo romanzo al centro delle mie riflessioni per il THE HERCULE POIROT CENTENARY BLOGATHON in onore del centenario di Poirot, il più famoso investigatore belga della storia della letteratura.

Poirot sul Nilo (Death on the Nile, 1937), tradotto da Enrico Piceni per Arnoldo Mondadori Editore, è forse uno dei romanzi della Christie più famosi assieme Ad Assassinio sull’Orient Express. È del 2008 l’edizione che ho avuto modo di consultare per questo viaggio sul Nilo in compagnia di Poirot, di due sfortunati amanti e di tutta l’allegra compagnia al loro seguito.

La storia si svolge perlopiù su un piroscafo il “Karnak” e a prescindere dall’epilogo tragico, che mi guardo bene dal descrivervi nel dettaglio, mantiene un tono frizzante e pieno di verve che rende la storia per così dire agrodolce.

Ma veniamo al cuore della trama: Jacqueline de Bellfort e Simon Doyle si amano o meglio come sottolinea acutamente Poirot vedendoli in un ristorante Un qui aime et un qui se lasse aimer. Poi la crisi, la ristrutturazione aziendale come direbbero oggi, fa perdere il lavoro a Simon e spinge Jacqueline a chiedere a una sua vecchia compagnia di scuola, una delle donne più ricche di Inghilterra, Linnet Ridgeway, di assumerlo come amministratore delle sue tenute. Lei lo fa e pensa bene di soffiare il fidanzato all’amica e dopo tre mesi sposarlo e recarsi in Egitto in viaggio di nozze.

Ed è qui che Poirot li rincontra, Simon Doyle sposato con Linnet Ridgeway e Jacqueline de Bellfort, l’amante abbandonata al seguito. Al volo intuisce che la storia non potrà finire bene, gli animi sono troppo accesi, le passioni fuori controllo, e infatti a bordo del Karnak avviene il dramma: Jacqueline de Bellfort spara a Simon Doyle, a una gamba niente di particolarmente grave e la stessa notte Linnet Ridgeway viene uccisa. A Poirot e al colonnello Race, un antica conoscenza di Poirot, il compito di indagare e svelare il macchinoso e complicato meccanismo che ha portato al delitto.

Questa è la trama principale alla quale si uniscono alcune sottotrame: una collana scomparsa, un amministratore disonesto, una cameriera ricattatrice, una figlia che cerca di salvare dal bere la madre, una scrittrice di romanzi passionali che non riesce più a riconquistare il suo pubblico e il successo passato (caricatura per certi versi della Christie stessa), una nobildonna americana cleptomane, e infine non manca la tipica ingenua americana che grazie a questo viaggio troverà inaspettatamente l’amore.

Le atmosfere esotiche dell’Egitto anni Trenta fanno da sfondo a una storia per certi versi inevitabile, che la ricca e viziata Linnet Ridgeway sia la vittima predestinata è fatale per molti versi, e anche se non è ingenua per niente, forse il credersi troppo furba è il suo unico difetto, ha poche armi per difendersi, cade nella trappola che le hanno teso con tutte le scarpe. E sebbene Poirot forse anticipa i fatti che seguiranno si limita ad assistere da spettatore e mettere in guardia dai pericoli un po’ come Triangolo a Rodi. Ma il suo compito è svelare trame non sventare delitti sebbene forse in questo caso la tentazione l’abbia avuta.

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