L’Associazione culturale Leiji Matsumoto continua la sua proposta di opere inedite del maestro dei manga, con un volume corposo dedicato ai due personaggi più emblematici dell’autore, Harlock & Tochiro. Come suggerisce il titolo, il manga è un’antologia di storie finora inedite dedicate al pirata dello spazio e al suo migliore amico, con cui si scoprono nuovi aspetti del loro rapporto e delle loro avventure. Ci sono dei manga, ma anche un romanzo illustrato e delle strisce, facendo notare quanto sia eclettico il maestro nella scelta della forma con cui raccontare le sue storie e come questi due personaggi siano una sorta di suoi alter ego su cui tornare, in contrasto con chi pensa che gli eroi dei manga siano figure usa e getta solo per vendere gadget. Nello specifico, questa pubblicazione contiene la miniserie The Tochiro, pubblicata dall’autore sulla più importante rivista di manga esistente, Shukan Shonen Jump, con cui partecipò ad un concorso in cui erano gli stessi lettori a indicare gli autori da invitare. A seguire, c’è il romanzo Gun Frontier II, rivisitazione in chiave fantascientifica del manga western Gun Frontier e fonte di ispirazione per il film su Harlock L’Arcadia della mia giovinezza e poi un racconto a striscia, con lettura all’occidentale, allegato ai giocattoli che venivano prodotti sull’onda del successo televisivo. Si chiude con il manga storico, ambientato nell’Ottocento, San – Tengamugen – GALAXY LEGEND, con come protagonista Seishiro, un antenato di Tochiro, dove si scoprono le origini della spada del protagonista e anche di Tori-san, l’uccello amico inseparabile di lui e di Harlock. Harlock & Tochiro è un volume imperdibile per chiunque ami Leiji Matsumoto e i suoi personaggi, in cui si scoprono tante curiosità, come il vero nome di Tochiro, come è nata la Death Shadow, che legame c’è tra le mazoniane e l’umanità, ma anche per chi vuole scoprire questo autore, a suo agio sia con i fumetti che con la narrativa. Un manga per nostalgici ma non solo, che si inserisce perfettamente in una visione ampia e articolata della cultura otaku e di un immaginario complesso e molto vario. Harlock & Tochiro è disponibile in fumetteria e libreria e per chi si iscrive all’Associazione culturale Leiji Matsumoto c’è un’edizione con la copertina variant.
Leiji Matsumoto nasce come Akira Matsumoto nel 1938 a Kurume e inizia a disegnare fumetti fin da giovanissimo, vincendo un premio per gli esordienti della rivista Manga Shonen con Le avventure di un’ape. Ottiene i primi successi con Sexaroid e Il mondo quadrimensionale e nel 1972 vince il premio Cultura della Kodansha. Le sue opere più famose sono La Corazzata spaziale Yamato, Capitan Harlock e Galaxy Express 999, trasposte anche in animazione e amate anche all’estero. Il suo personaggio iconico è Capitan Harlock che torna in varie avventure e storie sia in manga che in anime. Leiji Matsumoto è anche presidente dell’Associazione Giovani Esploratori dello Spazio e della Conferenza Nazionale delle Organizzazioni giovanili e nel 2012 è stato insignito dell’Ordre des Arts et des Lettres dal governo francese.
La lingua francese ha nella scrittrice Marguerite Yourcenar una grande voce. Nota al grande pubblico per il romanzo Memorie di Adriano, la scrittrice nella sua intera opera (romanzi, poesie, saggi, opere teatrali) ricostruisce l’animo umano attraverso i personaggi della Storia ma anche tramite i suoi fatti che ne hanno condizionato l’evoluzione.
La Yourcenar, nata a Bruxelles nel 1903 e morta negli Stati Uniti nel 1987, oggi è diventata un classico del nostro Novecento. Paradossalmente una scrittrice necessaria di cui si parla poco e niente.
Nel 1951 la scrittrice pubblica Memorie di Adriano, il romanzo con cui si fece conoscere al grande pubblico.
A settant’anni dalla sua uscita, questo grande libro può considerarsi un classico contemporaneo.
Memorie di Adriano contiene tutte le idee e le intuizioni della sua poetica. Il libro è considerato il capolavoro della Yourcenar. È allo stesso tempo romanzo, saggio storico, opera poetica e soprattutto biografia. La storia è costruita come una lunga lettera che l’imperatore Adriano ormai vecchio, scrive al nipote Marco, come pretesto per ripensare alla sua vita di uomo e alla sua opera di politico.
Afflitto dall’idropisia che ormai lo sta portando alla morte, Adriano ripercorre le tappe del passato, rivivendone i momenti più incisivi, e in questa lettera sentiamo lo sfogo di un uomo che non ha più l’energia per applicarsi a lungo agli affari dello Stato; la meditazione scritta di un malato che dà udienza ai ricordi. I fatti sono illuminati dalla saggezza che viene dall’età, dall’esperienza e anche dalla condizione di malato prossimo a morire, e Adriano appare come il simbolo di ogni vita vissuta con nobili intendimenti e con attenta ricerca della felicità, di ogni vita che accetta l’impegno e il sacrificio pur di non trascorrere inutilmente.
L’imperatore morente sceglie la via analitica dell’introspezione per raccontare attraverso la memoria la propria vita.
In prima persona Adriano si lancia in un monologo intenso in cui la sua vita si intreccia con la storia dell’impero romano.
Le parole dell’imperatore non sono mai mute, nel loro pronunciamento riecheggia l’eternità e tuttala grandezza di una civiltà che è stata capace di costruire e donare bellezza.
Attraverso il flusso di coscienza di Adriano arrivano fino a noi tutte le emozioni e la poesia della scrittura di Marguerite Yourcenar.
Basterebbero le pagine straordinarie di questo romanzo per rendersi conto che Marguerite Yourcenar è una scrittrice accarezzata dalla grazia. In stato di grazia la sua scrittura è sospesa tra passato e presente, ma sempre attenta alla memoria e alla cura di quel passato che molto ha da insegnare al presente inquieto.
«Se ho voluto scrivere queste memorie di Adriano in prima persona è per fare a meno di qualsiasi intermediario, compresa me stessa. Adriano era in grado di parlare della sua vita in modo più fermo, più sottile di come avrei fatto io».
Come il suo Adriano, di racconto in racconto, anche lei è entrata nella morte «a occhi aperti» e a noi restano le sue pagine immortali, come grande viaggio nello scibile umano che non possiamo ignorare, né dimenticare.
Umberto Bellintani, classe 1914, è un poeta dimenticato, troppo dimenticato che in vita scelse di stare sempre nell’ombra.
La sua voce lirica si ispira a un cristianesimo umanitario e le sue parole indossano spesso il cilicio, le immagini diventano visioni, il linguaggio diventa pietra. La sua è una poesia che non concede tregua, sa essere allo stesso tempo cruda e mistica.
Eugenio Montale in una recensione sul Corriere Della Sera nel 1954 scrisse:
«Bellintani, che vive in campagna, è un raffinato uomo di popolo, uno di quei poeti che sembrano essere saltati dalla Bibbia e da Omero ai più astrusi lirici stranieri conosciuti solo attraverso le traduzioni… spesso la poesia si rifugia in uomini come lui, non professionisti, senza le carte in regola».
Giacinto Spagnoletti nella Storia della letteratura italiana del Novecento scrive che per entrare nella poesia di Bellintani bisogna pensare all’ enorme anarchismo di Dino Campana, di cui il poeta mantovano e il naturale prosecutore con la sua poesia febbrile e sempre ricca di sfumature.
Già dalle prime poesie, Bellintani si presenta con un poeta legato ai luoghi che vive di cui racconta il vissuto e le peripezie umane.
Mario Luzi ha tracciato un significativo ritratto del poeta facendo notare che tra i poeti del dopoguerra, Bellintani si distinse per la semplicità del suo fare. Nelle sue poesie evitò qualsiasi digressione, prese sempre la via diretta. La via che lo portò a liberare d’istinto il suo dono da ogni accessorio e a trovare nella sua inerme e viva franchezza la sua modernità.
Il dolore, la natura e il legame con la sua terra sono i temi principali della poesia di Bellintani che leggendola colpisce con le sue sensazioni forti.
Il poeta guarda sempre con umanità al suo prossimo e da raffinato uomo del popolo non rinuncia mai nella sua scrittura a una raffinata dimensione sensuale che coinvolge le parole in un partecipativo bisogno di senso.
Colpisce perché carico di significati la sua predisposizione all’ascolto del cuore della terra. Tutta la sua poesia è un unico canto in cui la religiosità è attaccata con passione all’esistenza e allo stesso tempo indaga le inquietudini della ricerca di Dio.
In E tu che m’ascolti, pubblicato da Mondadori nella collana Lo Specchio nel 1963, la sua attenzione nei confronti della condizione umana spicca per un’autentica sensibilità che il poeta esprime con una ruvida violenza espressiva che tiene sempre conto di una pietà umana troppo umana.
«In questo nostro mondo /dove ogni essere grida pietà, / su questa terra / letteralmente coperta da una selva di crocefissi, / dove ogni inchiodato sulla croce, ebete, sghignazza, bestemmia / e implora e sputa / sul corpo del compagno il suo dolore / fattosi ira e veleno, / quando mai una mano pietosa vorrà / avvicinarsi e schiodare / uomini e la specie / d’innumeri animali? / Quando mai / incolumi farfalle / voleranno dalle mani degli uomini / e fatti lievi come il fiato di mammole erreremo / lungo torrenti di luce in un divino / fraterno amore? Quando mai / saremo miti e rugiadosi come gli angeli / che sognammo?».
Ci piace molto la via diretta che Umberto Bellinatani ha scelto di seguire nella sua vita di poeta e di uomo, ci incanta la sua dolcezza e la sua discrezione, ci conquista il suo stare nell’ombra per camminare sempre nella luce.
«Individuare quello storico momento in cui l’abaco raggiunse l’Intelligenza
è difficile quanto stabilire il momento in cui la scimmia si trasformò in uomo»
(Stanisław Lem, Prefazione a Golem XIV)
Il 2021 è l’anno di Lem, a dichiararlo è il Sejm, la camera bassa del Parlamento polacco, in occasione del centenario della nascita dello scrittore e futurologo Stanisław Lem (1921-2006), avvenuta il 12 settembre di cento anni fa. Ogni definizione sembra riduttiva per un autore che come pochi altri ha saputo unire i propri interessi scientifici – dalla cibernetica alla fisica, dalla biologia alla matematica – alla finzione narrativa e all’indagine filosofica, non senza rinunciare a una cifra personale di eclettismo (i suoi scritti sono caratterizzati da arguti neologismi e dal gusto per il grottesco). Stanisław Lem ha venduto oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, è stato tradotto in più di 50 lingue, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in patria e all’estero, è stato candidato dalla Polonia al Premio Nobel e fatto cittadino onorario di Cracovia. Il settimanale americano Newsweek lo ha definito «il miglior scrittore di fantascienza in qualsiasi lingua».
Stanisław Lem nacque a Leopoli – oggi in Ucraina – nel 1921, da una famiglia polacca di origine ebraica. Crebbe nella biblioteca scientifica del padre, un ricco laringoiatra; con un Q.I. di 180 fu considerato «il bambino più intelligente della Polonia meridionale». Raccontò la propria infanzia a Leopoli nel romanzo autobiografico del 1966, Il castello alto (Bollati Boringhieri 2008).
Quando nel 1941 i nazisti istituirono il ghetto a Leopoli, si procurò documenti falsi assicurando a se stesso e alla propria famiglia una via di salvezza dai campi di concentramento. Durante l’occupazione tedesca lavorò come saldatore e meccanico in un’officina, e nel frattempo compiva azioni di sabotaggio a danno dei veicoli tedeschi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1946, studiò medicina all’Università Jagellonica di Cracovia, dove si laureò quello stesso anno, anche se il suo principale interesse fu la cibernetica. Prima dell’invasione tedesca, Lem aveva studiato medicina all’Università di Leopoli per seguire le orme paterne, ma con l’occupazione sovietica della Polonia orientale, la famiglia decise di trasferirsi a Cracovia. Mentre i suoi colleghi si arruolavano come chirurghi di guerra, Lem abbandonò gli studi, come ricordò in seguito: «Non superai l’ultimo esame. Nessuno poteva costringermi a dare la risposte che volevano». In quei tempi, infatti, si erano imposte le teorie di Lysenko, che Lem si rifiutava di accettare perché andavano contro la genetica mendeliana in favore di un’idea lamarckiana di biologia, distorta al fine di abbracciare l’ideologia sovietica.
Uomo poliglotta e di immensa cultura; scettico per natura, in una sua intervista si definì «ateo per ragioni morali» perché, come disse, «mi sembra che il mondo sia messo insieme in uno modo così penoso che preferisco credere che non sia stato creato da nessuno piuttosto che pensare che qualcuno lo abbia creato intenzionalmente».
Il suo primo romanzo è L’ospedale dei dannati (Bollati Boringhieri 2006), ambientato in un ospedale psichiatrico durante l’occupazione nazista, scritto tra il 1948 e il 1950, ma pubblicato solo nel 1956, a seguito del disgelo e del cosiddetto “Ottobre polacco”. I suoi primi romanzi di fantascienza sono utopie anticapitaliste che risentono fortemente del «realismo socialista» imposto dal regime: basti pensare che i censori lo costrinsero a eliminare dal suo secondo romanzo di fantascienza La nube di Magellano (in cui Lem parla di una “Biblioteca Trionica” e predice Google) la parola «cibernetica», perché era allora considerata «una falsa scienza capitalista». Lem la sostituì con un termine di sua invenzione, «meccanioristica», ma questo non bastò a passare il vaglio di un censore, che si accorse del calco. Con la morte di Stalin, Lem abbandonò il realismo socialista imposto ai suoi primi romanzi (che in seguito non apprezzerà), e produsse i suoi capolavori, vere e proprie gemme letterarie della fantascienza moderna.
Considerava trash la fantascienza americana, con l’eccezione di Philip K. Dick, che definì come un «visionario tra i ciarlatani». L’ammirazione per Dick si riflette nella volontà di pubblicare, nel 1972, un’edizione polacca di Ubik, il migliore romanzo dello scrittore americano. Iniziarono così i contatti tra i due scrittori, che si accordarono per la pubblicazione. Tuttavia, la Wydnawnictwo Literackie, la casa editrice di Lem, poteva pagare i diritti d’autore solo con la valuta polacca. Dick avrebbe dovuto così recarsi di persona in Polonia e spendere là i suoi złoty, mentre avrebbe voluto essere pagato in dollari, e subito. Al tempo Dick, dipendente da amfetamine e altre droghe, era in un momento particolare della sua travagliata vita: tra febbraio e marzo 1974 iniziarono a farsi sempre più frequenti allucinazioni dovute all’effetto del tiopental sodico, somministratogli come anestetico in un intervento odontoiatrico. Le sue esperienze mistiche e trascendentali si manifestarono nel periodo 2/3/74 e si tradussero in un manoscritto di quasi ottomila pagine, tra appunti scritti a mano e a macchina, che verrà poi pubblicato come l’Esegesi. In questo periodo, Dick credeva di essere un cristiano perseguitato al tempo dell’imperatore Nerone (il suo mantra era «The Empire never ended») e sosteneva di essere in contatto con un’intelligenza divina chiamata VALIS. È in questo contesto, nella paranoia da cui fu sempre affetto, che Dick decise di scrivere all’FBI. Nel settembre 1974, in piena guerra fredda, denunciò al Federal Bureau la presenza di un «gruppo senza nome di Cracovia» che agiva sotto il nome di Stanisław Lem, ma che in realtà era un «comitato composito» comunista, il cui obiettivo era quello di infiltrarsi nel mondo della fantascienza americana. Sappiamo che Lem non è mai stato membro del partito comunista, ma per Dick rappresentava un’evidente minaccia: dietro all’acronimo di L.E.M. vedeva la sinistra figura di una spia, ma dietro il suo cognome poteva celarsi al massimo l’acronimo del Lunar Excursion Module, il modulo lunare usato per l’allunaggio del 1969. In realtà, le vere ragioni all’origine del suo rancore personale, come ricorda Lawrence Sutin – biografo di Dick – sono tutt’altre: «Phil era arrabbiato per quelle che riteneva promesse non mantenute relative ai diritti d’autore, e – ingiustamente – ne diede la colpa a Lem». A seguito delle pressioni di Dick, nel 1976, Lem venne espulso dalla Science Fiction and Fantasy Writers of America (SFWA), l’associazione degli scrittori americani di fantascienza di cui Lem era stato fatto membro onorario nel 1973, e che ne revocò l’iscrizione per via delle sue posizioni critiche nei confronti della fantascienza americana.
I pensieri e gli scritti di Lem (tra cui molti inediti) sono raccolti in questo volume di oltre 1500 pagine, uscito il 14 settembre per gli Oscar Moderni Baobab della Mondadori. Qui ogni lettore può trovare qualcosa per sé: dalle fiabe fantascientifiche ai viaggi spaziali, dalle invenzioni strampalate di due inventori robotici a recensioni di libri inesistenti, sino alle altissime vette del suo pensiero scientifico-filosofico. Universi si apre con l’ottima introduzione del traduttore Lorenzo Pompeo, indispensabile per chiunque voglia comprendere la vicenda biografica dell’autore; introduzione in cui Lem viene considerato come «il più grande scrittore di fantascienza non angloamericano».
La prima raccolta che il lettore può trovare sfogliando Universi è Memorie di un viaggiatore spaziale, incentrata sui viaggi spaziali, con protagonista l’astronauta Ijon Tichy (presente anche ne Il congresso di futurologia, non contenuto in questa antologia); la seconda raccolta di viaggi spaziali, I viaggi del pilota Pirx, è dedicata invece al suo successore, il pilota Pirx. Nelle peripezie di Tichy, Lem riflette con acuta e sottile ironia che per certi versi ricorda la leggerezza di Swift sullo spazio e le sue contraddizioni, introducendo anche lucide previsioni, come l’avvento del turismo spaziale, che quest’anno ha avuto appuntamenti importanti con Virgin Galactic e SpaceX. Nella prima avventura spaziale, il viaggio settimo, Tichy entra in un vortice gravitazionale, e per via di «incalcolabili effetti relativistici» si creano innumerevoli copie di se stesso. Memorabile è anche la scherzosa pseudo-introduzione all’edizione critica delle Memorie di Ijon Tichy: la Tichologia ricalca in qualche modo la Solaristica, mentre gli pseudobiblia nelle note a piè di pagina anticipano la passione di Lem per gli apocrifi, che verrà approfondita nella sua ultima fase creativa.
Come lascia intendere il titolo, Fiabe per robot è una raccolta di fiabe fantascientifiche con robot come protagonisti e in cui si respirano atmosfere da fairy-tale, con tutti i cliché del caso. Preparatevi a scontri tra elettroguerrieri e elettrodraghi al suono di clangori metallici e a colpi di ciberarmi; a storie di principesse robot e di vecchi re robot. Come quella di un malvagio tiranno che vive in un palazzo di platino, talmente avido da ordinare ai suoi sudditi di indossare armature di uranio, in modo che non possano più radunarsi e ordire congiure contro di lui, perché ogni volta che si avvicinano si innesca una reazione a catena che causa un’esplosione.
Sulla scia delle fiabe robotiche, Cyberiade è l’epopea dell’era cibernetica («L’armi canto, e de’ robot il valore»), e racconta le comiche avventure di due inventori, Trurl e Klapaucius: non sono umani (anzi, visipallidi, come sono chiamati), ma robot, i primi esseri «veramente intelligenti». I protagonisti di Cyberiade sono costruttori di strampalate invenzioni, come il bardo elettronico, una macchina capace di recitare e produrre poesie attraverso sofisticati programmi informatici che simulano l’intero universo e la storia della civiltà – racconto che mi ha fatto pensare a The Great Automatic Grammatizator di Roald Dahl. In questi racconti, che hanno spesso finali esilaranti e al limite dell’assurdo, Lem dà libero sfogo a quella che abbiamo ormai imparato a riconoscere come suo carattere distintivo: giochi di parole e neologismi che conferiscono un’ aura di scientificità alle sue fiabe fantastiche. Non a caso, John Updike ha definito Lem come il poeta «della terminologia scientifica», e ha detto che i suoi libri sono per coloro «i cui cuori battono più forte quando ogni mese arriva Scientific American».
Le short stories contenute in Enigma raccolgono il corpus della narrativa breve di Lem, da Il ratto del labirinto (1956) a Il materassino (1995). La raccolta prende il nome da Enigma, racconto in cui due monaci robotici discutono di teologia cibernetica. Tra gli altri racconti si segnalano anche L’invasione da Aldebaran, che rielabora il topos più ricorrente della produzione lemmiana, quello del contatto con una civiltà aliena, ma questa volta dal punto di vista dei tentacolari invasori provenienti da Aldebaran. Degni di nota sono anche Il materassino (suo ultimo racconto), amara riflessione sulla realtà virtuale (che mi ha ricordato alcune pagine di Tempo fuor di sesto di Dick), e L’amico. Quest’ultimo, geniale come ogni creazione letteraria dell’autore, è una storia ricca di suspense che per le sue atmosfere cupe e gotiche deve qualcosa a Frankenstein di Mary Shelley e indaga, tra ampliamenti cerebrali e cervelli elettronici, gli inquietanti risvolti del rapporto con l’intelligenza artificiale. La passione di Lem per la cibernetica nasceva dalla sua fascinazione per il mistero della mente umana (uno dei suoi primi scritti è proprio un trattato intitolato Teoria della funzione del cervello), come emerge dal suo romanzo più famoso, Solaris: «L’uomo è andato incontro ad altri mondi e ad altre civiltà senza conoscere fino in fondo i propri anfratti, i propri vicoli ciechi, le proprie voragini e le proprie nere porte sbarrate». Forse un domani scopriremo ogni cosa sulle galassie, su soli lontani e sconosciuti, su universi nuovi e pianeti distanti anni luce, ma – sembra dirci Lem – quella macchina complessa e inconoscibile che chiamiamo cervello resterà un mistero. Forse spalancherebbe abissi e baratri troppo profondi per essere compresi.
Nelle sue ultime opere, Lem abbandonò la narrativa di fantascienza per cui è ricordato, per indossare i panni dell’estensore di apocrifi, cui è dedicata la terza e ultima sezione di Universi. Vuoto assoluto raccoglie recensioni di libri mai scritti, un genere inaugurato da Jorge Luis Borges. Il libro si apre con una recensione del libro stesso, a firma di un certo St. Lem; tra gli altri pseudobiblia qui presentati, vale la pena di citare Gigamesh, l’equivalente dell’Ulysses joyciano basato non sull’Odissea ma sul poema mesopotamico Gilgamesh; Gruppenführer Louis XIV, storia di un ex gerarca nazista che ricrea la corte di Re Sole nel cuore dell’Argentina; e infine Idiota di Gian Carlo Spallanzani, versione italiana del capolavorodi Dostoevskij (pubblicata nella finzione di Lem proprio dalla Mondadori). Spesso l’esito delle critiche fittizie è comico e grottesco; l’autore riesce, come un’abile equilibrista, a passare con una naturalezza disarmante dal tono giocoso della farsa e della parodia a trattazioni che potrebbero annoiare coloro che si aspettavano di leggere racconti di fantascienza. Va ricordato inoltre che il Lem delle recensioni fittizie è molto più caustico e disinibito, se confrontato allo stile di altri suoi scritti, ed è notevole la differenza con il tono leggero e scherzoso delle Fiabe per robot e Cyberiade; differenza che si acuisce ancor di più se si guarda ai suoi primi romanzi, rigidamente ancorati ai dettami del realsocialismo.
Il seguito di Vuoto assoluto è Grandezza immaginaria, che consiste in una serie di introduzioni apocrife a libri ancora da scrivere, come la Storia della letteratura bitica, che tratta di un genere letterario incomprensibile per gli uomini, in cui i computer si chiedono se gli esseri umani abbiano o meno una coscienza.
E poi c’è Golem XIV: dopo un’interessante prefazione del curatore fittizio, che ricostruisce brevemente la storia dei computer e dei cervelli elettronici del futuro, ci si trova di fronte a «una piccola parte delle registrazioni magnetiche» delle conferenze tenute da un supercomputer di 14a generazione della serie GOLEM progettato dal MIT. Golem XIV era stato messo a capo dello stato maggiore americano dal Pentagono, ma aveva fin da subito dimostrato un totale disinteresse nei confronti della guerra: per esso, le questioni militari sono nulla in confronto ai dilemmi filosofici. Golem XIV è un computer ribelle la cui intelligenza superiore non risponde più agli ordini dei suoi programmatori (come l’omonimo mostro della tradizione ebraica), ma il suo unico interesse è la «filosofia elettronica», ed è per questo che tiene conferenze su temi prescelti rivolte a una platea ristretta di umani (da lui accuratamente selezionati). La prima conferenza di questo computer-filosofo è sull’uomo, mentre l’ultima su stesso: qui emerge il tema prediletto di Lem, leitmotiv di tutta la sua produzione, che come ha rilevato Carlo Pagetti corrisponde al tema dell’ “incontro ravvicinato”: il contatto, in questo caso, di «umani con un essere intelligente, ma non umano», per dirla con Lem. Questo potrebbe essere il destino dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale? Un interrogativo che ogni lettore si pone durante la lettura. D’altro canto, Golem XIV affronta i problemi etici che riguardano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, quando diventa troppo intelligente: infatti, il Golem è una macchina in grado di pensare un milione di volte più velocemente della mente umana. Golem XIV può essere considerato come la summa più alta del pensiero filosofico di Lem, espressione della sua visione di cibernetica.
Provocazione è un’estensione di Vuoto assoluto: qui sono raccolte le pseudo-recensioni di un’opera in due volumi scritta dal filosofo tedesco Aspernicus: ricorda Lem che alcuni scienziati e storici polacchi credettero che il libro in questione esistesse veramente e provarono a procurarsene una copia. La prima parte di Provocazione affronta il tema della soluzione finale e del genocidio ebraico (tema che riguarda da vicino la storia personale di Lem), mentre la seconda si concentra su One Human Minute, libro inesistente che, attraverso tabelle statistiche stilate da computer, elenca tutto ciò che accade all’umanità in un minuto. Nel suo commento, Lem formula la legge che porta il suo nome: «Nessuno legge più nulla; se legge, non capisce niente; se capisce qualcosa, lo dimentica all’istante».
Biblioteca del XXI secolo contiene The World as Holocaust: un brillante saggio che esplora il concetto di «creazione attraverso la distruzione» richiamato dal titolo, inteso non come la teoria del catastrofismo di Cuvier, bensì come catastrofi su scala cosmica. Qui Lem si interroga sul nostro posto in quel «deserto silenzioso» che è l’universo, sulla ricerca di vita extraterrestre, sull’origine del cosmo, sulla composizione chimica degli astri e persino sull’ipotesi del Multiverso (scrive Lem: «La teoria del Big Bang è salvata dall’ipotesi che, nel corso dell’esplosione creatrice, sia stata generata nello stesso momento un’enorme quantità di Universi. Il nostro Cosmo fu solo uno dei tanti. La teoria che mette d’accordo l’omogeneità dell’attuale Cosmo con l’impossibile omogeneità della sua espansione, attraverso l’idea che il Cosmo primordiale non costituisse un universo ma un multiverso, è stata enunciata nel 1982»), già anticipata nella sua Grandezza immaginaria (1972), in cui troviamo La nuova cosmogonia, un ipotetico discorso tenuto in occasione del conferimento di un premio Nobel, con riflessioni sul paradosso di Fermi e sulla visione del «Cosmo come Gioco».
Leggere Lem significa abbandonarsi al vero piacere della lettura; lasciarsi condurre per mano da un’immaginazione inesauribile, tra galassie senza confini e territori ancora da esplorare. La sua ironia pungente, il suo personale senso dell’umorismo, i suoi neologismi elaborati, la maestria con cui è capace di creare situazioni iperbolicamente paradossali, il suo dotto enciclopedismo scientifico, sono solo alcuni aspetti della sua opera e fanno di Stanisław Lem una delle voci più originali del panorama letterario del Novecento – un uomo che ha visto il futuro.
Stanislaw Lem (Leopoli, Polonia, oggi Ucraina, 1921 – Cracovia 2006). È autore di indimenticabili romanzi di fantascienza quali La nube di Magellano (1955) e Eden (1959). Dal suo libro più celebre, Solaris (1961), nel 1972 il regista russo Andrej Tarkovskij realizzò un film, premiato a Cannes, che portò alla popolarità Lem in Europa e in tutto l’Occidente. Le opere di Lem sono tradotte in oltre 40 lingue.
Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mondadori.
Elena Bartone, calabrese d’origine, da tanti anni trasferitasi in Piemonte, dove insegna Lettere alla scuola media di Bra, è presente da diversi lustri nel campo della letteratura, soprattutto (ma non solo) come poetessa. Si è riconosciuta dapprima nell’ermetismo, al pari di tanti poeti d’ispirazione religiosa, come lo stesso David Maria Turoldo, nella lettura critica che ne ha fatto Andrea Zanzotto. La ragione per cui diversi poeti religiosi sono partiti dall’ermetismo risiede, probabilmente, nel fatto che, specialmente in Ungaretti, la poesia ermetica è incentrata sul «mistero»: «M’illumino / d’immenso». Ma, come ha giustamente osservato Cesare Pavese in un suo scritto sulle Due poetiche (quella ermetica, per l’appunto, e quella neorealista, alla quale lo scrittore langarolo aderisce, seppur con una propria originalità), il poeta ermetico si ferma a questo «mistero», si bea di esso e del proprio «stupore» di fronte ad esso, e non va oltre. E’ chiaro che poeti come David Maria Turoldo che vogliono superare questa “soglia”, addentrarsi nel labirinto dell’ «io» e del mondo, per «ridurlo a chiarezza» (per usare un’altra espressione pavesiana), sono destinati a rimanere insoddisfatti dell’ermetismo e ad approdare ad altri lidi.
Lo stesso è successo ad Elena Bartone, che è approdata con gli anni a forme di spiritualità più consapevole, animata dall’ansia di conoscere la propria interiorità e l’universo in tutte le sue componenti: umane, animali, vegetali. Così si spiega il suo «francescanesimo» attuale, che ha trovato sinora concretizzazione in tre raccolte: Francesco, nel silenzio (LietoColle, Faloppio, 2015); Apostrofi di gioie sovrumane (La Vita Felice, Milano, 2020); Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (Messaggero di Sant’Antonio Editrice, Padova, 2021). Il cammino della poetessa è ancora incompiuto e i prossimi anni ci diranno quali saranno gli ulteriori sviluppi in termini di poetica e di estetica, ma anche di formazione umana.
Questo «francescanesimo» della Bartone, intanto, va studiato a fondo, perché ha dei tratti originali non solo sul piano strettamente poetico, ma anche, diremmo, speculativo, rappresentando uno sviluppo e un approfondimento del pensiero e dell’opera di san Francesco, che possono essere (e sono stati) interpretati in vari modi nel tempo, sotto l’influenza anche del contesto, anzi dei «contesti» (storico-politico, economico-sociale, ideologico, culturale, letterario), nell’ambito dei quali ogni opera viene concepita. Un percorso, quello della Bartone, che, lo ripetiamo, è originale, ma non solitario, in quanto il cammino della poetessa s’intreccia con quello della Chiesa attuale, sotto la guida e l’impulso di papa Bergoglio, che ha scoperto, per l’appunto, nuovi significati e nuove dimensioni nell’ambito del «francescanesimo», legati al momento storico attuale, al quale pure egli ha voluto richiamarsi sin dalla scelta del proprio nome di pontefice.
L’opera di san Francesco d’Assisi, che trova degna concretizzazione nel Cantico delle creature (1225), paradossalmente va incontro, nel tempo in cui i suoi versi furono concepiti, come ha opportunamente evidenziato Giuliano Procacci (Storia degli italiani), alla sensibilità della nuova classe borghese che inizia ad affermarsi e che trova utile identificarsi con una religiosità che, riconoscendo il Creatore nelle cose da lui create (il Sole, la Luna, l’universo nella sua interezza), non richiede nessuno sforzo speculativo, presenta elementi di “praticità” e di semplificazione, ponendosi, inoltre, in linea di continuità con il paganesimo dei secoli precedenti.
La religiosità di Francesco d’Assisi è, d’altra parte, diversa rispetto a quella che è maturata, nell’Alto Medioevo, nei conventi, nelle abazie, e che è sfociata poi nel tomismo, vale a dire nel tentativo di dimostrare la fede per via razionale, e, per altri aspetti, si distingue da quella di Jacopone da Todi, dei movimenti ereticali, che non è fondata sul carattere gioioso della vita, bensì sull’individuazione della sua dimensione tragica, sulla denuncia della corruzione che investe pure la Chiesa e che impone un ritorno alla purezza primigenia, che non può avvenire, però, in maniera indolore.
Ma l’opera di san Francesco, nella sua “prismaticità”, che si accompagna alla semplicità, è ancora altro. Ha una sua componente “rivoluzionaria”. Nella rappresentazione che ne danno Dario Fo e Roberto Roversi, Francesco non si limita a far voto di umiltà e di povertà, ma vuole comunicare questo suo modello di vita anche agli altri, affinché ne facciano tesoro. Perciò improvvisa uno spogliarello in una piazza di mercato, per richiamare l’attenzione di un popolo distratto, che, intento agli affari, non ascolta neanche la sua parola e il suo messaggio.
Da tutta questa “poliedricità” si possono trarre significati diversi, persino di segno opposto. Papa Bergoglio, sin dall’inizio del suo pontificato, ha offerto un’interpretazione di san Francesco che, se non è “rivoluzionaria”, è senz’altro innovativa, presentandoci il «santo poverello» sì intento alla contemplazione del creato e delle sue bellezze, ma non rinchiuso, per questo, nello spirito contemplativo, né meramente speculativo, bensì proiettato, con la ricchezza spirituale accumulata attraverso la contemplazione, il silenzio, l’introspezione, verso il mondo esterno, verso gli uomini, per trasmettere ad essi la lezione di vita da lui stesso appresa per mezzo dell’osservazione e della meditazione. Così papa Francesco è stato particolarmente attento alle tematiche ecologiche e, in generale, all’ “esserci nel mondo” di ogni individuo e della collettività umana, alla dimensione etica che deve caratterizzare l’agire del singolo e della comunità, perché «nessuno si salva da solo», in un momento storico nel quale la razza umana rischia l’estinzione, a causa della sua azione distruttiva protratta nei millenni. Tanti insegnamenti possono venire dalle parole di papa Francesco a tutti noi, credenti e non credenti, ed è stato proprio lui a superare questa distinzione, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà, cancellando steccati ideologici e pregiudizi anch’essi prolungati nei secoli.
Elena Bartone ha fatto tesoro, nella sua vita e nella sua opera, di questi insegnamenti e di questa interpretazione originale del messaggio di san Francesco. Nelle poesie della sua «trilogia» parte dal creato, dai suoi monti calabresi, da luoghi simbolo come il Sacro Monte di Orta, la chiesa dei Battuti Neri, la chiesetta delle Clarisse, a Bra, che corrispondono al monte Ventoso del Petrarca, il quale racconta in una delle sue Familiares, di aver scalato questa altura della Valchiusa, in Provenza, assieme al fratello Gherardo, per scavare nella propria interiorità, alla ricerca di se stesso, ma anche della via che, attraverso la chiarificazione interiore, porta a Dio. Leggiamo nella poesia Sui monti calabri, appartenente alla raccolta Francesco, nel silenzio:
«Sui monti calabri / era calato il silenzio. / La sera si annunciava tra gli abeti. // Cercavo una risposta ai miei perché, / alle voci che un tempo / arrivavano da lontano. // Non rincorrevo l’altrove, ma la vita / nei suoi rivoli di enigmi e sobbalzi / di felicità. // Rimescolavo le carte dei giorni, / ma i conti non tornavano. / Tanto silenzio e nulla più. // In quel silenzio tutto verde / ho sentito il futuro / camminare al mio fianco».
E, inoltre, nella poesia Bra, chiesa dei Battuti Neri:
«Da qui ho sempre innalzato / preghiere al Signore, / da qui l’anima si è spinta / fino a baciare Dio. // Qui un tremore ha scosso le membra / perché ho sfiorato l’Assoluto. // Qui è tutto silenzio. / Le labbra si muovono appena, / non si odono passi. / Qui è tutto silenzio, anche sull’altare».
E, ancora, nella poesia Bra, chiesa delle Clarisse:
«Nella chiesa le candele accese / per Francesco. / Ogni candela una preghiera, / ogni preghiera una pena. // Si prega per non impazzire, / si prega per non pensare. // Tutto accade nel silenzio, dentro. / Fuori il trambusto, il ritmo, la corsa, / la follia del vivere».
E, infine, nella poesia Orta, Sacro Monte:
«Tra le chiesette del Sacro Monte / esulta lo spirito di Francesco / come al mattino una campana ubriaca / di vita. // Neanche la pioggia fa rumore. / Ed è silenzio, meraviglioso silenzio. / Come in un film scorre la vita del Santo / scandita tra cripte e arbusti secolari. // La natura tace. Religioso silenzio. / Il creato s’inchina / di fronte a tanta pace, / dentro e fuori».
C’è il silenzio, dunque, che invita a riflettere, a cogliere il messaggio che promana dal creato, attraverso lo scavo interiore, e questo processo di chiarificazione proietta verso il Creatore, con la mediazione di Francesco. Scrive, a tal proposito, Martha Canfield nella prefazione alla raccolta Francesco, nel silenzio:
«Tra tutti i santi forse San Francesco è quello che più facilmente illumina il quotidiano e riesce ad aprire una strada che parte dalla comunione squisitamente terrena con la natura, con gli animali, con gli esseri più umili e sprovveduti e fa intravedere il cammino che porta più in là, sopra l’immediato e il tangibile, verso la comunione con l’assoluto. Il raggiungimento di questa meta finale, che nel linguaggio mistico tradizionale viene designata come “nozze mistiche”, può essere difficile e doloroso, può implicare una profonda sofferenza fisica e spirituale».
Ma dopo il silenzio c’è la parola, che si concretizza nella poesia. La riflessione silenziosa e poi la parola non proiettano la poetessa solamente verso l’alto, verso l’ultraterreno, ma anche verso il mondo terreno. Anche in ciò le è maestro san Francesco, che ha rivolto gli occhi non solo verso il cielo, ma anche verso il mondo circostante, e il suo sguardo è stato quello del povero. Da qui il titolo dell’ultimo volume della «trilogia»: Con gli occhi di un povero. San Francesco, infatti, non si è accontentato di tessere le lodi del Creatore attraverso il creato, ha rivolto il suo sguardo pietoso verso il mondo terreno, per constatare con dolore come esso è stato trasfigurato, rispetto al progetto divino, dagli uomini, con la loro azione distruttiva, che ha investito il piano materiale e quello morale. Leggiamo nella poesia Francesco piange per il creato:
«Nel terzo millennio, / da lassù dove non arrivano / sospiri della notte, / né stille di solitudine, / Francesco piange. / Il creato, l’immagine di Dio, / soffre. / Gli uomini soffocano i mari. / I boschi nella loro pena muta. / E l’aria non è più libera, / prigioniera di nascoste evanescenze. / Madre terra confusa, / attaccata da mani invisibili / in cerca di distruzione. / L’erba calpestata da passi / incerti e informi. / Gli uccelli lassù hanno perso / la direzione. / La natura non conosce festa / a primavera. / Le mammole non hanno voglia / di sognare. / Gli abeti si abbandonano al vento / stanchi. / Le allodole sfiorano i pensieri / tristi dei più soli. / Le maree si innalzano / sulle umane sventure / e il sole fa delle nuvole / la sua casa. / Da lassù solo le stelle, / nel freddo silenzio, / guardano attonite».
E qui la lezione di san Francesco si trasfonde in quella di papa Francesco, della quale Elena Bartone fa ampiamente tesoro. Bergoglio ha ripetutamente denunciato l’emergenza ecologica, la corruzione morale, che investe anche settori della Chiesa, la carica distruttiva e belluina dell’uomo che dirompe nelle guerre, le disuguaglianze sociali sempre più marcate tra ricchi e poveri. Elena Bartone fa eco alle parole del Santo Padre, al suo messaggio, veicolo di un «nuovo francescanesimo», che è, nel contempo, antico. Condanna la guerra nella poesia Se la pace tace:
«Nel chiostro tutto è fermo: / la siepe che invita alla gioia, / l’alloro, la statua di Cristo. / Solo il vento scompiglia le foglie. / Una rosa gialla mi riporta a Te, / alla nuvolaglia della Tua santità, / al Tuo grido, se la pace tace, / se gli animi si perdono / nel tumulto di guerre tra fratelli».
Oggi in Italia il più lucido analista della società capitalistica matura è Franco Ferrarotti, padre rifondatore della Sociologia italiana nell’immediato secondo dopoguerra (il fascismo l’aveva quasi abolita: se non ci sono più problemi sociali, perché il regime li ha risolti tutti, non ha senso la disciplina che intende studiarli). Ultranovantenne, ci invita continuamente con i suoi scritti a recuperare la dimensione del passato, di quando si camminava «a passo d’uomo e di cavallo» (questo il titolo di uno dei suoi preziosi volumi, che escono a ritmo vertiginoso, colmando un grande vuoto intellettuale e morale), il «mondo della penuria», nei suoi aspetti e insegnamenti positivi, accanto a quelli negativi, che imponeva la misura, la moderazione, la riflessione su come risparmiare le energie e su come autolimitarsi. E oggi occorre, appunto, autolimitarsi, superare, con un salto all’indietro, la «società irretita» di sviluppo senza progresso, riscoprendo un «nuovo umanesimo», che è, nel contempo, antico (Dalla società irretita al nuovo umanesimo è, per l’appunto, il titolo di un recente volume di Ferrarotti), fondato sull’umiltà, su una visione pauperistica della vita, sulla riscoperta dell’uomo e sulla rideterminazione della tecnologia come mezzo, non come fine. Di tutti questi valori, rilanciati da Ferrarotti, è partecipe Elena Bartone, con il suo «nuovo francescanesimo», in linea con quello di Bergoglio. La poesia I poveri costituisce, in tal senso, un manifesto programmatico:
«I poveri non conoscono cattiveria, / amano il vento e le pietre, / innalzano una preghiera al Signore / nella sera. / Un tremolio di sofferenza / percorre le membra / e poi si abbandonano al canto / della solitudine. / Inciampano lungo il percorso / dell’esistere, poi si rialzano / perché Dio cammina accanto. / Non amano la perfezione, le certezze; / ascoltano il linguaggio muto / delle cose. / Oggi come ieri, / si stringono al cordone / della povertà / e ascoltano la voce di rintocchi / d’altrove. / Piangono se le logiche del mondo / sferzano colpi / alla loro essenza / di aurore rarefatte / o se la vita sanguina / nostalgie d’altri giorni. / Il volo di una farfalla / una carezza di Francesco / nei mattini trionfanti di solarità».
Quella della Bartone potrebbe sembrare una visione conservatrice, retrograda, ma non lo è: Gramsci ci ha insegnato che il passato è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione. E’ necessario, allora, cancellare l’egoismo, l’edonismo, il culto della ricchezza e della proprietà individuale e familiare (o di casta), fine a se stessa, consentire una vita più dignitosa a tutti, il minimo indispensabile per vivere, riacquistare il senso della misura, della moderazione, dell’autolimitazione, il rispetto per i propri simili e per l’ambiente, nelle sue varie componenti (umane, animali, vegetali), la dimensione preziosa della riflessione pacata e della lentezza, nel pensare e nell’agire, contro la corsa forsennata verso non si sa che cosa. Sono questi i caratteri del «nuovo umanesimo», di cui parla Franco Ferrarotti, e del «nuovo francescanesimo» di papa Bergoglio, che trova concretizzazione nell’opera poetica di Elena Bartone, che guarda indietro al passato per andare avanti, nel presente e nel futuro.
Carmine Chiodo, nella sua Prefazione ad Apostrofi di gioie sovrumane, con la consueta acutezza ed acribia filologica, ha giustamente evidenziato anche le caratteristiche stilistiche e linguistiche di queste poesie di Elena Bartone, sottolineando la capacità dell’autrice di usare ritmi diversi e forme estetiche sempre rinnovate per rappresentare gli stessi momenti spirituali, naturali e umani. Egli conclude, e noi con lui:
«Ciò che ancora colpisce dell’originale poesia della nostra poetessa è la variabilità ritmica che dice sempre la natura, lo stato dell’io poetante, che alimenta una poesia per accompagnare poi i vari istanti dell’essere dell’autrice e la sua presenza nella realtà, nelle cose. Poesia di alto sentire e delicatezza linguistica eccezionale».
ElenaBartone, calabrese di origini, vive in Piemonte, dove insegna lettere. Laureata in giurisprudenza e in lettere, ha al suo attivo dieci opere di poesia e la partecipazione a molti premi. Due volte vincitrice del Premio Cesare Pavese. Le sue poesie compaiono in molte antologie e riviste. Il suo primo libro su san Francesco d’Assisi (Francesco, nel silenzio, Falloppio 2015) è stato tradotto in spagnolo.
Segretissimo Mondadori bandisce il premio Stefano Di Marino, edizione 2022, per il miglior racconto italiano inedito di spy story.
Caratteristiche del premio:
1. Il premio è aperto a tutti.
2. Sono ammesse solo opere in lingua italiana, inedite, mai pubblicate neanche parzialmente (nemmeno sul web), di lunghezza compresa fra le 10 e le 30 cartelle dattiloscritte (di 2.000 battute ciascuna, spazi vuoti compresi).
3. Si può partecipare con un solo elaborato.
4. I racconti dovranno essere inviati via mail all’indirizzo segretissimo@mondadori.it entro e non oltre il 15 gennaio 2022.
5. Le opere dovranno essere corredate di titolo, nome dell’autore, numero di telefono e indirizzo e-mail.
6. Sarà cura della redazione comunicare a tutti i partecipanti, esclusivamente via e-mail, i nomi dei finalisti al Premio, che saranno anche pubblicati sul blog di Segretissimo Mondadori http://www.segretissimomondadori.it
7. Non verranno forniti giudizi, commenti o ulteriori informazioni sulle opere in concorso.
8. Una giuria composta da scrittori ed editor professionisti esaminerà i racconti finalisti e deciderà, a suo insindacabile giudizio, il vincitore assoluto.
9. Il racconto vincitore verrà pubblicato su un fascicolo di Segretissimo, in appendice al romanzo vincitore del premio Altieri per il miglior romanzo inedito di spy story.
La storia di “Ruby Bridges è entrata a scuola” è stata scritta da Elisa Puricelli Guerra. La storia, edita da Einaudi Ragazzi, è ambientata nella New Orleans di oggi, dove c’è l’arresto di una giovane afroamericana accusata ingiustamente di aver causato un incendio nella scuola che frequenta. Il fatto evidenzia come, nonostante siano passati anni e decenni e siano state fatte tante battaglie e sacrifici per i diritti civili, purtroppo il razzismo è ancora presente e la tanto ricercata integrazione ha subito una battuta di arresto e un vero e proprio passo indietro. Ne sanno qualcosa Billie e Eric, due compagni di scuola dell’amica arrestata. Lei afroamericana, lui bianco, dopo una zuffa si troveranno a lavorare assieme per una ricerca. Tema: la storia di Ruby Bridges. In una prima fase della ricerca i due ragazzi lavoreranno separatamente, o meglio, Eric cercherà tutto il materiale utile su Ruby Bridges, poi lo porterà a Billie che avrà il compito di scrivere la storia della ragazzina, visto che lei ci sa davvero fare con la penna. Giorno dopo giorno però, la storia della piccola Ruby, la sua battaglia nell’America degli anni ’60 del secolo scorso per poter andare a scuola come tutti gli altri e con tutti gli altri bambini e il non essere più esclusa per il colore della pelle, porteranno i due adolescente ad avvicinarsi sempre di più. Billie e Eric scopriranno non solo di essere convinti che non è stata la compagna di scuola ad appiccare l’incendio, ma lavoreranno assieme per trovare le prove per scagionarla. I due protagonisti adolescenti sono diversi tra loro, ma allo stesso tempo scoprono di essere simili, perché tormentati nel loro giovane animo da una serie di ingiustizie a cui assistono, che subiscono e alle quali non riescono a trovare strumenti adatti per rispondere. Sarà proprio il lavorare gomito a gomito e il conoscersi, a permettere a Billie e a Eric di comprendere che lottare per il bene e per qualcosa in cui si crede è faticoso, provoca dolori e ammaccature, ma la tenacia e il fare insieme permettono di raggiungere buoni risultati e importanti traguardi. “Ruby Bridges è entrata a scuola” di Elisa Puricelli Guerra è un romanzo dal ritmo incalzante dove, tra passato e presente, si trattano temi ancora attuali come la discriminazione, la paura del diverso e l’odio razziale purtroppo ancora troppo radicati nelle nostre società. Accanto ed essi c’è il coraggio del quale serve dotarsi per portare avanti una vera e propria lotta per l’emancipazione umana che restituisca la dignità e la libertà alle persone.
Elisa Puricelli Guerra è nata a Milano nel 1970. Lettrice insaziabile, dal 1998 si dedica alla letteratura per ragazzi come autrice, editor e traduttrice. Ha pubblicato diversi romanzi che spesso hanno per protagonisti brillanti ragazze e ragazzi dai capelli rossi. Tra i riconoscimenti ottenuti, nel 2013 ha vinto il «Premio Bancarellino» e il «Premio Castello di Sanguinetto» con il libro “Cuori di carta”. Per Einaudi ragazzi ha scritto anche “Ruby Bridges è entrata a scuola”. Ha inoltre scritto molti libri per le collane «Classicini», «Grandissimi» e «Che storia!».
Source: del recensore. Grazie a Anna De Giovanni e all’ufficio stampa di Einaudi Ragazzi.
Kappalab continua a proporre libri che hanno in qualche modo a che fare con l’animazione giapponese, ripresentando dopo alcuni anni il romanzo La città incantata di Sachiko Kashibawa, già noto come Il meraviglioso paese oltre la nebbia, in una nuova edizione.
Come suggerisce il titolo, il libro ha ispirato il maestro Hayao Miyazaki per l’omonimo film d’animazione, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino e del Premio Oscar quale miglior film di animazione, capace di sdoganare definitivamente gli anime a livello mondiale come storie interessanti e di grande valore.
Fiaba, urban fantasy, storia su dimensioni parallele, La città incantata racconta il difficile momento in cui da bambini si scopre il mondo al di fuori dall’ambiente familiare, senza la mediazione di genitori e nonni, che sia la scuola, che sia un viaggio interiore o esteriore che si compie. Paragonato da alcuni a classici come Il mago di Oz e Alice nel paese delle meraviglie, La città incantata si rifà anche molto alle fiabe e alle leggende giapponesi, mescolando mondi e universi.
Il libro racconta la vicenda di Chihiro, che si perde in un paese all’apparenza normale, ma popolato da strani personaggi e avvolto in un’atmosfera misteriosa e irreale, dove deve imparare a vivere senza l’aiuto dei genitori, lavorando nella pensione di una misteriosa vecchia, forse strega.
Un racconto di crescita e formazione adatto ad ogni età, testimonianza di una letteratura interessante e in fondo poco nota se non nei suoi rapporti appunto con manga e anime come è quella per ragazzi e di genere fantastico presente nel Paese del Sol levante.
Tra le letture che si incontrano a scuola, di solito non particolarmente amate, c’è l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, con le folli avventure del paladino di Carlo Magno che perde la testa per la bellissima Angelica.
In realtà, questo e altri poemi sono gli antenati di storie modernissime, come quelle del genere fantasy e non solo, e non è un caso che negli anni critici e romanzieri si siano cimentati con loro, con toni diversi, a raccontare la loro modernità e attualità.
Il giornalista Vittorio Macioce presenta per la collana Stanze della Salani il risultato di un suo studio, tra critica e romanzesca, dell’Orlando furioso, partendo dai personaggi femminili, in particolare dalla protagonista, con Dice Angelica.
A scuola abbiamo letto tutti la sua storia, la bella per eccellenza Angelica, donna per cui i paladini di mezzo mondo impazziscono, si sfidano in duelli e battaglie, pur di averle. A differenza della guerriera Bradamente, per molti già da tempo un’antenata delle iconiche super eroine e combattenti dell’immaginario di oggi, Angelica esotica, insidiosa, motore di ogni brama, è vista come una preda o un trofeo che attende di essere conquistato. Ma nessuno si è mai chiesto se era d’accordo, se le piaceva il paladino della cristianità Orlando, se non trovasse ridicoli tutti questi maschi alpha che si sfidavano per loro.
Vittorio Macioce si è fatto tutte queste domande e per la prima volta dà voce a questa creatura tanto celebrata quanto misteriosa. Angelica è in fondo una ragazza normale, moderna, con le stesse emozioni che hanno le appartenenti all’altra metà del cielo oggi, sentirsi viva e trovare un posto nel mondo. Nello stesso tempo non ama certo essere continuamente un oggetto sessuale per gli uomini e soffre di dover interpretare un ruolo cucito addosso da altri.
L’autore racconta con gli occhi di oggi tutto ciò che la storia della letteratura ha trascurato di Angelica e delle pulsioni che la animano, facendo riscoprire una vicenda densa di riferimenti alla cultura pop contemporanea di cui è stata in fondo l’antenata, dai videogiochi al fantasy, dagli spaghetti western ai fumetti. Una vicenda dove, tra l’altro, si è parlato di un argomento attuale e scomodo come le ossessioni amorose e i guai che queste provocano ai diretti interessati e a chi sta loro vicino.
Vittorio Macioce ha lavorato su questo libro per molto tempo, confrontando i poemi cavallereschi con le tracce che sono arrivate fino ad oggi, e restituisce interesse ad un personaggio come Angelica, per molto tempo sottovalutato e visto come irritante e poco incisivo, rispetto alle più intriganti e per certi versi moderne Alcina e Bradamante.
Come fa dire l’autore alla sua ritrovata Angelica è questo: Ero solo una ragazza che cercava la strada più breve per raggiungere il centro del mondo. Quando ci sono arrivata, lo confesso, mi sono persa. Quello che non mi hanno mai perdonato è di averli sorpresi. Sono stata inseguita da personaggi che hanno generato stirpi di eroi. I loro figli e i figli dei figli sono ancora in giro, magari con maschere e nomi diversi, ma con lo stesso stampo. Molti neppure lo sanno. A tutti ho concesso qualcosa, spesso una speranza. Non me ne vergogno. Sono uscita di scena per amore, perché un ragazzo mi ha stretto la mano, con la stessa forza con cui ci si attacca alla vita.
Vittorio Macioce, caporedattore ed editorialista del Giornale, è da anni una delle migliori penne del giornalismo culturale italiano. Tra le altre cose è il fondatore e il direttore artistico del Festival delle Storie nella Valle di Comino. Questo è il suo esordio nella narrativa.
Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.
Oltre che penetrante critico letterario, Antonio Catalfamo si mostra anche un dotato e significativo poeta. Dico subito che critica e poesia sono fortemente intrecciate, nel senso che i sentimenti, le vedute, le convinzioni storico-politiche e sociali che stanno alla base della sua esegesi letteraria li troviamo pure ben espressi in poesia. Ciò significa che Catalfamo bada a mettere in evidenza e a sottolineare i valori umani, la libertà, la dignità della persona umana e quindi dichiara guerra alle angherie, alle prevaricazioni, ai soprusi, tutte cose che offendono la libertà. Son questi valori, cari a Catalfamo, che lievitano nella sua scrittura critica e poetica. Quindi le sue, partendo da queste premesse, non sono poesie di maniera, o di scuola, non obbediscono alle mode o a movimenti poetici d’avanguardia, ma sono impregnate di quelli che sono – lo ripeto – i sentimenti umani, i valori di uguaglianza e di libertà: insomma la «rivolta», per richiamare la parola che compare nel titolo della splendida silloge che sto esaminando (La rivolta dei demoni ballerini, Pendragon, Bologna, 2021, euro 14), verso ogni forma di dittatura e di oppressione umana.
Catalfamo viene ed è stato educato da una famiglia che ha portato sempre avanti quei valori, quella rivolta contro la dittatura ed egli, memore di ciò, la prosegue ora anche in poesia con questa altra silloge ben analizzata da Wafaa A. Raouf El Beih e Alfredo Antonaros che ne mettono in evidenza tutto il significato e l’importanza. In sostanza le loro osservazioni ci aiutano a capire più a fondo le motivazioni che hanno spinto il poeta a scrivere questi versi, come pure, specie nella prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih, si mostra la formazione poetica di Catalfamo e il suo evolversi nel corso del tempo.
Il Nostro appartiene a un clima culturale, politico, che è impregnato di idee gramsciane e antifasciste, ereditate – lo dicevo prima – dai nonni, dal padre, insegnante di lettere e immerso nella lotta contro ogni forma di fascismo e di sistemi che si basano su soprusi e vessazioni. Fin da ragazzo Antonio Catalfamo ha coltivato la poesia, e non solo, e al riguardo leggo nelle pagine della Prefazione che egli si è
«accostato molto presto alla poesia. Già quando frequentava le elementari e, d’estate, passava le vacanze nel paese d’origine del padre, aveva appreso da un giovane amico manovale che le poesie, non solo possono essere lette nei libri di scuola, ma ognuno può anche scriverle».
Questo amico operaio aveva composto delle poesie scritte su un grosso quaderno che teneva sotto il materasso, e tirò fuori questo quaderno e lesse all’allora giovanissimo Antonio una poesia che parlava di una ragazza vietnamita violentata da un soldato americano, e tal poesia suggestionò molto Catalfamo che da quel momento in avanti cominciò anch’egli a scrivere poesie, diverse da quelle di altri poeti anche noti, poesie che parlavano e parlano di problemi veri, passati e presenti, e son problemi che riguardano gli uomini oppressi, sfruttati, offesi da ingiustizie e sistemi politici che si basano sulla forza e sulla violenza. Per essi compone versi Catalfamo ed è qui che il poeta parla chiaro e ha il coraggio, come è già stato felicemente osservato, di dire la verità, di mostrare, di additare «l’esistenza» di idee e movimenti comunisti che, nel contempo, sono riaffermati e fatti rivivere richiamando uomini e idee che si sono manifestate nella vita sociale passata ed hanno visto protagonisti, come in Sicilia, i familiari del poeta. Riaffermare quelle idee come «un fiume che scorre da Ora al Futuro», come ha scritto Jack Hirschman a proposito dei versi del Nostro.
Poesia come conoscenza e denuncia, dunque; poesia come lotta a far primeggiare gli autentici valori umani e non le ingiustizie e le disuguaglianze; poesia come lotta per conquistare quei valori, quella libertà che le forze brutali di un potere efferato cercano di reprimere. Quindi queste poesie di Catalfamo dovrebbero essere lette e meditate dalle nuove generazioni. Catalfamo è poeta di sostanza e non di masturbazioni cervellotiche e sentimentali, va dritto al problema, parla chiaro e senza peli sulla lingua, e talvolta la sua poesia assume cadenze narrative per esprimere aspetti biografici o legati alla sua famiglia e alla storia sociale dell’ambiente siciliano in cui è vissuto:
«Mio padre / appollaiato su un albero / studiava i classici, / penetrava il mito greco […]. / Sognava una nuova grecità: / i pastori con i greggi / e i campanacci invadevano / le stanze del potere, / imponevano il comunismo, / che ci rende tutti uguali. / Fondò l’Alleanza contadini / in una vecchia stalla, / il fieno ammucchiato alle pareti, / ritirò concimi a prezzi modici, / istruì pratiche per i trattori Brumi» (Simbologia della vigna). E ancora il padre che faceva comizi, «parlava / dal balcone / a una piazza vuota, / i braccianti ascoltavano / rinchiusi nelle loro tane, / animali braccati / dai campieri mafiosi / e dai loro padroni, / che non sapevano / quanto terra avessero» (Il comunismo e mio padre).
Da questi versi che fin qui ho citato si evince chiaramente il tenore e lo spessore della poesia di Catalfano che si serve di essa, come si legge chiaramente nel componimento dal titolo La mia poesia, per raccontare la
«vita degli umili / a dire sgrì, / come Santo Cali / a dire mmé, / a usare il linguaggio universale / di uomini, piante, animali, / a ritornare al naturale di Ruzzante. / Non mi interessano i versi barocchi / del poeta-puttaniere / che ruba amore mercenario / nella città dello Stretto, / dominata dalla follia, / dal tanfo di salamoia / nei barili del porto».
In fondo questo testo è una dichiarazione di poetica, è una presentazione di se stesso come poeta e nello stesso tempo prende le distanze dai poeti renitenti, da quelli esoterici. A guardar bene nella silloge è presente l’Italia del dopo-guerra ma pure – come detto – la famiglia del poeta, ma son presenti pure i pastori del suo paese che non sanno né leggere né scrivere, i quali «nella loro lotta contro il fascismo ecclesiastico e la mafia, hanno imparato dal miglior maestro – la lotta stessa -cos’è il comunismo» (Jack Hirschman). Certamente ci troviamo davanti a una silloge molto complessa nei motivi e tematiche, ma omogenea, compatta, che riflette quelle che sono le convinzioni culturali, politiche, esistenziali del poeta che esterna il suo sentire in modi diretti e comprensibili da tutti. C’è «l’eterno carnevale della storia» (Il comunismo e mio padre), per esempio. Ancora si parla di uomini, donne, ragazze, di gente che il poeta ha incontrato o di cui ha sentito parlare ed ora sono richiamati attraverso versi sempre fortemente comunicativi e naturali (la naturalezza, secondo me, è uno dei principali pregi di questa silloge, e al riguardo cito i versi seguenti:
«Ritorna nei miei ricordi / Maria Grazia chimera, / ragazza di Udine. / […] / Novella Saffo, / coltivi in silenzio / passioni inconfessabili» (Novella Saffo); «Tu mi chiedi / il significato delle parole, / io ti rispondo, con Eduardo, / che le parole sono colorate. / Le parole nere, / che preannunciano / guerre e lutti» e poi le parole «viola», le parole «rosse» e queste son quelle amate da Catalfamo e non quelle «grigie», per fare un altro esempio, «dei burocrati / dalle rinomate scartoffie, / che stancano l’uomo comune» (Le parole).
Ma chi sono questi «demoni ballerini»? Ecco la risposta: i pastori-contadini siciliani che lavoravano i feudi «dei padroni forestieri» ed erano schiavizzati. Ma il
«sangue di Euno / ribolliva nelle loro vene, / provocando la rivolta degli schiavi: / come demoni ballerini, / leggeri nella danza, / vennero in paese, / viaggiando di notte. / Aprirono la Camera del Lavoro» (La rivolta dei demoni ballerini).
Questi demoni hanno dei nomi qui evocati: Peppe Trelire, «il più feroce»; Don Mariano e Peppe Lasagna: essi poi diventarono satiri e andarono all’assalto delle «centrali del potere». Catalfamo richiama un mondo, quello contadino, che non c’è più, ma che ha avuto grande importanza, che ha segnato la storia di un’epoca e di cui c’è abbondante traccia in queste poesie varie nei toni, ora ironici, ora fortemente satirici, ora narrativi, che racchiudono fatti, avvenimenti e personaggi, atmosfere, miti di un tempo trascorso, quello contadino, e del suo riscatto dalla schiavitù padronale. Però nella poesia, in questa poesia c’è non solo questo ma dell’altro: la società attuale, il tempo presente, la pandemia, e altro ancora, e il tutto viene sempre espresso con un linguaggio molto intenso e chiaro. Eccolo ora il poeta operato di cataratta «con sistemi ultramoderni», ma nell’ospedale manca qualcosa:
«L’affetto materno / di Varvàra Alexandrovna, / le sue cure amorevoli», per cui ci si sente un numero (e si viene chiamati per numero, appunto), e si corre da una stanza all’altra, ma – aggiunge Catalfamo – «io non sono Quasimodo / e questa non è / una società comunista, / in cui tre parole / hanno lo stesso peso: / madre, / pane, / compagno» (Operazione).
Ciò che più conta è che Antonio Catalfamo compone versi che racchiudono vita vissuta e salde convinzioni e sono scritti con vero cuore e sentimenti :
«I ruffiani si nascondono ovunque, / si mimetizzano per le strade / come alberi, / piante ornamentali, / oggetti banali» (Ruffiani); «Riattiveremo / onde gravitazionali / che consacrano i templi, / tramandano le civiltà, / fino a quando ci saranno / cuori puri ed onesti / e non prevarranno / per sempre / lo spirito belluino / e il fascismo» (Poesia biologica).
E da un cuore puro e onesto sortisce questa poesia:
«Solo la poesia può lenire / i dolori della vita, / rendere eterna, madre mia, / la tua memoria / per chi ti conobbe / negli anni migliori, / quando, regina della parola, / dispensavi a tutti / conforto e speranza / nel mondo vile e infernale» (Petrarchesca); «Figlio dell’amore / e del dolore, / piccolo amico, / io ti conosco / attraverso le parole / di tua madre, / che non possono mentire. / Tu leggi le fiabe di Rodari / e, forse, impari / che il mondo è ingiusto / e tocca a noi / difendere i più deboli, / anche se sempre ci deludono» (Martiniano).
Per terminare queste mie considerazioni sulla poesia di Catalfamo dico che egli, lettore anche di Giordano Bruno, è un poeta di sostanza, di pensiero e che si affida a una poesia naturale ed efficace per dire la sua presenza nella società, nel metterne a fuoco le storture, i pseudo valori e le magagne del potere. La sua poesia è specchio della sua personalità di uomo tutto di un pezzo, come suol dirsi, di pertinace difensore dei valori umani e della giustizia sociale, cantore dell’ «umanesimo comunista».
Antonio Catalfamo è nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1962. È abilitato all’insegnamento come Professore Associato di Letteratura italiana e Letteratura italiana contemporanea nelle Università. Tiene lezioni di Letteratura italiana per via telematica a beneficio degli studenti della Sichuan International Studies University (Cina). È coordinatore dell’“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, che ha sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), per conto del quale ha curato sinora venti volumi di saggi internazionali di critica pavesiana. Ha pubblicato diversi volumi di poesie: Il solco della vita (1989); Origini (1991); Passato e presente (1993); L’eterno cammino (1995); Diario pavesiano (1999); Le gialle colline e il mare (2004); Frammenti di memoria (2009); Variazioni sulla rosa (2014).
“Pesca al cantautore in Emilia e altre storie in vinile” di Roberto Barbolini, edito da Oligo, è un romanzo corale, dove l’ironia è una delle componenti costanti per tratteggiare quella che è l’immagine di una generazione di giovani amanti della musica e alla ricerca del loro posto nel mondo, anche se, a volte, questo percorso è molto più complesso di quello che sembra. Ne abbiamo parlato con l’autore Roberto Barbolini.
Come è nata l’idea del libro “Pesca al cantautore in Emilia”? Direi che è nata per stratificazioni geologiche, con un nucleo di base legato a due aneddoti che mi portavo dietro fin dall’adolescenza: una gara di veglia che si tenne davvero nella mia città d’origine, Modena, verso la metà degli anni Sessanta, e l’avventura altrettanto autentica d’un mio vecchio amico, al quale capitò davvero di pescare un cantautore (e il suo motoscafo) nelle Valli di Comacchio. O almeno così raccontava. Attorno a queste due storie principali si agglutinano lasse narrative più brevi, fino al nanoracconto, in un arco temporale che dall’epoca dei Beatles e dei Rolling Stones arriva a oggi. I personaggi appartengono a una «generazione di sconvolti/ che non ha più santi né eroi», per dirla con Vasco Rossi, perduti fra le nebbie della provincia e la globalizzazione incipiente. Che vedono i loro idoli musicali andare via via all’altro mondo, oppure trasformarsi in innocui feticci.
Quanto per i personaggi protagonisti è importante la musica? Da zero a dieci, sicuramente dieci. È la generazione della musica ribelle, «che ti entra nelle ossa/ che ti entra nella pelle», come cantava Finardi. I suoni aspri e distorti delle chitarre rock esprimono le rabbie, le frustrazioni dei protagonisti, ma anche il loro oscuro desiderio di amore e di bellezza.
Quale è il filo rosso che collega i diversi momenti della narrazione, che spaziano dal racconto breve a quello lungo? Più che un filo rosso è un intreccio di fili: la musica rock innanzitutto, non semplice colonna sonora di sottofondo ma autentico collante della narrazione, che dà impulso e ritmo alla scrittura. È un sound che affonda nell’era beata dei dischi in vinile, dai Beatles ai Nomadi, da Hendrix e Clapton agli Who, dagli Stones all’Equipe 84 e ritorno. E poi la provincia, certo, con i suoi miti e i suoi riti, i sapori e i sopori. Si tratta però di intendersi: esiste certo un torpore della provincia, una specie di Grande Sonno che t’avvolge come un liquido amniotico, tanto più temibile quanto più confortevole. Ma c’è una forma di letargo perfino più insidiosa: il provincialismo di chi crede d’essersi scrollato di dosso il “mondo piccolo” solo perché si aggiorna secondo l’ultimo grido delle mode culturali. La provincia e la moda, osservava Cesare Garboli, sono in fondo la stessa cosa. Anche se vive in una grande metropoli, chi segue pedissequamente la moda è un provinciale. In questo senso, perfino perdersi nelle Valli di Comacchio può rivelarsi un’insperata salvezza, una via di fuga dal provincialismo.
Nella sinossi il suo romanzo è definito un “libro di formazione, o di deformazione”, come convivono nel vissuto dei diversi personaggi questi due aspetti? Il romanzo di formazione o Bildungsroman (in tedesco è più altisonante) è un genere che si fa nascere con il WilhelmMeister di Goethe, e dico poco, ma ha antenati che possono risalire fino alla Telemachia nell’Odissea di Omero. Roba grossa, insomma. Perciò mi sarei sentito pomposo a definire “romanzo di formazione” il mio libro, anche se indubbiamente lo è. Ecco allora l’idea di un doppio parodico, il “romanzo di deformazione”, che sta al primo come Mr.Hyde al dottor Jekyll. Alla base c’è la mia convinzione che nelle nostre vite, anche nei momenti più autentici, all’amore e al dolore s’intrecci spesso un elemento grottesco. Per questo le passioni, i tic, i drammi esistenziali dei miei personaggi hanno quasi sempre un contrappunto ironico.
Il libro può essere visto anche come romanzo corale e specchio di una generazione? La mia è la generazione di My Generation degli Who, con quel verso: “I hope I die before I get old”, “spero di morire prima di diventare vecchio”, che per tanti protagonisti di quegli anni -da Hendrix alla Joplin, da Jim Morrison a John Lennon, allo stesso Keith Moon degli Who- sarebbe diventato una sinistra profezia. Ma è anche la generazione di Woodstock, che nei grandi raduni giovanili viveva il suo romanzo di formazione collettivo: corale, appunto. Non fu sempre un coro armonioso, né mancarono le “stecche”: se Pesca al cantautore in Emilia rispecchia quella generazione, deve somigliare a uno di quegli specchi anamorfici che si trovano nei baracconi dei Luna Park, dove le immagini si deformano, le fisionomie si alterano, le identità si confondono. Ma forse solo fraintendendoci siamo in grado di riconoscerci.
Riguardo al titolo, perché proprio “pesca al cantautore in emilia e altre storie in vinile?” Be’, qui devo dichiarare a gran voce il mio amore per la parodia, evidente già nel titolo , che richiama Pesca alla Trota in America di Richard Brautigan, un piccolo mito della generazione beatnik. Quanto al vinile, col suo richiamo vintage, potrebbe sembrare l’esca per un’operazione nostalgia quanto mai scontata (e vorrei pure vedere che fosse a prezzo pieno…). Ma guai a considerare la nostalgia un fenomeno soltanto regressivo, identificandola con il rimpianto per qualcosa di perduto. Essa è invece quella “sofferenza dell’ignoranza” di cui parla Milan Kundera nel romanzo L’ignoranza, ossia qualcosa di legato alla dimenticanza più che alla memoria: è l’oscura volontà di tornare in un luogo dove in realtà non siamo mai stati. Tale è infatti il passato, finchéé i viaggi nel tempo non saranno possibili: quando lo abitammo esso era il presente, e adesso possiamo illuderci di ricrearlo solo attraverso gli inganni e le fallacie della memoria. Chissà se quel mio amico pescò davvero un cantautore nelle Valli di Comacchio…
Roberto Barbolini (Formigine,1951) è narratore che predilige il comico, il visionario e il fantastico. Ha lavorato con Giovanni Arpino al “Giornale” di Indro Montanelli, è stato redattore e critico teatrale di “Panorama”, si è occupato di gialli e di poesia erotica. Attualmente collabora al “QN-Quotidiano nazionale” e a “Tuttolibri”. Ha pubblicato numerosi romanzi, saggi e raccolte di racconti, tra cui “La strada fantasma” (1991, vincitore del premio Dessì), “Il punteggio di Vienna” (1995), “Piccola città bastardo posto” (1998), “Stephen King contro il Gruppo 63” (1999), “Ricette di famiglia” (2011), “L’uovo di colombo”(2014), “Vampiri conosciuti di persona” (2017). Il suo libro più recente è la raccolta di racconti “Il maiale e lo sciamano”, edito nel 2020 dalla Nave di Teseo.
Source: richiesto dal recensore. Grazie all’Ufficio stampa 1A Comunicazione
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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