Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Il drago verde di Scarlett Thomas (Newton Compton 2017) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2017

drago verde ThomasScarlett Thomas si è già fatta conoscere dal pubblico italiano con i suoi romanzi rivolti ad un pubblico adulto, arguti e interessanti, sospesi tra realtà e fantasia, tutti editi da Newton Compton.
Adesso arriva il primo libro di una sua nuova serie, Il drago verde, nominalmente rivolto a un pubblico di ragazzi ma in realtà piacevolissimo e divertente a qualsiasi età, con echi sì come qualcuno ha detto della Rowling e di Harry Potter, ma soprattutto di Philip Pullman.
In una Gran Bretagna alternativa vive Effie Truelove, ragazzina che studia all’Accademia Tusitala per Ragazzi Dotati, Problematici e Bizzarri, posto non certo idilliaco, anzi accoglie gli spostati della società. Inoltre l’Accademia è un edificio strano e misterioso, anche un po’ macabro, dominato da un’insegnante terribile che fa venire gli incubi ai suoi studenti, Effie in testa.
Effie sa che esiste la magia, lei stessa sente che non le è estranea, ma suo nonno Griffin non vuole parlarle di quello né insegnarle nulla, anche se sembra saperne molto. Un giorno il nonno rimane vittima di un’aggressione e finisce gravissimo in ospedale: Effie deve occupari della sua preziosa biblioteca, che l’ha sempre affascinata, ma trova sulla sua strada un oscuro collezionista di libri antichi che si prende tutti i libri, tranne uno. Effie entra tramite l’unico volume rimasto in un mondo alternativo, magico e pericoloso, dominato da draghi e creature fantastiche, dove però c’è la Diberi, un’organizzazione segreta che vuole distruggere l’umanità in questa dimensione. Effie dovrà chiedere aiuto ad alcuni suoi amici, in un’avventura che sarà comunque la prima di molte.
Ci sono anche echi di Michael Ende e Lewis Carroll e della sua Alice, una delle prime icone del fantasy moderno, nelle pagine di un libro ironico, che capovolge archetipi e anche stereotipi del genere, presentando una nuova figura di eroina simpatica e un po’ pasticciona, senza essere scontata e stucchevole, e un nuovo paese delle meraviglie sospeso tra incanto, paura e risate.
Il drago verde si rivela quindi un’avventura per tutte le età, per i più giovani e per chi ha già apprezzato Scarlett Thomas in altre vesti, oltre che per tutti i cultori del fantasy, in attesa spasmodica ovviamente del secondo capitolo.

Scarlett Thomas è nata a Londra nel 1972. Insegna scrittura creativa presso la University of Kent e collabora con diverse testate giornalistiche. Nel 2001 l’Independent on Sunday l’ha segnalata tra i venti migliori giovani scrittori britannici. È stata candidata al premio Orange e al South African Boeke Prize e i suoi libri sono stati tradotti in più di venti lingue. La Newton Compton ha pubblicato Che fine ha fatto Mr Y.; PopCo; L’isola dei segreti; Il nostro tragico universo; Il giro più pazzo del mondo e Il messaggio segreto delle foglie, tutti accolti con grande favore dal pubblico e dalla critica.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Grace Kelly – La principessa americana di Robert Lacey (Frassinelli 2014) a cura di Marcello Caccialanza

17 novembre 2017

Grace Kelly LaceyUna biografia illuminata di un personaggio molto amato ed imitato, scritta con grande onestà intellettuale e dovizia di particolari, dallo scrittore Robert Lacey, autore di best-seller biografici di grande impatto, tra quali ricordiamo quelli dedicati alla famiglia Ford e alla Casa reale Inglese.
Un libro, questo, che ha il grande merito di sfatare una volta per tutte la melensa favola di una Grace serena e felice nelle sue mansioni di madre, di moglie e di regnante. Insomma il ritratto sbiadito di una donna falsamente in pace con sé stessa e con il mondo circostante!
Grace Kelly in una sua intervista – come puntualizza lo stesso Lacey – aveva candidamente ammesso di quanto le piacesse fingere nella vita. Partendo da questo presupposto si avvince di come lo scrittore abbia deciso di presentarci una figura dalla malinconica complessità, non un’entità; ma un garbato camaleonte in grado di indossare mille maschere e più, a seconda del momento e dell’opportunità.
Chi era dunque Grace? La figlia sottomessa di Jack Kelly, l’eroe sportivo e vanesio di Filadelfia; oppure l’attrice giovane e bella che si era imposta più per il suo temperamento che per il suo talento? Era l’incarnazione rassicurante della bellezza americana anni 50; o la cacciatrice di uomini?
Robert Lacey tenta quindi, dopo due anni di intense ricerche e di numerose interviste ad amici e colleghi della diva, di presentare all’opinione pubblica un’immagine della Kelly il più possibile rispondente alla verità.
La sua sapiente penna tratteggia dunque una donna che aveva avuto il coraggio di assecondare i suoi sogni; o per lo meno di fingere di averli realizzati, nel momento in cui questi avevano così lasciato il posto alla più cruda realtà.
Dietro il sorriso della bionda Grace, che aveva fatto girare la testa seducendo generazioni intere di fan in delirio, si nascondevano insospettabili ombre, ferite e vite segrete.
Vite segrete che la facevano dolcemente scivolare in quelle centinaia di ruoli sfatti, che lentamente la vedevano sempre più precipitare in una pericolosa incomunicabilità con se stessa.
Fu madre affettuosa che troppo aveva concesso ai propri figli; ma anche moglie prigioniera di un matrimonio infelice. Incarnò la diva dal fascino glaciale, capace, grazie ai suoi capricci, di tenere in ostaggio i più grandi produttori di Hollywood. Si vestì anche con la pelle dell’eterna bambina incapace di difendere i propri amori (come Clarke Gable o William Holden) d’innanzi ai fastidiosi veti degli ingombranti genitori.
L’unica persona, che aveva saputo veramente leggere dietro le innumerevoli maschere di Grace, fu il suo amato mentore, nonché maestro, l’onnipresente Alfred Hitchcock che in più di un’occasione l’aveva definita “ vulcano dalla cima innevata.”
Vale la pena di leggere questa biografia di Lacey, perché nell’ultima parte l’autore inserisce anche un’assai minuziosa ricostruzione dell’incidente automobilistico che, negli anni ottanta, aveva fatto in modo di chiudere per sempre il sipario sulla Ragazza di Filadelfia.

Robert Lacey, inglese di origine ma residente in Florida, ha studiato al Selwyn College di Cambridge prima di diventare uno storico specialista in best seller biografici. Si è dedicato, fra l’altro, alla vita del magnate dell’industria automobilistica Henry Ford e alla storia della famiglia reale britannica.

Source:  libro del recensore.

:: The Beatles di Mick Manning e Brita Granström (Gallucci 2017) a cura di Viviana Filippini

16 novembre 2017

Beatles

John, Paul, George e Ringo sono quattro ragazzi di Liverpool che hanno rivoluzionato e cambiato per sempre la musica, e non solo a dire il vero. I quattro giovani sono i protagonisti del libro per bambini “The Beatles” di Mick Manning e Brita Granström, edito da Gallucci. Le 48 pagine tradotte da Franco Nasi, si addentrano nel mondo dei fabfour con l’intento di narrare ai piccoli lettori come quattro amici riuscirono a fare della loro passione per la musica un vero e proprio lavoro. I due autori (marito e moglie) raccontano l’infanzia dei protagonisti concentrandosi in modo particolare sulla vita non facile di John, del suo essere allo stesso tempo, molto sensibile e irrequieto, e non a caso già nel passeggino il piccolo Lennon amava scuotersi e urlare.

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Accanto a lui, Paul McCartney, da tutti soprannominato “il secchione”, per la sua necessità di fare le cose sempre al meglio. Sul loro cammino arriverà poi il timido George Harrison e, ultimo entrato nella band, Ringo Star. Quattro tessere che andranno a comporre il perfetto puzzle di una delle più importanti band del panorama musicale della seconda metà del 1900: The Beatles. Pagina dopo pagina, gli autori e illustratori raccontano le prime esperienze della band, nel locale noto a tutti con il nome di Cavern Club, la successiva esplosione della Beatlemania con la quale orde di ragazze, e ragazzi, impazzivano nel sentire la musica del gruppo.

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Non solo, poiché chi leggerà “The Beatles” (bambini e anche adulti direi) conoscerà gli album, i film e i diversi tour che per tempo videro impegnati in lungo e in largo per il mondo i ragazzi di Liverpool, per i quali si deve ricordare anche il profondo impegno per la pace, che ognuno di loro mise in atto. “The Beatles” di Mick Manning e Brita Granström, è un viaggio nel passato, dentro ad un mondo di colori, suoni e sentimenti che permisero a John, Paul, George e Ringo di cambiare per sempre le loro vite e il panorama musicale a livello mondiale. Oggi come ieri, noi ascoltiamo ancora la musica dei Beatles, perché quei quattro amici, senza tutte le tecnologie di oggi, riuscirono davvero a fare – e a cantate- una grande Revolution! Traduzione di Franco Nasi.

Mick Manning vive e lavora in Inghilterra insieme alla moglie, Brita Granström. Mick e Brita hanno firmato in coppia più di una dozzina di libri, dividendosi testi e disegni. Con il loro stile unico e originale hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Smarties Silver e il TES Award nel 1997 per il miglior libro di informazione per ragazzi. Insieme hanno scritto e illustrato storie su personaggi notevoli, come nel loro The Beatles, dedicato ai Fab Four e pubblicato in queste stesse edizioni.

Brita Granström vive in Inghilterra insieme al marito, Mick Manning, e ai loro figli. Mick e Brita hanno firmato in coppia più di una dozzina di libri, dividendosi testi e disegni. Con il loro stile unico e originale hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Smarties Silver e il TES Award nel 1997 per il miglior libro di informazione per ragazzi. Insieme hanno scritto e illustrato storie su personaggi notevoli, come nel loro The Beatles, dedicato ai Fab Four e pubblicato in queste stesse edizioni.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’ Ufficio Stampa “Gallucci”.

:: Le amiche – Etica Nicomachea di Aristotele a cura di Ippolita Luzzo

16 novembre 2017

ippolitaLe amiche del cactus

Venerdì 10 Novembre 2017 farò mia relazione all’Uniter sulle amiche e leggerò un mio antico pezzo “La pianta grassa” il cactus che non siamo.

Qui però, sorridendo, scriverò alcuni esemplari amicali incontrati negli anni. E osservati tali e quali dall’adolescenza all’età della saggezza.
Le amiche al guinzaglio, sono coloro, spesso sempre in due insieme, che non ammettono distrazioni una dell’altra. Se passa un altra conoscente è permesso il saluto ma non fermarsi a salutare.
Le amiche dominanti, coloro che comandano, hanno sempre ragione, e se l’altra esprime un dubbio viene zittita.
Amiche diverse che non telefonano mai, che telefonano solo se hanno chiamato a tante altre e avendo avuto buca poi chiamano te.
Amiche care che si lamentano con te delle altre amiche, a loro dire indifferenti e lontane.
Amiche che diranno sempre di te si spera bene, visto che affermano che sei tu la loro migliore amica.
Amiche di una età adulta, uguale e precise alle amiche della adolescenza, perché come ha detto Lidia Ravera l’altra sera, questo periodo della nostra vita è La seconda Adolescenza.
Amiche del cactus, La pianta grassa
Questo il pezzo di anni fa
La pianta grassa
Al cellulare:- L’amicizia è una pianta grassa.
Non ha (quasi) bisogno di acqua- mi dice la mia amica  da Recanati, in gita con i suoi allievi, e continua- Sì, ho visto le tue telefonate, tranquilla, io ci sono sempre.-
Mi ritrovo a dover spiegare che:- Pensato avessi perso il telefonino, ho pensato che lo avessi rotto, ho pensato che-
Ma non l’ho detto- che del cactus io sento solo le spine.-
Molto probabile che siano solo spine difensive, solo spine involontarie, solo tempo che non c’è.
Clara Sereni, giornalista e scrittrice, un tempo fece un tentativo.
Inventò un luogo dove chi avesse avuto bisogno di compagnia, di aiuto amicale, sarebbe potuto andare.
Il marito, fiducioso, pronosticò il successo.
Lei era convinta del contrario e così chiarì all’ignaro e ingenuo uomo.- Vedi, tutti siamo disposti ad aiutare, vi sono infatti moltissime associazioni di volontariato in tal senso, aiutano le ragazze madri, i carcerati, i tossici, gli alcolizzati, gli ammalati, aiutare ti fa sentire forte, grande,  ma nessuno è disposto a far vedere quanto lui abbia bisogno di uno sguardo, di compagnia, quanto lui sia vulnerabile.
Amicizia, strana parola, rara trovarla, più rara viverla insieme.
Bisogna accontentarsi che essa esista nel deserto arido del deserto
Clara Sereni decise ad un certo momento di andare a vivere in una casa di riposo.
Una stanza chiusa.
Una stanza da dove, impercettibilmente, il mondo del fuori sparirà, senza spine,
e nel chiuso di un nuovo ordine ognuno ripercorrerà i sentieri dei nidi di ragno,
raccontandosi storie che avrebbe voluto raccontare a quella amica, alla sua amica.
Non ha bisogno di acqua l’amicizia, mi sembra la stessa frase dell’uomo che ti dice:- Sono dentro te- mentre è lontano mille miglia, con nella mano un’altra, un altro.
Abbiamo tutti bisogno di acqua… senza acqua non si vive.
Dirlo non è debolezza, è solo una forza-
Noi non siamo cactus

etica nicomacheaEtica Nicomachea 1 aprile 2011

L’Etica Nicomachea parla delle virtù. Nella giustizia ogni virtù si raccoglie in una sola. Chi la possiede la usa sia verso gli altri che verso se stessi. Libro V. Tutto un libro per la giustizia. Nei libri ottavo e nono si parla dell’amicizia
Ma cosa sono le virtù? Un’attività dell’anima razionale, una scelta verso il fine ultimo, la felicità. Ecco perché le virtù etiche non si posseggono, si scelgono e in questa scelta ci fanno diversi, ci costruiamo intorno un modus, un abito, un luogo dove noi trascorreremo la nostra vita. Cosa scegliamo?
In medio stat virtus. Il giusto mezzo, attraverso l’agire nel giusto mezzo si può raggiungere la felicità, perché noi siamo liberi di agire.
Ogni individuo – dice lui – è libero di scegliere perché è il principio e il padre dei suoi atti come dei suoi figli. E nel libro VI dopo le virtù etiche ecco le virtù dianoetiche: la scienza – l’arte – la saggezza – l’intelligenza – la sapienza che è il grado più elevato, la somma fra scienza e intelligenza.
Due libri sulla amicizia la virtù che si accompagna alle virtù. A che servono tutte le altre senza questa? A chi dico ciò che so, se non ho amici. Con chi trascorro o scelgo di trascorrere il mio tempo se non ho un amico a cui riferirmi? Telefono al telefono amico? Tutta la storia dell’uomo virtuale o pratica è basata su legami fra individui, nelle convenzioni vi è sempre questo rito della socialità.
Poi l’amicizia; un sentimento che invera tutto ciò che pensi e che fai. Simile con il suo simile. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Begli amici che hai! Ci si giudica dalle frequentazioni. O no? E’ sempre stato così. Aristotele lo dice meglio di noi.
L’amico è una proiezione. Mi proietto in un altro, l’altro di me è l’esterno che vedo in me. Non è vero che ci sono tante forme di amicizie, una sola è l’amicizia, le altre conoscenze sono forme di socialità.
L’attenzione, la condivisione, le scelte, riguardano una sfera piccola, piccolissima, ristretta, dei pochi amici che noi scegliamo.
Aristotele dedica due libri dell’Etica all’amicizia, sentimento disinteressato, altrimenti si chiama opportunismo, lavoro, pranzo di lavoro, occasione sociale. Sentimento di simpatia.
Chi ci obbliga ad uscire, a ridere, a parlare con un altro? Certo la cortesia, il garbo, l’educazione quando una persona non ci piace ci trattengono ma perché poi continuare a frequentare chi non sentiamo amico? Nessuno ci obbliga, l’amicizia non è un obbligo, a volte io posso essere amico tuo, ma tu puoi essere o non essere amico mio. Può essere che l’altro ti accolga, ti sorrida, ti ascolti, ma tu non sei per lui il suo amico di riferimento, ti dimostri benevolenza, ma non cerca la tua benevolenza. Non sono mai semplici le cose. Sant’Agostino nelle Confessioni dedica pagine di una commozione immensa per la morte del suo amico. Le strade che avevano percorso insieme, i discorsi, i progetti, tutto parlava di lui che non c’era più. Uno sperdimento doloroso.
-Come ci siamo allontanati
Che cosa triste e bella
Così Vittorio Sereni e Franco Fortini erano due destini, uno giudica l’altro, ma chi sarà a condannare o assolvere entrambi?
si chiama Etica Nicomachea, perché Nicomaco è il figlio di Aristotele Ah Nicomaco come passato, passato sei! Un figlio che raccoglie e divulga ciò che il padre ha detto. Una bella stranezza in questo nostro tempo di figli viziati e onnipotenti – chiamati amore – tesoro e incitati allo scherno del giusto mezzo. E’ improprio parlare di amore e di amicizia nei rapporti che includono un dovere e una responsabilità, una severità e una disciplina. Scambiamo ora i nostri figli per amici – amori – tesori – e loro giustamente ci rispondono per le rime. Il nostro linguaggio come tutti i linguaggi è un virus . Il meme che abbiamo trasmesso ha creato una stortura. Come il gene per la genetica, il meme, unità di base è una informazione culturale replicabile nel pensiero di uno, di tanti. La memetica è l’eredità culturale. Una idea, una lingua, una melodia, una abilità che si trasmette commutazione, da un pensiero ad un altro. Aristotele mi fa compagnia da più tempo ora, si è adagiato come un meme nel mio pensiero che libero può ritornare a studi passati con sguardo recente.
Mi dice Fausto Torre: gli uomini sono asociali. Tutto ciò che costruiscono insieme ha senso utilitaristico. Mia cara Ippolita, tutto quello che facciamo è a nostra immagine e somiglianza. Oppure saremmo semplicemente diversi.
Etica Nicomachea due- Segnali di fumo
La parcellizzazione dell’amicizia
Cellulare – messaggi – internet – facebook – messenger – posta elettronica i nostri segnali di fumo oggi. Con i richiami ed i rinvii si crea l’abitudine, l’abitudine ad attendere. L’attesa che nasce in tutti noi è inevitabile e impalpabile. Lo spiega bene Saint- Exupery, forse glielo avrà detto Consuelo, sua moglie e sua musa ispiratrice, probabile vittima amorosa. Questo atteggiamento si chiama addomesticamento, lasciare che un altro attenda quello che tu hai già dimenticato. Nonostante questo nasce, sempre, negli animi deboli o in quelli forti, insopprimibile il bisogno di un affetto, di un amico. Non si può vivere solo con cose. Si tenta però, sostituiamo persone con altre persone, con cani, con gatti, gioielli, automobili, computer, amicizie virtuali e perciò non comprendibili l’alterità. C’è ora una alienazione degli affetti – dell’amore – dell’amicizia – della dedizione – del sacrificio – del rimorso – della nostalgia . Una rimozione. Ora si parcellizza tutto.
La parcellizzazione dell’amica.
Con una parli solo di acquisti, con un’altra solo di film, e via via amica che viene, argomento che vai. Si gira intorno ad una conversazione diventata asfittica, limitativa, un parlare a pezzi, a bocconi. Un boccone di famiglia, muuh! Buono, un po’ salato, un boccone di politica, di sport, di malattia. Un po’ di mistero. Nessuna notizia personale, potrebbe essere maneggiata, travisata, riportata, meglio non dire, o dire – Ho un impegno – Ci vediamo – Non ci vediamo – chissà!
Telefona tu – telefona quando vuoi, lo sai che mi fa piacere. Io no, è vero, non telefono, ma lo sai ho tanto da fare e poi non vorrei essere invadente. –
La benevolenza sociale ti lascia il dubbio di essere tu la sbagliata. Cosa farai? Telefonerai e sarai invadente, non avrai nulla da fare! Oppure non telefonerai ed imparerai la buona educazione? Ma dopo aver aspettato tanto e alla fine capitolato e telefonato ecco: – Ti sei persa, stavo proprio pensando a te, ti avrei chiamato sicuramente io oggi – e tu resti indecisa se urlare, imprecare, ucciderla o molto più prosaicamente stare in silenzio.
La benevolenza ti lascia così, con cortesia, con un sorriso, nel dubbio se quella persona voglia o no mai condividere un po’ quel che tu vuoi.
Condivisione umana che ci fa diversi dagli animali – così dice Aristotele a pag. 813 dell’Etica Nicomachea- BUR-. “In questo senso si predica il vivere assieme per gli uomini e non come per le bestie il consumare il pasto nel medesimo luogo. Bisogna percepire assieme all’amico anche che egli è, esiste e questo avrà luogo nel vivere assieme e nell’avere comunanza di discorso e di pensiero.”
Gli animali mangiano in gruppo ma non progettano un vivere sociale, spiega Aristotele. Io, guardando gli occhi buoni di Argo, il labrador di mia sorella, penso che il filosofo non fosse a conoscenza di quanto affetto possano dare cani e gatti, come ci rimproverano, come ci attendono, come ci ascoltano.
Manca sicuramente il momento della lite, delle recriminazioni, della parità, essi dipendono da noi, dalla nostra ciotola, proprio per questo non possono essere nostri amici.
Non hanno la libertà di sceglierci. Siamo noi a sceglierli. Vorremmo fare così anche con le persone.
In questa parcellizzazione odierna scompaiono i bocconi buoni, lasciando solo sapori artefatti di una cucina emulsionata e addensata, una cucina priva di amicizia. La parcellizzazione dell’amicizia ha lo stesso effetto alienante e spaesante del parcellizzare ogni settore della vita umana.
Le conversazioni fra amici, amiche, conoscenti, colleghi ripetono ritornelli sempre uguali. Ma tutto questo è perfettamente normale con i conoscenti, con un’amica no, non dovrebbe essere così. Perché un’amica ti cambia, con una sei in un modo, con un’altra sei diversa, cambia il sorriso, la postura, le frasi, gli argomenti, anche il lessico, a volte. Stupefacente, ma vero, è l’alchimia che ci testa. Bella, finché dura l’intesa, poi tutto finisce e iniziano le lamentazioni. – Lei non mi capisce, è invidiosa, non telefona- e via da una parte e dall’altra.
Non c’è il tempo per una vera amicizia tutto scorre epidermicamente, in superficie, senza poter fermarsi a guardare.
Un’amica mi ha detto che la cucina preferita ora è quella pronta, già precotta, cibi da mettere velocemente in forno e portare in tavola, così senza spreco di tempo, di pensiero. Così è.
– Addirittura! – L’esclamazione di una donna ad un’ amica che le confessava di pensarla come riferimento importante nei suoi affetti, forse l’unico, in quel dato momento della sua vita.
Forse non era un rimprovero però, ma un modo per ridimensionare, per non enfatizzare, un modo per relativizzare rapporti umani tendenti fatalmente ed erroneamente all’assoluto.
L’altra pensò a quell’addirittura in vari modi, sempre via via diversi e il positivo si dispiegava lentamente e decisamente cancellando l’amarezza di non aver avuto come risposta il più banale
– anch’io – rimandante un’alterità utopica e perciò non realmente esistita.
Ciò che Aristotele, Sant’Agostino hanno argomentato sull’amicizia, sull’affetto, sul sentimento, rimane nella sfera dell’opinabile, del desiderabile, della tensione ma difficilmente e raramente in quella della realtà, del concreto.
Dal cactus che non siamo.

:: Un gioco di pazienza di Shanmei (Amazon Media 2017) a cura di Daniela Distefano

15 novembre 2017

UN GIOCO DI PAZIENZASi riesce a vivere senza immaginazione? Probabile che sia impossibile, ma non sempre la fantasia va a braccetto con la realtà.
E senza la zavorra dell’intelletto, la visionarietà vola alto, oltre il Cielo, verso il bianco che non conosce contorni, sfumature, confini, limiti e cippi vari.
Poniamo che questo opuscolo di pochissime pagine sia come recita il suo sottotitolo:
“un racconto giallo nella Cina misteriosa di inizio ‘900”.
E’ solo frutto della vena noir e umoristica dell’autrice o c’è una radice alla base del fusto?
Per questo racconto, scritto qualche anno fa, Shanmei si è ispirata alla vita del suo bisnonno Luigi Paolo Piovano, che realmente tra il 1900 e il 1905 visse in Cina, e vi andò come militare di Carriera facente parte del Secondo Contingente Italiano, inviato nel Celeste Impero in difesa delle Legazioni assediate dai Boxers.
Abbiamo scoperto così il basamento sul quale è edificato l’edificio narrativo. Ma chi è il protagonista fittizio di questa storia?
Si chiama Luigi Bianchi e decise di partire perché:

“ero giovane, pieno di entusiasmo, ancora scosso dalle notizie che provenivano da quelle terre lontane dalle lettere dei missionari, di missioni incendiate, occidentali uccisi, donne e bambini in pericolo di vita”.

Ben poco sapeva del suo viaggio, e di quando sarebbe tornato. Poteva trattarsi di mesi e invece occupò cinque anni della sua vita.
Un giorno bussa alla sua porta (e alla sua coscienza) Padre Geroni:
il cappellano militare vuole che Luigi vada a trovare Padre De Filippi.
Questi ha ricevuto in confessione una confidenza, ma non può violare il segreto che il sacramento difende.
C’entra in qualche modo Cheng, ragazzo cinese, figlio della lavandaia che lavora nel campo della Caserma.
Ha visto qualcosa che potrebbe scagionare un uomo accusato ingiustamente.

“Cheng non può testimoniare, o almeno lo farà, mi ha assicurato, ma non prima che serie indagini abbiano scagionato Sun Dong, cameriere alla Fenice d’Oro, accusato di aver avvelenato un ricco mercante francese. Non è stato lui.
Cheng ha visto chi è stato, ma non sa descriverlo”.

Ora Cheng è davvero in pericolo: l’unico testimone, un testimone scomodo. Riuscirà a salvarsi?
In pentola, bollono convenzioni,trappole, intrighi ed un finale che distorce ogni profezia.
E’ servito un piatto ricco di saporiti elementi tratti dai ricordi, dalle memorie, dall’invenzione, dalla esplorazione alla ricerca del mondo nascosto dell’essere umano.
Gioco, trastullo, passione, racconto ludico, chiamatelo come volete, ma il genere di questo racconto è plurimo, racchiude molti sub-procedimenti della scrittura. Si avverte un lavorìo, una cesellatura, un esercizio di limatura che non corrode la freschezza del risultato.
Un piccolo orologio di precisione, un bijoux che orna la mente, e scaccia il pensiero monocromo.
La Cina è la seducente terra da salvare, ben sapendo che poi è essa stessa l’accogliente ventre per ogni avventuriero del tempo.
I personaggi non sono macchiette né semplici cartoncini vuoti da ritagliare ed incollare. C’è una tipizzazione lieve, una mano che guida e non un filo di burattino.
L’autrice si avvale di un repertorio di luoghi comuni sull’Impero Celeste, per cogliere il divertimento nello scomporli, un tassello dopo l’altro.
Ci provi il lettore a ficcarli nella giusta casella. Come suggerisce il finale che sfata lo scalpore, tossicchia previsioni non palesi, osserva il canto del cigno delle nostre certezze. E non finisce qui, sembra voler dire. E noi seguitiamo a credere.

Shanmei nasce a Milano alla fine degli anni ’60. Dopo studi universitari, ha iniziato ad occuparsi di libri e editoria.
Dal 2010 pubblica in antologie varie racconti surreali, buffi, un po’ pop, soprattutto flash fiction.
Appassionata di hard boiled vintage anni ’50 ha parlato nei suoi racconti anche di pirati, di piloti di cargo interstellari, di soldati di ventura, di ballerine del Moulin Rouge, di antichi romani.

Source: acquisto personale del recensore.

Nota: disponibile solo su Amazon qui

:: Il Club delle Vecchie Signore di Georges Simenon (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

15 novembre 2017

club delle vecchie signoreGeorges Simenon ha scritto 178 racconti. Molti di questi li ha dedicati alle avventure rocambolesche dell’Agenzia O.
Con «Il Club delle vecchie signore e altri racconti» Adelphi pubblica l’ultimo volume dedicato alle indagini dell’agenzia investigativa più famosa del mondo.
In queste pagine ritroviamo Émile e Torrence, fedeli al metodo Maigret, alle prese con i misteri della cronaca nera di Parigi.
Quattro storie – indagini in cui i componenti dell’Agenzia si trovano a affrontare situazioni grottesche e scanzonate dietro le quali si cela il crimine, l’astuzia e la malvagità degli esseri umani.
I quattro protagonisti si trovano davanti a casi davvero particolari e come sempre la penna di Simenon affonda la penna in un humour nero che a volte sa essere ironico e macabro.
Quattro racconti brevi avvincenti e intriganti in cui il maestro del noir come sempre inchioda noi lettori alle pagine.
Georges Simenon ha dedicato alle vicende dell’Agenzia O quattordici racconti, tutti scritti nel corso del mese di giugno 1938 a Villa Agnès a La Rochelle, apparsi nella collana «Police – Roman » nel 1941 e raccolti poi in volume 1943.
I quattro casi contenuti in questo volume sono davvero esilaranti. Tra i toni della commedia e del noir, Simenon , come sempre, conduce il lettore nel cuore delle sue storie e nel bel mezzo degli enigmi.
Torrence e i suoi collaboratori hanno a che fare con personaggi dalla dubbia moralità, avidi assassini senza scrupoli.
Anche questa volta danno il meglio di sé: ogni inchiesta in cui l’ Agenzia O è coinvolta ha la sua difficoltà. Ma Torrence, Émile, Barbert e Berthe sono sempre all’altezza della situazione e non deludono mai i loro clienti.
Nel quartiere generale della Cité Bergère i quattro investigatori sono sempre vigili e attenti e non si lasciano mai sorprendere impreparati. Ogni nuovo caso è una scommessa che riescono sempre a vincere.
Simenon si deve essere divertito scrivendo le storie investigative dell’Agenzia O. In queste pagine la sua penna è felice e la sua scrittura come sempre è un affondo micidiale nel cuore e nella psiche degli esseri umani e della loro fragilità, che spesso li conduce a delinquere confondendo il bene con il male.
Vale sempre la pena leggere Simenon, anche quando scrive racconti.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: La memoria e l’addio nella raccolta di rime “Meggjju l’erba mia” di Filippo Alampi (Eurit Edizioni 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 novembre 2017

imageIl calabrese Filippo Alampi dà alle stampe il suo secondo libro di poesie “Meggjju l’erba mia”, edito da Eurit Edizioni. Una fatica che si fregia, di pagina in pagina, delle illustrazioni di Maria Alampi la quale, a colpi di china e tempere, travolge gli occhi di chi legge nella passione eterna degli eterni luoghi; di un commento sulla poetica dell’autore di Maria Catricalà, Professore ordinario di glottologia e linguistica dell’Università Roma Tre; di una dolce introduzione da parte di un caro amico, Marcello Cento.

Una raccolta di versi che sperimenta diversi tipi di metro e rima, affermando in maniera sfacciatamente libera un pensiero che nasce spontaneo, reso già fluido nella solennità del titolo. Alampi sceglie il dialetto come mezzo espressivo della sua poesia, piegandolo a divenire la più alta e significativa forma espressiva, capace di rendere viva e dannatamente guizzante una memoria che ormai, immersa nella più assurda e sfrenata ultramodernità, è destinata definitivamente a dire addio.

Invece, instancabile, si affanna con terribile fatica a stringere forte le braccia di chi, esule in terra di esuli, rimane giovane a ingrigire in un tempo che scorre lento e pesante. Il tempo del Sud. E questo abbraccio rappresenta la continuità tra un passato che debolmente saluta e un presente che fortemente accoglie, nell’accorata speranza che i più giovani calabresi possano ascoltare l’odore e assaporare il colore e masticare il sapore della loro terra.

L’America dei nonni lontani, il gallo e il gatto e il pappagallo, la Chiesa e il Crocifisso, il banditore e il cantore, l’ubriacone e i ricchi pezzenti, il focolare e il primo amore e un glossario sul finire. C’è il ricordo di una vita intera che affolla la pagina. Lo fa attraverso queste rime sparse tra i fogli, per ereditarne e tramandarne l’essenza di bocca in bocca. Rime che, cariche di una passione a tratti traboccante, a tratti timida e impacciata, abbandonano sulla pagina il sorriso nostalgico di chi, un po’ per amara ironia, un po’ per amara nostalgia, pennella con lo sguardo dalle tinte forti ogni aspetto di questa mamma terra.

La Calabria. Evidentemente amara, arida, violenta e inospitale, ma profondamente eletta a luogo di vita per il solo motivo di essere la propria, <<l’erba mia>>.

Filippo Alampi, nato a Santa Caterina dello Ionio, vive a Soverato. Dopo la prima raccolta di poesie in vernacolo Mugra e ruvettu, pubblica la sua seconda raccolta di poesie dialettali. Con la sua penna, Alampi vuole descrivere la sua terra, la Calabria, in ogni suo più profondo aspetto, sempre guidato dal profondo amore verso questa terra-madre.

:: I figli strappati- 1932-1945: dall’ambasciata di Roma ai lager nazisti di Fey Von Hassell (Edizioni dell’Altana 2000) a cura di Marcello Caccialanza

14 novembre 2017

figli strappati

La lettura del romanzo autobiografico “I Figli Strappati “ di Fey Von Hassell è un ‘occasione alla quale un buon lettore non può certamente esimersi dal prendervi parte; in quanto quest’opera non rappresenta solamente un affresco storico-culturale di un periodo grigio dell’umana follia, ma incarna anche la celebrazione più sentita del coraggio al femminile che lotta contro tutto e contro tutti per raggiungere il suo obiettivo di donna e di madre.
La protagonista Fey è la figlia dell’ambasciatore tedesco a Roma Ulrich Von Hassell, una donna che gioca il suo ruolo di prestigio, giostrandosi con grande abilità tra l’élite della sua amata Germania e i fasti dei salotti dell’Italia dabbene, dove incontrerà l’aristocratico Pirzio- Biroli, suo futuro consorte che le regalerà la gioia di una famiglia numerosa.
Una vita perfetta sembrerebbe la sua! Fino a quando, impotente, assiste alla nascita del Terzo Reich e perde fiducia nei valori della sua Madrepatria. Da questo momento inizia il suo personale calvario! Il padre nel 1944 sarà giustiziato dai Nazisti, in quanto reo di aver preso parte attiva ai movimenti di resistenza contro Hitler. Il marito verrà allontanato e non ci sarà alcuna speranza di un ricongiungimento, neppure dopo la fine della guerra. Ma il dolore più lancinante per Fey sarà quello di vedersi strappare dal proprio grembo i due figli più piccoli.
Da quel momento per la donna inizierà una lotta contro il tempo che la porterà a soggiornare in alcuni dei più tristemente famosi campi di concentramento: da Stutthof a Buchenwald, da Buchenwald a Dachau, ma con un obiettivo sempre nel cuore, riabbracciare i suoi due cuccioli.
E lei con caparbietà che contraddice una madre ferita ce la farà!
“I Figli Strappati” non è dunque il solito romanzo buonista e melenso, è un piccolo capolavoro di verità, scritto con grande accuratezza psicologica ed insospettato senso umoristico.
Una curiosità riguardo a questo romanzo autobiografico, la Rai ha tratto una fiction di successo, protagonisti Antonia Liskova nel ruolo di Fey e Daniele Pecci nel ruolo di Pirzio- Biroli. Prefazione di Giuliano Vassalli.

Fey von Hassell, sposata Pirzio-Biroli, è figlia di Ulrich von Hassell, già ambasciatore tedesco a Roma negli anni Trenta, “giustiziato” dai nazisti nel 1944 per la sua coraggiosa partecipazione alla resistenza contro Hitler. Muore il 14 febbraio 2010, riposa nella tomba di Famiglia nel piccolo cimitero di Santa Margherita del Gruagno, in comune di Moruzzo (UD).

Source:  libro del recensore.

:: Fiabe svedesi, Bruno Berni (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

13 novembre 2017

fiabe svedesi“Fiabe svedesi” è l’ultimo volume uscito per Iperborea che raccoglie le fiabe della tradizione nordica. In questo testo, curato da Bruno Berni si alternano vicende fantastiche nelle quali si incontrano diversi personaggi alla prese con sfide e prove da affrontare, per dare un nuovo corso al proprio destino e a quello del mondo dove vivono. Tanti sono i personaggi che si alternano nel libro, sono creature letterarie coinvolte in avventure nelle quali spesso e volentieri sono chiamati a confrontarsi con esseri appartenenti al mondo della fantasia. Tra i protagonisti ci sono ragazzi che fanno a gara con misteriosi giganti per vedere chi mangia di più. Accanto a loro, incontriamo principi- come Hatt- costretti a vivere al buio e a uscire solo dopo il tramonto, affinché nessuno li veda. Non mancano poi principesse trasformate in topoline da inspiegabili sortilegi e gelosie. Queste vicende si alternano alle avventure di umili contadini in lotta contro mostruosi giganti e draghi, oppure in cammino in boschi rigogliosi di una natura nordica nella quale si nascondono misteriose creature. Tra di esse ci sono troll che gelosamente custodiscono tesori, animali pronti a dare aiuto a chi ne ha davvero bisogno, lucci, rane e anche altre animali parlanti. Ognuna delle fiabe svedesi qui presenti è stata tratta da “Svenska folk-sagor ock äfventyr” (Fiabe e leggende popolari svedesi) di Gunnar Olof Hyltén e George Stephens, due amici che lavorarono assieme per la pubblicazione di una raccolta, uscita a Stoccolma nel 1844 e nel1849, diventata il punto di partenza per lo studio deli racconti della tradizione svedese. La “Fiabe svedesi” sono un’importante risorsa che aiuta il lettore contemporaneo a conoscere il patrimonio narrativo del Paese del Nord Europa, scovando paesaggi fatti da una vegetazione ben diversa da quella mediterranea, usi e costumi differenti da quelli del Sud dell’Europa e, allo steso tempo, personaggi fiabeschi che ritornano nella nostra memoria durante la lettura – vedi il richiamo a il Gatto con gli stivali o la Principessa sul pisello) raccolti dai fratelli Grimm, da Hans Christian Andersen, da Perrault, Basile. Nelle “Fiabe svedesi”, curate da Bruno Berni, riecheggiano i personaggi fiabeschi della tradizione, variati a seconda delle esigenze della cultura nordica, a dimostrazione di come nella tradizione narrativa orale esistano dei modelli (degli archetipi potremmo definirli) che ritornano in modo costane e continuo, presentati con forma diversa. Le “Fiabe svedesi”, vanno ad unirsi agli altri tre volumi dedicati alle fiabe nordiche pubblicati da Iperborea: “Fiabe Lapponi” (2014), “Fiabe Danesi” (2015), “Fiabe Islandesi” (2016). Volumi da leggere anche da adulti per ritrovare la spensieratezza magica di un tempo. Curatore e traduzione dallo svedese: Bruno Berni.

Bruno Berni è nato a Roma nel 1959. Ha insegnato letteratura danese alle università di Urbino e Pisa. Dal 1993 dirige la biblioteca dell’Istituto Italiano di studi Germanici, dove è ricercatore. Ha scritto saggi e volumi sulle letterature nordiche e pubblicato diverse traduzioni di autori scandinavi: Andersen, Karen Blixen, Ludvig Holberg, August Strindberg e Peter Høeg. Lavori che gli hanno permesso di ottenere il premio Hans Chritsina Andersen nel 2004, il Dansk Oversaetterpris nel 2009, il Premio Nazionale per la Traduzione del 2013 del ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvio dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

:: Persistenti tracce di antichi dolori di Monica Bartolini (I Buoni Cugini Editori, 2016)

10 novembre 2017

persistenti tracce di antichi doloriPersistenti tracce di antichi dolori di Monica Bartolini è una raccolta di racconti di genere storico, tre per la precisione dal titolo Aes grave, Anno Domini 806 e Autodafè. Con un unico filo conduttore, preziosi manufatti di inestimabile valore (che sono rocambolescamente giunti fino a noi) che hanno nel passato scatenato gli istinti peggiori degli uomini. Le tracce di quegli antichi dolori persistono e ci portano a interrogarci sui misteri che li avvolgono. E questi misteri hanno spinto l’autrice a scavare nella memoria collettiva e nelle sue conoscenze storiche per riportare in vita, almeno sulle pagine, gli uomini e le donne che quelle drammatiche storie vissero. Certo sono personaggi di fantasia, alcuni, altri sono re o santi davvero esistiti, ma ciò che importa e ciò che interessa davvero è la commistione tra storia e fantasia, tra quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere. Se amate il genere storico, troverete il gioco affascinante, la storia di Eusto e di sua moglie Alypia vi commuoverà, come i drammi patiti da Gayle, la straniera e le sue brighe per mettere sul trono suo figlio, o la storia di Antoni e degli ultimi Maya sterminati dagli spagnoli. Ma cosa è rimasto di tutto ciò dell’eco delle loro grida, del clangore delle spade delle loro lacrime? Sono rimaste vestigia antiche come l’Asse romano Minerva-Toro, è una moneta, la prima moneta bronzea della Roma repubblicana, custodita ancora oggi presso il Medagliere Capitolino, o Reliquiario di Monymusk, una preziosa teca di argento e pietre dure che conteneva l’osso del braccio di San Columba, il primo evangelizzatore della Scozia antica, ora in mostra presso il National Museum of Scotland di Edimburgo, o il Codex Dresdensis, una meravigliosa pergamena Maya custodita a Dresda presso la SLUB, la Biblioteca Universitaria del Land di Sassonia. Da questi oggetti che racchiudono un magnetismo forse magico, l’autrice ha creato le sue storie portandoci nel 293 a. C. alla vigilia della battaglia di Aquilonia, poi nel 806 d. c. nell’Abbazia di Iona, nelle Isole Ebridi interne, e infine nel 1562 quando si consumò un Autodafè, per ordine del tribunale religioso spagnolo, nello Yucatan ai danni delle ultime vestigia Maya. Storie di sangue, morte, vendetta, dolore, che l’autrice descrive non dimenticandosi del ruolo delle donne, soprattutto la coraggiosa Alypia e la determinata e astuta Gayle eroine di mondo dominato dal potere della forza e della violenza. Sono racconti parimenti belli, forse il primo è quello che mi è rimasto più impresso con la scena finale di grande pathos. Tre popoli dunque Sanniti, Gaelici, Maya spazzati via dalla storia a cui Monica Bartolini dà dignità raccontando le loro storie. Da segnalare la bellissima copertina di Niccolò Pizzorno. Buona lettura!

Monica Bartolini vive e lavora a Roma. Nota nel panorama letterario come la Rossachescrivegialli, è autrice di romanzi e racconti gialli, declinati in tutte le gradazioni possibili di noir. Il racconto Tanti auguri, Maresciallo! viene pubblicato su Giallo Mondadori n.3009. Con il racconto Cumino assassino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica 2010, nell’ambito della XXXVII edizione del MystFest, pubblicato poi sul numero 3019 dei Gialli Mondadori. Ha pubblicato il giallo Interno 8. Ma il lavoro che ama di più è Le geometrie dell’animo omicida, che nel 2011 entra nella cinquina del Premio Tedeschi. Collabora alla diffusione del “morbo giallo” con recensioni di libri per i siti Thriller Cafè e Wlibri e leggendo i suoi libri gialli preferiti nelle scuole italiane, secondo il progetto “Piccoli Maestri”, una scuola di lettura per i ragazzi. Ha anche un suo sito, monicabartolini.it, dove esprime la sua anima gialla.

Source: libro inviato dall’ editore, si ringrazia l’ Ufficio Stampa.

:: Jim Henson’s Labyrinth di A.C.H. Smith (Kappalab 2017) a cura di Elena Romanello

10 novembre 2017

labyrinthKappalab, casa editrice nata per iniziativa dei mitici Kappaboys, ha iniziato la sua attività proponendo romanzi legati in qualche modo al mondo dei manga e degli anime. Ora allarga il suo sguardo anche a libri legati a film di culto della stessa generazione che ha amato Goldrake & C.
Uno di questi titoli è Jim Henson’s Labyrinth, la novelizzazione del film fantasy del 1986 con altri contenuti speciali e in un’edizione nuova rispetto al titolo che era uscito nel 1987 per Bompiani e oggi difficilmente reperibile, con una nuova traduzione può fedele all’originale e completa.
Sarah è un’adolescente fantasiosa e che ama rifugiarsi in universi fiabeschi, in casa o fuori: sopporta malvolentieri il piccolo Toby, figlio di suo padre e della seconda moglie, con cui deve vivere perché la madre, attrice teatrale, è sempre in giro. Una sera in cui deve badare al piccolo mentre i suoi genitori sono fuori, esprime esasperata il desiderio che gli gnomi lo rapiscano. E il suo desiderio si avvera.
Sarah ha quindi solo tredici ore di tempo per recuperare Toby dal Labrinto, dove è stato portato dal perfido e affascinante Jareth, re di quel regno, con l’intento di trasformarlo in un goblin. Per raggiungere il castello Sarah deve affrontare trabocchetti, pericoli, inganni e creature fantastiche, non tutte sue alleate, anche se troverà alcuni amici inseparabili, in un luogo dove tutto cambia e tutto può essere possibile.
Una storia magica, tra Alice nel paese delle meraviglie e il mito di Proserpina, un viaggio iniziatico per diventare adulta senza rinunciare ai propri sogni: l’anno scorso è uscita una bella edizione del dvd per festeggiare il trentesimo anniversario e il libro è il suo contraltare, con la storia, basata sulla sceneggiatura di Terry Jones del gruppo Monty Python, arricchita dagli schizzi preparatori, finora inediti, dei folletti e goblin realizzati da Brian Froud, illustatore britannico autore del libro per immagini Fate, da un saggio su Jim Henson, già ideatore dei Muppet, e il suo lavoro su Labyrinth di Karen Falk, direttrice dell’archivio dell’artista, e dagli appunti e disegni dello stesso Henson.
Il film con il grande David Bowie nel ruolo di Jareth e l’allora giovanissima Jennifer Connelly perfetta come Sarah è ancora oggi amatissimo: il libro si rivolge agli appassionati, di qualunque generazione siano, e che vogliano scoprire di più, partendo dai retroscena del lavoro su un classico dell’immaginario.

Anthony Charles Hockley Smith, classe 1935, ha studiato all’Università di Cambridge e nel corso della sua carriera ha diretto il Cheltenham Literature Festival, ha lavorato per la Royal Shakespeare Company, ha fatto ricerca all’Università di Birmingham. È autore di romanzi, di saggi, di novelizzazioni di film, di sceneggiature per la tv, di opere per il teatro e svolge attività giornalistica.

Provenienza: acquisto personale del recensore.

:: Mentre volavo via – Quattordici racconti tristi che vi faranno stare meglio di Sara Nissoli (Bookabook 2017) a cura di Greta Cherubini

10 novembre 2017

copertinaC’è Carla la pigiamaia, che all’insaputa del marito in anni di lavoro ha accumulato un capitale. Diego Betti, quello dello scuolabus. Marta e Giorgio che cercano una casa più grande. E poi Giovanni, La Gatta, Alessandro Passoni della 2a B.
I protagonisti dei racconti di Mentre volavo via di Sara Nissoli sono persone comuni con vite apparentemente ordinarie. Non si conoscono tra loro, non vivono neppure nella stessa città, eppure hanno qualcosa in comune: la voglia di raccontarsi e il bisogno di riscatto.
Con uno sguardo disincantato e malinconico, velato di amara ironia, l’autrice traccia il ritratto di quattordici sconosciuti e delle loro desolate esistenze, lasciando che i personaggi si raccontino da sé. Sarte, impiegati, donne, bambini, porteranno alla luce segreti inconfessabili, frustrazioni, insoddisfazioni e solitudini, con il coraggio disperato di chi ormai non ha più nulla da perdere.
Grazie alla forma lieve e allo stile asciutto e svelto, “Mentre volavo via” vi racconterà storie tristi strappandovi un sorriso; vi stupirà con finali inaspettati che vi lasceranno l’amaro in bocca; vi farà rimanere sospesi per un attimo alla fine di ogni storia prima di precipitarvi a divorare il racconto successivo; e vi farà guardare con occhi nuovi quei volti anonimi che vi circondano ogni mattina al bar o sul tram senza che vi siate mai accorti di loro, lasciandovi fantasticare sulle loro tragicomiche esistenze.

Sara Nissoli è nata a Treviglio (BG) nel 1984. Vive a Milano e quando non scrive per la pubblicità inventa storie. Mentre volavo via è la sua prima raccolta di racconti.

Source: inviato al recensore dall’ editore, si ringrazia Claudia Tanzi di Mara Vitali Comunicazione.