:: Un’intervista con Marilù Oliva a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2022 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Marilù Oliva, autrice del libro “Biancaneve nel Novecento”(Solferino Edizioni) che ha vinto la dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Marilù su Liberi di scrivere, sei la vincitrice della dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award, che negli anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni e ha fatto conoscere in Italia e all’estero sempre libri interessanti. Il mio premio è nato per questo, per dare visibilità ad autori e autrici meritevoli, per cui sono felice che tu sia qui. Già abbiamo parlato del tuo bel romanzo in una scorsa intervista, ne ricordo il link per chi è interessato, per cui questa volta certo parleremo del libro ma anche dei tuoi progetti attuali e futuri. Per prima cosa, tu che sei stata proposta allo Strega, cosa hai provato a vincere il nostro premio? Ricordo è un premio dei lettori, e sono loro gli unici a decidere il vincitore e sempre fino all’ultimo non si possono fare previsioni.

Sono stata molto felice, eravamo un bel gruppo nella rosa finale e mando un caro saluto anche ai colleghi/e in finale. Seguo il tuo blog dagli esordi e questa vittoria mi ha fatto molto piacere proprio perché è un riconoscimento “democratico”, non ci sono giurie di pochi eletti ma sono i lettori e le lettrici che decidono. Il fatto che non si possano fare previsioni lo rende ancora più avvincente.

Che accoglienza ha avuto il tuo libro dalle lettrici e dai lettori? E dalle blogger e dalla stampa?

“Biancaneve nel Novecento” è stato il mio libro più amato in assoluto, addirittura più delle “Sultane”, con cui già avevo sentito il forte abbraccio dei lettori/trici. Prima che uscisse avevo già previsto una serie di critiche su come avevo messo in luce, in narrativa, questa triste parentesi della storia delle donne nei campi di concentramento: questo è il primo romanzo scritto da un’italiana in cui se ne parla molto diffusamente, almeno così è emerso dalle mie ricerche, magari mi è sfuggito qualcosa. Invece i commenti hanno ribaltato le previsioni: non ho mai ricevuto tanto affetto, tanti messaggi di gente che si calava nei panni delle mie protagoniste (anche di Bianca). In questo senso “Biancaneve nel Novecento” mi ha insegnato che in editoria non ha senso fare troppe previsioni, perché c’è un margine di imprevedibilità che potrebbe mandare tutto all’aria ogni congettura. Ma in fondo anche questo è il suo bello.

A proposito di critiche e previsioni, c’è una critica che non ti aspettavi e hai ricevuto nel corso della tua carriera?

È successo con “L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre”, che è diventato un long seller e mi ha dato molte soddisfazioni, non solo per le vendite. Un libro andato contro tutte le previsioni: uscito in un periodo sfortunatissimo in cui l’editoria crollava (durante il primo lockdown) è stato accolto con entusiasmo, ha avuto un sacco di ristampe e resiste tutt’ora, nonostante siano passati due anni. Io ero un po’ spaventata da una eventuale reazione rigida dei classicisti, dei grecisti, insomma: mi aspettavo qualche bacchettata e invece niente. Forse perché c’è un lavoro filologico, dietro, abbastanza attento (anche da parte dell’editore Solferino). Invece le critiche che non mi aspettavo riguardano il tipo di approccio con i personaggi: mi hanno rimproverato di non aver rivisitato abbastanza queste donne epiche, di averle lasciate così come Omero le dipingeva. Ma quello era proprio il mio intento: restare il più fedele possibile ad Omero! Ed è anche il motivo per cui il libro è stato tanto adottato nelle scuole.

Immagino che “Biancaneve nel Novecento” sia anche diffuso nelle scuole e consigliato come lettura per i ragazzi se non proprio delle medie almeno dalle superiori in su. L’hai potuto presentare nelle scuole?

Certo, soprattutto nel triennio delle superiori e non solo in occasione del Giorno della Memoria, è stato una lettura accolta in generale. Per le presentazioni nelle scuole mi appoggio a un’associazione che è attivissima, Demea Eventi Culturali, che cura ogni dettaglio, dalla consegna dei libri agli incontri online. Ho incontrato studenti e studentesse sensibili, curiosi, attenti, che mi hanno rivolto domande molto interessanti, stimolando anche in me ulteriori riflessioni.

Da poco è trascorso il Giorno della Memoria, anche il tuo libro può rientrare tra le letture propedeutiche atte a conservare la memoria. Ti senti anche tu parte di questo circolo virtuoso?

Uno dei miei intenti era proprio questo, alimentare il ricordo, tenerlo vivo. Fedele alla lezione di Primo Levi, quando, nella “Shemà” introduttiva a “Se questo è un uomo”, si raccomanda di scolpirci nel cuore le sue parole, di meditare su quel che è stato. Altrimenti, sarà un disastro per tutti e lui ce lo racconta lapidariamente con la sua maledizione finale.

Proposte di traduzioni all’estero?

Proprio in questi giorni stiamo firmando con la Serbia.

Progetti attuali, di cosa ti stai occupando in questi giorni?

Mi sto preparando all’uscita imminente del mio nuovo romanzo, “L’Eneide di Didone” (Solferino). L’idea è nata da una riflessione: Come è possibile che la leggendaria Didone, personaggio straordinario, unica donna a capo di una spedizione e fondatrice di una città, si sia uccisa per Enea, un uomo che, si sapeva fin da subito, era solo di passaggio? Non mi era piaciuta la conclusione del IV libro dell’Eneide, in cui lei, ferita e rabbiosa (isterica, direbbe qualcuno che ama questo aggettivo), si uccide quasi per ripicca. Così ho ripreso l’opera di Virgilio e ho cercato di raccontarla abbastanza fedelmente variando però un particolare importante. Questa volta ho rivisitato molto il personaggio. Ma non posso anticipare altro.

Grazie Marilù, nell’augurarti il meglio per i tuoi progetti futuri, la storia di Didone mi ha sempre affascinata, ti ringrazio di questa intervista e del tempo che ci hai dedicato.

:: DEBORAH LEVY: L’UOMO CHE AVEVA VISTO TUTTO (NN editore, 2022) a cura di Fabio Orrico

4 febbraio 2022 by

Già nota ai lettori italiani grazie a Garzanti che ha tradotto A nuoto verso casa (2014) e Come l’acqua che spezza la polvere (2018), Deborah Levy è una scrittrice inglese che ama focalizzarsi su un momento decisivo, un punctum barthesiano che marchia le sue storie. Questa epifania può riferirsi semplicemente a un avvenimento o a una situazione esistenziale o, come in A nuoto verso casa, concretizzarsi in un’immagine ben precisa (una donna a mollo in una piscina, nella fattispecie) ed è il caso anche di L’uomo che aveva visto tutto, pubblicato da NN editore.

Saul Adler, il protagonista del libro, viene immortalato dalla sua fidanzata Jennifer Moreau, giovane artista, mentre attraversa la strada sulle strisce pedonali di Abbey Road, mimando quindi la famosa copertina dell’omonimo album dei Beatles. Mentre compie quest’azione viene investito da un’auto. Così si apre il romanzo di Levy ma la stessa situazione si ripete identica in apertura della seconda parte. Il primo incidente avviene nel 1988, il secondo ai giorni nostri; la palizzata d’anni che separa i due traumi contiene, di fatto, il cuore di L’uomo che aveva visto tutto. Cominciamo dal titolo, che ha un sapore fantascientifico, quasi dickiano. Saul ha visto tutto, come e perché non è bene rivelarlo per ovvie ragioni di godibilità della lettura, basti dire che il suo resoconto (il romanzo è narrato in prima persona) vive dei mille riflessi e delle schegge improvvise di un prisma o, meglio ancora, ha l’aspetto di uno specchio in frantumi. L’esercizio che Levy chiede al lettore è quello di ricomporre questi frammenti affinché Saul possa specchiarcisi e rivelare la sua esatta fisionomia.

Giovane storico, Saul si trasferisce a vivere nella Germania dell’Est immediatamente prima che crolli il muro di Berlino ed esploda un assetto geopolitico che, in qualche modo, è stato alla base della sua formazione. Figlio di un attivista del partito comunista, Saul si addentra nello studio della storia con la stessa ansia di decodifica che informa i suoi ricordi. Levy descrive il suo eroe a più riprese come una sorta di rockstar, forse in ritardo di un decennio, per atteggiamenti e look, rispetto ai tempi in cui agisce (gli anni ’80). Inquieto e dagli atteggiamenti gender fluid, Saul identifica nel padre e nel fratello Matt i detentori della sua scatola nera di uomo, un vero e proprio scrigno di segreti che, fatalmente, peseranno sui rapporti intrattenuti con gli altri personaggi del romanzo. Straordinaria la parte ambientata a Berlino Est, interamente percorsa dal gioco a tre di Saul e dei suoi amici Walter e Luna. Un rapporto in cui i non detti contano quanto e più delle ammissioni esplicite e che si aggancia, come d’altra parte tutta la narrazione, a occorrenze più volte ripetute, oggetti comuni, per esempio un ananas, spie di qualcosa che non torna, specie in termini strettamente temporali. La realtà filtrata dallo sguardo di Saul è sempre più asimmetrica, incongrua, e dal nulla arrivano le profezie del nostro protagonista, il suo sereno sentenziare sugli avvenimenti storici che, per tutti gli altri protagonisti, altro non sono che contemporaneità. Il capitale accumulato nella prima parte di L’uomo che aveva visto tutto, verrà fatto fruttare nella seconda parte, dove i nodi verranno al pettine e chi in precedenza è stato un figurante acquisterà nuovo spessore.

Libro sulle realtà possibili e sui percorsi alternati, L’uomo che aveva visto tutto mescola le carte della sua narrazione con precisione e naturalezza, senza mai perdere d’occhio il proprio possibile lettore che, come se assistesse a una sparatoria filmata da Michael Mann, anche laddove il montaggio si fa concitato, sa sempre orientarsi perfettamente e decifrare che cosa succede a chi. Grande dono di Debora Levy, scrittrice che possiede l’intelligenza del labirinto.

Deborah Levy (1959) è tra le maggiori scrittrici inglesi. Nata in Sudafrica, è autrice di romanzi come A nuoto verso casa (Garzanti 2014), finalista al Man Booker Prize, e Come l’acqua che spezza la polvere (Garzanti 2018). L’uomo che aveva visto tutto è stato selezionato per il Man Booker Prize 2020 ed è entrato nella short list del Goldsmiths Prize 2019. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa NN editore.

:: Il francese di Massimo Carlotto (Mondadori 2022) a cura di Federica Belleri

4 febbraio 2022 by

Massimo Carlotto torna in libreria per Giallo Mondadori.

Il personaggio che ci fa conoscere è Il Francese, che gestisce una maison di donne belle e particolari. Ha un volume di affari di un certo tipo e sa sfruttare al meglio ogni occasione. Ha parole giuste da spendere al momento giusto e rappresenta la salvezza alla quale attaccarsi in caso di pericolo. Davvero è così? Davvero Il Francese ha tutto sotto controllo? Davvero è un benefattore?

A voi scoprirlo. 

Ancora una volta questa storia è ambientata nel nord est italiano. Ancora una volta la provincia è tra i protagonisti, che tutto vedono e sanno, ma non parlano facilmente. A meno che vengano pagati. In nero.

E ancora una volta l’autore ci racconta della polvere sotto al tappeto, dell’imprevisto che ribalta tutto, del ricatto legato al ricatto. Perché i cattivi non mollano, ma nemmeno le vittime lo fanno. E sono disposte a vendersi l’anima per continuare a sopravvivere. Perché la vita di certe ragazze/donne, è insignificante. È solo commercio e percentuali di incasso. Il resto non conta. Non conta lo sfruttamento e la violenza. Non contano le bugie e la recitazione. Vale solo il denaro e il sapersi destreggiare in un mare di schifezze troppo spesso ignorate da chi conta.  Tanti gli argomenti affrontati in questo libro e tante le denunce sociali. Massimo Carlotto in questo è davvero un maestro. 

Una slavina. Ecco a cosa mi ha fatto pensare questa lettura. Prevedibile, certo. Ma poco gestibile una volta arrivata a valle. O forse molto ben gestita, perché no. Dipende dal punto di osservazione.

Buona lettura. Assolutamente consigliato.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e vive a Cagliari. Scoperto dalla critica e scrittrice Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, vincitore del premio del Giovedì 1996. Ha inoltre scritto altri undici romanzi: La verità dell’Alligatore, Il Mistero di Mangiabarche, Le Irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Arrivederci amore, ciao.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Mi manca il Novecento – Ulisse, il libro della storia umana – a cura di Nicola Vacca

4 febbraio 2022 by

James Joyce incominciò a pensare il suo Ulisse nel 1914. All’inizio venne concepito come una novella da aggiungere alle quattordici di Gente di Dublino. Poi lo scrittore irlandese si lasciò prendere la mano dal suo genio e nel 1922 fu pubblicato in Francia il più straordinario e impossibile romanzo della storia della letteratura.

Ulisse vide la luce grazie a Sylvia Beach, che fondò a Parigi la mitica e storica libreriaShakespeare and Company.

Sylvia Beach aveva una grande venerazione per lo scrittore irlandese e decise di pubblicare Ulisse. Senza di lei l’Europa e il mondo non avrebbero mai conosciuto il libro di Joyce, considerato il capolavoro di tutti i tempi.

Molte furono le difficoltà e le vicissitudini a cui andò incontro per aver deciso di pubblicare il libro del grande scrittore irlandese.

Sylvia diventò, in un certo senso, la curatrice degli interessi editoriali e dell’immagine di Joyce e del suo carattere spigoloso e difficile. «Quando curavo gli interessi di Joyce mi dimostravo avidissima, e mi ero fatta la fama di un’affarista sprecata». Queste sono le parole di Sylvia, che tramite la Shakespeare and Company aveva la facoltà di trattare tutti gli affari di Joyce, ma non ne ricavava nessun utile.

Lei aveva con Joyce un rapporto unico. Sylvia lo venerava e lo considerava un grandissimo scrittore. Questo è il motivo per cui decise di pubblicare Ulisse. A cento anni dalla sua pubblicazione noi dobbiamo ringraziarla perché senza di lei non lo avremmo mai letto e conosciuto.

In una Dublino infognata dalla morale cattolica, Joyce ambienta il suo romanzo. Lo scrittore non sopporta la vita statica dei suoi abitanti che non vivono in maniera autentica, oppressi dalla religione e dai rigurgiti del nazionalismo.

Lo scrittore è indignato da tutto ciò. Questa posizione gli costerà l’esilio. Si è parlato di Leopold Bloom come di un eroe che sbaglia e incapace di instaurare rapporti umani.

Attraverso il flusso di coscienza di Bloom Joyce nel suo romanzo epico abbraccia tutto l’uomo. Il suo romanzo impossibile e straordinario si inserisce in un’inattualità senza tempo e in un certo senso può considerarsi un abisso in cui i lettori si perdono per non ritrovarsi più.

Dalla lettura dell’Ulisse di Joyce si esce tramortiti e allucinati. Si entra in un labirinto e ci si perde senza pietà. Questa è una sensazione forte che vale la pena provare senza avere la pretesa di capire tutto.

Gianni Celati, autore di una traduzione recente del romanzo di Joyce, sostiene che la lettura di questo libro vada liberata dall’obbligo di capire tutto, il che è un obbligo difficile da assolvere, almeno nella nostra prospettiva di lettori comuni, alle prese con la difficoltà della scrittura di Joyce.

Scrive Celati nella sua prefazione: «Difficili capitoli, sempre più stravolti. Ma credo che tutte le difficoltà si superino, a patto di non avere fretta e di accogliere con simpatia il disordine delle parole. Per questo non è importante capire tutto: è più importante sentire una tonalità musicale o canterina, che diventa più riconoscibile quando sembra di piombare in un flusso disordinato di parole. Ulisse è un libro in cui la musicalità è l’aspetto decisivo per tutti i rilanci, deviazioni, sorprese, iterazioni, monologhi».

L’idea della lettura liberata proposta da Celati è il modo migliore per affrontare Joyce e trovarsi corpo a corpo con il suo romanzo.

A Carmelo Bene l’Ulisse di Joyce ha cambiato la vita: pochi scrittori sono riusciti a passare da un “pensiero dell’immediato “a un “immediato pensiero”. Per Bene Ulisse è il libro della storia umana.

:: Aritmia di Elena Mearini (Marco Saya 2021) a cura di Federica Belleri

2 febbraio 2022 by

Una piccola raccolta, Aritmia. Un piccolo gioiello di sensibilità, immagini, sensazioni. Poesie che arrivano dritte al cuore e alla pancia. Che mi hanno permesso di leggere i pensieri della scrittrice e farli miei. Interpretandoli, cercando di interiorizzarli.Quanta nostalgia nelle sue parole. Quanto amore per la natura e gli animali. Quanti dubbi e criticità sugli esseri umani. Quanto affetto per chi si ama. Quanta voglia e paura di vivere … Leggetelo, ve lo consiglio.

Elena Mearini si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo Trecentosessanta gradi di rabbia, (Excelsior 1881) con cui vince il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”; nel 2011 pubblica Undicesimo comandamento (Perdisa pop) con cui vince il premio Speciale UNICAM – Università di Camerino e il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”. Nel 2015 pubblica il romanzo A testa in giù (Morellini editore) e firma due raccolte di poesie: Dilemma di una bottiglia (Forme Libere editore) e Per silenzio e voce (Marco Saya editore). Nel 2016 esce Bianca da morire (Cairo Editore).

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

Tra Sguiscianti e Sgraffignoni, due libri per l’infanzia editi da Sinnos A cura di Viviana Filippini

1 febbraio 2022 by

Oggi vi voglio raccontare di due libri per i piccoli lettori,  di argomento diverso, ma molto curiosi e avvincenti per la loro capacità di mescolare realtà e fantasia. Entrambi sono pubblicati da Sinnos, casa editrice romana. Il primo libro è:

La minaccia degli Sguiscianti, Federica D’Ascani.

“La minaccia degli Sguiscianti” di Federica D’Ascani. La storia è ambienta nella cittàdina di Sun Rain dove vive Xiangu, un’adolescente, che comincia a sospettare che qualcosa non vada dove vive, perché oltre a nevicare fuori stagione, cosa mai accaduta prima, poco dopo, un grande meteorite si schianta alla periferia della città. La giovane ne parla con i suoi amici, tra cui Alex, e anche loro confermano che qualcosa di strano c’è nell’atmosfera. Tutto assume certezza quando i ragazzi scoprono che i loro genitori, non solo non li ascoltano più come un tempo, ma passano le loro nottate a mangiare libri. Xiangu e i suoi compagni di avventura si trovano a vivere in una situazione terribile, tanto che i protagonisti si domandano se sia realtà quella che stanno sperimentando o solo un brutto sogno. Poi la scoperta di quegli strani animaletti- alieni- simili a degli insetti, fa capire a Xiangu che il pericolo è imminente e bisogna fare qualcosa per fermare quelle misteriose creature. Il romanzo della D’Ascani, la cui immagine di copertina è stata realizzata da Paolo Domeniconi, mescola fantascienza, horror, western e anche un po’ di romanzo di formazione e si concentra su quanto sia importante l’amicizia per superare gli ostacoli, compreso quando essi sembrano invalicabili. Affermo questo in quanto i giovani protagonisti del libro sono chiamati ad agire come se fossero adulti, per prendersi cura e salvare coloro che gli stanno attorno e che rischiano di vedere le loro vite stravolta dagli Sguiscianti, solo all’apparenza innocui animaletti.

Federica D’Ascani Romana, ha scritto numerosissimi romanzi e sceneggiature, spaziando dal fumetto alla fantascienza, e passando attraverso diversi generi letterari e settori. “Cole Tiger e l’esercito fantasma” è la sua opera di esordio per la letteratura dell’infanzia. Nei suoi libri nel catalogo Sinnos, usa il western e il paranormale per parlare di temi ahimè molto vicini a noi. 

La famiglia Sgraffignoni – Il diamante d’oro, Anders Sparring 

L’altro libro edito da Sinnos è: “La famiglia Sgraffignoni – Il diamante d’oro” di Anders Sparring  con le illustrazioni di Per Gustavsson. Arriva dalla Svezia questa saga familiare con protagonisti gli Sgraffignoni, una famiglia di furfanti ai quali piace- e già lo dice il cognome- rubacchiare le cose al posto di pagarle. I nomi dei protagonisti dicono parecchio sulla loro identità: papà Mariuolo, mamma Fia – a voi scoprire il resto del nome-, la piccola Criminale (Ale per gli amici) e poi lui Fausto, l’unico a rendersi conto che la sua famiglia non rispetta mai le regole nelle azioni che compie. In questa nuova avventura intitolata “Il diamante d’oro”  ci sono gli Sgraffignoni e  personaggi che tornano come il vicino di casa Paul Iziotto che ha come cane Sbirro o che arrivano direttamente dalla gattabuia come nonna Sgraffignoni. La trama creata da Sparring è come sempre avvincente, carica di suspense e piena di colpi di scena nei quali si trova coinvolto il piccolo Fausto, l’unico della sua famiglia che non vuole rubare, perché sa che è non è giusto e che trasgredire la legge è sbagliato. Un libro per bambini curioso, divertente che fa pensare a cosa cosa si dovrebbe fare per il bene del prossimo e anche per il rispetto di se stessi. Traduzione di Samanta K. Milton Knowles.

Anders Sparring, svedese, è attore, sceneggiatore, scrittore. Ha recitato in film e sceneggiati televisivi, diretto teatri di stand-up comedy, scritto pezzi comici e libri per ragazzi, tutti caratterizzati da una comicità brillante e arguta. La serie della Famiglia Sgraffignoni, tradotta in 11 lingue, si appresta a diventare anche un film…

Per Gustavsson è un autore e illustratore svedese con con il quale, Sparring mantiene la collaborazione da anni.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos e a Emanuela Casavecchi.

:: Asciugava lacrime con mitezza – La vita di don Roberto Malgesini di Eugenio Arcidiacono (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2022 by

Il 15 settembre 2020 don Roberto Malgesini, 51 anni, viene ucciso a Como da una delle moltissime persone cui forniva aiuto ogni giorno. La sua morte ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica ed è stata ricordata con intensa partecipazione da papa Francesco. Questo libro ricostruisce il percorso di un sacerdote umile e concreto che ha offerto le sue risorse, le sue intuizioni e il suo sorriso perché tutti i dimenticati e scartati dalla società potessero trovare accoglienza, ascolto e aiuto. L’autore ha intervistato i famigliari, gli amici, i confratelli e i fedeli, tra i quali molti volontari che oggi stanno continuando l’opera del loro “don”.

Passi che consolano, accanto a una figura riservata e solida: un prete con il sorriso che ha vissuto secondo il cuore di Cristo e si è guadagnato la riconoscenza di tutta la città in cui ha operato.

Don Roberto Malgesini nacque a Morbegno il 14 agosto del 1969 in una famiglia benestante, i suoi genitori sono proprietari di un’autofficina. Cresce coi suoi fratelli, frequenta l’oratorio, i campi estivi, studia e si diploma in ragioneria. Finita la scuola trova impiego in banca, presso la Banca Popolare di Sondrio, ma dopo alcuni anni sente che quella vita non fa per lui ed entra in Seminario. Da quel momento la sua vita prende una direzione nuova che lo porterà come sacerdote a dedicare tutto il suo tempo al prossimo dentro e fuori le anguste mura della sua sagrestia. Leggendo Asciugava lacrime con mitezza – La vita di don Roberto Malgesini di Eugenio Arcidiacono si capisce subito che sarebbe facile generalizzare, ridurre il suo operato terreno a frasi fatte come “prete di strada” o “prete degli ultimi” o “prete degli immigrati” anche se fu molto di più, soprattutto per il fatto che non faceva alcuna distinzioni tra persone (forse “prete di tutti” gli sarebbe piaciuto come termine), né accostava con pietismo o superiorità le persone che ha incontrato durante il suo mandato terreno e che sono diventati essenzialmente suoi amici prima di essere persone che necessitavano del suo aiuto. Eugenio Arcidiacono con uno stile semplice e diretto tenta far luce sulla vita di un uomo schivo, di poche parole, mingherlino, sempre sorridente, che amava la montagna, il Milan, la musica e aveva poca dimestichezza con l’oratoria o la parola scritta. Era un uomo di fatti, ma di poche parole, di fatti concreti, essenziali che toccavano il cuore e l’intimo anche delle persone più refrattarie od ostili. Che a ucciderlo con alcune coltellate, mentre si preparava per il suo giro di colazioni, sia stata proprio una delle persone a cui aveva dato aiuto, e ora leggo condannata all’ergastolo per questo crimine, sgomenta, crea sconcerto anche se lui per primo lo sapeva, era cosciente dei rischi che correva. Non era un ingenuo, né un irresponsabile, ha chiuso il suo percorso terreno con il martirio consapevole di questa eventualità, retto dalla fede che tanto dopo non c’è che l’incontro con Gesù, modello su cui aveva costruito la sua vita. Non nascondiamocelo la Chiesa è fatta più di peccatori che di santi, ma quando si incontrano persone come don Roberto davvero la distanza dal Cielo sembra meno remota. Chi l’ha conosciuto serberà sempre in cuore questa amicizia, chi lo conosce solo attraverso i libri e le testimonianze può comunque entrare in contatto con una creatura che può ancora arricchire e servire come modello delle proprie vite. Una figura luminosa di cui sentiremo ancora parlare.

Eugenio Arcidiacono, nato a Torino nel 1975, è un giornalista di Famiglia Cristiana, dove si occupa di attualità e spettacoli. Vincitore nel 2008 e nel 2017 del “Premio Vergani Cronista dell’anno” del Gruppo cronisti lombardi per le sue inchieste, per San Paolo è stato coautore del libro Testimone di ingiustizia (2020).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ Edizioni San Paolo.

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura della prof.ssa Hala Radwan

30 gennaio 2022 by

Entrando nelle profondità dell’anima poetica della presente raccolta di Antonio Catalfamo capiamo immediatamente che fare poesia per lui è un mezzo attraverso il quale si possono addolcire e attenuare le sofferenze, il dolore fisico e morale del mondo: «Solo la poesia può lenire / i dolori della vita» (p. 83). È un verso che rispecchia l’importanza della poesia per il nostro poeta che vive la sua vita come un incontro continuo con il tentativo di trasformare le sue esperienze quotidiane in versi.

Per mezzo della poesia, dunque, Catalfamo si sfoga esprimendo creativamente il suo mondo interiore e quello esteriore. La figura della madre è un elemento che fa parte di questi due mondi del poeta e a lei il poeta dedica più di un poema. Era proprio la madre che lo aiutava fin da piccolo ad entrare nel mondo della poesia e gli faceva imparare a memoria le lunghe poesie. Dopo la morte della madre la poesia diventa proprio il mezzo attraverso il quale il poeta può instaurare un dialogo con lei: «Dopo la tua morte / ho instaurato con te / un dialogo sereno / nei miei sogni / e nei miei versi» (p. 94). La poesia, come si considera uno strumento con il quale si fa dialogo con gli altri, è anche un elemento importante per costruire una nuova comunità: «una società / di liberi ed eguali / e demmo poesia agli uomini» (p. 58).

Catalfamo riesce sempre con la poesia a parlare quasi di tutto: comunismo, capitalismo, fascismo, rivoluzione, mondo vecchio, mondo odierno, amore, vita e morte ecc. La poesia gli serve, secondo le sue parole, «a raccontare / la vita degli umili» (p. 36), usandola come linguaggio universale capito da tutte le creature. Raccontare attraverso la poesia la vita degli umili o della gente odierna non impedisce a Catalfamo di richiamare e narrare anche la vita del vecchio mondo con i suoi miti, riti e totem, non solo per motivi tematici, ma proprio perché durante quei tempi antichi è nata la poesia: «E così nasce, / nei secoli, / la poesia» (p. 42).

Dunque è un concetto particolare della poesia e dei poeti che sta al centro della raccolta. Ne danno testimonianza i versi stessi di Catalfamo nei quali l’uccisione dei poeti, con armi biologiche, da parte di gente malvagia che attacca il comunismo, si considera un atteggiamento distruttivo che porta infine alla diffusione della immoralità in tutte le sue forme peggiori:

«Distruggono / la nostra casa popolare, / di stile sovietico, / quella di Neruda, / uccidono i poeti / con armi biologiche, / perché vincano / incontrastate / la menzogna, la viltà, / la corruzione, la mediocrazia, / elevate a sistema,/ e soccombano nella melma / i migliori» (p. 64).

A questa dimensione distruttiva delle armi biologiche, che uccidono i poeti e tutte le cose belle, il poeta oppone un’altra dimensione costruttiva attraverso la «poesia biologica»nell’ultimo componimento della raccolta. La ricostruzione del giardino della mamma e della nonna distrutto dal crollo dell’edera che si attacca al muro di cinta Catalfamo la considera come fare poesia, ma questa volta è un tipo particolare, è «poesia biologica» che affonda le sue belle radici nella terra in modo che non rimanga alcun male o disonestà:

«la poesia biologica / che affonda le radici / nel profondo della terra, / fino agli Inferi. /[…] / fino a quando ci saranno / cuori puri ed onesti / e non prevarranno / per sempre / lo spirito belluino / e il fascismo» (p. 116).

La musa della poesia di Catalfamo è l’idea stessa di fare poesia cioé la poesia è l’obiettivo, la fine, punto di partenza e punto d’arrivo nello stesso tempo. La poesia ha dato l’occasione al nostro poeta di accostarsi al mondo della donna che per lui è un Microcosmo (p. 25) che racchiude in sé «il mistero della vita» (p. 82). La donna-madre in particolare nella poesia di Catalfamo rappresenta «un mondo di valori, / di passioni, di sentimenti, / a lungo sopiti» (p. 61). In un’intervista il nostro poeta dichiara che «nel Sud dell’Italia, ma anche del mondo, le madri crescono i figli col fiato». Infatti per mezzo dei suoi versi Catalfamo ci dà l’impressione che le madri non hanno un ruolo meno importante di quello della poesia nell’addolcire il mondo e ogni donna-madre si fa simbolo della madre del Bambino che è sempre in grado di offrire, secondo le parole del poeta, a tutti conforto e speranza nel «mondo vile e infernale» (p. 83).

Hala Radwan: Docente di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Italiano, Facoltà di lingue, Università di Sohag, Egitto.

Antonio Catalfamo è nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1962. È abilitato all’insegnamento come Professore Associato di Letteratura italiana e Letteratura italiana contemporanea nelle Università. Tiene lezioni di Letteratura italiana per via telematica a beneficio degli studenti della Sichuan International Studies University (Cina). È coordinatore dell’“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, che ha sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), per conto del quale ha curato sinora venti volumi di saggi internazionali di critica pavesiana. Ha pubblicato diversi volumi di poesie: Il solco della vita (1989); Origini (1991); Passato e presente (1993); L’eterno cammino (1995); Diario pavesiano (1999); Le gialle colline e il mare (2004); Frammenti di memoria (2009); Variazioni sulla rosa (2014).

:: L’editoria italiana chiude il 2021 in forte crescita: +16%

29 gennaio 2022 by

Ottime notizie sullo stato di salute dell’editoria italiana che chiude il 2021 con un netto aumento del ben +16%, con 1,701 miliardi di euro di vendite a prezzo di copertina, per 115,6 milioni di copie (ben 18 milioni in più del 2020). Sono i dati di mercato più che confortanti, realizzati in collaborazione con Nielsen Book, che Ricardo Franco Levi, il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE), ha presentato intervenendo alla giornata conclusiva del XXXIX Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri.

Sembra dunque che le librerie siano luoghi sempre più frequentati in questi anni di pandemia, oltre al fatto che hanno anche inciso le politiche di sostegno pubblico messe in atto da governo e parlamento, in attesa di una legge di sistema promessa. Soprattutto i giovani sembra abbiano ripreso ad amare i libri grazie al tam tam sui social, in cui ragazzi sempre più giovani parlano di libri e invitano i loro coetanei a leggerli. Insomma leggere libri è uno dei più grandi piaceri della vita e anche i numeri sembrano darci ragione.

Sempre Levi dice: “Numeri molto buoni anche rispetto alle performance degli altri paesi in Europa, ma il futuro non è privo di incognite. In positivo, la conferma delle misure pubbliche di sostegno e l’attesa per la nuova legge di sistema per il libro. Ma c’è l’emergenza della carta, per prezzi e disponibilità, e permane il pesante impatto della pirateria. Inoltre alcuni settori, come l’editoria d’arte e di turismo, soffrono ancora molto gli effetti della pandemia”.

Insomma ci sono ancora alcune criticità ma il trend fa sperare bene anche per l’anno in corso.

L’editoria italiana si conferma la sesta nel mondo dietro solo a Usa, Cina, Germania, UK e Francia, e ben la quarta in Europa. La crescita del 16% del mercato italiano è seconda in Europa, davanti a Germania e Regno Unito, e dietro solo a Francia e Spagna.

Cresce la produzione del 22,9%, scendono solo gli ebook di poco del 5,6%. Grandi soddisfazioni anche dagli audiolibri che passano a 24 milioni di euro, in crescita del 37%.

Un’altra notizia interessante per i lettori cala il prezzo medio dei libri venduti.

Per maggiori informazioni potete visitare il sito dell’AIE: qui.

:: MARIA TERESA LIUZZO: “L’OMBRA AFFAMATA DELLA MADRE” a cura di Antonio Catalfamo

28 gennaio 2022 by

Maria Teresa Liuzzo completa con L’ombra affamata della madre (A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022) la «trilogia» programmata di romanzi, di cui i due precedenti volumi sono: … E adesso parlo! (ibidem, 2019); Non dirmi che ho amato il vento! (ibidem, 2021). Chi, avendo letto i precedenti romanzi, si aspettasse che il terzo si ponesse in linea di continuità rimarrebbe deluso, perché esso è dominato da un’ “aura” nuova, da uno sperimentalismo non convenzionale, che ne fa un “unicum” nella produzione della scrittrice, sia a livello formale che contenutistico. Né, d’altra parte, Maria Teresa Liuzzo ripropone pedissequamente modelli altrui, ormai consolidati, che si ispirano al «monologo interiore», al «flusso di coscienza», che rimandano a scrittori di valore come James Joyce e che sono stati ripresentati al pubblico dei lettori in mille salse, fino a diventare stucchevoli, pur nella loro pretesa perfezione formale. La nostra autrice batte sempre strade nuove, rischiando l’«imperfezione», che è un pregio, non un difetto. Leonardo Sciascia, con il suo consueto acume critico, ha sottolineato, nelle noterelle di Nero su nero, che «la perfezione sta alla cretineria meglio che all’intelligenza; l’intelligenza ha sempre, come i tessuti dei navajos una qualche imperfezione o fuga». I rifacitori pedissequi di modelli altrui sono «perfetti» imitatori, paragonabili alle scimmie, secondo Sciascia: «Se una scimmia si mettesse a battere sui tasti di una macchina da scrivere, alla fine verrebbe fuori un sonetto di Shakespeare (variante: dodici scimmie, tutti i libri del Museo Britannico)». Un impegno degno di miglior causa, il loro.

Maria Teresa Liuzzo, invece, affronta il mare aperto, con tutti i pericoli ch’esso nasconde. E così, in questo terzo romanzo («sperimentale», dicevamo), il lettore cercherà invano un «intreccio» ben definito, corrispondente, con tutti gli espedienti consolidati della «narratologia», ad una «fabula». Troverà, per converso, un flusso di immagini, di pensieri, di allucinazioni, che si accavallano nella mente della protagonista, Mary, che sembrano slegati l’uno dall’altro, ma hanno come trait d’union tra di loro, ma anche con i due romanzi precedenti, la cieca violenza sulla donna.

L’amore di Mary e di Raf è contrastato, contraddittorio. Ha momenti di passione molto intensa. I due amanti si sciolgono nella natura, i loro corpi si intrecciano, si sovrappongono. E’ forte la tensione poetica, che ricorda La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio, poesia contenuta nella raccolta Alcyone, dalla quale emerge il poeta autentico, libero dall’influenza nefasta del «superomismo», fra l’altro recepito in una versione indiretta, distorta, rispetto all’interpretazione originale di Nietzsche, allora conosciuta attraverso la mediazione francese. Il migliore D’Annunzio è il «notturno», nel quale la malattia determina un ripiegamento su se stesso, sul proprio «io», una riflessione pacata sull’esistenza umana, libera, per l’appunto, dai furori «superomistici». Altra cosa è il D’Annunzio de Il piacere, o, addirittura, de Il fuoco, in cui prevalgono gli eccessi dell’amore esclusivamente carnale, ridotto a puro eros.

Maria Teresa Liuzzo ripropone, invece, la dimensione “panica” de La pioggia nel pineto. Basta leggere qualche pagina intensamente poetica (p. 60): «Raf e Mary avevano guardato i rami pieni di linfa mettere le prime foglie, nuove e delicate, lucide e zuccherine, e ora appassire gli ultimi fiori. Sbocciavano ancora le ombre tombali dei crisantemi. Il balcone era pieno di sole settembrino. Raf passò la mano lungo i fianchi di Mary: tutto il suo corpo era il suo cuore. Ma era l’epoca in cui il dolce tempo estivo declina e ritorna il verno a inaridire i campi e i cuori. I passeri si beccavano disperdendosi sulla prima neve e Mary, liberata la tenda, attraverso la persiana socchiusa, seguiva i loro voli e le loro scalmane. Il vento portava folate d’erica, i giorni si abbandonavano al freddo crescente come braccia stanche. D’acquerelli di fuoco dipinte, loro le piogge contemplavano danzare / sulle aride bocche scarlatte e sulla corteccia dei salici brillare. Era già ieri il volo alto delle gru sul panno verde del mare; attraverso i giunchi il sole e la tempesta non temevano il divenire affannoso della vita, usciva fumo dai tetti addormentati. Il silenzio sbiancava di anime incarnate dentro il gelo, e si sfaldavano friabili cristalli nella luce» (ivi, p. 60).

Ma questo amore è tormentato, contraddittorio. Raf da amante si trasforma in aguzzino: «Raf voleva vivere felice finalmente, edificando per Mary un altare d’infelicità. Invero però non aveva alibi per il suo comportamento, a dir poco, miserrimo. Da aguzzino poi voleva trasformarsi in vittima, per meglio convivere con sé stesso, e si sfaldavano friabili cristalli nella luce» (ibidem). Mary allora, contro le brutture della vita, le illusioni tradite, gli amori che si trasformano in sevizie, si abbandona alla poesia, che lei definisce «avversaria» (ivi, p. 89), per dire, antifrasticamente, che è l’unica vera amica e fonte di conforto. Così registriamo versi molto sofferti, come questi: «Oggi sto male e debole si sveglia la parola. / Poggio le labbra sulla mano. Piango. / Piango sui lunghi capelli corvini, / tra un sorso acerbo di luce e un morso di poesia. / Tra suppellettili d’infanzia e un gioco inventato / durato una stagione, forse meno: / qui giaceva la giovinezza con la speranza. // Un angelo copriva il sangue della morte. / Fame – malaffare – esecuzione. / La sofferenza incanalata nel ventre, / passava come un cadavere sul fiume» (ivi, p. 90). E così Mary descrive la funzione salvifica che ha per lei la scrittura, come strumento di denuncia del male che ha subito e continua a subire: «L’avevano salvata dall’angoscia e dalla morte precisamente i gesti ripetuti dell’abitudine alla scrittura, la fatica dello scrivere e il suo pensiero brillante che la fitta nebbia dello straniamento, di colpo, sapeva da parte a parte traversare» (ivi, p. 98). Perciò i suoi scritti sono temuti dai nemici, dagli aguzzini, che vedono in essi un «tradimento», una «delazione», una violazione della cortina di silenzio che protegge chi fa il male impunemente: «Per alcuni il suo particolare modo di raccontare era visto come nient’altro che un tradimento, perché ritenevano la viscerale scrittura di Mary una esplicita forma di provocazione, una lettura per loro piuttosto sulfurea, esiziale, una parola testarda, vendicativa, delatrice nel voler trasgredire e peccare a tutti i costi; ma bellamente tacere lo sarebbe stato persino di più» (ivi, pp. 97-98).

L’ultimo capitolo è dedicato alla figura della madre. La sua è una presenza inquietante nella vita di Mary, che le ha procurato solo dolore. La protagonista del romanzo si abbandona ai ricordi, che rievocano tutto il male e la violenza fisica e morale che ha subito dalla madre: «La voce rauca e maledettamente disumana della madre, quando le ordinava di cantare per il padre dopo averla schiaffeggiata, presa a calci e averle chiuso le mani intorno al collo come lo stringersi inesorabile di una corda. Poi le ripeteva compiaciuta: “Canta, canta per tuo padre! Altrimenti seguiranno le scudisciate e canterai ballando… intorno al lupo”. […] Il folle e la sua degna compagna registravano le canzoni che Mary era obbligata a cantare, e le riascoltavano dentro e fuori casa, in auto quando andavano a trovare Fiamma o quando lui andava a caccia o a lavorare. Morbosità malata – complicità mostruosa» (ivi, p. 115).

Mary perdona tutti quelli che le hanno fatto male nella vita e si incammina verso la morte: «L’amore è come l’acqua, il vento, il mare, non si può imprigionare. In tanti, un giorno mi cercherete, ma non mi troverete. Ricordate soltanto che vi ho molto amato. E che vi ho voluto bene. […] Reclinò il capo, abbandonata sul letto, la mano cadde inerte. A terra la sua foto di bambina, con i codini e gli occhi sommessamente tristi» (ivi, p. 126). E la poesia è presente anche nell’epilogo della sua vita: «Giaceva nei suoi occhi un verso fattosi più terso e lucente, scritto col sangue» (ivi, p. 127). Alcuni versi finali potrebbero esser posti come epigrafe sulla sua tomba a testimoniare la sua «santità» nella sopportazione del dolore: «Aliena da qualsiasi divisione, / integra la materia e non profana / nel suo vivere da Santa essenzialmente» (ibidem).

La violenza che domina questo terzo romanzo della «trilogia» programmata è quella della società semi-feudale della Calabria nella quale Maria Teresa Liuzzo è nata ed è vissuta (e vive ancora), ma è anche quella della società capitalistica attuale, cosiddetta «matura». Una violenza che colpisce la donna, in quanto componente debole (così come i bambini), in quanto il più forte, nel suo delirio di onnipotenza, vede sempre insidiato il suo potere. E l’insidia, in questo caso, viene da una donna apparentemente fragile, Mary, che ha un’arma molto potente: la poesia.

Franco Ferrarotti, con il suo consueto acume critico, ci ha resi edotti circa l’essenzialità della poesia nel mondo attuale, supertecnologico: «In un’epoca come la presente, dominata dalla razionalità formale su cui si fonda la tecnica, dallo spirito politecnico, vale a dire dall’esprit de géométrie a scapito dell’esprit de finesse, per valermi della formula di Blaise Pascal, caratterizzata pertanto dal calcolo scientifico e dall’elettronica applicata, forse non si dà altro rimedio all’inaridimento della vita umana fuor che la poesia» (Le ragioni della poesia nella società irretita, gattomerlino, Roma, 2019, p. 10). E ci ha spiegato qual è il “miracolo” che solo la poesia sa compiere: «Il nostro mondo mi sembra condannato – ma non voglio essere apocalittico, perché in fondo sono un ottimista – per il fatto che considera la poesia una manifestazione accessoria, mentre è la forma più alta di conoscenza, certamente protologica, prelogica, intuitiva, non ripercorribile da chiunque. E’ la straordinaria possibilità di collegare un’esperienza circoscritta, minuta, empirica, anche, se si vuole, miserabile, attraverso la metafora, a un significato universale. La poesia precede il filosofo, precede lo scienziato» (Dialogo sulla poesia, gattomerlino, Roma, 2018, p. 12).

Maria Teresa Liuzzo continua ad essere artefice di questo “miracolo”.

:: Intervista con Michele Venanzi a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2022 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Michele Venanzi, autore del libro “Il ritorno del Samaritano” (Marna) terzo classificato alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuto Michele su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Innanzitutto complimenti per il suo terzo posto al nostro Liberi di scrivere Award con il libro Il ritorno del Samaritano edito da Marna. Ci parli innanzitutto di lei, dei suoi studi, del suo percorso professionale, della sua vita.

Grazie a voi dell’invito! Per me è in effetti un po’ inusuale ritrovarmi in ambienti letterari, dato che la mia quotidianità mi porta perlopiù altrove… Sono uno psicologo psicoterapeuta di 43 anni, sposato e con tre figli: abitiamo in provincia di Como, a Rovellasca, paese nel quale ho anche il mio studio professionale. Da una decina d’anni, metà del mio tempo lavorativo lo dedico a una casa di cura del comasco, condotta dalle Suore Ospedaliere, per le quali ricopro il ruolo di coordinatore del servizio di pastorale della salute.
Vengo da studi classici, presso i Salesiani di Milano, mia città di nascita. Ho poi frequentato la facoltà di psicologia dell’Università Cattolica. Mi sono infine specializzato, più tardi, in psicoterapia sistemico-relazionale presso il CMTF, sempre a Milano.

La sua attività principale è quella di psicologo e psicoterapeuta. Da credente come integra psicologia e spiritualità?

Per molti anni queste due dimensioni hanno viaggiato su percorsi paralleli, quasi indipendenti l’uno dall’altro. L’incontro con la Congregazione delle Suore Ospedaliere, poi, ha fatto sì che questi due ambiti si incontrassero, “costringendoli” a convivere nell’incarico di responsabile di un servizio di pastorale della salute: un modo di vivere non più solo nel privato la dimensione di Fede. Fare testimonianza, elemento essenziale per un credente, ma non facile almeno per me, è così diventato più semplice, venendo quasi “obbligato” a farlo attraverso il ruolo stesso ricoperto all’interno della struttura ospedaliera. E quindi è l’agire pastorale che richiede l’integrazione (ma anche la distinzione) tra psicologia e spiritualità: ricercarne aree di sovrapposizione e insieme di confine è diventata una delle occupazioni mentali più interessanti per me, in questo periodo. E la stesura del racconto, in parte, è anche un modo di rappresentare questo tentativo di tenere insieme e al tempo stesso di distinguere aspetti psicologici e spirituali della vita.
Per quanto riguarda la psicologia in sé, non ho mai creduto che fosse inconciliabile con la religione, né che lo psicologo cattolico svolgesse una professione “diversa” da uno psicologo non credente. Semplicemente, come diceva un mio maestro, psicologo e sacerdote camilliano, “lo psicologo cattolico non esiste: c’è lo psicologo, il suo essere cattolico non riguarda la professione”. La Fede aiuta semmai a vivere la propria professione, qualunque essa sia, con un certo “stile”: ma non incide sulle competenze e abilità professionali, né togliendone alcune né aggiungendone altre.

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Partirei dai grandi classici: in alcuni romanzi si ritrovano impareggiabili tratteggiamenti di profili psicologici dei personaggi. Come diceva un mio docente, alcune descrizioni di Tolstoj e Dostoevskij non hanno nulla da invidiare a manuali specialistici di settore: aveva ragione.
Per quanto riguarda i temi di spiritualità, mi sentirei di consigliare i testi di Vittorio Messori: un laico che, con stile elegante e al tempo stesso molto accessibile, si addentra in riflessioni e testimonianze su varie figure centrali per la Fede cristiana: da Gesù stesso a Maria, fino agli Angeli custodi.
Un altro autore da segnalare potrebbe essere Don Luigi Maria Epicoco: con stile diretto e quasi provocatorio, ci pone questioni spirituali irrinunciabili, senza nascondere come la Fede non preservi di per sé dalle difficoltà della vita: il testo “Sale, non miele”, con il suo titolo molto evocativo, già ci lascia intendere molto…
Infine, come non suggerire di rispolverare la Bibbia, in particolare il suo incantevole e a tratti quasi poetico Libro della Sapienza?

Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Sa che non saprei neanche se chiamarlo “amore”? Pensi che è nato addirittura come “avversione”!… Non ero particolarmente bravo a scrivere da piccolo e da ragazzo. Soprattutto ero molto sintetico, all’eccesso. Scrivevo correttamente, sì, ma molto poco (anche Il ritorno del Samaritano, in effetti, è molto breve: evidentemente ho conservato questa mia caratteristica!). Per questo i miei temi erano in definitiva giudicati male e col tempo mi ero convinto che lo scrivere non fosse certo una mia abilità. E quasi per estensione, per di più, non mi piaceva nemmeno leggere! Poi un professore, al terzo anno di liceo classico, mi diede fiducia, apprezzando comunque il mio modo di stendere un testo, seppur molto conciso. Da lì, ho scoperto tutto sommato di saperci fare, passando per redazioni di articoli di settore, capitoli per manuali scolastici, fino al piacere di scrivere semplici biglietti personalizzati… Insomma, chi lo avrebbe mai detto? Di certo, però, non pensavo di poter scrivere un racconto, e che per giunta venisse pubblicato! Si è trattato quindi più che altro di una sfida con me stesso, unita alla necessità di intrecciare, qui in forma narrata, psicologia e spiritualità.

Ci parli del suo racconto “Il ritorno del Samaritano”. Ha cercato di attualizzare la parabola evangelica con una narrazione semplice e comprensibile da tutti. E’ ancora oggi così difficile farsi prossimo degli altri?

Alcune professioni, tra cui la mia, si avvicinano già di per sé all’altro e quindi si fanno “prossime”. Quello che è più raro è il trovare elementi di “gratuità”, in generale: è difficile andare oltre al previsto, fare un gesto in più, uscire da uno schema, concedersi del tempo extra non preventivato… I ritmi forsennati di oggi non aiutano certo ad andare oltre al dovuto, già molto oneroso di suo solitamente, per cui si sta perdendo la bellezza di quel di più connotato da gratuità, derivante a sua volta da compassione: quasi sempre gesti o parole molto piccoli, ma che fanno una grande differenza agli occhi di chi li riceve. A questo proposito invito a incuriosirsi circa il concetto di “eleogenetica”, un approccio che intende riscoprire il volto umano di “Eleos”, attraverso lo studio dei processi che facilitano ed implicano misericordia.

Con il suo lavoro di psicologo e psicoterapeuta tende una mano al prossimo, si può dire. Questa parabola descrive bene la sua scelta di vita. In che modo la lettura del brano di Luca ha influenzato la sua vita?

Di questa parabola mi piace innanzitutto come parta spazzando via subito i pregiudizi più radicati: si ferma infatti colui sul quale non avrebbe scommesso proprio nessuno. Il Samaritano si sente “chiamato” dalla situazione stessa: sa che in quel momento “tocca a lui” e si lascia guidare da un istinto umano e umanizzante che va ben oltre ciò che la razionalità suggerirebbe: non pensa “chi me lo fa fare?” o “che c’entro io con questo tizio?”, ma agisce, semplicemente si lascia guidare dai propri istinti più profondi. Da cristiani potemmo dire che si lascia guidare dallo Spirito Santo.
Poi, riguardo al rapporto tra la parabola e la mia vita, torna di nuovo decisivo l’incontro con le Suore Ospedaliere: il loro carisma è l’Ospitalità, la loro icona biblica il Buon Samaritano. Nell’occuparmi di pastorale della salute per loro, l’immagine del Samaritano faceva avanti e indietro nella mia mente quasi quotidianamente… E quindi ho deciso di provare ad andare oltre. Questo punto desidero sottolinearlo: il mio racconto non è un tentativo di “riscrivere” la parabola (non mi permetterei mai), ma in qualche modo di “proseguirla”. Credo infatti che il Vangelo esista perché noi possiamo agire, fare delle cose, vivere. Così come la parabola (come qualsiasi parola o azione, in realtà) innegabilmente ha degli effetti su di noi, la sua vicenda ne avrebbe sortiti di certo sui personaggi in essa coinvolti: ed ecco che allora può prendere corpo anche Il ritorno del Samaritano.

Passa un uomo di chiesa e passa oltre, passa un levita, maestro della legge e passa oltre. Si ferma un Samaritano. Uno degli ultimi nella scala sociale del tempo. Che lezione ha da insegnarci questo?

Come accennavo, la lezione è quella prima di tutto di non fermarci agli stereotipi e ai pregiudizi. Attenzione, però, a non rovesciarli! Intendo dire, non è che ora, constatando come è andata, si debba iniziare a pensare che sacerdoti e leviti siano persone ipocrite e incoerenti e solo prese dai loro affari. Semplicemente, occorre ricordarsi che l’altro possa sempre stupirci, chiunque egli sia, e a prescindere dai nostri pregiudizi che, volenti o nolenti, tutti abbiamo: l’uomo infatti, per “necessità” di economia mentale, è portato a categorizzare e semplificare il mondo. Il punto importante quindi non è il non avere pregiudizi, ma l’essere pronti a sconfessarli e a rimuoverli, restando sempre disponibili a constatare quanto le persone e le situazioni possano di volta in volta sorprenderci.

Infine, ringraziandola della disponibilità, l’ultima domanda. Sta lavorando a un nuovo libro? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Non credo che questa sia una “svolta” nella mia carriera professionale, continuerò a fare il mio mestiere e gli impegni, tra lavoro e famiglia, non mancano di certo. Ma d’altronde perché escludere l’elaborazione di un nuovo scritto? Un’idea peraltro ci sarebbe anche, ma… Occorrerebbe quantomeno lo slancio e l’ispirazione avuti, oserei dire “in dono”, un paio di anni fa.
Grazie a voi e complimenti per tutte le vostre belle iniziative!

La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi, Lia Levi  (Gallucci, 2022) A cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2022 by
La storia di Anna Frank

In occasione del Giorno della Memoria la casa editrice Gallucci  è in libreria con “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi”, scritta da Lia Levi e illustrata da Barbara Vagnozzi. La giornalista racconta la storia di Anna quando viveva spensierata ad Amsterdam. Poi la vita della ragazzina cambiò per sempre, verso i 13 anni, quando Anna e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi in un nascondiglio segreto per sfuggire ai soldati e al volere di un crudele individuo che intendeva deportare gli ebrei. Affrontare la vita nel nascondiglio non fu facile per Anna, ma la scrittura del diario quotidiano, dal 1942 al 1944, all’amica immaginaria Kitty, le permise di sentire meno dolorosi quei giorni di reclusione. Lia Levi, con delicatezza e grande garbo, racconta la storia della piccola Anna Frank, dei due anni di vita nascosta in soffitta, per arrivare al momento in cui la lei e la sua famiglia furono scoperti. Quello che è emerge dal libro è come la vita di questa adolescente cambiò in modo radicale con l’arrivo del Nazismo e come la scrittura fu per lei una vera e propria àncora di salvezza, un legame con la vita che, in quel periodo, era piena di incognite, paure, ma anche di speranze. La storia di Anna è poi arrivata a noi, grazie al diario che il padre –unico sopravvissuto ai campi di concentramento- fece pubblicare. Nel libro edito da Gallucci, Lia Levi racconta la storia di Anna Frank e racconta pure la sua di storia (un breve cenno), perché anche lei bambina di origini ebraiche riuscì a salvarsi con le sorelle dalla deportazione, vivendo nascosta per mesi in un convento di suore a Roma. Quello che emoziona de “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi” è quel brillare costante della figura di Anna, grazie a quel diario che generazioni e generazioni di lettori hanno letto, leggono e leggeranno, facendo brillare nel tempo la memoria di Anna Frank e di tutte le innocenti vittime dell’Olocausto. Dai 7 anni in su.

Lia Levi. Giornalista e pluripremiata autrice di romanzi per bambini e adulti, di origine ebraica, Lia Levi ha vissuto da ragazza un’esperienza analoga e opposta a quella di Anna Frank: insieme alle sue sorelle, si è salvata dalla deportazione nascondendosi per lunghi mesi a Roma in un collegio di suore.

Barbara Vagnozzi è nata a Genova nel 1961. Da piccola sognava di vivere in campagna e dipingere; e ora si dedica esclusivamente all’illustrazione. Ha pubblicato molti libri nei paesi anglosassoni e, in Italia, con Gallucci, Videocompilation dello Zecchino d’Oro, Video e Canto con lo Zecchino d’Oro, “Stravideo” per lo Zecchino d’Oro, “Attenti al lupo, 1,2,3…cinque!”, “Heidi e Strega comanda colore”, “Il porto dei piccoli”, “Lev”, “Aria, acqua, terra e fuoco” e “CantaFilaStrocche”. Vive sulle colline emiliane insieme ai suoi due bambini, al marito inglese, a un cane, a tre gatti, quattro papere e due conigli. Forse per questo le piace tanto disegnare buffi animali d’ogni genere!

Source: del recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.