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:: La quarta dimensione del tempo di Ilaria Mainardi (Les Flâneurs Edizioni, 2020) a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2020

Nella Grande Mela James Murray abitava da circa trent’an­ni, tanti ne erano passati da quella fuga notturna su mezzi di fortuna, e anche se lei, con i suoi incroci trafficati e i suoi grattacieli, a volte lo stordiva fin quasi all’ottundimento, or­mai poteva chiamarla, a pieno titolo, casa.

James Murray è l’antieroe di questa tragicomica avventura, drammatica e seria per i fatti, comica per il narrato, che Ilaria Mainardi ci racconta con lievità e disincanto in La quarta dimensione del tempo edito da Les Flâneurs Edizioni, piccolo editore di libri di qualità.

Murray, come nonna Aigneis e come i bisnonni Kenneth e Ana prima di lei, aveva dovuto arrendersi abbastanza presto all’idea che del sogno americano, il sogno che tutti invocava­no e che qualcuno ancora cercava con commovente pervica­cia, erano rimasti i coriandoli attaccati lungo il battiscopa al termine di una festa di carnevale.

La Mainardi infrange la legge chiariana che un buon racconto nasca solo nel vissuto ambientale che l’autore sperimenta e metabolizza. L’autrice, pisana di nascita, ci porta infatti negli Stati Uniti e con una sorte di spudorata appropriazione culturale al contrario, nata da una sorta di multiculturalismo spirituale che rende universale un immaginario comune (nato dal cinema, dal teatro, dalla letteratura, dall’arte tutta) ci proietta nella vita di un affascinante pubblicitario di successo (anche l’irlandesissimo Leopold Bloom a modo suo lo era) di mezza età, newyorkese per scelta, come quasi tutti i newyorkesi prima che questa maledetta pandemia spopolasse la più multiculturale città del mondo.

Murray stava per sbottare quando Burt troncò la digres­sione e arrivò al punto: «James, abbiamo trovato una vecchia lettera di tua madre. O di una persona che si qualifica come tale».

Dopo 27 anni trova in una cassapanca (grazie a due inquilini impiccioni) una lettera di sua madre che quasi gli intima con toni molto vivaci di tornare a casa, in Missouri. Sebbene venerasse il padre, il nostro James non aveva splendidi rapporti con la madre, ma anche grazie a Gav amico di una vita si trova in tasca i biglietti aerei per tornare a casa.

Peter F. Murray aveva un vero e proprio talento per le sto­rie, quasi tutte false o connotate da voli di fantasia talmente pindarici che i già scarsi elementi di realtà si mischiavano con sogni di gioventù, leggende popolari, pettegolezzi, fino a dissolversi in quell’intruglio immaginario.

Una storia di amicizia, di sentimenti, di crescita personale, di radici ritrovate si forma sotto in nostri occhi tra flasback e citazioni, aneddoti cinematografici (gustoso quello su come nacque la carriera artistica dell’eroe di Fronte del porto[1]), in un crescendo musicale quasi.

Le brave persone alla fine ottengono sempre una ricompensa.

Ogni tassello è al suo posto, la Mainardi ha una scrittura fluida e matura, grazie anche a un ottimo editing che ha saputo valorizzarla al meglio. Io già sapevo che era brava, ho già letto altri suoi lavori, poi il suo umorismo tutto toscano si coniuga col cipiglio da critica cinematografica con un bagaglio di notizie curiose sul mondo del cinema quasi sconfinato.

Con una nota a margine per la signora Higgins.

La signora Higgins altri non era che l’anziana dirimpettaia dei due inquilini. Era stata anche la dirimpettaia di James, quando viveva lì, e lui l’aveva reputata molto anziana già a quei tempi. La sua età presunta si attestava dunque intorno ai centoquattordici anni.

Ne consiglio caldamente la lettura, specie in questo periodo di depressioni da lockdown, e soprattutto perché i piccoli editori fanno più fatica a farsi strada, per cui il passaparola è ancora un’arma vincente. Buona lettura! 

[1] Qui apro una parentesi divertente il padre di James Murray è un racconta frottole inveterato, e anche questa è una delle sue, ma io ci sono cascata, sono propensa a credergli dopo tutto Hollywood e fitta di misteri e di leggende, anche se la storia ufficiale è un’altra  

Ilaria Mainardi è pisana di origine e cosmopolita per viaggi mentali. Da sempre appassionata – innamorata – di cinema, lo ha studiato per cercare di capirlo e non c’è riuscita. Da questa impasse è emerso un amore ancora più solido. L’altra sua più grande passione riguarda la drammaturgia in lingua inglese: da William Shakespeare a Martin McDonagh (che è anche uno dei suoi registi preferiti) passando per Enda Walsh e David Mamet. Sogna di vincere la Palma d’oro a Cannes per un film sceneggiato a sei mani con i fratelli Coen e di bere un caffè nero con David Lynch.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Les Flâneurs Edizioni.