Heidi, Francesco Muzzopappa, Fazi 2018 A cura di Viviana Filippini

8 settembre 2018 by

Heidi

Torna l’ironia che fa sorridere (di un riso amaro) e allo steso tempo riflette di Francesco Muzzopappa nel romanzo “Heidi”, pubblicato da Fazi editore. Protagonista della storia Chiara, un donna di 35 anni, milanese, dipendente della Videogramma, un’azienda che inventa contenuti per la tv. Chiara si occupa di provinare le centinaia di migliaia di persone che accorrono a fare provini per partecipare a programmi televisivi nella speranza di diventare famosi. La giovane lavora tanto;essere direttrice dei casting le porta via tempo e la carica di uno stress profondo, così opprimente da renderle difficile avere una vita dopo il lavoro. Tutto per Chiara si complica quando la casa di riposo dove si trova suo padre le rispedisce l’uomo, perché diventato ingestibile. Muzzopappa veste in modo simbolico i panni di una giovane donna single non solo per raccontarci il suo complicato e rocambolesco vissuto. Muzzopappa crea un’attenta riflessione su quella che è la nostra società contemporanea, ossessionata dai media e dalla bisogno (non si sa fino a quanto sano) di notorietà. Chiara dovrà rimboccarsi le maniche in una convivenza forzata con il babbo Massimo Lombroso, un vecchio critico letterario del «Corriere della Sera» malato di demenza selettiva che la chiama Heidi. Chiara vive con un lui che, a causa della malattia, non è più in grado di fare il padre, ma nemmeno di badare a se stesso. La patologia lo ha reso incapace di mettere in atto le cose più semplici, tanto è vero che per lui Chiara non è Chiara, ma Heidi, la protagonista dell’omonimo cartone animato con le caprette che fanno ciao. Thomas, il giovanotto assunto dalla protagonista per badare al padre, diventa Peter. A rendere ancora più complessa la vita di Chiara, lo Yeti, il nuovo capo dalla Videogramma pronto a licenziare i dipendenti e a “salvare” solo quelli che dimostreranno particolare inventiva nel creare format televisivi di successo. Lo Yeti è un uomo meschino, che non esiterà a mettere in atto loschi comportamenti, pur di ottenere quello che vuole (sesso in cambio del posto di lavoro) da chi si avvicina a lui, costringendo i dipendenti a scendere a compromessi. Questo, fino a quando qualcuno si stancherà del suo agire marcio e darà il via alla ribellione. Il mondo di Chiara presentato in “Heidi” – specchio dei nostri tempi- è una dimensione fatti di conflitti. C’è quello tra una figlia e un padre che non la riconosce più, c’è quello di una società dove, con la presenza massiccia dei media, conta più l’apparire che l’essere. C’è il contrasto sul fatto che importa più come ti poni per farti accettare dagli altri, che i valori in cui credi. E questo assecondare il prossimo per piacere, porta spesso l’individuo a perdere coscienza di sé, per diventare mera merce di intrattenimento. Con “Heidi”, Francesco Muzzopappa ci fa si sorridere però, allo stesso tempo, richiama noi lettori alla riflessione, mostrandoci il disadattamento della nostra società, tutta e troppo concentrata sul piacere effimero di un attimo di celebrità e sempre più smemorata verso  quei valori (amicizia, rispetto, lealtà. amore vero) che si dovrebbero recuperare e conservare come gemme preziose.

Francesco Muzzopappa ha vinto Premio Massimo Troisi 2017 con il romanzo Dente per dente, è uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Sempre con Fazi Editore ha pubblicato nel 2013 Una posizione scomoda e nel 2014 Affari di famiglia. Tutti i libri sono stati tradotti in Francia dall’editore Autrement riscuotendo un grande successo di critica e di pubblico. Heidi è il suo quarto romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa della Fazi editore.

L’età dei sogni di Annelise Heurtier (Gallucci, 2018) a cura di Maria Anna Cingolo

7 settembre 2018 by

età dei sogni

«Ok, la fine della segregazione, l’uguaglianza, sono tutte cose importanti. Ma perché tu? Perché non aspetti che un altro nero un po’ folle faccia il lavoro sporco al posto tuo? Molly non aveva risposto. In realtà non lo sapeva. In fondo, sua cugina aveva ragione. Perché si era ritrovata in quella situazione? Era accaduto per caso? Era il suo destino? Perché aveva alzato la mano quel giorno?»

Quando nel Maggio 1954 Molly decide di alzare la mano e di offrirsi volontaria la sua vita cambia radicalmente. Tre anni dopo è una dei nove studenti neri a tentare l’inserimento nel liceo centrale di Little Rock, Arkansas, rischiando la vita per frequentare una scuola d’êlite, per avere le stesse possibilità dei suoi coetanei bianchi. Molly Costello ha solo quindici anni e vive in un Nord America indignato dalla sentenza del Brown versus Board of Education che rompe la regola “separati ma uguali” rendendo legale che un ragazzo nero frequenti la stessa scuola di un bianco, utilizzi lo stesso suo bagno, mangi nella sua stessa mensa e sieda nella sua stessa classe. Nonostante la legge sia dalla loro parte, Molly e gli altri otto coraggiosi ragazzi non riescono ad entrare a scuola a causa di una violenta manifestazione di bianchi, genitori rabbiosi e razzisti venuti persino da altre città per dimostrare il loro dissenso e impedire ai neri di mettere piede nel liceo. A casa di Molly il telefono squilla continuamente, parenti, amici e conoscenti la chiamano per dissuaderla dall’impresa, bianchi furiosi minacciano la sua famiglia di morte con tale violenza che nonna Shiri sente il bisogno di vegliare la notte armata di pistola. Molly è addolorata perché la sua decisione ha conseguenze spiacevoli sulla sua famiglia ma soprattutto perché non riesce a fare a meno di sentirsi in colpa nonostante la lotta intrapresa sia giusta. Quando il presidente Eisenhower impone che i nove ragazzi neri entrino a scuola scortati dall’esercito, Molly può finalmente frequentare le lezioni ma è costretta ad affrontare e vivere un inferno: insulti, spinte, minacce, prese in giro, durante il suo primo giorno di scuola rischia addirittura la vita a causa delle mamme della Lega, un’associazione razzista contro l’integrazione. 

Sarebbe davvero tornata in quell’inferno? Se avesse lasciato perdere, cosa sarebbe successo? Poteva tornare tutto come prima? Desiderava che qualcuno decidesse al suo posto. Per non pensarci più. 

Invece Molly desiderosa di giustizia decide da sola di continuare la sua battaglia, spalleggiata dall’attivista Maxene Tate, confortata da mamma Erin e da nonna Shiri e affidandosi al volere di Dio. Nessuno le è amico a scuola, tutti i ragazzi bianchi la odiano e la disprezzano. Molly viene umiliata tutti i giorni per il colore della sua pelle, è considerata inferiore e animalesca, persino portatrice di malattie. Il giorno in cui Grace Anderson cambia atteggiamento nei suoi confronti e la mette in guardia, aiutando lei e i suoi compagni neri, Molly stenta a crederci. Grace è la seconda protagonista di questo romanzo tutto al femminile. Ha quindici anni, è bella, molto popolare, attenta alla sua immagine e vanitosa. Grace è sicura di sé e agisce esclusivamente secondo i suoi interessi, cacciando via quelle sensazioni e quei pensieri che nascono in lei per istinto e per indole ma che gli altri potrebbero definire “progressisti” o “integrazionisti”. 

Credeva fosse stupido giudicare una canzone in base a chi la cantava. Poco importava che fosse bianco, nero, grasso, magro, completamente scemo o laureato ad Harvard, per lei contava solo il piacere che traeva nell’ascoltarlo. Ma, ancora una volta, ebbe la sensazione che fosse meglio non gridare i suoi pensieri ai quattro venti.

Grace ha delle amiche segregazioniste di famiglia razzista, i suoi genitori e il fratello guardano tutta la vicenda con curiosità e distacco, come se non fosse per niente affare loro. Grace inizialmente segue gli stessi loro passi ma ben presto rimane indignata dagli atteggiamenti di bullismo violento nei confronti di Molly e non riesce più ad ignorarli. Inoltre, Grace ha una cara amica da quando era piccola: Minnie, la domestica nera della sua famiglia. Minnie le dà consigli d’amore, le arriccia i capelli, la aiuta a scegliere scarpe e vestiti. Grace le vuole tantissimo bene, nonostante sia nera. Quando la giovane scopre per caso il piano di alcuni ragazzi bianchi di impedire violentemente che un nero si diplomi al liceo centrale di Little Rock, qualcosa scatta dentro di lei e decide di agire, incapace di fare finta di niente.

Ma bisognava arrendersi all’evidenza. Era capace di molte cose ma non di imbavagliare i propri pensieri.

Grace si avvicina a Molly, la saluta apertamente, parla con lei in pubblico e finisce in serio pericolo per questi suoi atteggiamenti progressisti. Il rapporto tra le due ragazze non si può definire di vera amicizia ma le due protagoniste di questo romanzo in fondo sono simili. Entrambe sognano in grande il loro sedicesimo compleanno e ne verranno deluse, hanno da tempo una cotta per un ragazzo e perdono le amiche più strette. Soprattutto, entrambe sono coraggiose, idealiste, forti. Grace e Molly finiscono per aiutarsi a vicenda: Molly trova negli atteggiamenti di Grace il coraggio di andare avanti e l’appoggio esterno che le serviva per continuare a combattere per i diritti della comunità nera; Grace grazie all’eroismo di Molly dimentica il suo atteggiamento ignavo e opportunista per lasciare spazio all’altruismo, ai suoi pensieri generosi e umani. 

L’età dei sogni è tratto da una storia vera e, seppure in gran parte frutto dell’invenzione dell’autrice, riprende i reali avvenimenti del settembre 1957 e la durissima battaglia intrapresa da nove giovani neri per promuovere l’integrazione nelle scuole. Il personaggio di Molly Costello si ispira largamente a Melba Pattillo, una dei nove coraggiosi studenti che oggi sono considerati tra i più importanti attivisti della lotta dei neri per ottenere pari diritti civili. Annelise Heuriter racconta questa storia poco conosciuta alternando il punto di vista di Molly e di Grace in un’altalena di capitoli. La narrazione scorrevole e coinvolgente rispolvera l’importanza della libertà e dell’eguaglianza, riconoscendole come diritti fondamentali di ogni uomo, senza razzismo e aldilà di ogni colore. In un periodo così confuso come quello corrente, queste pagine dovrebbero essere lette da tutti per ricordare la fatica, i sacrifici, il dolore di chi ha dovuto combattere e ancora oggi combatte per lo stesso sogno di Martin Luther King: il sogno di essere tutti uguali.

Autrice: Annelise Heurtier (Lione, 1979). Scrive da 15 anni per bambini e ragazzi di tutte le età. I suoi libri sono spesso ispirati a storie vere e per questo apprezzati anche dagli adulti. L’età dei sogni è il suo romanzo di maggior successo.

Source: Copia consegnata al recensore dalla casa editrice. Si ringrazia Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

Una fortuna sfacciata, di Anne Godard (ED-Enrico Damiani Editore, 2018) a cura di Federica Belleri

7 settembre 2018 by

3Magda parla francese. Magda è troppo piccola per sapere come ha fatto a ustionarsi, come sia riuscita a tirarsi addosso il bollitore per l’acqua, quale sia stata la causa scatenante. Sua madre si occupa di lei a tempo pieno dopo quel tragico giorno. Magda ha ricordi confusi, troppi sguardi e tante domande alle quali dover rispondere. La sua pelle è marchiata a vita, ha tanto da spiegare, da raccontare, da giustificare. Ci pensa il quaderno di sua madre a farlo, dove con precisione annota ogni istante, a partire da quel momento. È lei a parlarne, fino a sostituirsi a Magda. Perché? Non si accorge del disagio di sua figlia? Cosa le è accaduto veramente?
Il calvario di Magda passa attraverso gli ospedali, le operazioni e le medicazioni infinite. Una vera tortura. Intanto la bambina cresce, il suo corpo sboccia, gli sguardi nei suoi confronti assumono un significato diverso … ma Magda si sente sola, non ha un rapporto soddisfacente con il padre e il fratello adorato la sta allontanando. Come mai?
Il silenzio e la disperazione la trascinano in una spirale preoccupante. I sentimenti rifiutati fanno il resto.
Una fortuna sfacciata è il cammino di Magda, crudo ma necessario. È un cerchio che si chiude attorno a lei, per aiutarla a riprendere coscienza e conoscenza di sé. Per capire davvero cosa sia l’amore di una madre e come si possa convivere ogni istante con i sensi di colpa. Come, infine, le attenzioni possano essere troppe o troppo poche, senza una via di mezzo razionale. Come alcuni tipi di dolore non abbiano mai fine.
Un romanzo che mi ha spiazzata, ricco, puro, concreto. Una storia tremenda ma utile al corpo e all’anima.
Ve lo consoglio. Buona lettura.

Anne Godard è nata nel 1971. Vive a Parigi. Inconsolabile è il suo primo romanzo, accolto in Francia da uno straordinario successo di pubblico e di critica.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Le nebbie di Massaua. La nuova indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno, 2018)

6 settembre 2018 by

massauaQuarto noir coloniale del ciclo del maggiore Morosini, Le nebbie di Massaua ci porta in Eritrea, colonia fascista dell’Africa Orientale Italiana, nel luglio del 1936, anno dell’annessione dopo la conquista dell’Etiopia.
Un viaggio nel passato dunque che ci mostra le luci e le tante ombre del colonialismo, non solo italiano, passato di moda, ma non del tutto dimenticato, anche se con nuovi nomi e nuove dinamiche. L’Africa terra di grandi risorse naturali, giacimenti, ricchezze resta ancor oggi al centro di mire espansioniste, saccheggi, traffici più o meno leciti, che portano alla popolazione indigena povertà, miseria e disperazione.
Il maggiore Morosini in questo episodio cade vittima di un male quasi inevitabile per un europeo in quelle terre: contrae la malaria. Debilitato, spossato, quasi inerme si trova a condurre la sua nuova indagine da un letto di ospedale dell’ Umberto I di Massaua (e da sotto l’ombra di un sicomoro), coadiuvato dai suoi storici assistenti: il maresciallo piemontese Eusebio Barbagallo e il sottoufficiale indigeno Tesfaghì.
Le indagini vertono sulla morte, per certi versi oscura, di Ermanno Cacciavillani, ingegnere minerario ferrarese confinato nel buen retiro di un’ isolata villa affacciata sulla spiaggia di Gurgussum, trovato impiccato a una trave della casa dal suo anziano domestico, Gherem Neussè, un ascaro reduce di Adua. Tutto fa pensare a un suicidio, ma alcuni indizi e alcune discrepanze portano a ritenere che non sia proprio andata così. Manca infatti per esempio una sedia o uno sgabello sul quale il Cacciavillani possa essere salito per impiccarsi.
Con il solo conforto della lettura del Corriere Eritreo (l’autore spiega in un’ intervista che questo era il giornale più diffuso nelle colonie, ma i brani estrapolati e citati nel suo romanzo, sempre del periodo, sono invece tratti dall’ archivio de La Stampa che lui ha consultato), e qualche Macedonia fumata di nascosto dalla terribile suor Gianna, caposala inflessibile ma dal cuore d’oro, Morosini e i suoi aiutanti dovranno indagare su questa morte, fino alle più inimmaginabili conclusioni.
Come nei precedenti romanzi il quadro di insieme è realistico e nello stesso tempo vintage. Con pazienza certosina Ballario ricostruisce un mondo perduto, con dovizia di particolari e fantasia. Le canzoni d’epoca, le marche della birra, delle sigarette, delle medicine, tutto è autentico e frutto di studi e ricerche, che rendono la lettura di questo libro una specie di viaggio nel tempo.
L’indagine poliziesca come sempre è scandita dai tempi della burocrazia e della caparbietà del nostro Morosini, molto più attento a fare giustizia che ad assicurare i colpevoli alla legge. In un’ indagine parallela, sul furto di alcuni medicinali avvenuto nell’ ospedale dove è ricoverato, lo vedremo infatti dibattersi in dolorosi dilemmi morali, e alla fine fare la cosa giusta forse illuminato dalla lettura del suo amato Seneca.
Anche i personaggi minori sono giustamente valorizzati, non semplici comparse ma parte di un affresco corale tipico dell’ epoca: suor Gianna, il dottor Calvarese, il capitano Ragazzoni, Gherem Neussè. A questi si aggiungono personaggi davvero esistiti, da Arthur Rimbaud, leggendario poeta francese che visse in quelle terre qualche generazione prima dei personaggi della storia, a Mario Gramsci, fratello del ben più celebre Antonio, fino a Henry De Monfreid, avventuriero, mercante e spia francese, che acquisterà un ruolo importante nel romanzo affiancando Morosini in una delicata missione.
Romanzo molto salgariano nello stile, si vede che è stata una lettura di formazione dell’autore, che gli ha lasciato cadenze classiche e vintage, con un certo spirito d’antan.
C’è comunque da sottolineare che ne Le nebbie di Massaua troviamo un Morosini più malinconico, quasi rassegnato, che sente il tempo che passa, e si interroga sul suo incerto futuro. Una passione fugace per una fotografa e spia tedesca occupa un po’ la sua mente, ma è ben conscio che è una storia che difficilmente può avere un futuro. Forse il suo destino è restare solo, senza una famiglia, in quella colonia lontano dalla sua patria, dalla sua famiglia, dai suoi affetti ormai sempre più sbiaditi.
Che la malaria non lo abbandonerà più e sarà sempre costretto a cadenzate dosi di chinino è un’ altra consapevolezza che lo amareggia e lo prostra. La giovinezza sta sfumando, il suo futuro si fa incerto e lo spettro di un ritorno in patria, relegato magari in un ufficetto sperduto a passare carte si fa sempre più vivo.
Ma il maggiore Morosini è un uomo pieno di risorse, sicuramente saprà riprendersi anche questa volta e proseguire nella sua missione, fare il carabiniere, ma con umanità e senso della misura.
E’ un po’ presto per pensare a un nuovo episodio della serie, ma sicuramente sarà interessante a suo tempo scoprire i nuovi sviluppi e immergersi di nuovo in questo mondo dai colori seppiati, ma ancora così vivido.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa dell’ Edizioni del Capricorno.

Aglio, olio e assassino di Pino Imperatore (DeA Planeta 2018) a cura di Federica Belleri

6 settembre 2018 by

aglioNapoli, nel periodo che precede il Natale. L’ispettore capo Gianni Scapece ritorna alle origini, dopo anni di onorato servizio al Centro e al Nord del nostro bellissimo paese. Ritorna, dicevo, proprio quando apre un nuovo commissariato in Via Mergellina, e proprio di fronte a una trattoria che odora di famiglia, tradizione e generazioni a confronto. La trattoria esiste dai primi anni sessanta ed è stata ricavata in una grotta di tufo. L’ambiente è colorito, vivace e si mangia benissimo. I titolari, padre e figlio, adottano con piacere e stima l’ispettore Scapece, che fa onore appena può alle loro pietanze. Si chiama la “Parthenope”, in omaggio alla sirena protettrice della città.
Proprio mentre cresce l’affetto per la cucina casalinga, un delitto atroce e singolare allontana l’ispettore dal suo amore per il cibo. Ma solo per poco.
Un giovane di bell’aspetto viene trovato cadavere nella sua camera da letto; sulla scena sono presenti aglio, olio e peperoncino. Perché? È forse uno scherzo di cattivo gusto o un macabro rituale dell’assassino?
Scapece e il suo superiore, il commissario Improta, capiscono subito di dover agire con discrezione ma in modo accurato. Molte cose non tornano, e nemmeno la fedele lente d’ingrandimento che Scapece porta sempre con sé, riesce a fare la differenza.
L’ispettore indaga a pieno ritmo, interroga vicini, parenti e amici della vittima. Cerca di ricostruire le ultime ore di quel povero giovane.
Malavita, cocaina, gabbie dorate. In un mix inaspettato di indizi e piste Scapece deve tenere a bada Questura e Procura, stampa e tv. Sembra facile …
Aglio, olio e assassino è un romanzo ricco e completo. È la paura e l’angoscia di Scapece nel momento in cui deve affrontare i congiunti delle vittime. È la storia di Napoli fatta di chiese, statue, quadri. Fatta anche di disagio sociale e violenza. È uno studio antropologico che mescola sacro e pagano. È superstizione e malocchio. È la ricchezza di simboli, sparsi per la città, che vanno interpretati. È il continuo mistero, che l’assassino sfida a svelare, in un testa a testa con l’ispettore Scapece. È l’amore malato legato all’abbandono, alla rabbia e al rancore. È il vuoto, dopo la risoluzione, lasciato dal calo di adrenalina. È il silenzio, che andrebbe sempre rispettato.
Pino Imperatore è tornato con un romanzo giallo completo, che tocca corde profonde, attraverso le parole di ciascuno dei personaggi. Che sfiora la sensibilità di ognuno, portando il lettore anche al sorriso.
Bellissima Napoli, descritta e ripercorsa in maniera precisa e sentita. Veraci i protagonisti, concreti e originali a dovere.
Una lettura che vi consiglio, assolutamente.

Pino Imperatore è nato a Milano nel 1961 da genitori emigranti napoletani e vive in Campania dall’infanzia. È autore di quattro romanzi, oltre che di opere teatrali e racconti. Ha vinto i maggiori premi italiani per la scrittura umoristica.

Fonte : omaggio dell’editore al recensore.

 

:: Non sfidarmi di Lee Child (Longanesi 2018) a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2018 by

Non sfidarmi di Lee ChildNuova avventura per Jack Reacher eroe, senza (troppe) macchie e senza paura, nato dalla penna inarrestabile di Lee Child. Per chi conosce la serie, ormai giunta al diciassettesimo romanzo per Longanesi, una garanzia. Passano gli anni, e nessun cedimento, nelle sue storie c’è sempre quel mix di avventura, suspense, disincanto che ci porta al centro dell’azione nei quattro angoli del mondo.
Se amate gli action thriller insomma è difficile che non conosciate Lee Child e la sua serie, specie ancor più da quando Tom Cruise ha portato ben due episodi, La prova decisiva e Punto di non ritorno, sullo schermo. E non sembra intenzionato a smettere.
Questa volta assistiamo a un ritorno al passato, torniamo infatti al tempo in cui Jack Reacher era nell’esercito, per l’esattezza era un maggiore della polizia militare alle prese con l’incubo degli incubi di ogni responsabile della sicurezza (sano di mente).
Il romanzo si intitola Non sfidarmi (Night School 2016) ed è sempre tradotto dalla veterana delle traduzioni della serie, la bravissima Adria Tissoni.
Dunque andiamo con ordine. Jack Reacher di ritorno da una missione all’estero, di routine ma che ha portato a termine brillantemente, riceve una medaglia e un invito piuttosto bizzarro: tornare sui banchi di scuola. Corsi di aggiornamento si chiamano, dai nomi abbastanza folcloristici, dai quali sembra che anche il nostro non possa sfuggire. E in effetti si trova davvero in un aula di scuola con un tizio dell’ FBI e uno della CIA, anche loro studenti piuttosto perplessi, anche loro di ritorno da missioni di successo.
Nel giro di poco però tutti capiscono che è solo una copertura, perchè in realtà sono stati scelti come membri di una task force antiterroristica per sventare qualcosa che sembra mettere a repentaglio le sorti del mondo. Letteralmente.
Dire altro sulla trama in sé sarebbe criminale, sta di fatto che la storia scorre su binari ben oliati, fino all’ inevitabile lieto fine che vedrà il nostro eroe prevalere in una vicenda che dire poco è dire che è disperata.
Forse più spy-story da post guerra fredda, che thriller investigativo con vittima e assassino, ma tutto si gioca su una caccia all’ uomo in una Germania piena di rigurgiti xenofobi e neo nazisti. I colpi di scena non mancano, pure l’ossatura investigativa se vogliamo, inoltre Jack Reacher si guadagna pure una parentesi rosa con una bella bionda, ma l’importante è che per buona parte del libro siamo al buio, e le ipotesi che si susseguono nelle nostre teste sono le più fantasiose. Poi quando scopriamo quale è l’ oggetto del contendere, inizia una carambola di colpi di scena che scoppiano in serie come fuochi d’artificio.
Lee Child non delude, come dicevo all’inizio. La cronaca gli dà nuova linfa per le sue avventure, e di materiale incandescente in giro per il mondo ce ne è parecchio, quando si ha la facilità di imbastire storie, che ha lui. La penna è fluente e tutti i meccanismi combaciano come ingranaggi di un orologio di precisione. Più quel giusto mix di eroismo e cattiveria, che rende il personaggio di Jack Reacher diverso dai suoi consimili. Insomma Jack Reacher è un duro, non esita a menare le mani, dire battute taglienti se non offensive, uccidere se è il caso, e anche se molto spesso agisce per buone cause, ma in alcuni casi le sue azioni non lo fanno proprio brillare come il classico eroe della porta accanto.
Da inglese trapiantato in America, Lee Child si è integrato benissimo, e a volte sembra più realista del re, non tralasciando alcune osservazioni da straniero sul modo di agire americano piuttosto critiche. Ma il patriottismo anche se amaro con cui riveste le scelte del suo Jack Reacher non portano mai a scelte di posizione. Jack Reacher lotta pro domo sua. Accetta le regole, fino a che non mollerà tutto per fare a modo suo, fuori dai vincoli della disciplina e dell’ esercito.
Jack Reacher è e resta un cane sciolto. Privo di legami e di vincoli. Non prova piacere nel recare danno ai suoi nemici, ma neanche eccessivo rimpianto. Se deve uccidere uccide e noi non siamo sua madre per chiedergli come si sente dopo.
Alla prossima.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dal 1977 lavora come autore televisivo, ma nel 1996 perde il lavoro presso una società di produzione televisiva e decide di dedicarsi alla letteratura. Il suo primo romanzo, Zona pericolosa, vince l’Anthony Award per la miglior opera prima; il suo secondo romanzo, Destinazione Inferno, vince il W.H. Smith Thumping Good Read Award.
Nel 1998 si trasferisce negli Stati Uniti. Vive tuttora a New York City.
I suoi romanzi hanno tutti come protagonista il personaggio di Jack Reacher, un ex ufficiale della polizia militare statunitense che, dopo aver lasciato l’esercito, decide di iniziare una vita di vagabondaggi attraverso gli Stati Uniti, libero dai vincoli e dai condizionamenti del “sistema”. Duro come pochi e dotato di un innato senso di giustizia, Reacher si presenta come un cavaliere solitario di altri tempi, che pur non cercando guai è sempre pronto ad aiutare i più deboli e a correre in soccorso degli amici, per poi riprendere il suo cammino senza meta al termine di ogni avventura.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

Borne di Jeff Vandermeer (Einaudi, 2018) a cura di Elena Romanello

5 settembre 2018 by

borne-maxw-644Dopo il grande successo della trilogia dell’Area X, tra le opere di fantascienza più interessanti degli ultimi anni, torna Jeff Vandermeer con un nuovo libro, anche questo ambientato in un futuro distopico, molto diverso da quello dell’altra storia ma non certo meno affascinante e inquietante.
In una città devastata da esperimenti genetici e altre catastrofi ambientali, in un mondo ormai tutto così, vive Rachel, cacciatrice di rifiuti, sempre pronta a difendersi da creature mutanti, a cominciare dall’enorme orso bionico Mord, senza memoria di chi è e da dove venga e forse sarà meglio per lei non scoprire mai niente. Un giorno trova in mezzo all’immondizia una creatura mutante, che si presenta come un anemone di mare, Borne, e decide di prendersene cura, anche per combattere la solitudine che si trova a vivere, malgrado la presenza nella sua vita di Wick, un creatore di biotecnologie che nasconde più di un segreto, soprattutto legato a lei.
Pian piano tra Rachel e l’essere si sviluppa un rapporto di dipendenza e affetto, una sorta di metafora della maternità, mentre Borne mostra però anche aspetti inquietanti man mano che cresce, che fanno capire che forse si tratta di un’arma scartata e che può ancora fare gola, in una lotta senza quartiere nella città tra Mord e la misteriosa Maga.
Ci sono echi di Lovecraft e di Miyazaki tra le pagine di un libro che racconta non solo una metafora dello strapotere amorale di certa scienza (come duecento anni fa Mary Shelley in Frankenstein) nonché tra le righe anche delle multinazionali, ma che parla anche di identità, di cosa rende una famiglia tale, di maternità in senso lato, di confronto con il proprio passato e il lutto. Un intreccio complesso, a tratti crudo, a tratti straziante, con al centro un’eroina dolente, in cerca di un senso alla sua vita in un mondo senza senso e senza pietà, dove forse bisogna ripartire dalle cose più semplici per riavere in mano qualcosa da cui ripartire.
Philip K. Dick ha posto la domanda per primo su cosa rende umani e quanto un androide può esserlo e sentirsi, qui il discorso è invece su quanto c’è di umano in creature nate da esperimenti ma in cerca comunque di un loro posto nel mondo e di un senso al loro esistere.
Borne è un libro per amanti della fantascienza, ma anche per chi vuole riflettere sulla propria identità, sulle proprie aspirazioni e su quanto può essere giusto ma anche lacerante voler scoprire la verità su tutto, sui rapporti affettivi e la loro complessità, sull’impossibilità comunque di possedere chi si ama, malgrado resti per sempre nel proprio cuore.

Provenienza: libro del recensore.

Jeff VanderMeer è autore di racconti e romanzi con cui ha vinto il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award, e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Scrive per numerose testate fra cui il «New York Times», il «Guardian» e il «Washington Post». Einaudi ha pubblicato l’intera trilogia dell’Area X: AnnientamentoAutorità e Accettazione (nei Supercoralli nel 2015 e nei Super ET, in un unico volume, nel 2018) e Borne (2018).

:: Il più bel libro di Georges Simenon

4 settembre 2018 by

Simenon

Decidere quale è il libro più bello scritto da Georges Simenon è diciamolo un’ impresa quasi impossibile. Sarà quindi l’occasione per citare i suoi libri più famosi, che più ci sono rimasti nel cuore. Innanzitutto Georges Simenon era belga e non francese, sembra incredibile ma c’è ancora gente che non lo sa. Che fosse un genio è risaputo, come è nota la sua quasi inumana velocità di scrittura: sapeva ideare una storia e scriverla, magari seduto al tavolino del suo caffè preferito, davvero in pochissimo tempo. Le leggende su questo punto si sprecano. Pure che fosse prolifico non è un mistero, il numero delle sue opere tra i romanzi e i racconti è spropositato. Adorava fumare la pipa, come Maigret il suo personaggio feticcio, e quasi in ogni foto che lo ritrae lo si vede con una pipa in mano. Dunque torniamo a noi: quale è il suo libro più bello? Potete citare nei commenti sia libri con Maigret protagonista che quelli senza. A voi lettori di Liberi l’ardua decisione.

Il più bel libro di Georges Simenon è:

Il porto delle nebbie

La neve era sporca

L’uomo che guardava passare i treni

Graduatoria

Il Presidente +

Una trappola di Maigret +

L’orologiaio di Everton +

Cargo +

Il piccolo libraio di Archangelsk +

Il porto delle nebbie + +

La neve era sporca + +

L’uomo che guardava passare i treni + +

:: WILDWITCH 3. La vendetta di Kimera, Lene Kaaberbøl (Gallucci, 2018) a cura di Maria Anna Cingolo

4 settembre 2018 by

La vendetta di Kimera

Lene Kaaberbøl torna finalmente in libreria con l’attesissimo Wildwitch 3. La vendetta di Kimera, terzo volume della magica saga.
Dopo aver sconfitto la perfida Kimera nel precedente episodio (Wildwitch 2. Il sangue di Viridiana), Clara, protagonista e strega selvatica in erba, torna a scuola con il suo amico Oscar e la sua vita quotidiana ricomincia. Tutto procede normalmente fino a quando la ragazza sogna ad occhi aperti di essere un uccellino e di morire in un punto senza vita di un bosco freddo e oscuro. Al risveglio il sogno resta vivido nel cuore di Clara e la piccola strega non riesce più a scindere tra realtà e immaginazione. Episodi del genere continuano a tormentarla e peggiorano al punto tale da spingere la giovane a contattare la zia Isa, wildwitch come lei. Un’entità malvagia è in agguato e, affamata di Vita, si nutre di quella degli animali e della natura. Spetta a Clara sconfiggerla e trovare in sé stessa tutto il coraggio possibile per salvare il suo amico Gatto e le altre creature la cui sopravvivenza è seriamente a rischio.
Nonostante il ruolo di primo piano della giovane strega, la vera protagonista di questo volume è, come il titolo suggerisce, Kimera, la perfida e mostruosa donna-uccello.

Non mi era mai passato per la mente che Kimera avesse una madre e un padre e avesse avuto un’infanzia come tutti. Sì, insomma, la prima volta che l’avevo vista aveva un paio di ali gigantesche ed era ricoperta di penne. Era quasi più facile immaginare che fosse nata uscendo da un uovo.

Lene Kaaberbøl dedica intense pagine alla storia dell’antagonista di Clara. Perché Kimera è così cattiva? Quando ha deciso di iniziare a usare in modo sbagliato i suoi poteri di strega selvatica? Qual era la sua vita prima di diventare un mostro? Il ritratto di Kimera è dettagliato, spesso commovente, a volte crudo e duro. Non puoi sconfiggerlo prima di averlo trovato. E non puoi trovarlo prima di conoscerlo. Clara deve conoscere il suo nemico per poterlo annientare e soprattutto deve imparare a comprenderlo per poterlo addirittura salvare. L’autrice danese in modo dolce e risoluto riesce a creare compassione nel cuore del lettore e in quello di Clara, una compassione che, però, non giustifica il male perché le cattive azioni di Kimera non possono essere cancellate. Il viaggio nel passato di Kimera e il cammino interiore di Clara procedono parallelamente e passo dopo passo il personaggio cresce moltissimo. Infatti, proprio nello sforzo di conoscere il suo nemico finalmente Clara abbraccia la sua natura di wildwitch e inizia a prendere coscienza delle sue capacità e della sua forza d’animo.
Wildwitch 3. La vendetta di Kimera è un romanzo avvincente, profondo e sensibile. La penna di Lene Kaaberbøl davvero non delude in quello che senza dubbio è il più bello degli episodi di questa magica saga di successo.

Traduzione di Eva Kampmann.

Lene Kaaberbøl (Copenaghen, 1960) è un’autrice danese assai nota in tutto il nord Europa. Da quando ha cominciato a scrivere, all’età di 15 anni, ha pubblicato una trentina di libri, soprattuto per bambini e ragazzi. Di recente è stata candidata per due prestigiosi riconoscimenti: lo Hans Christian Andersen Award e l’Astrid Lindgren Memorial Award. La fortunata serie di Wildwitch ha già riscosso grande successo in Germania, Francia, Inghilterra e Russia. I due episodi precedenti La prova del fuoco e Il sangue di Viridiana sono stati pubblicati in Italia da Gallucci.

Source: Copia consegnata al recensore dalla casa editrice. Si ringrazia Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

Le visionarie, antologia a cura di Ann e Jeff Vandermeer (Nero, 2018) a cura di Elena Romanello

4 settembre 2018 by

Visionarie-copertina-alta-700x1100Quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario dell’uscita del primo romanzo di fantascienza della Storia della letteratura, Frankenstein, scritto da una donna, Mary Shelley, e nonostante stereotipi e luoghi comuni, le donne hanno sempre frequentato da allora la narrativa di genere fantastico, con un’intensificazione della loro presenza negli ultimi anni, ma già un grosso apporto a partire dalla metà del Novecento, con storie spesso pubblicate con pseudonimo maschile.
La Nero edizioni presenta Le visionarie, con l’esplicativo sottotitolo Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia, che raccoglie ventinove articoli di altrettante autrici degli ultimi decenni, curati e raccolti da Ann e Jeff Vandermeer, due delle voci più interessanti del panorama del genere degli ultimi anni, esponenti della corrente New Weird del terzo millennio: il risultato è un viaggio tra mondi spesso inquietanti, con metafore dei ruoli di genere, della maternità e dell’emancipazione, tra distopia, rilettura di fiabe classiche e di fatti di cronaca nera, viaggi in cerca di se stesse, fughe, antiche leggende, dove spesso in poche pagine emerge un mondo complesso che entra dentro a chi legge per non uscirne più.
Tra i nomi presenti ne Le visionarie ci sono autrici ormai di ieri, scomparse in tempi più o meno recenti, come Angela Carter, Tanith Lee e Ursula K. Le Guin, ormai classiche come le loro opere, accanto a voci più recenti e tutte da scoprire, come Octavia E. Butler, Hiromi Goto e soprattutto Nnedi Okorafor, una delle scrittrici di fantascienza più originali degli ultimi anni, capace di dar voce all’Africa e al suo patrimonio di leggende e riletture di archetipi classici dei generi del fantastico.
L’adattamento televisivo di The Handmaid’s Tale ha riportato l’interesse ancora una volta su come si può raccontare una storia di genere fantastico facendola diventare metafora della realtà: ne Le visionarie non ci sono racconti di Margaret Atwood, ma di molte sue colleghe che per molti versi l’hanno anticipata o seguita, raccontando i mondi del possibile in un’ottica femminile e femminista, vista attraverso le tematiche di vari decenni.
Le visionarie è un libro da leggere per tutti i cultori e le cultrici del fantastico, ma anche per chi pensa che le donne sappiano scrivere solo romanzetti rosa e per chi vuole conoscere voci non sempre tradotte nel nostro Paese e tutte da scoprire o riscoprire, perché magari sono assenti da anni dalle librerie o perché sono state trascurate finora, come l’argentina Angelica Gorodischer, la finlandese Leena Krohn e l’indiana Vandana Singh. C’è da sperare che a questa antologia ne seguano altre sulla stessa linea, oltre che escano anche i romanzi delle scrittrici, spesso molto prolifiche e ancora attive.
Da segnalare anche la cura data all’edizione italiana del libro, coordinata da Claudia Durastanti e Veronica Raimo, che per tradurre i diversi racconti hanno chiamato a raccolta un gruppo di autrici, giornaliste e accademiche provenienti sia dal mondo della narrativa di genere che non, come Emmanuela Carbé, Marta Maria Casetti, Gaja Cenciarelli, Silvia Costantino, Livia Franchini, Tiziana Mancinelli, Sara Marzullo, Francesca Matteoni, Oriana Palusci, Lorenza Pieri, Chiara Reali, Clara Miranda Scherffig, Nicoletta Vallorani, Cristina Verrienti.

Provenienza: libro del recensore.

Ann VanderMeer ha fondato la casa editrice Buzzcity Press ed è stata direttrice di Weird Tales, la storica rivista americana dedicata all’horror e al fantastico. Per la sua attività di curatrice editoriale, è stata insignita del premio Hugo e del British Fantasy Award.

Jeff VanderMeer è autore della saga fantasy di Amebergris e della trilogia composta dai romanzi Annientamento (premio Nebula 2014), Autorità e Accettazione, pubblicati in Italia da Einaudi, oltre che della storia autoconclusiva Borne. Assieme a sua moglie Ann, ha curato antologie dedicate allo steampunk e al new weird, corrente di cui è si esponente che teorico principale.

 

:: Il purgatorio dell’ angelo – Confessioni per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2018 by

Il purgatorio dell_ angeloE siamo giunti quasi al termine della saga di Ricciardi, il prossimo libro chiuderà definitivamente il ciclo di romanzi polizieschi ambientati in Italia negli anni ‘30 che Maurizio de Giovanni ha dedicato al commissario cilentano in stanza a Napoli che ha la peculiarità di vedere i morti di morte violenta nei loro ultimi drammatici istanti di vita.
Che dire un po’ di malinconia c’è, per chi come me ha amato la saga, Ricciardi è più di un personaggio di carta e inchiostro, è quasi un amico che ci ha accompagnato in questi anni con le sue indagini e i suoi tormenti amorosi.
Ma un ciclo si chiude, nuove storie prenderanno vita, con nuovi personaggi, è la vita, è giusto così. Un autore sa quando è giunto il momento di abbandonare un personaggio, perlopiù ingombrante e impegnativo, seppure amatissimo, come Luigi Alfredo Ricciardi barone di Malomonte, che invece di restare al sicuro nel suo castello avito a dilapidare le sue ingenti sostanze ha deciso di combattere il crimine e assicurare alla giustizia i colpevoli.
Questa volta il caso che dovrà affrontare lo porterà a indagare sul delitto di un padre gesuita in odore di santità, amato da tutti, l’ultima persona al mondo che ci si immagina possa essere vittima di una morte violenta.
Ma i misteri dell’animo umano a volte sono insondabili e l’apparenza è una brutta consigliera. Starà a Ricciardi dipanare una matassa assai aggrovigliata, e grazie al suo fiuto e alla sua proverbiale intuizione riuscirà a capire che tutta la storia trae origine nel passato, come sempre quando sono protagonisti odi e rancori che non trovano pace.
Oltre all’ indagine poliziesca corre parallela la sua storia d’amore con Enrica, che sembra giunta a un punto di svolta, se non fosse che la madre della ragazza, la pratica e decisa Maria Colombo, ha la malaugurata idea di invitare Ricciardi per un caffè.
Non vi anticipo gli sviluppi, li leggerete da soli, ma posso dire che il maggior ostacolo a questo amore sta proprio in Ricciardi e nella sua scelta se aprire o meno il suo cuore finalmente a Enrica. Troverà il coraggio di dirle la verità sulla sua condizione? Di spiegarle quale è il tarlo che lo avvelena fin da bambino, la sua più grande paura?
De Giovanni ha una dote naturale nell’ indagare e sondare l’animo umano e lo fa con leggerezza e lievità. Ti fa sentire davvero come lettore parte della storia, ti coinvolge, ti commuove e a volte ti fa proprio arrabbiare. Ormai la mia antipatia per la madre di Enrica è epica, e se non fosse per l’intervento di Nelide… Ma lo scoprirete da voi, il rischio di spoilerare è altissimo.
Come sempre nei suoi romanzi oltre al filone di indagine principale, se ne aprono di secondari che questa volta vedono protagonista Maione, un gruppo di disperati dediti ai furti, e un giovane poliziotto di cui Maione si affeziona, e in cui vede forse più che il suo figlio morto, un giovane se stesso. Come al solito sarà Bambinella ad aprirgli gli occhi e inavvertitamente a spezzargli il cuore.
Che dire per essere il penultimo romanzo con protagonista Ricciardi sembra indirizzare la storia in una determinata direzione, ma per quanto riguarda almeno gli sviluppi sentimentali dovremmo aspettare l’ultimo romanzo, e tifare per la povera Enrica che coroni finalmente il suo sogno d’amore e sposi il suo amato commissario. Ma vedremo, anche se non credo che de Giovanni abbia il cuore di togliergli anche solo una parvenza di lieto fine.
Comunque ricordiamocelo sono storie noir, il sentimentalismo presente è specchio dell’epoca e della sensibilità partenopea, non è detto che fiori d’arancio e vissero felici e contenti si adatti proprio al personaggio di Ricciardi. Noi comunque anche contro ogni logica glielo auguriamo con tutto il cuore. Come auguriamo a Maione di invecchiare con la sua Lucia e vedere crescere i suoi figli. Lo so, lo so sono solo personaggi di un libro, ma hanno il dono di essere così reali nelle sfaccettature psicologiche e nei comportamenti che inevitabilmente ci si affeziona. Bravo de Giovanni!

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’amicizia di Paolo Carnevali

3 settembre 2018 by

kafka

La strada offre profili che guardano al mare. I pensieri si rincorrono. Un filo di terra e poi l’azzurro, punteggiato di schiuma bianca. Stamani è grosso e pieno il mare, sembra assaltare la strada, bello nel suo ondeggiare e trafitto da una forte pioggia. Sento il salmastro salire nell’aria, come quando al mattino ascolto la mia solitudine, corro sulla spiaggia e si restringe l’essenziale da dire, e i ricordi riempiono le immagini. Una amicizia è un grande dono: il gioco delle affinità, delle complicità.

Ricordo che restai colpito dai modi semplici, decisi e pratici da crocerossina, poi compresi un lato fragile che reclamava dolcezza. Eravamo soli e avvolti da ombre nei corridoi dell’ospedale, l’amicizia ha un’anima sola e guarda nella stessa direzione. Eri confusa, succede nella fragilità del desiderio. Rammento le parole sull’amicizia scritte sulla cartolina che acquistammo in quel caldo pomeriggio di agosto: mi era stata data in dono una presenza amica….

Lo pensammo anche quella sera a Lourdes ,seduti uno accanto all’altra sulla panchina. La grotta illuminata e il Gave che scorreva come i nostri pensieri. Camminavo sulle tue ombre e il nostro cuore batteva tra felicità e dolore. Ti guardavo negli occhi, sperando che tu vedessi nella stessa direzione. Ero chiuso in te e non potevo immaginare quel tipo di sentimento. Amavo pensare che le nostre anime avrebbero trovato la stessa intimità delle frasi. La vita è il risultato di assurde concatenazioni che donano gioia e dolore. Era piacevole il contatto della tua mano, avvolgeva come la nebbia.

Osservo il mare spumoso in lotta con la forza degli elementi, ripenso a Franz Kafka, al suo mostrarsi nudo a Milena Jesenskà, ai loro incontri. Resto in silenzio, cerco le parole, nascondo i pensieri in una nuvola di fumo grigio-azzurro che sale nell’aria. La pioggia si dirada e iniziano a delinearsi le tinte e le ombre. Danzano gli aquiloni sul vento e la strada corre.

Paolo Carnevali  nato a Bibbiena (Arezzo). Poeta e traduttore. Redige “Poetica Città” un poetry-zine adatto alla distribuzione underground al The Poetry Cafè of London. “I dialoghi di Ebe e Liò”ed. Lalli (1984) dal cui testo è stato adattata una piecè teatrale. La plaquette poetica “Trasparenze”ed.Tracce (1987) recensita sul “Manifesto”(1988) e sul “Corriere Adriatico”(1990). Presente in riviste e blog letterari.