:: Un’ intervista con Emanuele Termini a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2020 by

Stalin_Copertina_Provvisoria.qxp_Layout 1Benvenuto Emanuele sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ha esordito l’anno scorso con libro bellissimo, me lo lasci dire, dal titolo L’Acqua Alta e i denti del lupo, un’ indagine investigativa sui generis, svolta comunque in modo serio e scientifico, con tutte le armi dello storico che cerca documenti in favore di una tesi tutta da dimostrare. Come è nata l’idea di dedicarsi alla stesura di questo libro?

L’Acqua Alta e i denti del lupo è il mio primo libro, nato forse, credo, quasi per sbaglio. In realtà io non cercavo di scrivere un libro, cercavo di risolvere il mistero di Josif in Italia, il libro è arrivato dopo, quando la mia ricerca era, per così dire, finita. La storia di questo georgiano mi aveva incuriosito; quando arrivai alla presunta soluzione del mistero, decisi di trasformare la mia ricerca storica in un romanzo. Alla fine è stato definito un libro che non appartiene a nessun genere, o a molti generi insieme; io comunque sono ancora convinto di aver scritto un romanzo.

Già nel sottotitolo Josif Džugašvili a Venezia viene praticamente svelato ai lettori chi sarà il protagonista. Josif Džugašvili era il vero nome di colui che è conosciuto e passato alla storia principalmente con lo pseudonimo di Stalin. Le biografie principalmente approfondiscono il periodo istituzionale, diciamo, quando prese il potere. Il periodo precedente giovanile è piuttosto oscuro, soprattutto perché visse in clandestinità da giovane anarchico con la polizia segreta zarista che lo voleva catturare per sicuramente condannarlo a morte. Una vita pericolosa, in clandestinità, con documenti falsi, falsi nomi, inserito insomma nel fumoso mondo dei rivoluzionari e anarchici di inizio Novecento. Quindi già questo rende difficile l’indagine. Ma lei nella sua ricerca ha avuto proprio la sensazione che qualcuno abbia voluto volontariamente cancellare e nascondere traccia delle sue attività, ci sia stata una specie di congiura, di omertà diffusa, anche dopo quando svelare questi fatti non l’avrebbe più messo in pericolo?

Sul giovane Josif è stato scritto molto, la biografia più completa, più bella forse, è quella di Simon Sebag Montefiore; quasi un racconto, che aggiunge dettagli a quanto già si sapeva e traccia un profilo psicologico della sua infanzia e gioventù. La vita da clandestino rivoluzionario ha lasciato moltissime ombre sulla biografia del georgiano, subito dopo aver abbandonato il seminario iniziò, in modo molto scrupoloso, a nascondersi e a cancellare ogni sua traccia. Questo comportamento gli valse la sopravvivenza: molti dei suoi compagni rivoluzionari venivano catturati, esiliati o giustiziati.
Certo è che nel periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1953 non c’era molta voglia di approfondire nulla in merito alla vita di Josif. Omertà, propaganda ideologica, paura forse; nessuno voleva indagare, nel senso stretto del termine, per ricostruire dettagliatamente la vita di quest’uomo. Poi forse le cose sono cambiate, ma ormai molto di ciò che aveva fatto era andato perso, cancellato, omesso e il tempo ha fatto la sua parte. Cent’anni non sono molti, ma le testimonianze dirette non erano più disponibili. Scomparsi i suoi alleati e i suoi antagonisti diventò difficile ogni ricostruzione.
Io avevo la sensazione che ci fosse ancora qualcuno, davanti a me solo di qualche passo, ma intenzionato a non farmi scoprire nulla. Avevo letto molto su di lui, sulla prima parte della sua vita e la suggestione ha fatto la sua parte.

Quando ha sentito parlare per la prima volta di questa “leggenda”, del soggiorno a Venezia di Josif Džugašvili tra il febbraio e il marzo del 1907. Si ricorda il momento esatto?

Il momento esatto non lo ricordo, perché a Venezia è una storia che si racconta dai primi del Novecento e molto probabilmente mi è capitato più volte di sentire qualche racconto che la citasse. Ricordo però il momento esatto in cui questa storia mi ha incuriosito al punto da indurmi a scavare. È tutta colpa di Alberto Toso Fei, del suo “Misteri della laguna e racconti di streghe”. Alberto è riuscito a incuriosirmi al punto che la prima cosa che feci dopo aver letto il suo libro fu chiamarlo, per chiedergli se potevo continuare la sua ricerca.

È una leggenda veneziana dunque tramandatasi oralmente, sostenuta però storicamente da alcuni documenti tra cui forse il più significativo un articolo di due pagine comparso sul “Candido”, settimanale di Giovannino Guareschi, numero 51 del 22 dicembre del 1957 scritto dal giornalista romano Gustavo Traglia. Dunque Josif Džugašvili è stato davvero in Italia? Che prove aveva scoperto Gustavo Traglia?

Gustavo Traglia era la chiave per risolvere completamente questo mistero. Il suo lavoro in merito al viaggio del georgiano in Italia però era concentrato nel periodo in cui era meglio non indagare: a cavallo tra il 1940 e il 1950. Traglia morì improvvisamente, non fece in tempo a lasciare un testamento giornalistico, un archivio, nemmeno i suoi appunti sono stati trovati. Le prove di Traglia sono scomparse con lui; credo che aspettasse il momento migliore per pubblicare ancora, per tornare sulla carta stampata, magari con qualche dettaglio in più. Anche se morì nel 1958, cinque anni dopo Josif, gli anni Cinquanta rappresentavano ancora un ostacolo per chi voleva attaccare la politica russa.

Insomma secondo la figlia non era un giornalista che si inventava le notizie, e poi a suffragare l’importanza di questa indagine giornalistica sembra sia avvenuto un fatto che lega l’allora redattore dell’Unità, Pietro Ingrao, e il Traglia, vero? Ce ne può parlare?

Con Pietro Ingrao ero arrivato in tempo, l’allora direttore de L’Unità era ancora vivo quando tentai di contattarlo. Purtroppo però non ricordava quel fatto e forse era stata veramente una cosa di poco conto per lui. Forse solo un rimprovero, nemmeno severo, nei confronti di Traglia, per dissuaderlo dal continuare la sua ricerca. Io me li sono immaginati, con le loro idee opposte, mentre cercavano di imporsi a vicenda, nel tentativo di arrivare a una soluzione. Ingrao ebbe la meglio, riuscì a mettere a tacere Traglia, ma erano tenaci tutti e due e proseguirono ognuno per la propria strada. A volte mi capita di immaginare cosa sarebbe successo se Ingrao avesse concesso più libertà a Traglia: forse questa vicenda sarebbe sui libri di storia, occuperebbe qualche riga nella storia di Venezia. Il giornalista romano era affidabile, era uno di quelli che indagavano a fondo; molto probabilmente quel suo pregio è diventato, in quel periodo molto complicato, la sua condanna professionale.

Ha avuto l’idea che questo giovane anarchico georgiano in visita a Venezia avrebbe potuto anche non essere Josif Džugašvil?

Non ho mai pensato a questo. Un georgiano qualunque avrebbe di certo lasciato qualche traccia più evidente, non avrebbe avuto senso nascondersi. Avrebbe viaggiato utilizzando il suo vero nome probabilmente. Le date in ogni caso mi facevano tornare sempre al lavoro di Traglia e tutto coincideva, o meglio, tutto faceva pensare a quello che si sospettava. Il fatto che non si trovasse nessun documento ufficiale non faceva altro che confermare quello che si sapeva di Josif e di quel preciso periodo della sua vita.

Venezia è quasi un personaggio a sé nella sua storia. Una Venezia crepuscolare, silenziosa, rarefatta, fatta di calli segrete, lontana dalla Venezia turistica che tutti conosciamo, una Venezia che non si svela a chi come dice lei la visita una sola volta nella vita. Una Venezia anche senza tempo, simile forse a quella vista da Josif Džugašvili?

Quella che descrivo io è una Venezia che si può ammirare sempre, basta allontanarsi dal flusso di turisti che vanno sempre nella stessa direzione; a volte basta semplicemente cambiare calle e perdersi. La Venezia che ha visto Josif non era molto diversa, forse mancavano i grandi volumi di turisti a cui siamo abituati oggi, ma era comunque una città molto viva. Credo che Josif abbia visto lo stesso numero di presenze, composto però da un maggior numero di veneziani e un minor numero di turisti giornalieri. Mancavano le grandi navi, ma il commercio era molto sviluppato anche nei primi anni del secolo scorso. Josif non ha visto il campanile; un immagine di Venezia che nessuno di noi ha negli occhi. Piazza San Marco senza l’ombra del “paron de casa”, una vista della Basilica completamente diversa da quella che abbiamo noi.

Nel suo libro accenna al genocidio armeno. A San Lazzaro i monaci tengono in vita la cultura del popolo armeno, lei ha avuto modo di parlare con diversi monaci, ha idea che siano stati reticenti in qualche modo, che nascondessero un segreto, che essere accostati a Josif Džugašvili, dopo tutti questi anni per giunta, in qualche modo potesse ancora metterli in pericolo?

Non credo che ci sia stata una vera e propria reticenza; credo che i monaci mechitaristi non vogliano che il monastero di San Lazzaro diventi meta di un turismo diverso da quello religioso. L’isola rappresenta la cultura armena in Italia, ma è anche un luogo che gli abitanti dell’isola dedicano alla preghiera e alla formazione dei novizi.
Nell’isola di San Lazzaro sono custoditi sicuramente molti segreti; alcuni custoditi gelosamente dai monaci, altri che il tempo è riuscito a cancellare o a nascondere. La biblioteca, il vero tesoro armeno in laguna, sicuramente custodisce altri misteri; le stanze del monastero sono piene di tesori e di storia, quel posto nasconde tre secoli di cultura e di passaggi di uomini.
I monaci non si sentono in pericolo se accostati a questa storia, potrebbe però essere in pericolo il rispetto che si deve a quella che viene chiamata tutt’ora “La piccola Armenia”, alla sua pace e alla sua vocazione religiosa.

Che idea si è fatto lei personalmente del motivo per cui Josif Džugašvili si recò proprio a visitare quel luogo? Proprio la sua idea personale, anche non suffragata da testimonianze o documenti.

Credo che Josif fosse a conoscenza dell’isola di San Lazzaro, credo avesse dei contatti con qualche monaco conosciuto durante gli anni del seminario. Arrivato a Venezia, tappa quasi obbligatoria per chi arrivava dal mare e doveva dirigersi nel nord Europa, era l’unico posto dove poteva comunicare nella sua lingua e dove poteva organizzarsi per raggiungere la Germania.
Nel 1907 il georgiano di cui parliamo si era presentato a San Lazzaro e aveva probabilmente ricevuto l’accoglienza che i monaci riservavano a tutti i viaggiatori, ma né lui né i monaci di allora immaginavano cosa sarebbe successo una decina di anni dopo. Nessuno immaginava che quel ragazzo sarebbe diventato anni dopo uno degli uomini più importanti e influenti del secolo.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandola ancora del tempo che ci ha concesso mi piacerebbe ancora chiederle se sta attualmente scrivendo un nuovo libro, e di cosa tratterà.

Al momento leggo, raccolgo informazioni e studio, nella speranza che qualche storia mi colpisca e mi sproni a indagare.

:: Ben Pastor torna in libreria

5 febbraio 2020 by

Ben PastorUn aggiornamento per i molti amici di Ben Pastor che mi chiedono notizie delle sue prossime pubblicazioni in Italia.

Allora causa emergenza Covid 19 l’uscita prevista per metà marzo per Mondadori della prossima avventura di Elio Sparziano, dal titolo “La grande caccia“, è stata posticipata al 12 maggio.

Trama e cover blindatissime, ma appena so qualcosa vi aggiorno.

Poi l’autrice sta scrivendo proprio in questi giorni il nuovo libro della serie dedicata a Martin Bora. Come ci aveva precedentemente anticipato avrà al centro il dramma militare e umano che ha coinvolto centinaia di migliaia di soldati subito prima, durante e immediatamente dopo l’epocale battaglia di Stalingrado. Tedeschi, italiani, russi, romeni, ungheresi versarono il loro sangue in Russia tra il Don e il Volga nei sei mesi dall’agosto 1942 al gennaio 1943.

Dunque sarà La sinagoga degli zingari (sempre che confermino questo titolo), il prossimo libro della serie Bora in ordine di pubblicazione. Per la trama e i tempi naturalmente è ancora prematuro. Una volta terminato sarà necessario farlo tradurre in italiano, (ricordiamo l’autrice scrive in inglese) quindi così a grandi linee se ne parlerà verso l’autunno.

Per ora è tutto, ci sentiamo presto.

La fabbrica delle bambole di Elizabeth Macneal (Einaudi, 2019) a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2020 by

fabbricaL’Inghilterra vittoriana è ancora oggi un periodo storico amato e emblematico, un mondo non certo invidiabile, ma dove è nata la società come la conosciamo oggi, a cominciare dalla moderna industria letteraria, ed è per questo che ogni romanzo ambientato in quell’epoca colpisce e affascina e non ci si stanca mai di visitare quel tempo e quel luogo.
Iris Whittle, una spalla gobba e una sorella gemella, Rose, sfigurata dal vaiolo e che la odia senza motivo, lavora nell’emporio di bambole di Mrs Salter, dove dipinge ogni giorno volti di porcellana, ma ha altre aspirazioni, e di notte scende in cantina e dipinge, sperando un giorno di cambiare vita e magari mettere a frutto il suo vero talento, come ha fatto Lizzie Siddal, pittrice e modella di John Everett Millais e Dante Gabriele Rossetti.
Un giorno Louis Frost, un pittore della cerchia dei preraffaelliti inventato ad uso e consumo del libro ma ispirato a personaggi veramente esistiti, le propone di posare per lui in cambio di lezioni di pittura e Iris molla tutto, pur suscitando riprovazioni nella sua famiglia e presso la sua datrice di lavoro.
Iris non sa di aver suscitato un altro tipo di attenzioni, quelle di Silas Reed, tassidermista che paga a caro prezzo animali morti e che è ossessionato da lei, e sogna di averla in un suo paradiso malato tutta per sé, a qualsiasi costo. Su Iris veglia il generoso monello di strada Albie, che ha capito i rischi che corre e deve già occuparsi della sorella prostituta.
Sulla falsariga de Il petalo cremisi e il bianco di Michael Faber, di cui condivide il linguaggio realistico e la visione non certo idealizzante di un’epoca comunque interessante  ma tutto tranne che perfetta, ricca di lati oscuri e perversioni, La fabbrica delle bambole alterna romanzo storico, romanzo di formazione al femminile (e anche femminista) e thriller, affascinando con un intreccio serrato, in cui rivive un’epoca con tutte le sue contraddizioni e non solo.
Iris è un’eroina moderna in abiti ottocenteschi, una ragazza che sogna l’arte, una ribelle che porta avanti un progetto di vita tra spregio delle convenzioni e pericoli, a ricordare che certi problemi, come gli stalker, non sono certo un’invenzione di oggi. Gli altri personaggi ruotano intorno a lei, costruendo un affresco vivo e a tratti crudo, di una Londra tentacolare e ricca di spunti, con un occhio di riguardo per l’arte, incentrata sui preraffaelliti, che in questi ultimi anni sono diventati molto popolari anche qui in Italia, grazie a due mostre, una a Torino e una a Milano.
La fabbrica delle bambole è un romanzo per chiunque sia affascinato dall’Ottocento inglese, un’epoca emblematica e ricca sempre di spunti, ma anche un modo per scoprire il fascino con occhi moderni di una storia intrigante.

Elizabeth Macneal è nata a Edimburgo e vive a Londra. È scrittrice e ceramista. Ha studiato Letteratura inglese alla Oxford University e si è specializzata alla University of East Anglia. La fabbrica delle bambole, il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Caledonia Novel Award 2018, è stato inserito nella top ten del «Sunday Times» ed è stato venduto in trenta Paesi.

Provenienza: libro del recensore.

A Bologna torna Nerd Show a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2020 by

Nerd-Show-Bologna-2020-logo

Sabato 8 e domenica 9 febbraio Bologna ospita nel suo quartiere fieristico la terza edizione di Nerd Show, ormai irrinunciabile appuntamento per la zona e non solo dedicato a fumetto, videogioco e cultura ad essi legato.
Gli appassionati potranno districarsi in quattro padiglioni di 34 mila metri quadrati, tra fumetti, gadget, cosplayer, cinema, giochi da tavolo e di ruolo, videogames anche d’epoca oltre che di realtà virtuale, con la possibilità anche di sperimentare e provare.
Molti gli ospiti, a cominciare dai cantanti di canzoni di cartoni animati Giorgio Vanni sabato e domenica Cristina D’Avena con i Gem Boy, e i doppiatori dell’evento Voice of Nerds coordinato dal doppiatore e nerd Fabrizio Mazzotta che vede in scena Mino Caprio (C3PO in Star Wars, Peter Griffin, Kermit la Rana), Leonardo Graziano (Sheldon in The Big Bang Theory, Naruto nell’omonima serie), Carlo Valli (voce ufficiale di Robin Williams, direttore di doppiaggio e voce di Rex in Toy Story), Pietro Ubaldi (Doraemon, Hector Barbossa ne I Pirati dei Caraibi, Patrick Stella di Spongebob), Ivo de Palma (voce di Pegasus ne I Cavalieri dello Zodiaco, Mirko di Kiss Me Licia), Davide Perino (Elijah Wood e quindi Frodo ne Il Signore degli Anelli), Elena Perino (Captain Marvel), Mirko Fabbreschi (voce al canto di Gumball, Telespalla Bob, Clarence), Maura Cenciarelli (tra le altre voci, Meg Griffin), Renato Novara (“Rubber” di One Piece e Ted Mosby in How I Met Your Mother), Emanuela Ionica (Vaiana in Oceania e Robin di Stranger Things).
Nerd Show vuol dire anche fumetti, innanzitutto, e ci saranno 120 disegnatori nazionali e internazionali, con nomi come quelli di David Mack, Otto Schmidt, Gerald Parel, Mirka Andolfo, Mattia Labadessa.  Sono previsti workshop, conferenze e incontri e saranno presenti gli stand di case editrici quali Panini Comics, Bonelli, Shockdom, Cosmo, Star Comics e varie realtà indipendenti.
Spazio quest’anno alla fantascienza, con un occhio di riguardo a quella cinematografica e televisiva, con cult come Star Trek, Star Wars, Doctor Who, Ghostbusters con stand dedicati, associazioni e cosplayer.
Tra i vari stand, spazio per i giochi da tavolo, per i negozi di gadget e per le fumetterie e librerie, con novità e pezzi da collezione, in modo da mettere insieme più generazioni e gusti.
Nerd Show è aperto sabato e domenica dalle 10 alle 19, per ulteriori informazioni visitare il sito ufficiale. 

:: Violette di marzo di Philip Kerr (Fazi 2020) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2020 by

unnamedDopo tanta attesa sembra sia giunto finalmente il momento di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista, personaggio iconico del compianto scrittore scozzese Philip Kerr, morto a soli 62 anni nel 2018.
Fazi dà alle stampe Violette di marzo (March Violets, 1989) primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther, composta inoltre da Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), e Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991).
Il grande successo di questo personaggio portò l’autore a continuare la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), l’inedito in Italia Field Grey del 2010, La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), e gli ancora inediti in Italia A Man Without Breath del 2013, The Lady From Zagreb del 2015, The Other Side of Silence del 2016, Prussian Blue del 2017, Greeks Bearing Gifts del 2018, e l’ultimo, quattordicesimo della serie pubblicato postumo, Metropolis del 2019.
Speriamo che Fazi abbia il coraggio di pubblicare l’intera serie, facendo anche tradurre i romanzi ancora inediti, perché sicuramente merita. I lettori del blog sicuramente ricordano La notte di Praga, allora edito da Piemme, qui recensito ormai nel 2013.
Innanzitutto va fatta una premessa doverosa, per chi non conosce il personaggio e non ha ancora letto nessun romanzo della serie: linguaggio, temi e situazioni sono caratterizzati da una notevole crudezza e durezza che ben rispecchia il periodo storico trattato, e non risparmia quasi nulla all’immaginazione.
Insomma è una detective story storica con tocchi noir capaci di trasmettere tutta la brutalità e la violenza che si respirava in Germania durante il regime hitleriano. Sebbene naturalmente è una ricostruzione romanzata, l’attenzione storica è massima, e personaggi fittizi e realmente esistiti intrecciano i loro destini con una certa dose di naturalezza e autenticità.
Scritta in un periodo in cui la condanna del nazismo aveva ben poche voci discordanti, sicuramente Kerr si sarebbe stupito se fosse ancora vivo delle derive negazioniste di questi ultimi tempi, ci porta a riflettere oltre che su temi di interpretazione storica, anche su dubbi e dilemmi che toccano la nostra società e la natura umana più in generale. Spesso ci domandiamo come nascano le dittature, come la popolazione accetti di vivere adattandosi alla totale perdita della propria libertà e autodeterminazione, leggendo questa serie si ha un quadro molto preciso e realistico di tutto ciò.
Molto amato dai suoi colleghi, Philip Kerr, forse trascende il genere e porta il discorso ben oltre ai normali canoni di letteratura di genere tipicamente di intrattenimento e commerciale. Insomma si respira quel tipo di letteratura capace di essere a servizio di ideali più alti e a una precisa e vera presa di coscienza, se non collettiva, perlomeno individuale.
Leggendo soprattutto la seconda parte del romanzo, quella ambientata a Dachau, mi ha colpito una riflessione singolare che condivido con voi: sicuramente Philip Kerr non ha vissuto direttamente l’esperienza di un campo di concentramento tedesco, né era tedesco lui stesso, ma mi ha trasmesso la sensazione di quanta pietas i veri sopravvissuti abbiano nel raccontare le loro esperienze passate.
Ma torniamo al romanzo, Violette di marzo è ambientato nella Berlino del 1936. L’anno delle Olimpiadi che videro Jesse Owens vincere ben quattro medaglie d’oro sotto gli occhi di Hitler, quasi facendosi beffe delle teorie sulla cosiddetta razza superiore. Bernhard “Bernie” Gunther, reduce di guerra ed ex poliziotto, riciclatosi investigatore privato (Quasi su tutto, tranne i divorzi) specializzato in persone scomparse, viene assunto da Hermann Six, milionario magnate dell’acciaio (uno dei più grossi industriali della Ruhr) perché gli ritrovi una preziosissima collana di diamanti rubata, danno collaterale della morte della figlia Grete e del genero Paul Pfarr, uccisi nel loro letto a colpi di pistola, e poi dati alle fiamme.
Paul Pfarr era una delle cosiddette violette di marzo, termine dispregiativo con cui venivano etichettati coloro che aderirono al partito nazista solo in un secondo tempo, salendo letteralmente sul carro dei vincitori, e Bernie non tarda a scoprire che non era proprio in rapporti idilliaci con il suocero. Sarà l’inizio di un’indagine dura, serrata, imprevedibile soprattutto per il fatto che Hermann Six manco si sognava lontanamente che Bernie, seppure allettato dal gran mucchio di soldi dell’onorario, la prendesse così seriamente, pronto a tutto per scoprire la verità.
Sebbene la detection poliziesca sia il filo conduttore della storia quello che più colpisce è il quadro di insieme, quell’intreccio di corruzione e rassegnazione che ammorba la quasi totalità dei rapporti sociali, in un mondo in cui predominano i toni cupi della brutalità, della crudeltà e della violenza non solo delimitati nel sottobosco della criminalità.
Tutta la società tedesca del periodo sembra inquinata da questi rapporti di forza che danno campo libero ai potenti del periodo di giocare indisturbati le loro partite di potere. La rivalità tra Himmler e Goering non tarderà a stagliarsi sullo sfondo e a dettare i tempi dell’indagine, in cui Bernie si troverà quasi stritolato.
Antieroe di stampo classico, Bernhard “Bernie” Gunther, il cui umorismo amaro e sarcastico combatte la rassegnazione dilagante che si propaga tra gli altri berlinesi, non è esattamente uno stinco di santo: bevitore, donnaiolo, interessato soprattutto al proprio tornaconto e alla propria sopravvivenza, si insinua nelle pieghe della società e pur disprezzandola, si limita a manifestare il suo dissenso verbalmente (anche con un certo coraggio come quando apostrofa Heydrich) ma tuttavia inserito in un contesto di odio e sopraffazione, dove vince il più forte.
Buona lettura.
Traduzione di Patrizia Bernardini.

Philip Kerr, nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther – Violette di marzo (1989), Il criminale pallido (1990) e Un requiem tedesco (1991) –, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. Oltre alla trilogia è autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. I diritti della trilogia sono stati opzionati da Tom Hanks per una miniserie in coproduzione con HBO.

Source: epub inviato dall’editore. Ringraziamo Livia dell’Ufficio Stampa Fazi.

:: La signora del martedì di Massimo Carlotto (Edizioni E/O 2020) a cura di Federica Belleri

3 febbraio 2020 by

La signora del martedì Massimo CarlottoMassimo Carlotto torna in libreria con un romanzo completo, ricco e come sempre molto attuale. Una storia legata a personaggi speciali e al mestiere di vivere. Ma vivere cosa? Una vita diversa, forse. Una vita migliore, si spera. Una vita dove non vengano presi in giro, additati, costretti a mentire a se stessi e agli altri. Perché non è facile essere un porno attore che deve salutare per sempre la scena. Non è facile essere una donna etichettata come assassina e puttana. Non lo è sentirsi femmina nel corpo di un uomo. Non è semplice nascondersi dietro un’ora di sesso senza coinvolgere i sentimenti.
L’autore ci racconta la solitudine e la paura di non sapersi prendere cura della propria salute. I legami famigliari, complicati e spesso falsi. Le amicizie, iniziate quasi per caso, che si modificano nel tempo e si intrecciano. La voglia di fuggire cercando di dimenticare tutto. I sogni quasi impossibili da afferrare.
Ma ci racconta anche di un territorio che sta scordando la tradizione per spostarsi verso il grande mercato. Un territorio sempre più malandato a causa dell’inquinamento. La prostituzione e la droga sempre presenti. La crescita a dismisura dei social, che etichettano e denigrano. Il giornalismo come arma potente per buttare fango dove non serve. La giustizia, con i suoi tempi e modalità a volte assurdi.
Ma, alla base, una bellissima scrittura. Fluida, interessata, sentita. L’amore e le emozioni malinconiche che prevalgono. La musica, sempre presente nei libri di Carlotto e i distillati, descritti con parole poetiche. E il caso, da non dimenticare. In grado di dare inizio a tutto, confondendo strade e idee.
Un romanzo ottimo. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto: Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006), La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (Premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria Premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi (Premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (Premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007), Cristiani di Allah (2008), Perdas de Fogu con i Mama Sabot (Premio Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009), L’amore del bandito (2010), Alla fine di un giorno noioso (2011), Il mondo non mi deve nulla (2014), la fiaba La via del pepe, con le illustrazioni di Alessandro Sanna (2014), La banda degli amanti (2015), Per tutto l’oro del mondo (2016) e Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane (2017).
Sempre per le Edizioni E/O cura la collezione Sabot/age.
Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz).
Per Rizzoli ha pubblicato nel 2016 Il Turista.
I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

Source: acquisto del recensore.

:: Mary Higgins Clark (New York, 24 dicembre 1927 – Naples, 31 gennaio 2020)

2 febbraio 2020 by

gettyimages-52691512

Red Girls di Sakuraba Kazuki (E/O, 2019) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2020 by

cover_9788833571584__id2994_w600_t1562752022__1xA oltre dieci anni dall’uscita in Giappone, è arrivato in Italia Red Girls di Sakuraba Kazuki, una saga al femminile attraverso tre generazioni di donne, vissute nel Paese del Sol levante dal dopoguerra ad oggi, tra tradizione e modernità, interessante da vari punti di vista e non solo perché immerge in un mondo che ormai non viene sentito tanto lontano.
La prima donna che incontriamo è Man’yō, una bambina lasciata da una popolazione che ancora negli anni Quaranta del secolo scorso viveva in maniera nomade sui monti, adottata da una coppia nel villaggio di Benimidori: Man’yō ha il dono della preveggenza, e purtroppo scopre prima che persone a lei care moriranno, un segreto che deve tenere nascosto e non è il solo: la sua vita si incrocia con quella della ricca e potente famiglia Akakuchiba, proprietaria di un’importante fonderia sulle montagne che ha cambiato il volto alla zona introducendo la modernità in mezzo a una società ferma al passato, e del suo complicato erede, una delle tante persone di cui la ragazza vedrà la fine.
Man’yō ha una figlia Kemari, ragazza ribelle che cresce nel Giappone anni Settanta, diventando per diverso tempo parte di una banda di motocicliste che scorrazza in zona, salvo poi raccontare la sua esperienza in un manga che diventa popolarissimo, consacrandola tra le migliori autrici della sua generazione, una fama che brucerà e avvolgerà la sua vita.
Tōko è la figlia di Kemari, l’io narrante della storia, una giovane donna che si autoproclama inutile, come molte altre persone della sua generazione: non ha ereditato le facoltà della nonna e il talento artistico della madre, e nel cercare di ricostruire le loro storie cercherà un posto nel mondo, ma anche di risolvere il mistero legato a Man’yō che poco prima di morire ha detto Sono un’assassina.
Una storia al femminile, che racconta con atmosfere sognanti ma sguardo attento alla realtà, i cambiamenti di un Paese che è passato da un mondo agricolo legato a leggende e folklore ad essere una potenza moderna, senza dimenticare però la sua anima, cambiamenti che hanno toccato le donne, anche lì alle prese con una difficile affermazione di sé, aiutata comunque anche dalla creatività e della cultura pop, che in manga e anime ha trovato un elemento molto importante.
Nelle pagine di Red Girls si parla di industrializzazione e isolamento sociale, degli hikikomori e degli otaku, di tradizioni e modernità, del rapporto tra città e campagna, in una storia per cui l’autrice, come respiro, si è ispirata più che ai suoi connazionali, a maestri del realismo magico come Gabriel Garcia Marquez e Isabel Allende.
Un libro comunque per chi ama il Giappone di ieri e di oggi, a cominciare da quello legato a manga e anime, ma anche una saga familiare insolita e affascinante, dove si parla di lutto, gioia, legami, affetti, creatività, voglia di vivere, ricerca della verità e scoperta del mondo.

Sakuraba Kazuki è nata nel 1971 e ha iniziato la sua carriera al college, scrivendo sceneggiature e fanfiction ispirate ai videogiochi. Con Red Girls ha vinto il Mystery Writers of Japan Awards. Per My Man, un racconto sull’amore incestuoso tra un padre e una figlia, ha vinto il Naoki Prize nel 2008. È conosciuta per essere una nota bibliofila e legge più di 400 libri l’anno.

Provenienza: libro del recensore.

A Novegro il Festival del Fumetto a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2020 by

COPERTINA-HOME-FDF-FEBBRAIO-2020

Il 1 e 2 febbraio si inaugura il nuovo anno di fiere dedicate al fumetto e alla cultura nerd con l’atteso Festival del Fumetto, ospitato presso il Parco Esposizioni di Novegro, vicino a Milano, nella sua edizione invernale.
Il Festival si snoda su oltre 20mila metri quadri, proponendo tutte le sfumature di mondi e immaginari che uniscono più generazioni, tra personaggi di ieri e di oggi e vari modi di narrare storie, tra fumetti, libri, film, serie TV, videogiochi e altro ancora. All’interno del Festival si potranno acquistare libri e fumetti nuovi o d’occasione, gadgets, giocattoli, action figures, cards, abbigliamento, cibo, oltre che conoscere illustratori, autori e case editrici.
Tra le novità di questa edizione un’area videogames con la realtà virtuale, un villaggio dedicato ai cosplayer, una sezione sull’horror in tutte le sue forme, vari stage e lezioni di fumetti, una sezione tutta sul Giappone ed eventi sul k pop, la musica dalla Corea del Sud alla conquista del mondo.
Nello specifico i padiglioni saranno organizzati in questo modo: in quello A cibo occidentale e orientale, da mangiare sul posto dopo aver girato per un po’ ma anche da portare a casa, nel padiglione B l’area sui giochi e quella su manga, anime e cultura ad essi collegati, con possibilità di scoprire o riscoprire quanto Giappone c’è nei suoi fumetti e cartoni animati. Il padiglione C presenta gli stand espositivi di librerie, fumetterie, editori, autori, l’area videogames, lo spazio della Scuola di Fumetto di Milano e le purikura, le cabine dal Giappone per farsi al momento foto buffe o kawaii.
Il padiglione D è tutto per i cosplayer, con stand, palco, guardaroba, mentre il padiglione E ospita il raduno nazionale dei fan di Harry Potter, l’amatissima saga fantastica sia letteraria che cinematografica, che ha fatto scoprire ai giovanissimi il piacere della lettura, con stand, cosplayer, eventi, conferenze in tema Hogwards, tutto a cura di Giratempo.web e della Lipu, che porta in fiera vari gufi da incontrare e conoscere.
Per il programma completo visitare il sito ufficiale della manifestazione.

La sapienza segreta delle api, Pamela Lyndon Travers, (Liberilibri 2019) A cura di Viviana Filippini

30 gennaio 2020 by

La sapienza segreta delle api verdeAlmeno una volta nella vita, abbiamo visto il film “Mary Poppins” con Julie Andrews. La fata bambinaia che arriva a Londra volando con l’ombrellino è ben nota, ma la sua autrice Pamela Lyndon Travers, nata in Australia da genitori di origine irlandese, scrisse altri libri, tra i quali “La sapienza segreta delle api”, edito in Italia da Liberilibri. Il volume non è un romanzo, ma un saggio contente diversi testi tratti da conferenze e articoli che l’autrice pubblicò su diverse riviste e giornali tra la seconda metà degli anni Sessanta e  Ottanta del 1900. La Travers la conosciamo appunto perché scrisse “Mary Poppins”, trasformato poi in film da Walt Disney e, pensate, che il produttore di cartoni animati impiegò davvero parecchio tempo (anni) per avere dall’autrice i diritti per la produzione. Di certo, da questo volume uscito nel 2019 capiamo che la Travers aveva un carattere forte, deciso. Era una donna colta, con precisa volontà di indipendenza e con ben chiaro quello che i suoi scritti dovevano comunicare. Non a caso, le sue lacrime alla prima del film di Disney, come riportano i bene informati, non furono di gioia, ma di disperazione per come il vero senso della sua vicenda di Mary Poppins venne modificato in funzione di un esagerato buonismo. Il volume pubblicato da Liberilibri ha in sé diverse tematiche approfondite in modo peculiare della scrittrice che amava leggere, scrivere, riflettere, bevendo tè, rum, punch e anche del whiskey. Nel volume si trovano pagine dedicate al valore segreto e nascosto delle api, a quel loro essere simbolo della vita e animale sacro in varie tradizioni,  ritenuto portatore e custode di una conoscenza segreta nella quale ci sarebbero miti, simboli, leggende, fiabe, rituali e tradizioni. Non solo, la scrittrice si concentra sul ruolo fondamentale sulla connessione che l’uomo ha con ciò che lo circonda e lo vede come qualcosa di importante per comprendere i legami che l’io del presente possiede con il contesto dove vive e con le tradizioni che in esso sono presenti. Da questo tema il passo al Mito è breve e la Travers porta noi lettori alla scoperta della sua indagine dove esso è un fattore culturale che si tramanda nel corso del tempo, che è verisimile alla realtà, ma ha delle peculiarità che lo rendono anche diverso da essa. L’autrice evidenzia come il Mito e quegli elementi archetipi che lo determinano ritornano nelle tante storie scritte e narrate. Non a caso l’autrice ci espone la sua idea sulle fiabe, su quelle categorie universali, veri e propri elementi codificati (eroe, antagonista, l’aiutante, l’evento scatenante) che tornano sempre in esse e che diventano degli standard fondamentali per costruire una buona storia nel momento in cui viene messa per iscritta. La Travers fa anche notare che le fiabe, storie per bambini e adulti, in molte occasioni sono state caratterizzate da un buonismo e da un lieto fine costruito ad hoc, che ha però preso le distanze dalle loro versioni originarie. Questo modificare per dare solo e sempre messaggi postivi non è molto apprezzato dalla scrittrice, perché è vero che le fiabe sono opere di fantasia, ma esse affondano le radici nella realtà vera e, se ci pensiamo bene, essa non sempre è bella. “La sapienza segreta delle api” della Travers è un viaggio nella mente e nelle parole dell’autrice, nelle sue indagini culturali, folcloriche, negli incontri con i grandi letterati irlandesi e in quel suo voler approfondire sempre il significato nascosto e segreto delle cose. Testo curato da Cesare Catà.

Pamela L. Travers (Maryborough, Australia, 1899- Londra 1996). Nome d’arte di Helen Lyndon Goff, nacque in Australia da genitori irlandesi. È universalmente nota per la serie di romanzi fantastici con protagonista Mary Poppins. Folklorista e studiosa di mitografia comparata, s’interessò inoltre al bud­dismo zen e studiò sul campo le tradizioni degli indiani d’America. Fu allieva di Gurdjieff e subì l’influenza di W.B.Yeats e G.W.Russell, che la introdussero nei circoli letterari irlandesi e inter­nazionali. Morì nubile nella capitale britannica, all’età di 97 anni.

Source richiesto all’editore. Grazie a Maria Stefani Gelsomini dell’ufficio stampa Liberilibri.

:: Conosci la natura: il Gufo e la Volpe di Renne (Gallucci editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2020 by

Dopo l’Orso e il Lupo, è la volta di la Volpe e il Gufo, rispettivamente terzo e quarto volume della serie Nella Natura Incontaminata, edita da Gallucci, collezione cartonata di libri per bambini, che avvicina i più piccoli al mondo della natura e degli animali.
Scritti e disegnati da Renne, vero nome Renée Rahir, illustratrice belga di indubbio talento, capace di unire una spiccata vena poetica a una grande attenzione per i dettagli, gli albi sono indubbiamente bellissimi, e soprattutto utili per ricerche scolastiche e svago.
Insegnano ai bambini dove vivono gli animali, che aspetto hanno, come trascorrono le loro giornate, cosa mangiano, e tante altre piccole e grandi curiosità.
Spesso i bambini possono vedere gli animali selvatici solo allo zoo o nei documentari (forse più indicati per gli adulti), grazie a queste illustrazioni invece avranno modo di vederli, illuminati dalla fantasia, nei loro ambienti naturali simpaticamente accompagnati da didascalie puntuali ed esaustive.
Da bambina amavo disegnare e colorare coi pastelli i miei disegni, queste illustrazioni si prestano ad essere copiate dai più piccoli sviluppando oltre alle loro conoscenze anche il loro talento artistico.
Traduzione dal nederlandese di Claudia Cozzi. Consigliato dai 5 anni in poi.

Renée Rahir (in arte Renne) ha frequentato l’istituto Saint-Luc di Liegi. Ha cominciato con i fumetti, pubblicando le sue storie sulla celebre rivista «Tintin», ma notissime sono anche le sue illustrazioni per bambini e quelle di ambientazione naturalistica.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Gallucci.

:: La casa delle voci di Donato Carrisi (Longanesi, 2019) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2020 by

La casa delle voci di Donato CarrisiCome sempre la cosa che più affascina Donato Carrisi, come tutti i creatori di thriller spiccatamente psicologici, è la mente umana, i suoi misteri, i suoi abissi, la paura e l’inquietudine che sa contenere, e questa volta nel suo nuovo libro La casa delle voci, edito da Longanesi, non tradisce la sua vocazione di indagatore della psiche.
Protagonista è Pietro Gerber, un addormentatore di bambini, un particolare psicologo che cura con l’ipnosi piccoli pazienti vittime quasi sempre di abusi difficilmente razionalizzabili. La sua maggiore abilità è mettere a loro agio i piccoli, conquistandone la fiducia, e il permesso a entrare nelle loro menti ancora tenere e non contaminate dalle impalcature comportamentali degli adulti.
Quando per puro caso una collega australiana gli telefona chiedendogli aiuto Pietro Gerber esita, questa volta dovrebbero prendere in cura un’adulta, tormentata dalla paura di aver ucciso da bambina il fratellino, Ado.
Hanna Hall, questo è il nome della donna, arriva a Firenze dove Gerber vive e lavora, decisa a scoprire se i suoi incubi sono reali, se esiste davvero un casale nella campagna toscana dove è sepolto il fratellino. Gerber la incontra e subito è colpito da qualcosa di oscuro e irrazionale. La donna sembra conoscerlo, sembra conoscere i lati più nascosti della sua psiche, la sua famiglia, le sue paure. Riuscirà ad aiutarla?
Così inizia il romanzo, e come succede tutte le volte che si parla di un thriller è davvero difficile commentarlo senza anticipare troppo al lettore, cercherò comunque di non svelarvi i punti nodali della storia e mi limiterò a descrivervi le sensazioni che mi ha ispirato.
Innanzitutto è un libro ben strutturato, Carrisi si vede parla di cose che ben conosce, è specializzato in criminologia e scienza del comportamento, cose che ha studiato approfonditamente, sebbene drammatizzi la vicenda per esigenze narrative cerca di essere il più possibile misurato quando parla di psicosi, malattie mentali, disturbi del comportamento.
L’ipnosi poi è una materia affascinante, che si presta a diventare materiale per racchiudere continui colpi di scena e scavi psicologici. La memoria, la capacità di distinguere ricordi reali, da ricordi surrogati o fittizi, tutto concorre a creare quel pathos, quel mistero che crea inquietudine e nello stesso modo dà modo di trovare soluzioni perfettamente razionali ad ogni avvenimento.
Pietro Gerber è un bel personaggio, autentico, sincero, molto umano e dotato di grande sensibilità, molto competente nel suo lavoro e nello stesso tempo non privo di una certa fragilità che sembra nascere da un rapporto irrisolto con il padre.
Hanna Hall poi è una donna misteriosa, il suo passato, la sua infanzia l’ hanno resa un’adulta speciale, capace anch’essa di grande empatia. Il legame che si crea tra Hanna e Gerber si rafforza man mano che si avanza nella lettura e racchiude secondo me il principale lato positivo del romanzo.
Le sedute di ipnosi, in cui Hanna torna nella casa delle voci del titolo, poi racchiudono la giusta dose di inquietudine, che non lascia indifferenti.
Un ottimo thriller psicologico dunque, con venature horror, e un finale da antologia che lascerà spiazzati anche i lettori più esigenti.
Buona lettura!

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombreL’uomo del labirinto, La ragazza nella nebbia, dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente, Il gioco del suggeritore. In uscita nell’autunno 2019 il film diretto da Donato Carrisi e tratto da L’uomo del labirinto.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.