
Il tempo sembra volato, ma fra poco è già Natale, domenica è il primo giorno di Avvento, e i più previdenti stanno già preparando i regali da fare alle persone a cui vogliono bene. Insomma è qualcosa in più di mero consumismo, è condivisione, comunione, e pensare anche agli altri e non sempre solo a sè. Dunque cosa c’è di meglio che regalare libri, si spende poco, è un regalo che resta, e se il libro non piace lo si regala ad altri. Ma i libri di cui parleremo oggi con i tradizionali consigli dei collaboratori di Liberi sono tutti belli, per cui andate sul sicuro.
Inizio con i primi consigli pervenutimi, poi man mano aggiorno con quelli che arriveranno. Buon Natale e passatelo con chi amate.
Ah, dimenticavo per incartarli usate carta da pacchi ecologica.
Valeria Giola
Ninfee Nere di Michael Bussi
per chi non si accontenta dei gialli
Figlie di una nuova era di Carmen Korn
per chi non crede nel potere dell’amicizia
La vita segreta degli scrittori di G.Musso
dedicato a chi non si accontenta di una bella trama
L’albergo delle donne tristi di Marcela Serrano
per chi ama i grandi classici
La gabbia dorata di Camilla Lackberg
per tutte le donne
Davide Mana
Lucia Berlin – La donna che scriveva racconti – Bollati Boringhieri
Steve Brusatte – Ascesa e caduta dei dinosauri – UTET
Michael Moorcock – Elric – Mondadori
Nnedi Okorafor – Binti – Mondadori
Bram Stoker – Dracula (nuova edizione a cura di Franco Pezzini) – Mondadori
Eva Dei
“Pietro e Paolo“, M. Fois, Einaudi
“L’inverno di Giona“, F. Tapparelli, Mondadori
“Ossigeno“, S. Naspini, E/O
“L’ultima intervista“, E. Nevo, Neri Pozza
“L’ora di Agatha“, A.C. Bomann, Iperborea
Federica Belleri
–Il giardino dei mostri, di Lorenza Pieri
–Libera uscita, di Debora Omassi
–Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti
–L’isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi
–Lei era nessuno, di Letizia Vicidomini
Nicola Vacca
Michel Houellebecq Serotonina La nave di Teseo
Bret Easton Ellis Bianco Einaudi
Luigi di Ruscio Poesie scelte Marcos Y Marcos
Roberto Saporito Come una barca sul cemento Arkadia
J Saramago Diario dell’anno del Nobel Feltrinelli
Giulietta Iannone
Risorgere Paolo Pecere Chiarelettere
Il secondo cavaliere Alex Beer Edizioni EO
Racconti di Pietroburgo Nikolaj Gogol’ Marcos Y Marcos
Racconti del crimine Tanizaki Junichiro Marsilio
Il mio nome è Jack Reacher Lee Child Longanesi
Viviana Filippini
La frontiera, Erika Fatland (Marsilio 2019)
Il terzo matrimonio, Tom Lanoye (Nutimenti 2019)
Bianca, Bart Moeyaret (Sinnos 2019)
Camminare di Henry David Thoreau (Marietti 1820, 2019)
I fantasmi di Darwin Ariel Dorfman (Clichy edizioni 2019)
Maria Anna Cingolo
L’ educazione Tara Westover Feltrinelli
Le ragazze del Pillar Stefano Turconi, Teresa Radice BAO Publishing
I ragazzi della Nickel Colson Whitehead Mondadori
L’onda Suzy Lee Corraini Edizioni
Cento poesie d’amore a Ladyhawke Michele Mari Einaudi
Elena Romanello
Timeless (Il Castoro)
La trilogia di Nevernight (Mondadori)
Il grande libro della fantasy classica (Fanucci)
321 cose utili da sapere sugli animali (Rizzoli)
Il diario della mia scomparsa (J-Pop)
Le fiabe nordiche sono una delle cellule della casa editrice Iperborea, grazie alla quale noi lettori italiani abbiamo la possibilità di addentrarci dentro il fascino che caratterizza la letteratura e la cultura dei Paesi del Nord Europa. Di recente è uscito, a cura di Bruno Berni, il tomo “Fiabe Norvegesi”, il sesto della serie dedicata alle fiabe nordiche. La raccolta ha per protagoniste narrazioni di origine antica, nelle quali gli esseri umani si muovono al fianco di creature come i troll, gli orchi e, perché no, anche animali parlanti che non solo aiutano i protagonisti, ma nascondono, in certi casi, la loro vera natura sotto la veste animalesca. Da subito si è catapultati in un mondo misterioso, un po’ fantastico, munito di elementi con richiamo netto e preciso alla realtà. Nelle fiabe ci sono giganti che celano il cuore e solo chi avrà il giusto animo gentile e arguto riuscirà a trovarlo. Ci sono fratelli maggiori cha maltrattano e ingannano i minori, i quali si trovano coinvolti in mirabolanti avventure per ottenere, si spera, il giusto riscatto. Ci sono giovani principesse promesse in spose a principi meschini, imbroglioni e umili contadini dall’intelligenza acuta. Pagina dopo pagina, ci si addentra in un mondo quotidiano, nel quale, accanto alla presenza umana non mancano creature fantastiche e animali parlanti o elementi del mondo naturale (piante e fiori) che stupiscono il lettore con i loro poteri e improvvisi colpi di scena. Come per i volumi precedenti dedicati alle fiabe, anche in questo con al centro quelle norvegesi, c’è un’interessante postfazione che permette ai lettori di avere informazioni sulle fiabe presenti nel patrimonio folklorico norvegese. Per esempio si scopre che i testi, per abitudine trasmessi oralmente, vennero raccolti e scritti per la prima volta nell’Ottocento, da Asbjørnsen e Moe. La trascrizione fu importante, poiché permise a queste storie raccontate per un tempo incalcolabile a voce, di essere fissate in una forma precisa. Ciò che affascina, leggendo le fiabe norvegesi è che in esse ci sono elementi noti, perché se andiamo a cercare nella memoria ci accorgiamo che ritornano anche nelle classiche fiabe che ci hanno raccontato da piccoli. Alcuni esempi concreti? Ci sono ragazze poverelle che indossano e perdono scarpette preziose proprio come Cenerentola. Gatti parlanti che hanno gli stivali, in questo caso, delle sette leghe. Principi trasformati in animali pronti a tornare umani quando l’incantesimo verrà sciolto. Non solo. In queste fiabe norvegesi ci sono anche personaggi che ritornano in modo costante un po’ in tutta la produzione fiabistica nordica, come accade per la figura di Ceneraccio, presente anche nella fiabe islandesi e faroesi, un segno evidente del ruolo consolidato che la tipologia di figura letteraria ha nella narrazione nordica. Le “Fiabe norvegesi” sono una raccolta di storie antiche, dove una morale c’è sempre. Esse sono ideali per un pubblico bambino e adulto che, da un parte, ha la possibilità di viaggiare in mirabolanti avventure nei boschi e nei paesaggi norvegesi e, dall’altro, soprattutto per il lettore adulto, ha la speranza di recuperare il proprio animo fanciullo volando sulle ali della fantasia. Le fiabe sono corredate dalle illustrazioni di Vincenzo Del Vecchio. Traduzione Bruno Berni.
C’è una mamma, c’è un papà, c’è un bambino. C’è una mamma che ha un bisogno importante: trovare la casa perfetta per la propria famiglia. Questo è il cuore di “Mamma cerca casa” della scrittrice Guia Risari. La mamma che cerca casa, ricerca una casa bella, non tanto grande, calda in inverno e fresca in estate. Cerca una casa vicina alle montagne e con il mare a portata di mano. Una casa dove ci sono vicini che non urlano, ma parlano in modo pacato, che non bisticciano, che si comportano bene e che ti rispettano. La casa che la mamma del protagonista desidera sembra un sogno irrealizzabile, ma la donna è tenace e farà di tutto pur di trovare l’abitazione giusta per la sua famiglia. Il libro di Guia Risari, con le simpatiche e colorate illustrazioni di Massimiliano di Lauro è una storia avvincente, dalla quale emerge il profondo bisogno di una madre di trovare la casa perfetta per il suo nucleo familiare. A raccontarci tutto c’è un buffo e simpatico bambino/figlio, che la osserva e scruta nel compiere quella che è a dir poco un’impresa titanica. La mamma del protagonista infatti non è solo alla ricerca di una casa ideale per lei e la sua famiglia, ma anche di un mondo nel quale i conflitti, i pregiudizi, le separazioni tra persone e le incomprensioni non esistono più. Quello che la mamma cerca di fare assomiglia a un sogno da realizzare a tutti i costi e, allora, pensi alla frase dedica messa da Guia Risari all’inizio del libro:
“Da dove vieni?” Tante volte ci sarà capitato di udire questa domanda. Essa nelle scuole di oggi ritorna come un mantra, perché ci sono molti bambini stranieri. C’erano anche in passato, ma oggi sono più numerosi. Alcuni sono arrivati da poco, altri sono figli di persone giunte da lontano da altre terre, Paesi e Stati, nella speranza di avere un futuro nuovo. Alcune delle loro storie sono state raccolte da Daniele Aristarco nel suo libro “Io vengo da. Corale di voci straniere”, edito da Einaudi Ragazzi. Protagonisti sono i bambini e non solo, in questo caso, ci sono anche adulti, un tempo ragazzini, venuti a stare in Italia, da luoghi lontani. Ogni storia presente nelle pagine di questo libro diventa una vera e propria testimonianza di vita vissuta, perché quella domanda “Da dove vieni?”, alla quale sembra così semplice trovare una risposta, in realtà, se ci pensiamo bene, è in grado di mettere in moto una ricerca che va ben oltre il posto fisico dal quale si è partiti o dove si vive. Quel “Da dove vieni?” scatena nei piccoli protagonisti del libro di Aristarco una vera e propria ricerca, che li conduce ad un salto indietro nel tempo e anche a recuperare nella memoria, immagini del tempo andato. Un andare a ritroso che fa emergere nomi di Paesi lontani, amicizie importanti o situazioni politiche complesse che hanno costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le loro terre. Usi, costumi, lingue e tradizioni diverse da quelle italiane. Il libro è coinvolgente, perché ogni ragazzino che racconta mette in evidenza non solo le cose belle provate nella propria vita, ma anche tanto altro che induce il lettore e pensare. Da una parte, ci sono le difficoltà vissute nel paese di origine e sono quelle che hanno costretto i protagonisti (maschi o femmine) e le loro famiglie e tante altre persone a decidere di partire, rischiando la vita sui barconi della speranza. Dall’altro, non mancano riferimenti ai problemi trovati nella terra di arrivo dove, la paura, il timore e il pregiudizio verso il “diverso”, hanno creato difficoltà di inserimento e integrazione agli immigrati. Tra le pagine del libro, realizzato con una copertina del tutto simile al passaporto, c’è chi arriva dall’Iran, dal Bangladesh, dalla Cina, dalla Romania, dall’Afghanistan e da tanti altri Stati. Poi, alla fine c’è una storia, un po’ più lontana nel tempo, ma vicina a dire il vero ed è la storia di Billie Holiday, cantante afroamericana nell’America segregazionista negli anni Trenta e Quaranta, dove neri e bianchi dovevano stare ben separati e mai mescolarsi (infatti c’erano il bus per soli neri, i locali e negozi per persone di colore, come le scuole e i bagni per soli neri). Una storia del passato che si ripete oggi, in modo diverso, con nomi diversi, ma dove la diversità (culturale e del colore della pelle o lingua) è ciò che allontana e separa. “Io vengo da. Corale di voci straniere” è sì davvero un coro di voci, dove Daniele Aristarco mette al centro temi importanti come l’amicizia, la crescita, il confronto tra culture diverse, l’ospitalità e l’integrazione – a volte un po’ più complessa del previsto- per chi arriva da lontano. Aristarco ci porta a conoscere mondi nuovi e diversi dal nostro, e dico “ci porta” per il semplice fatto che il libro è per ragazzi, ma dovrebbero leggerlo anche gli adulti, perché con questi frammenti di vite, Aristarco ci fa capire quanto a volte la storia possa ritornare (i migranti ci sono sempre stati nel corso del tempo, italiani compresi) e toccare tutti da vicino. Il libro presenta anche le illustrazioni di Giordano Poloni.
Lo scorso agosto sono stati i 200 anni dalla nascita di Melville, l’autore di Moby Dick e l’editore LiberiLibri per l’importante anniversario ha ripubblicato (seconda edizione riveduta e ampliata rispetto al 1994) “Le lettere a Hawthorne” di Herman Melville, il carteggio tra lui e Hawthorne, due figure magistrali della letteratura americana. Le pagine scritte da Melville permettono a noi lettori di entrare dentro una parte della sua vita, tra il 1851 e il 1852, per conoscerlo nel suo vissuto lavorativo, ma anche in quello privato. Ed è la mescolanza tra queste due dimensioni che ci aiuta ad avere un’immagine più nitida dello scrittore, che in quel biennio visse sulla propria pelle uno dei momenti più intensi della sua evoluzione come autore e della sua produzione letteraria. Quello che emerge da questi testi è la personalità complessa, piena di dubbi, timori emozioni e paure che attanagliavano Melville: uno scrittore dalla creatività in costante fermento. Melville aveva viaggiato molto nella sua esistenza e proprio grazie a questo suo continuo spostarsi, lui era riuscito a trovare lo spunto per molti scritti proprio dal contatto con la realtà vissuta in prima persona e da quello con popolazioni differenti per usi e costumi da quella americana. Molti degli appunti presi dall’autore sono diventati romanzi a tutti gli effetti o rimasti delle bozze da sviluppare. L’autore di “Moby Dick” scrive a Hawthorne, manifestando il suo bisogno di incontrare lui e la sua famiglia, come per avere un contatto diretto con un collega che a tratti sembra essere il migliore amico mentre, in altri momenti, Hawthorne sembra essere non il nemico, ma quel tipo di autore, perfetto, di successo, con una famiglia da cartolina ed equilibrato che Melville avrebbe voluto essere, e che non divenne mai. Quello che emerge da queste pagine è il ritratto di un uomo tormentato, consapevole della sua capacità di scrittura ma, allo stesso tempo, convinto di venir ricordato dai posteri non per i propri romanzi, ma come l’individuo che viveva con i cannibali e che amava scrivere libri con protagonisti dei selvaggi. Nelle lettere lo stesso Melville si concentra su alcuni suoi testi: “Moby Dick” che, in quel periodo, era in revisione e che lo sfiancò psicologicamente ; poi ci sono riferimenti a “Pierre” e alle sue aspirazioni di letterarie e la storia di Agatha, unita agli spunti della vita vissuta che ispirarono Herman alla stesura del soggetto. “Lettere a Hawthorne
“Stato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto” è l’ultimo lavoro di Navid Kermani, pubblicato da Keller. Le pagine sono un vero e proprio affresco dettagliato del mondo mediorientale che l’autore, con la sua abile capacità di reporter, ha messo nelle pagine di un testo che è un vero e proprio viaggio letterario in quei Paesi del Medioriente dei quali sentiamo parlare alla televisione o leggiamo sui giornali. Kashmir, Agra, Gujarat, Pakistan, Afghanistan (parte prima e parte seconda), Iran, Iraq, Kurdistan, Siria, Palestina, fino a Lampedusa. Il reportage, tradotto da Fabio Cremonesi, permette a chi legge di conoscere quei mondi che sembrano così lontani e diversi da noi. Per esempio parlando del Kashmir, l’autore evidenzia come lo stato sia da tempo al centro dei “desideri” di Pakistan e di India, pronti anche a farsi la guerra pur di averlo. Di esso narra anche le bellezze naturali che non ti aspetti di trovare e la fuga delle popolazioni minacciate dai conflitti. Nel Gujarat, Kermani evidenzia, da una parte, i progressi economici e, dell’altra, la difficile convivenza tra induismo e religione musulmana. Non facile è la vita dei religiosi sufisti in Pakistan, che hanno serie difficoltà a poter vivere in modo completo e libero la propria dimensione mistica e di fede. L’autore ci pone attenzione sulla rivolta a Theran, in Iran, e della forte censura governativa che ha limitato in modo eccessivo la libertà di documentare la realtà e ciò che in essa accade. Stabilità politica molto difficile anche in Iraq dove, dopo la destituzione di Saddam Hussein, sembra che pace, ordina e stabilità sembra non riuscire proprio a radicarsi. Leggendo le pagine del libro di Kermani si nota la sua grande capacità di rendicontare dei mondi, delle culture, usi e tradizioni diversi che l’autore ha conosciuto vivendole in modo concreto. Ci sono inoltre degli elementi comuni che ritornano per ogni terra attraversata e che evidenziano una serie di problematiche condivise. C’è la mancanza di stabilità politica; la assenza di un adeguata stabilità economica che sia accessibile per tutti e non solo per qualcuno. Si percepisce anche un senso di mancanza di libertà di espressione un po’ ovunque; di vite che vorrebbero un po’ di pace e di tranquillità, ma che si trovano a vivere con un senso di precarietà che attanaglia in modo costante e che rende difficile fare progetti per il domani. Pagina dopo pagina “Stato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto” di Kermani mostra la sua profonda e dettagliata conoscenza sia del mondo occidentale, che di quello orientale, elemento che lo rende un vero e proprio punto di riferimento per i lettori interessanti a conoscere e comprendere la situazione del mondo mediorientale dell’oggi, per sapere come muoversi in esso nel prossimo futuro.
“Le volte che esco fuori dai gangheri,
Henry David Thoreau ci ha accompagnato nella vita nei boschi con Walden, ma in realtà lo scrittore americano, nel 1862 ha trascritto le riflessioni emerse dalla sua passione del camminare. L’editore Marietti 1820 ha pubblicato “Camminare” di Thoreau. Il saggio è nato dalle solitarie camminate che lo scrittore ha sperimentato nelle incontaminate terre degli Stati Uniti d’America. Camminare per Thoreau non era un agire qualunque. Il camminare per lui era uno stare a contatto diretto con la natura più pura. Era, ed è, lo stabilire con essa un rapporto profondo e fondamentale che permette all’essere umano di cogliere la dimensione più profonda che anima il mondo naturale e ciò che lo compone. Questo camminare per conoscere meglio il sé e il mondo, è visto da Thoreau come un vero e proprio Camminare Errante, che l’individuo compie per evolversi, per comprendere la bellezza della realtà naturale che lo circonda, per maturare e accrescere le proprie competenze e conoscenze, sempre il relazione al creato più puro e libero. Thoreau parla di arricchimento per l’uomo derivante dal muoversi immerso nella natura, però questa natura deve essere naturale, o meglio deve essere allo stato selvaggio, perché, secondo l’autore, le cose sono davvero buone e sane quando sono libere di essere quello che sono e non hanno costrizioni imposte da altri. Secondo Thoreau per capire al meglio la Natura non solo ci si deve immergere e lascia trasportare da essa, quando si trova nel suo stato più selvaggio. Per avere una massima comprensione di essa e dei suoi elementi, si deve camminare dentro ogni suo elemento, lasciandosi completamente trasportare dal linguaggio oscuro di vibrazioni e suoni che la caratterizza. Elementi che compongono una vera e propria grammatica da interpretare. Il camminare è molto utile secondo l’autore, perché porterebbe ogni singolo individuo ad uscire da una condizione di ignoranza (definita conoscenza negativa) per arricchire la conoscenza vera (definita ignoranza positiva). Il saggio “Camminare”, ha sì poche pagine, ma è un concentrato di riflessioni profonde sull’uomo, sul suo agire e sul modo di porsi nei confronti di quello che lo circonda. Non a caso, Thoreau mette in evidenza anche la chiara e nette differenza tra il mondo civilizzato, dove tutto è imbrigliato in regole, usi, dettami che rendono l’ambiente, la natura e l’uomo stesso poco spontanei e il mondo della Natura pura e rigogliosa. Thoreau ci consiglia di camminare, da soli, in un bosco selvaggio, piuttosto che in un giardino ben curato, perché nel primo si respira la massima libertà della Natura, mentre nel secondo, essa è modellata dalla volontà ed esigenze degli uomini. “Camminare” di Thoreau è un invito che l’autore rivolge ai lettori, a tutti noi esseri umani, per sperimentare il camminare non come un fare meccanico, ma come un’arte che permette ad ogni singola persona di indagare il proprio io in rapporto con la Natura Madre pura e selvaggia, riscoprendo la profonda armonia che anima il rapporto secolare tra queste parti. Il testo presenta una nota di Marina Corradi dedicata alla Gramática parda. Traduzione di Alessandro Pugliese.
Paola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, è tornata da poco in libreria con “Lascio che l’ombra”, edito da Manni. Il libro è una storia nella quale il noir, il giallo, l’avventura e la storia del passato si mescolano alla perfezione in un intreccio narrativo nel quale la Giulia cercherà di capire che fine ha fatto Aris, antropologo e sociologo scomparso nel nulla. Ne abbiamo parlato con l’autrice.
Fitzroy Foster è il protagonista di “I fantasmi di Darwin”, di Ariel Dorfman. Fitzroy Foster si troverà a vivere un’esistenza tra l’adolescenza e l’età adulta segnata da un evento che ne condizionerà il vissuto. Da subito il romanzo di Dorfman porta il lettore in una dimensione che rasenta l’impossibile e l’irreale. Sì perché per il protagonista il giorno del quattordicesimo compleanno, l’11 settembre del 1981, accade qualcosa di fuori dalla norma. Nella foto scattata, non compare lui, ma un’altra persona. E così in ogni altra polaroid fatta, il volto presente non è quello di Fitzroy, ma quello di uno strano individuo del quale non conosce nulla. Per il protagonista e la sua famiglia sarà un incubo che influenzerà il loro esistere. Il ragazzo vivrà segregato, non farà più fotografie in pubblico e sarà costretto a limitare al massimo gli spostamenti proprio perché sui suoi documenti, il viso che compare (nonostante le ripetute sedute fotografiche che il padre gli fa lontano da occhi indiscreti) non è il suo, ma quello di una altro che non solo non è lui, ma –visti i caratteri del volto- sembra venire proprio da secoli prima. A parte la famiglia, Fitzroy perde ogni amico, solo Cam Wood, la sua fidanzatina di un tempo, tornerà nella vita del protagonista e per lui sarà un vero e proprio faro nella nebbia, una guida verso una meta che c’è, ma che gli ostacoli e imprevisti impediscono di raggiungere. Fitzroy comincerà una propria ricerca nel passato basandosi sulle indagini cominciate dalla madre e proseguite poi da Cam intenta a compiere le investigazioni all’estero (in Europa), dove Fitz non va per ovvi motivi. Il tutto nella speranza di dare un senso a quella strana e assurda realtà della quale anche lei è entrata a far parte. “I fantasmi di Darwin” è una storia di famiglia, corale, perché Fitzroy partendo dal suo vissuto personale avrà modo di dipanare il passato oscuro dei suoi avi, scoprendo che nel suo albero genealogico si nascondono donne e uomini che hanno mercificato e sfruttato le popolazioni indigene, per fare studi, esperimenti e anche guadagnare soldi con forme di spettacolo con al centro queste popolazioni indigene trattate come fenomeni da baraccone. L’emergere di questo passato, di maltrattamenti e sfruttamento renderanno le cose molto più chiare a Fitzroy, che comincerà a vedere in quell’individuo che compare al suo posto nelle foto, una delle vittime del tempo trascorso, che ha qualcosa in sospeso con lui. Fitzroy diventa consapevole di essere il capro espiatorio per errori, violenze e sofferenze causate da altri e farà il possibile per sistemare il complicato puzzle di tale situazione. Il romanzo del cileno americano Dorfman è avvincente, a tratti appare pure surreale ma, allo stesso tempo, fa profondamente riflettere sul comportamento non corretto che i bianchi ebbero nei confronti delle popolazioni indigene, trattate come delle vere e proprie cavie da laboratorio, perché “diverse” e sconosciute e, per tale ragione, potenzialmente pericolose. “I fantasmi di Darwin” di Ariel Dorfamn è un romanzo dove thriller, giallo, realtà storica, fantasia e avventura si mescolano dando forma ad una storia che invita il lettore a riflettere, a conoscere e comprendere se stessi e quel lato oscuro – come aveva già evidenziato Conrad in “Cuore di tenebra”- presente in ognuno di noi. Una volta compiuto questo passo di presa di coscienza di sé, la speranza è che anche il pregiudizio che spesso porta a vedere il prossimo come nemico, venga sconfitto. Traduzione Fabio Cremonesi e Micaela Uzzielli.
Elena ha quasi 18 anni ed è la protagonista del romanzo “Sette rose per Rachel”, scritto da Marie-Christophe Ruata-Arn e pubblicato da Sinnos. Elena ha tutto dalla vita, è bella, benestante, ha amici e ogni cosa. È l’adolescente viziata che più ha, più vorrebbe. Mentre il suo compleanno si avvicina, e la ragazza è convinta di trascorrerlo con il fidanzatino Arthur, a Ginevra, la madre le fa una sorpresa (non tanto amata però dalla ragazza) portandola in Italia. Motivo del viaggio è la messa in ordine della casa della nonna morta un anno prima. Elena si lamenta ogni singolo momento, poi arrivata in quella casa da svuotare, la giovane scoprirà che lo stabile non è vuoto come sembra e oltre ai mobili -e secondo le dicerie del paese- qualcuno in quelle mura ci vive e si muove ancora. Elena, che ritrova anche l’amico d’infanzia Matteo, all’inizio vorrebbe andare via, poi però capisce che quella strana presenza nella casa abbandonata è in stretto rapporto con la defunta nonna Rachel. In un romanzo che è un perfetto mix tra situazioni verisimili e fantasia, Elena dovrà fare i contri con il fantasma che vive nell’abitazione di nonna Rachel. La protagonista si approccia allo spettro anche se non lo vorrebbe udire, però quella cosa o resti di un individuo che si fa chiamare Tita chiede di essere ascoltato da lei, proprio per farle sapere come sono andate davvero le cose. Un ascoltare che aiuterà Elena a scoprire dolorose verità nascoste che da sempre hanno minato l’esistenza di sua nonna Rachel, di Tita e di suo nonno. “Sette rose per Rachel” è un romanzo di formazione nel quale la protagonista grazie alla scoperta della vita della nonna, riuscirà a compiere un percorso di crescita emotiva che la aiuterà a diventare più adulta e meno capricciosa. Elena dovrà fare i conti con il tormentato Tita, con Matteo l’amico di sempre che forse non è solo amico, con Arthur che arriva dalla Svizzera, con sua madre che non le crede, con le chiacchiere e i pettegolezzi di paese su sua nonna Rachel e Tita. Un magma di eventi che scuoteranno nel profondo la giovane protagonista. E sarà proprio grazie alla tormentata storia d’amore vissuta dalla nonna Rachel in gioventù, che Elena imparerà a conoscere il passato della sua famiglia materna, compresi quegli eventi drammatici che segnarono per sempre la vita dei suoi nonni e di quel fantasma che la assilla. Non solo, perché la quasi maggiorenne Elena, proprio grazie alle esperienze della nonna e in soli nove giorni (tempo in cui si svolge la narrazione) imparerà ad ascoltare e a conoscere se stessa, comprendendo i sentimenti in contrasto presenti nel proprio animo e imparando a riconoscere quali sono le persone, le scelte, le cose e le azioni davvero importanti per la sua esistenza. “Sette rose per Rachel” della Ruata-Arn è quindi un romanzo di formazione vero e proprio, nel quale la protagonista vive una serie di prove (eventi e ostacoli da superare) che le permetteranno di comprendere, attraverso la riscoperta delle proprie origini, quali sono i veri insegnamenti da cogliere per diventare una persona migliore. Traduzione dal francese Federico Appel.
“Il nero è un colore” è il romanzo autobiografico di Grisélidis Réal, autrice nata a Losanna nel 1929 e scomparsa a causa del cancro nel 2005. La storia narrata dalla Réal è una vicenda autobiografica che ha al centro la fuga della narratrice con un amante pazzo di origine afroamericana (Bill), che lei è riuscita a far dimettere da una clinica psichiatrica. Con la coppia ci sono i due figli della donna e tutti e quattro si dirigono a Monaco per sfuggire alla miseria, alla fame e alla povertà. Per il quartetto comincerà una vera e propria lotta alla sopravvivenza per poter mangiare qualcosa e per avere un tetto da riparo sulla testa. Pagina dopo pagina ci addentriamo nella vita della scrittrice svizzera che ci trascina nel suo mondo, complicato sì, ma dove l’amore per i figli è quello che domina e che la spinge la Réal a fare il possibile per tenere unita la famiglia. Ed ecco che nelle pagine, al tanto amore materno, si alternano momenti più cupi dove la protagonista conosce da vicino il male, la violenza, lo spaccio per droga, la fame, il carcere e quella sensazione di vita vissuta sempre sul filo del rasoio. Dalla strada, ad un certo punto, la protagonista finirà a lavorare come attrice in piccoli film, come modella per la scuola di pittura e nella Casa Rossa, un bordello gestito da Mamma Shakespeare. Non mancherà nemmeno un altro amante che la trascinerà in un losco giro di traffico di droga e tante altre dure prove che renderanno l’esistenza di Grisélidis una lotta per la sopravvivenza, la sua, per garantire quelle dei suoi bimbi. “Il nero è un colore” è una vicenda autobiografica di forte impatto emotivo, nella quale il sopruso, la violenza, il cinismo umano sono qualcosa di impressionante, perché la protagonista incontra persone con atteggiamenti così meschini, cattivi e brutali da sembrare usciti da un film, mentre in realtà sono la nuda e cruda verità vissuta in prima persona dall’autrice. Chi racconta parla di sé, e lo fa con dolcezza alternata a rabbia e furore, ponendo però al centro di tutto, e sempre, quell’ amore profondo per i figli, un legame così intenso da indurla a vendere il suo copro pur di dare loro un po’ di tranquillità e cibo. Nelle pagine di “Il nero è un colore” si susseguono depravazione e le richieste più assurde di clienti che possiamo mettere tra il sadico e il feticista, ai quali la donna si sottomette per avere qualche spicciolo, ma la Réal ci fa conoscere anche qualcosa di davvero speciale nel suo vissuto: le sue passioni potenti. Oltre ai due figli, Girsélidis ha una profonda e palpitante attrazione per gli uomini dalla pelle color ebano, in particolare per i militari presenti nelle caserme americane in Germania. Quei soldati che attirano la protagonista per la loro prestanza fisica, per quella pelle così liscia e levigata da sembrare scolpita e per le loro automobili luccicanti. Altro elemento importante della vita della Réal sono i suoi amici zingari, quell’etnia che per lei è una vera e propria famiglia, che la ama e accudisce, senza pregiudizi, come se fosse una figlia, anche se figlia loro non lo è. “Il nero è un colore”, Grisélidis Réal è un libro lucido, nel quale l’autrice ripercorre passo dopo passo la sua vita, le sensazioni e le emozioni che l’hanno caratterizzata, in un ritratto chiaro di sé nel quale ogni singola cosa o gesto compiuto è portato avanti, nonostante le difficoltà, dalla forza e dal sentimento dell’amore. Traduzione dal francese Yari Moro.























