:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con prudenza): Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

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20180428_114443-1Lady chi?
Lady Euphonica! Letto come si scrive, suona come “la “d” eufonica”. Proprio per questo non bisogna mai abusarne!
Siate pazienti con me: sono i danni che può produrre Don Draper sulla salute mentale degli individui predisposti…
Per dare il via alla rubrica, conosciamo meglio Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia, autrici de “La memoria del futuro”, edito da Pav Edizioni.

La casa editrice descrive così l’opera delle due scrittrici emergenti:

Il futuro, il presente, il passato. Qual è l’ordine giusto? Si possono cambiare? C’è davvero la famigerata freccia del tempo oppure tutto è mescolato?
Londra, tra 700 anni, qualcuno tornerà indietro per modificare gli eventi e permettere la realizzazione di una profezia legata a tre persone molto diverse, ignare del proprio destino, e ad un’antica e dimenticata civiltà sudamericana.
Curtis Chapman, un giovane e geniale inventore dal passato familiare burrascoso; Dalia Robbins, appassionata ricercatrice di nuove cure per l’umanità, nella speranza di poter fermare le più terribili malattie e Jason Mitchell un broker il cui unico scopo sembra essere quello di godersi appieno la vita in ogni sfumatura possibile. Con loro grande stupore e sgomento, apprenderanno la verità sulle loro origini e avranno nelle mani il destino del mondo intero.
La Memoria del Futuro è un libro influenzato da diverse opere, dalla cultura dei nativi americani, dalla musica e dal vissuto delle due autrici.

Ciao Silvia e ciao Simona. Grazie per aver accettato i rispondere alle nostre domande.

Quando avete cominciato a pensare a “La memoria del futuro” e come è nata l’esigenza di un lavoro a quattro mani?

Ciao Ilaria, grazie di cuore per aver scelto noi per inaugurare la tua rubrica. E’ un grande onore!

Simona: In realtà non si tratta di un’esigenza, quanto una cosa che si è sviluppata in maniera naturale. Silvia e io ci siamo messe a scrivere insieme delle fan fiction e abbiamo visto che in un certo senso ci completavamo. Tutto qui.

Silvia: Abbiamo iniziato a scrivere insieme diverse fan fiction sulla nostra serie tv del cuore, Fringe e in effetti non credo di aver mai provato un feeling così particolare nella scrittura. È stato il primo passo: da allora abbiamo cominciato a pensare a qualcosa di nostro e una notte feci un sogno, che è poi diventato il prologo di questo libro, che ha preso una strada molto indipendente dalle fonti a cui ci siamo ispirate.

Più in dettaglio, come impostate il vostro lavoro insieme?

Simona: È una domanda che ci viene fatta spesso. In realtà non impostiamo nulla o quasi. Per fortuna esiste un programma chiamato Google Drive che permette di scrivere, in tempo reale insieme, un documento. Spesso capita che scriviamo contemporaneamente. Non sullo stesso pezzo, intendiamoci ma magari lei si occupa di un parte e io di una diversa e poi colleghiamo.

Silvia: Ai tempi facemmo uno schema, ma confesso candidamente che, a parte il tema dei capitoli, molto è venuto da sé, creando una trama molto più articolata di quello che pensavamo. Poi drive ci ha aiutato molto. Anche adesso sto rispondendo alle tue domande così!

Mi è capitato di leggere vostri interventi o ascoltarvi durante presentazioni dal vivo. Mi aveva colpito il fatto che lamentaste una scarsa considerazione delle donne che scrivono fantascienza. Non conosco il genere e il suo background social, per così dire, in modo approfondito e volevo dunque chiedervi lumi su queste affermazioni.

Silvia: Domanda molto interessante, Ilaria. Ammetto di non aver mai capito il perché di tale pregiudizio verso la fantascienza e il fantasy. Posso capire, ci mancherebbe, che si preferiscano altri generi e magari non li si ami. Io non apprezzo molto il giallo, “colpa” di Agatha Christie, lo ammetto. Ho passato l’adolescenza a leggerla e trovo difficile trovare giallisti alla sua altezza, anche se non posso negare che, nell’ultimo periodo, si ripetesse molto. Io comunque preferisco Miss Marple a Poirot. Scusa la grossa divagazione.
Il pregiudizio sulla fantascienza ha radici molto lontane, nei primi anni 50, agli albori del genere, se si può dire. Mio padre e mia madre mi hanno spesso raccontato come venisse considerato un sottogenere e chiamata “fantascemenza”.
C’è molta fuffa come in ogni genere, ci mancherebbe. Il problema è che io ho notato come anche i migliori prodotti di fantascienza siano sempre considerati al di sotto di opere di altro genere, che pure hanno un valore inferiore. Un esempio abbastanza oggettivo. Fringe e Person of Interest sono state letteralmente esaltate dalla critica, la prima è stata definita “la serie che ha cambiato il concetto di serie tv” e la seconda “ha anticipato lo scandalo del datagate”, poi si va a vedere l’elenco delle migliori serie tv di un determinato anno, dove erano entrambe in onda e le si trova in fondo, dopo il ventesimo posto, dopo serie che sono sicuramente interessanti eh ma, parole non nostre, non sono considerate questi gran capolavori. Ma vengono votate in quanto comedy o thriller. Non parliamo appunto dei premi. È rarissimo trovare una serie di fantascienza o fantasy premiata, Game of Thrones e Lost sono un’eccezione, non la regola. Ricordo che Leonard Nimoy, sì proprio il mitico signor Spock di Star Trek, che ebbe un ruolo assai importante in Fringe, si lamentò con toni aspri per la mancanza di considerazione per detta serie: “Fringe quanto talento ignorato. Vergogna agli Emmy, vergogna!” cito alla lettera, ti posso passare lo screen se vuoi. Come sai Nimoy non era il tipo da scaldarsi molto.
Se poi guardiamo in Italia la situazione è ancora più surreale. Prendiamo ad esempio “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il regista e attore Gabriele Mainetti ha dovuto letteralmente auto finanziarsi per poter produrre quel film e il distributore è stata la Lucky Red, la coraggiosa Lucky Red di Andrea Occhipinti ( di recente ha accettato di distribuire anche Sulla Mia Pelle, il film sul povero Stefano Cucchi, scatenando roventi polemiche), mentre altri produttori famosi non hanno fatto nulla di nulla. Non credo di doverti dire quanti soldi ha fatto “Lo chiamavano Jeeg Robot” quindi il problema non è la mancanza di pubblico, è la mancanza di coraggio di chi vuole produrre e promuovere (se il pubblico non sa che un detto prodotto c’è non lo compra) cose nuove, non necessariamente di fantascienza, ci mancherebbe. Scusa la lunga risposta.

Simona: E aggiungo alla socia che poi uno come Salvatores, che da anni sta lavorando su tentativi di portare la fantascienza in Italia, prima con “Nirvana” (che non è un film perfetto ma all’epoca non è che vi fossero opere migliori nel mondo di questo genere) e poi con “Il ragazzo invisibile” viene massacrato. C’è davvero qualcosa che non torna. E poi abbiamo dovuto leggere sui social network, in un gruppo dedicato, la perla del “andrà a finire che chiederemo le quote blu” di fronte al fatto che il 90% dei candidati al premio Hugo erano donne. Di nuovo qualcosa non torna.

Inoltre: come si possono scardinare certe dinamiche retrive?

Silvia: Altra domanda interessante. Io credo che l’unico modo sia puntare a produttori come la Lucky Red, dare spazio a chi osa sfidare il mercato perché poi, siamo oneste, insistere su certe cose non porta a nulla di buono. Dai prodotti seri ai prodotti meno seri se si martella il pubblico con le stesse identiche cose la gente si stufa. Occorre cambiare e innovare il linguaggio, stare al passo con i tempi.

Simona: Sono d’accordo. E’ l’unico modo. Avere coraggio: una cosa che manca molto non solo ai produttori italiani, purtroppo.

Oggigiorno – è quasi un luogo comune – emergere dalla folla è molto difficile e la promozione, sia on-line che off-line, è quantomai indispensabile per poter sperare di essere notati. Come lavorate alla promozione del vostro testo?

Silvia: Presentazioni, interviste, pubblicità ma in maniera nuova. Usando la rete ma anche le radio. Cercando, come dicevo sopra, di andare incontro alle esigenze del pubblico, senza però vendersi. È un difficile equilibrio. Pensavo, ad esempio, come sia riuscita Netflix a sopravvivere alla dissoluzione del mercato di video noleggio. In fondo, se ci pensiamo, fa sempre quello, ma usando le nuove tecnologie in maniera nuova, fresca e dinamica. Mi fa sorridere, lo ammetto, come le tv nostrane spesso pubblicizzino un film o una serie tv nominando attori che, onestamente, il pubblico giovanile manco conosce più, ignorando completamente i nuovi. Ripeto, questo non vuol dire vendersi. Dico che si deve cercare una via di mezzo, tra la voglia di essere se stessi e il non seguire strade obsolete.

Che progetti letterari ci sono nel vostro futuro?

Silvia: Prima di tutto finire la saga de “La memoria del tempo” perché la storia è ancora lunga e intricata. Poi a me, prima o poi, piacerebbe riprendere l’idea di tentare di scrivere un giallo proprio perché non li amo molto. Avevo anche in mente ambientazione e periodo storico. Genova negli anni 20. Durante il fascismo sì. Periodo storico che detesto peraltro. Una doppia sfida quindi.

Simona: Decisamente finire la saga. Forse riprendere una storia fantasy che avevo scritto anni fa, correggerla e magari affinarla. Chissà. C’è anche una storia, che adesso sarebbe definita urban fantasy, che non sono mai riuscita a raccontare. Chissà.

Facciamo un gioco. Se La memoria del futuro diventasse un film e voi poteste occuparvi del casting, chi scegliereste per interpretare i vostri personaggi?

Simona: Praticamente ci inviti a nozze! Ci siamo già immaginate il cast di almeno un 90% dei nostri personaggi. Alcuni sono cambiati in corso d’opera. Tipo: per Dalia nelle prime stesure avevamo pensato ad Anna Torv, una dei tre protagonisti di “Fringe”, a cui la nostra storia si ispira per certe cose. Poi però andando avanti ci siamo rese conto che non era la Dalia che volevamo, quella che avevamo in mente. Molto spesso hanno parlato della somiglianza tra Anna e Cate Blanchett e quando abbiamo visto quest’ultima recitare, Silvia e io ci siamo dette: è lei. È la nostra Dalia Robbins.

Silvia: Esatto. Cate è divina ed è la nostra Dalia, senza nulla togliere alla meravigliosa Anna Torv che continuiamo ad apprezzare tantissimo. Poi per Curtis Chapman, abbiamo pensato a Joshua Jackson che è il nostro attore preferito: io me ne sono “innamorata” grazie a “Fringe” e seguendolo poi attraverso altre sue esperienze, sia anteriori che posteriori alla serie di Abrams. Ho scoperto un attore poliedrico, oltre che un bellissimo uomo, colmo di charme e intelligenza, classe e quel tocco di timidezza perfetti per il nostro protagonista. Per Jason, altro personaggio principale, abbiamo pensato invece ad un attore assai poco conosciuto e altrettanto bravo, Eduardo Noriega. Entrambe lo apprezziamo dai tempi di “Apri gli occhi” di Amenabar.
Infine per i genitori di Curtis avevamo pensato anche qui a due nomi precisi.
Il sempre eccelso Bruno Ganz (amatissimo da noi in primis per “Pani e Tulipani” e il “Cielo sopra Berlino”) come Adrian Chapman ce lo vediamo proprio. So che molti odieranno Adrian all’inizio e avranno ragione.
Per la madre, Sophie, invece la magnifica Juliette Binoche. Lei saprebbe essere una madre ribelle e appassionata, con il piglio artistico giusto.
Infine, ammettiamo di aver pensato a Denis Villeneuve per la regia.
Sì, dovremmo diventare miliardarie per farlo.

I sogni costano, ma non si deve pagare. Tanto vale farne di enormi!
Grazie ancora per averci dedicato un po’ del vostro tempo.

Potete trovare “La memoria del futuro” sul sito dell’editore, al seguente link: http://pavedizioni.it/prodotto/la-memoria-del-futuro

Le due autrici saranno presenti il 18 novembre, alle ore 18,30, presso la libreria Mangiaparole (Via Manlio Capitolino 7/9, Roma), per un incontro con chiunque abbia voglia di sapere qualcosa di più su “La memoria del futuro”.

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