:: Le riletture: vi capita mai terminato un libro di volerlo rileggere?

26 ottobre 2018 by

ReadingArgomento delicato: le riletture per un lettore.

Ci sono lettori che non rileggono mai i libri già letti, (i libri sono tanti, la vita è breve) altri, come me, che conservano i libri più amati in una nicchia speciele della libreria, e li rileggono periodicamente. (Posso fare i nomi: Anna Karenina, tutto Raymond Chandler, l’ Ulisse di Joyce, Lolita di Nabokov, etc…)

Ma vi è mai capitato di finire un libro e di volerlo subito leggere di nuovo?

A me non capita spesso, ma alcune volte sì. Come per l’ultimo libro che ho letto. Lo so le riletture per un blogger sono la norma, per scrivere (bene) una recensione è buona norma rileggere un libro più volte, ma proprio volerlo fare? No, non mi capita spesso.

Un blogger ha di norma diversi libri in lettura, o perlomeno sullo scaffale.  E si sa la fretta è una cattiva consigliera.

Leggere troppo velocemente non ti fa assaporare a pieno una lettura. E si sa un blogger letterario è innanzitutto un lettore.

E voi lettori forti, (mi pregio di pensare che i lettori del mio blog siano lettori forti) amate rileggere un libro appena terminato?, tornare in quel mondo, con quei personaggi, assaporare dettagli che una prima lettura, veloce magari, vi ha fatto trascurare? Attendo le vostre riflessioni e risposte.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con prudenza): Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

26 ottobre 2018 by

20180428_114443-1Lady chi?
Lady Euphonica! Letto come si scrive, suona come “la “d” eufonica”. Proprio per questo non bisogna mai abusarne!
Siate pazienti con me: sono i danni che può produrre Don Draper sulla salute mentale degli individui predisposti…
Per dare il via alla rubrica, conosciamo meglio Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia, autrici de “La memoria del futuro”, edito da Pav Edizioni.

La casa editrice descrive così l’opera delle due scrittrici emergenti:

Il futuro, il presente, il passato. Qual è l’ordine giusto? Si possono cambiare? C’è davvero la famigerata freccia del tempo oppure tutto è mescolato?
Londra, tra 700 anni, qualcuno tornerà indietro per modificare gli eventi e permettere la realizzazione di una profezia legata a tre persone molto diverse, ignare del proprio destino, e ad un’antica e dimenticata civiltà sudamericana.
Curtis Chapman, un giovane e geniale inventore dal passato familiare burrascoso; Dalia Robbins, appassionata ricercatrice di nuove cure per l’umanità, nella speranza di poter fermare le più terribili malattie e Jason Mitchell un broker il cui unico scopo sembra essere quello di godersi appieno la vita in ogni sfumatura possibile. Con loro grande stupore e sgomento, apprenderanno la verità sulle loro origini e avranno nelle mani il destino del mondo intero.
La Memoria del Futuro è un libro influenzato da diverse opere, dalla cultura dei nativi americani, dalla musica e dal vissuto delle due autrici.

Ciao Silvia e ciao Simona. Grazie per aver accettato i rispondere alle nostre domande.

Quando avete cominciato a pensare a “La memoria del futuro” e come è nata l’esigenza di un lavoro a quattro mani?

Ciao Ilaria, grazie di cuore per aver scelto noi per inaugurare la tua rubrica. E’ un grande onore!

Simona: In realtà non si tratta di un’esigenza, quanto una cosa che si è sviluppata in maniera naturale. Silvia e io ci siamo messe a scrivere insieme delle fan fiction e abbiamo visto che in un certo senso ci completavamo. Tutto qui.

Silvia: Abbiamo iniziato a scrivere insieme diverse fan fiction sulla nostra serie tv del cuore, Fringe e in effetti non credo di aver mai provato un feeling così particolare nella scrittura. È stato il primo passo: da allora abbiamo cominciato a pensare a qualcosa di nostro e una notte feci un sogno, che è poi diventato il prologo di questo libro, che ha preso una strada molto indipendente dalle fonti a cui ci siamo ispirate.

Più in dettaglio, come impostate il vostro lavoro insieme?

Simona: È una domanda che ci viene fatta spesso. In realtà non impostiamo nulla o quasi. Per fortuna esiste un programma chiamato Google Drive che permette di scrivere, in tempo reale insieme, un documento. Spesso capita che scriviamo contemporaneamente. Non sullo stesso pezzo, intendiamoci ma magari lei si occupa di un parte e io di una diversa e poi colleghiamo.

Silvia: Ai tempi facemmo uno schema, ma confesso candidamente che, a parte il tema dei capitoli, molto è venuto da sé, creando una trama molto più articolata di quello che pensavamo. Poi drive ci ha aiutato molto. Anche adesso sto rispondendo alle tue domande così!

Mi è capitato di leggere vostri interventi o ascoltarvi durante presentazioni dal vivo. Mi aveva colpito il fatto che lamentaste una scarsa considerazione delle donne che scrivono fantascienza. Non conosco il genere e il suo background social, per così dire, in modo approfondito e volevo dunque chiedervi lumi su queste affermazioni.

Silvia: Domanda molto interessante, Ilaria. Ammetto di non aver mai capito il perché di tale pregiudizio verso la fantascienza e il fantasy. Posso capire, ci mancherebbe, che si preferiscano altri generi e magari non li si ami. Io non apprezzo molto il giallo, “colpa” di Agatha Christie, lo ammetto. Ho passato l’adolescenza a leggerla e trovo difficile trovare giallisti alla sua altezza, anche se non posso negare che, nell’ultimo periodo, si ripetesse molto. Io comunque preferisco Miss Marple a Poirot. Scusa la grossa divagazione.
Il pregiudizio sulla fantascienza ha radici molto lontane, nei primi anni 50, agli albori del genere, se si può dire. Mio padre e mia madre mi hanno spesso raccontato come venisse considerato un sottogenere e chiamata “fantascemenza”.
C’è molta fuffa come in ogni genere, ci mancherebbe. Il problema è che io ho notato come anche i migliori prodotti di fantascienza siano sempre considerati al di sotto di opere di altro genere, che pure hanno un valore inferiore. Un esempio abbastanza oggettivo. Fringe e Person of Interest sono state letteralmente esaltate dalla critica, la prima è stata definita “la serie che ha cambiato il concetto di serie tv” e la seconda “ha anticipato lo scandalo del datagate”, poi si va a vedere l’elenco delle migliori serie tv di un determinato anno, dove erano entrambe in onda e le si trova in fondo, dopo il ventesimo posto, dopo serie che sono sicuramente interessanti eh ma, parole non nostre, non sono considerate questi gran capolavori. Ma vengono votate in quanto comedy o thriller. Non parliamo appunto dei premi. È rarissimo trovare una serie di fantascienza o fantasy premiata, Game of Thrones e Lost sono un’eccezione, non la regola. Ricordo che Leonard Nimoy, sì proprio il mitico signor Spock di Star Trek, che ebbe un ruolo assai importante in Fringe, si lamentò con toni aspri per la mancanza di considerazione per detta serie: “Fringe quanto talento ignorato. Vergogna agli Emmy, vergogna!” cito alla lettera, ti posso passare lo screen se vuoi. Come sai Nimoy non era il tipo da scaldarsi molto.
Se poi guardiamo in Italia la situazione è ancora più surreale. Prendiamo ad esempio “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il regista e attore Gabriele Mainetti ha dovuto letteralmente auto finanziarsi per poter produrre quel film e il distributore è stata la Lucky Red, la coraggiosa Lucky Red di Andrea Occhipinti ( di recente ha accettato di distribuire anche Sulla Mia Pelle, il film sul povero Stefano Cucchi, scatenando roventi polemiche), mentre altri produttori famosi non hanno fatto nulla di nulla. Non credo di doverti dire quanti soldi ha fatto “Lo chiamavano Jeeg Robot” quindi il problema non è la mancanza di pubblico, è la mancanza di coraggio di chi vuole produrre e promuovere (se il pubblico non sa che un detto prodotto c’è non lo compra) cose nuove, non necessariamente di fantascienza, ci mancherebbe. Scusa la lunga risposta.

Simona: E aggiungo alla socia che poi uno come Salvatores, che da anni sta lavorando su tentativi di portare la fantascienza in Italia, prima con “Nirvana” (che non è un film perfetto ma all’epoca non è che vi fossero opere migliori nel mondo di questo genere) e poi con “Il ragazzo invisibile” viene massacrato. C’è davvero qualcosa che non torna. E poi abbiamo dovuto leggere sui social network, in un gruppo dedicato, la perla del “andrà a finire che chiederemo le quote blu” di fronte al fatto che il 90% dei candidati al premio Hugo erano donne. Di nuovo qualcosa non torna.

Inoltre: come si possono scardinare certe dinamiche retrive?

Silvia: Altra domanda interessante. Io credo che l’unico modo sia puntare a produttori come la Lucky Red, dare spazio a chi osa sfidare il mercato perché poi, siamo oneste, insistere su certe cose non porta a nulla di buono. Dai prodotti seri ai prodotti meno seri se si martella il pubblico con le stesse identiche cose la gente si stufa. Occorre cambiare e innovare il linguaggio, stare al passo con i tempi.

Simona: Sono d’accordo. E’ l’unico modo. Avere coraggio: una cosa che manca molto non solo ai produttori italiani, purtroppo.

Oggigiorno – è quasi un luogo comune – emergere dalla folla è molto difficile e la promozione, sia on-line che off-line, è quantomai indispensabile per poter sperare di essere notati. Come lavorate alla promozione del vostro testo?

Silvia: Presentazioni, interviste, pubblicità ma in maniera nuova. Usando la rete ma anche le radio. Cercando, come dicevo sopra, di andare incontro alle esigenze del pubblico, senza però vendersi. È un difficile equilibrio. Pensavo, ad esempio, come sia riuscita Netflix a sopravvivere alla dissoluzione del mercato di video noleggio. In fondo, se ci pensiamo, fa sempre quello, ma usando le nuove tecnologie in maniera nuova, fresca e dinamica. Mi fa sorridere, lo ammetto, come le tv nostrane spesso pubblicizzino un film o una serie tv nominando attori che, onestamente, il pubblico giovanile manco conosce più, ignorando completamente i nuovi. Ripeto, questo non vuol dire vendersi. Dico che si deve cercare una via di mezzo, tra la voglia di essere se stessi e il non seguire strade obsolete.

Che progetti letterari ci sono nel vostro futuro?

Silvia: Prima di tutto finire la saga de “La memoria del tempo” perché la storia è ancora lunga e intricata. Poi a me, prima o poi, piacerebbe riprendere l’idea di tentare di scrivere un giallo proprio perché non li amo molto. Avevo anche in mente ambientazione e periodo storico. Genova negli anni 20. Durante il fascismo sì. Periodo storico che detesto peraltro. Una doppia sfida quindi.

Simona: Decisamente finire la saga. Forse riprendere una storia fantasy che avevo scritto anni fa, correggerla e magari affinarla. Chissà. C’è anche una storia, che adesso sarebbe definita urban fantasy, che non sono mai riuscita a raccontare. Chissà.

Facciamo un gioco. Se La memoria del futuro diventasse un film e voi poteste occuparvi del casting, chi scegliereste per interpretare i vostri personaggi?

Simona: Praticamente ci inviti a nozze! Ci siamo già immaginate il cast di almeno un 90% dei nostri personaggi. Alcuni sono cambiati in corso d’opera. Tipo: per Dalia nelle prime stesure avevamo pensato ad Anna Torv, una dei tre protagonisti di “Fringe”, a cui la nostra storia si ispira per certe cose. Poi però andando avanti ci siamo rese conto che non era la Dalia che volevamo, quella che avevamo in mente. Molto spesso hanno parlato della somiglianza tra Anna e Cate Blanchett e quando abbiamo visto quest’ultima recitare, Silvia e io ci siamo dette: è lei. È la nostra Dalia Robbins.

Silvia: Esatto. Cate è divina ed è la nostra Dalia, senza nulla togliere alla meravigliosa Anna Torv che continuiamo ad apprezzare tantissimo. Poi per Curtis Chapman, abbiamo pensato a Joshua Jackson che è il nostro attore preferito: io me ne sono “innamorata” grazie a “Fringe” e seguendolo poi attraverso altre sue esperienze, sia anteriori che posteriori alla serie di Abrams. Ho scoperto un attore poliedrico, oltre che un bellissimo uomo, colmo di charme e intelligenza, classe e quel tocco di timidezza perfetti per il nostro protagonista. Per Jason, altro personaggio principale, abbiamo pensato invece ad un attore assai poco conosciuto e altrettanto bravo, Eduardo Noriega. Entrambe lo apprezziamo dai tempi di “Apri gli occhi” di Amenabar.
Infine per i genitori di Curtis avevamo pensato anche qui a due nomi precisi.
Il sempre eccelso Bruno Ganz (amatissimo da noi in primis per “Pani e Tulipani” e il “Cielo sopra Berlino”) come Adrian Chapman ce lo vediamo proprio. So che molti odieranno Adrian all’inizio e avranno ragione.
Per la madre, Sophie, invece la magnifica Juliette Binoche. Lei saprebbe essere una madre ribelle e appassionata, con il piglio artistico giusto.
Infine, ammettiamo di aver pensato a Denis Villeneuve per la regia.
Sì, dovremmo diventare miliardarie per farlo.

I sogni costano, ma non si deve pagare. Tanto vale farne di enormi!
Grazie ancora per averci dedicato un po’ del vostro tempo.

Potete trovare “La memoria del futuro” sul sito dell’editore, al seguente link: http://pavedizioni.it/prodotto/la-memoria-del-futuro

Le due autrici saranno presenti il 18 novembre, alle ore 18,30, presso la libreria Mangiaparole (Via Manlio Capitolino 7/9, Roma), per un incontro con chiunque abbia voglia di sapere qualcosa di più su “La memoria del futuro”.

:: Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

25 ottobre 2018 by

MANGANELLI - Viaggio in AfricaL’Africa è abitata, ma è inabitabile.

Nel 1970, una multinazionale che progettava di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam, incaricò Manganelli di stendere una relazione su quei luoghi. Com’era prevedibile, nessuna delle versioni da lui predisposte fu accettata e il “Viaggio in Africa” rimase inedito. Si tratta di un manoscritto in origine di 36 cartelle, di circa 30 righe ciascuna, senza titolo, che porta in alto a sinistra l’indicazione “Manganelli 15/5/70” ed è conservato presso l’Archivio Adelphi. Per Manganelli

L’Africa è immersa in una rete di traumi, ed il trauma più intenso è appunto quello che con la sua radicale assurdità giustifica gli altri: l’oscura e perplessa speranza”.

Cosa manca al Continente Nero per affacciarsi almeno una volta sul balcone della civiltà?

“La vita africana abbisogna solo di poche ed esigue capanne; è un mondo lieve, continuamente rinunciabile, pronto a cedere; pronto a rinascere, difeso dalla sua stessa esiguità, un bersaglio fugace e deliberatamente effimero. Nulla di più lontano dalla città europea, dalle sue mura da demolire con piccone, bulldozer, bombe: i ruderi di domani, la Storia”.

La sua malattia è l’isolamento. Non la solitudine che ha momenti preziosi ed eroici, ma la coazione a non parlare, non conoscere, non sapere. La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro.

“Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta – qualcosa che forse non è mai stato vivo. Eppure “la singolarità della società naturale , l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a charire il mondo del malessere europeo”.

Siamo abituati a considerare questa terra un organismo malato di fame e sterilità, non ci accorgiamo che anch’essa fa parte dell’ arricchimento antropologico. Dimenticandola, relegandola ai margini dei nostri doveri, sprofondiamo nella melma dell’autolesionismo, della vita resa cadavere di un’ anima imprigionata e senza ali. Quello che doveva essere una rapporto tecnico infarcito di medaglie tecnologiche è un monito ad accrescere il nostro ragionare. L’Africa rinascerà o nascerà dal profondo dell’abisso esistenziale, e sarebbe un bene per l’umanità se accompagnassimo questo trionfo pacato, silenzioso, senza ipocrisie e convenzioni inutili. Oggi l’Africa può pensare al domani, ieri era impensabile. Quando Manganelli scrisse la sua stilisticamente raffinata relazione, i lacci del ‘malessere’ europeo erano cappi per chi voleva un futuro per questa Regione, oggi il Gigante addormentato si sta svegliando, sta imparando a stare in equilibrio, speriamo di non urtare questo cammino con la nostra ottusità, e tutto sarà come fiamma che incenerisce ciò che muore per fare luce. Postfazione di Viola Papetti.

Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno degli scrittori italiani piú innovativi ed eccentrici del Novecento. Fu anche  recensore e critico e collaborò con numerose riviste di quegli anni: “Il Giorno”, “L’Illustrazione italiana”, “Grammatica”, nonché la rivista “Quindici”. Manganelli fu anche traduttore, di Poe in particolare, su suggerimento e proposta di Calvino. Tra le sue opere più importanti ricordiamo: Hilarotragoedia (1964), Agli dei ulteriori (1972), Pinocchio: un libro parallelo (1977), Centuria (1979), Angosce di stile (1981), Laboriose inezie (1986), Improvvisi per macchina da scrivere (1989), Esperimento con l’India (1992), Il rumore sottile della prosa (1994), La notte (1996), L’infinita trama di Allah. Viaggi nell’Islam 1973-1987 (2002).

Source: libro inviato dall’Editore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

I Kill Giants di Joe Kelly e J. M. Kelly Niimura (Bao Publishing, 2018) a cura di Elena Romanello

25 ottobre 2018 by

63345867-39d6-46d7-9c64-4df42d093062Dopo il successo del film distribuito su Netflix, torna in una nuova edizione, la Titan Edition, sempre per Bao Publishing la graphic novel I kill Giants, storia di formazione nascosta sotto una vicenda urban fantasy, dove in una cittadina sul mare forse succedono cose terribili ad opera dei giganti del titolo. O forse no.
L’opera, scritta da Joe Kelly e disegnata da JM Ken Niimura, ritorna con una copertina che richiama alla locandina del fim e racconta la storia di Barbara Thorson, ragazzina che fa la quinta elementare, amante del fantasy e dei giochi di ruolo, vittima di bullismo a scuola e con un qualcosa di grave in casa che incombe. Barbara ha un super potere, come le protagoniste delle storie che ama tanto, perché è la custode del martello incantato Coveleski, il distruttore dei giganti, ma c’è anche un’altra stranezza nella sua vita:  a casa dorme in cantina, perché al primo piano c’è un orrore che non riesce ad affrontare.
Tutto questo succede mentre una psicologa comincia ad interessarsi a lei e sta per arrivare un uragano, ma sarà un uragano o un gigante? Joe Kelly racconta una storia dove la quotidianità si tinge di fantastico, sospesa tra due mondi, dove alla fine si parla di dolore, incertezza, lutto da elaborare e dove forse i giganti non sono gli esseri peggiori che si possono incontrare e dove comunque la forza per affrontare qualsiasi problema e minaccia va trovata in se stessi.
Una storia non solo per ragazzi, disegnata con richiami allo stile manga, usando il bianco e nero in modo nuovo e creativo da JM Ken Niimura, per un viaggio fantastico ma anche dentro al proprio animo, tra rifiuto delle cose brutte e accettazione della convivenza anche con gli aspetti meno belli della vita, non i giganti, ma qualcos’altro. Tra le righe viene in mente un’altra opera, letteraria e cinematografica, su un tema simile, Sei minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, sia pure con varie diversità e con il gigante metafora sempre di qualcosa di insormontabile da affrontare ma con cui bisognerà fare i conti.
La nuova edizione è stata arricchita da una art gallery dei personaggi, da interviste ai due autori e da stralci di sceneggiatura e storyboard originali, per capire come quest’opera è stata pensata.

Joe Kelly ha debuttato sulla scena fumettistica americana a metà degli anni Novanta, ai testi di Deadpool per la Marvel, ma ha poi scritto di tutto, da X-Men a Superman, dalla Justice League of America a Spider-Man. Nel 2000 ha fondato il collettivo creativo Man of Action, che ha all’attivo la creazione delle serie animate televisive Ben 10, Generator Rex, Ultimate Spider-Man, Big Hero 6: The Series e tante altre. In quanto sceneggiatore di fumetti, ha scritto I Kill Giants, titolo Image disegnato da JM Ken Niimura e pubblicato in Italia da BAO Publishing. Nel 2011, il graphic novel ha vinto il premio Gran Guinigi nella categoria “Migliore sceneggiatura” e nel 2018 è diventato un film Netflix su sceneggiatura dello stesso Joe Kelly.

JM Ken Niimura è nato a Madrid, ma ha origini giapponesi. Laureato in arte, ha contribuito a numerose campagne pubblicitarie in Spagna, oltre ad aver partecipato a pubblicazioni collettive per i principali editori di fumetti iberici. I kill giants, fumetto sceneggiato da Joe Kelly e pubblicato in Italia dalla Casa editrice BAO Publishing, nel 2011 ha vinto il Premio Gran Guinigi come “Miglior Sceneggiatura” e nel 2012 è valso a Niimura il prestigioso International Manga Awards. Nel 2014 Niimura ha pubblicato Henshin, un manga costituito da diverse storie brevi collegate tra loro. L’opera, pubblicata originariamente in Giappone, viene poi edita nel 2015 dalla Casa editrice americana Image. Attualmente è al lavoro sul webcomic Umami, edito dalla piattaforma online Panel Syndicate.

Provenienza: libro del recensore.

Lucca Comics and Games 2018, la cultura della fantasia in tutte le sue forme a cura di Elena Romanello

24 ottobre 2018 by

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Ormai è iniziato il conto alla rovescia è iniziato: dal 31 ottobre al 4 novembre torna Lucca Comics and Games, una delle più importanti fiere dedicate al fumetto e alla cultura nerd a livello europeo e mondiale e la più importante italiana.
Come capita ormai dal 2006 (prima la kermesse si svolgeva nel Palazzetto dello Sport in una zona periferica, ormai troppo piccolo per le esigenze di un fandom in crescita) il centro storico dentro le mura della città medievale toscana si animerà di case editrici, fumetterie, disegnatori, scrittori, cosplayer, bancarelle dell’usato, gadget, artigianato e tanto altro ancora, per una festa condivisa e amata da tutta la cittadinanza.
Come sempre, il programma è denso e citare tutto è impossibile, ma ecco alcuni punti fermi interessanti da tener d’occhio.
Torna nello spazio Carducci l’editoria libraria in tema fantastico, con nomi sia grossi che indipendenti, con novità e autori, per parlare dei successi degli ultimi anni ma anche per scoprire nuove voci e storie. Tra gli altri si segnala la presenza di Mondadori, Fanucci, Runa edizioni, Plesio, Rizzoli. E’ confermata la presenza dei principali editori di graphic novel, come Beccogiallo e le sue opere di graphic journalism, Bao con le sue proposte tra realtà e fantasia, Magic Press, Coconino, Bonelli, e due spazi a parte in due diverse piazze cittadine, uno per Panini Comics e l’altro per Star Comics, a raccontare due realtà che hanno cresciuto varie generazioni attraverso varie linee editoriali, come per esempio Kappalab, che da anni propone libri ispirati alla cultura dei manga e degli anime.
Confermato lo spazio della Japan Town, per gli amanti di manga, anime e cultura nipponica, con tante iniziative, incentrate in particolare sul quarantennale di Goldrake, ma anche sulla presenza a Lucca di Leiji Matsumoto, autore di Capitan Harlock, a cui verrà dedicata una mostra.
Tantissimi gli ospiti, provenienti dal mondo dei fumetti, del doppiaggio, del cinema, della letteratura. Tra i tanti, alcuni ormai fissi all’evento, spiccano per quello che riguarda la narrativa Pierdomenico Baccalario, Paolo Barbieri che presenta il suo nuovo art book sugli Unicorni per Lo Scarabeo, Barbara Cantini con la sua Mortina, Edoardo Stopacciaro, doppiatore e con il nuovo libro della sua saga fantasy in anteprima per La Corte editore, l’illustratore di romanzi fantasy Ciruelo, Alessia Mainardi con la nuova edizione della serie di Avelion, Benjamin Lacombe che avrà una mostra dedicata alle sue tavole con cui ha illustrato copertine e fiabe, Michael J. Sullivan ospite con i suoi fantasy dello stand Armenia, Licia Troisi con l’ultimo romanzo della Saga del Dominio e ovviamente l’attesissima Robin Hobb, uno dei nomi di punta dell’attuale narrativa fantastica, grazie alla Serie dei Lungavista.
Tra gli altri ospiti, si spazia da fumettisti del calibro di Zerocalcare, Mirka Andolfo, Arthur e Neal Adams, Vittorio Giardino, Trevor Hairsine, Leo Ortolani a personalità dello spettacolo come i registi Ruggero Deodato e Paolo Virzì, l’interprete della serie cult Buffy the vampire slayer Nicholas Brendon, il pilota di Formula uno Jean Alesi, il doppiatore di Capitan Harlock Gianni Giuliano, i musicisti Enzo Draghi e Lacuna Coil, e altri ancora che si aggiungeranno.
Per ulteriori informazioni, soprattutto quelle pratiche sull’accesso alla fiera e sui vari eventi, visitare il sito ufficiale della manifestazione.

:: Del tempo e dell’esistenza di Angela Nese (L’Argo libro editore, 2018) a cura di Nicola Vacca

22 ottobre 2018 by

copertina neseMarguerite Yourcenar considerava il tempo un grande scultore capace nel tutto scorre di visitare le nostre menti e condizionare le nostre azioni.
Per Jorge Luis Borges il tempo è la sostanza di cui siamo fatti. Il tempo è il fiume che ci trascina, e noi siamo il fiume. Il tempo è una tigre che ci sbrana e un fuoco che ci divora, e noi siamo la tigre e il fuoco.
Questi due grandi scrittori e le loro osservazioni sul tempo mi sono venuti in mente leggendo Del tempo e dell’esistenza (L’Argo libro editore, pagine 110, euro 12), un libro di racconti scritto da Angela Nese.
Racconti filosofici e esistenziali in cui l’autrice con una scrittura solida e scorrevole si perde insieme ai suoi personaggi, surreali e fisici allo stesso tempo, nei meandri delle infinite proiezioni ontologiche che il concetto di tempo suggerisce.
La condanna di H, di fronte al tribunale del tempo, il primo racconto che apre il libro, sembra uscito dalle congetture visionarie e oniriche di Borges. Un uomo condannato all’immortalità davanti al tribunale del tempo si accorge alla fine che nulla mai nell’esistenza è come sembra, e che il tempo nel bene e nel male ci condanna sempre. La pena da scontare è proprio l’esistere e la sua fine.
Angela Nese in questi racconti fa venir fuori tutta la sua passione per le questioni filosofiche. Sul tempo e sull’esistenza, anche se sotto forma di storie, scrive pagine suggestive in cui incontriamo Heidegger, Nietzsche, ma anche un mondo infinito di scrittori che si sono scontrati con il tema del tempo e con i suoi molteplici dilemmi.
Sette risvegli è un vero e proprio gioiellino di narrazione. L’autrice conduce il lettore nelle forme labirintiche del tempo e attraverso una serie di incontri tra personaggi che vengono da contesti e situazioni diverse crea legami e accadimenti che solo la paziente trama del tempo con tutte le sue prepotenti tirannie può costruire, realizzando quella serie di incontri che determina il corso delle nostre esistenze.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, questo è il filo conduttore delle riflessioni di Angela Nese, e tutti i personaggi da lei inventati sono fatti della stessa sostanza del tempo e dell’essere
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Nelle storie raccontate da Angela Nese, il tempo è un mistero che si nutre di vita. Con le sue contraddizioni e i suoi buchi neri è una condizione necessaria per l’essere e per l’esserci, anche se il paradosso e l’assurdo sono sempre in agguato.
Ogni personaggio che troveremo nelle pagine di questi racconti, scritti davvero con molta grazia, entra nelle pieghe intime del dilemma del tempo. Quel mistero dei misteri che continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa.

Nota: http://www.largolibro.blogspot.it

:: La notte delle stelle cadenti di Ben Pastor (Sellerio 2018) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2018 by

9294-3Berlino, luglio del 1944.
Martin Bora lascia il fronte italiano, e i suoi uomini, per l’ ingrato compito di partecipare al funerale di uno zio, da lui molto amato in gioventù, importante medico contrario alle pratiche naziste di eugenetica e eutanasia, suicidatosi, in modo non troppo volontario, con un’ iniezione letale di morfina. La tristezza del lutto è un po’ stemperata dall’ incontro con sua madre, Nina, anche lei a Berlino per le esequie, ma quello che lo tormenta ancora, e a cui non riesce a rassegnarsi, è l’abbandono dalla moglie Dikta, (l’unica donna che abbia davvero amato) stanca della guerra e di avere un marito sempre lontano e in pericolo di vita. Mentre Bora pensa a come ritornare al fronte succede un fatto imprevisto: il capo della Kripo, la polizia criminale di Berlino, Arthur Nobe, lo manda a chiamare e lo incarica di indagare sulla morte di un presunto veggente, illusionista e ipnotizzatore ammanicato col vertice del Terzo Reich.
Non potendosi certo rifiutare, accetta, e intanto si domanda perché abbiano scelto proprio lui, e perché la vittima è così importante da meritare un’ indagine di un membro addirittura dell’esercito e non della polizia comune. Il capo della Kripo non gli dà spiegazioni e intanto lo affianca con un losco aiutante Florian Grimm, un picchiatore della prima ora, che più che aiutarlo nelle indagini sembra sorvegli ogni sua mossa. La comparsa di una lettera compromettente, e tanti piccoli tasselli che finalmente hanno un senso, portano Bora a capire che c’è ben altro che cova sotto le ceneri di Berlino, martoriata dai bombardamenti. L’incontro con Claus von Stauffenberg, in una afosa stanza di una casa privata, gli confermerà infine che tutte le sue peggiori supposizioni hanno reale fondamento. Uscire vivo da Berlino diventerà per lui una vera e propria scommessa col destino.
La notte delle stelle cadenti, (The Night of the Shooting Stars, 2018), edito da Sellerio e tradotto dall’ inglese da Luigi Sanvito, è il dodicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio.
La particolarità dei sui mystery investigativi è il fatto che ci presenta una rivisitazione, storiograficamente ineccepibile, dei fatti salienti che caratterizzarono il Secondo Conflitto Mondiale, per molti versi ancora oscuri o controversi. Si appropria insomma del lavoro dello storico, nel lungo processo di elaborazione del testo, confrontando memorie, lettere, biografie, atlanti, mappe, saggi di diversa provenienza e argomento, a volte contenenti anche tesi o testimonianze contrapposte. E il lavoro dello storico è proprio quella di scegliere la via più probabile, più coerente con tutti i fatti, gli umori e il materiale raccolti (armonizzandola inoltre con il tessuto narrativo senza apparire didattica o peggio forzata). Insomma un passo oltre al semplice mystery storico dove è la fantasia dell’autore a prevalere.
Altra componente rilevante è l’approfondita analisi psicologica e la complessità umana dei personaggi, soprattutto di Bora di cui conosciamo i pensieri, il diario, e i fatti salienti della sua vita narrati in terza persona. E attraverso di lui conosciamo la Germania di allora, la vita comune, i dettagli più minimi, e a volte sordidi, di una quotidianità spesso drammatica e precaria.

Berlin in 1945 1

In La notte delle stelle cadenti è infatti Berlino al centro della scena, con i suoi quartieri bombardati, l’odore dell’aria, il suo sentore di fuliggine e intonaco sbriciolato; gli alberghi, i caffè, i ristoranti, i locali notturni un tempo eleganti, che sopravvivono a fatica, tra mille difficoltà, ormai solo l’ombra dello sfarzo di un tempo. La penuria di generi alimentari, il surrogato a posto del caffè, le ricche signore che rubano una saponetta in un albergo per farsene dare una seconda dal consierge. La mancanza di sicurezza, la paura, la rassegnazione. Le ragazze malvestite in una città dove è già difficile lavarsi, dormire, respirare, accanto alle mantenute, le sole che possono permettersi un paio di calze di seta, un profumo, un cappello di sartoria.
Il non potersi fidare di nessuno, perché spie e delatori possono essere nascosti in ogni angolo, tra informatori della Gestapo, e picchiatori di ogni risma.

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La storia è nota e Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, personaggio storico veramente esistito, è forse uno dei congiurati più famosi tra coloro che attentarono alla vita di Hitler, nel luglio del 1944. Ed è anche uno dei personaggi più significativi de “La notte delle stelle cadenti“. Ad un certo punto Martin Bora e Stauffenberg si incontrano, non vi dico cosa succede nel dettaglio, ma insomma si confrontano a tu per tu. Se pensiamo che Ben Pastor si ispirò proprio a Stauffenberg per creare il suo personaggio, è dunque come assistere a uno sdoppiamento, stile cortocircuito temporale: personaggio storico e narrativo nella stessa stanza. Straniante.
La peculiarità dell’autrice è dare luce ai particolari minimi, a un accendino, a un granello di polvere, a un raggio di sole, senza sprecare parole, in un’ economia narrativa affascinante e coinvolgente.
Lo stile è colto, alto, letterario, pieno di riferimenti non solo storici ma filosofici, poetici, morali.
L’attenzione alla spiritualità di Bora, sofferta e autentica, travalica l’assunto personale, per proiettare le difficoltà e l’angoscia esistenziale di tutti coloro che dovettero fare i conti con la propria coscienza e l’adeguamento ai dettami nazisti. E questo stridente contrasto illumina la già complessa peculiarità che Martin Bora racchiude. La consapevolezza che tutto è perduto, che una uscita onorevole dalla scena è impensabile, come è impensabile ormai, dopo i milioni di morti, il perdono di Dio. Quest’ ultimo dubbio, quest’ ultimo tormento emerge prepotente durante l’incontro con Stauffenberg che a contrario di lui sente ancora la necessità di fare qualcosa, di agire, di porsi contro se non con reali possibilità di successo, almeno per la Storia, o per l’aldilà.
Inoltre l’autrice si occupa anche della sfera come dire sentimentale e sessuale del protagonista, per cui l’abbandono della moglie pesa come una condanna insostenibile, pur vendendola con tutti i sui limiti e difetti. L’incontro con una ragazza, il cui compagno giace in coma in un sanatorio, diventa un’ aggrapparsi alla vita e all’amore, così diverso in tempo di guerra. Anche qui l’attenzione psicologica è massima, e una certa tenerezza emerge pur in un uomo non portato a provarla, fino a un disperato patto che i due amanti suggellano, non ve lo anticipo, ma lo troverete anche voi disperato e struggente. E soprattutto impossibile. In un lampo di autocoscienza successiva Bora realizzerà che era frutto solo di disperazione e egoismo maschile.
Martin Bora comunque resta un investigatore abile e interessato solo alla verità, scoprire chi è l’assassino del veggente non gli passerà di mente, seppure la Storia, con il suo respiro irrevocabile, supera la sua visione contingente.
Alla fine sapremo il destino di ogni personaggio, forse non è quello che vorremmo per loro, ma niente molte volte nella vita lo è.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016),  Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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Un’ intervista con Ben Pastor

Il tramonto birmano. La mia vita da principessa Shan di Inge Sargent (Add Editore, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

20 ottobre 2018 by

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Quando nel 1953 Inge arriva a Rangoon insieme a Sao non immagina neanche lontanamente che il bel giovane conosciuto in Colorado e suo neo-sposo sia un principe Shan. In queste bellissime pagine edite da Add Editore, Inge racconta in terza persona gli anni in cui è diventata Thusandi, Mahadevi di Hsipaw, e, mettendo a nudo il bianco e il nero dei suoi sentimenti, meticolosamente ridà vita alle sue memorie più care.

Gli Shan rappresentano una minoranza nell’Unione Birmana e sono governati da prìncipi ereditari con poteri feudali. Sao Kya Seng, principe di Hsipaw, è un liberale e, dopo il soggiorno di studio negli Stati Uniti come ingegnere minerario, in lui si accende il desiderio di trasformare democraticamente gli Stati Shan. Non sopporta di avere un potere assoluto sui suoi sudditi, le riverenze alla sua presenza lo affliggono, vuole trasformare l’agricoltura e creare un’industria mineraria shan. 

Gli Shan avevano diritto di esprimersi e di prendere parte alle decisioni che riguardavano la loro vita. E lui era deciso a dare loro quest’opportunità.

Per queste ragioni e per il suo governo illuminato, il popolo shan ama moltissimo il suo principe ed è pronto ad amare con la stessa forza la sua principessa austriaca. Sposando Sao e andando a vivere nel nord dell’Unione Birmana, Inge rivoluziona completamente la sua vita: deve governare un Paese, rispettare le responsabilità e i doveri di una principessa, imparare tradizioni e lingue totalmente diverse dalle proprie. Eppure Thusandi non fugge spaventata, decide di restare accanto all’uomo che ama e proprio da questo suo amore prende forza ogni volta che sente la terra tremare sotto i suoi piedi.

Quando si guardò nello specchio a tre ante, Thusandi stentò a riconoscersi. L’abito rosa, giallo e bianco, fittamente ricamato con l’emblema del pavone d’oro, avvolgeva la sua figura alta e sottile. La fusciacca rosa e la collana di diamanti incastonati in oro riprendevano il motivo del pavone. I lunghi capelli castani, raccolti nella pettinatura tradizionale di corte, le facevano da corona naturale, cui davano risalto un pettinino tempestato di diamanti e un solitario di cinque carati. Il luccichio degli orecchini, dei braccialetti e degli anelli di diamanti dava il tocco finale a quell’immagine da libro illustrato. Thusandi si domandò sbigottita che cosa avesse in comune quell’apparizione esotica con la semplice ragazza austriaca che scalava le montagne e andava a scuola sulla bicicletta del padre.

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Inge diventa una vera principessa, la Mahadevi di Hsipaw, e si impegna a sfruttare la sua posizione privilegiata per dare forma ai progetti democratici del marito. Infatti, l’obiettivo numero uno di Thusandi è prendersi cura delle donne e dei bambini di Hsipaw e per realizzarlo la principessa fonda la Maternity and Child Welfare Society. Questa associazione assume il controllo della clinica poco attrezzata del Paese, rinnovandone le strutture e portando le proprie iniziative nelle strade dei villaggi. Grazie all’impegno di Thusandi il tasso di mortalità natale diminuisce radicalmente e le donne si sentono meno sole nei mesi precedenti e successivi al parto. Thusandi fonda anche una scuola trilingue, permettendo così l’educazione locale dei bambini shan, tra cui le sue due figlie.

Inge Sargent racconta una storia vera della quale chiunque sia a corrente delle vicende politiche dell’Unione Birmana conosce già il triste epilogo; chi non è informato sulla recente storia birmana può comunque percepire fin dalle prime pagine che tutti i colori della famiglia di Thusandi e di Sao sono destinati a sbiadire. Infatti, nel 1962 il generale marxista Ne Win si fa leader di un colpo di Stato e Sao è tra i numerosi prigionieri politici del reazionario regime di terrore.

Si maledisse per la sua cecità, per non aver capito che il Paese scivolava verso la dittatura militare. Se fosse stato più realista, se avesse capito meglio l’ambizione di Ne Win, ora non sarebbe stato in prigione. E l’angoscia per la moglie e per le figlie non l’avrebbe tormentato in quel modo. Non temeva per sé, il pensiero della tortura e della morte non lo preoccupava più. Ma se pensava al destino di Thusandi e delle figlie, si trovava a fare i conti con la disperazione più nera. 

Dopo due anni senza vedere Sao né avere sue notizie, Thusandi e le sue bambine riescono a lasciare l’Unione Birmana in viaggio verso un nuovo futuro, libere. Inge nel 1968 sposa Howard Sargent e sarà proprio il suo secondo marito a spronarla a raccontare in un libro la verità su Sao. Nella dedica di questa autobiografia si legge: “Questo libro è dedicato alla memoria di Sao Kya Seng, principe di Hsipaw”. Inge continua ancora oggi a cercare la verità sulla morte di Sao e ogni anno scrive al governo birmano perché ammetta di essere coinvolto nella sparizione del principe di Hsipaw. Ogni anno non riceve risposta ma non si è ancora data per vinta e leggendo Il tramonto birmano è chiara la motivazione di questa strenua resistenza: l’amore vero non conosce resa. Thusandi e Sao hanno vissuto una storia d’amore intensa e autentica, una relazione le cui fondamenta erano costituite da fiducia, rispetto e ascolto, oltre che da attrazione, passione e affetto.

Attraverso quest’autobiografia Inge Sargent racconta la sua scoperta dei colori, degli odori e dei sapori di un Paese tanto lontano e diverso dall’Occidente e mediante una narrazione in terza persona si pone sullo stesso livello del lettore, come lei occidentale e ignorante di tradizioni e costumi comunemente definiti “esotici”. Mano nella mano con chi legge, Inge per la prima volta gusta i migliori piatti shan, si avvicina al buddismo e alla meditazione, si diverte alla Festa dell’acqua, conosce da vicino leopardi e cobra; l’autrice ha però vissuto realmente ogni attimo descritto e ogni sensazione, dalla più piacevole a quella più dolorosa.

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Elisa Talentino impreziosisce l’edizione italiana attraverso bellissime tavole dal segno minimalista, illustrazioni di grande effetto che rendono con successo paesaggi e atmosfere birmane: decisamente un tocco in più alla grafica del libro.

Leggendo queste pagine così importanti per la storia birmana e per la diffusione della democrazia, conoscendo così da vicino la vita che Sao e Inge hanno vissuto insieme, è impossibile non lasciare una parte di sé a Hsipaw. 

Inge Eberhard Sargent nasce in Austria nel 1932. Negli anni Cinquanta grazie ad una borsa di studio si reca negli Stati Uniti dove conosce e sposa Sao Kya Seng senza sapere che è un principe regnante. La coppia si trasferisce a Hsipaw, capitale dell’omonimo Stato Shan in Birmania e ha due figlie. Nel 1962 il giorno del colpo di stato Sao viene fatto prigioniero e Inge perde completamente sue notizie. Due anni dopo lascia la Birmania e si trasferisce con le figlie negli Stati Uniti. Qui nel 1968 sposa Howard Sargent con il quale nel 1999 fonda un’organizzazione di soccorso per i profughi birmani, Burma Lifeline. L’anno successivo riceve il Premio Internazionale per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Source: libro comprato dal recensore.

:: La diffusione dei social network sta omologando il nostro modo di scrivere?

19 ottobre 2018 by

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Omologazione: Processo culturale per il quale una cosa o una persona va perdendo le proprie caratteristiche e i comportamenti peculiari, uniformandosi alle tendenze dominanti.

Scriviamo, scriviamo tanto, ma scriviamo male, sempre più male. Errori grammaticali, refusi, mancanza di concordanza tra verbo e soggetto, tempi dei verbi ballerini. Non perché non si conosca le regole del gioco, ma per la fretta, la disattenzione, la pigrizia.
Non solo la gente comune, ma anche gli scrittori, i giornalisti, gli addetti ai lavori. Tutti. Ne discutevamo con una psicologa che si occupa di tematiche legate al lavoro, e si evidenziava questa decadenza culturale, inarrestabile.
Tutta colpa dei Social Network? I grandi imputati.
Bella domanda, che meriterebbe una seria riflessione.
Innanzi tutto c’è la fretta.
Sui social si scrive in modo sempre più veloce. Si deve rispondere in tempo reale nelle discussioni e questo pregiudica poi successivamente il nostro modo di scrivere anche quando siamo soli, a tu per tu con il foglio bianco.
Alcuni agenti infatti addirittura vietano ai loro scrittori di stare sui social, un po’ perché c’è il rischio di incamminarsi in polemiche sterili, di perdere tempo, ma anche perché la scrittura ne risente. E significativamente.
Ci stiamo tutti omologando, conformando a schemi fissi di pensiero? Utilizziamo tutti le stesse parole? Pensiamo tutti le stesse cose? Parliamo delle stesse cose a flussi regolari, fissi?
Anche questo è vero e non si discosta troppo da quello che denuncia Paolo Sordi ne La macchina dello storytelling Facebook e il potere di narrazione nell’era dei social media, agile volumetto edito da Bordeaux Edizioni, che se non avete letto vi consiglio di recuperare.
L’allarme non è ancora generalizzato, ma percepito soprattutto nella scuola, dagli insegnanti che si trovano classi sempre più ingestibili. Un professore di lettere in una scuola superiore mi diceva che si è arreso. Scrivano come vogliono, tanto sui social nessuno se ne accorge degli errori.
Ma come diceva James Lee Burke, si scrive male, perché si pensa male. La scrittura non è che un accidente, un tratto successivo.
Quindi che fare? Ci sono dei rimedi? Sicuramente limitare i social, e darsi più tempo quando si scrive su di essi, non farsi coinvolgere in dibattiti vorticosi che necessitano di un botta e risposta quasi ossessivo. Meditare su quello che si scrive, rileggerlo, correggerlo. Anche io non sono immune da tutto questo, perché non lo faccio. Finisco di scrivere una cosa e penso subito ad altro. E non bisognerebbe, bisognerebbe respirare e concedersi il lusso di non farsi sopraffare dalla fretta, anche se il tempo è quello che è, e le esigenze sono spesso altre. Insomma la vita vera chiama e non si può ignorarla. Ma anche la scrittura è una priorità.
Ecco riflettiamo su questo, questo penultimo weekend di ottobre.

:: Eurosia – Come un fiore di campo, Paolo Rodari, (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2018 by

eurosiaEurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Eurosia, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è un modello da imitare, per credenti e non credenti, e soprattutto una persona che ha affrontato le prove, anche dolorose della vita, illuminata dalla grazia di credere che dopo questa vita ci aspetta un altrove di pace e felicità, che il dolore di oggi passa e si dimentica, ma è l’eternità che va conquistata.
Eurosia, pur sentendosi “una peccatora”, in questo credeva fermamente e questa era la sua forza, assieme all’amicizia con Gesù Cristo, che sentiva presenza viva e attiva nella sua vita, e nella storia del mondo.
Di prove dolorose ne affrontò parecchie, la peggiore forse la perdita di un figlio, che per un genitore è certo il dolore più grande, ma anche in questo caso seppe convivere con il dolore e trasformarlo in carità.
Spesso si ha l’idea che la santità la si conquisti con grandi cose, grandi gesta, grandi accadimenti, Eurosia ci dimostra che invece anche nella vita quotidiana è possibile essere santi, cioè aderire pienamente al vero modello di vita giusta che è quello del Cristo.
A parlarci della vita di Eurosia è il saggista e vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, che con linguaggio spigliato e moderno, privo di retorica altisonante e senza farne un’ agiografia ampollosa, ha scritto Eurosia – Come un fiore di campo, un agile volumetto pubblicato da Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Giovangiuseppe Califano, Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori, e dall’ introduzione di Gianluigi Pasquale OFM Cap., pronipote della beata.
Una lettura che, oltre ad avere un suo valore storico e documentaristico, fa bene al cuore, e trasmette pace e serenità. Una lettura piena di saggezza umile e popolare, e di testimonianze di chi la conobbe e di chi fu guarito, anche da gravi malattie, grazie alla sua intercessione, miracoli che ne determinarono la beatificazione.
Morì nel gennaio del 1932, circondata da un’ aura di santità, e la sua storia ben presto si è diffusa non solo nel Veneto e in Italia, ma ha varcato i confini del mondo intero.

PAOLO RODARI milanese (1973), è vaticanista di «Repubblica» e autore di diversi saggi. Con il cardinale Dionigi Tettamanzi ha pubblicato Misericordia (Einaudi Stile Libero, 2015) e, con Antonella Lumini, La custode del silenzio (Einaudi Stile Libero, 2016).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

:: La ragazza di stelle e inchiostro di Kiran Millwood Hargrave (Mondadori, 2018) a cura di Elena Romanello

18 ottobre 2018 by

978885208499HIG-628x965Crescere vuol dire confrontarsi con l’ignoto, un qualcosa che la narrativa per ragazzi ha spesso raccontato, in maniera più o meno riuscita, anche spesso per quello che riguarda le ragazze, l’altra metà del cielo, alle quali da un certo punto in poi sono state dedicate le storie forse più riuscite, con toni più realistici o fantastici.
La ragazza di stelle e inchiostro è ambientata in quelle che sembrano le isole Canarie viste in una prospettiva fantastica, con toni presi dalle fiabe dark alla Grimm, e racconta un mondo che ha paura di misurarsi con quello che c’è oltre la foresta e con chi abita i Territori dimenticati, in un ricordo abbastanza evidente di quando anche nel mondo reale c’erano luoghi che non si conoscevano.
Isabella è la figlia del cartografo che ha mappato la misteriosa isola di Joya fin dove lo spietato governatore Adori permette di andare e sogna da sempre di disegnare in una cartina la risposta a queste domande. Un giorno Lupe, sua migliore amica nonché figlia di Adori, scompare nei territori dimenticati e allora Isabella decide di guidare la spedizione di ricerca, anche perché sa che non può essere morta. Le mappe della sua famiglia la guidano attraverso villaggi deserti, lande desolate, foreste oscure, fiumi prosciugati, facendole incontrare nuove forme di vita, mentre dall’alto le stelle la accompagnano.
Ma mentre la ricerca continua, appare il vero pericolo: nelle viscere bollenti delle profondità della terra si sta svegliando Yote, un demone del fuoco e i pericoli diventeranno man mano sempre più grandi.
La ragazza di stelle e inchiostro presenta alcune ottime idee di partenza, in un universo non particolarmente ben delineato ma affascinante, confrontandosi con il potere dei miti, con la voglia di conoscere l’ignoto e di ampliare i propri orizzonti e le proprie conoscenze. Il problema è che a tratti il libro sembra essere troppo sbrigativo, e se gli aspetti dark e cupi sono indubbiamente interessanti e ci stanno in una storia che si vuole rifare anche alle fiabe meno politically correct, la storia in generale soffre di un po’ di approssimazione, e il tema della ricerca di qualcosa o di qualcuno che si è perso non funziona come dovrebbe. Alla fine ci sono tanti fatti in non molte pagine, per una storia che avrebbe meritato un altro spessore e uno svolgimento più ampio.
Un libro non privo di interesse ma a tratti un’occasione non sprecata ma che sarebbe dovuta essere stata sfruttata meglio.

Provenienza: libro del recensore.

Kiran Millwood Hargrave è nata a Londra nel 1990 e ha studiato a Cambridge e Oxford. Ha scritto la sua prima raccolta di poesie a vent’anni, con cui ha vinto numerosi premi. Le ricerche per i suoi libri l’hanno portata in giro per il mondo, dal Canada incontaminato alle montagne del Giappone. Vive vicino al fiume, a Oxford, insieme a suo marito e a un gatto di nome Luna. La ragazza di stelle e inchiostro è il suo primo volume.

:: Il pranzo della domenica, di Paolo Panzacchi (Laurana editore 2018) a cura di Federica Belleri

18 ottobre 2018 by

imagesBologna, 2016. L’azienda della famiglia Arienti sta decadendo, dopo anni di solidità. Il Cavaliere Giovanni, che ne è a capo, ha le mani legate e cerca con disperazione di giocarsi tutto. Non può e non vuole perdere ciò che ha costruito con impegno. Sara così?
La storia della sua famiglia è aggrappata alla tristezza e al dolore, al tradimento e a torbidi segreti. Al di là dell’amicizia e dell’amore ci sono affari da concludere o denaro da buttare dalla finestra. Prevalgono l’egoismo e il protagonismo.
Il pranzo della domenica ha le sfumature del noir all’interno di una trama adrenalinica. I personaggi creati dall’autore rincorrono il tempo che sfugge, sperando di lasciarsi alle spalle qualcosa di terribile. Scappano dal rancore e dall’odio, fiduciosi in una risoluzione. Vengono spiati e controllati a vista, senza esserne consapevoli.
Sono pedine in un gioco di orrore senza limite. Rimangono soli davanti all’inevitabile.
Sullo sfondo il terrorismo e il traffico di armi fra Iraq, Siria e Giordania. La corruzione, ad alti livelli.
Paolo Panzacchi ci racconta della privazione, che buca il cuore. Della paura, quando si guarda in faccia la morte. Del ricatto, ad ogni costo.
Perché in piedi, deve rimanere solo una persona. A torto o a ragione.
Buona lettura.

Fonte: omaggio dell’autore al recensore.