:: Mi manca il Novecento – Le parole giuste di uno scrittore di nome Cassola a cura di Nicola Vacca

3 settembre 2018 by

Carlo Cassola

Carlo Cassola è stato un grande inventore di trame. Nei suoi romanzi indagò l’essenza vera della vita senza mai rinunciare a una semplicità che infastidì non poco i censori ideologici del Gruppo ’63. Lo scrittore fu messo al bando, demonizzato e paragonato con disprezzo a Liala. La semplicità della sua narrativa fu degradata al romanzetto da quell’avanguardia che credeva nello stretto legame tra la letteratura e l’ideologia.
Cassola romanziere non nascose mai le sue idee in merito. Per l’autore de La ragazza di Bube il nemico cui opporsi, sul fronte politico e letterario, è l’ideologia che gli altri indossano come un abito preconfezionato.Questo modo di pensare, per Cassola, allontana la politica e la letteratura dalla realtà.
La scrittura letteraria viene prima di tutto e deve spiegare la vita e i sentimenti che la compongono. Si capisce bene come ai cosiddetti scrittori impegnati dell’avanguardia il caso Cassola rappresentò un ostacolo pericoloso da neutralizzare.

«Capisco bene – annota lo scrittore – di aver deluso molta gente. Nel ’44 ho tradito i “vecchi compagni”, che si aspettavano che io diventassi comunista, quando ho scritto Il soldato ho deluso quelli che mi consideravano uno scrittore impegnato, e col Cuore arido ho deluso i molti ingenui ed entusiasti lettori de La ragazza di Bube. E questo è solo un sommario elenco dei molti tradimenti da me perpetrati. Ma in coscienza non posso dire di esserne pentito. Erano tradimenti necessari, se non volevo tradire me stesso».

Le parole giuste di uno scrittore che obbediva esclusivamente a se stesso e alla propria etica finirono per contrariare gli intellettuali della cultura dominante che invece avevano i loro padroni da servire. Sanguineti, Eco e tutti gli altri conformisti politicamente orientati non perdonarono mai al ribelle Cassola la vocazione alla libertà di giudizio, non omologata a un sistema culturale ideologizzato.
Di questo grande scrittore, lontano dall’ufficialità del potere, resta la grande lezione di coerenza e di stile di narratore puro rimasto sempre fedele a proprio DNA. Con una semplicità disarmante, nei suoi romanzi, Cassola è stato unico nel raccontare l’impegno intimista dell’esistenza. Nelle sue storie egli mette in risalto l’importanza dei sentimenti e dell’amore.

«E in Cassola – scrive Alba Andreini – i sentimenti tanto incriminati ma per lui non anacronistici né arcaizzanti sono presenti- sia pure in modo ellittico e soprattutto con il lato delusivo della frustrazione: non svolti in chiave di psicologia per divieto della poetica esistenziale, ma espressi con la medesima compostezza dolente che aveva già forma virile e controllata al dolore».

Rileggere Paura e tristezza, La ragazza di Bube, Un cuore arido, dopo la sconfitta dell’egemonia della cultura ufficiale benpensante che non ha saputo andare oltre gli steccati dell’ideologia, rende giustizia a un grande autore che ha fatto della scrittura l’unica ragione per spiegare gli enigmi che si nascondono dietro il flusso dell’esistenza.
Immune da degenerazioni patetiche, Cassola trova il suo stile riconoscibile nelle aperture pesaggistiche. Nei paesaggi toscani si percepisce tutto il bene della vita. Le descrizioni dei personaggi e dei paesaggi hanno una ricchezza particolare che vedono una partecipazione dell’autore alla condizione umana. Nelle trame dei suoi romanzi l’amore lirico è il legame, il fondamento invisibile, che fa del tempo il grande protagonista della narrazione.Si può benissimo pensare a Carlo Cassola come al portavoce di una vicenda generazionale. Franco Fortini celebra in Cassola la stella polare dell’autointerrogazione.
È sufficiente ripercorrere le trame dei romanzi di Cassola per apprezzare quel dualismo storia-natura in cui si enuncia l’idea profetica del superamento dell’esperienza dell’impegno:

«Quando il mondo sta per finire, non c’è più tempo di pensare alla letteratura. Alla politica sono fermamente intenzionato a dedicare questo scampolo di vita che mi resta. Pure non rinnego la letteratura. Mi nacque dalla stessa radice da cui mi nasce l’impegno politico. L’amore per la vita».

Cassola fu un uomo libero che non si piegò mai al conformismo della cultura dominante. Anche quando egli mette sul banco degli accusati l’editoria e il sistema culturale non abbandona mai quel parlare diretto e semplice con il quale era solito narrare le sue avventure esistenziali.
Cassola è stato uno scrittore che, nella fedeltà al suo stile, ha sempre rivendicato un’appartenenza naturale a una memoria che non poteva mai essere tradita, ma sempre onorata con la limpidezza di un raccontare vero.
I romanzi di Cassola non sono né ideologici e né realisti. Nelle sue narrazioni la storia non è importante in senso assoluto, ma diventa maestra di vita quando si rivolge e coinvolge i destini singoli. Egli è uno scrittore che scrive solo di quello che conosce, non si nasconde mai dietro le idee ma le rappresenta con una straordinaria onestà intellettuale: la scrittura di Carlo Cassola è legata alla vita anche quando affronta i temi dell’impegno della sua generazione e definisce i fascismo una pesante umiliazione e la Resistenza una condizione tra esaltazione e depressione.
Cassola nel romanzo Fausto e Anna racconta la Resistenza come fu veramente, liberandola dalle scorie dell’ideologia, dalla retorica e dai trionfalismi dell’autocelebrazione. Dopo l’uscita del libro lo scrittore fu attaccato dalla sinistra che lo accusò di voler diffamare e insultare la lotta partigiana. Cassola era di idee libertarie e socialiste e sempre si schierò contro le ortodossie e le violenza di ogni forma di ideologia.
Mario Luzi ha scritto che l’opera di Cassola esige molta intelligenza. Cassola, per il poeta fiorentino, è uno degli scrittori più difficili che ci siano. È stato accusato di facilità, e questo dimostra appunto l’ottusità di chi ha pronunziato questo giudizio.
La verità è un’altra. A Carlo Cassola non è stata mai perdonata la sua onestà intellettuale, l’innocenza con cui l’ha perseguita.
In un’intervista del 1964 in cui, riferendosi all’amico Cancogni rifiutato e boicottato dall’establishment letterario, Cassola afferma che

«il potere letterario lo si esercita attraverso il controllo delle case editrici, delle riviste e dei premi»

Cassola, al contrario, era convinto che o si scrive per la gente o si scrive per il mondo.
L’establishment, che aveva in mano le grandi case editrici, non ha mai tollerato le opinioni scomode dello scrittore toscano, uomo libero e irregolare che rifiutò le etichette ideologiche. Molte cose non hanno perdonato a Cassola i suoi detrattori, di ieri e di oggi.
Lo scrittore, secondo il loro punto di vista, è colpevole di aver fornito con Fausto e Anna e con La ragazza di Bube un’immagine non retorica e non convenzionale della Resistenza.
Non gli hanno mai perdonato di essersi allontanato, dopo le speranze accese con Il taglio del bosco, dal credo del vangelo neorealista.
Cassola, inoltre, è stato accusato di aver indugiato nelle piccole cose antieroiche della vita di provincia e nelle pieghe di una dolente aspirazione alla felicità.
Negli ultimi anni di vita, Carlo Cassola si impegnò in una battaglia pacifista ed ecologista che sapeva più di anarchismo che di marxismo. Anche per questo fu attaccato violentemente.
Nei suoi libri, nei suoi articoli, nei suoi saggi continuò con coerenza a sostenere il suo libero pensiero: a cercare la catena di un padrone, anziché obbedire a se stessi e alla propria etica, si finisce male.

:: Furore di John Steinbeck (Bompiani 2013) a cura di Daniela Distefano

3 settembre 2018 by

 

Furore di John Steinbeck“… Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo”.

Recensire un capolavoro – e “Furore” (Bompiani) di John Steinbeck lo è senza alcun dubbio – è sempre faticoso perché gli elogi si sprecano e diventano inutili, le parole sono mozze, prevalgono i sentimenti, la commozione, il pathos, l’entusiamo ma non esattamente traducibili in frasi connesse. Insomma, di questo romanzo potrei ben dire anche solo un “oh!” di stupore, e tanti saluti all’ampollosità. Prima di parlare di trama e dintorni, poche righe per inquadrare i connotati ideologici:

Erede di Emerson e Thoreau più che di Marx, Steinbeck scrisse in un articolo del 1952 che “la rivoluzione più grande e più stabile che si conosca ha avuto luogo quando tutti gli uomini hanno finalmente scoperto di avere singole anime, importanti nella loro individualità. Questo concetto”, concludeva, “ha cambiato in modo permanente la faccia del mondo”.

La storia è di quelle comuni a ogni migrante, di ogni epoca, di qualsiasi parte del globo. La famiglia Joad è costretta a partire: alla ricerca disperata di un nuovo lavoro, nuova casa, nuova vita.

Sono il coraggio e la determinazione a trasfigurare questi diseredati negli eredi del popolo dell’Esodo, così come lo erano stati i pionieri del West, nonché gli emigranti sbarcati a Castle Garden ed Ellis Island; e, prima ancora, quei dissidenti che, nel Seicento, avevano attraversato l’Atlantico per realizzare il regno di Dio sulla Terra. La prosa di Steinbeck, frutto dell’impeto e dello sdegno contro le conseguenze della Grande depressione accompagna, sostiene e mitizza il loro cammino verso una nuova casa. Ma, arrivati in California, i Joad scoprono di essere stranieri in patria.

I Joad perdono pezzi di famiglia strada facendo, si tramutano in esseri nomadi, degradano alla condizione quasi bestiale ma non perdono quella piccola fiamma che ancora li fa respirare sulla Terra. Con inconscienza, più che con coraggio, affrontano le traversie del destino e arrivano ad un passo prima della fine del tunnel. Un libro (la cui traduzione è affidata a Sergio Claudio Perroni, l’introduzione a Luigi Sampietro, la postfazione a Mario Andreose) che racchiude mille risvolti interpretativi, come una matrioska, come una scatola cinese. Si prende coscienza che l’uomo e la donna sono essere speculari, non identici ma intersecanti:

Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così ch’è fatta la vita. La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai”.

E’ l’America del viaggio verso il sogno che fa da sfondo a pagine frizionate con l’olio del pericolo, della speranza, del rigetto del passato. Da quando l’uomo è apparso sul mondo, è stato sempre in cammino, una viandanza che aveva lo scopo di raggiungere una meta, e questo traguardo è qualcosa che non si concepisce con la mente, l’intelletto, la memoria. E’ l’ignoto, si chiama non conoscenza di quello che desideriamo, ma anche liberazione perché “le rogne nascono tutte dal bisogno”.

John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per “Furore” nel 1940. Nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”. Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Lucia e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

:: La Zita di Ilaria Introna

29 agosto 2018 by

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Liberi di scrivere è felice di annunciare che il racconto “La Zita” di Ilaria Introna ha trovato una rivista sui cui apparirà pubblicato, per cui non ci sarà più sul blog. Cogliamo pertanto l’occasione di complimentarci con l’autrice!

Se lo volete leggere lo trovate qui.

:: La bella Angelica e l’alchimista di Giulietta Iannone

21 agosto 2018 by

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Questa historia sì singolare non ha presunzione del vero, chiarissimi signori, e infatti conto sulle dita di una mano coloro che mi ascolteranno e vi presteranno fede. Ammetto è una historia bislacca, è una historia bizzarra, ma se c’è una verità che in essa vi è racchiusa, una morale, è che è vero il detto popolare che tutto accade a chi sa aspettare.
Sedetevi quindi, accanto al camino, mettetevi comodi che vi racconto, non siate impazienti, non tralascerò alcun particolare anche il più fantasioso, così conobbi la vicenda e così la trasmetto a voi; ora principio:

“Nell’anno di grazia 1523 accadde in Firenze, meraviglia tra le città della terra, un fatto curioso che ebbe come protagonisti un alchimista assai saggio e una nobile dama fiorentina di notevole avvenenza di cui vi tacerò per prudenza il cognome, perché appartiene ad una casata assai illustre e non tarderete a capire quale.
L’alchimista si chiamava Gasparre, era umbro, ed oltre ad essere astrologo, teologo e veggente, aveva lavorato tutta una vita in cerca della mitica pietra filosofale.
Un dì incontrò la bella Angelica e se ne invaghì perdutamente vedendola da lontano.
La donna era l’infelice hisposa di un nobile fiorentino che passava il suo tempo in armi e in battaglia ponendo la gloria, il potere e i tesori in un più alto scranno che la sua legittima e trascurata consorte.
Angelica pur ricambiando con profonda passione l’amore dell’alchimista, sapeva haimè in cor suo che il loro amore non era benedetto né dal Cielo, né dalle stelle, né tanto meno dalle leggi umane.
L’infelicità era sì grande che i due sfortunati amanti, spinti dalla disperazione più che dalla turpe sensualità, escogitarono un piano per avvelenare il marito di Angelica per liberarla dai sacri vincoli nuziali.
L’alchimista, seppure con fatica, si procurò il più letale veleno di tutta Firenze e preparò una pozione mettendola in uno scrigno imbottito di nero velluto e pur rimproverandosi per l’infame gesto, non pensate che fosse un uomo senza morale e schiavo del vizio, consegnò il tutto alla sua amata complice.
Ma il Cielo non stette a guardare inoperoso e invio un angelo che apparve in sogno allo sventurato sposo di Angelica.
L’uomo sul principio fu stupito e non credette alla veridicità del sogno, ma poi dopo alcuni segni capì che non era parto di fantasia, ma tragica realtà e sebbene il suo cuore sanguinasse si dominò al punto di non lasciare trasparire alcun sentimento, ma prese l’accortezza di stare in guardia tanto che Angelica iniziò a sospettare che il marito sapesse.
Questa certezza la spinse ad agire il più in fretta possibile, tanto che impregnò con la venefica pozione un abito del marito e attese pregando che il Cielo, che sì tanto stava offendendo, facesse andare tutto per il meglio.
Alla sua preghiera apparve, in una nuvola verde di zolfo, un demone e le propose un patto scellerato: suo marito sarebbe morto avvelenato, ma solo in cambio della sua anima immortale e eterna.
La bella Angelica alquanto turbata da cotanto accadimento accettò e corse dall’ alchimista a dirgli della strana apparizione e dell’infame patto, accettato più per paura che per reale malizia.
I giorni passarono e il marito di Angelica non moriva. Il veleno messo nell’abito sembrava senza effetto e così Angelica disperata prese a sospettare che qualcosa fosse mutato nel frattempo, tanto da ostacolare i suoi tristi piani, ma poi la paura e il senso di colpa soprattutto prevalsero e così si recò dal marito scarmigliata e in lacrime spiegandogli tutto e chiedendogli perdono.
Solo allora l’uomo le disse il vero: che il veleno non aveva avuto effetto perché l’alchimista gli aveva portato un antidoto, avendo saputo del patto con il demone. Come unica clausola aveva preteso che non dicesse niente per primo ad Angelica in cambio del suo perdono.
L’angelo custode che gli era apparso in sogno gli aveva infatti rivelato che agendo così l’alchimista aveva sciolto il patto e liberato la donna.
Questa storia bizzarra ha anche un insperato lieto fine: anni dopo infatti il marito di Angelica morì di morte naturale e la donna poté sposare l’alchimista, che nel frattempo era diventato consigliere illustre e temuto del Duca di Firenze”.

La storia finisce qui e sperando di avervi fatto cosa gradita ad avervela narrata inchinandomi mi allontano. Sento che tra voi qualcuno sghignazza, altri increduli scotono il capo saggio e reverente. Haimè sono solo un narratore di fatti neanche a me accaduti, nel malaugurato caso in cui vi avessi tediato me ne scuso.

** Il ritratto del Bronzino appartiene a Lucrezia di Cosimo de’ Medici (1545 – 1561) e la storia, con tutte le licenze del caso, si basa sulla sua triste e breve vita. Nella realtà fu lei moglie di Alfonso II d’Este a morire (si dice avvelenata, per losche trame di successione, anche se le cronache parlano di tisi) nel 1562, poco meno che ventenne.

Il confine dell’oblio, Sergej Lebedev, (Keller 2018) A cura di Viviana Filippini

3 agosto 2018 by

“Il confine dell’oblio” di Segej Lebedev, edito da Keller, è un romanzo ammantato da un senso di claustrofobia e dal costante bisogno da parte del protagonista di mettere assieme i pezzi di vita altrui per dare una senso anche alla propria. Sì perché lo scrittore russo mette in forma un romanzo nel quale l’intento principale è quello di salvare la Storia e i fatti (compresi quelli dolorosi) che l’hanno caratterizzata, proprio per evitare che essa finisca nel dimenticatoio: nell’oblio. Oblio KellerAl centro delle trama c’è un rapporto indissolubile, più potente dei legami di sangue, tra il protagonista e l’anziano vicino di casa soprannominato Nonno due. L’uomo è solo, cieco e di lui non si sa nulla, né da dove venga, né cosa abbia fatto nel suo passato. Un individuo misterioso attorno al quale ci sono tante dicerie dalle quali il piccolo protagonista non si lascia influenzare. Il ragazzino si affeziona molto all’anziano e l’empatia tra i due è reciproca, a tal punto che nei primi anni Novanta (siamo nel 1991) Nonno due sacrificherà la sua vita per salvare quella del suo piccolo amico. Il bambino, diventato adulto, inizierà una vera e propria indagine, che non solo lo porterà a viaggiare in lungo e in largo per la terra russa. La sua ricerca gli permetterà di dare sempre più forma al passato di quel vecchio cieco e burbero da lui chiamato Nonno due. Il viaggio compiuto dal protagonista di Lebedev è rivolto sempre più verso il Nord della Russia (Siberia) e addentrandosi nelle pagine si ha come la sensazione di compiere una vera e propria discesa agli inferi in un mondo dove, ad un certo punto, non si riesce più a comprendere chi sia davvero la vittima e chi il carnefice. Il protagonista troverà lettere, incontrerà persone e scoprirà indizi che gli permetteranno di mettere assieme la vera identità di Nonno due. Dati che lo faranno soffrire e riflettere. Nonno due infatti fu per parecchio tempo il capo di un gulag, ebbe una sua famiglia, ma le avversità del Destino e della vita giocarono contro di lui. A fare da sfondo all’indagine c’è il paesaggio siberiano fatto di miniere in disuso, di crepacci naturali pieni di memoria, di caserme un tempo piene di uomini. Luoghi vuoti nel presente, afflitti da un senso di opprimente desolazione sotto la quale ribollono le indicibili violenze che caratterizzarono la vita degli internati e quella dell’anziano. Nel compiere la sua ricostruzione il protagonista del romanzo di Segej Lebedev mette in evidenza la magnifica bellezza delle terre russe, modificate e ferite in modo irreparabile dall’uomo. Allo stesso tempo, la violenza sull’ambiente rispecchia quella che gli esseri umani hanno compiuto verso altri loro simili, con il conseguente annientamento di ogni aspirazione alla libertà del vivere, agire e pensare. “Il confine dell’oblio” di Lebedev è un libro che vuole fare memoria del passato russo, di quell’epoca storica del Novecento dolorosa, già narrata da autori come Aleksandr Solženicyn o Varlam Šalamov. Il tutto per mantenere vivo nel presente il ricordo delle centinaia di migliaia di uomini e donne finiti nei gulag. Traduzione dal russo Rosa Mauro.

Sergej Lebedev è nato a Mosca nel 1981 e ha lavorato per sette anni in spedizioni geologiche nella Russia settentrionale e in Asia centrale. Lebedev è un poeta, saggista e giornalista. Oggi è una delle voci più importanti della nuova letteratura russa.

Source: grazie all’uffcio stampa e allo staff di Keller editore.

 

:: Tè verde d’Estate e Catania non guarda il mare di Daniele Zito

31 luglio 2018 by

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Continua la mia collaborazione con PETER’S TeaHouse ditta che produce ottimi tè di cui vi ho giù parlato sul blog esclusivamente riguardo ai tè neri (i miei preferiti). Questo terzo cofanetto che mi hanno mandato grazie a Mattia che qui ringrazio, invece contiene tè verdi, depurativi e dreananti, perfetti per l’estate. Ho scelto di iniziare infatti con il Tè verde d’ Estate, profumatissimo e più chiaro dei tè neri ma altreattanto gradevole. Si può bere sia caldo che freddo e in quest’afosa estate consiglio sicuramente la seconda soluzione. E’ composto di Tè verde indiano, guava, pepe rosso, fiordaliso e aroma di pompelmo rosa.

La preparazione è semplice:

  • 1 cucchiaino di tè
  • 80 ° la temperatura dell’acqua (è un tè più delicato quindi fate attenzione a non bruciarlo con l’acqua in piena bollitura, aspettate un minuto, se non avete il termometro per l’acqua)
  • 2 o 3 minuti di infusione

Ripeto io preferisco i tè neri, ma i tè verdi hanno diverse proprietà che li rendono migliori in questa stagione: sono ottimi per drenare i liquidi (specie nelle diete dimagranti), antiossidanti e depurativi. Potete berli sia a colazione che nel primo pomeriggio. Sconsiglio sempre di bere tè alla sera, meglio tisane rilassanti o la sempre verde camomilla.

Consiglio goloso

Tè verde d’ Estate lo consiglio con semplicissimi biscotti caserecci fatti con zucchero, uova, farina e olio. Quando l’impasto e di giusta consistenza si mettono in forno per 10 – 15 minuti. Li si può cospargere di semi d’anice, finocchio e granella di zucchero. Ho usato stampini a forma di cuore, stella etc…

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

Tè verde d’ Estate è perfetto leggendo Catania non guarda il mare di Daniele Zito, libro splendido che potete portare al mare, in campeggio, sui monti!

E un ultimo consiglio, non abbiate fretta, sorseggiate il tè lentamente in compagnia di felici pensieri.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

Source libro: Ufficio stampa Laterza.

E ora che dire, buona estate, il blog resterà chiuso ad agosto, ma i libri non vanno in vacanza, sono amici fedeli che restano sempre con noi. Non sono stata molto presente in questi ultimi mesi, ma spero a settembre di ritrovare lo slancio e l’entusiasmo per continuare questa avventura. Ringrazio i lettori che ci leggono e continuano a farlo. Grazie anche dei commenti, vi ringrazio soprattutto per la vostra gentilezza e moderazione. Sono felice di avere lettori come voi. Spero di avervi fatto buona compagnia con i mei consigli di lettura, e spero di potere continuare a farlo. Quindi che dire, arrivederci a settembre.

:: Muschi Alti, di Daniela Capobianco recensione a cura di Federica Belleri

31 luglio 2018 by

muschi Esordio letterario per Daniela Capobianco, torinese, producer e art buyer per una grande azienda della sua città. Muschi Alti ci presenta una serie di persone-personaggi reali, concreti, legati a ossessioni o abitudini particolari. Come Valter, uomo anonimo che ama i funerali. O Giovanni, giocatore compulsivo al casinò. O Flora, bellezza intrigante, invaghita del lusso e dell’amore passeggero. Oppure Laide, pescivendola, poco attenta alla sua fisicità. O ancora Biagio, bello e benestante, lontano da responsabilità che non vuole prendersi.
Tutti si spostano, se ne vanno. Dal nord alla Maremma. Tutti hanno bisogno di staccare la spina, per diversi motivi. Tutti, hanno voglia di evadere, di fare qualcosa di sconveniente o di ritrovarsi. Oppure no?
Fra un’unghia da ricostruire e la caccia al cinghiale si ritrovano all’agriturismo Muschi Alti, con lo splendido scenario maremmano davanti. La cucina offre cibo succulento e ottimo vino. La quotidianità è semplice e scandita dai ritmi della terra. Si adatteranno facilmente? Uomini e donne che fanno conoscenza, si approcciano e riscoprono l’essere maschio o femmina. A tavola o a letto, le loro vite mischiate sono originali e danno origine a utili riflessioni.
Scrittura scorrevole e molto attuale. Editing come si deve. Complimenti alla casa editrice per aver scelto quest’autrice.
Vi invito a leggerlo, vi piacerà.

Fonte : omaggio dell’editore

:: I Maigret 13 di Georges Simenon (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

31 luglio 2018 by

I MAIGRET 13 - SimenonIl volume “I Maigret 13” (Adelphi) contiene i seguenti racconti di Simenon: “Maigret perde le staffe”, “Maigret e il fantasma”, “Maigret si difende”, “La pazienza di Maigret”, “Maigret e il caso Nahour”. Parliamo di una raccolta stupefacente per estro, inventiva, precisione psicologica. Dalle pagine del testo piuttosto corposo, emerge il lato sfaccettato del personaggio creato da Simenon: i suoi tentennamenti, del tutto umani, le sua fragilità, i suoi metodi di indagine singolari e vincenti:

Maigret non seguiva un piano prestabilito. Non aveva nessuna idea. Era un po’ come un cane da caccia che va avanti e indietro, annusando. E tutto sommato non gli dispiaceva ritrovare l’aria di quella Montmartre, un’aria che non respirava da anni. (..) La gente aveva la mania di interrogarlo sui suoi metodi. Alcuni sostenevano addirittura di saperli analizzare, e allora li guardava con una sorta di beffarda curiosità, visto che lui, il più delle volte, improvvisava, basandosi semplicemente sull’istinto.

Basta un dubbio, a volte, per smascherare la dietrologia di un caso anche contorto:

Era capitato altre volte, anzi parecchie volte, mai però in modo così preciso, così caratteristico. Tu avanzi in una certa direzione, con tanto più accanimento quanto meno sei sicuro di te o quanti meno elementi hai in mano. Poiché nulla ti impedisce, al momento opportuno, di fare dietrofront e prendere un’altra strada. Mandi gli ispettori a destra e a manca, hai l’impressione di non concludere nulla, poi scopri un piccolo elemento nuovo e cominci a procedere con cautela. Ed ecco che improvvisamente, quando meno te l’aspetti, l’inchiesta ti sfugge di mano, non sei più tu a dirigerla. Sono gli eventi a comandare costringendoti ad adottare misure che non avevi previsto, e che ti colgono impreparato. E così passi dei brutti quarti d’ora, continuando a chiederti se, fin dall’inizio, non hai preso la strada sbagliata e alla fine non ti ritroverai davanti al vuoto o, peggio ancora, di fronte a una realtà diversa da quella che avevi immaginato.

Forse il racconto più impressionante è quello in cui il celebre commissario deve difendersi da un’accusa infamante. Al suo fianco, però c’è sempre l’amata moglie che lo accudisce quando è a casa e lo protegge dai raggi del sottobosco criminale.

Non si chiamavano mai per nome, né con appellativi tipo “caro” o “tesoro”. A che scopo, visto che, in un certo senso, si sentivano un’unica persona?

Maigret non è una figura cartonata, ritagliata e appicciata nell’album delle certezze. Anche da ragazzo il futuro commissario viveva e respirava come un pesce che guarda, osserva il mondo da un oblò, quello di vetro e trasparente del suo mondo interiore.

Quando era in collegio, dalla finestra della sua classe il giovane Maigret guardava con nostalgia l’andirivieni di uomini e donne sul marciapiede, sentendosi come prigioniero. La brasserie era affollata: dopo tanti anni si stupiva ancora nel vedere tanta gente in giro nelle ore in cui altri faticavano in ufficio, in laboratorio, in fabbrica. Appena sbarcato a Parigi, poteva restare un intero pomeriggio in un caffè dei Grands Boulevards o del boulevard Saint-Michel a scrutare il brulichio della folla, a osservare le facce, sforzandosi di indovinare le preoccupazioni di ognuno.

Questo volume è una primizia che consiglio di assaporare con molto godimento, perché ci trasporta a Parigi gratis, ci occupa la mente nelle ore di canicola, perché Maigret appare come mai prima d’ora nel suo volto più sguinzagliato, perché Simenon ha lasciato qua e là tracce del suo terreno percorso e noi lo ringraziamo di cotanto riguardo, buone vacanze.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Nuno di niente di Roberto Morgese (Piemme 2018) a cura di Marcello Caccialanza

31 luglio 2018 by

Nuno di nienteL’ultimo libro di Roberto Morgese: “Nuno di niente”, edito dalla casa editrice Piemme, costo al pubblico euro 15, è una deliziosa favoletta moderna adatta, non solo ad un pubblico più giovane, ma anche a lettori più navigati e smaliziati.
Si può definire una sorta di parabola ecologista che strizza anche l’occhio alla onerosa tematica della povertà più conclamata in un Brasile multi facce!
Nuno è un ragazzino, già provato dalla cattiveria della vita, cresce in una discarica alle porte di Rio De Janeiro, dove per sopravvivere cerca tra i rifiuti stessi la sua sussistenza: dal cibo, agli oggetti per arredare la casa e alle cose da rivendere.
Ma un giorno, come in una specie di miracolo, trova uno strano pacco che lo incuriosisce non poco, cosa ancora più strana che insieme a quel pacco vi è pure un biglietto, il messaggio di Marianna, una ragazzina dei quartieri benestanti. Così per gioco Nuno le scrive una lettera e da quel momento tra i due nascerà una meravigliosa amicizia per corrispondenza.
Un piccolo romanzo ben scritto e costruito, mai banale o mieloso, piace perché nella sua disarmante semplicità regala forti emozioni che sanno traghettare lo stesso lettore in una serie di riflessioni che anche al solleone dovrebbero essere fatte! L’autore usa in modo pregevole carta e penna, perché in una tematica così di grande attualità, facile sarebbe scivolare nella più bieca piangeria o nella più falsa ipocrisia di modo!
Ma Roberto Morgese con grande classe e savoir faire riesce brillantemente ad uscire da questo émpasse offrendo alla stessa opinione pubblica un libro che merita di essere letto e riletto!

Roberto Morgese è nato a Milano, ed è insegnante di scuola elementare e formatore per il corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università di Milano-Bicocca. Scrive da anni per bambini e ragazzi, e questo è il suo primo romanzo per Il Battello a Vapore, con cui ha vinto l’omonimo premio nel 2017.

Source: libro del recensore.

:: Attività Montessori all’aperto di Marta Versiglia (BUR 2018) a cura di Marcello Caccialanza

31 luglio 2018 by

Attività Montessori all_apertoSi potrebbe così sintetizzare: viva il gioco all’aperto, abbasso la tecnologia! il libro dal titolo “Attività Montessori all’aperto”, edito da Rizzoli e scritto dalla sagace penna dell’autrice Marta Versiglia, costo al pubblico euro 13.
Ormai si è purtroppo giunti ad una via senza più ritorno, dove si assolda la stessa tecnologia per adempiere al delicato compito educativo delle generazioni future.
Questo coraggioso manuale mette in evidenza la necessità di riscoprire quel piacere perduto di far giocare i nostri bambini all’aria aperta; invece di parcheggiarli davanti alla Tv o a qualsiasi altra diavoleria del terzo millennio.
Lo scopo medesimo di questo libro è dunque quello di ricordare ai genitori i giochi antichi sempre verdi e fattibili anche ai giorni nostri, quelli tipici di un sano e genuino passato, come ad esempio nascondino o campana. Si offre quindi la concreta occasione agli stessi adulti di riportare i nostri bambini a riappropriarsi della propria manualità, magari costruendo collane o aquiloni, con cui poter correre e divertirsi a piedi nudi in un prato per rivivere il contatto con la terra!
O ancora si tenta, con dovizia di particolari, di rifar scoprire nuovamente quel diletto, ormai passato di moda, del farsi cullare dall’altalena. Si vorrebbe anche riportare in auge quell’intramontabile godimento di una accattivante caccia al tesoro o di un calcio dato ad un pallone in vero cuoio, sognando di entrare in una squadra di grido!

Marta Versiglia è pedagogista e insegnante di scuola primaria. Segue sul territorio la ricerca e l’applicazione del metodo Litigare Bene. Lavora per i bambini nel servizio di consulenza pedagogica presso il CPP di Piacenza di Milano. Scrive regolarmente su “Conflitti. Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica”. Con BUR ha pubblicato anche Imparare giocando (2017).

Source: libro del recensore.

Death is not the worst di Julia Sienna e Helena Cornell (Gainsworth, 2018) a cura di Elena Romanello

31 luglio 2018 by

DINTW fronte coversmallLa casa editrice Gainsworth si è distinta ormai da alcuni anni per aver dato voce agli autori e autrici italiani del fantastico, con edizioni curate e come presentazione e come contenuti.
Death is not the worst è un romanzo tra horror e urban fantasy scritto a quattro mani da Helena Cornell e Julia Sienna, autrici già note agli appassionati e cultori, incentrato su un universo parallelo e simile a quello dei vampiri e dei lupi mannari. Ma no, non è del genere a cui purtroppo troppa letteratura non proprio edificante ci ha abituato per anni, è qualcosa di decisamente duro, tosto, sanguinario e oscuro.
Nella cittadina universitaria di Norwich, nel Mississippi ci si sta preparando ad affrontare un nuovo anno accademico, cercando di ignorare una lunga scia di macabri omicidi e sparizioni che sta affliggendo il Sud degli Stati Uniti, colpendo anche studenti e frequentatori dell’ateneo.
Catherine O’Bryan è una  giovane studentessa della Ole Lady ed è tornata in città dopo una brutta storia di molestie e diffamazioni via Internet (molto attuale, tra l’altro). Vorrebbe voltare pagina e concentrarsi sul suo futuro di studi e lavorativi e si imbatte nello spavaldo Tristan, l’unico erede dell’antica e misteriosa famiglia Averhart.  Tra i due nasce subito una grande attrazione e il ragazzo infrange subito ogni regola e divieto del suo clan per stare con Catherine. Ma dietro di lui ci sono ben altri segreti e misteri, perché  Tristan fa parte di una stirpe di predatori soprannaturali, che hanno portato lutti e tragedie, con una maledizione che nessuno può spezzare, nemmeno dopo secoli e morti infinite.
Presto Catherine dovrà fare i conti con il segreto del ragazzo di cui si è innamorata, scoprendo la verità su un mistero che affonda le radici nella notte dei tempi, quello dei Cacciatori, odiati e cacciati a loro volta, insieme a tutte le persone che per qualche motivo si accompagnano a loro.
Death is not the worst è il primo romanzo di una nuova serie, una storia capace di avvincere e di dimostrare che si può parlare di storie d’amore senza scadere nel banale e nel melenso, costruendo un microcosmo con echi di Stephen King, Clive Barker, Anne Rice e Charlaine Harris, ma originale e pronto ad evolversi ulteriormente, anche perché il finale è scioccante e fa attendere con impazienza i prossimi sviluppi.
I personaggi di Catherine e Tristan, entrambi perseguitati dal loro passato e alle prese con un presente non facile e presentano due varianti insolite sulla coppia della ragazza umana e del ragazzo con poteri, due eroi non perfetti, anzi più anti eroi, alle prese con maledizioni e persecuzioni più grandi di loro che non rendono certo scontato il lieto fine. E meno male.

Provenienza: libro del recensore.

Julia Sienna nasce nel 1989, da sempre appassionata lettrice inizia a cimentarsi con la scrittura nell’adolescenza, intraprendendo poi studi di editing e tecnica narrativa.
Antiquaria di giorno e scrittrice di notte, pubblica il suo romanzo di esordio nel 2013 I Predatori Oscuri, primo volume della saga epic fantasy The Dark Hunt al quale fanno seguito nel 2014 Cacciatori di Ombre e nel 2017  Il Tempio degli Abissi tutti editi da Gainsworth Publishing.

Helena Cornell nasce nel 1983. Scrittrice amatoriale sin da ragazzina, è finalmente riuscita a esordire grazie all’incontro fortuito con Julia, che ha collaborato con lei all’editing dell’ultimo volume di The Dark Hunt. Grazie ai suoi studi, Helena ha sviluppato un forte senso critico e di analisi letteraria, che le ha permesso di entrare nel mondo dell’editoria.
Ora editor e Raccontastorie a tempo pieno, è guidata dal sottile filo che la tiene saldamente legata alle sue trame e personaggi, narrandoli con l’ironia che la contraddistingue.
Death is not the Worst è la loro prima opera a quattro mani.

Il fantasy secondo Sandro Ristori a cura di Elena Romanello

31 luglio 2018 by

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Sandro Ristori è una nuova voce del fantasy italiano, autore de Il regno del male per Newton Compton, primo capitolo di un’affascinante e cupa epopea. In attesa di andare avanti con la sua saga, gli abbiamo fatto alcune domande, su di sé e sul perché ha scelto di raccontare una storia così.
Come è nata l’idea de Il regno del male?
Un giorno, in spiaggia, due mie amiche, due sorelle, mi raccontano una storia. Giocavano da bambine, tiravano un lenzuolo, una da una parte e una dall’altra. A un certo punto, presa da un impulso inspiegabile e senza senso (direi quasi malvagio) la maggiore ha lasciato di botta la presa. Sapeva che la minore avrebbe perso l’equilibrio. Sapeva che sarebbe inciampata e sapeva che si sarebbe fatta male. Cosa che poi è puntualmente successa, senza conseguenze gravi per fortuna. Quando ho sentito questo racconto, così quotidiano e ordinario, la mia mente si è subito messa in moto. Ho visto in quella scena l’eruzione del male, i rapporti ambivalenti tra persone che si vogliono bene, le scelte inconsce e le conseguenze imprevedibili che possono causare. Tutti temi che ricorrono nella mia saga. A partire da quello spunto tutta la storia si è delineata davanti a me, pulita e precisa.

Perché hai scelto di scrivere una storia fantasy?
Non credo ai generi. O meglio, ci credo, ma non come narratore. Mi spiego meglio. Come lettore e come professionista del settore ho i miei gusti e le mie preferenze, e le distinzioni in generi sono molto utili per orientarsi. Come scrittore, al contrario, trovo dannose le classificazioni. Mi sembrano delle barriere che possono impedirti di andare dove la tua fantasia vorrebbe portarti. Meglio eliminarle, quindi. Mi sono accorto di aver scritto un fantasy dopo averlo scritto. Non ero certo partito con l’intenzione di fare un grimdark o cose del genere. I miei personaggi e la mia storia mi hanno guidato, io li ho seguiti. Io credo che sia dannoso, per uno scrittore, cercare di adeguarsi a un genere. O imporsi dei temi, così come voler veicolare un messaggio. Sono risultati che si ottengono naturalmente, con il fluire della trama, o non si ottengono affatto. Stephen King l’ha fatto dire con molta semplicità a Billy di It, costretto a tirarsi fuori da una sfibrante discussione letteraria: Non capisco proprio. Non capisco assolutamente. Perché un racconto dovrebbe essere socio-qualcosa? La politica… la cultura… la storia… non sono forse gli ingredienti di qualsiasi racconto, se ben scritto? Cioè… non potreste permettere a un racconto di essere semplicemente un racconto?.

Quali sono i tuoi maestri letterari, fantasy e non solo? E che fonti di ispirazione hai avuto da cinema, telefilm, fumetti e videogiochi?
Come si sarà già capito, considero Stephen King un maestro della letteratura mondiale. Cito gli autori che hanno influenzato più direttamente Il Regno del male: Saramago, Ammaniti, Wu Ming. Un nome più classicamente fantasy: David Dalglish. E per quanto riguarda le “influenze”esterne… troppo facile: Il Trono di Spade.

Cosa ne pensi della situazione attuale sul fantasy, in generale e legata all’Italia?
Ahhhh, sono assolutamente inadeguato a rispondere a questa domanda. Riesco a fatica a formarmi un’opinione sulla mia situazione personale – non mi so certo pronunciare sulla floridezza o sugli stenti di un intero genere. E sinceramente me ne preoccupo anche poco: le mode sono cicliche, i libri si vendono sempre a fatica, e in fin dei conti i discorsi sullo stato di salute dei vari generi sono sempre gli stessi.  Il Regno del male mi ha dato già quindici regioni e una trentina di protagonisti a cui badare (escluso il Nord e i personaggi minori!): cerco di seguire loro per quanto posso, e le considerazioni sul mercato le lascio agli esperti, che sicuramente possono dire cose più interessanti e accurate di me.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Terminare la saga, ovviamente. Scrivere un libro su una bizzarra morte di un liceale ambientato nella città in cui sono cresciuto. Poi ho in mente un’altra trilogia completamente diversa, ma con i miei tempi non la potrò iniziare prima di una decina d’anni… e non ci voglio nemmeno pensare per non mettermi ansia da solo.