Tra quarantene e coprifuochi in questi giorni si sta più tempo in casa, non si può andare a teatro, non si può andare al cinema, non si può andare nei musei, o alle presentazioni dei libri, almeno in alcune regioni, e ammetto non è facile, capisco come si deve sentire chi è agli arresti domiciliari, o anche confinato a casa per motivi sanitari per la salvaguardia di sè stesso e degli altri. Lo so il momento è difficile, in Italia da alcuni giorni viviamo sotto assedio, sprattutto a causa della paura, di contagiarci, di contagiare involontariamente gli altri, di ammalarci con tutte le incognite del caso. Non sottovalutiamo il problema, e seguiamo le indicazioni delle autorità preposte alla nostra sicurezza. Ma ecco teniamoci occupati, nella certezza che bene o male questo periodo difficile finirà, tutte le influenze hanno un inizio e una fine. Lasciamo lavorare i medici, i virologi, gli scienziati e noi che non possiamo fare niente di attivo cerchiamo di passare il tempo in modo proficuo, non sempre attaccati a smartphone e TV. Un telegiornale alla sera è più che sufficiente per capire cosa sta succedendo. Il resto del tempo perchè non lo occupiamo a leggere un classico che non tramonta mai: I Promessi sposi? Bene o male tutti ne abbiamo una copia in casa, di varie edizioni. Ma sul serio, non a capitoli come si faceva a scuola (io a scuola lo odiavo, non capivo cosa ci vedesse Lucia in quel bietolone di Renzo), ma dall’inizio alla fine come un romanzo “normale”. Saprà sorprendervi. Innanzitutto è una storia a lieto fine, insomma la “peste” che colpì Milano in qui tempi lontani alla fine finisce e sia Renzo che Lucia, gli “eroi” del romanzo, possono coronare il loro sogno d’amore. Insomma un po’ di ottimismo ci vuole di questi tempi, ne converrete. Poi è un classico senza tempo, e il Manzoni è meno buonista di quanto si potrebbe pensare. Nella sua analisi di usi e comportamenti è lucido e sferzante, ci presenta molti nostri difetti italici, e anche qualche pregio, e lo fa senza cinismo o cattiveria. Prendete solo l’assalto al Forno delle Grucce, forse vi ricorda qualcosa. Poi è una storia in cui si ride, Manzoni è molto spiritoso, ironico, anche buffo a tratti. Il personaggio di don Abbondio per esempio è molto comico. E si sa ridere fa bene e alza le difese immunitarie. Non scherzo, è vero. Dunque togliamo dalla polvere quel tomo e iniziamo dall’inizio:
«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.»

Un aggiornamento per i molti amici di Ben Pastor che mi chiedono notizie delle sue prossime pubblicazioni in Italia.
Almeno una volta nella vita, abbiamo visto il film “Mary Poppins” con Julie Andrews. La fata bambinaia che arriva a Londra volando con l’ombrellino è ben nota, ma la sua autrice Pamela Lyndon Travers, nata in Australia da genitori di origine irlandese, scrisse altri libri, tra i quali “La sapienza segreta delle api”, edito in Italia da Liberilibri. Il volume non è un romanzo, ma un saggio contente diversi testi tratti da conferenze e articoli che l’autrice pubblicò su diverse riviste e giornali tra la seconda metà degli anni Sessanta e Ottanta del 1900. La Travers la conosciamo appunto perché scrisse “Mary Poppins”, trasformato poi in film da Walt Disney e, pensate, che il produttore di cartoni animati impiegò davvero parecchio tempo (anni) per avere dall’autrice i diritti per la produzione. Di certo, da questo volume uscito nel 2019 capiamo che la Travers aveva un carattere forte, deciso. Era una donna colta, con precisa volontà di indipendenza e con ben chiaro quello che i suoi scritti dovevano comunicare. Non a caso, le sue lacrime alla prima del film di Disney, come riportano i bene informati, non furono di gioia, ma di disperazione per come il vero senso della sua vicenda di Mary Poppins venne modificato in funzione di un esagerato buonismo. Il volume pubblicato da Liberilibri ha in sé diverse tematiche approfondite in modo peculiare della scrittrice che amava leggere, scrivere, riflettere, bevendo tè, rum, punch e anche del whiskey. Nel volume si trovano pagine dedicate al valore segreto e nascosto delle api, a quel loro essere simbolo della vita e animale sacro in varie tradizioni, ritenuto portatore e custode di una conoscenza segreta nella quale ci sarebbero miti, simboli, leggende, fiabe, rituali e tradizioni. Non solo, la scrittrice si concentra sul ruolo fondamentale sulla connessione che l’uomo ha con ciò che lo circonda e lo vede come qualcosa di importante per comprendere i legami che l’io del presente possiede con il contesto dove vive e con le tradizioni che in esso sono presenti. Da questo tema il passo al Mito è breve e la Travers porta noi lettori alla scoperta della sua indagine dove esso è un fattore culturale che si tramanda nel corso del tempo, che è verisimile alla realtà, ma ha delle peculiarità che lo rendono anche diverso da essa. L’autrice evidenzia come il Mito e quegli elementi archetipi che lo determinano ritornano nelle tante storie scritte e narrate. Non a caso l’autrice ci espone la sua idea sulle fiabe, su quelle categorie universali, veri e propri elementi codificati (eroe, antagonista, l’aiutante, l’evento scatenante) che tornano sempre in esse e che diventano degli standard fondamentali per costruire una buona storia nel momento in cui viene messa per iscritta. La Travers fa anche notare che le fiabe, storie per bambini e adulti, in molte occasioni sono state caratterizzate da un buonismo e da un lieto fine costruito ad hoc, che ha però preso le distanze dalle loro versioni originarie. Questo modificare per dare solo e sempre messaggi postivi non è molto apprezzato dalla scrittrice, perché è vero che le fiabe sono opere di fantasia, ma esse affondano le radici nella realtà vera e, se ci pensiamo bene, essa non sempre è bella. “La sapienza segreta delle api” della Travers è un viaggio nella mente e nelle parole dell’autrice, nelle sue indagini culturali, folcloriche, negli incontri con i grandi letterati irlandesi e in quel suo voler approfondire sempre il significato nascosto e segreto delle cose. Testo curato da Cesare Catà.
La rosa, un fiore di una bellezza disarmante. La rosa però non è solo uno dei componenti del mondo vegetale, essa è un elemento che accompagna l’uomo fin dal passato. A raccontarci il valore culturale della rosa ci pensa il libro “Rosa. Storia culturale di un fiore”, di Claudia Gualdana, edito da Marietti 1820. Il saggio ripercorre il valore che il fiore ha avuto nel corso dei secoli negli ambiti letterario, figurativo, storico e favolistico. Un libro interessante che permette di comprendere la molteplicità di significati e valori che il delicato fiore ha assunto anche nelle differenti culture dove esso è passato. La lettura del libro della Gualdana è avvincente, perché si parte dagli albori della civiltà umana e già nell’ “Iliade” di Omero si trova l’accenno alla rosa e al suo olio, usato da Venere per ungere il corpo senza vita di Ettore. Dagli scritti dell’antica Grecia, dove la rosa veniva usata anche per decorare gli altari delle divinità (Venere), si passa all’epoca dei Romani, quando il fiore era il simbolo della passione, della vita e del trionfo militare. Nel primo Cristianesimo la rosa assunse il significato del dolore e del martirio, non a caso più che i petali, prevalsero le sue spine e sarà solo col passare del tempo che ci si rese conto di come il Cristianesimo non era solo dolore, ma anche amore per la vita e speranza. Pensiamo alla rappresentazione della Madonna, madre di Gesù, spesso è accompagnata da fiori e tra di essi spiccano le rose, un’eredità di epoca pagana, che nel cristianesimo assume valore di carità, purezza e santità. Nel libro della Gualdana si fa riferimento anche al valore simbolico del fiore in rapporto ai numeri e si pone l’attenzione su quello che accadde in epoca medievale, quando la rosa visse un momento di oblio, nel senso che il suo valore erotico e sensuale la portò ad essere messa un po’ in disparte. Successivamente il fiore ebbe il suo riscatto quando venne elevato fiore l’emblema della figura di Cristo. La rosa come Cristo, da amare e rispettare. Non a caso il colore rosso dei petali veniva spesso equiparato a quello del sangue versato da Gesù nel momento della Passione in croce. Come emerge dal libro, la rosa visse un vero e proprio cammino culturale, che la portò a popolare il mondo delle cultura e, ad un certo punto, anche i giardini di case e monasteri, poichè la si riteneva un fiore in grado di curare i malumori e le infezioni. Religione, arte e anche letteratura. Nelle opere letterarie la rosa è protagonista di poesie. È simbolo di amore, di passione, di bellezza e spesso la donna amata e desiderata dal poeta è paragonata ad una rosa. Non solo, perché nel corso della storia della letteratura, il delicato fiore è stato protagonista di più e più scritti e caricato di tanti significati da indagare e scoprire. In questo la Gualdana ci aiuta dandoci interessanti informazioni e creando spunti per nuove ricerche. Alla fine del libro ci sono una serie di poesie che fanno compiere un vero e proprio cammino nella letteratura alla scoperta dei valori simbolici e metaforici che la rosa assunse per i poeti che la fecero protagonista dei propri testi. “Rosa. Storia culturale di un fiore” di Claudia Gualdana è un interessante saggio che permette al lettore di comprendere la molteplicità di significati, interpretazioni, valori simbolici e metaforici di ieri e di oggi, che si celano nei profumati petali di una rosa.
I vetri ci separano dal mondo esterno. I vetri ci separano anche da ciò che potrebbe farci soffrire e fin qui va anche bene, ma a volte ci allontanano anche da ciò che potrebbe essere coinvolgente per noi. “Doppio vetro”, romanzo dell’islandese Halldóra Thoroddsen edito da Iperborea, è quello che porta l’anziana protagonista a sentirsi esclusa da tutto e da quel presente diverso da lei, ma del quale vorrebbe tanto sentirsi parte. L’anziana ha una vita un po’ vuota: è vedova, i figli e i nipoti hanno le loro esistenze e lei non ha nessuno. L’unica cosa che le resta da fare per fare passare i minuti che scandiscono le giornate, è guardare fuori dai vetri del suo appartamento, per scrutare le vite degli altri. Ha alcune amiche vero, ma il loro rapporto si riduce in sole telefonate. Poi, un giorno tutto cambia, perché la protagonista incontra un anziano chirurgo. Tra i due è subito feeling e nella mente della donna affiorano i ricordi di un amore di gioventù, perché lei quell’ uomo lo ha conosciuto, anni prima, da giovane. Lui è proprio Sverrir, il giovanotto del quale la protagonista si era invaghita un tempo. Tra i due nasce subito l’amicizia che legherà sempre più le due anime solitarie in cerca di compagnia e che porterà alla nascita di quella che sembra essere una vera e propria relazione. Tanti sono i progetti che i due mettono in atto e molti altri ancora da compiere, solo che il passare rapido del tempo e il destino (se così lo vogliamo chiamare) metteranno in crisi i piani della coppia. “Doppio vetro” è un romanzo toccante, ricco di emozioni che evidenziano il profondo attaccamento alla vita dei protagonisti e la passione amorosa che li unisce. Un sentimento vissuto con tale sincerità e candore che leggendo la loro storia, si ha la sensazione di trovarsi davanti a due adolescenti, e non a una donna e a un uomo maturi. Quello che mi ha stupito di “Doppio vetro” è la potenza del sentimento per l’amore e per la vita che hanno i due protagonisti. Vero, i loro corpi sono anziani, logorati dal tempo, ma quell’energia, quel bisogno di amore e di amare che ribolle in loro è di una potenza disarmante. L’agire dei protagonisti di “Doppio vetro” di Halldóra Thoroddsen è la dimostrazione che, nonostante le rughe e la solitudine, il desiderio di sentirsi vivi e partecipi del mondo circostante è la base di queste due solitudini, stanche di sentirsi abbandonate da tutti. Traduzione di Silvia Cosimini.
Non so, ma magari qualcuno di voi lettori ha uno zio d’America. Io non ce l’ho, ma lo ha il protagonista del libro per ragazzi “La gamba di legno di mio zio”, di Fabio Stassi, edito da Sinnos. Stassi è un autore di libri per adulti, ma in lui non manca l’entusiasmo per la scrittura per i lettori più piccoli e così è nata questa avventurosa vicenda nella quale, la fantasia e i ricordi del suo vissuto personale si mescolano dando vita ad una narrazione avvincente, accompagnata dalle colorate e simpatiche illustrazioni di Veronica Truttero. La storia è curiosa da subito, perché il piccolo protagonista ama molto leggere e la sua passione per le parole stampate è una vera e propria ossessione che lo porta ad immergersi in modo completo nei libri. Il giovane protagonista fantastica sulle creature che incontra nei libri, si immagina di vivere avventure con mostri marini, o accanto a eroici marinai pronti a solcare i mari per raggiungere le mete desiderate. Vicine a queste creature della fantasia, il protagonista conosce le vicende dei parenti emigrati per il mondo e, allora, se li immagina al fianco dei grandi personaggi trovati nei libri. Uno di questi parenti, un anziano che assomiglia ad un capitano di altri tempi per la sua barba lunga e per quella gamba rigida, è lo zio d’America, quello con la gamba di legno che parla, parla, parla, narrando al protagonista (e anche a noi) il suo vissuto. I viaggi compiuti, gli imprevisti affrontati e la voglia di mettersi in gioco dello zio dalla gamba di legno conquistano il giovane protagonista, che resta ammaliato dalla vita del parente arrivato da lontano. Raccontando della gamba di legno dello zio, Stassi narra la storia di una famiglia, dei suoi legami, di quei viaggi della speranza messi in atto da molti (indipendentemente dal colore della pelle o dalla cultura) per poter avere un futuro migliore e lo scrittore li mette accanto alla Storia e anche alla letteratura (Long John Silver, Capitano Achab, Capitano Nemo). In “La gamba di legno di mio zio”, le protagoniste sono le vite quotidiane di coloro che sono gli attori della storia (quella con la “s” minuscola), di quella storia che caratterizza le vite di ogni giorno, nella loro umile essenza che, come dimostra Stassi, nasconde qualcosa di potente, avventuroso e straordinario. Età lettura: dai 6 anni.
Le fiabe nordiche sono una delle cellule della casa editrice Iperborea, grazie alla quale noi lettori italiani abbiamo la possibilità di addentrarci dentro il fascino che caratterizza la letteratura e la cultura dei Paesi del Nord Europa. Di recente è uscito, a cura di Bruno Berni, il tomo “Fiabe Norvegesi”, il sesto della serie dedicata alle fiabe nordiche. La raccolta ha per protagoniste narrazioni di origine antica, nelle quali gli esseri umani si muovono al fianco di creature come i troll, gli orchi e, perché no, anche animali parlanti che non solo aiutano i protagonisti, ma nascondono, in certi casi, la loro vera natura sotto la veste animalesca. Da subito si è catapultati in un mondo misterioso, un po’ fantastico, munito di elementi con richiamo netto e preciso alla realtà. Nelle fiabe ci sono giganti che celano il cuore e solo chi avrà il giusto animo gentile e arguto riuscirà a trovarlo. Ci sono fratelli maggiori cha maltrattano e ingannano i minori, i quali si trovano coinvolti in mirabolanti avventure per ottenere, si spera, il giusto riscatto. Ci sono giovani principesse promesse in spose a principi meschini, imbroglioni e umili contadini dall’intelligenza acuta. Pagina dopo pagina, ci si addentra in un mondo quotidiano, nel quale, accanto alla presenza umana non mancano creature fantastiche e animali parlanti o elementi del mondo naturale (piante e fiori) che stupiscono il lettore con i loro poteri e improvvisi colpi di scena. Come per i volumi precedenti dedicati alle fiabe, anche in questo con al centro quelle norvegesi, c’è un’interessante postfazione che permette ai lettori di avere informazioni sulle fiabe presenti nel patrimonio folklorico norvegese. Per esempio si scopre che i testi, per abitudine trasmessi oralmente, vennero raccolti e scritti per la prima volta nell’Ottocento, da Asbjørnsen e Moe. La trascrizione fu importante, poiché permise a queste storie raccontate per un tempo incalcolabile a voce, di essere fissate in una forma precisa. Ciò che affascina, leggendo le fiabe norvegesi è che in esse ci sono elementi noti, perché se andiamo a cercare nella memoria ci accorgiamo che ritornano anche nelle classiche fiabe che ci hanno raccontato da piccoli. Alcuni esempi concreti? Ci sono ragazze poverelle che indossano e perdono scarpette preziose proprio come Cenerentola. Gatti parlanti che hanno gli stivali, in questo caso, delle sette leghe. Principi trasformati in animali pronti a tornare umani quando l’incantesimo verrà sciolto. Non solo. In queste fiabe norvegesi ci sono anche personaggi che ritornano in modo costante un po’ in tutta la produzione fiabistica nordica, come accade per la figura di Ceneraccio, presente anche nella fiabe islandesi e faroesi, un segno evidente del ruolo consolidato che la tipologia di figura letteraria ha nella narrazione nordica. Le “Fiabe norvegesi” sono una raccolta di storie antiche, dove una morale c’è sempre. Esse sono ideali per un pubblico bambino e adulto che, da un parte, ha la possibilità di viaggiare in mirabolanti avventure nei boschi e nei paesaggi norvegesi e, dall’altro, soprattutto per il lettore adulto, ha la speranza di recuperare il proprio animo fanciullo volando sulle ali della fantasia. Le fiabe sono corredate dalle illustrazioni di Vincenzo Del Vecchio. Traduzione Bruno Berni.
Quanto il diverso spaventa e crea dei sospetti? Spesso, anzi, a volte troppo, e ne sanno qualcosa i protagonisti del romanzo “Il terzo matrimonio” di Tom Lanoye, edito in Italia da Nutrimenti. Maarten Seebregs è anziano, omosessuale, vedovo e parecchio al verde. Maarten ci è presentato seduto in un bar con un certo Vandessel. Quest’ultimo ha contattato l’anziano protagonista per una proposta: sposare Tamara, una donna di colore arrivata dall’Africa. Maarten dovrà diventare marito della giovane per farle ottenere la cittadinanza belga, dovrà vivere con lei come se fossero una coppia a tutti gli effetti senza però, e a questo ci tiene Vendessel, il minimo contatto fisico. Maarten accetta, perché c’è un lauto compenso. Lui è solitario, introverso, con un dolore incolmabile per la morte, mai superata, dell’amato Gaëtan. Sposerà Tamara, non per amore, ma per soldi, senza però rendersi conto che questa nuova convivenza forzata scatenerà per lui un vero e proprio cambiamento esistenziale. Sì perché non solo Tamara indosserà le vestaglie del defunto Gaëtan, non solo farà la doccia nel bagno con le mattonelle con i delfini che tanto piaceva alla coppia. Tamara, con una bellezza particolare che la fa assomigliare un po’ ad un ragazzo, si comporterà in tutto e per tutto come la fidanzata del protagonista. A ficcare il naso nella strana coppia arriveranno i due addetti dell’ufficio immigrazione che, più e più volte, piomberanno nella vita di Maarten e Tamara per scoprire cosa i due nascondo, anche se leggendo ci si accorgerà che forse a nascondere qualcosa è Tamara. Oltre al pressante ufficio immigrazione, arriveranno i pettegolezzi dei vicini che spiano Maarten e la compagna, gli atteggiamenti razzisti, bugie e improvvisi risvegli passionali che Maarten stesso aveva dimenticato di provare. Tutto il romanzo è caratterizzato da un’atmosfera tragicomica nella quale si alternano scene davvero comiche e momenti di profondo dramma esistenziale
























