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Paola Baratto e i racconti di “Malgrado il vento” (Manni 2021) A cura di Viviana Filippini

8 agosto 2021

Oggi abbiamo ospite Paola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, tornata in libreria con il suo nuovo libro, “Malgrado il vento” edito da Manni editore. Con lei abbiamo parlato della nascita del libro, dei diversi personaggi protagonisti che aniamano le pagine delle storie di vita narrate, ma anche del ruolo e del valore della scrittura nella vita delle persone. Buona lettura.

Come è nato l’idea di “Malgrado il vento”? Con Malgrado il vento ho proseguito il lavoro iniziato con Giardini d’inverno, in cui mettevo a fuoco alcune persone molto comuni, ma che a loro modo sfuggivano all’omologazione. Ma mentre là erano dei fermo immagine, qui li ho lasciati più liberi di muoversi, di parlare e di interagire tra loro con maggiore evidenza. Tanto è vero che per Giardini d’inverno e anche per Tra nevi ingenue, uso solitamente la definizione di “prose poetiche”, mentre per Malgrado il vento non mi sembra azzardato il termine “racconti”. Avevo in mente un tipo di film francese corale, che amo molto. Penso a pellicole, per esempio, di Cédric Klapisch, come Parigi, Someone Somewhere, Ognuno cerca il suo gatto… in cui individui che non hanno legami tra loro vengono osservati nella loro quotidianità, anche banale, in cui si sfiorano, a volte inconsapevolmente. Ci sono destini che s’intrecciano, incontri mancati. E vanno a comporre una sorta di “mosaico sociale”, dinamico, curioso, dove anche la tessera più piccola e insignificante ha un suo valore nell’insieme del quadro.

Quanto è stato – ed è importante- per uno scrittore osservare il mondo che lo circonda? Ci sono autori esclusivamente introspettivi ed altri che mettono l’umanità sotto il vetrino della loro capacità di osservazione. Sono modalità altrettanto valide. Per quanto riguarda il mio gusto, amo chi riesce a trovare un equilibrio tra queste due inclinazioni. Mettere a “tacere” la voce interiore, sospendere il proprio giudizio, per ascoltare gli altri, è sempre stato importante per me. E anche cercare d’indagare l’interiorità altrui, partendo da alcuni indizi, da dettagli rivelatori. Così come immaginare le vite degli altri, degli sconosciuti, partendo da poche frasi captate o da suggestioni. È quello che spiega Tomas, nel prologo del libro. È uno scrittore che fa ritratti con le parole. Il suo è uno stratagemma per acquisire materia su cui scrivere. Non gli interessa, tuttavia, il contenuto di quel che gli raccontano le persone. Gli episodi della loro esistenza. Ma i modi in cui li ricordano e li riportano, magari dopo anni, gravati di amarezza, di rancore oppure velati di nostalgia. La stessa esperienza, raccontata da persone diverse finisce per rivelare differenti personalità. È questo che conta per lui. E riesce anche a cogliere quello che le persone non dicono apertamente.

Secondo te, un quartiere –come nel tuo libro- o un piccolo paese possono essere visti come un mondo in miniatura per le diversità che caratterizzano chi ci vive? L’idea del microcosmo ha spesso attratto gli autori. Quello che si riesce ad osservare in una goccia, riproduce in scala ridotta quello che accade in contesti più ampi. Io amo il viaggio, l’altrove, le grandi città. Mi piace l’idea di perdermi nella folla, di scoprire nella stessa città, angoli che non conoscevo. Tuttavia, so che, anche quando si vive in una metropoli, si tende ad individuare punti di riferimento, percorsi preferiti, luoghi in cui si viene “riconosciuti” e in cui si incontrano le stesse persone. Nelle metropoli ci sono le zone, i quartieri. L’abbiamo sperimentato durante i lockdown, in cui il nostro mondo si è come rimpicciolito. E la funzione del negozio di prossimità è diventata all’improvviso vitale, indispensabile. Anche sotto il profilo umano. E mi auguro che questo fattore non venga dimenticato, una volta che questo momento terribile sarà superato.

I racconti sono ritratti di un’umanità variegata. C’è uno dei protagonisti al quale sei più legata? Se sì quale è e perché? Guardo con molta simpatia a Fernanda. Al suo salone di pedicure e callista, che è diventato un luogo di socializzazione. Una sorta di “social” dove le persone condividono cose concretamente, pettegolezzi, musica, cibo. È un personaggio totalmente inventato, ma che mi piacerebbe esistesse. Fernanda è solare ed è riuscita con la forza della sua freschezza e della sua capacità di accoglienza a ribaltare i pregiudizi dei suoi vicini. A conquistarli. E ha fatto del suo salone un luogo dove si curano anche le solitudini.

Nelle tue storie ci sono uomini e donne, italiani e stranieri, professioni differenti, come è per loro la convivenza e come è stato per te raccontarli nelle loro diversità?  Non è stato difficile perché lo vedo nella zona in cui vivo, a Brescia. Non è centro storico, ma diversi palazzi e ville sono sorti nei primi decenni del Novecento, quando lì c’erano solo campi. Vi convivono molti anziani, studenti, stranieri… o professionisti che, come l’architetto Eugenio del libro, hanno ristrutturato appartamenti negli antichi palazzi del Trenta. Convivono e si ritrovano tutti a fare la coda dai fruttivendoli o dai salumieri. Si incontrano persone non conformi a certi schemi, insolite. Io che non amo l’omologazione e apprezzo i contrasti, mi ci trovo molto bene. Non è un modello inedito e accade anche in altre città europee. Non è esente da rischi, e non bisogna mai sottovalutarli. Qualche problema c’è stato, ma siamo fortunati ad avere chi “vigila” e previene conflitti. Tuttavia, non mi piacerebbe vivere in luoghi dove gli abitanti sono conformi per ceto o censo. 

C’è un po’ di te in Marta la giornalista e in Tomas lo scrittore? Marta e Tomas rappresentano due aspetti contrastanti della mia personalità. La prima è più empatica. Anche se non è un’ingenua, mantiene un tratto emotivo nelle relazioni. Tomas è distaccato e molto lucido. Ha maturato quel disincanto cui è destinato ogni scrittore che osserva la realtà in maniera lucida.

Quanto e perché è importante la scrittura? Per alcuni è tormento, per altri piacere. Anche quando non sei davanti alla pagina, è un terzo occhio, un punto di vista che ti accompagna ovunque. Come avere un compagno immaginario. Certe esperienze dell’esistenza le vivi come persona e come autore e sai che qualcosa ti resterà attaccato e lo sublimerai, prima o poi, attraverso la scrittura. Scrivere è tanto cose insieme e lo si fa per le motivazioni più diverse. Ma una di queste è sicuramente la possibilità di sublimare il vissuto. Anche scegliere la parola esatta per definire qualcosa che ci ha ferito ci aiuta a portarlo ad un altro livello e a liberarcene.

:: Un’ intervista con Paola Baratto, autrice di “Lascio che l’ombra” (Manni editore 2019) a cura di Viviana Filippini

9 luglio 2019

Paola BarattoPaola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, è tornata da poco in libreria con “Lascio che l’ombra”, edito da Manni. Il libro è una storia nella quale il noir, il giallo, l’avventura e la storia del passato si mescolano alla perfezione in un intreccio narrativo nel quale la Giulia cercherà di capire che fine ha fatto Aris, antropologo e sociologo scomparso nel nulla. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di “Lascio che l’ombra”?

L’impulso a scrivere una storia deriva, per me, dall’incontro di più fattori. C’è sempre una parte poetica, emotiva, immaginifica e una razionale, ovvero lo sviluppo d’una riflessione o semplicemente una serie di interrogativi. La prima è una sorta di “innamoramento”, è quello che mi fa desiderare di entrare nella storia. E di solito si tratta d’un luogo, della sua atmosfera, del suo potenziale di memorie e di poesia. Quindi, avevo in mente da tempo quella cittadina con il borgo con le sue antiche case di famiglia. Poi c’era una domanda, che mi pungolava, che fine ha fatto l’intellettuale? Quali i motivi della sua progressiva scomparsa? E c’era il personaggio di Giulia, che mi dava l’occasione di parlare un po’ della figura dello scrittore, oggi…

Aris, antropologo e sociologo scompare. Non si sa dove sia finito e cosa gli sia accaduto. Cosa spinge Giulia tornare al borgo dove lei e anche Aris vivevano?

È una domanda interessante perché, in effetti, in un primo momento Giulia potrebbe apparire semplicemente come la narratrice o come la “investigatrice” improvvisata. In realtà, anche lei sta attraversando una crisi. È una scrittrice, come Aris, con il quale ha sempre sentito di condividere un senso di complicità. Lui è più vecchio e ha avuto sprazzi di notorietà, al contrario di lei. Ma Giulia scopre che anche lui ha vissuto le stesse amare disillusioni e lo sente idealmente vicino. Tuttavia, si è anche “innamorata” di un’idea. Di un’ipotesi sulla scomparsa di Aris, che è completamente folle, ma ha una suggestiva valenza metaforica. E, come ogni scrittore, non riesce a resistere alla seduzione d’una metafora.

Quanto c’è di te Paola in Giulia, scrittrice che cerca di capire cosa si successo ad Aris?

Non è un personaggio totalmente autobiografico, ma, naturalmente, nel delinearlo mi sono appoggiata ad esperienze personali, adattandole alla storia. Ha tratti del mio carattere, per esempio quel suo essere “bastian contrario”, difetto che le rimprovera l’amica Ester. O il modo in cui l’ipotesi sul destino di Aris diventa per lei un’idea che la affascina, la perseguita e la conduce lì che è un po’ il percorso che faccio quando un progetto letterario inizia a stuzzicarmi e infine diventa una specie di assillo che m’incalza e mi spinge a scrivere.

Il libro è un noir, ma pone l’attenzione anche sulla figura dell’intellettuale e dei media. Aris intellettuale ogni volta che è invitato in tv o ad intervista appare sempre un po’ spaesato. Cosa scatena questo “sentirsi fuori luogo”?

Le illusioni perdute” di Balzac è un romanzo ancora molto attuale. Fatte le debite proporzioni. Una volta c’erano i salotti, oggi c’è la televisione, ci sono i giornali e i social network. Da una parte erano essenziali, come lo sono oggi i media, per far conoscere gli autori e le loro opere, per lanciarli. Dall’altra, in questi contesti, il rischio è che lo scrittore si snaturi o si svilisca. Anche i salotti mondani d’un tempo imponevano ai poeti emergenti alcune condotte che con la letteratura non avevano nulla a che fare e se l’autore era molto ambizioso, come il Rubempré di Balzac, si piegava e perdeva un po’ della sua integrità, della sua autenticità. Oggi, certi contesti mediatici tendono a banalizzare i concetti, per compiacere i gusti d’un pubblico vasto. Uno scrittore come Aris, che non aspira alla visibilità fine a se stessa, ma ha solo la giusta ambizione di vedere diffusa la sua opera, si sente ogni volta svilito, sminuito.

Per quanto riguarda la parte dei testi antichi presenti nel libro come ti sei documentata?

Occupandomi di rubriche di curiosità sulla storia di Brescia e provincia, ho l’opportunità di leggere moltissimi testi e lì ho trovato alcuni spunti, che poi ho approfondito attraverso ricerche ulteriori. Per quanto riguarda due o tre libri cui faccio riferimento, invece, si tratta di materia romanzesca, che ha comunque un fondo di verità storica.

Quale è il personaggio al quale sei più affezionata e perché?

Malgrado si debba mantenere sempre “la giusta distanza” dal proprio soggetto, ovvero un ragionevole distacco, questo è un romanzo in cui sono “stata bene”. Forse, perché parlavo di qualcosa che mi toccava da vicino, lo scrivere. Quindi, un paio di personaggi li ho amati particolarmente. Come Ester, ma, soprattutto, il professor Console. Una figura di letterato puro, integro anche se un po’ naïf. Un uomo con una grande dignità e dirittura morale, che sa ammettere i propri limiti. Nobile la sua amicizia con Aris, che riconosce superiore. E mi è piaciuto narrare i suoi incontri con Giulia, perché lui è serissimo, lei ironica e questo contrasto mi suscita una divertita tenerezza.

Quanto i media manipolano le persone, il loro modi di essere e fare?

L’imperativo è omologare. Questo riguarda tutto. Perché se si vuole raggiungere un ampio bacino di pubblico, di consumatori, di lettori, di elettori… bisogna abbassare il livello e creare “sapori” omogenei, che piacciano ai più, che non disturbino, che non siano eccentrici e non abbiano una personalità troppo marcata. Al fondo c’è questo imperativo, tutto il resto, i prodotti che ne derivano e le strategie adottate sono solo una conseguenza. Quelli dell’omologazione, del pensiero unico, della soppressione delle specificità sono temi che ricorrono nei miei romanzi, li sento come questioni tanto urgenti quanto ignorate.