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:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Valentina Orsini

14 gennaio 2019

valValentina Orsini è una scrittrice appassionata ed eclettica.
Cura il blog Criticissimamente, dove parla di cinema, di letteratura e di temi che le sono cari: il lavoro, la maternità, le questioni di genere.
Scrive anche romanzi. Esordisce nel 2015 con “Caramelle al gusto arancia”, sul tema dell’aborto, per Leucotea, e pubblica poi, per Edizioni Efesto, “Madrepatria. Racconti dell’umana sorte”, atipica inchiesta sull’Italia di oggi, resa possibile dall’incontro con un grande poeta che vive e scrive al crocevia tra due epoche, Ugo Foscolo.

Ringraziamo Valentina per averci dedicato un po’ del suo tempo.

Una delle tue grandi passioni è il cinema (e attraverso questo amore comune ci siamo conosciute!).
La passione, in generale, mi è sembrata una delle cifre della tua scrittura, lieve, anche ironica, ma sempre spinta da una sorta di necessità che ti muove.
Cosa è per te la scrittura? E che importanza riveste nella tua vita?

Inizierei col ringraziare te, per avermi dedicato il tuo, di tempo. E soprattutto delle belle domande.
Vero! Probabilmente ci siamo incontrate nel pieno di uno scontro verbale, tipico dei social, magari mentre si scagliavano contro Tim Burton, o contro la vecchiaia di Johnny Depp…
Il cinema ci ha fatto incontrare così, perché la mia passione poi si riflette in quella degli altri, si accende e si ravviva nel confronto, cosa che di questi tempi sembra essere sempre più rara.
Per me la passione è l’unica arma talmente potente in grado di distruggere la noia. Ed è proprio così che diventa una necessità.
Scrivere mi dà l’opportunità di scavarmi a fondo, mi apre un’infinità di porte. Mi aiuta a convivere con i miei mostri, mi rende partecipe degli eventi che accadono intorno a me, seppur nella mia solitudine, nelle mie più intime riflessioni.
Ho sempre una domanda da pormi, un luogo sicuro in cui ripararmi.
Quando mi dicono: “Ma come fai a fare tutto?”, io sorrido, e penso a tutte le altre cose che mi frullano per la testa e vorrei realizzare.
Non proprio tutto, il necessario a vivere.

Un tema che trovo ricorrente, in modo più o meno esplicito, nei tuoi testi, è quello della scelta, dell’arbitrio. Nella quarta di copertina di “Caramelle al gusto arancia” si legge “La storia di Anna, ragazza appena ventenne che sogna un futuro alla Lois Lane, non ha alcuna pretesa, solo il bisogno d’esser letta e condivisa. Affinché nessuna donna si senta più sola, umiliata. Perché non vi è reato più grande del giudizio e dell’indifferenza. Parlare con qualcuno, ritrovarsi in una storia che somigli un po’ alla nostra, aiuta a superare il lutto, il dolore.”
La complessità è fondante in opere che parlano della capacità di agire con consapevolezza. Come scrittrice, attenta a questioni sociali, come scegli che tema affrontare e come lavori per trattarlo senza incorrere nei manicheismi a suon di slogan a cui la rete ci ha abituato?

Hai presente la massima di Robert De Niro? Il talento sta nelle scelte che facciamo.
Be’, io ci credo davvero molto. Effettivamente la scelta è un po’ il mio cruccio esistenziale.
A un certo punto mi sono resa conto che, nella vita, ad ogni passaggio importante, avrei trovato sempre e comunque una scelta. Quella cosa per cui ti dovrai dannare, interrogare fino a non poterne più, guardarti intorno, diventare più coscienziosa e nello stesso tempo audace. Accontentare te stessa e pure un po’ gli altri, non badare al giudizio altrui, ma non dimenticare mai che alla fine quello che dicono di te, anche solo superficialmente, conta, e se non conta oggi, presto o tardi conterà.
Ci pensi mai a quante cose dobbiamo scegliere tutti i giorni della nostra vita?
Siamo le scelte che facciamo, zio Bob non sbaglia mai!
Mi piacciono le persone che hanno il coraggio di scegliere, tutto qui.
Si può dire?

Certo che sì!
Per uno scrittore, e non potrebbe essere altrimenti, è vitale l’esigenza di essere letto. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori e, più in generale, con la promozione dei tuoi romanzi?

Hai toccato un tasto dolente. Sai che quando mi chiamano “scrittrice” a me viene da sorridere?
Ho iniziato il mio percorso professionale, nell’ambito dell’editoria e dello spettacolo, come critico. Quindi dopo un po’, abituata a recensire gli altri, fa strano avere a che fare con gli altri che recensiscono te.
I miei lettori sono l’unico mezzo che ho per capire se quello che mi sta accadendo è, prima di tutto, reale. E poi se sto facendo del mio meglio, dove posso migliorare e come. Mi travolge un’onda di gratitudine e incredulità, ogni volta che qualcuno mi dice: “Ho letto il tuo libro”.
E’ più forte di me, io non ci credo.
Ho sempre detestato la fase cosiddetta di marketing. Autopromuovermi non mi piace, mi mette a disagio.
Posso raccontarti il mio romanzo, in poche righe. Posso confidarti com’è nata l’idea, dove vorrei che arrivasse. Posso dirti cosa significa, per me. Ma non potrò mai convincerti a leggerlo. Sarà che quando io decido di prendere un libro non voglio che nessuno, e dico nessuno, si metta tra i piedi. E’ un momento intimo, mio soltanto. A volte la promozione è una bella rottura di scatole…

Che progetti letterari bollono nella pentola sempre sul fuoco di Valentina Orsini? Tra l’altro stiamo parlando di una cuoca provetta!

Diciamo che se non scrivo, sforno qualcosa. Nel senso più letterale del termine.
Allora ti faccio una sorta di “scoop”, alla Biscardi.
Il 26 febbraio uscirà il mio terzo romanzo.
Si intitola “L’ultima notte di San Lorenzo”.
Tu sai cosa si prova, no?
Non ci si abitua mai a questa strana gioia…

Un’ultima domanda, ricorrente in questa rubrica: se un tuo romanzo potesse diventare un film e avessi carta bianca sulla scelta degli interpreti, chi vorresti a dare corpo e voce ai tuoi personaggi? E, già che ci siamo, chi sarebbe il regista ideale?

Bella domanda.
Se scrivessi la storia di un personaggio incredibile, se davvero ci riuscissi, mi vengono in mente subito due registi.
Tim Burton, alla maniera di Big Fish.
E Paolo Sorrentino, alla maniera del suo Cheyenne, e quel trolley pieno di sogni e paure, trascinato qua e là. Sullo sfondo, ovviamente, un pezzo dei “Talking Heads”.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Sara Ficocelli

14 dicembre 2018

imageDalla biografia pubblicata sul sito di Mds Editore:

“Sara Ficocelli è nata a Pisa, vive a Roma, ma ama soprattutto viaggiare. Ha scritto per Cosmopolitan, Donna moderna, Airone, Il Venerdì e dal 2007 collabora stabilmente con Repubblica.it. Ha vinto il premio Paidoss e il premio Sodalitas per le sue inchieste su prostituzione minorile e discriminazione di genere in Italia. Con MdS Editore ha pubblicato vari racconti e quindi il suo primo romanzo, La vita nascosta (2016), per cui ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui il secondo posto al premio “Alda Merini” e il premio della giuria popolare al concorso letterario “Città di Lugnano”.”

A novembre 2018, sempre per MdS Editore, Ficocelli ha pubblicato “Samia non torna a scuola”.

La ringraziamo per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Parto da una considerazione personale e dunque opinabile: non credo che l’arte, in qualunque modo si esplichi, abbia una vocazione primariamente pedagogica. La sua capacità di innescare cambiamenti (una capacità che può essere dirompente) non risiede secondo me in una “lezione morale”, talvolta purtroppo vicina a quella moralista, ma nella possibilità, propria delle cose belle, di far immaginare altri mondi possibili.
Mi sembra che la storia di Samia possa collocarsi su un piano di questo tipo perché quello che noi leggiamo è frutto dell’intersecarsi di almeno quattro punti di vista differenti. La risultante è maggiore della somma degli addendi e produce una speranza.
Perché ti interessa la coralità, presente anche nel tuo precedente romanzo, “La vita nascosta”? Cosa ne trai, come scrittrice, e cosa credi che possano trarne i tuoi lettori?

La coralità mi permette di andare a tempo con le cose che ho dentro. Ho sempre sentito più voci in me, per quanto abbia sempre avuto un’idea precisa e univoca di quello che voglio e in cui credo. Ma osservare la realtà da più punti di vista mi è sempre piaciuto, mi ha sempre aiutato, e quando scrivo cerco lo stesso approccio. La prossima sfida sarà il protagonista unico, naturalmente.

Non mi piace molto parlare di “margini”. Alla fine la prospettiva della marginalità cambia se cambiamo inquadratura: ciò che prima era al centro dello sguardo, dopo può trovarsi sui bordi e viceversa. Tuttavia è innegabile il tuo interesse verso storie che, per ragioni svariate, difficilmente sono inquadrate dai riflettori, se non per creare statistiche. Chi è la tua Samia e cosa ti ha interessato, in modo particolare, della sua storia?

Samia è una ragazza che si sente e viene percepita come “fuori dal coro”. Il fatto che abbia genitori stranieri è un pretesto come un altro, avrebbe potuto essere anche bionda con gli occhi azzurri e sentirsi e venire percepita come outsider comunque. Diciamo che ho scelto lei perché anni fa mi sono imbattuta in una storia simile e cercavo una figura adolescente che suscitasse sentimenti contrastanti, di tenerezza e repulsione, che insomma non suscitasse compassione per il solo fatto di essere giovane e indifesa.

L’interesse professionale e umano non bastano. Una storia ispirata alla realtà che viviamo (o alle realtà), quando diventa letteratura, cambia statuto. Come sei riuscita a realizzare questo passaggio? Voglio dire, come ha fatto Samia a essere, non una generica ragazza vittima di pregiudizi e di soprusi, ma proprio lei, Samia, con la sua individualità, i suoi sogni, i suoi progetti, comuni a molti adolescenti e allo stesso tempo personali?

Scrivere di adolescenti mi riesce stranamente facile, è una condizione che tutti abbiamo vissuto e che ricordiamo perfettamente, il primo e forse unico grande momento di romanticismo della nostra vita. Quando descrivo un quindicenne mi immedesimo in maniera quasi automatica nel suo modo di pensare e sentire, forse anche perché credo che abbiano ragione loro, su tutto. Crescendo diventiamo persone ma smettiamo di essere vivi, se mi concedi un po’ di enfasi.

Un cenno sull’ambientazione. Hai scelto una località di fantasia, Colle Nuovo, centro di 80.000 abitanti. Questo nowhere alienato eppure così tragicamente concreto, con le sue vicende di sfruttamento del lavoro e di ingiurie lasciate sotto il banco, è stato lo sfondo di partenza o quasi una risultante della tua storia?

Colle Nuovo è un artificio strumentale tanto quanto la nazionalità della protagonista. Questo romanzo è per me un insieme di simboli, nient’altro. Colle Nuovo è un luogo qualsiasi dove accadono cose banali e terribili, un’allegoria dell’isolamento in cui tutti viviamo. Non c’è il mare, i palazzi sono stati costruiti negli anni 70, le uniche villette con giardino si trovano nell’unica strada che collega la scuola alla casa di Sonia…una speranza.

Vorrei concludere anche con te con un po’ di leggerezza. Questa è la domanda che rivolgo a tutti gli autori che intervisto.
Se “Samia non torna a scuola” potesse diventare un film e tu avessi l’ultima parola sul cast, chi sceglieresti per interpretare i ruoli principali? Se vuoi, dicci anche a chi lo faresti dirigere, non si sa mai!

Ahaha! Beh, mi piacerebbe che Samia fosse interpretata da una ragazzina sconosciuta al grande pubblico, magari proprio da una somala di seconda generazione che vive in una piccola realtà di provincia. In generale mi piacciono molto i film con attori semi sconosciuti ma se Sonia fosse interpretata dalla Golino non mi dispiacerebbe, mi è sempre piaciuta, forse più come donna che come attrice. Andrea lo immagino magro, alto e con tanti capelli spettinati…uno tipo Kim Rossi Stuart. Per quanto riguarda il regista, o la regista, a me su questo genere piace molto il cinema di Soldini, un po’ onirico, ma anche spietatamente reale.
Io, la vita, la immagino così.

Sara Ficocelli, “Samia non torna a scuola”, MdS Editore, http://www.mdseditore.it/catalogo/samia-non-torna-a-scuola.php

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Nicole Teso

4 dicembre 2018

1Las Vegas era l’occasione per iniziare una nuova vita e seppellirmi il passato alle spalle.
Non avrei mai potuto immaginare che sarei stata rapita e rinchiusa in una cella buia, pronta a diventare una schiava del piacere.
Jake Evans mi distruggerà, piegandomi ai suoi desideri e consumando la mia anima.
Lui è la mia condanna a morte.

Lei avrebbe dovuto essere una prigioniera come tutte le altre, pronta a soddisfare i desideri dei miei clienti.
Non avrei mai potuto immaginare che mi avrebbe dato così tanto filo da torcere.
Brittany Moore sta sfondando le barriere nella mia testa, facendomi crollare e riportando a galla un passato che credevo sepolto.
I demoni mi stanno reclamando…
Lei è il mio tormento.

Questa è la presentazione di “Loving the Demon”, il primo romanzo (non autoconclusivo: seguono “Loving the Angel” e “Loving the Darkness”, quest’ultimo ancora inedito) di Nicole Teso. La giovane autrice veneta ha esordito come self-publisher su Amazon e in seguito è stata “notata” da Newton Compton Editori che pubblicherà “Dimmi che ci sei”, ri-edizione del romanzo “Dimmi chi sei”, autopubblicato nel gennaio del 2018.

Ringraziamo Nicole per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Nicole, tu hai scritto finora romanzi che possono rientrare nella categoria “romance”. Mi sembra un ombrello sotto al quale si riuniscono storie dalla natura variegata e talvolta ibrida (New Adult, Young Adult, Erotic Romance, Contemporary Romance ecc. ecc.). Ti va di spiegarci cosa si intende comunemente per romance e quali sono i sottogeneri che riscontrano, almeno per la tua esperienza, maggiore interesse?

Ciao Ilaria. Innanzitutto, grazie per lo spazio che mi stai dedicando.
Comincio subito col dirti che io ho una “strana” concezione di romance. Solitamente, in questo genere letterario, si classificano tutte le storie che trattano l’amore, in ogni sua sfumatura. Io mi definisco molto più dark. Non amo i romanzi in cui troviamo il solito principe azzurro, in sella al suo cavallo bianco. Personalmente preferisco le storie travagliate, gli amori impossibili, i protagonisti sadici.
Ultimamente i generi come il dark romance, il mafia romance e tutte le sottocategorie, che hanno come tema principale il “bad world”, catturano un notevole interesse nei lettori.
Tuttavia, anche il chick-lit è molto apprezzato dalle lettrici italiane.

Ogni genere ha i suoi cliché: rispetto alla letteratura romance, quali ritieni che siano ormai superati o suberabili (per ragioni storiche, sociali, culturali ecc.) e quali invece ti sembrano ancora caratterizzanti?

Come anticipavo nella domanda precedente, penso che ormai sia calato l’interesse verso tutte le storie d’amore tradizionali.
Le persone vogliono leggere novità, storie particolari, temi affrontati sporadicamente.
Di certo, negli ultimi anni siamo influenzati dalle storie che ci propinano in televisione. Vogliamo sapere cosa ruoti nella mente di un ipotetico serial killer, di un narcotrafficante, di un protagonista fuori dal comune. Io stessa amo questo tipo di personaggio. Sono stanca di leggere della solita ragazzina svampita che si imbatte nel milionario di turno.

Sei molto giovane, ma hai già fatto una discreta gavetta: che consiglio ti sentiresti di dare a chi volesse intraprendere la tua stessa strada o a chi già ci stesse provando, ma non vedesse ancora risultati apprezzabili?

Il consiglio che do sempre, sembrerà banale, forse un po’ scontato, è di essere umili, di cercare ispirazione da chi riesce a coronare il proprio sogno. Mai provare invidia o rancore. Piuttosto interrogarsi su quali sono i metodi migliori e le strategie da mettere in atto per riuscire a raggiungere il traguardo sperato.
Quando ho esordito io, avevo una paura pazzesca di non essere letta da nessuno. Seguivo alcune autrici con ammirazione, visti i successi e i numeri di copie vendute. L’unica cosa che continuavo a ripetermi era: “Se ce l’ha fatta lei, posso riuscirci anch’io, un giorno”.
La seconda cosa che dico spesso a chi mi chiede consigli è di investire su se stessi. Se noi per primi, non siamo disposti a spendere dei soldi per migliorarci (es. editing, copertina, corsi), come possiamo pretendere che i lettori lo facciano per noi?

Hai esordito da self-publisher, ovvero autopubblicando i tuoi primi romanzi. Come sei riuscita a raggiungere gli ottimi risultati che hai ottenuto (in un podcast di Michele Amitrani, del sito “Credi nella tua storia”, mi pare che tu parli di mille copie vendute in una ventina di giorni)?

Sì, mille copie vendute in venti giorni.
Avevo un blog, perciò già un piccolo pubblico di lettori. Inoltre, avevo organizzato un blogtour, coinvolgendo più blogger possibili. Il resto l’hanno fatto i lettori, con il passaparola. E le inserzioni a pagamento.

Pubblicare con una cosiddetta big è il sogno della maggior parte degli autori (o almeno credo che sia così!). Hai voglia di raccontarci come è cominciata questa tua esperienza con una casa editrice del calibro di Newton Compton? Hai già una data di uscita per “Dimmi che ci sei”?

Anche per me era un sogno. E lo è ancora! Certi giorni non mi sembra vero che stia succedendo davvero.
Comunque è successo tutto per caso. La Newton Compton mi ha chiesto “Dimmi chi sei” in valutazione e, due mesi dopo, è arrivato il contratto.
Prima della Newton Compton avevo ricevuto altre tre proposte editoriali, ma non volevo vincolarmi con altri editori, perché il mio sogno è sempre stato quello di firmare con loro.
Per quanto riguarda l’uscita di “Dimmi che ci sei”, non ho ancora una data precisa. Sicuramente, nei primi mesi del 2019.

Tra i tuoi impegni futuri ci sono il Festival del Romance di Milano (la prima edizione si terrà a giugno 2019) e, immagino, anche il Rare (Roma, settembre 2019). Mi sembrano eventi aggregativi interessanti, sia per chi scrive, sia per chi legge, in questo caso letteratura romance. Che importanza ha per te l’incontro diretto con i tuoi lettori?

Sì, sarò al Festival del Romance. Al Rare, ancora non lo so.
Io ci tengo moltissimo a incontrare i lettori. Il mondo dell’editoria sta cambiando. Ai lettori piace interagire con l’autore, avere un modello da seguire. Io amo parlare con i miei lettori, li abbraccerei tutti, uno a uno, visto che è grazie a loro se sono arrivata fin qui.
Proprio per questo motivo, sto valutando di organizzare un booktour, in varie città d’Italia, per incontrare quanti più lettori possibile.

Pongo anche a te la domanda che in genere rivolgo agli autori intervistati. Se venisse realizzato un film tratto da “Dimmi che ci sei” e avessi la possibilità di avere l’ultima parola sul casting, chi sceglieresti per interpretare i protagonisti?

Eccola, la mia domanda preferita!
Nella mia testa, ho sempre immaginato Ryan Cooper nel ruolo di Adam Keller. Mentre scrivevo, immaginavo proprio lui! Ok, non prendetemi per pazza, ma è il prototipo a cui mi sono ispirata!
Per Mercy Stone, mi piacerebbe Victoria Justice.

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/nicoletesoautore/

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Elisa Torsiello

19 novembre 2018

Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston ChurchillDopo alcune opere di narrativa, questa volta tocca a un saggio, in particolare a “Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill”, edito da Bietti.

Così leggiamo nella descrizione:

“Sono pochi i registi capaci di trasformare grandi romanzi in film epocali. Joe Wright è uno di questi, maestro degli adattamenti letterari – da “Orgoglio e pregiudizio” ad “Anna Karenina”, passando per “Espiazione” – con i suoi movimenti di macchina coreografici, gli omaggi al mondo dell’arte, cast stellari spesso capitanati dalla musa Keira Knightley. Pubblicata all’indomani di “L’ora più buia” – protagonista Gary Oldman, vincitore del premio Oscar 2018 per la sua interpretazione di Winston Churchill – e impreziosita dai contributi di due collaboratori storici, il direttore della fotografia Seamus McGarvey e il compositore Dario Marianelli (premio Oscar per la colonna sonora di “Espiazione“), la monografia italiana dedicata alla produzione di Joe Wright ne analizza l’intera carriera, inclusi gli esordi in tv e le pubblicità per Chanel, sempre in bilico tra realismo e fantasia.”

Ne parliamo con l’autrice, Elisa Torsiello, che ringraziamo di aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Partiamo dal principio, ovvero dal titolo. Per chi conosce Joe Wright, quella “danza dell’immaginazione” richiamerà alla mente almeno una manciata di suggestioni. Però, ponendo di non aver mai visto un lavoro del regista britannico, puoi spiegarci il perché di questa scelta?

Se pensiamo ad alcune delle opere più famose di Joe Wright (“Anna Karenina” o “Orgoglio e Pregiudizio”) le prime scene che ci verranno in mente sono quelle di danza, impiegate dal regista come metafora della nascita della passione e di sentimenti tra I protagonisti. Con “danza” ho voluto soprattutto riferirmi al modus operandi di Joe Wright, al suo particolare utilizzo della cinepresa. La danza infatti non è solo quella compiuta fisicamente sullo schermo dai personaggi, ma è anche quella della sua macchina da presa che si muove elegante e silenziosa tra i protagonisti.

Se non sbaglio, durante una tua recente intervista hai dichiarato che quello per Joe Wright non è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Puoi raccontarci come è invece nato questo amore duraturo?

Diciamo che sin dalla prima visione di “Orgoglio e Pregiudizio” rimasi piacevolmente affascinata da Joe Wright. Mi piacque come si fosse rapportato a un testo classico come quello della Austen, donandogli una freschezza perduta. Però è vero, non lo annoverai subito tra I miei registi preferiti. Anche se l’interesse di subito forte e lampante. La passione scoppiò del tutto con Espiazione. Quel film mi sconvolse così da tanto che mi fece uscire dalla sala convinta che il mio futuro sarebbe stato nella critica cinematografica. Mi portò a interessarmi ad aspetti più tecnici prima del tutto ignorati.
I film successivi (“Il solista”, “Hanna”, “Anna Karenina”) non fecero altro che confermare questo “amore” per il cinema di Joe Wright. Fino a “Pan” che, pur deludendo le mie aspettative, mi ha portato a scrivere questo libro.

Del tuo testo mi ha colpito in particolare lo stile: si tratta di un saggio scritto come un romanzo. Credo che tu sia riuscita – e non è semplice – a fondere la competenza per l’oggetto (o gli oggetti, se parliamo dei singoli film) dell’analisi con una passione profonda. Puoi pertanto essere letta con profitto da chi ben conosce l’opera di Wright, ma anche da un neofita che abbia voglia di lasciarsi guidare dagli stimoli interpretativi che proponi. Ti riconosci nella mia descrizione? Quali erano i tuoi obiettivi, quando hai cominciato a scrivere?

Il mio obiettivo principale era quello di far conoscere Joe Wright a un pubblico più ampio possibile e recuperare un’autorialità che spesso non gli viene riconosciuta. Ho evitato di utilizzare tecnicismi o espressioni da “addetti al lavoro” proprio perché il mio interesse non era quello di mostrare le mie conoscenze tecniche, ma far conoscere semplicemente Joe e la sua immaginazione messa in campo.

Questa rubrica è dedicata in particolare (non solo, ma principalmente) alla conoscenza di autori e realtà cosiddette emergenti. Volevo quindi chiederti come ti sei mossa per cercare una casa editrice.

Devo ammettere che per una volta nella vita sono stata molto fortunata. Appena finita la stesura della prima bozza ne ho inviato una copia alla Marsilio Editore e una alla Bietti. Conosco entrambe molto bene, avendo a casa un sacco di volumi di entrambe le case editrici, soprattutto della seconda visto che la collana Heterotopia si occupa principalmente di registi e quelli pubblicati sono volumi dedicati ad autori che mi piacciono molto (Nolan, Paul Thomas Anderson, Wes Anderson). Poco dopo quella che sarebbe stata la mia editor mi ha contattata chiedendomi di vederci al Lucca Film Festival perché interessata al mio volume. E il resto è storia.

In alcuni film, più che in altri, si avverte la profonda influenza che il teatro ha avuto sullo stile e sulla poetica di Wright (nell’uso dello spazio, nello studio prossemico ecc.). Quali sono, a parte il cinema, le “influenze” di Elisa Torsiello?

La storia dell’arte. Forse è per questo che mi ha sin da subito attratto il cinema di Joe Wright. Mi ricordo che alle superiori e poi all’università era un piacere studiare l’opera di grandi pittori e scultori come Canova, Michelangelo, Caravaggio, David Waterhouse ecc.
Ovviamente ha giocato un ruolo principale nella mia formazione anche la letteratura, da quella più commerciale (soprattutto in età adolescenziale) a quella più introspettiva.

Dato che questa volta parliamo di un saggio, vario leggermente la formulazione dell’ultima domanda che in genere pongo agli intervistati.
Se potessi suggerire a Joe Wright un romanzo da adattare, quale gli consiglieresti? E che attori gli proporresti di scegliere per i ruoli principali?

Adoro questa domanda. Sicuramente “Miele” di Ian McEwan. Joe è uno dei pochi che sa trasporre sul grande schermo i romanzi di questo autore (che poi è il mio preferito, ma dettagli). Come attori suggerirei quelli che mi sono immaginata nel corso della lettura: Saoirse Ronan, Tom Hiddleston, Tom Hardy e Rufus Sewell.
Altrimenti un’altra storia che ho sempre sognato che Joe Wright portasse sul grande schermo è quella tra Mary e Percy Bysshe Shelley. Sicuramente la versione che ne trarrebbe sarebbe molto meno edulcorata di quello stucchevole romanticismo che tanto caratterizza quella portata recentemente al cinema con Elle Fanning.
Come attori forse Keira Knightley e Aaron Taylor Johnson.

Elisa Torsiello, Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill, Bietti Heterotopia, http://www.bietti.it/negozio/joe-wright-la-danza-dellimmaginazione-da-jane-austen-a-winston-churchill/

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Helena Cornell

14 novembre 2018

21Norwich, Mississippi. La prestigiosa cittadina universitaria si sta preparando ad affrontare un nuovo anno accademico, incurante della scia di macabri omicidi e sparizioni che sta affliggendo il Sud degli Stati Uniti.
Catherine O’Bryan, giovane studentessa della Ole Lady, ritornata alla città natale per lasciarsi alle spalle gli spiacevoli eventi del suo recente passato, si imbatte nello spavaldo Tristan, unico erede dell’antica famiglia Averhart, che dimostra da subito interesse per lei, tanto da infrangere ogni regola e divieto si fosse imposto pur di farsi notare. Oltre il sorriso sprezzante del ragazzo, però, si celano ferite molto più profonde di quelle che la sua pelle mostra con fin troppa assiduità. Nel suo sangue si nasconde l’ira di un predatore, una maledizione che nessun Averhart può sciogliere, nemmeno dopo secoli di sofferenza e molte vite spese in tributo.
Fiamme nella notte, riti sciamanici, cannibalismo, corpi che bruciano occultando agli Umani uno dei più grandi segreti della Storia, ma questa è solo routine per gli Averhart e gli altri Cacciatori.
Il nemico li attende nell’ombra, pronto a ucciderli non appena abbasseranno la guardia. I suoi occhi d’ambra non smetteranno mai di fissarli, fino a quando non li avrà eliminati. Tutti.
Solo la Morte potrà placare la sua terribile Vendetta.

Eccoci dunque a scambiare quattro chiacchiere con Helena Cornell, co-autrice, insieme a Julia Sienna, di “Death is not the Worst”, edito da Gainsworth Publishing.

Ciao Helena e grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande.

La prima riguarda lo pseudonimo: perché hai scelto di pubblicare con un nome diverso dal tuo? E perché hai scelto proprio Helena Cornell? Be’, a me il cognome fa pensare al grande Chris, ma è probabile che le ragioni siano da ricercare altrove!

Ciao Lady Euphonica, guarda ho scelto di pubblicare con uno pseudonimo perché sono una persona, anche se non si direbbe, abbastanza schiva. Helena perché non solo è il mio nome in lingua inglese, ma per la magnifica Helena Bonham Carter. Il cognome, in parte l’ho scelto per Chris Cornell, ovviamente, e perché richiama il nome delle “Cornelle”, adorando la montagna, e lo “sturm und drang”.
Questo nome mi sembrava un ottimo modo per unire diverse passioni in uno pseudonimo, quella per il cinema, la musica, i paesaggi da sublime e pittoresco. Il tutto usando un nome molto simile al mio. Sono distratta, mi sarei dimenticata di essere la tizia nello pseudonimo se scelto troppo lontano da quello originale. Non girarsi quando ti chiamano è parecchio brutto, non vi pare?

Veniamo poi al titolo del vostro romanzo: “Death is not the Worst”.

Viene in mente Platone. Ci sono altri riferimenti, più o meno espliciti? A cosa è dovuta la scelta dell’inglese?

Platone è la citazione corretta. I riferimenti sono per tanti tra cui la costante fame di vendetta, presente specialmente in opere come il “ Titus Andronicus”, una tra le più sanguinolente e “gore” del beneamato William Shakespeare. Ad alcuni protagonisti succedono cose ben peggiori della morte, esattamente come nel nostro romanzo. In inglese, be’, essendo io anglofila e Julia esterofila, vista l’ambientazione, abbiamo valutato che in inglese dava più il senso di ciò che volevamo comunicare. In italiano sembrava il titolo di una commedia alla Oscar Wilde, ma non era quella la sensazione che volevamo ottenere nel lettore.

Dovendo avventurarsi nelle definizioni, il vostro romanzo potrebbe rientrare nella categoria Young Adult Urban Fantasy. Come avete lavorato su questo genere, tanto amato quanto oggetto di discussioni?

Sono due categorie che preferirei lasciare divise. Il nostro è un Urban Fantasy che strizza l’occhio alla categoria New Adult, ma per una questione prettamente di nostra goliardia personale. Abbiamo voluto giocare con certi cliché: il ragazzo bello e ricco, la nuova arrivata, il cattivo bel tenebroso… ecco abbiamo preso questi brutti “archetipi”, tanto sfruttati e utilizzati, per creare qualcosa di realistico, di nuovo, un azzardo se vuoi. Ma, ragazzi, ha funzionato! In Italia il genere Urban Fantasy è poco pubblicato e anche conosciuto. Come molto meglio di me potrebbe spiegarti il mio caro amico e collega Luca Tarenzi, si fa una gran confusione su cosa sia davvero Urban Fantasy. Il Paranormal Romance, per esempio, non rientra in questa categoria. L’Urban Fantasy non solo porta i mostri nelle nostre città, ma li rende anche “umani”, donando loro una scelta. La mostruosità esteriore non coincide sempre con quella interiore.

Il romanzo “Death is not the Worst” lascia presagire un sequel. È già in cantiere? Cosa puoi anticiparci?

Sì ha un seguito, uno solo, è una dilogia. Il romanzo è già in cantiere e posso dirti che ne vedrete delle belle. Faremo di tutto per dare a questa storia che ci ha viste unite, il degno finale che aspettano i nostri lettori. Vi anticipo che ci saranno molti colpi di scena e che ci faremo perdonare il cliffhanger del primo libro.

Recentemente sei stata ospite al Lucca Comics & Games insieme a Julia Sienna e a Sara Benatti (in arte Aislinn, autrice, sempre per Gainsworth Publishing, di “Né a Dio né al Diavolo”). Il tuo intervento, in particolare, verteva sull’analisi psicanalitica del mostro vittoriano. Puoi riassumerci i punti salienti?

Grazie di questa domanda. Inizierò con una provocazione bella e buona.
I mostri vittoriani, ma ma più precisamente i mostri gotici e le loro influenze letterarie, altro non sono che un branco di sfigati.
Sono persone frustrate, incapaci di vivere le loro vite senza paturnie, o catastrofi dovute principalmente dal fatto di vivere in una società che non si occupava dei suoi malati di mente, ma che li lasciava soli a sé stessi, quando non li rinchiudeva nei manicomi, autentici e spaventosi lager.
Le categorie analizzate nella conferenza sono essenzialmente tre: il narcisista psicopatico, il figlio rifiutato e il Doppelgänger.
Di solito lo svolgimento dei romanzi di fine settecento di questo genere era basato su canovacci che parlavano sempre di misteri da deus ex machina, cattivissimi senza una motivazione valida che volevano sposare la protagonista, eroine narcolettiche ed eroi factotum che salvavano la situazione senza sapere come. Senza contare che l’elemento sovrannaturale era sempre tenuto soffuso, al minimo, quasi come se si rischiasse di scombussolare troppo la mentalità dell’epoca.
Uno dei pochi cattivi interessanti del romanzo gotico puro è Ambrosio di The Monk, personaggio del romanzo di Matthew Gregory Lewis. Monaco bellissimo e molto devoto che cade “ vittima” delle macchinazioni del demonio che lo sedurrà, portandolo a diventare un assassino, stupratore e ad avere rapporti incestuosi, in una spirale di violenza e devianza psicologica mai vista prima. Il protagonista così finisce, da bravo narcisista psicopatico, a non avere alcuna colpa per le nefandezze che compirà.
Prendiamo Dorian Gray. La sua cattiveria diventa estrema perché non era lui a subire le conseguenze fisiche di ciò che metteva in atto ma era il dipinto. Egli è l’incarnazione dello psicopatico narcisista poiché rifiuta ogni responsabilità collegata alle sue azioni.
Come per il serial killer Ted Bundy, di bell’aspetto, piacevole, simpatico con tutti, tranne che con le sue vittime di cui faceva scempio in maniera orribile.
Ambrosio, Dorian e Ted hanno tratti sadici sessuali molto simili, se analizzati nello specifico.
Ogni cosa, nella vita di Dorian, gli ha sempre urlato che l’unica sua dote fosse la bellezza, così ha venduto l’anima per ottenere questa immortalità, rimanendo solo con quella, una scia di sangue e un suicidio finale annunciato.
Passiamo alla categoria del figlio rifiutato: Frankenstein.
Ho preso a esempio le due figure letterarie che secondo me hanno avuto maggiore peso nella sua creazione: Caliban della Tempesta, (si torna sempre a Shakespeare) e al magnifico canto disperato sulla privazione di libertà che è il Satana di Milton. Caliban (che altri non è che la fusione di Jago di Othello e Aronne dal Tito Andronico) e Satana hanno in comune l’essere sibillini, non agire per mano loro, schiavi di un padre padrone che non li ha mai accettati per la loro natura, rendendoli schiavi dei loro desideri e bisogni. Sappiamo che Milton parlava per metafora della sua delusione politica, ma, rimanendo alla pura psicologia, qui si parla di figli rifiutati. Il serial killer del nostro tempo che meglio incarna questo spirito è Charles Manson: lui ha persuaso i suoi seguaci a fare cose terribili, a causa della sua visione distorta della realtà, ma altro non era che un bambino solo, abusato e reietto. La società crea i mostri, difficilmente essi lo fanno da soli, questo mi preme molto ricordarlo.
Per quanto riguarda il Doppelgänger, di solito si tratta di un individuo castrato a livello sociale e familiare: educazione religiosa, codici morali e sociali opprimenti, abusi ecc. ecc. Il massimo esempio di un mostro del genere lo troviamo ne “Lo strano caso del Dr Jeckyll e Mr Hyde” che è stato ispirato da un’opera precedente di James Hogg, “The private memories of a Justified Sinner”, il cui protagonista è Rober Wringhim, cresciuto da una madre calvinista molto bigotta e senza un vero padre. Porta infatti il nome del pastore che l’ha educato, non certo del laird che l’ha messo al mondo (il padre di Robert, dopo aver deciso di non riconoscerlo, gli preferirà sempre il fratello George). A un certo punto, dopo che il suo padre putativo l’ha investito nel ruolo di prescelto per guidare le masse di peccatori verso la luce di Dio, spunta nella sua vita Gil-Martin, uno spirito maligno, un mostro, talvolta descritto come un demonio, che pare essere responsabile di delitti terribili, tra cui l’uccisione del tanto invidiato fratello.
La cosa affascinante di questo libro è che non capiamo nemmeno nel finale se Gil-Martin sia stato o meno artefice di tali crimini o se sia Robert il vero serial killer.
Il Dr Jeckyll invece è un medico rispettabilissimo, ma stanco di doversi castrare nella società vittoriana, tanto perbenista quanto ipocrita. In realtà la sua storia e quella del suo affascinante doppio, quella sorta di folletto piccolo e ritorto che è Mr Hyde (che diventa più grande ogni volta che il buon dottore prende la pozione) ci viene raccontata dal protagonista Gabriel John Utterson, notaio, occhio vigile e vittoriano che indagherà sulla natura del mostro, fino alla sua fine.
Robert e il Dottr Jeckyll sono entrambi due suicidi, spaventati dall’Es che smuoveva il loro doppio “malvagio”
Il dottore però, tra i due, è quello ad avere la razionalità per comprendere il fenomeno, mentre il povero Robert altri non è che la vittima designata.
Due serial killer da prendere in considerazione, Ed Gein (ispiratore di masterpiece come Psycho o di opere gore come “Non aprite quella porta”), figlio di una madre castrante e bigotta che aveva imposto a lui e al fratello un’educazione morigerata e violenta al tempo stesso. Era considerato un po’ un bambinone innocuo, ma, dopo la morte della madre, iniziò a depredare cimiteri e a uccidere donne per creare un vestito in pelle umana che l’avrebbe trasformato in qualcos’altro, una donna, forse.
Il secondo che analizzerò brevemente è Ed Kemper, anche lui cresciuto in un ambiente soffocante. La madre non era bigotta ma una virago che l’ha portato a odiare tutto il genere femminile. Kemper viveva una doppia vita, a contatto anche con le forze dell’ordine, a cui sembrava solo un simpatico chiacchierone da bar, mentre sfogava le sue pulsioni decapitando studentesse.
Sto lavorando a un progetto carino sull’argomento e presto spero di poter dirvi di più. Ma come potete vedere i serial killer non sono così diversi dai mostri gotici e vittoriani.

Oltre che scrittrice, sei anche editor, un lavoro talvolta misconosciuto o frainteso. Puoi raccontarci cosa fa un editor? Quale percorso è opportuno intraprendere per avvicinarsi a questa professione?

Io lo faccio per la casa editrice, ho avuto brutte esperienze con i privati. L’editor è una sorta di impietoso critico: vede quali sono gli errori in una trama, dove il racconto non fila. È colui che analizza le falle nel character building e mostra con un impietoso specchio gli errori dello scrittore, siano essi buchi di trama o deus ex machina, dopo che il suo lavoro è passato già dal correttore di bozze e dal copy editor. Avvicinarsi al mestiere di editor non è facile: bisogna leggere molto, studiare le trame, capire cosa ci piace e cosa no nelle opere altrui e perché. Purtroppo, ci vuole anche una sorta di talento naturale, ma che va nutrito con lo studio e la costanza.

L’ultima domanda è la cifra della rubrica!

Se “Death is not the Worst” diventasse un film e tu potessi scegliere gli interpreti, chi vorresti nei ruoli principali?

Questa domanda mi piace moltissimo! Ovviamente ho già la lista pronta. Per Xander vorrei Woody Harrelson, per Julius Samuel, L Jackson. Per il malvagio William, Tom Hiddleston, mentre la sensuale e latina Reina la vedrei bene interpretata da Salma Hayek. Tristan potrebbe essere Bill Skarsgård e la sua innamorata, Cat, Madison Davemport.

“Death is not the Worst”, Helena Cornell e Julia Sienna, Gainsworth Publishing http://www.gainsworthpublishing.com/index.html#

Se volete incontrare Helena Cornell, Julia Sienna, Aislinn e Luca Tarenzi, potete farlo alla Libreria Cultora di Milano, il 23 novembre, alle ore 18, in occasione di una tappa della loro “Urban Witches on Tour”.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Gabriele Dolzadelli

6 novembre 2018

1“1670. In un clima di scontri per la colonizzazione del Nuovo Mondo e per la supremazia commerciale, un giovane irlandese di nome Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado. Lo scopo è quello di ritrovare il fratello Alexander, partito anni prima, per riportarlo a casa. Ma il viaggio avrà risvolti inaspettati. Nelle oscurità della giungla della piccola isola vi è nascosto un segreto a cui le principali potenze europee (Francia, Inghilterra ed Olanda) ambiscono. Intrighi, inganni e complotti farciscono le giornate di Puerto Dorado, in una lotta al potere fra i più astuti capitani presenti sull’isola. Il tutto sotto l’occhio vigile di una nave pirata ancorata all’orizzonte, di fronte a quella piccola terra di tutti e di nessuno.”

Esatto, parliamo di bucanieri, in particolare di quelli raccontati nella saga “Jolly Roger”, di Gabriele Dolzadelli, pubblicata a partire dal 2014 e giunta al suo quinto volume.
Pubblicata o, per meglio dire, autopubblicata. Dolzadelli è infatti uno scrittore indie (per avere un profilo dei self-publisher, vi rimando a un ottimo articolo, datato 2017, del sito Extravergine d’autore: https://www.extraverginedautore.it/blog/2017/04/28/chi-sono-gli-autori-indie/) ovvero un autore che, secondo una certa vulgata, “fa tutto da sé”. Ma sarà poi vero?

Ringraziamo Gabriele per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Partirei proprio da quello a cui accennavo nella premessa, il fare tutto da soli. Ritengo sia un falso mito che rischia di danneggiare gli stessi self-publisher meno esperti. La trasformazione di un manoscritto in un libro consta di vari passaggi che l’autore, in taluni casi, deve delegare ad altri. Mi riferisco per esempio all’editing per il quale è necessario l’intervento di un professionista esterno.
Cosa ne pensi? Credi che si sia maturata questa consapevolezza?

Buongiorno Ilaria e un saluto a tutti quanti. Grazie a voi per il vostro spazio. Credo che la consapevolezza in merito alla necessità dell’editing stia prendendo sempre più piede. Questo perché vedo un crescente numero di prodotti indie di qualità, molto competitivi nel mercato editoriale. Penso che siamo sulla strada giusta, ma bisogna farne molta. Purtroppo noto ancora molti dibattiti sul web creati da autori che credono al falso mito dell’editor che stravolge l’opera, la snatura o le toglie personalità. Qualcuno pensa sia un nemico dell’arte e questa ingenuità può solo fare del male a chi ci crede. Spero che venga col tempo completamente debellata. C’è anche da dire, inoltre, che una quantità enorme di persone si improvvisano editor, portando molti autori ad avvalersi di una figura impreparata che, pur correggendo l’opera, non ha le competenze per accompagnare lo scrittore in un percorso di crescita. Perché credo che l’editor sia proprio questo: un maestro che ti aiuta ad affinare lo stile e a sfruttare al meglio le tue capacità. 

A prescindere dai numeri, buoni anche per alcuni scrittori made in Italy, nel mercato del self si trova di tutto, dal lavoro curato in ogni particolare al testo acerbo e non ancora pronto per incontrare i lettori. Proprio l’assenza del filtro editoriale può portare a ritenere il self-publishing come una terra di nessuno dove, in nome di una malintesa democratizzazione del sapere, chiunque può pubblicare qualunque cosa.
Come stanno le cose secondo te allo stato attuale? E come ritieni che si evolveranno nei prossimi anni? 

La democratizzazione non è un aspetto che riguarda solo l’autopubblicazione. Oggi la si vede in tutti i campi. Se ci pensiamo, chiunque può suonare, recitare o creare contenuti sul web, mettendoli a disposizione del pubblico. Grazie a internet ci si può improvvisare in qualunque ruolo. In questo c’è sia del bene che del male. Da un lato la possibilità di incappare in prodotti scadenti, dall’altro la completa libertà che permette una sperimentazione sganciata dalle regole del mercato. Io credo che la meritocrazia farà il suo corso. I lettori stroncano subito sul nascere i prodotti poco curati e chi non prende seriamente ciò che sta facendo finisce per non avere nessuna possibilità di sbocco. Vedo una sorta di selezione naturale, dove chi diventa editore di sé stesso fa parlare di sé e rompe il muro del pregiudizio arrivando a un gran numero di lettori. Tutti gli altri finiscono nel dimenticatoio. D’altronde, è la legge dei grandi numeri. Su decine di migliaia di opere pubblicate e autopubblicate ogni anno è evidente che ben poche possono essere lette. Queste regole non muteranno. Quello che deve mutare è la testa del singolo individuo. Vuoi vendere solo due copie a parenti e amici? Allora puoi anche non curare il tuo testo. Vuoi arrivare a qualche centinaio di lettori? Allora devi investire tempo, energie e denaro. Non ci sono altre vie. A ognuno la sua scelta.  

Un altro luogo comune, simile a quello che voleva l’ebook contrapposto al libro cartaceo, considera il self-publishing nemico dell’editoria tradizionale. Ritengo che i due ambiti possano lavorare fruttuosamente in sinergia e, come ho sempre pensato che l’ebook fosse una possibilità in più che non avrebbe soppiantato il libro di carta, ritengo che le case editrici siano un bene primario e non sacrificabile della nostra società come lo sono le case di produzione e di distribuzione cinematografica. Allo stesso modo penso che il self-publishing, se scelto con consapevolezza, possa rappresentare una risorsa e, perché no, anche una vetrina o un trampolino, per chi lo desidera e si muove in questo senso.
Cosa pensi che possa imparare l’editoria tradizionale dal self e cosa invece il self potrebbe apprendere dall’editoria tradizionale? 

L’editoria tradizionale può imparare dal self il coraggio di certe scelte. Ho conosciuto autori che avevano in cantiere opere di un determinato genere che l’editoria considerava poco “commerciabile” ma che, al contrario, ha fruttato molto a questi scrittori indie che hanno voluto osare. Dall’altro lato, penso che il self possa imparare dalle linee e le scelte dei grandi editori per comprendere al meglio dove stia spingendo la massa (o dove la si stia dirigendo). Ad ogni modo, sono d’accordo con te. Ci sono diversi autori che sono “ibridi”, forse perché vengono dal self e con altri testi hanno trovato un editore che ha voluto investire su di loro o forse sono autori già pubblicati che per alcune delle proprie opere hanno preferito fare da soli. Una cosa non esclude l’altra. 

Hai creato un gruppo facebook che parla di self-publishing (il gruppo si chiama Self Publishing Italia, N.d.R.). Nel tuo gruppo, come si chiarisce nella descrizione, lo spam è severamente vietato. Eppure, al di fuori, molti autori, non per forza indie, pubblicizzano i propri lavori contando principalmente su questa modalità, probabilmente molto poco fruttuosa.
Ci sono dei consigli che daresti, sulla base della tua esperienza, per promuovere il proprio lavoro? 

Se devo dare un consiglio, direi di essere avvicinabili, amici dei lettori o potenziali tali. Questo lo si fa attraverso i gruppi Facebook, per esempio, dove è facile l’interazione. Bisogna approcciarsi ad essi più come lettori che come autori. Questo porta col tempo ad avere persone fidelizzate e ad acquisire anche una certa autorevolezza sul genere trattato. Ho visto molte persone seguire questa strada e ho notato che ha sempre portato ottimi frutti, considerando anche che i gruppi organizzano giornate autore o letture condivise. Aggiungo, inoltre, il puntare più alla diffusione dell’opera che al guadagno, almeno all’inizio. Una promozione gratuita può creare un bacino di lettori che possono poi generare passaparola o leggere altre tue opere. Risultati che non si possono ottenere impuntandosi sul volere a tutti i costi valorizzare il proprio lavoro con un prezzo più alto. Infine, bisogna stare al passo coi tempi, perché i metodi di promozione variano di volta in volta. Oggi Instagram ha un bacino di utenza crescente, rispetto a Facebook. Le live o le stories sono strumenti che arrivano a più persone rispetto ai post statici. Insomma, bisogna metterci la testa.

Senza contare i riferimenti più scontati, come l’”Isola del tesoro” di Stevenson, un classico per ogni generazione, mi viene in mente “La vera storia del pirata Long John Silver”, di Björn Larsson, pubblicato in Italia da Iperborea. E poi, per passare al cinema e alle serie tv, la celebre saga “Pirates of Caribbean” o la splendida “Black Sails”, storia di quella sorta di convitato di pietra di “Treasure Island” che è il capitano Flint.
Come sono nate la tua passione per i pirati e la voglia di scrivere questa saga?

Può sembrare strano ma non è una passione che ho avuto o che mi ha spinto a scrivere questa storia. Prima di fare la stesura del primo volume della saga, per esempio, di romanzi sulla pirateria avevo letto solo “L’isola dei pirati” di Michael Crichton. Solo negli anni a seguire lessi Stevenson, Tim Severin o Larsson (a Salgari non mi sono ancora approcciato). La mia idea, infatti, era quella di scrivere una storia corale dotata di un intreccio fatto a regola d’arte, con diversi punti di vista e una serie di messaggi molto forti. Il mio primo progetto fu un thriller moderno, che però non portai mai a termine. Mi sono così scervellato a lungo nel trovare la giusta collocazione di quello che avevo in mente. Così, un giorno mi venne l’ispirazione di tentare con il periodo della pirateria. Ho visto che la cosa poteva funzionare e da lì ho cominciato a informarmi e approfondire la tematica e il periodo storico. Piano piano la cosa ha preso forma, ma chi ha letto la saga ha ben capito come l’ambientazione piratesca, pur essendo suggestiva, non è il fulcro di questa saga. Piuttosto, lo sono le vicende umane dei diversi protagonisti, le loro ossessioni e sentimenti. 

Un’ultima domanda: se i tuoi romanzi diventassero un film e avessi carta bianca sugli interpreti, chi sceglieresti per i ruoli principali?  

Per Sid, ci vedrei bene Eddie Redmayne, per Isaac, Aidan Turner e per Yan lo Sfregiato ho sempre pensato a Benicio Del Toro. Mi fermo qui perché i personaggi sono davvero tanti e dovrei fare una lista lunghissima. 

Gabriele Dolzadelli, “Jolly Roger”, https://gabrieledolzadelli.com/

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Vittorio Cotronei

31 ottobre 2018

cotroneiVittorio Cotronei è un autore (col)legato alla terra: quella di cui parla in “Passato remoto” (2018) e anche quella di “Andalù” (2015), sorta di prequel ideale – i due romanzi possono anche essere letti indipendentemente l’uno dall’altro – del romanzo pubblicato nel 2018.
Proprio quando affonda la scrittura nella descrizione dei luoghi naturali, Cotronei tocca le sue personali vette: la prosa si fa materica e allo stesso tempo immaginifica, in quel collegamento ideale fra Apollo e Dioniso che rappresenta un afflato stilistico dell’autore. In un certo senso, tra immanente e trascendente, si colloca anche il personaggio di Marino Maltese, di professione ufologo, già conosciuto proprio in “Andalù” e di nuovo protagonista di “Passato remoto”.

Sulla quarta di copertina leggiamo:

“Il Modesti”, pensionato della Solvay e noto bracconiere, si getta dalla rocca di Poggio Primo Marittimo apparentemente senza una ragione. Unico interessato a far luce sul mistero di quella morte sembra essere Marino Maltese, un ufologo, che torna così nei luoghi della sua giovinezza: un antico borgo dell’entroterra toscano. Nella casa del suicida rinviene dei fogli scritti in alfabeto etrusco che lo indirizzano verso il mondo dei tombaroli e del mercato nero di reperti archeologici. L’indagine lo condurrà in un luogo misterioso che pare legato al mito di Tagete, il ‘Saggio dalle sembianze di fanciullo’ che leggenda vuole abbia insegnato agli Etruschi la scienza sacra dell’aruspicina. Scavare nel passato, nel proprio e in quello del territorio che lo ospita, non è sempre facile per Marino Maltese che si trova costretto a condurre la propria surreale indagine tra mille ostacoli, pericoli e personaggi bizzarri fino a un imprevedibile finale.

Ringraziamo Vittorio Cotronei per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

La prima curiosità riguarda l’ambientazione delle tue due ultime storie, “Andalù” e “Passato remoto”: la provincia, in particolare la provincia toscana. Come riesci a mantenere equilibrio tra lo stereotipo – in qualche modo utile per fare breccia nell’immaginazione di lettori anche molto distanti da quei luoghi – e la non genericità dei luoghi e delle situazioni?

In realtà cerco sempre di essere molto sincero e schietto nel descrivere la provincia. Riporto semplicemente ciò che vedo, ciò che ascolto nei bar, impregnandolo del mio punto di vista. Quasi sempre ne emerge un rapporto di amore-odio che potrebbe riassumersi nell’amore incondizionato, quasi estatico, per i luoghi intesi come “terre” e una critica per la mentalità di chi vi abita. Una mentalità spesso omologata, conformista e ipocrita, a volte meschina, dove non sembra esservi spazio per il diverso.

Quali sono gli autori che più ami e quelli a cui magari ti ispiri, almeno un po’? E quali sono invece gli scrittori (fuori i nomi!) o i generi letterari, se preferisci, con i quali, da lettore, non riesci ad avere un buon rapporto?

Autori che amo sono sicuramente Buzzati, Garcia Marquez, Dostoevskyij, Checov, Orwell … Potrei andare avanti all’infinito. La letteratura è grande quasi quanto l’universo, gli autori sono stelle. Tu me lo avessi chiesto qualche anno forse sarebbero stati altri, magari se me lo chiedi tra qualche anno saranno altri ancora. Mi ispirano molto Fred Vargas e Tristan Garcia: due autori francesi contemporanei. La prima è una giallista a tinte fosche, noir, il secondo un filosofo che scrive racconti dal carattere surreale. Forse per questo i miei romanzi sfuggono a ogni definizione di genere: mi ispiro a generi diversi.
Da lettore non capisco i cosiddetti “romanzi di formazione” di autori italiani; esulano totalmente dal mio concerto di arte. Un nome? Lorenzo Marone, per fare un esempio: ho letto un suo romanzo e mi è sembrato totalmente inutile.

A proposito di genere: sia “Passato remoto” che “Andalù” sono noir ibridi. Sono convinta che esistano buoni libri e libri meno buoni e che, specie per la prima categoria, la collocazione in un genere serva più per allestire le librerie che ad altro. C’è però chi ritiene che la cosiddetta letteratura di genere militi nel campionato di serie B. Tu cosa ne pensi? Ci sono distinzioni che faresti?

No, i romanzi sono come le persone (in realtà sono migliori. Almeno a me, invecchiando, piacciono molto di più). Ci sono romanzi strepitosi e altri illeggibili, e questo indipendentemente dal genere.

Recentemente mi hai accennato di Fernando Nannetti, alias NOF4, e di come l’incontro con l’arte di questo pittore e graffitista, scomparso nel 1994, ti abbia impressionato. Hai voglia di parlarcene?

Una vera e propria epifania. Sono stato in visita guidata al manicomio di Volterra e la storia di questo degente che un giorno dal nulla si toglie la cintola e con la fibbia inizia a incidere sul muro del Manicomio frasi all’apparenza indecifrabili, ma dai significati profondi e profetici, mi ha profondamente colpito. Scriverà centottanta metri di muro in dieci anni per poi un giorno fermarsi e dire “Basta, quello che volevo dire l’ho detto”. Quei “pezzi di muro” adesso sono esposti nei musei di mezza Europa, considerati tra le opere principali dell’Art Brut. Il prossimo romanzo sarà ambientato a Volterra, un’indagine di Marino Maltese proprio su Nannetti. Nella stesura mi aiuterà il figlio dell’infermiere che per primo capì l’importanza del personaggio e che ha decifrato le sue frasi da una scrittura quasi cuneiforme.

Qual è il rapporto di Vittorio Cotronei con la scrittura? E con l’editoria?

Più passa il tempo e più la scrittura diventa centrale nella vita, impregna ogni singolo momento della mia giornata, anche quando non scrivo. Quando lavoro, quando parlo con qualcuno, penso sempre a come poter riportare su carta quella conversazione, quel paesaggio, quel pensiero.
Ho perduto amicizie per colpa della scrittura, ne ho acquistate altre grazie a lei. Potrei rinunciarvi solo per i miei figli.
Per quanto riguarda l’editoria posso solo parlare della mia esperienza: ho la fortuna di pubblicare con MdS Editore, una casa editrice indipendente molto valida, seria, professionale, che a mio avviso, ma è solo un’opinione, con un po’ di fortuna e di coraggio in più (che spesso si autoalimentano) potrebbe veramente fare il grande salto. Tuttavia esiste una miriade di piccole case editrici che di serio e professionale non hanno veramente nulla e per uno scrittore esordiente è facile cadere nella trappola dell’editoria a pagamento, visto che le grandi case editrici, se non sei un personaggio pubblico o non hai fatto la scuola Holden, è difficile che ti prendano in considerazione.

Un’ultima domanda che sarà un po’ la firma di questa rubrica: se potessi curare il casting per un ipotetico film tratto da “Passato remoto”, chi sceglieresti nei ruoli principali?

L’ufologo Marino Maltese me lo immagino con il volto di Elio Germano, il Lucumone quello di Jean Reno, il matto del paese Paolo Cioni, perché un Christian Bale magro e sconvolto come in The Fighter mi sembrerebbe troppo esotico, per Matilde vorrei Kristen Stewart e il Sindaco interpretato da James Gandolfini oppure, dato che ci ha lasciati, da Paolo Giommarelli.

Vittorio Cotronei, Passato remoto, MdS Editore
(http://www.mdseditore.it/catalogo/passato-remoto.php)

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con prudenza): Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

26 ottobre 2018

20180428_114443-1Lady chi?
Lady Euphonica! Letto come si scrive, suona come “la “d” eufonica”. Proprio per questo non bisogna mai abusarne!
Siate pazienti con me: sono i danni che può produrre Don Draper sulla salute mentale degli individui predisposti…
Per dare il via alla rubrica, conosciamo meglio Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia, autrici de “La memoria del futuro”, edito da Pav Edizioni.

La casa editrice descrive così l’opera delle due scrittrici emergenti:

Il futuro, il presente, il passato. Qual è l’ordine giusto? Si possono cambiare? C’è davvero la famigerata freccia del tempo oppure tutto è mescolato?
Londra, tra 700 anni, qualcuno tornerà indietro per modificare gli eventi e permettere la realizzazione di una profezia legata a tre persone molto diverse, ignare del proprio destino, e ad un’antica e dimenticata civiltà sudamericana.
Curtis Chapman, un giovane e geniale inventore dal passato familiare burrascoso; Dalia Robbins, appassionata ricercatrice di nuove cure per l’umanità, nella speranza di poter fermare le più terribili malattie e Jason Mitchell un broker il cui unico scopo sembra essere quello di godersi appieno la vita in ogni sfumatura possibile. Con loro grande stupore e sgomento, apprenderanno la verità sulle loro origini e avranno nelle mani il destino del mondo intero.
La Memoria del Futuro è un libro influenzato da diverse opere, dalla cultura dei nativi americani, dalla musica e dal vissuto delle due autrici.

Ciao Silvia e ciao Simona. Grazie per aver accettato i rispondere alle nostre domande.

Quando avete cominciato a pensare a “La memoria del futuro” e come è nata l’esigenza di un lavoro a quattro mani?

Ciao Ilaria, grazie di cuore per aver scelto noi per inaugurare la tua rubrica. E’ un grande onore!

Simona: In realtà non si tratta di un’esigenza, quanto una cosa che si è sviluppata in maniera naturale. Silvia e io ci siamo messe a scrivere insieme delle fan fiction e abbiamo visto che in un certo senso ci completavamo. Tutto qui.

Silvia: Abbiamo iniziato a scrivere insieme diverse fan fiction sulla nostra serie tv del cuore, Fringe e in effetti non credo di aver mai provato un feeling così particolare nella scrittura. È stato il primo passo: da allora abbiamo cominciato a pensare a qualcosa di nostro e una notte feci un sogno, che è poi diventato il prologo di questo libro, che ha preso una strada molto indipendente dalle fonti a cui ci siamo ispirate.

Più in dettaglio, come impostate il vostro lavoro insieme?

Simona: È una domanda che ci viene fatta spesso. In realtà non impostiamo nulla o quasi. Per fortuna esiste un programma chiamato Google Drive che permette di scrivere, in tempo reale insieme, un documento. Spesso capita che scriviamo contemporaneamente. Non sullo stesso pezzo, intendiamoci ma magari lei si occupa di un parte e io di una diversa e poi colleghiamo.

Silvia: Ai tempi facemmo uno schema, ma confesso candidamente che, a parte il tema dei capitoli, molto è venuto da sé, creando una trama molto più articolata di quello che pensavamo. Poi drive ci ha aiutato molto. Anche adesso sto rispondendo alle tue domande così!

Mi è capitato di leggere vostri interventi o ascoltarvi durante presentazioni dal vivo. Mi aveva colpito il fatto che lamentaste una scarsa considerazione delle donne che scrivono fantascienza. Non conosco il genere e il suo background social, per così dire, in modo approfondito e volevo dunque chiedervi lumi su queste affermazioni.

Silvia: Domanda molto interessante, Ilaria. Ammetto di non aver mai capito il perché di tale pregiudizio verso la fantascienza e il fantasy. Posso capire, ci mancherebbe, che si preferiscano altri generi e magari non li si ami. Io non apprezzo molto il giallo, “colpa” di Agatha Christie, lo ammetto. Ho passato l’adolescenza a leggerla e trovo difficile trovare giallisti alla sua altezza, anche se non posso negare che, nell’ultimo periodo, si ripetesse molto. Io comunque preferisco Miss Marple a Poirot. Scusa la grossa divagazione.
Il pregiudizio sulla fantascienza ha radici molto lontane, nei primi anni 50, agli albori del genere, se si può dire. Mio padre e mia madre mi hanno spesso raccontato come venisse considerato un sottogenere e chiamata “fantascemenza”.
C’è molta fuffa come in ogni genere, ci mancherebbe. Il problema è che io ho notato come anche i migliori prodotti di fantascienza siano sempre considerati al di sotto di opere di altro genere, che pure hanno un valore inferiore. Un esempio abbastanza oggettivo. Fringe e Person of Interest sono state letteralmente esaltate dalla critica, la prima è stata definita “la serie che ha cambiato il concetto di serie tv” e la seconda “ha anticipato lo scandalo del datagate”, poi si va a vedere l’elenco delle migliori serie tv di un determinato anno, dove erano entrambe in onda e le si trova in fondo, dopo il ventesimo posto, dopo serie che sono sicuramente interessanti eh ma, parole non nostre, non sono considerate questi gran capolavori. Ma vengono votate in quanto comedy o thriller. Non parliamo appunto dei premi. È rarissimo trovare una serie di fantascienza o fantasy premiata, Game of Thrones e Lost sono un’eccezione, non la regola. Ricordo che Leonard Nimoy, sì proprio il mitico signor Spock di Star Trek, che ebbe un ruolo assai importante in Fringe, si lamentò con toni aspri per la mancanza di considerazione per detta serie: “Fringe quanto talento ignorato. Vergogna agli Emmy, vergogna!” cito alla lettera, ti posso passare lo screen se vuoi. Come sai Nimoy non era il tipo da scaldarsi molto.
Se poi guardiamo in Italia la situazione è ancora più surreale. Prendiamo ad esempio “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il regista e attore Gabriele Mainetti ha dovuto letteralmente auto finanziarsi per poter produrre quel film e il distributore è stata la Lucky Red, la coraggiosa Lucky Red di Andrea Occhipinti ( di recente ha accettato di distribuire anche Sulla Mia Pelle, il film sul povero Stefano Cucchi, scatenando roventi polemiche), mentre altri produttori famosi non hanno fatto nulla di nulla. Non credo di doverti dire quanti soldi ha fatto “Lo chiamavano Jeeg Robot” quindi il problema non è la mancanza di pubblico, è la mancanza di coraggio di chi vuole produrre e promuovere (se il pubblico non sa che un detto prodotto c’è non lo compra) cose nuove, non necessariamente di fantascienza, ci mancherebbe. Scusa la lunga risposta.

Simona: E aggiungo alla socia che poi uno come Salvatores, che da anni sta lavorando su tentativi di portare la fantascienza in Italia, prima con “Nirvana” (che non è un film perfetto ma all’epoca non è che vi fossero opere migliori nel mondo di questo genere) e poi con “Il ragazzo invisibile” viene massacrato. C’è davvero qualcosa che non torna. E poi abbiamo dovuto leggere sui social network, in un gruppo dedicato, la perla del “andrà a finire che chiederemo le quote blu” di fronte al fatto che il 90% dei candidati al premio Hugo erano donne. Di nuovo qualcosa non torna.

Inoltre: come si possono scardinare certe dinamiche retrive?

Silvia: Altra domanda interessante. Io credo che l’unico modo sia puntare a produttori come la Lucky Red, dare spazio a chi osa sfidare il mercato perché poi, siamo oneste, insistere su certe cose non porta a nulla di buono. Dai prodotti seri ai prodotti meno seri se si martella il pubblico con le stesse identiche cose la gente si stufa. Occorre cambiare e innovare il linguaggio, stare al passo con i tempi.

Simona: Sono d’accordo. E’ l’unico modo. Avere coraggio: una cosa che manca molto non solo ai produttori italiani, purtroppo.

Oggigiorno – è quasi un luogo comune – emergere dalla folla è molto difficile e la promozione, sia on-line che off-line, è quantomai indispensabile per poter sperare di essere notati. Come lavorate alla promozione del vostro testo?

Silvia: Presentazioni, interviste, pubblicità ma in maniera nuova. Usando la rete ma anche le radio. Cercando, come dicevo sopra, di andare incontro alle esigenze del pubblico, senza però vendersi. È un difficile equilibrio. Pensavo, ad esempio, come sia riuscita Netflix a sopravvivere alla dissoluzione del mercato di video noleggio. In fondo, se ci pensiamo, fa sempre quello, ma usando le nuove tecnologie in maniera nuova, fresca e dinamica. Mi fa sorridere, lo ammetto, come le tv nostrane spesso pubblicizzino un film o una serie tv nominando attori che, onestamente, il pubblico giovanile manco conosce più, ignorando completamente i nuovi. Ripeto, questo non vuol dire vendersi. Dico che si deve cercare una via di mezzo, tra la voglia di essere se stessi e il non seguire strade obsolete.

Che progetti letterari ci sono nel vostro futuro?

Silvia: Prima di tutto finire la saga de “La memoria del tempo” perché la storia è ancora lunga e intricata. Poi a me, prima o poi, piacerebbe riprendere l’idea di tentare di scrivere un giallo proprio perché non li amo molto. Avevo anche in mente ambientazione e periodo storico. Genova negli anni 20. Durante il fascismo sì. Periodo storico che detesto peraltro. Una doppia sfida quindi.

Simona: Decisamente finire la saga. Forse riprendere una storia fantasy che avevo scritto anni fa, correggerla e magari affinarla. Chissà. C’è anche una storia, che adesso sarebbe definita urban fantasy, che non sono mai riuscita a raccontare. Chissà.

Facciamo un gioco. Se La memoria del futuro diventasse un film e voi poteste occuparvi del casting, chi scegliereste per interpretare i vostri personaggi?

Simona: Praticamente ci inviti a nozze! Ci siamo già immaginate il cast di almeno un 90% dei nostri personaggi. Alcuni sono cambiati in corso d’opera. Tipo: per Dalia nelle prime stesure avevamo pensato ad Anna Torv, una dei tre protagonisti di “Fringe”, a cui la nostra storia si ispira per certe cose. Poi però andando avanti ci siamo rese conto che non era la Dalia che volevamo, quella che avevamo in mente. Molto spesso hanno parlato della somiglianza tra Anna e Cate Blanchett e quando abbiamo visto quest’ultima recitare, Silvia e io ci siamo dette: è lei. È la nostra Dalia Robbins.

Silvia: Esatto. Cate è divina ed è la nostra Dalia, senza nulla togliere alla meravigliosa Anna Torv che continuiamo ad apprezzare tantissimo. Poi per Curtis Chapman, abbiamo pensato a Joshua Jackson che è il nostro attore preferito: io me ne sono “innamorata” grazie a “Fringe” e seguendolo poi attraverso altre sue esperienze, sia anteriori che posteriori alla serie di Abrams. Ho scoperto un attore poliedrico, oltre che un bellissimo uomo, colmo di charme e intelligenza, classe e quel tocco di timidezza perfetti per il nostro protagonista. Per Jason, altro personaggio principale, abbiamo pensato invece ad un attore assai poco conosciuto e altrettanto bravo, Eduardo Noriega. Entrambe lo apprezziamo dai tempi di “Apri gli occhi” di Amenabar.
Infine per i genitori di Curtis avevamo pensato anche qui a due nomi precisi.
Il sempre eccelso Bruno Ganz (amatissimo da noi in primis per “Pani e Tulipani” e il “Cielo sopra Berlino”) come Adrian Chapman ce lo vediamo proprio. So che molti odieranno Adrian all’inizio e avranno ragione.
Per la madre, Sophie, invece la magnifica Juliette Binoche. Lei saprebbe essere una madre ribelle e appassionata, con il piglio artistico giusto.
Infine, ammettiamo di aver pensato a Denis Villeneuve per la regia.
Sì, dovremmo diventare miliardarie per farlo.

I sogni costano, ma non si deve pagare. Tanto vale farne di enormi!
Grazie ancora per averci dedicato un po’ del vostro tempo.

Potete trovare “La memoria del futuro” sul sito dell’editore, al seguente link: http://pavedizioni.it/prodotto/la-memoria-del-futuro

Le due autrici saranno presenti il 18 novembre, alle ore 18,30, presso la libreria Mangiaparole (Via Manlio Capitolino 7/9, Roma), per un incontro con chiunque abbia voglia di sapere qualcosa di più su “La memoria del futuro”.