Mi avvicino sempre con un pizzico di diffidenza alle proposte provenienti dal sempre inflazionato filone di gialli scandinavi. Sugli scaffali delle librerie il ritmo di uscite rasenta la saturata catena di montaggio. Sembra di trovarsi di fronte ad un’agguerrita gara tra piccole e grandi case editrici nel cercare di reperire la new sensation, la gallina dalle uova d’oro, il novello Stieg Larsson o l’ennesimo rampante clone della fatalona Camilla Lackberg .
“Il signore del fuoco” ha fatto capolino tra le mie letture in maniera timida e casuale. Come i miei amori, i più grandi sono nati così.
L’approccio iniziale con il romanzo è stato ostico, le tematiche sono complesse e molto articolate, la storia, come da tradizione nordica, è gestita con ritmi molto dilatati e carbura lentamente.
Passato però lo scoglio delle prime 50 pagine si è dispiegata una vicenda incredibilmente affascinante, dall’intreccio magistrale, di grande profondità e spessore, tenuta per redini salde, con la forte personalità del navigato romanziere.
“Il signore del fuoco” è molto di più di un semplice thriller. E’ un romanzo che getta seme sulla riflessione, entra nel disagio giovanile, analizza con cognizione di causa le difficoltà d’integrazione tra credi religiosi diversi, scandaglia il male e professa con grande sentimento la potenza della scrittura che diventa la via fertile per esorcizzare e comprendere, l’unica arma non violenta. Una scrittura che mette ordine tra i frammenti rotti e diventa la colla capace di fare stare insieme il mondo.
Onore quindi alla casa editrice Atmosphere libri che sta facendo, non tra poche difficoltà, un lavoro encomiabile nel cercare di portare all’attenzione autori talentuosi e meritevoli.
Metto subito in chiaro che Torkil Damhaug non rappresenta il primo novellino che passa. Ha scritto 5 romanzi, in patria ha vinto il Rivertonprisen nel 2011, proprio con questo libro, ed è stato nominato al Glass Key, riconoscimento vinto negli anni scorsi da un certo Jo Nesbo. In Germania è uno scrittore apprezzato e molto seguito.
L’ho conosciuto in occasione del recente Nebbiagialla di Suzzara. Torkil è un personaggio simpatico, generoso ed estremamente cordiale, con importanti esperienze professionali nel campo della psichiatria. Ci siamo defilati in un angolino improvvisato, al termine dell’interessante presentazione in programma gestita dalla brava e competente Eva Massari. Nonostante l’ausilio di mezzi di fortuna, e grazie all’aiuto dell’instancabile Cristina Aicardi, che è stata la voce autorevole della manifestazione nel lavoro di traduzione (e che ringrazio davvero di cuore), siamo riusciti ad assemblare questa intervista che mi auguro possa dare una chance di visibilità a questo scrittore che meriterebbe una possibilità certamente non inferiore a nomi ben più blasonati, spinti dal marketing incessante di agguerrite ammiraglie editoriali. “Il signore del fuoco”, infatti, è solo il primo tassello di un progetto tetralogico già giunto alla sua conclusione in Norvegia.
D) Torkil, il tuo ottimo romanzo risulta estremamente attuale proprio alla luce dei recenti episodi terroristici che hanno colpito il cuore della Francia. Nel libro, infatti, ci descrivi la difficile relazione sentimentale e i forti contrasti che si creano tra due ragazzi e le rispettive famiglie di origine e fede religiosa diversa. Ti chiedo se ritieni sia possibile una pacifica integrazione tra popoli e culture differenti?
R) Ho terminato di scrivere questo libro proprio nell’estate in cui si sono verificati i tragici fatti sull’isola di Utoja che hanno sconvolto, non solo la Norvegia, ma tutto il mondo. Dobbiamo cercare un’integrazione, non abbiamo altra scelta. Il mondo è così piccolo, i confini sono così vicini che l’unica strada percorribile è quella del dialogo. Nel futuro se vogliamo sopravvivere dovremo necessariamente imparare a confrontarci ed accettarci. E’ necessario comprendere le nostre differenze perché abbiamo il diritto di essere liberi. Questo lo dico senza retorica o falsità. E’ un pensiero che sento fortemente. Credo che l’inasprimento di queste situazioni sia dovuto al fatto che per tanto tempo abbiamo cercato di nascondere e minimizzare dei problemi e dei disagi che dovevano essere affrontati e condivisi. La mancata comunicazione ha alimentato una tensione che è arrivata ad un punto di saturazione, come una miccia innescata arrivata al punto dell’esplosione.
D) La strage compiuta alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, se da un lato va certamente condannata, ci pone importanti riflessioni sull’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Credi che nello scrivere, nel testimoniare e nel documentare ci debba essere un limite etico e morale entro il quale spingersi?
R) La libertà di espressione e di pensiero è una cosa irrinunciabile ed è pilastro fondamentale per la salvaguardia della nostra società. Ci deve essere una critica costruttiva e non condizionata. Ciò non toglie che non può mancare il rispetto verso gli altri in nome di una fantomatica libertà. E’ importante avere perfettamente chiaro questi due concetti che non possono entrare in rotta di collisione.
D) In seguito agli attentati francesi l’europarlamentare Marie Le Pen ha riacceso il fuoco della polemica sulla legittimità della pena di morte. Vorrei conoscere il tuo parere a riguardo?
R) Sono assolutamente contrario alla pena di morte che cancellerebbe qualsiasi parvenza di civilizzazione della società moderna. Applicare la pena di morte travalicherebbe un limite che potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino ma, soprattutto, rappresenterebbe un atto irreversibile. La storia giudiziaria è costellata da gravissimi errori che non potrebbero essere riparati in nessuna maniera.
D) Concentriamo ora l’attenzione sulla vicenda poliziesca, considerato che in via primaria “Il signore del fuoco” rimane un avvincente thriller carico di tensione. Uno dei personaggi che esce con maggiore incisività è un piromane seriale. Considerato la tua esperienza professionale in qualità di psichiatra, cosa ti affascina e colpisce di una personalità così morbosa e malata?
R) L’uomo è un animale sociale, sia a livello biologico, sia istintivo, che di norma riesce a governare i suoi impulsi nei rapporti relazionali, salvo casi estremi come la difesa e la sopravvivenza. Ciò che mi affascina comprendere sono gli strani meccanismi che si innescano nella mente che spingono ad oltrepassare i limiti della ragione e del raziocinio e fanno fuoriuscire il male. Scrivere narrativa poliziesca mi da la possibilità di approfondire queste tematiche con un linguaggio efficace che riesce ad arrivare alla gente.
D) Ritieni pertanto che dietro una personalità malata si nasconda sempre un passato problematico e turbolento? Non credi si possa uccidere semplicemente per il puro piacere di farlo?
R) E’ un interrogativo sul quale rifletto spesso. Ci sono correnti di pensiero e opinioni completamente spaccate che suscitano il mio interesse. Sono stato recentemente ad una conferenza ad Istanbul focalizzata su questo tema che è stato ampiamente sviscerato in profondità ma non credo si possa dare una risposta certa. Alcuni misteri della mente umana rimangono ancora enigmi irrisolti.
D) E’ apprezzabile comunque il profondo lavoro di scavo della personalità disturbata del piromane seriale. Mi ha colpito particolarmente la dettagliata dinamica che porta all’azione incendiaria. Il piromane prova particolare soddisfazione ed appagamento più dalla casualità che si possa scatenare l’incendio che dalla realizzazione finale stessa, come se fosse il fattore imponderabile a governare l’evento. Credi alla casualità o ritieni che l’uomo sia sempre artefice e arbitro del proprio destino?
R) Noi cerchiamo di essere il più possibile padroni del nostro destino ma certamente esiste una casualità che siamo incapaci di governare che ci porta su strade che non avremmo mai scelto. Facendo un semplice esempio che ti possa dare l’idea: si può imparare a cavalcare un cavallo, ma esiste sempre l’incognita rappresentata dall’animale stesso. La sfida dell’essere umano sta nel cavalcarlo e domarlo.
D) Nella complessa indagine investigativa che deve portare risposte ai tanti misteri, il ruolo della polizia e degli inquirenti appare per lo più marginale e di contorno. Le azioni più incisive nell’arrivare alla scoperta della verità sono messe in campo da un giornalista di cronaca e dalla sorella del ragazzo scomparso, una ragazza con il talento della scrittura. Il mezzo quindi della scrittura per arrivare a comprendere ed esorcizzare. Quanto credi nella forza di questo strumento?
R) Mi affascina molto lavorare con le parole, la parola scritta ha un grandissimo potere, soprattutto quello di esplorare nel profondo, di sondare nell’animo dell’essere umano. Si può giocare con le parole, usare la retorica, la forma scritta ti permette di fare tante cose. I buoni romanzi che ricercano questo obiettivo sono quelli che sopravvivono nel tempo. Pensiamo a Dante e la Divina Commedia. Le parti a mio avviso più intense di quest’opera straordinaria sono quelle in cui entra nella psicologia dei personaggi, come ad esempio il Conte Ugolino e Francesca da Rimini. Forza che diventa immortalità.
D) Ma come la spieghi questa tua forte motivazione nello scrivere?
R) Ho iniziato a scrivere per me stesso perché era un modo per arrivare a conoscermi. Il percorso e l’evoluzione naturale di questa attività mi ha portato al pubblico di lettori e da quel momento è stato come se fosse iniziato un dialogo, uno scambio reciproco. Quando ci sono lettori che ti seguono nasce una doppia responsabilità: nei tuoi confronti e in quella degli altri. Ci sono reazioni e critiche che devi essere pronto ad accettare in un confronto costruttivo costante.
D) Nelle librerie italiane vengono sfornati gialli nordici a getto continuo, per noi stessi lettori italiani diventa complicato orientarsi in un mercato così inflazionato. Come giudichi lo stato di salute del poliziesco nei paesi Scandinavi?
R) Il genere in Norvegia è molto popolare, soprattutto per il fatto che utilizza un linguaggio normalmente efficace e semplice nell’arrivare alla gente. Il giallo ha una struttura lineare, scorrevole e gioca sulla componente del mistero e della suspense. Va fortissimo Jo Nesbo che merita, a mio avviso, tutta la popolarità che sta avendo, perché ha capito perfettamente come scrivere storie avvincenti e adrenaliniche. Personalmente il più bel giallo scandinavo che ho letto s’intitola “Handelser vid vatten” ed è stato scritto dalla norvegese Kerstin Ekman (pubblicato in Italia da Il saggiatore nel 2009 con il titolo “Il buio scese sull’acqua”, “Black water” nel mercato anglosassone).
D) Ma chi sono i tuoi romanzieri contemporanei di genere preferiti?
Su tutti l’americano Cormac McCarthy che mi rendo conto non sia propriamente uno scrittore di romanzi polizieschi, ma la sua produzione letteraria è nerissima. Apprezzo molto anche lo scrittore australiano Peter Temple (un paio di suoi romanzi sono stati tradotti in Italia da Bompiani) per la potenza della sua scrittura, l’intreccio delle trame e la complessità di tratteggio dei suoi personaggi.
Grazie Torkil per la tua disponibilità.
:: Traduzione “live” di Cristina Aicardi
A Patrasso d’estate mi capita di passare di fronte all’enorme scheletro di un’industria dismessa. Ora è un rifugio per poveri immigrati che sperano di attraversare un giorno lo Ionio e approdare in Italia. Una volta questi ruderi si chiamavano Piraiki Patraiki, la più grande industria tessile dei Balcani. Fondata nel 1919 e chiusa definitivamente nel 1996, ma già nazionalizzata da Papandreou subito dopo l’ascesa al potere. Da tempo stava boccheggiando. Il perché va raccontato: è un bell’esempio di come vanno le cose nell’economia greca. Negli anni Settanta l’industria aveva perso 15 milioni di dracme, una cifra enorme all’epoca, sottratti illegalmente dal suo amministratore per devolverli in regali alla sua amante, una famosa attrice e cantante di nome Zozo Sapountzaki. Il responsabile è andato in galera, la Sapountzaki ha avuto un flirt con il figlio di Onassis ma l’industria non ha mai potuto riprendersi dal colpo. 
Nella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
E pare che stanotte sia capitato di tutto, in città
La vita di Jack Reacher, personaggio iconico nato dalla penna del britannico Lee Child, si divide in un prima e un dopo. Nella vita prima del punto di svolta era un poliziotto militare, nella vita dopo un cane sciolto per le vie polverose d’America. Cosa successe tra questo prima e questo dopo ci viene raccontato in La verità non basta, (The Affair, 2011), sedicesimo episodio della saga, edito come sempre da Longanesi e tradotto dalla brava Adria Tissoni.
Ho scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.
“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”
Philippe Djian può piacere o non piacere, è un autore che non conosce mezze misure.
























