Benvenuto Emanuele sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ha esordito l’anno scorso con libro bellissimo, me lo lasci dire, dal titolo L’Acqua Alta e i denti del lupo, un’ indagine investigativa sui generis, svolta comunque in modo serio e scientifico, con tutte le armi dello storico che cerca documenti in favore di una tesi tutta da dimostrare. Come è nata l’idea di dedicarsi alla stesura di questo libro?
L’Acqua Alta e i denti del lupo è il mio primo libro, nato forse, credo, quasi per sbaglio. In realtà io non cercavo di scrivere un libro, cercavo di risolvere il mistero di Josif in Italia, il libro è arrivato dopo, quando la mia ricerca era, per così dire, finita. La storia di questo georgiano mi aveva incuriosito; quando arrivai alla presunta soluzione del mistero, decisi di trasformare la mia ricerca storica in un romanzo. Alla fine è stato definito un libro che non appartiene a nessun genere, o a molti generi insieme; io comunque sono ancora convinto di aver scritto un romanzo.
Già nel sottotitolo Josif Džugašvili a Venezia viene praticamente svelato ai lettori chi sarà il protagonista. Josif Džugašvili era il vero nome di colui che è conosciuto e passato alla storia principalmente con lo pseudonimo di Stalin. Le biografie principalmente approfondiscono il periodo istituzionale, diciamo, quando prese il potere. Il periodo precedente giovanile è piuttosto oscuro, soprattutto perché visse in clandestinità da giovane anarchico con la polizia segreta zarista che lo voleva catturare per sicuramente condannarlo a morte. Una vita pericolosa, in clandestinità, con documenti falsi, falsi nomi, inserito insomma nel fumoso mondo dei rivoluzionari e anarchici di inizio Novecento. Quindi già questo rende difficile l’indagine. Ma lei nella sua ricerca ha avuto proprio la sensazione che qualcuno abbia voluto volontariamente cancellare e nascondere traccia delle sue attività, ci sia stata una specie di congiura, di omertà diffusa, anche dopo quando svelare questi fatti non l’avrebbe più messo in pericolo?
Sul giovane Josif è stato scritto molto, la biografia più completa, più bella forse, è quella di Simon Sebag Montefiore; quasi un racconto, che aggiunge dettagli a quanto già si sapeva e traccia un profilo psicologico della sua infanzia e gioventù. La vita da clandestino rivoluzionario ha lasciato moltissime ombre sulla biografia del georgiano, subito dopo aver abbandonato il seminario iniziò, in modo molto scrupoloso, a nascondersi e a cancellare ogni sua traccia. Questo comportamento gli valse la sopravvivenza: molti dei suoi compagni rivoluzionari venivano catturati, esiliati o giustiziati.
Certo è che nel periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1953 non c’era molta voglia di approfondire nulla in merito alla vita di Josif. Omertà, propaganda ideologica, paura forse; nessuno voleva indagare, nel senso stretto del termine, per ricostruire dettagliatamente la vita di quest’uomo. Poi forse le cose sono cambiate, ma ormai molto di ciò che aveva fatto era andato perso, cancellato, omesso e il tempo ha fatto la sua parte. Cent’anni non sono molti, ma le testimonianze dirette non erano più disponibili. Scomparsi i suoi alleati e i suoi antagonisti diventò difficile ogni ricostruzione.
Io avevo la sensazione che ci fosse ancora qualcuno, davanti a me solo di qualche passo, ma intenzionato a non farmi scoprire nulla. Avevo letto molto su di lui, sulla prima parte della sua vita e la suggestione ha fatto la sua parte.
Quando ha sentito parlare per la prima volta di questa “leggenda”, del soggiorno a Venezia di Josif Džugašvili tra il febbraio e il marzo del 1907. Si ricorda il momento esatto?
Il momento esatto non lo ricordo, perché a Venezia è una storia che si racconta dai primi del Novecento e molto probabilmente mi è capitato più volte di sentire qualche racconto che la citasse. Ricordo però il momento esatto in cui questa storia mi ha incuriosito al punto da indurmi a scavare. È tutta colpa di Alberto Toso Fei, del suo “Misteri della laguna e racconti di streghe”. Alberto è riuscito a incuriosirmi al punto che la prima cosa che feci dopo aver letto il suo libro fu chiamarlo, per chiedergli se potevo continuare la sua ricerca.
È una leggenda veneziana dunque tramandatasi oralmente, sostenuta però storicamente da alcuni documenti tra cui forse il più significativo un articolo di due pagine comparso sul “Candido”, settimanale di Giovannino Guareschi, numero 51 del 22 dicembre del 1957 scritto dal giornalista romano Gustavo Traglia. Dunque Josif Džugašvili è stato davvero in Italia? Che prove aveva scoperto Gustavo Traglia?
Gustavo Traglia era la chiave per risolvere completamente questo mistero. Il suo lavoro in merito al viaggio del georgiano in Italia però era concentrato nel periodo in cui era meglio non indagare: a cavallo tra il 1940 e il 1950. Traglia morì improvvisamente, non fece in tempo a lasciare un testamento giornalistico, un archivio, nemmeno i suoi appunti sono stati trovati. Le prove di Traglia sono scomparse con lui; credo che aspettasse il momento migliore per pubblicare ancora, per tornare sulla carta stampata, magari con qualche dettaglio in più. Anche se morì nel 1958, cinque anni dopo Josif, gli anni Cinquanta rappresentavano ancora un ostacolo per chi voleva attaccare la politica russa.
Insomma secondo la figlia non era un giornalista che si inventava le notizie, e poi a suffragare l’importanza di questa indagine giornalistica sembra sia avvenuto un fatto che lega l’allora redattore dell’Unità, Pietro Ingrao, e il Traglia, vero? Ce ne può parlare?
Con Pietro Ingrao ero arrivato in tempo, l’allora direttore de L’Unità era ancora vivo quando tentai di contattarlo. Purtroppo però non ricordava quel fatto e forse era stata veramente una cosa di poco conto per lui. Forse solo un rimprovero, nemmeno severo, nei confronti di Traglia, per dissuaderlo dal continuare la sua ricerca. Io me li sono immaginati, con le loro idee opposte, mentre cercavano di imporsi a vicenda, nel tentativo di arrivare a una soluzione. Ingrao ebbe la meglio, riuscì a mettere a tacere Traglia, ma erano tenaci tutti e due e proseguirono ognuno per la propria strada. A volte mi capita di immaginare cosa sarebbe successo se Ingrao avesse concesso più libertà a Traglia: forse questa vicenda sarebbe sui libri di storia, occuperebbe qualche riga nella storia di Venezia. Il giornalista romano era affidabile, era uno di quelli che indagavano a fondo; molto probabilmente quel suo pregio è diventato, in quel periodo molto complicato, la sua condanna professionale.
Ha avuto l’idea che questo giovane anarchico georgiano in visita a Venezia avrebbe potuto anche non essere Josif Džugašvil?
Non ho mai pensato a questo. Un georgiano qualunque avrebbe di certo lasciato qualche traccia più evidente, non avrebbe avuto senso nascondersi. Avrebbe viaggiato utilizzando il suo vero nome probabilmente. Le date in ogni caso mi facevano tornare sempre al lavoro di Traglia e tutto coincideva, o meglio, tutto faceva pensare a quello che si sospettava. Il fatto che non si trovasse nessun documento ufficiale non faceva altro che confermare quello che si sapeva di Josif e di quel preciso periodo della sua vita.
Venezia è quasi un personaggio a sé nella sua storia. Una Venezia crepuscolare, silenziosa, rarefatta, fatta di calli segrete, lontana dalla Venezia turistica che tutti conosciamo, una Venezia che non si svela a chi come dice lei la visita una sola volta nella vita. Una Venezia anche senza tempo, simile forse a quella vista da Josif Džugašvili?
Quella che descrivo io è una Venezia che si può ammirare sempre, basta allontanarsi dal flusso di turisti che vanno sempre nella stessa direzione; a volte basta semplicemente cambiare calle e perdersi. La Venezia che ha visto Josif non era molto diversa, forse mancavano i grandi volumi di turisti a cui siamo abituati oggi, ma era comunque una città molto viva. Credo che Josif abbia visto lo stesso numero di presenze, composto però da un maggior numero di veneziani e un minor numero di turisti giornalieri. Mancavano le grandi navi, ma il commercio era molto sviluppato anche nei primi anni del secolo scorso. Josif non ha visto il campanile; un immagine di Venezia che nessuno di noi ha negli occhi. Piazza San Marco senza l’ombra del “paron de casa”, una vista della Basilica completamente diversa da quella che abbiamo noi.
Nel suo libro accenna al genocidio armeno. A San Lazzaro i monaci tengono in vita la cultura del popolo armeno, lei ha avuto modo di parlare con diversi monaci, ha idea che siano stati reticenti in qualche modo, che nascondessero un segreto, che essere accostati a Josif Džugašvili, dopo tutti questi anni per giunta, in qualche modo potesse ancora metterli in pericolo?
Non credo che ci sia stata una vera e propria reticenza; credo che i monaci mechitaristi non vogliano che il monastero di San Lazzaro diventi meta di un turismo diverso da quello religioso. L’isola rappresenta la cultura armena in Italia, ma è anche un luogo che gli abitanti dell’isola dedicano alla preghiera e alla formazione dei novizi.
Nell’isola di San Lazzaro sono custoditi sicuramente molti segreti; alcuni custoditi gelosamente dai monaci, altri che il tempo è riuscito a cancellare o a nascondere. La biblioteca, il vero tesoro armeno in laguna, sicuramente custodisce altri misteri; le stanze del monastero sono piene di tesori e di storia, quel posto nasconde tre secoli di cultura e di passaggi di uomini.
I monaci non si sentono in pericolo se accostati a questa storia, potrebbe però essere in pericolo il rispetto che si deve a quella che viene chiamata tutt’ora “La piccola Armenia”, alla sua pace e alla sua vocazione religiosa.
Che idea si è fatto lei personalmente del motivo per cui Josif Džugašvili si recò proprio a visitare quel luogo? Proprio la sua idea personale, anche non suffragata da testimonianze o documenti.
Credo che Josif fosse a conoscenza dell’isola di San Lazzaro, credo avesse dei contatti con qualche monaco conosciuto durante gli anni del seminario. Arrivato a Venezia, tappa quasi obbligatoria per chi arrivava dal mare e doveva dirigersi nel nord Europa, era l’unico posto dove poteva comunicare nella sua lingua e dove poteva organizzarsi per raggiungere la Germania.
Nel 1907 il georgiano di cui parliamo si era presentato a San Lazzaro e aveva probabilmente ricevuto l’accoglienza che i monaci riservavano a tutti i viaggiatori, ma né lui né i monaci di allora immaginavano cosa sarebbe successo una decina di anni dopo. Nessuno immaginava che quel ragazzo sarebbe diventato anni dopo uno degli uomini più importanti e influenti del secolo.
Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandola ancora del tempo che ci ha concesso mi piacerebbe ancora chiederle se sta attualmente scrivendo un nuovo libro, e di cosa tratterà.
Al momento leggo, raccolgo informazioni e studio, nella speranza che qualche storia mi colpisca e mi sproni a indagare.
Un aggiornamento per i molti amici di Ben Pastor che mi chiedono notizie delle sue prossime pubblicazioni in Italia.
L’Inghilterra vittoriana è ancora oggi un periodo storico amato e emblematico, un mondo non certo invidiabile, ma dove è nata la società come la conosciamo oggi, a cominciare dalla moderna industria letteraria, ed è per questo che ogni romanzo ambientato in quell’epoca colpisce e affascina e non ci si stanca mai di visitare quel tempo e quel luogo.
Dopo tanta attesa sembra sia giunto finalmente il momento di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista, personaggio iconico del compianto scrittore scozzese Philip Kerr, morto a soli 62 anni nel 2018.
Massimo Carlotto torna in libreria con un romanzo completo, ricco e come sempre molto attuale. Una storia legata a personaggi speciali e al mestiere di vivere. Ma vivere cosa? Una vita diversa, forse. Una vita migliore, si spera. Una vita dove non vengano presi in giro, additati, costretti a mentire a se stessi e agli altri. Perché non è facile essere un porno attore che deve salutare per sempre la scena. Non è facile essere una donna etichettata come assassina e puttana. Non lo è sentirsi femmina nel corpo di un uomo. Non è semplice nascondersi dietro un’ora di sesso senza coinvolgere i sentimenti.
A oltre dieci anni dall’uscita in Giappone, è arrivato in Italia Red Girls di Sakuraba Kazuki, una saga al femminile attraverso tre generazioni di donne, vissute nel Paese del Sol levante dal dopoguerra ad oggi, tra tradizione e modernità, interessante da vari punti di vista e non solo perché immerge in un mondo che ormai non viene sentito tanto lontano.
Almeno una volta nella vita, abbiamo visto il film “Mary Poppins” con Julie Andrews. La fata bambinaia che arriva a Londra volando con l’ombrellino è ben nota, ma la sua autrice Pamela Lyndon Travers, nata in Australia da genitori di origine irlandese, scrisse altri libri, tra i quali “La sapienza segreta delle api”, edito in Italia da Liberilibri. Il volume non è un romanzo, ma un saggio contente diversi testi tratti da conferenze e articoli che l’autrice pubblicò su diverse riviste e giornali tra la seconda metà degli anni Sessanta e Ottanta del 1900. La Travers la conosciamo appunto perché scrisse “Mary Poppins”, trasformato poi in film da Walt Disney e, pensate, che il produttore di cartoni animati impiegò davvero parecchio tempo (anni) per avere dall’autrice i diritti per la produzione. Di certo, da questo volume uscito nel 2019 capiamo che la Travers aveva un carattere forte, deciso. Era una donna colta, con precisa volontà di indipendenza e con ben chiaro quello che i suoi scritti dovevano comunicare. Non a caso, le sue lacrime alla prima del film di Disney, come riportano i bene informati, non furono di gioia, ma di disperazione per come il vero senso della sua vicenda di Mary Poppins venne modificato in funzione di un esagerato buonismo. Il volume pubblicato da Liberilibri ha in sé diverse tematiche approfondite in modo peculiare della scrittrice che amava leggere, scrivere, riflettere, bevendo tè, rum, punch e anche del whiskey. Nel volume si trovano pagine dedicate al valore segreto e nascosto delle api, a quel loro essere simbolo della vita e animale sacro in varie tradizioni, ritenuto portatore e custode di una conoscenza segreta nella quale ci sarebbero miti, simboli, leggende, fiabe, rituali e tradizioni. Non solo, la scrittrice si concentra sul ruolo fondamentale sulla connessione che l’uomo ha con ciò che lo circonda e lo vede come qualcosa di importante per comprendere i legami che l’io del presente possiede con il contesto dove vive e con le tradizioni che in esso sono presenti. Da questo tema il passo al Mito è breve e la Travers porta noi lettori alla scoperta della sua indagine dove esso è un fattore culturale che si tramanda nel corso del tempo, che è verisimile alla realtà, ma ha delle peculiarità che lo rendono anche diverso da essa. L’autrice evidenzia come il Mito e quegli elementi archetipi che lo determinano ritornano nelle tante storie scritte e narrate. Non a caso l’autrice ci espone la sua idea sulle fiabe, su quelle categorie universali, veri e propri elementi codificati (eroe, antagonista, l’aiutante, l’evento scatenante) che tornano sempre in esse e che diventano degli standard fondamentali per costruire una buona storia nel momento in cui viene messa per iscritta. La Travers fa anche notare che le fiabe, storie per bambini e adulti, in molte occasioni sono state caratterizzate da un buonismo e da un lieto fine costruito ad hoc, che ha però preso le distanze dalle loro versioni originarie. Questo modificare per dare solo e sempre messaggi postivi non è molto apprezzato dalla scrittrice, perché è vero che le fiabe sono opere di fantasia, ma esse affondano le radici nella realtà vera e, se ci pensiamo bene, essa non sempre è bella. “La sapienza segreta delle api” della Travers è un viaggio nella mente e nelle parole dell’autrice, nelle sue indagini culturali, folcloriche, negli incontri con i grandi letterati irlandesi e in quel suo voler approfondire sempre il significato nascosto e segreto delle cose. Testo curato da Cesare Catà.
Come sempre la cosa che più affascina Donato Carrisi, come tutti i creatori di thriller spiccatamente psicologici, è la mente umana, i suoi misteri, i suoi abissi, la paura e l’inquietudine che sa contenere, e questa volta nel suo nuovo libro La casa delle voci, edito da Longanesi, non tradisce la sua vocazione di indagatore della psiche.
























