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La Zita di Ilaria Introna

7 agosto 2018

bambole di pezza

Alfonsina era la zia di mio padre, e tutti la chiamavano la Zita.
Nel ‘43 la sua casa fu colpita da una bomba e la poveretta finì venti giorni in coma con la testa fasciata. Aveva dodici anni.
Quando si risvegliò, per il resto della vita, parlò solo per proverbi, detti e filastrocche.

Da bambino, ogni mattina la Zita veniva al mio letto e mi svegliava sussurrandomi all’orecchio:
«Marangio Marangio mò vengo e me te mangio!».
Poi mi solleticava i piedi e io tutte le mattine mi svegliavo ridendo.
Ogni volta che mamma faceva il bagno a Lidia mia sorella, lei si sedeva su uno sgabello e rideva a crepapelle ripetendo a squarciagola:
«‘A purcella ‘e zì Francisco incopp’all’acqua spicchiacchèa!».
E non era mica un caso, mio padre Francesco si chiamava!
Parenti e amici pensavano fosse una vecchia pazza incapace di comunicare col mondo. Ma per noi era ben diverso.
Quando nostra madre era in attesa di Lidia la Zita veniva da me e sorridendo:
«Andivin’ andivinella: dove sta la tua sorella? Sta di qua? Sta di là? Andivina dove sta?».
Poi andava da mamma e carezzandole il pancione canticchiava:
«Patanella, patanè, pe’ la casa quatt’uocchje, quatt’ recchie e duje nase!».
E l’abbracciava felice, e nostra madre finiva sempre per commuoversi.
La Zita mangiava più di tutti noi, chiedeva cibo di continuo, tant’è che si dovettero mettere ad ante, porte e cassetti della cucina dei chiavistelli. Così la Zita per dispetto girava ululante per la casa come un cane bastonato a salmodiare stornelli.
«Mannaggia ‘a marina, pé mmezz’ ‘e Giacchino, s’è rrutto ‘o cuppino, e nun pòzzo magnà».
E contro nostra madre: «Storta , picoscia, tién’ ‘e ccosce mosce mosce e sott’ ‘o suttanino tién’ ‘o scoglio ‘e Margellina!».
A questo punto mamma sbottava: «Zita finiscila di fare la pazza, hai mangiato già e mò aspetti, capito!».
E lei con la faccia malupina: «A pazze e a piccerille Dio l’aiuta!».
Prendeva una cucchiara e la sbatteva contro i mobili della cucina, così mamma con una santa pazienza: «E va bene, ma uno solo, e poi fai la brava».
Lei smetteva e con il pizzo a riso si mangiava con aria soddisfatta il suo sudato biscotto.

La sera nostro padre tornava da lavoro e la Zita tutte le sere lo salutava :
«Stracque, strutto e co la cesta rotta!».
Una sera papà rientrò più tardi. Aveva lo sguardo distratto e alle chiacchiere di mamma rispondeva a monosillabi, e mentre Lidia faceva i capricci perché non voleva mangiare io guardavo perplesso la Zita.
Solitamente a tavola commentava ogni portata con un motto dei suoi, ma quella sera era silenziosa. Gli occhi bassi sul piatto, mangiava lenta per alzarli su papà stretti e neri come due spilli. E mentre mamma battagliava con Lidia, papà si agitava sulla sedia ogni volta che la Zita lo guardava.
D’un tratto, a denti stretti, disse : «Tira cchiù nu pilo ‘e femmena ca ciente pare e buoi».
Mamma si bloccò col cucchiaio in aria posando uno sguardo indefinito sulla Zita. Papà impallì. Io sentii un brivido lungo le braccia. Lidia continuò a piangere ignara.
Nostra madre tirò un ceffone a mia sorella e con voce fredda disse: «Zitta e mangia». Lidia obbedì stranita e nella stanza calò il gelo.
Quella notte papà dormì fuori e il pianto di mamma riecheggiò per tutta la casa.
Il giorno dopo, in camera della Zita, sotto il cuscino venne trovato un biglietto :‘Al solito caffè. Bacio amore’.
Fu così che scoprii che la Zita sapeva leggere. Papà non tornò.

Circolava in casa, all’epoca della Zita, un fantoccio a grandezza umana.
Il volto era una borsa dell’acqua calda riempita di sale su cui era stata disegnata a pennarello una faccia tutta storta, le gambe due mazze di scopa infilate in vecchi pantaloni,
il busto un cuscino dai cui lati partivano le gambe di un paio di calze di lana imbottite di cotone idrofilo, sul tutto infilata una camicia, le scarpe vecchie ciabatte della Zita.
Era ‘o Papocchio.
Lo metteva tutte le sere su una sedia a fare da guardiano alla casa, nel corridoio.
Forse col tempo era divenuto un feticcio o forse un alter ego, chissà. Fatto sta che lo smontava, rimontava, svestiva, ricuciva. Se lo coricava nel letto, lo sgridava come un piccerillo, lo picchiava furiosa per poi baciarlo come un’innamorato.
Vani i tentativi di nostra madre di sbarazzarsene distogliendo l’attenzione della Zita con cardellini, pesci rossi, persino un gatto che quando scambiò il Papocchio per un grattatoio la Zita tentò di mozzargli la coda con un coltello da cucina; la povera bestia si rifugiò mò ci vò per un pelo, in casa della signora Caccioppoli, l’odiata vicina di pianerottolo.
‘O Papocchio era insostituibile! Nostra madre dovette accettare l’inquietante guardiano notturno che, come un ombra dell’Ade, vegliava sul corridoio manco fosse un maniero.
Mai, io e Lidia, avremmo immaginato che quell’inguacchio fosse il muto messaggero di una vicenda del passato.

«Lidia vieni, è pronta la merenda» la chiamò mamma dalla cucina.
Nessuna risposta.
«Lidia?». La voce di mamma assunse un tono lievemente apprensivo, io levai il capo dal quaderno incuriosito.
«Maaamma sono quaa...». Rispose una vocina lontana.
«Qua dove?».
«Con la Zita!».
Seguii mia madre curioso di vedere cosa stessero combinando Lidia e la Zita e lo spettacolo al quale
assistemmo ci ammutolì.
Il Papocchio si trovava sul pavimento, lacerato al ventre con un coltello da cucina, il cuscino smembrato e la matassa lanuginosa che prima lo riempiva avvolgeva Lidia dalla testa ai piedi come un sudario. Lidia fra le braccia della Zita sorrideva placida mentre lei le carezzava i capelli e la cullava ad occhi chiusi: il volto rigato di lacrime.
Mamma, dopo lo stupore iniziale, corse in bagno a piangere. Ancora oggi non so se fosse per la commozione o per sfogare la disperazione: nostro padre erano due settimane che non si faceva vivo.

Durante gli anni al manicomio di Aversa nel quale la famiglia la fece rinchiudere la Zita conobbe un uomo. Un giovane affetto da una malattia dal nome tanto bello quanto ambiguo: Leontiasi.
Aveva la testa deforme.
Fu un incontro di anime affini. Gli occhi della gente si posavano su di loro scuotendo il capo con raccapriccio. Due specchi dentro i quali il mondo rifuggiva il proprio riflesso con repulsione.
Ma quella stessa luce riflessa la scorsero entrambi nei loro sguardi il giorno che si conobbero e brillò fino alla fine.
Le volte che la Zita parlava del suo Papocchio, non il feticcio appezzottato, ma l’uomo dal volto leonino e informe i cui neri occhi si posavano su di lei con pacata dolcezza, riusciva a pronunciare anche frasi di senso compiuto. Ma ciò durava il tempo di uno stupore.
Si chiamava Salvatore e abitava in Istituto fin dalla nascita. La sua famiglia, in un’epoca in cui la deformità fisica veniva associata alla demenza, lo lasciò lì e non tornò.
Ma Salvatore, nonostante il cranio deforme, non soffriva di alcun disturbo mentale e così, col tempo, divenne il factotum del manicomio: puliva i corridoi, assisteva i malati durante i pasti, rastrellava i giardini, aiutava in cucina; era parte integrante dell’Istituto. Lui e Alfonsina si incontrarono una mattina, in corridoio. Bastò uno sguardo perché diventassero inseparabili.
Salvatore aveva ventidue anni e Alfonsina sedici.

I medici dichiararono in seguito al processo che in quel periodo Alfonsina tornò a parlare normalmente.
Ma un giorno Alfonsina cominciò a ingrassare e siccome era sempre stata di buon appetito nessuno ci fece caso ma quando i controlli arrivarono scoprirono che era gravida di quattro mesi. Le infermiere al processo sostennero che a causa dei farmaci molte pazienti soffrivano di ciclo mestruale irregolare, per cui nessuno si insospettì.
Fu uno degli infermieri, un tipo grasso e untuoso di nome Giovanni, che depose al processo di aver visto Salvatore uscire dalla rimessa degli attrezzi del giardino in un’ora insolita, e volendosi accertare che fosse tutto a posto si diresse verso la rimessa per controllare, e fu così che vide Alfonsina sgattaiolare furtiva.
Salvatore fu accusato di abuso di minore affetto da ritardo mentale e nonostante, per tutto il processo, si dichiarasse innocente, fu spedito in un carcere psichiatrico.
Alfonsina fu sottoposta all’aborto e all’occlusione delle tube e per tutti gli anni a venire non tornò mai più ad esprimersi normalmente. Di Salvatore non si ebbero più notizie.
Solo tempo dopo venni a conoscenza di questa storia, e in circostanze tragiche.
Ma quel giorno, mentre nostra madre singhiozzava in bagno e la Zita cullava in lacrime Lidia, io guardavo il Papocchio lì a terra, smembrato nel ventre come un soldato squartato da una baionetta, e pensai quanto doloroso e ingiusto fosse il suo compito.

Quella mattina atterrò plumbea nella nostra vita.
Una colata lattiginosa riempì i miei occhi, la gola stretta.
Mamma era muta e pallida e Lidia era stata mandata in custodia dalla signora Caccioppoli.
«Carlo zia Alfonsina è scomparsa».
Per un attimo mi sorpresi a chiedermi chi diamine fosse zia Alfonsina.
I carabinieri rovistavano in camera sua; gesti inutili pensai, moti perpetui fini a se stessi. Mi venne la nausea.
Ero tornato da scuola con il pulmino come al solito, il cielo era grigio come fosse Gennaio ma gli odori della primavera sfiorava la pelle come un respiro.
Mamma mi accolse con un abbraccio spento e poi : ‘Zia Alfonsina…’ era la prima volta che la chiamava così. Mi schiantò come un addio.
Guardavo imbambolato i carabinieri farle domande mentre sfilavo lo zaino dalle spalle. Sul tavolo in cucina c’era un piatto coperto con un secondo piatto; non il tovagliolo, non la brocca dell’acqua, non il bicchiere. Mi assalì la voglia fortissima di scaraventarlo sul pavimento. Vomitare per terra come un automa tutto il pranzo della mensa scolastica e mentre vomitavo ripensavo alla frase ‘zia Alfonsina è scomparsa’.
Ma come può un pezzo di ossa e muscoli e pelle e occhi e mani e denti svanire come svanisce il vapore? Sono svaniti, spariti, andati via, papà e la Zita, come caramelle succhiate in gola.
Da bambini si vive il tempo statico, troppo breve il passato per doverlo ricordare e troppo sconfinato il futuro per poterlo immaginare.
Sparire è un trucco da prestigiatore il cui prezzo è la dimenticanza per un tempo infinito quale è il presente. E non ci sei come se non ci fossi mai e, presente dopo presente, come non ci fossi mai stato. Mi atterriva dimenticare. Tendevo la mente nello sforzo di imprimere nella memoria i loro volti, la voce, gli abbracci.
Andati via i carabinieri andai in camera, volevo stare da solo ma mi raggiunse mia madre.
«Carlo hai visto dov’è il Papocchio?».
Lo cercammo per tutta casa. Sparito. Se l’era portato via con sé. Furono avvisati i carabinieri e quel giorno suonò il telefono molte volte ma una su tutte fu importante. Mio padre quella sera venne a casa. Chiese a mamma di restare almeno per quella notte data la situazione, la risposta fu no. Tuttavia continuò a venire ogni giorno. La sua presenza fu un balsamo per tutti noi nonostante mamma cercasse di celarlo.

Nei giorni che seguirono la signora Caccioppoli fece il possibile per rendersi utile. Capitava che io e Lidia fossimo parcheggiati da lei mentre i nostri genitori erano in caserma per eventuali riconoscimenti di vagabondi o prassi burocratiche.
Fu in una di queste occasioni che vidi la cartella.
Era un pomeriggio uggioso, mamma e papà erano usciti da più di due ore e mentre Lidia giocava annoiata con il suo peluche io avevo già finito i compiti.
«Signora Caccioppoli posso andare a giocare in giardino?».
«Si, ma vedi di non cadere. Fa ‘o brav’, capito!».
Per andare in giardino bisognava attraversare una stanza che la Caccioppoli chiamava lo studio.
Uno spazio di passaggio dove lei teneva i documenti di casa in una enorme scrivania.
Passando buttai l’occhio su una cartellina mezza aperta, e se non fosse stato per ciò che vidi non avrei mai frugato al suo interno.
Fuoriusciva un ritaglio di giornale ingiallito sul quale riconobbi una fotografia.
La data era di decenni prima e la carta era assottigliata dal tempo e dall’usura. L’immagine ritratta era uguale alla fotografia che mamma teneva nel comò con le altre foto di famiglia. Raffigurava una adolescente dritta e minuta con occhi intensi e il volto gessato in un’espressione severa e ostile.
Era la Zita a sedici anni.
L’articolo riportava la vicenda del processo di Salvatore. Lessi d’un fiato per paura di essere scoperto e arrivato alla deposizione di Giovanni l’infermiere restai di stucco. Di ritagli di giornale ce n’erano anche altri, e proprio su uno di questi lessi la tragica vicenda.
Come un fiume in piena mi tornarono alla mente le parole della signora Caccioppoli ogni volta
che lamentava di non capire perché la Zita la odiasse tanto e di come la guardasse con un misto di timore e disprezzo.
Bussarono alla porta. Erano i miei, erano tornati.
La testa mi traboccava di interrogativi. Chi era l’infermiere? Perché la Zita era scappata? Salvatore davvero era colpevole?

Tre giorni dopo bussò il campanello di casa. Mamma era in bagno, papà non era ancora venuto e io ero in cucina a incollare figurine.
«Lidia vai tu ad aprire che mi scoccio» le dissi per togliermela di torno.
Di lì a poco la sentii esclamare «E’ Zita! Ma eri motta!».
Mi precipitai all’ingresso. Era sporca, gli abiti lerci, puzzava di urina ma il suo sorriso era lo stesso, era lei, la nostra Zita era tornata. Invece di urlare di gioia scoppiai a piangere. Mi carezzò dolcemente in silenzio. Sentimmo i passi di mamma precipitare fuori dal bagno, si bloccò stupefatta, poi in silenzio l’abbracciò forte. Quando venne papà non era nei panni dalla gioia.
Decisero di avvisare i carabinieri l’indomani, volevamo averla tutta per noi.
Le fu fatto un bagno e a cena mangiammo tutti zitti. La commozione e la contentezza di essere lì intorno a quel tavolo di nuovo uniti ci rese muti, parlavano soltanto gli occhi lucidi.
Mamma e papà ci chiesero di non fare domande alla Zita e Lidia obbedì come se, dall’alto dei suoi tre anni, avesse percepito la solennità del momento.
Papà restò a dormire a casa e io e Lidia restammo svegli per l’emozione oltre l’orario consentito. Ma quella era una sera speciale, specialissima. Eravamo tornati una famiglia.
Nessuno di noi si accorse che la Zita era rientrata senza il Papocchio.
La mattina seguente la trovammo sorridente, il volto sereno e luminoso. Era morta.

******

Entrò nella stanza con passo lento. Il pavimento era a parti rotto, sulle pareti chiazze di umido, nella stanza vecchi mobili, un lavello colmo di stoviglie sporche e l’ambiente puzzava di chiuso.
Lo vide, stava sdraiato sul letto, immobile, il respiro pesante.
Aumentò la stretta della mano sul manico del coltello da cucina mentre con l’altro braccio sosteneva il Papocchio. Lentamente si diresse verso l’uomo.
Indossava una canottiera putrida, si sentiva odore di vino. Il corpo era sempre grasso ma prolassato dagli anni. Lui si voltò e la guardò fisso con occhi arrossati e acquosi.
« Carmè sei tu? Sei venuta finalmente, guarda patet’ comm’ sta cunciat’. E’ colpa tua, mi hai abbandonato, m’e lassat’ sul’ comm’ a nu can’. Io muoio e tu che faje? Te ne futt’. Carmè a papà damm’ nu vas’. Carmè pecchè vien’ a cca, fatte toccà ».
Lo guardava in silenzio. Quel relitto umano non l’aveva nemmeno riconosciuta. Come del resto? Erano passati più di cinquant’anni.
« Carmè ma che tieni ‘lloc? Che cos’è nu bambulotto? M’è purtat’ ‘o bambulotto… piccerè…».
Al suono di quella parola si irrigidì. Piccerè… Le corse un brivido lungo la schiena a sentirla chiamare così dopo tutti quegli anni.
Tuttavia decise che il viaggio sarebbe finito lì. Si voltò per andarsene ma arrivata all’uscio della stanza sentì il vecchio mormorare fra i denti.
« Pure ‘o cazz’ teneva deforme ‘o compagniello tuo, manco ‘na chiavata ce putive fa. Cu me invece sì. E’ vero? ‘O cazz’mio non era deforme. Eh piccerè?». Poi rise, una risata di gola, sputò a terra e si rigirò sul fianco e continuare a dormire. Lei si volse, gli si accostò, alzò la mano e conficcò il coltello nella schiena. Lo spinse con tutte le forze rimaste. Ecco. Adesso sì, ora il viaggio sì che era finito.

********

Come avesse Alfonsina trovato l’indirizzo di Giovanni Caccioppoli non lo so.
Forse lo aveva letto da qualche parte nei documenti in casa della signora Caccioppoli, la figlia.
Sta di fatto che nei verbali la scena descritta fu di un uomo morto dissanguato per un coltello nella schiena la cui impugnatura era stata legata stretta alla mano di pezza di un fantoccio a grandezza umana.
Ma di una cosa sono certo, il motivo che la spinse a ucciderlo.
Su uno dei ritagli dei vecchi giornali della cartella sulla scrivania della signora Caccioppoli vi era riportato un trafiletto che parlava della morte di un giovane detenuto del carcere psichiatrico. La fotografia ritraeva Salvatore: si era impiccato.

Ilaria Introna nata a Napoli il 22 Aprile1972.
Diplomata al Liceo Artistico SS Apostoli di Napoli.
Dal 1998 al 2008 apre lo studio d’arte ArtisOpera che si occupa di scultura in vetro fuso e terracotta, e di pittura e illustrazione.
Dal 2013 al 2016 frequenta dei corsi estivi di tecnica d’illustrazione editoriale specifici sulla struttura dell’albo illustrato sia dal punto di vista grafico che narrativo, alla scuola Ars in Fabula di Macerata, insegnanti: Alicia Baladan, Pablo Auladell, Carl Cneut, Roger Olmos.
Dall’Ottobre 2016 frequenta il corso di quattro anni di Scrittura Creativa alla scuola Lalineascritta di Antonella Cilento.