:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Sara Ficocelli

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imageDalla biografia pubblicata sul sito di Mds Editore:

“Sara Ficocelli è nata a Pisa, vive a Roma, ma ama soprattutto viaggiare. Ha scritto per Cosmopolitan, Donna moderna, Airone, Il Venerdì e dal 2007 collabora stabilmente con Repubblica.it. Ha vinto il premio Paidoss e il premio Sodalitas per le sue inchieste su prostituzione minorile e discriminazione di genere in Italia. Con MdS Editore ha pubblicato vari racconti e quindi il suo primo romanzo, La vita nascosta (2016), per cui ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui il secondo posto al premio “Alda Merini” e il premio della giuria popolare al concorso letterario “Città di Lugnano”.”

A novembre 2018, sempre per MdS Editore, Ficocelli ha pubblicato “Samia non torna a scuola”.

La ringraziamo per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Parto da una considerazione personale e dunque opinabile: non credo che l’arte, in qualunque modo si esplichi, abbia una vocazione primariamente pedagogica. La sua capacità di innescare cambiamenti (una capacità che può essere dirompente) non risiede secondo me in una “lezione morale”, talvolta purtroppo vicina a quella moralista, ma nella possibilità, propria delle cose belle, di far immaginare altri mondi possibili.
Mi sembra che la storia di Samia possa collocarsi su un piano di questo tipo perché quello che noi leggiamo è frutto dell’intersecarsi di almeno quattro punti di vista differenti. La risultante è maggiore della somma degli addendi e produce una speranza.
Perché ti interessa la coralità, presente anche nel tuo precedente romanzo, “La vita nascosta”? Cosa ne trai, come scrittrice, e cosa credi che possano trarne i tuoi lettori?

La coralità mi permette di andare a tempo con le cose che ho dentro. Ho sempre sentito più voci in me, per quanto abbia sempre avuto un’idea precisa e univoca di quello che voglio e in cui credo. Ma osservare la realtà da più punti di vista mi è sempre piaciuto, mi ha sempre aiutato, e quando scrivo cerco lo stesso approccio. La prossima sfida sarà il protagonista unico, naturalmente.

Non mi piace molto parlare di “margini”. Alla fine la prospettiva della marginalità cambia se cambiamo inquadratura: ciò che prima era al centro dello sguardo, dopo può trovarsi sui bordi e viceversa. Tuttavia è innegabile il tuo interesse verso storie che, per ragioni svariate, difficilmente sono inquadrate dai riflettori, se non per creare statistiche. Chi è la tua Samia e cosa ti ha interessato, in modo particolare, della sua storia?

Samia è una ragazza che si sente e viene percepita come “fuori dal coro”. Il fatto che abbia genitori stranieri è un pretesto come un altro, avrebbe potuto essere anche bionda con gli occhi azzurri e sentirsi e venire percepita come outsider comunque. Diciamo che ho scelto lei perché anni fa mi sono imbattuta in una storia simile e cercavo una figura adolescente che suscitasse sentimenti contrastanti, di tenerezza e repulsione, che insomma non suscitasse compassione per il solo fatto di essere giovane e indifesa.

L’interesse professionale e umano non bastano. Una storia ispirata alla realtà che viviamo (o alle realtà), quando diventa letteratura, cambia statuto. Come sei riuscita a realizzare questo passaggio? Voglio dire, come ha fatto Samia a essere, non una generica ragazza vittima di pregiudizi e di soprusi, ma proprio lei, Samia, con la sua individualità, i suoi sogni, i suoi progetti, comuni a molti adolescenti e allo stesso tempo personali?

Scrivere di adolescenti mi riesce stranamente facile, è una condizione che tutti abbiamo vissuto e che ricordiamo perfettamente, il primo e forse unico grande momento di romanticismo della nostra vita. Quando descrivo un quindicenne mi immedesimo in maniera quasi automatica nel suo modo di pensare e sentire, forse anche perché credo che abbiano ragione loro, su tutto. Crescendo diventiamo persone ma smettiamo di essere vivi, se mi concedi un po’ di enfasi.

Un cenno sull’ambientazione. Hai scelto una località di fantasia, Colle Nuovo, centro di 80.000 abitanti. Questo nowhere alienato eppure così tragicamente concreto, con le sue vicende di sfruttamento del lavoro e di ingiurie lasciate sotto il banco, è stato lo sfondo di partenza o quasi una risultante della tua storia?

Colle Nuovo è un artificio strumentale tanto quanto la nazionalità della protagonista. Questo romanzo è per me un insieme di simboli, nient’altro. Colle Nuovo è un luogo qualsiasi dove accadono cose banali e terribili, un’allegoria dell’isolamento in cui tutti viviamo. Non c’è il mare, i palazzi sono stati costruiti negli anni 70, le uniche villette con giardino si trovano nell’unica strada che collega la scuola alla casa di Sonia…una speranza.

Vorrei concludere anche con te con un po’ di leggerezza. Questa è la domanda che rivolgo a tutti gli autori che intervisto.
Se “Samia non torna a scuola” potesse diventare un film e tu avessi l’ultima parola sul cast, chi sceglieresti per interpretare i ruoli principali? Se vuoi, dicci anche a chi lo faresti dirigere, non si sa mai!

Ahaha! Beh, mi piacerebbe che Samia fosse interpretata da una ragazzina sconosciuta al grande pubblico, magari proprio da una somala di seconda generazione che vive in una piccola realtà di provincia. In generale mi piacciono molto i film con attori semi sconosciuti ma se Sonia fosse interpretata dalla Golino non mi dispiacerebbe, mi è sempre piaciuta, forse più come donna che come attrice. Andrea lo immagino magro, alto e con tanti capelli spettinati…uno tipo Kim Rossi Stuart. Per quanto riguarda il regista, o la regista, a me su questo genere piace molto il cinema di Soldini, un po’ onirico, ma anche spietatamente reale.
Io, la vita, la immagino così.

Sara Ficocelli, “Samia non torna a scuola”, MdS Editore, http://www.mdseditore.it/catalogo/samia-non-torna-a-scuola.php

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