:: La gestione del punto di vista: L’Aquila di sabbia e di ghiaccio di Massimo Pietroselli a cura di Diego Di Dio

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Trama: L’Impero che Marco Aurelio ha ereditato è giunto alla sua massima espansione e mantenere la pace che ha regnato sotto Antonino Pio è ormai impossibile: dopo la guerra contro i Parti, ora sono i Germani a minacciare Roma premendo da nord. Nel 167 d.C., l’Imperatore filosofo dà inizio alle guerre marcomanniche sotto auspici infausti e ben presto il suo progetto di stabilizzare i confini settentrionali si scontra con il leggendario furor teutonicus. Ma non è solo la spaventosa forza di quelle popolazioni a sfibrare le legioni romane. I barbari, come invasati, si sentono invincibili grazie al misterioso culto celebrato dalle Bestie – feroci soldati sarmati dall’incredibile vigore, protetti da uno strano amuleto. Marco Aurelio sa che solo un uomo può venire a capo dell’enigma delle Bestie: Tito Ulpio Geminus, speculator della guardia imperiale. Ma non sa che questo è due volte vero. Perché Geminus è un romano di origine sarmata, dunque adatto ad addentrarsi in territorio nemico, ma anche perché al centro dell’enigma delle Bestie c’è Melissa, la donna egizia da Geminus amata e poi persa.
Ho regalato questo libro a mia sorella per Natale. E, da buon lettore, me ne sono appropriato da poco e l’ho divorato. Il libro è bello e scritto bene, la storia scorre via veloce ma non lesina su paragrafi un po’ più lenti e riflessivi che, a parer mio, nulla tolgono ma qualcosa aggiungono alla suspense della storia.
L’elemento di maggiore interesse è il protagonista, Tito Ulpio Geminus, speculator dell’imperatore Marco Aurelio. Geminus è tormentato da un passato turbolento, misterioso, ogni sua giornata è aggredita dai ricordi e dal rimorso di qualcosa di indefinito. La storia è avvincente, i personaggi sono dettagliati e la ricerca storica è precisa e meticolosa.
D’altronde le mie aspettative erano piuttosto alte, dal momento che il mio primo incontro con Pietroselli risale all’antologia “Sul filo del rasoio” (Giallo Mondadori) in cui lessi, per la prima volta, un racconto di questo autore, ossia “Lasciateli dormire”, e ne rimasi letteralmente folgorato. In definitiva, le mia attese non sono rimaste deluse, ma non è di questo che volevo parlare.
Volevo parlare del punto di vista, un tema interessante e complesso che ogni aspirante autore dovrebbe conoscere a menadito.
Non starò qui a menare un saggio breve sul punto di vista, anche perché non ne sarei in grado. Invece quello che voglio fare è prendere spunto da “L’aquila di sabbia e di ghiaccio” per esporre come il punto di vista (pdv) viene gestito in questo romanzo. E quindi fare due chiacchiere su un argomento molto interessante ma, ahimé, troppo spesso trascurato.
Pietroselli esordisce, com’è lecito aspettarsi, con il protagonista, Geminus. E la prima cosa che si coglie è di avere di fronte un punto di vista omodiegetico, vale a dire una luce sempre accesa sul cuore e sui pensieri del nostro personaggio. Noi lo vediamo e lo sentiamo: conosciamo i suoi dubbi e le sue riflessioni.
Di solito, a questo punto, la maggior parte dei libri che ho letto prosegue a scaglioni: ogni capitolo/paragrafo è dedicato al punto di vista di un personaggio, mantenendo sempre la voce narrante in terza persona. Conosciamo tutti questa tecnica: rende il libro di agevole fruizione e scandisce rapidamente lo svolgersi degli eventi, alternando pdv omodiegetici ed eterodiegetici a seconda delle esigenze narrative.
Ma Pietroselli non fa così.
Diciamo che lui è più disinvolto. Pietroselli gioca con il punto di vista come solo un grande autore può fare, e soprattutto è in grado di fare. Il suo punto di vista procede regolare e tranquillo, finché non ci sorprende con interventi, mirati e chirurgici, del narratore onnisciente.
Il narratore onnisciente? Sì, quello che sa tutto. Il narratore che può dire “Geminus non lo sapeva, ma di lì a venti anni sarebbe stato…”; ecco, questa è una tecnica che, in parte, trovo innovativa nell’ambito degli autori made in Italy, perché l’ho riscontrata molto più spesso in libri anglosassoni. Gestirla non è facile e non è sempre consigliato.
Per citarne uno, Stephen King usa spesso questa tecnica. Ebbene, anche Pietroselli la usa, e la sa usare. Ma non basta.
Lui è ancora più disinvolto.
Non solo apre la narrazione a sortite del narratore onnisciente, ma interi capitoli sono gestiti con un narratore polifocalizzato. Vale a dire un narratore che sposta il fuoco della narrazione da un punto all’altro, da un personaggio all’altro, senza soluzione di continuità. Ebbene, usare una gestione del pdv così “libertina” è davvero difficile, perché la maggior parte degli autori esordienti, quando tenta di impelagarsi in una narrazione polifocalizzata, che sia omodiegetica o eterodiegetica, lo fa in maniera confusionaria. A tal punto che al lettore viene da chiedersi: “Chi sta parlando? Di chi sono queste riflessioni?”
Ebbene, questo con Pietroselli non succede. Mai.
Che non era un esordiente, ma un big, lo sapevamo già. Ma che fosse così esperto nell’uso del punto di vista, da potersi permettere virtuosismi di questo livello, io l’ho scoperto con “L’aquila di sabbia e di ghiaccio”.
Potrei continuare all’infinito portando esempi e discutendo dell’argomento: gli spunti del romanzo sono davvero tanti, a livello di scrittura creativa.
Ma preferisco fermarmi qua.
Ritengo che questo romanzo vada letto non solo per la bellezza della storia e della narrazione; penso che il libro di Pietroselli possa svolgere, in piccolo, una funzione didattica a favore degli autori esordienti, come me.
Non è un manuale sul punto di vista, è un romanzo storico. Ma parlo da aspirante scrittore e ritengo che non ci sia niente di meglio che leggere un maestro dei nostri giorni per affinare le tecniche narrative e per apprendere, con umiltà, i segreti del mestiere. Da uno che, fidatevi, ne sa sicuramente più di noi.

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