:: Noce Oolong Tè Oolong e Il pittore fulminato di César Aira

3 aprile 2018 by

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Oggi della collezione di tè di PETER’S TeaHouse ho deciso di parlarvi di Noce Oolong Tè Oolong.

E’ un tè cinese, coltivato nella regione di Fujian, provincia della Cina situata a sud-est lungo la costa, piuttosto ricco e vivace. “Oolong” significa letteralmente “drago nero”. In questa miscela fruttata troverete croccante di Nocciola, pezzetti di cocco, ananas candito, pezzetti di noce, scaglie di mandorla e aromi naturali.

L’aroma prevalente è la nocciola. E’ un tè piuttosto dolce e chiaro. Finora vi ho parlato di tè neri, questo appartiene alla famiglia dei tè Oolong, meno forte e intenso ma altrettanto piacevole.

Valore nutrizionale 100ml: En. 6 kJ/ 2kcal, grassi <0,5 g (saturi <0,1g), carb. <0,5g (zuccheri <0,5g), prot. <0,5g, sale <0,01g.

tè oolong

Costa 6,10 Euro all’etto. Se volete provarlo lo trovate a questo link. Dei pregiati tè Oolong è forse il meno caro, esitono qualità dai 20 Euro all’etto.

Per una preparazione ottimale

vi rimando agli articoli precedenti qui:

Consigliati:

Un cucchiaio di tè per persona.
Temperatura dell’acqua di 95 °.
Tempo di infusione da 1 ai 3 minuti.

Consiglio goloso

Consiglio di accompagnare Noce Oolong Tè Oolong con una fetta di plumcake alla zucca, poco zuccherato. Io ho seguito questa ricetta. Dimezzando le quantità di zucchero.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura

Consiglio di sorseggiare Noce Oolong Tè Oolong leggendo Il pittore fulminato di César Aira, con introduzione di Roberto Bolaño, edito da Fazi Editore. Libro ricco e sontuoso, dalla scrittura preziosa.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

#BBMagicalTour

30 marzo 2018 by

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:: L’uomo che dorme di Corrado De Rosa (Rizzoli 2018) a cura di Federica Belleri

29 marzo 2018 by
L'uomo che dorme

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Salerno, 2012. La città si sveglia con l’aria tesa che rende tutto più luminoso, e si addormenta al buio, che nasconde il sesso rubato, la droga e la spazzatura dimenticata. Salerno vive, nonostante tutto, nonostante i problemi e le mille difficoltà. Antonio Costanza è psichiatra e consulente del tribunale per i crimini violenti. Non sopporta la socialità, non ama le manifestazioni d’affetto, soprattutto in pubblico. Sta bene da solo e preferisce essere legato alla tradizione piuttosto che alle novità. Ha un’ex compagna e un figlio di dieci anni che dovrebbe cercare di capire meglio. Come fare se non riesce nemmeno a comprendere se stesso? Costanza è ironico, originale, ama la musica e le buone letture. Ha poche amicizie, incasinate pure quelle.
Due donne uccise. Qualche sospetto e una perizia psichiatrica da preparare. Similitudini e attinenze fra i due omicidi, e una giornalista, Laura Santamaria, con la quale collaborare e scontrarsi.
Si comincia a parlare di mente malata, di un possibile mostro in azione. Sarà così?
Per la collana Nero Rizzoli Corrado De Rosa ha scritto un romanzo insolito, ricco di sfumature che portano al sorriso, nonostante l’argomento trattato. Attraverso il personaggio di Antonio Costanza impariamo a conoscere alcuni tratti dei suoi pazienti in ospedale. Ci inoltriamo nell’ingegno di chi mente in continuazione, di chi ha problemi di gioco o ha un animo narcisista. La quotidianità di Costanza è dedicata al lavoro in reparto, nel rispetto dei suoi pazienti. La professionalità gli permette di mantenere un certo distacco di fronte a comportamenti ossessivi, a visioni improbabili. L’ esperienza gli concede di osservare con attenzione la persona da valutare ed è difficile per lui commettere errori.
Antonio Costanza, in grado di gestire il disagio umano, ma non il suo. Capace di far svanire le paure altrui, ma non le sue. Rigido alle regole ma sofferente di crisi d’ansia.
L’uomo che dorme è una riflessione complessa ma irridente sul comportamento di un presunto colpevole, sulla sua capacità di precisione e di simulazione. Quale sarà il suo profilo criminale?
Buona lettura.

Corrado De Rosa, psichiatra salernitano e scrittore rudimentale, ha scritto I medici della camorra (Castelvecchi 2011) ed è tra gli autori di Strozzateci tutti (Aliberti 2010), La giusta parte (Caracò 2011) e Novantadue. L’anno che cambiò l’Italia (Castelvecchi 2012).

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: Il grande Dio Pan di Arthur Machen (Adiophora 2018) a cura di Micol Borzatta

29 marzo 2018 by

Arthur MachenLondra fine 1800.
Il dottor Raymond, dopo aver salvato Mary quando era piccola da una vita povera e una morte sicura, si dispone a operarla da adulta al cervello per poter mettere in atto un esperimento che le permetterebbe di vedere il Dio Pan, ritenendo che la vita della ragazza gli appartenga per diritto.
Purtroppo però Mary impazzisce e finisce i suoi giorni in un letto con lo sguardo alienato.
Anni dopo Clarke, che aveva partecipato all’esperimento del dottor Raymond, viene contattato da Villiers che gli racconta che un suo vecchio compagno di scuola gli ha raccontato delle stranissime storie su gente che moriva dal terrore e sulla moglie, Helen Vaughan.
Il nome a Clarke non è nuovo, infatti in un suo quaderno di memorie aveva già scritto di lei, dopo che una sua conoscenza gliene aveva parlato raccontandogli di stranissimi avvenimenti capitati a dei bambini che avevano avuto a che fare con Helen bambina.
Perché ogni persona che si avvicinava lei impazziva o moriva di terrore? Chi era Helen Vaughan? Quale mistero la circondava?
Romanzo breve ma intenso, che sa come trasportare il lettore nella Londra vittoriana piena di misticismo e superstizione.
Con le sue descrizioni minuziose e particolareggiate, sia riguardanti le ambientazioni e la parte fisica dei personaggi che le emozioni e i pensieri, riesce a far sì che il lettore possa sentirsi totalmente dentro al romanzo e vivere in prima persona tutti gli avvenimenti.
La storia è lineare, non ha particolari colpi di scena o momenti di suspence, ma ti tiene in un continuo stato d’ansia con un susseguirsi di avvenimenti che all’inizio sembrano quasi incomprensibili, ma che piano piano verranno svelati lasciando a bocca aperta e senza fiato.
Un romanzo che in un paio d’ore sa come cambiarti la vita per sempre.

Arthur Machen nasce a Caerleon-on-Usk nel 1863 e muore a Beaconsfield nel 1947.
Grande scrittore gallese molto conosciuto per i suoi romanzi dell’orrore, del fantastico e del soprannaturale.
Da sempre appassionato dei grandi della letteratura ha dichiarato di essere stato influenzata da Edgar Alan Poe, Robert Louis Stevenson, Charles Dickens e François Rabelais.

Source: pdf inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Matteo Zapparelli Olivetti dell’ ufficio stampa.

:: Nel profondo della foresta di Holly Black (Mondadori 2018) a cura di Elena Romanello

29 marzo 2018 by
Nel profondo della foresta

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La cittadina di Fairfold ha come particolarità il rapporto con le creature fatate della vicina foresta, a tratti incantevoli a tratti spaventose, cosa che attira ogni anno tanti turisti, molti dei quali non tornano però a casa loro, perché spariscono o fanno una brutta fine.
A Fairfold vivono Hazel e il fratello Ben, con un rapporto di fascino e paura verso i loro vicini di casa non proprio comuni, in particolare con un ragazzo con le corna che riposa da quando loro ricordano in una bara di vetro, attrazione non da poco e verso il quale i due ragazzi provano da sempre interesse e curiosità.
Hazel e Ben hanno immaginato fin da bambini la storia di questo giovane senza tempo e immerso in un sonno magico, immaginandolo o come un principe dal cuore nobile o come un essere crudele e spietato. Hazel però ormai è grande e sente il richiamo verso un’altra vita, forse più reale, che possa toccare sia lei che Ben, da sempre desideroso di fare il musicista. Del resto quel ragazzo non sembra volersi svegliare: ma un giorno accade qualcosa di veramente imprevedibile e la vita di Fairfold è sconvolta per sempre, in maniera che forse potrebbe essere davvero pericolosa e fatale per tutti. Forse Hazel dovrà ricordare qualcosa che è andato perso nei suoi ricordi, qualcosa che può cambiarla ma anche distruggerla.
Il termine urban fantasy è diventato ormai sinonimo di storielle stile Harmony tra creature fantastiche e ragazze umane: non tutto l’urban fantasy è così, e se si vuole leggere qualcosa di veramente diverso e interessante il libro di Holly Black è la scelta giusta, romanzo di formazione e fiaba nera con richiami alle tradizioni celtiche e anglosassoni sul Piccolo Popolo, fate, folletti e simili, tutto tranne che creature dolci e simpatiche.
Non è la prima volta che l’autrice porta gli esseri del mondo fatato nella realtà di tutti i giorni, l’aveva anche fatto con l’ottima trilogia delle Fate sotto la città: qui però si richiama nelle atmosfere di un luogo nel mondo di oggi ma sospeso nel tempo, dove il mondo ultraterreno di antiche leggende è parte della vita degli esseri umani, tra attrazione turistica e pericolo mortale, rappresentando una sorta di lato oscuro da cui non ci si riesce a liberare.
Holly Black mescola elementi del folklore, di fiabe come Biancaneve (ma capovolta come ruoli, visto che è un principe a dormire nella bara..) e dei romanzi di Stephen King adattati ad un pubblico che dovrebbe essere di ragazzi nelle intenzioni ma che in realtà può essere molto più ampio. Il risultato è un libro che dà voce ad alcune delle radici più importanti del fantasy e del fantastico, raccontando anche il percorso non scontato di Hazel, ragazza che scoprirà di essere stata ed essere speciale, ad un prezzo che sarà alto ma inevitabile.

Holly Black è autrice di molti romanzi fantasy per bambini e ragazzi. È nata il 10 novembre 1971, è cresciuta nel New Jersey e ha sempre amato leggere, fin da bambina. Ha collaborato con l’autore e amico Tony DiTerlizzi alla scrittura de Le Cronache di Spiderwick e con Cassandra Clare per la serie di Magisterium; inoltre, ha scritto una serie di graphic novel finalista all’Eisner Award, I buoni vicini. I suoi romanzi hanno sempre trovato il favore della critica e il suo libro Doll Bones ha vinto il Newbery Honor e il Mythopoeic Award. L’ultimo romanzo per giovani adulti, Nel profondo della foresta, segna il suo ritorno alla letteratura dalle atmosfere fiabesche. Holly vive in Massachussetts con il marito Theo e il figlio Sebastian in una casa con una biblioteca segreta.

Source: acquisto del recensore.

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:: Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli 2018) a cura di Marcello Caccialanza

29 marzo 2018 by
Le assaggiatrici di Rosella Postorino

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Le assaggiatrici, eccentrico ed alquanto curioso romanzo, edito dalla Casa Editrice Feltrinelli e scritto per mano dall’autrice Rosella Postorino, è senza ombra di dubbio un interessante viaggio nella Germania Nazista, vissuto e narrato in un’ottica nuova ed accattivante, capace, a mio avviso, di spiazzare lo stesso lettore che ne rimane ipnotizzato ed affascinato.
Non è dunque la solita narrazione stereotipata e racchiusa nei soliti clichè che a lungo andare ti lasciano indifferente e sterile d’innanzi ad eventi che dovrebbero essere sempre in grado di scuoterti e farti riflettere. Cosa che la scrittrice nella novità della sua narrazione ha fatto in modo esemplare!
Rosa Sauer è una giovane donna che risiede d’abitudine in una fredda caserma nazista. Suo compito ingrato è quello di assaggiare, alla moda dei grandi imperatori romani e dello stesso Bonaparte, i piatti destinati al palato di Hitler per accertarne la non alterazione.
Ma come in un buon romanzo che si rispetti, l’autrice inserisce anche un’appassionante liaison amorosa come pregevole cameo. Infatti tra Rosa e il crudele comandante della caserma nascerà un vero e proprio legame affettivo, tanto speciale quanto conturbante!

Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).

Source: libro del recensore.

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:: Angina d’amour di Giulio Maffii (Arcipelago Itaca 2018) a cura di Nicola Vacca

29 marzo 2018 by
Angina d'amour

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Giulio Maffii scrive poesie dal disincanto di un universale vuoto d’amore.
Il poeta sta con gli occhi aperti della disillusione nel progetto di un freddo perenne, caro a Cosimo Ortesta, uno dei suoi poeti preferiti.
Angina d’Amour è la sua nuova raccolta in cui il poeta toscano si muove intorno alle ferite e all’eutanasia del concetto di amore.
Versi taglienti e essenziali in cui il sentimento amoroso crepa per l’insufficienza delle relazioni umane.
Nelle parole di Giulio il gelo fa più male dell’assenza e davanti all’abisso che inghiotte tutto la poesia brucia e consuma ogni cosa di questa vita di cui non rimane niente.
Attraverso la poesia Maffii ci dice che in nessun luogo siamo al sicuro, perché siamo contenitori di menzione che già da tempo abbiamo dissipato ogni forma d’amore.
Angina d’Amour è il libro spietato di un poeta che non ha paura di guardare in faccia le negazioni nichilistiche del suo tempo.
La sua poesia nasce proprio dalle negazioni e dal massacro del contemporaneo di cui noi siamo sillabe mancanti.
Nei versi di Maffii si trova la serena disperazione di Umberto Saba, la nudità esistenziale di Eliot che denuncia l’incapacità degli uomini di cantare l’amore.

«Siamo dentro luoghi guasti /nella disaffezione carnale /All’angolo bucce di frutta /e sterco e granito».

Nella poesia di Giulio Maffii l’inverno sostituisce un altro inverno e sarà sempre più difficile colmare questo vuoto d’amore dove siamo precipitati. Siamo solo in grado di esprimere una feroce mimica del legno in cui ci lecchiamo in silenzio le ferite, assistendo impotenti all’amore che muore ogni giorno a causa di infarti infiniti, quelli dei nostri cuori che non sopravvivono al peso mortale di un’assenza:

«La prima notte facemmo l’amore / tre volte ma si tratta di un errore / un semplice sbaglio nel conteggio /del resto parliamo di un filo /con poca matematica tra pelle /e pelle che si strofina /quindi l’amore è statica / oppure calamita /ma non si può contare /od indossare cambiando taglia / È una foglia per coprire /le nudità o l’odore di vecchio /Del resto non hai ricordo /di quella prima notte confusa /nella trigonometria sentimentale /numeri primi /come il tre /accendono lo sguardo algebrico /di me di te e di sé».

Nel progetto di un freddo perenne troviamo il poeta che ci racconta come la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore.

Giulio Maffii dorme abitualmente dal lato della porta, ma non disdegna il lato opposto. Osserva il mondo dagli zigomi delle finestre, dai balconi, dai finestrini d’auto. Spesso ci scappa un porticato. Adora attraversare corridoi. Vive e scrive. Studia e narra. Si può trovare di frequente sul web. Incentiva la piccola editoria, però quella seria e appassionata: qui pubblica volentieri. Ogni tanto accetta di buon grado premi, passeggiando tra l’odore amaro delle felci o incontrando sul cammino le mucche che non leggono Montale. Prova ad essere saggio preferibilmente a giorni alterni.

Source: libro del recensore.

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Nota: Attualmente non disponibile, ma ordinabile (previsti 15/20 giorni lavorativi).

:: La luce in fondo al tunnel – Dialoghi sulla vita e la modernità di Zygmunt Bauman (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2018 by
La luce in fondo al tunnel_cover

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Socrate per primo, secondo quanto riportato da Platone, introdusse il dialogo come metodo dialettico di ricerca filosofica. Non stupisce che dopo secoli sia ancora il metodo migliore per veicolare pensieri, idee, teorie, spesso di difficile comprensione se non nettamente rifiutate o avversate.
La luce in fondo al tunnel riporta, perlomeno nella parte centrale del volume, una lunga conversazione, finora inedita, tra Zygmunt Bauman e Mario Marazziti, giornalista e editorialista del Corriere della Sera, svolta a Antwerpen nel settembre del 2014. Fatta di domande e di risposte. Ma più di un’ intervista, più creativa. Insomma il dialogo è in essere, apportano idee, e pensieri entrambi gli interlocutori, a volte concordi, a volte non del tutto.
Oltre a questa conversazione, il testo contiene riflessioni, e contributi di Bauman ai lavori dell’ Incontro internazionale uomini e Religioni Peace is the future, e dell ‘Incontro internazionale uomini e Religioni Sete di Pace: religioni e culture in dialogo tenutosi ad Assisi nel settembre del 2016. Chiude un saggio conclusivo di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’ Egidio, dal titolo Papa Francesco e Zygmunt Bauman.
Zygmunt Bauman non ha bisogno di grandi presentazioni, è stato un filosofo e sociologo polacco, di origini ebraiche, ateo, di formazione marxista, trasferitosi a insegnare in Inghilterra, teorico della “società liquida”.
Come sintetizza in modo chiaro e conciso nell’ introduzione il professore di Storia delle relazioni internazionali Luca Riccardi, se vogliamo capire il cuore del pensiero di questo “eroe intellettuale del nostro tempo”, dobbiamo abbandonare o usare in modo diverso le categorie interpretative del passato.
La globalizzazione, l’individualismo estremizzato che si oppone al concetto di comunità, la porzione di umanità che definisce ridondante, le vite di scarto, le migrazioni, la paura, l’incertezza, la memoria, il ruolo degli anziani, sono tutti temi che Bauman affronta sentendosi non un osservatore privilegiato, ma parte dell’ umanità in cammino.
Fino all’incontro decisivo con il pensiero di Papa Francesco, la luce infondo al tunnel del titolo, capace di rischiarare il pessimismo strutturale che intride le riflessioni e le conclusioni del sociologo polacco.
Perché non ostante le difficoltà, la crisi in cui versa la società contemporanea, bisogna sempre immaginarsi una luce alla fine del tunnel, che forse non vedremo noi, ma le generazioni che ci succederanno.
L’importanza del dialogo è centrale nel pensiero di Bauman, e accomuna in modo sostanziale e indissolubile il sociologo e Papa Francesco, seppure così diversi per formazione e percorsi di vita. Il dialogo è l’unica strada percorribile per raggiungere la pace, condizione necessaria e indispensabile perché l’umanità abbia un futuro.
Da leggere per comprendere il pensiero lucido e scevro da preconcetti di uno dei pensatori più importanti e influenti del nostro tempo. Con una profezia se vogliamo racchiusa nelle pagine: se Papa Giovanni Paolo II ha contribuito, non unico attore in un gioco di complesse congiunture geopolitiche, alla caduta del comunismo, Papa Francesco farà altrettanto con il capitalismo. Staremo a vedere.

Zygmunt Bauman è nato a Poznań nel 1925 in una famiglia di origini ebraiche. Rifugiatosi in Unione Sovietica allo scoppio della Seconda guerra mondiale, rientrò in Polonia al termine del conflitto e si laureò in sociologia all’università di Varsavia. Nel 1968, in seguito a un’epurazione antisemita, emigrò dapprima a Tel Aviv e poi a Leeds, dove ottenne una cattedra di sociologia. Da allora ha quasi sempre pubblicato le sue opere in inglese, ottenendo particolare riscontro soprattutto dopo l’abbandono dell’insegnamento. La sua reputazione crebbe rapidamente verso la fine degli anni Ottanta, e oggi è considerato tra i più grandi teorici della società del XX secolo. Particolare notorietà ha assunto il suo concetto di società “liquida”: l’incertezza dei nostri tempi moderni e la trasformazione dei cittadini in consumatori hanno come conseguenze la fine di ogni certezza e una vita sempre più frenetica e sottomessa all’esigenza di adeguarsi alle scelte della maggioranza, pena l’esclusione dal gruppo.

Luca Riccardi è professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università di Cassino e del Lazio meridionale. È specializzato nello studio della politica estera italiana del XIX e XX secolo.

Mario Marazziti dirigente Rai, giornalista, editorialista del Corriere della Sera e già portavoce della Comunità di Sant’Egidio, è deputato al Parlamento Italiano. Attualmente è Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera.

Andrea Riccardi ha fondato, nel 1968, la Comunità di Sant’Egidio, conosciuta per il suo impegno nel campo della pace, del dialogo interreligioso e dell’evangelizzazione in oltre settanta Paesi. Storico, professore emerito di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre, è noto anche per i suoi studi sulla Chiesa in età moderna e contemporanea.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

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:: Il suo nome quel giorno di Pietro Spirito (Marsilio 2018) a cura di Viviana Filippini

28 marzo 2018 by
Il suo nome quel giorno

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Vi siete mai chiesti come sarebbe scoprire che il vostro vero nome non è quello che avete sempre usato, e che le persone che avete sempre chiamato mamma e papà, in realtà non sono i vostri genitori? È lo shock che accade a Giuliana la protagonista di “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito, edito da Marsilio. Giuliana, sposata con un bambina, vive in Sudafrica, dov’è cresciuta in armonia grazie ad  una famiglia benestante di origini italiane. Quando i genitori muoiono, Giuliana scopre, non solo che la madre e il padre non sono i suoi veri genitori, ma che il suo nome non è quello da sempre usato. Giuliana in realtà si chiama Giulia ed è figlia di una donna che l’ha concepita in un campo di profughi della Venezia Giulia e che non ha esitato a venderla, come un mero oggetto, per avere dei soldi in cambio. Giuliana resta sconvolta da tale verità, ma questo non le impedisce di raccogliere le sue cose e di partire alla ricerca della sua vera madre. Prima di lasciare l’Africa, la protagonista usa il web per contattare tutti gli archivi possibili e immaginabili per trovare informazioni, e dopo centinaia di migliaia di mail, finalmente, una risposta arriva. Lui è Gabriele -archivista alla cassa pensionistica dei marittimi- pronto ad aiutarla. Quello compiuto da Giuliana/Giulia è un viaggio alla ricerca delle proprie radici, per dare un senso ad un passato che credeva di conoscere, ma che non è quello che ha sempre creduto. La protagonista è determinata, lei vuole scoprire e incontrare i suoi veri genitori. Questo suo bisogno non avrà vita facile, perché dovrà scontrarsi con la chiusura di Vera, sua madre biologica che non sarà così contenta di rivedere quella bambina, diventata donna, che lei abbandonò quaranta anni prima. “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito è costruito con una perfetta alternanza tra presente e passato, dove la vita di Giuliana/Giulia si alterna a quella della madre biologica Vera nel campo profughi negli anni Cinquanta. Pagina dopo pagina il lettore scopre la dura vita che Vera fu costretta ad affrontare in quanto sfollata e esule. Povertà, ristrettezze economiche, un lavoro che non sembrava mai arrivare, relazioni non sempre d’amore saltuarie, incomprensioni con i genitori e con il mondo che sembrava non volere, o meglio, riposizionare nella società gli esuli. Poi l’inaspettata gravidanza che mette in crisi, in modo ancora maggiore, l’esistenza di Eva. Una vita nuova che arriva ma che non si è pronti ad accogliere e crescere. Una madre troppo giovane (Eva) che, nonostante tutto, decide di far nascere la figlia e di cederla ad altri, forse non per non amore, ma per dare un domani migliore alla piccola Giulia. Il romanzo di Pietro Spirito analizza il vissuto di diverse generazioni e quando figlia e madre si troveranno a confronto, per Giuliana/Giulia tante verità saranno svelate, ma tanti altri dubbi e perplessità verranno a galla. Di certo è che la voglia di conoscere le proprie origini da parte della protagonista non trova lo stesso entusiasmo nella madre Vera, che sembra chiudersi sempre più in se stessa, dimostrando di essere ben decisa nel non voler riallacciare i rapporti con Giuliana/Giulia cresciuta nel suo corpo anni prima. “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito è un romanzo che affronta una parte della storia italiana non ancora abbastanza conosciuto. Allo stesso tempo ci presenta un umanità fragile, messa a dura prova dalla vita, dove nessuno è davvero vincitore e vinto, eroe o colpevole. Direi che tutti i personaggi sono dei sopravvissuti al corso della vita, che a volte prende pieghe inaspettate e ben diverse da quello i personaggi – e anche noi- vorremmo.

Pietro Spirito nato a Caserta nel 1961, vive a Trieste. È giornalista alle pagine culturali del «Piccolo». Collabora con la Rai per programmi radiofonici e televisivi. Tra i suoi libri più conosciuti: Le indemoniate di Verzegnis (Guanda 2000, Premio Chianti), Speravamo di più (Guanda 2003, finalista al Premio Stega), Un corpo sul fondo (Guanda 2007), Il bene che resta (Santi Quaranta 2009), L’antenato sotto il mare (Guanda 2010). Fra i reportage ha pubblicato Squali! Viaggio nel regno del più grande e temuto predatore dei mari, diario di una spedizione in Sudafrica (Greco&Greco 2012) e Nel fiume della notte, viaggio dalle sorgenti alla foce del Timavo, tra Italia e Croazia (Ediciclo 2015).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff dell’ufficio stampa Marsilio.

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:: Il giudizio di Salomone di Patrick Weiller (Mondadori Electa 2018) a cura di Marcello Caccialanza

28 marzo 2018 by
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Il giudizio di Salomone” di Patrick Weiller edito dalla Electastorie è un interessantissimo romanzo che prende spunto da un curioso ritrovamento: una Scena biblica delle scuola del XVII° secolo.
E chi ha la fortuna e nello stesso tempo l’inquietante onere di tale scoperta?
Protagonista assoluto di questa misteriosa vicenda è dunque un antiquario parigino che trova questo scioccante dipinto ad un’asta di provincia. Certamente lui stesso incarna un professionista di dubbia capacità e di scarso successo, che nella sua drammaticità esistenziale, appare all’occhio di un attento lettore, tanto sconfitto quanto un “vinto” del ciclo vergano!
A suo modestissimo parere il cosiddetto inaspettato manufatto potrebbe essere un vero e proprio capolavoro in grado di riportarlo in auge nell’élite del suo medesimo ambiente di lavoro!
Ma purtroppo i vani sogni di gloria del povero antiquario parigino si sciolgono come neve al sole già al momento dell’acquisto, in quanto contrattempi e ritardi la fanno da padrone.
Figuriamoci poi l’alquanto delicata fase dell’identificazione dell’opera, una vera e propria tragedia senza fine! Infatti questa Scena biblica nasconderà una sorta di vespaio assai complicato da dipanare: malaffare, sesso e denaro saranno gli indiscussi ingredienti di un noir che via via si tingerà sempre più rosso sangue.
Da non perdere per godibilità e suspance!

Patrick Weiller, psichiatra e scrittore, è stato un mercante d’arte. Vive e lavora a Parigi, dove ha già pubblicato quattro romanzi noir. Questo è il primo libro pubblicato in italiano.

Source: libro del recensore.

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:: Quattro uomini in fuga di Gianfranco Calligarich (Bompiani 2018) a cura di Nicola Vacca

27 marzo 2018 by
Quattro uomini in fuga

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Quattro amici spiantati e sgangherati che vivono nella nebbia e nella noia di un piccolo paese padano decidono di dare una svolta alle loro esistenze monotone.
Stanchi di trascorrere le loro serate in un bar, mettono in scena la svolta con una serie di peripezie rocambolesche.
Questa è la trama di Quattro uomini in fuga, il nuovo romanzo di Gianfranco Calligarich.
L’estensore delle memorie picaresche è uno di loro. Si fa chiamare Casablanca, un nome scelto per rendere omaggio alla sua grande passione per il cinema.
Ma anche gli altri tre personaggi sono unici e singolari: Paolo, il figlio agiato di un allevatore, lo scanzonato Sauro con i suoi maglioncini in chachemire e Elio, il taccagno gestore di un negozio di mangimi.
Casablanca, dalla sua stanza sopra il garage, racconta nelle sue confessioni picaresche le disavventure della comitiva.
Calligarich scrive una vicenda tragicomica dove l’ironia e la malinconia si combinano in una miscela esplosiva di buonumore che travolge il lettore.
La vicenda ha inizio con il rapimento di Short Horn, un prezioso toro da monta.
Il sequestro ha vita breve. Dopo aver nascosto il toro in un albergo, i quattro amici sprovveduti subiscono il ricatto del portiere che si è accorto di tutto e li costringe a cedergli una dose del prezioso sperma dell’animale.
Alla fine i quattro sono costretti a liberare il toro che farà una brutta fine.
Dopo quest’episodio Paolo decide di vendere la sua Ferrari per fuggire a Roma. Coinvolge nel progetto i suoi inseparabili compari. A Roma decidono di dare vita a un teatro off. La particolarità è che questo teatro è situato in una fontana del Seicento.
Nella Capitale i quattro amici costruiranno con le loro mani il proprio fallimento. Nell’avventura teatrale entrano altri personaggi unici, eclettici e singolari. Calligarich è bravo nel tratteggiarli con geniale ironia e umorismo.
Nel raccontare le avventure rocambolesche dei quattro spiantati, l’autore costruisce una storia avvincente e mai noiosa dove il buonumore è il collante che tiene insieme gli esilaranti imprevisti in cui i quattro personaggi cadranno sempre accorgendosi alla fine che nulla è andato per il verso giusto.
Quattro uomini in fuga è un libro ricco di personaggi unici. È un godibile romanzo picaresco e divertente e non cede mai a nessuna retorica.
Casablanca scrive le sue confessioni picaresche come il tentativo di alleviare l’avvilimento che lo assale quando esce da garage per vagare tra i rifiuti sul greto del Tevere, che con le debite e rispettose proporzioni si paragona a Ismaele di Moby Dick, che andava sulle spiagge a guardare gli sconfinati spazi quando sentiva vuota la sua vita.
Gianfranco Calligarich si conferma uno scrittore legato alla migliore tradizione novecentesca.
Nell’epica quotidiana dei quattro amici in fuga da se stessi si ride e soprattutto ci si emoziona. A libro chiuso vengono alla memoria le pagine più belle di Piero Chiara o alcune situazioni umoristiche di Luigi Pirandello.

Gianfranco Calligarich, nato ad Asmara da una famiglia cosmopolita di origine triestina, è cresciuto a Milano per poi trasferirsi a Roma dove ha lavorato come giornalista e sceneggiatore. Ha firmato per la RAI numerosi sceneggiati, tra cui Storia di Anna, La casa rossa, Tre anni, Il colpo, Piccolo mondo antico. Nel 1994 ha fondato a Roma il Teatro XX Secolo. I suoi testi teatrali Grandi balene e Solo per la tua bocca hanno vinto il Premio Istituto del Dramma Italiano e il Premio Antonelli Castilenti. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate in città (Garzanti 1973, Premio Inedito, Aragno 2010, Bompiani 2016), Privati Abissi (Fazi 2011, Premio Bagutta), Principessa (Bompiani, 2013), Posta Prioritaria (Garzanti 2003, Bompiani 2015) e La malinconia dei Crusich (Bompiani 2016) e nel 2017 è stato finalista ai premi Grinzane, Manzoni e vigevano e vinto il premio Viareggio – Repaci e il premio Fiuggi.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore con dedica dell’autore.

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:: Philip Kerr (Edimburgo, 22 febbraio 1956 – 23 marzo 2018)

26 marzo 2018 by

Philip Kerr