Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Alle fronde dei salici, Salvatore Quasimodo, (Tutte le poesie, Mondadori, 2003, Curatori: Gilberto Finzi) a cura di Laura M.

19 aprile 2015

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

3Alle fronde dei salici comparve per la prima volta nel 1946, a Milano, nella raccolta Con il piede straniero sopra il cuore, in “Quaderni di costume” di Giancarlo Vigorelli. Poi nel febbraio del 1947 fu pubblicata da Mondadori nella raccolta Giorno dopo giorno.
Scritta alla fine dell’inverno del 1944, in endecasillabi sciolti, Alle fronde dei salici è una sorta di manifesto poetico, che da un lato descrive gli orrori della guerra e dall’altro l’impotenza del poeta a far vivere la sua Musa, circondato da tanto orrore.
Nasce come un atto di indignazione alla domanda inespressa e sottintesa “perché i poeti hanno taciuto durante il conflitto?”, con il suo attacco E come potevamo noi cantare, in cui Quasimodo oltre a eleggersi portavoce di tutta una categoria di artisti, racchiusa in quel “noi“, sottolinea che la poesia è un atto di gioia, un modo di comunicare bellezza e meraviglia, simbolizzatta appunto dalla parola canto.
Di contro l’orrore della guerra, rappresentato dall’oppressione morale dello straniero che strazia il “cuore”, fonte originaria della poesia, e da immagini molto vivide di dolore e disperazione: i morti non sepolti abbandonati nelle piazze come monito, dove termini come “dura” e “ghiaccio” ne accrescono l’asprezza; il lamento e il pianto dei bambini, e qui c’è un primo richiamo all’ agnello sacrificale biblico, questa volta del Nuovo Testamento, il Cristo, ripreso nell’immagine di più forte impatto emotivo, (con l’uso dell’unica sinestesia urlo nero) della madre ai piedi del figlio crocifisso sul palo del telegrafo, simbolo di modernità e di comunicazione.
Il silenzio è l’unica voce che al poeta resta difronte alla guerra, un silenzio carico di pathos e significati, non un atto di codardia o di aridità, ma un silenzio se vogliamo “morale” fatto di sgomento e strazio, ma soprattutto una libera scelta fatta per voto, come appunto evidenzia nei versi finali con l’immagine anche qui biblica delle cetre appese ai salici, riferimento al salmo CXXXVII:

Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Con quel di nuovo ripetersi di “nostre” a sottolineare la comunione di tutti i poeti e il loro non rinchiudersi in un isolato sentire, è infatti evidente l’abbandono del poeta dell’ermetismo verso un modo di far poesia se vogliamo di forte impatto etico e sociale, è del 1945 infatti la sua iscrizione al Partito Comunista Italiano, partito a cui aderirà solo per pochi anni, ma da allora sarà sempre vicino alle tematiche della sinistra.
Con l’avvicinarsi della Liberazione, forse questa poesia, meglio di lunghi discorsi, può racchiudere lo spirito e il senso di questa celebrazione.

Salvatore Quasimodo declama la poesia

:: Il dio della bicicletta, Marco Ballestracci (Instar Libri, 2014) a cura di Alessandro Morbidelli

15 aprile 2015

cop dio della biclettaForse dovrei lasciar decantare con i tempi giusti la sensazione che mi accompagna dalla fine della lettura de “Il dio della bicicletta” di Marco Ballestracci, uscito l’anno scorso per Instar Libri, ma letto da me solo qualche giorno fa. Le analisi migliori hanno bisogno di tempo e di sedimentazione dei pensieri. Eppure non mi importa. Anzi, mi sento di scattare in avanti, in fuga. Quelli più bravi di me, quelli che sanno scrivere di sport e sanno riconoscere chi di sport sa scrivere, potranno riprendermi e dirmi: “Ma dove volevi andare?”. Io, al momento, non riesco a fare a meno di sentirmi dire, da una voce lontana “Coza t’hoi dit? Va’ giù, Fausto. Va’ giù!“, anche se non mi chiamo Coppi, anche se non c’è nessuno, dietro di me che bestemmia contro una foratura.
Così parto. Con un certo anticipo. Pedalo. Certo, già altri sono arrivati al traguardo.
Ma chi se ne frega.
Perché io sono uno di quelli che arrivano sempre con qualche minuto di ritardo. A parte rare volte, di sicuro quando vado al cinema, ché non voglio perdermi nemmeno un minuto di pubblicità, mi capita di correre. Per recuperare tempo. Per fare in modo che il ritardo non sia troppo. E ho una macchina a metano. Quindi, quando mi immetto per la Statale, con l’occhio fisso all’orologio, tutto vorrei, tranne incontrare loro, in gruppetti più o meno folti: i ciclisti.
Ecco, io sono il Nemico, quello che venerava volentieri un dio a forma di spazzaneve anche d’estate, quello che annuiva soddisfatto per la vittoria della civiltà ogni volta che incontrava, sempre per caso, in tv, una competizione ciclistica in velodromo, quello che sorrise di gusto quando la Fiat se ne uscì con la pubblicità della nuova Palio, quella in cui un ciclista si appoggiava per due volte al cofano dell’auto ferma al semaforo: alla terza l’autista ingranava la retromarcia togliendo il punto d’appoggio all’altro, proprio mentre la mano cercava il sostegno. Sì, io ridevo.
Quindi il fatto che oggi proprio io mi trovi a scrivere di questo libricino dedicato alla bicicletta e al dio che a volte muove i pedali, soffia i venti e via i destini, in qualche modo, dovrebbe avere un valore in sé diverso. Anche per tutti quelli che, come me, ridevano alla pubblicità della Palio.
Capiamoci: questo non è un manuale che insegna ad andare d’accordo con i ciclisti. No, è qualcosa d’altro, di cui voglio scrivere. E lo faccio per due motivi. Il primo è che se non me ne avessero parlato, non avrei mai comprato questo libro. L’avrei relegato, sbagliando, a semplice opera di cronaca sportiva. Quindi, se è vero che i caproni seguono il belare più alto, magari qualcuno mi verrà dietro. Il secondo è che qui c’è letteratura. Nascosta nella forma del racconto che è un po’ resoconto, un po’ pagina di diario, mai cronachistico. Qui ci si siede e si inizia ad ascoltare un uomo che regala storie. E che lo fa portandoci lontano, nei luoghi adatti agli eroi, quelli che Roland Barthes chiama “Dio del Male al quale bisogna sacrificare“, quelli dove muoiono corridori come Tom Simpson e dove vanno a morire quelli come Pierre Kraemer. Fa così, Ballestracci, ti dà l’impressione di uno che ti offre da bere mentre parla. Ti accompagna a un raduno dove vecchi corridori recitano Dante a memoria, ti tiene col fiato sospeso quando a prendere la parola è Alfredo Martini, senti la vertigine della discesa di Gastone Nencini e sì, insieme a Roger Riviere ci vai a finire pure tu, oltre il limite, giù per la scarpata di venti metri. Poi ti rialzi e vai avanti. Perché tu che leggi sei immortale, come gli eroi, quelli che in qualche modo vengono evocati da queste figure in sella che combattono contro se stessi, ma anche contro il Destino. Eccola, l’epica della sfortuna che rivive con Imerio Massignan (a cui Ballestraci ha già dedicato “Imerio” sempre per Instar Libri) le vicende del condottiero tessalo Protesilao. Eccoli Charly Gaul-Achille e Bartali-Aiace Telamonio e, come scrive Buzzati, Ettore, sconfitto dagli dei. Eccolo, il più grande di tutti per controllo della sfida, rapporto con i compagni e gusto dell’impresa, Fausto Coppi, l’Agamennone del ciclismo.
Marco Ballestracci sente la presenza di qualcosa che va oltre, che si appiccica ai pedali, ma anche agli occhi di chi colleziona biciclette, di chi vince il Tour De France da outsider e per questo non viene festeggiato, di chi mette in moto una squadra di muratori per facilitare una tappa di montagna. È questo il dio della bicicletta di cui parla. Attraversa, con la sua scrittura, la Storia. Perché gli uomini che passano lasciano sempre ai lati della strada altri uomini e le strade solcano città, sfiorano paesi, attraversano montagne, segnano epoche.
Chiaro esempio di quella disomogeneità narrativa che, come scriveva Angelo Marchese, avrebbe messo in crisi la concezione della narratologia come metodo, sono racconti costruiti in maniera tale da non lasciare punti deboli, ponti termici tra i dentro la vicenda e il fuori.
Non ho mai assistito allo spettacolo che lo stesso Ballestracci ha allestito partendo da questo piccolo bagaglio di narrazioni. Visitando il suo blog personale marcoballestracci.blogspot.it si può incontrare un calendario ricco di appuntamenti. Un tour, da vero bluesman. Mi piacerebbe, un giorno, vederne uno. Sempre che non si faccia troppo tardi, sempre che la mia auto a metano mi ci porti in tempo. Sempre che per strada non incontri un ciclista. A quel punto mi chiederei, senza ombra di dubbio, se per lui il dio della bicicletta non abbia in mente qualcosa di particolare.

Marco Ballestracci nasce in Svizzera, ma vive e lavora in Veneto. Con Instar Libri ha pubblicato “L’ombra del Cannibale“, “La Storia Balorda” (Premio Selezione Bancarella Sport 2012) e “Imerio“. Ha scritto anche un libro di racconti sul calcio: “A pedate. 11 eroi e 11 leggendarie partite di calcio” (Mattioli 1885). È cantante e armonicista blues.

:: Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2015

conflitto russo-ucrainoDi questo nuovo «Grande Gioco», l’ Ucraina è certamente la pedina più considerevole. Lo è per la ricchezza delle sue risorse minerarie (carbone, minerali di ferro, petrolio, enormi riserve non ancora sfruttate di gas metano e petrolio derivati dalla frantumazione del suolo, shale gas e shale oil) e agricole (soprattutto cereali). Risorse che avevano destato l’interesse di Pechino, dichiaratosi disposto nel settembre 2013 a siglare un accordo per l’acquisizione dello sfruttamento di tre milioni di ettari delle fertilissime «terre nere» ucraine e ora poco propenso a schierarsi nel fronte antirusso.
Lo è per il passaggio nel suo territorio di circa quarantamila chilometri di gasdotti che la collegano alla Russia e all’area del Mar Caspio (Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian e Uzbekistan).
Lo è per la cruciale rilevanza della sua posizione geopolitica da cui dipende strettamente la sicurezza nazionale russa poiché lo spazio ucraino, insieme alla Bielorussia, costituisce l’intercapedine strategica che separa a occidente la Russia dal sempre più minaccioso schieramento dei Paesi NATO.

I fatti (recenti): dopo manifestazioni di piazza, iniziate in Ucraina la notte del 21 novembre 2013, (dopo la sospensione da parte del Governo Ucraino di un accordo denominato DCFTA tra l’Ucraina e l’Unione europea) il presidente Viktor Janukovyč, filorusso ma democraticamente eletto, tra la notte di venerdì 20 e sabato 21 febbraio 2014 fugge e lascia l’Ucraina rifugiandosi in Russia[1].  Deposto Janukovyč la notte del 22-23 febbraio 2014 viene in seguito istituito il governo del nuovo Primo Ministro ad interim, presieduto da uno dei leader delle proteste, Arseniy Yatsenyuk. Il governo locale della Crimea, la cui popolazione e a maggioranza di etnia russa, a seguito di questi fatti ritenuti illegittimi, rifiuta di riconoscere il nuovo governo. L’11 marzo Crimea e Sebastopoli si dichiarano unilateralmente indipendenti, con 78 voti favorevoli su 100 al Parlamento della Crimea. Il 15 maggio viene proclamato un referendum, il cui esito (che raggiunge quasi il 97% dei consensi), è a favore del ricongiungimento della Repubblica autonoma di Crimea con la Russia come soggetto federale della Federazione Russa. (Dal 25 maggio 2014 il Presidente dell’Ucraina è Petro Oleksijovyč Porošenko). E’ l’inizio di una sorta di guerra civile tra governativi e separatisti filorussi a cui gli accordi di Minsk-2 pongono il cessate il fuoco, valido dal 15 febbraio 2015, che tra alti e bassi regge fino a oggi.
Ecco in sintesi cosa è successo negli ultimi (confusi) mesi, tutto all’interno di un quadro geopolitico di grande instabilità, che sembra porre da un lato l’Unione Europea, (appoggiata dagli USA) e dall’altra la Federazione Russa. Tra i due l’Ucraina come oggetto del contendere. Assistendo ai telegiornali, leggendo i quotidiani, approfondendo notizie su Internet, il quadro che si delinea non è molto più chiaro.
Ma chi sono i cattivi, gli aggressori? Chi si sta difendendo? Cosa sta davvero accadendo e quali saranno le reali ripercussioni su di noi? (A molti di tutto ciò importa sapere se il prossimo inverno avremo ancora gas sufficiente, e non è una osservazione unicamente utilitaristica, ma sottolinea l’interconnessione tra Europa e Russia, e quanto questi legami siano non solo strategicamente rilevanti, ma anche vitali).
Per rispondere a queste domande, e per accrescere la nostra coscienza critica, vi consiglio la lettura de Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, del professore di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma Eugenio Di Rienzo, edito da Rubbettino editore.
Un testo essenziale e se vogliamo anche breve, non più di un’ ottantina di pagine reali, alle quali si aggiungono note e apparato bibliografico. Un testo specialistico, scritto da un osservatore autorevole, ma non unicamente per addetti ai lavori, anzi il linguaggio chiaro e schematico lo rende allo stesso tempo anche un ottimo testo divulgativo.
Io dal canto mio non farò una recensione specialistica, rimando questo ad altre sedi, ciò che invece mi preme fare è un’analisi, la più chiara e semplice possibile, perché la politologia non è unicamente una scienza astratta, ma anzi ci tocca molto da vicino ed è bene assumere i giusti anticorpi per non essere manipolati o condizionati, quando in ballo ci sono bene o male anche i nostri interessi specifici.
Una guerra, (per di più nel cuore slavo dell’Europa orientale), le sanzioni, con i conseguenti danni economici con ripercussioni ramificate, l’ incertezza geopolitica che si ripercuote negativamente non solo sulle regioni e i paesi coinvolti, bene o male sono problemi di tutti, che incidono anche pesantemente sulla nostra vita quotidiana, in un mondo sempre più globalizzato e correlato.
In un quadro di crisi finanziaria e economica piuttosto diffusa, la rottura di rapporti commerciali significa debolezza per alcune aziende, (che prima esportavano quantità ingenti di beni e prodotti in Russia), le succitate limitazioni alle forniture di gas di cui l’Europa è debitrice (circa il 15% del gas consumato in Europa passa per l’Ucraina[2]) circa 40.000 chilometri di gasdotti la collegano alla Russia e alla zona del Mar Caspio e che soddisfano il 25-31% dei bisogni energetici dell’UE (e il 43% dell’Italia), la carenza di beni e servizi, anche solo l’insicurezza nei trasporti, insomma non solo teoriche problematiche astratte. E’ bene quindi capire a cosa andiamo incontro, con le nostre scelte e anche solo con le nostre (disinformate) opinioni.
Di Rienzo ha il pregio di non abbracciare una tesi a discapito di un’ altra, solo perché è la più diffusa (dai mass media) o conveniente, ma anzi si interroga, ponendo uno accanto all’altro i fatti, coadiuvato dalle riflessioni di importanti esperti di politica e economia, tra gli altri il pensiero di Henry Kissinger (non certo un sinistrorso) trova largo spazio a dimostrazione che la sua analisi non può essere tacciata di antiamericanismo o antioccidentalismo tout court. Anzi le conclusioni a cui perviene Di Rienzo sono relativamente condivise anche negli USA, e diffuse da riviste di settore.
Innanzitutto, scavando a fondo, per capire le origini, più o meno manifeste di questo conflitto, Di Rienzo sottolinea come origine di tutto sia individuabile nel tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina nella NATO violando gli stessi accordi, (già ampiamente violati) di rinunciare formalmente a qualsiasi forma di espansione dell’Alleanza Atlantica verso est. Questa sorta di peccato originale ha prodotto a cascata tutta una serie di ripercussioni (negative) che inficiano anche oggi i pur sinceri e onesti sforzi intrapresi per la negoziazione di una pace duratura. Da guerra di aggressione quindi in giusta prospettiva può essere declassata a guerra di difesa? Difesa di interessi strategici, economici, politici da parte russa, opposti a quelli occidentali, in un tentativo, di quest’ultimi, quasi grottesco di ricreazione di una sorta di guerra fredda, anacronistica e inopportuna.
Si evincono poi altri punti nodali come la debolezza dell’Unione Europea in politica estera, (ancora troppo influenzata dagli interessi e dalle decisioni USA), fatto che di per sé può essere giudicato poco influente, quando invece mette a rischio gli equilibri generali in modo esponenziale, (pensiamo solo al fatto che Putin era pronto ad usare l’atomica durante la crisi in Crimea) e l’azione di movimenti nazionalisti di estrema destra tra le file governative ucraine, in funzione antirussa, (e qui pensiamo ai bizantinismi dell’Occidente, tesi a giustificarli in funzione democratica).
Insomma il quadro è complesso, ma meno oscuro. Rimando quindi alla vostra lettura del testo, e ai vari approfondimenti, suggeriti dalla abbondante bibliografia. Sarete, dopo, se non altro più consapevoli, e questo è già di per sé molto.

Intervista al professor Di Rienzo: qui

[1] http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/02/23/ucraina-fuga-in-elicottero-di-yanukovich-che-lascia-kiev/267182/

[2] http://www.unita.it/ambiente/russia-taglia-gas-all-ucraina-br-e-ora-trema-anche-l-europa-1.575257

:: La cameriera era nuova, Dominique Fabre, (Jaka Book, 2015) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2015

indexAsnières, alla periferia di Parigi. Pierre, cameriere di un bar accanto alla stazione, ama lo spettacolo della vita che si srotola davanti ai suoi occhi: i primi clienti arrivano la mattina presto, insonnoliti; una bella donna si ripara dalla pioggia sotto un ombrello rosso; uno studente legge “Se questo è un uomo” di Primo Levi. La cameriera si ammala, e una cameriera nuova arriva a sostituirla, proprio quando il matrimonio dei titolari del bar sembra franare. Mentre i rapporti si scompigliano e si riannodano, scorrono le ore sotto il cielo di Parigi, grigio e terso. Pierre partecipa a distanza delle vite degli altri, riflette sulla propria, accoglie la malinconia luminosa dell’autunno, e la lenta dolcezza della fine che si avvicina.

Dominique Fabre, parigino, classe 60, (da non confondere con l’omonimo scrittore, autore di Un beau monstre) è l’autore del romanzo breve La cameriera era nuova, (La serveuse était nouvelle, 2005) pubblicato in Italia da Calabuig, Jaka Book. Primo romanzo di Fabre edito in Italia, dopo essere stato pubblicato in Spagna nel 2006 con il titolo La Mesera Era Nueva, tradotto da Laura Masello per Beatriz Vierbo Editora, e in America nel 2008 con il titolo The Waitress Was New, tradotto da Jordan Stump, per Archipelago Books, è un delicato ritratto umano, un soffio di poesia persa nella vita quotidiana di un vecchio cameriere quasi in pensione, sul punto di essere licenziato. Una storia minima, narrata con accenni lirici e composti, in cui la tragedia appare a tratti senza mai manifestarsi apertamente. Una storia di sguardi, di accennati sorrisi, di amicizia, di solitudine, di coraggio, coraggio nell’affrontare ogni giorno le stesse sfide, compiere gli stessi gesti, in un microcosmo rarefatto, velato di malinconia e indifferenza. Parigi sullo sfondo, con i suoi cieli grigi, screziati di pioggia, malati d’autunno, le sue stazioni ferroviarie, i suoi caffè come Le Cercle, nel sobborgo di Asnières, appare e scompare perché il vero protagonista è lui, il vecchio Pierre, Pierrounet, un uomo gentile, benvoluto da tutti, rispettato dai colleghi come il cuoco Amédée, sempre circondato da cugine o la cameriera nuova arrivata all’improvviso in sostituzione della precedente malata. Non succede molto, anche il tempo è dilatato verso una fine inesorabile, ma lieve, educata, confondendo il sonno con la morte. Un piccolo dono insomma, una lettura umanamente ricca e nello stesso tempo leggera, impalpabile, come il tempo che passa. Un libro piacevole, narrato con sensibilità e eleganza, ma non priva di disincanto. Una penna felice quella di Fabre, felice davvero.

Dominique Fabre nasce a Parigi nel 1960. Scoperto in Francia nel ’95 dal grande editore Maurice Nadeau, è autore di una dozzina di romanzi. Nel novembre 2014 ha vinto il Prix Eugène Dabit. La cameriera era nuova, già tradotto in inglese e in spagnolo, è il suo primo libro a essere pubblicato in italiano.

Yasmina Melaouah si è laureata in letteratura francese moderna e contemporanea. Insegna traduzione letteraria all’Istituto Interpreti e traduttori di Milano. Ha tradotto, fra gli altri, Daniel Pennac, Patrick Chamoiseau, Fred Vargas, Colette, Jean Genet, Andrei Makine, Laurent Mauvignier, Mathias Enard. Nel 2007, in occasione delle Giornate della traduzione di Urbino, ha ricevuto il premio per la traduzione del Centro Europeo per l’editoria. Attualmente lavora alla ritraduzione de Le GrandMeaulnes di Alain Fournier.

:: Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Paolo Borgognone, (Zambon Editore, 2015)

17 marzo 2015

BoVorrei iniziare questa recensione partendo da una premessa: non è necessario condividere o abbracciare acriticamente le tesi di un autore per leggere un suo testo. Sembra sciocco dirlo, ma non è un’ovvietà come può a prima vista sembrare, e se mi seguirete capirete il perchè. “Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche” di Paolo Borgognone, Zambon Editore, è un testo fortemente schierato, filorusso, e dichiaratamente critico dell’appoccio statunitense quando si tratta di relazioni internazionali. Se agli americani non dà dei nazisti poco ci manca, (Giulietto Chiesa nella sua prefazione lo fa piuttosto apertamente citando Brecht).
Comunque le idee non attaccano la lebbra, non corrompono, non inquinano le menti, (a fare il lavaggio del cervello già ci pensa egregiamente la tv, e il testo è piuttosto critico con la società dello spettacolo occidentale di debordiana memoria) bisogna unicamente avere gli strumenti adatti per interpretarle, classificarle, ordinarle. Insomma, non diventerete tutti filorussi e dichiaratamente putiniani leggendo questo libro, ma avrete l’accesso a una quantità di informazioni, ampiamente documentate tra l’altro, che vi aiuteranno a farvi un’idea del mondo e della storia, e soprattutto vi aiuteranno ad avere un approccio critico della realtà, qualsiasi ideologia seguite (anche l’agnosticismo di Carrére può essere una scelta).
I fatti, e solo i fatti sono il collante dell’opera, le conclusioni e le tesi argomentate che seguono possono essere accolte favorevolmente, contestate o rigettate in toto, ma tuttavia creano un dibattito critico che a mio avviso è necessario se non indispensabile nel mondo contemporaneo.
Di cosa parla questo libro? Be’ il titolo è chiarificatore, Capire la Russia ha l’ambizione di capire un paese-continente, metà Europa metà Asia, o meglio di capire le sue dinamiche politiche e sociali, partendo dalla sua storia recente, e per farlo non si limita a proporre teorie, ma presenta fatti, fa nomi, indica date, crea collegamenti che ai più potrebbero sfuggire.
Direte voi: è per un pubblico di lettori specialistico. In parte, ma non del tutto. Non è solo per addetti ai lavori. I concetti guida sono semplici e immediati, lo stile discorsivo, è sì un testo politologico, ma si presta a diversi piani di lettura. Non è indispensabile conoscere l’opera omnia di Fukuyama o Samuel P. Huntington (tra l’altro ex direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard) per dire, due autori statunitensi citati spesso, per avvicinarcisi, dopo aver superato l’ostacolo principale, ovvero non essere spaventati davanti della mole del testo.
I pro e i contro. Di Capire la Russia ho apprezzato grandemente il metodo di studio (scientifico), la passione dello studioso che fortemente crede in ciò che argomenta e soprattutto la vastità del materiale disponibile, raccolto in anni e anni di studio. La vastità delle informazioni (e la preparazione dell’autore) è davvero enorme, considerate 670 pagine fitte di rimandi bibliografici, citazioni di interviste, link ad articoli del web. Insomma leggere questo testo è piuttosto impegnativo, ma premia con discreta generosità. L’autore certo presenta ciò in cui crede senza cedimenti, c’è poco margine per il dubbio (linea guida che ha invece da sempre guidato i miei studi) ma è piuttosto incoraggiante per far luce in una materia magmatica e in continuo movimento. Cosa penso io della situazione Russia non è oggetto di questa recensione (grazie a Dio direte voi), mi limito a indicarvi alcune vie interpretative, per non perdersi nella grande quantità di informazioni (che se è apprezzabile, almeno per me) capisco che possa essere dispersivo per altri.
In conclusione, la politologia, dopo tutto, è una scienza a dir poco interessante, e se anche avrò con questa mia recensione avvicinato o per lo meno incuriosito, qualche lettore che guarda la tv e si chiede come è possibile che sia successo in Ucraina quello che è successo, avrò fatto un buon lavoro.

Paolo Borgognone (1981), astigiano, si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino nel 2008. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia (www.civg.it). Per la casa editrice Zambon ha pubblicato “Il fallimento della sinistra “radicale” e, nel 2013, una trilogia sul tema della disinformazione strategica, dedicata rispettivamente ai casi latinoamericano, eurasiatico-mediorientale e italiano. Capire la Russsia è in corso di traduzione in tedesco.

:: Uragano, Clive Cussler e Graham Brown, (Longanesi, 2013) a cura di Micol Borzatta

13 marzo 2015

7Oceano Indiano. Una squadra di ricercatori della NUMA sta raccogliendo alcuni campioni per indagare su alcune anomalie nella temperatura dell’acqua quando vengono attaccati da una strana chiazza scura e densa molto simile al petrolio, ma che come uno sciame di formiche rosse assassine avvolge il catamarano distruggendo e disintegrando l’equipaggio e bruciando l’imbarcazione.
I resti vengono trovati qualche giorno dopo alla deriva, insospettendo il direttore della NUMA, Dirk Pitt, che chiede immediatamente a Kurt Austin di indagare.
Le indagini li conducono prima su un’isola artificiale privata e poi in Yemen dove trovano una strana setta che vuole comandare il tempo atmosferico per poter comandare il mondo.
Romanzo avvincente non meno dei precedenti che racchiude tutte le abilità di Cussler.
Le descrizioni degli ambienti sono minuziose come siamo abituati dall’autore che oltre a trasportare il lettore in viaggi fantastici denota le enormi conoscenze di Clive Cussler.
I personaggi invece non sono descritti tutti così profondamente, infatti molti di essi hanno solo un nome e vengono definiti solo dalle loro azioni, ma a differenza di altri libri i personaggi di Cussler sono coerenti, ovvero i cattivi sono sempre e solo cattivi e i buoni sempre e solo buoni.
La trama sceglie una linea temporale lineare e liscia senza salti temporali.
Gli avvenimenti invece vengono narrati con ritmi diversi dando la sensazione di calma o di freneticità richiesti.
Il lessico usato è lo stesso che usa sempre Cussler, ovvero per niente tecnico e complicato, ma allo stesso tempo perfetto ed esauriente che cattura anche il lettore che non ha conoscenze specifiche.
I salti tra un’ambientazione e l’altra vengono fatti con il cambio di capitolo trasportando il lettore da un posto all’altro senza creargli confusione e tenendo ben separati i vari avvenimenti fino a quando la storia non richiede che si uniscano.
Molto avvincente che sa tenere il lettore legato anche nelle parti dove la narrazione è più lenta.

Clive Cussler nasce nel 1931 ad Aurora nell’Illinois, da madre americana e padre tedesco.
Interrotti gli studi a Pasadera si arruola nell’aviazione partecipando alla guerra di Corea, diventa sergente e lavora anche come meccanico e ingegnere aeronautico per il Military Air Transport Service.
Negli anni ’60, finito il militare, lavora nel settore pubblicitario come direttore creativo vincendo anche molti premi con le sue creazioni.
Nel 1978 fonda la National Underwater & Marine Agency (NUMA), una fondazione no profit specializzata nella localizzazione, identificazione e recupero dei relitti marini di rilevanza storica.
La sua carriera letteraria inizia nel 1965 mentre fa il turno di notte nel badare i figli essendo la moglie al lavoro in polizia.
Nel 1973 esordisce nella narrativa con Enigma, che anche se viene pubblicato per primo è in realtà il suo secondo romanzo.
Il primo, Vortice, viene pubblicato solo nel 1982.
Da allora fino a oggi ha pubblicato 57 romanzi, due dei quali sono avventure vere della sua vita.

:: Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti (Giuntina edizioni, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2015

pro

L’effetto dei massacri sul popolo armeno è stato devastante. Le cifre, le statistiche non daranno mai una valutazione approssimativa del numero effettivo di vite massacrate e distrutte. Ma il calcolo, più moderato (non senza interesse), il calcolo dei tedeschi, riconosce 650.000 tra uccisi e dispersi fino alla scorsa estate.
Perfino in questi giorni di feroci battaglie un numero così terribile di innocenti uccisi e annientati deve imporsi alla nostra attenzione. Il popolo armeno in Turchia è, dal punto di vista morale ed economico, totalmente rovinato – le poche fortune private che, con modi leciti o non, sono state risparmiate dalla distruzione non fanno alcuna differenza. Il popolo armeno, una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco, se non addirittura la più parca e industriosa – e badate bene, è un ebreo a dare questa patente -, è ora un popolo di mendicanti affamati e calpestati. L’integrità delle vite familiari è andata distrutta, i suoi uomini sono stati uccisi, i suoi bambini, maschi e femmine,  fatti schiavi nelle case private dei turchi, per compiacere vizi e depravazioni, questo è diventato il popolo armeno in Turchia.[1]

Incontrai Antonia Arslan a una presentazione. Era il 2004, credo, al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Presentava il suo libro, allora appena uscito, La masseria delle allodole, e io ero laureata da qualche anno. Il tema del Genocidio Armeno, “Medz Yeghern”, (Grande Male), non era proprio nuovo per me. Anni prima, quando si arrivò al fatidico momento di scegliere la tesi, valutai anche di occuparmene. Poi scelsi un altro argomento, che mi portò a scartabellare la corrispondenza di missionari di un’altra parte del mondo, avevo numerose foto che sarebbero state utili per una tesi un po’ innovativa. (Progetto che poi evaporò essenzialmente per mancanza di finanze, ma questa è un’altra storia).
Comunque mentre ascoltavo la signora Arslan un po’ provai una sorta di rimpianto per non avere seguito la prima ispirazione. Magari avrei fatto un buon lavoro, anche se la storia dell’Olocausto Armeno, non è una storia semplice che si affronta con disinvoltura. Non che i massacri durante la Rivolta dei Boxers in Cina siano stati una passeggiata, ma insomma un genocidio perpetrato scientificamente, con crudeltà inutile, da uno stato applicando metodi da catena di montaggio per cancellare dalla faccia della terra una intera etnia, ha qualcosa di abnorme, di aldilà della umana comprensione.
E ora proprio lei cura la prefazione di Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno (Pro Armenia. Jewish Responses to the Armenian Genocide, 2011) pubblicato da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann, a cura di Fulvio Cortese e Franseco Berti, tradotto da Rosanella Volponi, e le nostre strade in un certo senso si rincontrano.
Prima ho usato il termine Olocausto coscientemente, so che per alcuni studiosi è da riferirsi unicamente alla Shoa, ma da quanto ho potuto appurare questi due genocidi sono strettamente legati. Chi pianificò scientificamente l’Olocausto ebraico durante la Seconda Guerra mondiale, si ispirò senz’altro a quello avevunto durante la Prima Guerra Mondiale, e si sentì in un certo senso incoraggiato per la sua impunità. Pensiamo solo a cosa disse Hitler quando gli dissero che non poteva applicare la Soluzione Finale. Per cui non mi sembra affatto strano che siano stati degli ebrei, (in questo libro ci sono quattro loro testimonianze, quasi contemporanee ai fatti del 1915), a denunciare forse per primi, questi fatti, negati ancor’oggi dallo Stato Turco (rischia il carcere anche chi solo ne parla ai sensi dell’art. 301 del Codice penale turco).
Il termine stesso genocidio fu utilizzato per la prima volta, da uno di questi testimoni, Raphael Lemkin, nel suo Axis rule in occupied Europe, (capitolo IX, Genocide: a new term and new conception for destruction of nations). Testo che fu pubblicato nel 1944. Da allora fu usato diverse volte dagli storici del Novecento, molto spesso per discutere se fosse usato opportunamente, se i vari massacri avvenuti in questi anni recenti avessero o no tutte le caratteristiche per rientrare di diritto in questa classificazione.
A fine aprile si celebrerà il centenario dei massacri della primavera del 1915, e ancora oggi si discute, ancora oggi nascono controversie. Mentre la Germania ha ripudiato il suo passato nazista, e condannato l’Olocausto, la Turchia non ha fatto altrettanto. Per loro anche giuridicamente questo genocidio non è mai avvenuto. C’era la guerra, furono eventi legati al conflitto. Non ci fu un piano premeditato di sterminio.
Cosa può portare al dibattito la lettura di queste testimonianze? Innazitutto sono testimonianze molto diverse, che hanno sì in comune l’orrore e il ripudio di questi crimini contro l’umanità, ma utilizzano diversi linguaggi, si rivolgono a diversi interlocutori, i testimoni posseggono diversi background culturali e scrivono le loro relazioni per ragioni differenti. Alcune cose sono anche discutibili, figlie della mentalità del tempo, superate dalla nostra sensibilità contemporanea, (nessuno oggi direbbe mai che nessun turco è stato capace di creare forme artistiche, per esempio) ma in tutti i testi è evidente una disarmante sincerità. I vari testimoni o assistettero personalmente ai massacri o ascoltarono detti fatti narrati da persone di loro fiducia. E shoccati reagirono parlandone.
Da queste testimonianze comunque a parte la certezza che questi massacri avvennero, emergono altre riflessioni, altre conclusioni forse non conosciute da tutti. Innanzitutto sia Lewis Einstein, Andrè Mandelstam, Aaron Aaronsohn, e Raphael Lemkin si chiesero perché. Questo “perché” risuona nelle loro parole come un mantra. Le risposte sono diverse, per lo meno ognuno evidenzia gli aspetti che maggiormente lo colpirono. Tutti sembrano concordi nel dire che non furono persecuzioni religiose, che non fu il credo islamico a spingere a sterminare una etnia cristiana, nè tutto fu imputabile a un indeterminato odio. Ci furono invece motivi economici (agli armeni furono confiscati proprietà, attività, beni) e motivi politici. Gli armeni furono accusati di appoggiare la Russia e preparare una Rivoluzione. Accusa certamente infondata, ma utilizzata con disinvoltura e alla quale forse chi progettò il genocidio, vittima di un sistema spionistico ossessivo basato sulla delazione, credette davvero.
Pur tuttavia lo scientifico massacro non sembra avere anche univoche e scientifiche motivazioni. Non fino a oggi, almeno. Furono per esempio in pochi gli armeni che reagirono con le armi, che si difesero. Chiamiamolo sì per orientale rassegnazione, per cosciente rifiuto della violenza, perchè l’aiuto chiesto anche all’estero mai arrivò. Leggendo queste pagine, queste riflessioni si trasmettono anche al lettore, e sicuramente aiutano a fare chiarezza, a dissipare le nebbie, rendendo vivo e vitale il dibattito che dovrebbe seguire.

[1] Aaron Aaronsohon Pro Armenia (pagg 70- 71) Memorandum presentato al ministero della guerra a Londra il 16 novembre 1916.

:: Il sapore sconosciuto dell’amore, Sarah Vaughan (Garzanti, 2015) a cura di Federica Spinelli

9 marzo 2015

Il sapore sconosciutoEssendo io ghiotta di qualsiasi cosa sia edibile e pubblicabile ho pensato che il riunirsi di queste due cose in una sola fosse una motivazione sufficiente per leggere (o divorare che dir si voglia) questo romanzo.
La storia de Il sapore sconosciuto dell’amore è molto semplice: cinque sconosciuti, per motivazioni diverse che hanno più o meno tutte a che fare con l’insoddisfazione presente nelle loro vite, decidono di partecipare a una gara culinaria per stabilire chi sia la “nuova Mrs Eaden” e sostituire così l’originale, Katheleen Eaden, icona dell’omonima catena dei supermercati di qualità, nelle pubblicità del marchio. Il presente però si alterna a un altro piano temporale in cui il lettore segue la storia di Katheleen Eaden, la sua difficoltà a realizzare il sogno di diventare madre e il conciliare il suo lavoro di reginetta della cucina con questo desiderio.
I partecipanti alla gara culinaria non potrebbero essere più diversi: Karen, apparentemente sicura di sé, è determinata ad affermarsi nella gara; Vicky, insicura e iperprotettiva verso il figlio di due anni, deve fare i conti con un penoso segreto; Jenny madre amorevole sull’orlo della crisi matrimoniale; Claire, ragazza madre alle prese con un padre assente e infine Mike, padre vedovo alla ricerca di conferme. Ma tutti questi personaggi sono spinti a concorrere dal ruolo che la cucina ha sempre rivestito nelle loro vite, dal benessere che deriva loro dal cucinare e dalla consapevolezza che un piatto ben cucinato può cambiare l’umore e la giornata di chi lo assaggia. Quella che nasce come un’innocua gara di cucina si trasforma pian piano in un’occasione di rivalsa per i partecipanti di mettere ordine nella propria vita.
In un mix che ricorda un po’ la commedia Julie&Julia e un po’ la gara di pasticceria Bake Off, il romanzo alterna deliziosamente i piani di passato e presente. In un passato recente, gli anni Cinquanta dei caschetti gonfi e delle gonne ampie una giovane Katheleen Eaden tenta disperatamente di concretizzare il suo sogno di diventare madre e di conciliare con questa scelta il suo ruolo di scrittrice e volto della cucina nazionale. Una realizzazione costellata da molti e dolorosi fallimenti che inevitabilmente segnano la vita della giovane donna, costringendola a rivedere i suoi obiettivi e le sue scelte lavorative sotto una diversa luce. Frutto delle sue fatiche lavorative sarà la sua unica raccolta L’arte di cucinare al forno che darà alle stampe, decidendo subito dopo di ritirarsi dalla vita mondana per seguire la sua prima figlia, tenuta nascosta agli occhi della gente perché gravemente menomata.
Il presente invece è scandito dalle prove della gara, corrispondenti ognuna alle sezioni del libro di Mrs Eaden. Tra una prova e l’altra i concorrenti tornano alle loro vite e tentano di affrontare i loro problemi. Con il progredire della competizione, la notorietà data loro dalla gara culinaria li porterà a porsi delle domande e a chiedersi cosa vogliono davvero dalla vita. Karen affronterà la distanza del figlio e la sua anoressia; Claire si libererà della difficile relazione con Jay, il padre di sua figlia; Vicky chiarirà il suo doloroso rapporto con la madre affrontando il suo passato e Jenny porrà fine al suo matrimonio in crisi riscoprendo l’amore e il sostegno delle figlie. Ai margini e poco più che una comparsa resta la presenza di Mike. Infatti il romanzo è quasi del tutto femminile, improntato sulla soddisfazione delle esigenze della figura femminile, che tenta costantemente di tenere in piedi casa, famiglia, figli e marito in una continua altalena di desideri e sogni, delusioni e rinunce.
L’elemento culinario è interprete degli stati d’animo dei personaggi; diventa una sorta di meditazione fattiva quella che i protagonisti adoperano ogni volta che prendono in mano uova, burro e zucchero per dar vita all’ennesima dolcezza. Ahimè le ricette sono un po’ troppo lontano dalla nostra dieta mediterranea per provocare quel sano senso di acquolina in bocca che dovrebbe giungere nel leggere un romanzo che ha per tema la cucina, tuttavia la suggestione è molto forte e accompagna piacevolmente il lettore nel mondo zuccheroso e colorato dei dolci.
Il romanzo promette bene fin dall’inizio con una pianificazione piuttosto dettagliata del profilo dei personaggi ma si dilunga in un continuo dispiegare le motivazioni e le complessità che li muovono senza arrivare a stringere davvero le fila del discorso. Il finale è affrettato e si brucia in poche pagine che non lasciano il giusto spazio al tratto conclusivo della parabola evolutiva del personaggio, il quale capisce quello che vuole ma non è chiaro se lo realizza. La parte conclusiva risulta in tal modo nebulosa e un po’ priva di corpo rispetto allo sviluppo delle problematiche trattate.

Sarah Vaughan ha insegnato inglese a Oxford prima di diventare giornalista. Per undici anni ha lavorato come reporter per “The Guardian” e successivamente ha iniziato l’attività di freelance. Vive vicino e Cambridge con il marito e i due figli.

:: La lettrice di mezzanotte, Alice Ozma, (Sperling & Kupfer, 2015) a cura di Giulietta Iannone + intervista a Gea Polonio

9 marzo 2015
Oz

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C’erano alcune cose che la lettura e la Serie non potevano risolvere. Nonostante lo stupore di mio padre, Billy Whiskers non era la risposta alle paure che mi angosciavano. Anche dopo essermene sbarazzata pensai che JFK avrebbe sentito l’odore dell’inchiostro sulle mie mani, e quella sera mi lavai nella vasca con lo stesso zelo di Lady Macbeth. Corsi in camera mia a tutta velocità, e feci del mio meglio per passare oltre il letto di sotto senza guardarlo, tenendo gli occhi socchiusi per evitare anche solo di sbirciare quell’angolo. Saltai e, al sicuro sul mio trespolo, mi sporsi per guardare. Niente. Lessi per una o due ore, costringendomi a prendere sonno, finchè non ebbi la sensazione che le palpebre stessero scivolando verso il naso. Dopo mezzanotte papà mi gridò di spegnere la luce che riusciva a vedere dalla sua stanza, o almeno di chiudere la porta. Naturalmente non potevo, perché sarei dovuta scendere dal letto. E se l’avessi fatto avrei dovuto ricominciare la trafila da capo. Così diedi un’ occhiata dal lato del letto ancora una volta prima di spegnere la lampada, di tirarmi le coperte fin sopra la testa, e di piegare le gambe per non fare penzolare giù i piedi.
Al tempo non ero in grado di capirlo, ma occorreva una certa dose di creatività per restare sdraiati tremanti nel proprio letto, chiedendosi se i tuoi gatti sapranno come difenderti; e non dai fantasmi o dall’uomo nero, bensì dal cadavere immobile di uno dei più famosi e amati ex presidenti degli Stati Uniti. Grazie alla serie e a mio padre, l’immaginazione non mi mancava affatto.

L’importanza di leggere ad alta voce ai bambini è stata ampiamente sostenuta (esistono numerosi studi scientifici che lo testimoniano) da esperti di letteratura infantile, insegnanti, pedagogisti, pediatri e se vogliamo anche da semplici genitori. I bambini a cui si leggono storie sono più intelligenti, hanno più fantasia, hanno un vocabolario più ricco, una volta a scuola avranno risultati migliori, una maggiore attenzione, una maggiore capacità di analisi.
Se pensiamo anche nei tempi passati la lettura delle favole creava un legame anche affettivo più forte tra adulti e bambini e il suono stesso della voce serviva a rasserenare, confortare (un bambino malato), incuriosire, divertire, insegnare. Noi che amiamo i libri, anche da adulti, non abbiamo difficoltà a crederlo, ma sembra che soprattutto per la crisi e i tagli al budget di scuole e biblioteche, molte difficoltà stiano affrontando coloro che difendono la libertà di lettura.
I dati sconfortanti riguardanti il calo dei lettori dovrebbe far riflettere e stimolarci tutti a rivalutare questa pratica così semplice e relativamente poco costosa. Grazie alle biblioteche i libri sono a disposizione di tutti, è più che altro il tempo, il tempo di qualità che passiamo con i nostri figli la vera discriminante, la vera cosa capace di fare la differenza. I bambini a cui sono lette storie, infondo saranno i lettori di domani, e nei paesi più civilizzati questo semplice parallelismo è preso in seria considerazione.
Per esperienza personale ho svolto l’attività di lettrice ad alta voce prevalentemente per anziani e persone non vedenti, e non sono una lettrice particolarmente brillante né ho una voce molto gradevole, pur tuttavia l’esperienza è stata felice e la consiglio a tutti.
Questa breve introduzione per parlare del libro che ho appena letto, La lettrice di mezzanotte (The Reading Promise, 2011) di Alice Ozma, edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto dall’inglese da Chiara Brovelli. Sono stata invitata a leggerlo in anteprima dall’editore (sarà in libreria da domani) e in tutta sincerità mi aspettavo un libro piuttosto convenzionale, che sì parlasse di libri come molti altri, ma senza coinvolgere davvero il lettore.
Devo dire invece che a parte il fatto che è scritto bene e ben tradotto, e pur narrando una storia semplice, una storia d’amore tra un padre e una figlia, e di come i libri che il padre ha letto alla figlia, ininterrottamente, per più di 3000 giorni, (fino a che lei non è partita per il college), abbiano rinsaldato il loro legame, li abbiano aiutati ad affrontare le difficoltà più o meno gravi della vita, abbiano infine trasformato in meglio le loro vite, rendendoli più felici, è davvero originale e simpatico.
Leggendo questo libro si prova una sincera invidia, almeno la provano tutti coloro che l’amore dei libri l’hanno faticosamente conquistato da soli, soprattutto perché la lettura non dovrebbe mai essere un’esperienza solitaria, ma sempre condivisa, e il proliferare dei tanti blog letterari sembra dimostrarlo. Non basta leggere, è bello parlare dei libri che si sono letti e si sono amati, è bella questa esperienza di comunione con altri lettori con gusti e esperienze anche molto diverse dalle nostre. E forse questo è il senso ultimo della lettura, oltre ai benefici che ho già citato.
La lettrice di mezzanotte è un libro davvero delizioso, il talento naturale nel narrare dell’autrice è davvero grande (per essere così giovane), è capace di rendere interessante una sosta per mangiare un sandwich, una gita al parco, il semplice guardare alcuni trapezisti nelle loro funamboliche esibizioni, dettagli minimi della vita di tutti i giorni, che le sue parole rendono speciali.
E’ un memoir, un romanzo di formazione, un romanzo per adulti e ragazzi, infondo non mi sento una chiaroveggente, se prevedo che otterrà la stessa accoglienza che ha ricevuto in America. E lo spero davvero soprattutto per il messaggio che trasmette, senza leziosità, né melensaggine, anzi a tratti con disarmante sincerità, raccontando parti della sua vita anche molto private legate soprattutto alla madre.
Ogni capitolo, precedeuto da una breve citazione presa da uno dei classici della letteratura per ragazzi, (che anticipa in un certo senso l’argomento che si tratterà) è come un racconto a parte e ce ne sono di bizzarri, da quello dedicato ai trapezisti,  a quello dedicato a JFK, e per coprenderli bisogna immergersi nello spirito del libro, considerare un mondo in cui ci sia l’immaginazione al potere.
Dalla prefazione di Jim Brozina, padre di Alice (il vero eroe del romanzo, se vogliamo) si apprende che negli Stati Uniti, la Commissione per la Lettura, fondata dal Dipartimento dell’Istruzione, esiste dal 1985, con lo scopo di promuovere la lettura, indicando che il modo migliore per farlo è leggere ad alta voce ai bambini. Mi informerò se anche in Italia esiste una commissione del genere.
Sono stata invitata a consigliare un libro da leggere ad alta voce (esattamente come l’autrice fa sul suo sito http://www.makeareadingpromise.com/streak.html ) Io consiglio: La fiera della vanità: romanzo senza eroe di William M. Thackeray. Ce ne sono diverse edizioni con numerosi traduttori. Io ho letto quella del 1967, Giulio Einaudi Editore, traduzione di Jole Pinna Pintor.

Alice Ozma, nata e cresciuta a Millville, New Jersey, si è laureata all’Università di Rowan. Vive circondata da librerie e biblioteche a Philadelphia, Pennsylvania. È appassionata di letteratura e di pedagogia. Dopo il grande successo di questo suo primo libro, è stata invitata a tenere conferenze e lezioni sul tema della lettura nell’infanzia. Alice legge a voce alta per i bambini.
twitter.com/aliceozma
www.facebook.com/AliceOzma

Per concludere lascio la parola a Gea Polonio che ci parlerà della sua esperienza di lettrice. Le ho fatto alcune domande.

Vuoi parlarci della tua esperienza?

Ho sempre adorato leggere ad alta voce, ai bambini in modo particolare.  Ai figli miei ho letto per una mezz’ora ogni sera per più di dieci anni, anche dopo che lo sapevano fare da soli.

Parlaci della reazione e dell’accoglienza che hai notato nei bambini?

Dipende molto da come sono abituati.  Però se lo fai con amore e allegria, pian pianino anche molti tra i più refrattari si avvicinano, conquistati dal tono di voce e dalle storie.

E’ difficile, impegnativo? Che difficoltà attendono coloro che vogliono leggere ai bimbi?

I bimbi sono esigenti, non sopportano condiscendenza e leziosità.  I bimbi interagiscono, ed è giusto che lo facciano. I bimbi hanno i loro tempi, che sono anche di ripetizione e rielaborazione.
Poi, più sono piccoli (si può iniziare dai sei mesi, eh) più chiaramente devi trovare la chiave della loro attenzione.

Hai notato sensibilità verso l’importanza della lettura ad alta voce ai bambini?

Con il progetto “nati per leggere“, di cui sono volontaria, stiamo cercando di sensibilizzare le famiglie, proponendo la lettura anche come momento di condivisione e intimità tra genitori e figli.

Comuni, biblioteche, scuole, organizzano incontri o è un’ attività più orientata al volontariato?

Dipende da quali comuni, scuole e biblioteche.  Queste ultime fanno spesso più del dovuto istituzionale, ma capita che possano contare solo su singoli insegnanti più che sulla scuola come istituzione. E i singoli insegnanti talvolta sono sono lasciati soli se cercano di andare oltre gli schemi strettamente didattici.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Arianna dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Scena del crimine – Torino, Piazza Vittorio, Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori, 2014)

4 marzo 2015

mAmbientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Autore già di alcuni gialli piuttosto convenzionali, Rocco Ballacchino sta dimostrando di saper crescere, e i risultati sono molto felici, grazie anche all’editing di Michela Volpe. Il testo è asciutto, pulito, la trama ben congegnata, i personaggi, specialmente il critico Mario Bernardini, ben caratterizzati e sempre più lontani dalla macchietta o dallo stereotipo. Insomma una lettura piacevole, specie per i cinefili (alla fine del libro c’è un elenco dei film citati con nome del regista e anno di uscita). Una curiosità Arduino Maiuri è stato davvero uno sceneggiatore di film come Totò le Mokò, Napoli milionaria, Barbagia (La società del malessere), Diabolik di Mario Bava e Banditi a Milano di Lizzani. Attenti quindi al gioco paratestuale tra reale e immaginario.
Tornando alla trama, (l’accennerò solamente) il romanzo inizia presentandoci il commissario della Squadra Mobile di Torino, Sergio Crema, intento a suonare un campanello di una abitazione. Un delitto su cui sta indagando presenta alcune peculiarità che gli fanno ritenere che un esperto di cinema sia la persona più indicata come consulente alle indagini, così si rivolge al più eminente critico cinematografico disponibile, autore di una guida (che tanto ricorda il “Morandini”) venerata come un testo sacro dagli addetti ai lavori.
Misantropo, rustico, fin troppo sincero, Mario Bernardini in un primo tempo si lamenta per l’intrusione in casa sua, poi appassionandosi al caso diventa fondamentale per la sua risoluzione.
Deliziosa la scena finale del romanzo, dopo tutto anche i più burberi hanno un cuore.

Rocco Ballacchino laureato in Scienze della comunicazione, ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste. Ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto -Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. Il suo ultimo noir, Trappola a Porta Nuova, è stato pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel gennaio 2013. Sempre nello stesso anno ha debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione Marito Infedele. La sua ultima opera è l’ebook Le sette vite del capitano (2014), sempre edito da Fratelli Frilli Editori e dedicato alla figura del calciatore Alessandro Del Piero. È tra i fondatori del gruppo di scrittori Torinoir.

:: Tredici storie d’Adriatico, Paola Rambaldi, (Edizioni del Gattaccio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2015

bLe ricordò il film del 72, “La prima notte di quiete”, rivisto in Tv la sera precedente, con un trasandato Delon in cappotto di cammello a passeggiare da solo lungo il porto di una struggente Rimini invernale. A parte la bellezza di Alain, di quel film avevo capito ben poco.
Sorrise.
Non le sarebbe dispiaciuto incontrare uno così, ma con la sfortuna che si trovava avrebbe solo corso il rischio di incontrare l’Alain Delon dei giorni nostri, appassito e con manie suicide.
Altra cosa che non aveva afferrato del film era il titolo: cosa stava a significare?
Alzò le spalle senza trovare una risposta convincente.
Delon rimaneva sempre Delon e la sua pausa era finita.

Sì sa le raccolte di racconti non godono di grande fortuna nel mercato editoriale italiano. A meno che non siate Cheever, Carver o Flannery O’Connor non vendono molto e spesso ai giovani autori, così coraggiosi da volerle praticare, dicono non scrivetele, o per essere più magnanimi, sì scrivetele ma almeno non proponetele agli editori. Si da il caso che io ami la forma breve, anche la forma brevissima come la flash fiction, e spesso la legga. Non è facile scriverla, pregiudizio altrettanto radicato quanto il precedente a cui ho accennato. Per molti la narrativa breve è una palestra di scrittura, per altri una necessità. E’ anche vero che trovare bravi scrittori che scrivano racconti è difficile, ma quando li incontri, be’ da lettore è una bella esperienza, credetemi.
In queste ultime settimane ho letto tre libri, tra cui anche una raccolta di racconti, di un piccolo editore di Milano. Conosco Paola Rambaldi per il suo spirito, per i suoi divertenti post su Facebook, e per le interessanti recensioni cinematografiche che scrive, ma non sapevo che avesse davvero talento nello scrivere racconti. Mi sono proprio piaciuti: originali, personali, caustici, alcuni proprio divertenti. Qualche svista in via di revisione. Spero si arrivi a una seconda ristampa, dove le imperfezioni attuali vengano corrette. Meriterebbe davvero.
So dall’autrice che una buona parte li aveva letti Luigi Bernardi a suo tempo. Non so cosa ne pensasse ma è stata sua l’idea di portarli sull’Adriatico, inizialmente di ambientati al mare ce n’erano solo tre o quattro. E sicuramente questa scelta scorre come filo conduttore e ci accompagna nella lettura
In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città: Lido delle Nazioni, Misano Adriatico, Riccione, Rimini, Cesenatico e altre meno famose. Tutti con venature noir, e sorretti da uno spirito combattivo e molto romagnolo. (L’autrice è originaria di Argenta, ma ora vive in provincia di Bologna). C’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare. Molte protagoniste sono donne, non edulcorate, non idealizzate, “veraci” la più sorprendente la incontrerete in “Le tre caravelle“. Non vi anticipo altro, leggeteli, e poi mi saprete dire. Aspetto i vostri commenti.

Paola Rambaldi  è originaria di Argenta (FE), trasloca spesso e attualmente vive a Castello di Serravalle (BO).
Impiegata per quasi trent’anni in una multinazionale dell’informatica, è riuscita a rimanere digiuna sia di hardware che di software. E nonostante il quantitativo industriale di relazioni, offerte e contratti commerciali digitati ha costantemente concentrato il pensiero sulle proprie fantasie noir tardivamente riportate sulla carta. Ha pubblicato “Bassa e nera” (ed. Pontevecchio), “La fudréra” (ed. REM) e tanti racconti in riviste e antologie (con Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa). Finalista per il soggetto cinematografico a Storie del nuovo millennio 2003 e Premio Teramo 2005.
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine.

:: Il libro del male, James Oswald, (Giunti, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2015
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Lasciando la chiesa in rovina si addentrò nel cimitero. Le lapidi si ergevano sbilenche, come se i monaci sepolti lì sotto tentassero di rialzarsi e riprendersi quello che un tempo era stato loro. Alcune erano antiche, i solchi delle incisioni ormai consumati e sbiaditi, su altre si leggevano ancora chiaramente i nomi degli uomini che commemoravano. Erano iscrizioni semplici, senza sentimentalismi. Solo un nome, una data, una preghiera. Alcune indicavano il ruolo svolto nella comunità – apicoltore, pescatore, erborista. L’ultima lapide attirò la sua  attenzione. McLean non si sorpese affatto. Finalmente tutto aveva un senso.

Nascono come ebook autoprodotti i romanzi polizieschi dello scozzese James Oswald, barbuto allevatore di bovini e pecore (per la precisione Highland Cattle e New Zealand Romney Sheep) nella contea di North East Fife. Scrittore per caso dunque, che con il suo primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male, è riuscito a fare tutto quello che gli autoprodotti sognano, vendere 350.000 copie nel giro di poche settimane, e sia con Nel nome del male, che con il successivo Il libro del male (libro che ho avuto occasione di leggere e di cui parlerò in questa recensione) rientrare come finalista del concorso di opere inedite organizzato dalla Crime Writer’s Association.
Come è noto i grandi editori sono a caccia dei successi del web e così è capitato ai libri di Oswald, (a tutt’oggi ne sono disponibili quattro: Natural Causes e The Book of Souls, e gli inediti in Italia The Hangman’s Song e Dead Men’s Bones) i diritti di tutta la saga sono infatti stati acquistati dalla Penguin Random House, e in Italia da Giunti.
Acclamato in patria come l’erede di Ian Rankin, ma è stato accostato anche ad autori come Val McDermid, Peter James e Stuart McBride, James Oswald è un autore che non disdegna componenti horror e paranormali nei suoi crime (è anche autore di una epic fantasy series), e se vogliamo si discosta un po’ dalla cosiddetta ortodossia del tartan noir. Resta piacevole la lettura? Senz’ altro e anche la piana e scorrevole traduzione di Leonardo Taiuti non guasta.
Ambientato a Edimburgo, a gloomy and dark town, Il libro del male (The Book of Souls, 2013) è il secondo libro della serie, seppur può essere letto come uno stand-alone. Donald Anderson, il killer di Natale, ormai al sicuro in carcere, muore accoltellato al cuore dal suo compagno di cella. Per Tony McLean una liberazione, anche la fidanzata dell’ispettore fu una delle vittime del killer, ma il senso di sollievo non dura a lungo. Dodici anni dopo la cattura di Anderson, all’avvicinarsi delle festività natalizie il corpo di una giovane donna viene ritrovato vicino a un ponte: nuda, lavata, con la gola squarciata. Stesso modus operandi del killer di Natale. Ma non può essere lui, McLean ha visto di persona la bara di Anderson scendere nella fossa.
I dubbi dell’ispettore subito si moltiplicano: c’era davvero lui nella bara? c’è un imitatore in città che segue le orme del Killer di Natale?, ma soprattutto era davvero Anderson il Killer di Natale? E poi perché McLean continua a vedere Anderson in giro per le strade di Edinburgo? Sta impazzendo e comincia a vedere i fantasmi? A complicare il tutto l’azione di un piromane, che continua a disseminare la città di acre fumo nero e la visita di misterioso monaco che farnetica di un libro capace di disseminare la morte.
Sicuramente originale.
In libreria dal 25 febbraio 2015.

Elena Romanello

Dopo il successo di Nel nome del male, torna l’ispettore McLean dell’autore scozzese James Oswald, per una storia che si svolge circa dieci anni dopo la prima indagine, prima autopubblicata dall’autore e poi diventata un best-seller editoriale.
Di nuovo, la grande protagonista è Edimburgo, la capitale della Scozia, qui vista nei suoi aspetti più sporchi e degradati, lontani mille miglia dell’idea che ne ha un visitatore e da quella che viene propagandata come idea nel mondo, ma non per questo meno affascinante.
Il secondo capitolo si aggancia al primo, dove McLean era riuscito a catturare il cosiddetto serial killer di Natale, l’insospettabile libraio antiquario Donald Anderson, non prima che questi uccida come ultima vittima Kristy, la fidanzata del poliziotto. Anderson muore in cella, e da quel momento iniziano ad avvenire omicidi sempre di donne, diversissime tra loro come età, vita e provenienza sociale, più ravvicinati ma con le stesse modalità di Anderson. In parallelo, McLean verrà contattato da un misterioso ex monaco che gli parlerà di un antico libro capace di stravolgere la mente di chiunque lo prenda in mano.
Il libro del male è una storia interessante, che si inserisce bene nel thriller, con echi di Ian Rankin e comunque di tutta la narrativa in tema con taglio realistico, portando il lettore per mano in tanti inferni quotidiani, esterni ed interni ai personaggi. Il tema del serial killer, soprattutto di donne, non è nuovo, ma l’autore riesce a trattarlo in maniera non banale e scontata, non togliendo nulla alla suspense e alla devastazione di queste storie.
A tutti questi elementi realistici, il romanzo aggiunge, scombinando le carte, alcune tematiche esoteriche e paranormali, con la storia del libro del male, sorta di grimorio alla Lovecraft, che ispirerebbe le azioni peggiori, e con un finale aperto a nuovi sviluppi, più vicino ad X-Files comunque che a romanzi più sensazionalistici di Dan Brown e Glenn Cooper, anche se la spiegazione resta ambigua e può essere alla fine molto più razionale di quello che si pensa.
Nel complesso Il libro del male, godibile anche se non si conosce il primo libro a cui ci sono comunque riferimenti continui e sul quale si rimane informati (o spoilerati, come si suol dire), è un thriller di sicuro interesse, il secondo di una serie, perché troveremo senz’altro l’ispettore McLean in qualche altra storia. E meno male, perché il suo è un personaggio davvero interessante, un antieroe dolente e un vinto in cerca di verità e di una giustizia non trionfalistica ma che per un attimo gli scaldi il cuore.

James Oswald vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all’allevamento. Per vent’anni ha scritto solo per passione, finchè un giorno ha deciso di autopubblicare su Amazon il primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male: nel giro di pochi mesi l’e-Book è stato scaricato da oltre 350.000 lettori. Questo incredibile successo ha attirato l’attenzione di Penguin, che con un’offerta altissima ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi. Un successo mondiale, confermato da questo secondo episodio, Il libro del male, che ha suscitato grande entusiasmo di critica e pubblico.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maya di BizUp.

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