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:: Il signore del fuoco, Torkil Damhaug, articolo e intervista a cura di Marco Piva

9 febbraio 2015

signore fuocoMi avvicino sempre con un pizzico di diffidenza alle proposte provenienti dal sempre inflazionato filone di gialli scandinavi. Sugli scaffali delle librerie il ritmo di uscite rasenta la saturata catena di montaggio. Sembra di trovarsi di fronte ad un’agguerrita gara tra piccole e grandi case editrici nel cercare di reperire la new sensation, la gallina dalle uova d’oro, il novello Stieg Larsson o l’ennesimo rampante clone della fatalona Camilla Lackberg .
“Il signore del fuoco” ha fatto capolino tra le mie letture in maniera timida e casuale. Come i miei amori, i più grandi sono nati così.
L’approccio iniziale con il romanzo è stato ostico, le tematiche sono complesse e molto articolate, la storia, come da tradizione nordica, è gestita con ritmi molto dilatati e carbura lentamente.
Passato però lo scoglio delle prime 50 pagine si è dispiegata una vicenda incredibilmente affascinante, dall’intreccio magistrale, di grande profondità e spessore, tenuta per redini salde, con la forte personalità del navigato romanziere.
“Il signore del fuoco” è molto di più di un semplice thriller. E’ un romanzo che getta seme sulla riflessione, entra nel disagio giovanile, analizza con cognizione di causa le difficoltà d’integrazione tra credi religiosi diversi, scandaglia il male e professa con grande sentimento la potenza della scrittura che diventa la via fertile per esorcizzare e comprendere, l’unica arma non violenta. Una scrittura che mette ordine tra i frammenti rotti e diventa la colla capace di fare stare insieme il mondo.
Onore quindi alla casa editrice Atmosphere libri che sta facendo, non tra poche difficoltà, un lavoro encomiabile nel cercare di portare all’attenzione autori talentuosi e meritevoli.
Metto subito in chiaro che Torkil Damhaug non rappresenta il primo novellino che passa. Ha scritto 5 romanzi, in patria ha vinto il Rivertonprisen nel 2011, proprio con questo libro, ed è stato nominato al Glass Key, riconoscimento vinto negli anni scorsi da un certo Jo Nesbo. In Germania è uno scrittore apprezzato e molto seguito.
L’ho conosciuto in occasione del recente Nebbiagialla di Suzzara. Torkil è un personaggio simpatico, generoso ed estremamente cordiale, con importanti esperienze professionali nel campo della psichiatria. Ci siamo defilati in un angolino improvvisato, al termine dell’interessante presentazione in programma gestita dalla brava e competente Eva Massari. Nonostante l’ausilio di mezzi di fortuna, e grazie all’aiuto dell’instancabile Cristina Aicardi, che è stata la voce autorevole della manifestazione nel lavoro di traduzione (e che ringrazio davvero di cuore), siamo riusciti ad assemblare questa intervista che mi auguro possa dare una chance di visibilità a questo scrittore che meriterebbe una possibilità certamente non inferiore a nomi ben più blasonati, spinti dal marketing incessante di agguerrite ammiraglie editoriali. “Il signore del fuoco”, infatti, è solo il primo tassello di un progetto tetralogico già giunto alla sua conclusione in Norvegia.

Torkil-Damhaug-200x300D) Torkil, il tuo ottimo romanzo risulta estremamente attuale proprio alla luce dei recenti episodi terroristici che hanno colpito il cuore della Francia. Nel libro, infatti, ci descrivi la difficile relazione sentimentale e i forti contrasti che si creano tra due ragazzi e le rispettive famiglie di origine e fede religiosa diversa. Ti chiedo se ritieni sia possibile una pacifica integrazione tra popoli e culture differenti?

R) Ho terminato di scrivere questo libro proprio nell’estate in cui si sono verificati i tragici fatti sull’isola di Utoja che hanno sconvolto, non solo la Norvegia, ma tutto il mondo. Dobbiamo cercare un’integrazione, non abbiamo altra scelta. Il mondo è così piccolo, i confini sono così vicini che l’unica strada percorribile è quella del dialogo. Nel futuro se vogliamo sopravvivere dovremo necessariamente imparare a confrontarci ed accettarci. E’ necessario comprendere le nostre differenze perché abbiamo il diritto di essere liberi. Questo lo dico senza retorica o falsità. E’ un pensiero che sento fortemente. Credo che l’inasprimento di queste situazioni sia dovuto al fatto che per tanto tempo abbiamo cercato di nascondere e minimizzare dei problemi e dei disagi che dovevano essere affrontati e condivisi. La mancata comunicazione ha alimentato una tensione che è arrivata ad un punto di saturazione, come una miccia innescata arrivata al punto dell’esplosione.

D) La strage compiuta alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, se da un lato va certamente condannata, ci pone importanti riflessioni sull’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Credi che nello scrivere, nel testimoniare e nel documentare ci debba essere un limite etico e morale entro il quale spingersi?

R) La libertà di espressione e di pensiero è una cosa irrinunciabile ed è pilastro fondamentale per la salvaguardia della nostra società. Ci deve essere una critica costruttiva e non condizionata. Ciò non toglie che non può mancare il rispetto verso gli altri in nome di una fantomatica libertà. E’ importante avere perfettamente chiaro questi due concetti che non possono entrare in rotta di collisione.

D) In seguito agli attentati francesi l’europarlamentare Marie Le Pen ha riacceso il fuoco della polemica sulla legittimità della pena di morte. Vorrei conoscere il tuo parere a riguardo?

R) Sono assolutamente contrario alla pena di morte che cancellerebbe qualsiasi parvenza di civilizzazione della società moderna. Applicare la pena di morte travalicherebbe un limite che potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino ma, soprattutto, rappresenterebbe un atto irreversibile. La storia giudiziaria è costellata da gravissimi errori che non potrebbero essere riparati in nessuna maniera.

D) Concentriamo ora l’attenzione sulla vicenda poliziesca, considerato che in via primaria “Il signore del fuoco” rimane un avvincente thriller carico di tensione. Uno dei personaggi che esce con maggiore incisività è un piromane seriale. Considerato la tua esperienza professionale in qualità di psichiatra, cosa ti affascina e colpisce di una personalità così morbosa e malata?

R) L’uomo è un animale sociale, sia a livello biologico, sia istintivo, che di norma riesce a governare i suoi impulsi nei rapporti relazionali, salvo casi estremi come la difesa e la sopravvivenza. Ciò che mi affascina comprendere sono gli strani meccanismi che si innescano nella mente che spingono ad oltrepassare i limiti della ragione e del raziocinio e fanno fuoriuscire il male. Scrivere narrativa poliziesca mi da la possibilità di approfondire queste tematiche con un linguaggio efficace che riesce ad arrivare alla gente.

D) Ritieni pertanto che dietro una personalità malata si nasconda sempre un passato problematico e turbolento? Non credi si possa uccidere semplicemente per il puro piacere di farlo?

R) E’ un interrogativo sul quale rifletto spesso. Ci sono correnti di pensiero e opinioni completamente spaccate che suscitano il mio interesse. Sono stato recentemente ad una conferenza ad Istanbul focalizzata su questo tema che è stato ampiamente sviscerato in profondità ma non credo si possa dare una risposta certa. Alcuni misteri della mente umana rimangono ancora enigmi irrisolti.

D) E’ apprezzabile comunque il profondo lavoro di scavo della personalità disturbata del piromane seriale. Mi ha colpito particolarmente la dettagliata dinamica che porta all’azione incendiaria. Il piromane prova particolare soddisfazione ed appagamento più dalla casualità che si possa scatenare l’incendio che dalla realizzazione finale stessa, come se fosse il fattore imponderabile a governare l’evento. Credi alla casualità o ritieni che l’uomo sia sempre artefice e arbitro del proprio destino?

R) Noi cerchiamo di essere il più possibile padroni del nostro destino ma certamente esiste una casualità che siamo incapaci di governare che ci porta su strade che non avremmo mai scelto. Facendo un semplice esempio che ti possa dare l’idea: si può imparare a cavalcare un cavallo, ma esiste sempre l’incognita rappresentata dall’animale stesso. La sfida dell’essere umano sta nel cavalcarlo e domarlo.

D) Nella complessa indagine investigativa che deve portare risposte ai tanti misteri, il ruolo della polizia e degli inquirenti appare per lo più marginale e di contorno. Le azioni più incisive nell’arrivare alla scoperta della verità sono messe in campo da un giornalista di cronaca e dalla sorella del ragazzo scomparso, una ragazza con il talento della scrittura. Il mezzo quindi della scrittura per arrivare a comprendere ed esorcizzare. Quanto credi nella forza di questo strumento?

R) Mi affascina molto lavorare con le parole, la parola scritta ha un grandissimo potere, soprattutto quello di esplorare nel profondo, di sondare nell’animo dell’essere umano. Si può giocare con le parole, usare la retorica, la forma scritta ti permette di fare tante cose. I buoni romanzi che ricercano questo obiettivo sono quelli che sopravvivono nel tempo. Pensiamo a Dante e la Divina Commedia. Le parti a mio avviso più intense di quest’opera straordinaria sono quelle in cui entra nella psicologia dei personaggi, come ad esempio il Conte Ugolino e Francesca da Rimini. Forza che diventa immortalità.

D) Ma come la spieghi questa tua forte motivazione nello scrivere?

R) Ho iniziato a scrivere per me stesso perché era un modo per arrivare a conoscermi. Il percorso e l’evoluzione naturale di questa attività mi ha portato al pubblico di lettori e da quel momento è stato come se fosse iniziato un dialogo, uno scambio reciproco. Quando ci sono lettori che ti seguono nasce una doppia responsabilità: nei tuoi confronti e in quella degli altri. Ci sono reazioni e critiche che devi essere pronto ad accettare in un confronto costruttivo costante.

D) Nelle librerie italiane vengono sfornati gialli nordici a getto continuo, per noi stessi lettori italiani diventa complicato orientarsi in un mercato così inflazionato. Come giudichi lo stato di salute del poliziesco nei paesi Scandinavi?

R) Il genere in Norvegia è molto popolare, soprattutto per il fatto che utilizza un linguaggio normalmente efficace e semplice nell’arrivare alla gente. Il giallo ha una struttura lineare, scorrevole e gioca sulla componente del mistero e della suspense. Va fortissimo Jo Nesbo che merita, a mio avviso, tutta la popolarità che sta avendo, perché ha capito perfettamente come scrivere storie avvincenti e adrenaliniche. Personalmente il più bel giallo scandinavo che ho letto s’intitola “Handelser vid vatten” ed è stato scritto dalla norvegese Kerstin Ekman (pubblicato in Italia da Il saggiatore nel 2009 con il titolo “Il buio scese sull’acqua”, “Black water” nel mercato anglosassone).

D) Ma chi sono i tuoi romanzieri contemporanei di genere preferiti?

Su tutti l’americano Cormac McCarthy che mi rendo conto non sia propriamente uno scrittore di romanzi polizieschi, ma la sua produzione letteraria è nerissima. Apprezzo molto anche lo scrittore australiano Peter Temple (un paio di suoi romanzi sono stati tradotti in Italia da Bompiani) per la potenza della sua scrittura, l’intreccio delle trame e la complessità di tratteggio dei suoi personaggi.

Grazie Torkil per la tua disponibilità.

:: Traduzione “live” di Cristina Aicardi

:: La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità di Dimitri Deliolanes (Fandango, 2015)

1 febbraio 2015

ateneA Patrasso d’estate mi capita di passare di fronte all’enorme scheletro di un’industria dismessa. Ora è un rifugio per poveri immigrati che sperano di attraversare un giorno lo Ionio e approdare in Italia. Una volta questi ruderi si chiamavano Piraiki Patraiki, la più grande industria tessile dei Balcani. Fondata nel 1919 e chiusa definitivamente nel 1996, ma già nazionalizzata da Papandreou subito dopo l’ascesa al potere. Da tempo stava boccheggiando. Il perché va raccontato: è un bell’esempio di come vanno le cose nell’economia greca. Negli anni Settanta l’industria aveva perso 15 milioni di dracme, una cifra enorme all’epoca, sottratti illegalmente dal suo amministratore per devolverli in regali alla sua amante, una famosa attrice e cantante di nome Zozo Sapountzaki. Il responsabile è andato in galera, la Sapountzaki ha avuto un flirt con il figlio di Onassis ma l’industria non ha mai potuto riprendersi dal colpo.

Chi è Alexis Tsipras? Un Davide greco contro il Golia troika (Commissione Europea, Bce, Fmi)? Sembrerebbe, e dopo la vittoria del 25 gennaio di Syriza, (Coalizione della Sinistra Radicale) il suo partito, un attore politico da prendere in considerazione, con cui fare i conti nei tavoli delle discussioni in cui si decidono i destini dell’Europa. Ma oltre alle parole, ai proclami, agli inviti alla speranza, ha un concreto piano politico, economico, finanziario per portare avanti la sua battaglia contro la crisi umanitaria che ha colpito il suo paese? In ultima analisi dove troverà i soldi per rendere reali i suoi progetti, che vedono prioritaria una rinegoziazione del debito con l’Europa e la fine della politica di austerity voluta dalla troika, che in questi quattro anni ha messo la Grecia in ginocchio? Per rispondere a queste domande il giornalista Dimitri Deliolanes, da più di 30 anni corrispondente dall’Italia della Tv pubblica greca ERT, ha pubblicato per Fandango La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità (mi sforzavo di cercare un traduttore, ma questo libro è stato scritto in italiano), un libro necessario per fare luce su una situazione obbiettivamente complessa e di non facile risoluzione.
Innanzitutto se l’Europa dell’austerity è il male, o per lo meno una cura che non porta alla guarigione del malato, per capire come si sia arrivati a questo punto è necessario conoscere le dinamiche e le debolezze interne al paese che hanno radici antiche, se vogliamo riconducibili all’ultimo periodo bellico, alla tormentata storia dei comunisti greci da sempre partito di opposizione (in un ampio capitolo vengono descritti i motivi del suo rifiuto ad azioni di governo, che spiegano la necessità di Syriza di cercare altri alleati per quanto improbabili come i Greci Indipendenti, Anel), e della stessa sinistra con l’ emblematico fallimento dell’esperienza del leader socialista Andreas Papandreou e del suo partito il Pasok, al rafforzarsi di forse di estrema destra apertamente neonaziste come Alba Dorata, alla corruzione, all’affarismo e al clientelismo, alla difesa dei privilegi dei più ricchi in modo sistematico e irragionevole, al sistema finanziario e bancario che praticamente ha fagocitato capitali e fondi Europei come in un pozzo senza fondo in un economia che non prevede crescita. Insomma il nemico non è solo la Merkel, e il suo no categorico a ogni rinegoziazione, ma se vogliamo ci sono ostacoli anche all’interno di Syriza stesso Nell’affrontare la nuova campagna elettorale i greci hanno dimostrato di sapere bene che ci sono anche difficoltà sostanziali, dentro il corpo dirigente di Syriza, divisioni interne, ingenuità e semplificazioni teoriche, inesperienza di governo, mancanza di personale politico preparato. Questo libro lo ha ripetuto fino alla noia: Alexis Tsipras è solo e cammina molte miglia di distanza avanti al suo partito.
Se questi sono i mali e le ombre, ampiamente analizzate da Deliolanes, credo sia doveroso sottolineare che Tsipras sebbene non abbia ancora all’attivo nessuna esperienza di governo, ha un progetto reale, delle reali misure da attuare per risolvere la crisi non solo greca ma europea, e se vogliamo il cuore del suo mandato politico si basa su un unico caposaldo: se c’è una pur minima chance di successo, sarà solo con la solidarietà europea. Le conseguenze dell’austerity non sono quindi un male solo per la Grecia, ma per tutti i paesi, prima quelli della periferia, poi gli stessi paesi “ricchi” con bilanci in attivo. Mettere in ginocchio i debitori non è la garanzia migliore per riottenere i debiti concessi. Tsipras auspica un nuovo New Deal che faccia tesoro delle lezioni del ’29, e riporti sicuramente la questione morale e l’uomo in primo piano.

“Questo esige azioni coordinate a livello nazionale e a livello europeo. Dal momento che non ci sono risorse nazionali per sostenere la crescita, bisogna farlo con fondi europei. È necessario elaborare un progetto complessivo per tutta la periferia dell’eurozona al fine di finanziare progetti, iniziative e imprese che portino alla crescita. Come? Stiamo cercando di rendere realistiche le nostre proposte. La crisi non è finita, anche negli altri paesi europei le risorse sono estremamente limitate. Quindi non pensiamo di chiedere a nessuno di mettere le mani in tasca. Chiediamo solo di diventare soci della nostra crescita, in modo che anche loro abbiano garanzie di ricevere indietro i capitali prestati. Altrimenti il sistema bancario greco ed europeo continuerà a gettare i soldi in un pozzo senza fondo. Chiediamo un’azione coordinata della Bce e della Banca Europea degli Investimenti sotto il controllo politico della Commissione Europea. La Bce dovrebbe dare grande liquidità alla Bei, comprando suoi titoli al posto di quelli dei paesi europei. Con questa liquidità la Bei sarà in grado di finanziare attività specifiche nei paesi indebitati. Questo è il nostro New Deal.”

Dimitri Deliolanes, giornalista professionista, segue il nostro paese da 30 anni come corrispondente della ERT (Radiotelevisione pubblica greca). Ha prodotto documentari sulle relazioni tra Italia e Grecia, ha studiato la strategia della tensione e il terrorismo italiano e ha tradotto in greco diverse opere della letteratura italiana. Per Fandango Libri ha pubblicato Come la Grecia (2011) e Alba Dorata (2013). Suoi articoli sono stati pubblicati da Limesil Manifestoil Foglio e Internazionale.

:: Milano1946. Delitti a città studi, Fulvio Capezzuoli, (Todaro, 2014) a cura di Viviana Filippini

31 gennaio 2015

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In una Milano postbellica, il commissario Maugeri, ex- partigiano, si trova a dove risolvere il misterioso caso di omicidio che ha per protagoniste le due sorelle Attanasio e il loro appartamento di Città Studi. Milano1946. Delitti a città studi, edito da Todaro, comincia con la denuncia da parte di una donna – una delle sue sorelle – della scomparsa del sua amato cane, fatto al quale tutto il commissariato riserva un’importanza relativa. Sarà poi il ritrovamento del cadavere di Rosalba Attanasio(la donna che aveva fatto la notifica di sparizione del cane) –precipitata dalla finestra del suo appartamento- e la misteriosa scomparsa dell’altra sorella – Carla – a far pensare a Maugeri che il caso è più complesso del previsto. Il tutto si complica quando alle forze dell’ordine arriva una segnalazione che indica la Attanasio superstite in fuga, oltre confine, con un uomo. Maugeri e compagni cercano di capire perché la donna sia scappata, ma un altro grave problema sorge quando i militari, facendo irruzione nell’appartamento delle due sorelle a Città studi, trovano anche il cadavere di Carla che si credeva in fuga e allora gli uomini i divisa cominceranno a sospettate che, forse, anche la morte di Rosalba non è del tutto accidentale. E allora chi le ha uccise? Ma soprattutto perché? Mentre la città sta cercando, senza non poche difficoltà, di tornare alla sua normalità e il capo commissario Spinelli è assente, Maugeri prenderà in mano le redini della situazione e proverà a districare la complessa rete di indizi nella quale criminali di guerra nazisti, nomi in codice, prostitute, interessi politici ed economici di portata internazionale si mescoleranno tra loro. L’ispettore dovrà anche sopportare, da un lato, i pregiudizi dei suoi superiori che non hanno mai visto di buon occhio la sua attività di partigiano e, dall’altro, il fatto che la convivenza della moglie con la suocera non sia una facile relazione da gestire. In Milano1946. Delitti a città studi la trama ben costruita riesce a conquistare il lettore dalla prima all’ultima pagina, grazie anche al fatto che il protagonista e la sua squadra hanno una umanità caratteriale che li rende simili a persone reali. Un altro aspetto da considerare, che dal mio punto di vista rende attraente il libro, è la scelta dell’autore di ambientare la storia nella Milano post-bellica, in quanto la descrizione accurata della capoluogo milanese e dei danni compiuti dai bombardamenti su alcune delle zone cittadine (l’area di Sesto San Giovanni, dove hanno sede la Falck, la Breda e altre industrie è la più martoriata) riescono a trascinare chi legge dentro al set letterario, dove si svolge la caccia al colpevole. Milano 1946. Delitti a città studi di Capezzuoli è un giallo storico ricco si suspense e di imprevisti colpi di scena che dimostrano ancora una volta a Maugeri- e allo stesso tempo chi legge- come non sempre le persone e i fatti sono quello che sembrano a prima vista.

Fulvio Capezzuoli nasce a Milano, dove compie i suoi studi laureandosi in Scienze Economiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Esperto critico cinematografico collabora con la Fondazione Cineteca Italiana . Nel 2006 esce L’estasi e il Tormento, in collaborazione con la fotografa Tony Tamagni, un testo sui suoi quindici anni di esperienza come organizzatore di Cineforum e, nel 2008, Locarno mon amour, dove i suoi testi si alternano alle foto di Tony Tamagni, per raccontare una giornata tipo al festival cinematografico della città svizzera. Gli anni del sole stanco (editore Edimond), nato da ricerche storiche, effettuate proprio nel Sud Italia, è la sua prima opera di narrativa pubblicata, ed ha vinto nell’ottobre del 2008 il Premio Letterario Città di Castello. Esce nel 2010 Al di là dell’oceano, romanzo storico sulla Grecia del V secolo a.c., ambientato nella città di Paestum (a quei tempi chiamata Poseidonia), che narra tra l’altro la costruzione della famosa Tomba del Tuffatore. Milano1946. Delitti a città studi (Todaro) è il suo primo romanzo giallo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Todaro.

:: In una sera di pioggia, Mary Fitt (Polillo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2014

ba135.qxdNella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
Mystery ricco di fascino, decisamente old british, racchiude anche componenti gotiche che piaceranno sicuramente ai cultori del genere. Sul solco della tradizione, ma nello stesso tempo ricca di componenti innovative per il periodo, la scrittura di Mary Fitt in un certo senso può apparire moderna, e sicuramente questo rende piacevole la lettura.
Jake Seaborne, giovanotto di belle speranze, studente di medicina in vacanza, durante una gita in aperta campagna viene colto da un violento temporale. Con l’auto in panne non può far altro che avventurarsi per stradine e sentieri sterrati e si imbatte così in un grande cancello sorretto da due pilastri coperti di muschio con in cima statue di animali (per la precisione tre scimmie).
Un viale porta a una grande villa grigia, dall’apparenza disabitata, e il nostro non può far altro che percorrerlo, sentendosi quasi atteso. E’ così è, ma non attendono lui.
Ad aprirgli il classico domestico inglese, che l’accompagna in un vasto soggiorno pieno di gente ostile e infelice. Presto il malinteso verrà risolto. L’ospite atteso è un tale Hugo Ullstone, nuovo proprietario della magione, figlio maggiore ed erede del vecchio ed eccentrico patriarca James Ullstone. In gioventù aveva sposato una donna indiana, e tenuto il suo figlio mezzosangue, lontano dall’Inghilterra, sebbene non si fosse mai del tutto disinteressato di lui.
La sua comparsa in attesa, scompiglia le vite dei suoi due fratelli minori Ursula e Jim, di colpo non più eredi assoluti come si erano sempre creduti, e anche gli altri membri della famiglia considerano la sua presenza una fonte di disturbo, l’esito sconsiderato di un uomo che negli ultimi tempi della malattia, (morirà per un tumore al cervello) non era tanto lucido.
Chiarito che Jake Seaborne non è Hugo, il giovane vorrebbe andarsene, (avverte che in quel covo di vipere, alberga un pericolo incombente), ma il neurochirurgo Frederick Lawton lo convince a restare e fare le sue veci, dato che deve tornare a Londra.
Il giorno dopo finalmente Hugo arriva. Ma le sorprese non sono finite e naturalmente ci scappa il delitto. Così entra in scena finalmente il sovrintendente Mollett e l’indagine prende inizio.
L’inizio come nella più pura tradizione gotica ci porta tra tuoni e fulmini in una grande casa apparentemente disabitata in aperta campagna. Protagonista della vicenda, un giovane novello Teseo, a cui l’autrice permette di uscire dal labirinto. Tra inganni, avidità, e sprazzi di vera e propria pazzia, nessuno è quasi mai quello che sembra, e questi cambi repentini di prospettiva, sono senz’altro la parte più moderna del testo. Buona lettura!

Mary Fitt (1897-1959), pseudonimo dell’insigne grecista inglese Kathleen Freeman, nacque a Yardley e compì gli studi presso l’University College of South Wales, dove fu docente di greco dal 1919 al 1946. Esordì nella narrativa gialla nel 1936 con Murder Mars the Tour e due anni dopo creò il suo personaggio per eccellenza, l’ispettore Mallet, poi sovrintendente, che fece la sua prima apparizione in Expected Death e l’ultima in Mizmaze (1959), comparendo in tutto in diciotto dei ventisette mystery dell’autrice. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, alternò la pubblicazione di gialli a quella di saggi sul mondo greco classico rivolti, come dichiarò spesso, alla gente comune e firmati col suo vero nome. La sua produzione comprende anche innumerevoli articoli per riviste accademiche, diversi romanzi non di genere poliziesco, due dei quali firmati con lo pseudonimo di Stuart Mary Wick, uno studio su Jane Austen, una serie di libri per bambini e svariati racconti gialli. Con l’ammissione nel prestigioso Detection Club di Londra, avvenuta nel 1950, Mary Fitt entrò nel numero dei grandi giallisti inglesi. Fra i suoi mystery migliori si segnalano The Three Hunting Horns (1937, I tre corni da caccia – I bassotti n. 99), Death and Mary Dazill (1941), Death and the Pleasant Voices (1946, In una sera di pioggia – I bassotti n. 135), Death on Heron’s Mere (1941) e Sweet Poison (1956).

:: La strada per Itaca, Ben Pastor, (Sellerio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2014

4717-3La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
Ambientato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1941, il romanzo si pone cronologicamente tra Lumen e Il cielo di stagno facendo luce sulla “vacanza” cretese che Bora si prese poco prima dell’invasione nazista dell’ Unione Sovietica, che sciolse di fatto il patto Ribbentrop-Molotov e diede il via all’ Unternehmen Barbarossa. (Operazione suicida con il senno di poi, ma già la storia aveva dato le sue lezioni, pensiamo solo a Napoleone).
Bora si trova a Mosca al seguito della delegazione diplomatica tedesca, quando riceve da Berija in persona il compito di recarsi a Creta, appena conquistata dai tedeschi, e sottratta agli inglesi, per procurarsi alcune casse di Dafni e Mandilaria, due pregiati vini cretesi da sfoggiare nei ricevimenti da ambasciata, anche se la richiesta più che altro poteva suonare come un memento, che il capo dell’NKVD poteva tutto, disponendo a piacimento della vita delle persone fossero anche state ufficiali tedeschi trasformati in suoi servitori.
Bora accetta l’incarico (non che abbia scelta) con una certa irritazione, ma quando si trova sotto l’accecante sole di Creta scopre suo malgrado che un altro incarico l’attende. Una strage di civili avvenuta in una villa poco lontano da Iraklion, sulla costa settentrionale di Creta, sembra avere ripercussioni quantomeno inquietanti. La vittima principale era un cittadino svizzero, (per cui l’incidente diplomatico con un paese neutrale non è una prospettiva tanto remota), per giunta membro dell’associazione Ahnenerbe di Himmler. Presunti colpevoli, un gruppo di paracadutisti tedeschi, che alcune foto, reperite in modo avventuroso, collocano sul luogo della strage al momento in cui fu perpetrata. Chiamato in causa, l’Ufficio Crimini di Guerra, onde evitare l’intervento della Croce Rossa Internazionale, e pure la curiosità di Himmler, incarica Bora di indagare sul caso, e possibilmente discolpare i paracadutisti coinvolti.
Aiutato dal commissario di polizia greco Vairon Kostaridis, personaggio solo apparentemente buffo, che riserverà parecchie sorprese, e da una recalcitrante archeologa americana, Frances L. Allen, “costretta” ad accompagnarlo all’interno delle isola sulle tracce di un testimone della strage, Bora dipanerà un’intricatissima matassa, illuminato da una singola parola, “prestigio”, causa di un suo litigio quando aveva solo dodici anni, che in realtà fa emergere nella sua coscienza (oltre all’intuizione risolutiva per la soluzione del caso) i germi di un’inquietudine che maturerà negli anni successivi. La coscienza del divario tra la sua Germania, alla quale si sente fedele e lealmente ne persegue gli interessi, e la Germania nazista, in mano a uomini nuovi come “Waldo” Preger, il ragazzino con cui si era accapigliato e che ora ritrova come capitano dei paracadutisti.
La strada per Itaca, si pone quindi come un romanzo di passaggio, dalle forti valenze psicologiche, capace di far luce sull’animo complesso e tormentato di Bora, novello Ulisse, (è l’omonimo romanzo di Joyce che si porta dietro tra i suoi pochi effetti personali assieme all’immancabile diario), sulla via di casa. Forse l’eccessiva complessità, rende la lettura meno scorrevole di altre letture, ma la bellezza della scrittura della Pastor, mai banale, mai scontata, dalle forti valenze letterarie, rende il testo ricco di fascino. La ricostruzione storica come sempre è accurata, e ricca di aneddoti e apparizioni (pensiamo solo allo scrittore americano Erskine Caldwell) e ci riporta al periodo della Seconda Guerra Mondiale, ancora controverso, ancora poco approfondito.
La Pastor sceglie di parlarci della storia, (l’aspetto investigativo è solo una sfumatura della narrazione, forse nemmeno quella più rilevante) dal punto di vista di un perdente, un ufficiale tedesco della Germania nazista (sebbene definirlo lui stesso nazista è sicuramente impreciso), e i rischi di questa scelta sono numerosi. Consideriamo solo l’apparente scarso coinvolgimento emotivo del personaggio per una strage di civili, difficile da considerare positivo per una sensibilità moderna. O l’accettare l’inganno (anche crudele) ai danni dell’archeologa americana, come naturale e giustificabile. (L’astuzia di Ulisse).
Ciò non toglie che un personaggio più noir di così è difficile immaginarlo e forse proprio questo rende la lettura una sfida. La mentalità, la concezione del suo stato sociale, i suoi ideali, la sua educazione, sono ricostruiti in modo degno di ammirazione, anche quando si contrappongono ai corrispettivi moderni. Martin Bora è un uomo del suo tempo, con limiti ed eroismi, e questa umanizzazione del personaggio è sicuramente la parte più riuscita del romanzo e dell’intera serie.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

:: Perfection (Le storie di Perfection Vol. 1), Germano Hell Greco, (Amazon KDP, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2014

coverE pare che stanotte sia capitato di tutto, in città

Oggi, 7 Giugno 2142, mentre l’Europa rielegge Joseph Zeudi quale suo Dittatore Pro Tempore, e soffoca per l’alta concentrazione di acidi gassosi nell’aria, residuo dei disastri ambientali seguiti alle Guerre del Mediterraneo, dall’altra parte del mondo, nell’Alleanza delle Americhe, viene discusso al Parlamento di New Rio un nuovo disegno di legge, estensione del d.l. 447, il ter; esso prevede il ritiro di tutti i modelli robotici detenuti da privati a scopo di intrattenimento e la produzione in serie, per almeno vent’anni e fino a soddisfatta necessità, dei modelli Lei™, per sopperire all’elevato tasso di mortalità femminile della popolazione terrestre, contaminata dall’Agave.
Destinazione d’uso dei modelli Lei™: libero rilascio nella società umana, previa estensione a ciascuno di essi delle libertà e dei diritti dell’individuo.
Numero di modelli in pre-ordine: oltre diciannove milioni.

Siamo a Perfection, una sparuta cittadina del sud del Texas, in un futuro prossimo in cui una pandemia sta decimando la popolazione femminile.
Tema classico di molta fantascienza apocalittica e post apocalittica questo, rivisitato dall’autore con derive nichiliste ed esistenzialiste, apparentemente nascoste da uno stile scanzonato e leggero.
La fantascienza può anche trattare temi seri e impegnativi, senza perdere la sua funzione di divertire e intrattenere il lettore, che per intelligenza e sensibilità ama scoprire nuovi significati senza fermarsi all’apparenza delle cose, e proprio questo fa l’autore con questo primo episodio di una serie ancora in via di progettazione.
L’ironia certo non manca, ma sempre di fine del mondo si tratta. L’umanità sta morendo, pochi riescono a riprodursi e sebbene il delirante padre di tutti gli androidi di nuova generazione ipotizza di creare androidi femmina capaci di generare la “vita”, resta appunto un sogno, un’ utopia, alla quale ben pochi credono. In questo scenario si muovono i nostri personaggi, un po’ umani, un po’cibernetici.
E Germano Hell Greco ci racconta le loro storie.
L’ultimo round, Betty™, Blue Moon, La storia di Kumi, Dottie, La variante, Cinderella’s Death, La stretta via dell’alba, sono i titoli dei vari racconti che si intrecciano tra loro, in una narrazione corale e composita in cui la vita umana ormai sulla via del disfacimento e il suo surrogato più prossimo si completano, lasciando quasi nel lettore la sensazione che la “vita” cibernetica sia una forma di evoluzione della vita umana, con una propria coscienza, con i propri diritti, con la propria sensibilità sintetica (il personaggio di Dot sicuramente ispira queste riflessioni), ma anch’essa destinata a perire, perché anche i componenti degli androidi sono destinati all’usura e alla consunzione.
Figlio di Blade Runner e di tanto cinema anni 80, colmo di citazioni sia cinematografiche che letterarie, Perfection ricrea un mondo che come sempre in tutta la buona fantascienza, anticipa se non supera la realtà.
Attualmente epidemie come l’ebola non rendono così lontano il 2142 ipotizzato, anche se il teletrasporto, l’energia elettrica senza fili, la manipolazione genetica, l’ ibridizzazione tra esseri umani e animali, sono cose studiate solo da qualche scienziato (pazzo) nel chiuso del suo laboratorio.
Illustratore Marco Siena.

Germano M. è laureato in lettere. Ha avuto esperienze lavorative che nulla hanno a che vedere con la sua laurea o l’ambiente letterario.
Dal 2009 è un blogger e si dedica alla scrittura a tempo pieno.
Fondatore del blog collettivo Book and Negative, è l’ideatore principale dell’ambientazione DARKEST e del premio Boomstick Award.
E’ l’autore di Girlfriend from Hell, volume piuttosto noto del Progetto Survival Blog con più di 15.000 download. Attualmente è una delle menti dietro al progetto Risorgimento di Tenebra. Gli piace viaggiare, cucinare la carne e sogna di vivere in Antartide.

:: La caduta, Michael Connelly, (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

2 dicembre 2014
la caduta

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Che il mondo diventasse pure digitale, ma Bosch non ne voleva sapere. Aveva imparato a cavarsela con il cellulare e il computer portatile. Ascoltava la musica su un iPod e di tanto in tanto leggeva il giornale sull’ iPad di sua figlia. Ma quando si trattava di mettere assieme il fascicolo di un omicidio continuava a essere, e lo sarebbe sempre stato, un uomo che si affidava ai raccoglitori di plastica e ai documenti di carta. Un animale preistorico. E pazienza se il dipartimento ricorreva all’archiviazione digitale e nella nuova sede della polizia non c’era più spazio per gli scaffali nei quali infilare i pesanti falconi blu. Bosch era uno che credeva nella tradizione, soprattutto perché era convinto che i sistemi tradizionali facilitassero la cattura di un assassino.

E’ uscito un nuovo Connelly, e da buona connelliana doc non me lo sono lasciata scappare. Sì, certo Connelly non scrive più come all’inizio, sono finiti i tempi d’oro de Il Poeta, e bla bla. Ma chi se ne stropiccia il pizzo, questa è una storia con Hieronymus “Harry” Bosch per cui concedetemi un po’ di mood nostalgico e mettete un buon disco di jazz, rigorosamente in vinile, nel giradischi.
La caduta, (The Drop, 2011), quindicesimo police procedural edito in Italia della serie Bosch e 24esimo thriller in assoluto di Michael Connelly, come sempre esce per Piemme,(forse con un po’ di ritardo, sveglia siamo nel 2014) tradotto da Mariagiulia Castagnone. Mancano ancora all’appello The Black Box del 2012 e The Burning Room del 2014, sempre con il detective Bosch come protagonista, ma confidiamo di vederli tradotti il prossimo anno.
La caduta, già il titolo dovrebbe metterci sulla giusta strada, è un romanzo piuttosto melanconico e doloroso, più si avvicina alla pensione e più Bosch affronta con una patina di scoraggiata disperazione in più i giochi di potere all’interno del dipartimento, i tradimenti degli amici e colleghi, i lati oscuri delle donne di cui si innamora.
E questo suo essere eroe non ostante tutto, è certo una delle cose che ci piace di più di questo personaggio, un eroe certo a modo suo (pensate solo a come aggira leggi e regolamenti nella scena della perquisizione, per rincorrere la giustizia e la verità). Ma naturalmente sta invecchiando, la vista (per sparare) non è più quella di un tempo, anche l’intuito un po’ lo abbandona, non si accorge nella visione di un filmato di sorveglianza qualcosa che invece salta subito agli occhi di sua figlia, e diventa pure un po’ vendicativo con il collega Chu, che beh si il suo comportamento può essere visto come un tradimento e forse pure pregiudicare l’indagine, ma la sua reazione sa tanto di ritorsione.
Poi va beh, Bosch è Bosch.
Ma passiamo alle indagini: Bosch è ritornato all’ Unità Casi Irrisolti con il collega David Chu, e si trova ad indagare sulla morte di una diciannovenne dell’Ohio, Lily Price, giunta vent’anni prima a Los Angeles per studiare. Ma c’ è un particolare inspiegabile con cui devono fare i conti. Sulla ragazza viene riscontrata una goccia di sangue e dall’analisi del dna risalgono a un tale Clayton Pell, che rientra nel profilo dell’assassino (maniaco sessuale, trascorsi in prigione, etc…), se non fosse che all’epoca dei fatti aveva solo 8 anni. Come ci è arrivato il suo sangue sul corpo della ragazza? Chi è il vero assassino?
Mentre Bosch si interroga su tutto ciò un nuovo spinoso caso, affibiato direttamente dal capo della polizia gli piove addosso con tutte le sue odiose implicazioni. Il figlio del consigliere comunale Irvin Irving, ex vice capo della polizia, e nemico storico di Bosch, viene trovato morto sul marciapiede antistante il Chateau Marmont, uno degli alberghi più famosi di Hollywood. (Da uno dei suoi bungalow fu portato via il cadavere di Jim Belushi il 5 marzo del 1982). Suicidio o omicidio? E poi perché Irving, con tutti i loro trascorsi, vuole che proprio Bosch sia incaricato delle indagini? Possibile che si fidi solo di lui in tutto il dipartimento della Polizia di Los Angeles?
Come vedete gli interrogativi non sono pochi e Connelly non spreca tempo a farci scoprire le risposte con piccoli colpi di scena (il più inaspettato quando Bosch e Chu bussano alla porta del padre di un sospettato) posizionati al punto giusto. E oltre alle indagini, Bosch trova il tempo di innamorarsi, forse della donna sbagliata, di fare il padre, Maddy è senz’altro il personaggio che riserverà più sorprese. (Me la immagino subentrare al padre come poliziotta, magari aiutata da un pensionato Bosch ancora arzillo). Chiudo questa recensione accennando alla serie tv dedicata a Bosch, che dovrebbe uscire nel 2015 con Titus Welliver come protagonista, già sono stati fatti i pilot, e segnalandovi una curiosità, ricordate Connelly giocare a poker nella serie Castle?, beh Maddy naturalmente guarda questo telefilm, lo scoprirete nelle pagine. Buona lettura.

Michael Connelly Negli Stati Uniti è una star, tanto che il «New York Times» gli tributa sempre il massimo degli onori, con il primo posto in classifica per ogni suo nuovo thriller. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal suo primo libro, La memoria del topo, in cui fa la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di molti dei suoi romanzi, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Da Debito di sangue è stato tratto il film diretto e interpretato da Clint Eastwood. Con Il Poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. Avvocato di difesa e La lista invece ruotano intorno a un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che nel film The Lincoln Lawyer ha il volto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, nel 2010 Connelly è stato ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature che si tiene a Roma.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Arianna dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: La verità non basta, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2014

la-verità-non-bastaLa vita di Jack Reacher, personaggio iconico nato dalla penna del britannico Lee Child, si divide in un prima e un dopo. Nella vita prima del punto di svolta era un poliziotto militare, nella vita dopo un cane sciolto per le vie polverose d’America. Cosa successe tra questo prima e questo dopo ci viene raccontato in La verità non basta, (The Affair, 2011), sedicesimo episodio della saga, edito come sempre da Longanesi e tradotto dalla brava Adria Tissoni.
Che dire non ostante gli anni passino e le avventure si succedano ad avventure, il personaggio non perde di smalto né l’autore denota segni di affaticamento e questa è senz’altro una cosa singolare e un’ottima notizia per tutti i lettori che negli anni hanno seguito le avventure dell’ultimo eroe americano, Jack Reacher (non so voi ma io più che in Tom Cruise, lo vedrei bene interpretato da Max Martini, quello di The Unit).
Forse leggendo le avventure precedenti, molti lettori si sono chiesti cosa era potuto succedere per spingere un uomo come Reacher a lasciare l’esercito in un congedo forzato, e a dire il vero abbandonare tutto, per vagabondare tra autobus e autostop, in giro per l’America cacciandosi inevitabilmente in guai più grandi di lui, ma dai quali sempre elegantemente, (beh a volte non proprio elegantemente) si tira fuori. Innanzitutto il suo istinto investigativo, il suo addestramento militare, il suo senso di giustizia non sono scemati col tempo, ma qualcosa successe, qualcosa di grave che in un certo senso lo deluse, e forse uccise parte dei suoi ideali, senz’altro la certezza che le leggi militari non sempre coincidono perfettamente con la giustizia. E per Reacher giustizia e libertà sono valori insindacabili, più forti del senso di appartenenza a un corpo o a una comunità.
Nel marzo del 1997, nel cuore profondo del sud degli Stati Uniti, una sperduta cittadina del Mississippi di nome Carter Crossing, accanto a una ferrovia e a una base militare,  il nostro eroe si trovò tra i piedi un senatore degli Stati Uniti d’America e una scelta. Nessuno di noi dubita che fece la scelta giusta, per lo meno l’unica possibile, per salvare parte dei suoi ideali, parte di cosa l’esercito significava per lui, dando un calcio a compromessi, carriera, e insabbiamenti.
Perché è in realtà un insabbiamento quello che i suoi superiori vogliono da lui, quando lo spediscono sotto copertura a Carter Crossing ad indagare, o meglio a nascondere le prove di un delitto. Infatti la prima cosa che gli chiedono e di distruggere prove, (la targa di un’auto polverizzata da un treno in corsa) cosa che in un certo senso lo mette subito sul chi vive. Non è lì per trovare la verità, ma per parare il culo a qualcuno, qualcuno della base militare, probabilmente. O forse no, o forse tutte le prove, (si scopriranno altre morti, un po’ di qualche mese prima un po’ fresche fresche intorno al perimetro della base) portano dritto dritto verso una sua nuova conoscenza, Elisabeth Deveraux, sceriffo della sperduta cittadina, ex marine, e donna affascinante con la quale vive una breve relazione.
A parte la parte puramente investigativa, se vogliamo gialla, resta uno spaccato dell’America fine anni 90, pre 11 settembre, pre Obama, un America rurale, attraversata nella notte da treni ad alta velocità, fatta di cittadine intorno alle basi militari con i suoi spacci, i suoi ristoranti dove si serve cheesburger e torte di pesche oltre a litri di caffè, i suoi pub, con la sua povertà, i suoi cantieri abbandonati, i suoi boschi, le sue truppe di mercenari improvvisati, fatta di giovani che vedono nell’arruolarsi nell’esercito o nei marine, l’unica forma di riscatto, se non di mera sussistenza, di pregiudizi razziali, di faide scatenate da futili motivi (e Reacher se ne troverà proprio in mezzo a una).
Insomma è sempre un piacere leggere Lee Child, sempre un piacere ritrovare Jack Reacher al suo posto di eroe fuori dagli schemi, per alcuni versi eccezionale, per altri specchio di una normalità o per lo meno quotidianità con l’etica e la coscienza che dovrebbe essere di tutti. Che sia un inglese a parlarci così dell’America è singolare, ma forse chi meglio di un osservatore esterno può vedere cose che ad un americano potrebbero sfuggire, nascoste sullo sfondo monotono della realtà. Segnalo solo una manciata di refusi, non invasiva, ma senz’altro evitabile.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

:: La pipa di Maigret e altri racconti, Georges Simenon, (Adelphi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2014
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Tre racconti compongono la raccolta La pipa di Maigret e altri racconti di Georges Simenon: La pipa di Maigret, La testimonianza del chierichetto e Maigret e l’ispettore Scorbutico.
Tradotti da Marina Di Leo, e pubblicati da Adelphi, nella collana dedicata al celebre commissario al n° 466 e curata da Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono parte dei ventotto racconti che lo scrittore belga ha scritto negli anni con protagonista il celeberrimo commissario Maigret, (oltre ai settanticinque romanzi).
Non è certo mia intenzione volere stabilire se siano migliori i racconti o i romanzi, quello che è certo è che molti spunti degli uni hanno contaminato gli altri, cosa del tutto naturale, se pensiamo alla mole di pagine scritte. Pensiamo solo a come inizia il racconto La pipa di Maigret, (titolo originale La pipe de Maigret), scritto nel giugno del 1945, alcuni anni dopo il romanzo Un’ ombra su Maigret (titolo originale Cecile est mort), finito nell’ottobre del 1942.
Stesso spunto narrativo per entrambi, una denuncia per aver trovato mobili spostati in casa, segno evidente della presenza nella notte di uno sconosciuto. Un fatto reale, quasi scontato, che crea subito la giusta atmosfera di ansia e insicurezza. Simenon è maestro nel creare con pochi tratti quella particolare tensione psicologica che porta il lettore a provare un senso di compartecipazione e tensione. Stesso meccanismo infallibile che è sempre presente in varie sfumature in tutti i suoi racconti e romanzi.
Ne La pipa di Maigret, (pubblicato per la prima volta nel volume Maigret se fâche (1947), edito da Presses de la Cité) un altro pretesto che Simenon usa con divertita e bonaria ironia e la scomparsa della pipa preferita del commissariato, oggetto quasi iconico che definisce irrevocabilmente il personaggio. Ricostruendo a ritroso la sua mattina al Quai des Orfèvres, riporta alla memoria la denuncia di una vedova, la signora Leroy che con il figlio gli aveva raccontatati una strana e poco rilevante storia di effrazioni notturne. Poi il figlio della vedova scompare e l’indagine prende forma fino a risalire ad un’ inattesa soluzione. Maigret ritroverà la sua pipa? Non c’è manco da chiederselo, dopo tutto l’acume del commissario è infallibile e non scopre solo eclatanti delitti, ma molto spesso si sofferma sulle piccole cose di tutti i giorni.
Il secondo racconto La testimonianza del chierichetto (titolo originale, Le témoignage de l’enfant de chœur) scritto nel 1946 e pubblicato per la prima volta un anno dopo nella raccolta Maigret et l’inspecteur malchanceux, da Presses de la Cité, è forse uno dei suoi più belli, certamente il più commosso, specie quando Simenon si avvicina all’infanzia. Per alcuni versi autobiografico, anche Simenon da bambino fece il chierichetto, come probabilmente la maggior parte dei ragazzini cattolici belgi, racchiude un mistero che sarebbe piaciuto a Hitchcock un delitto di cui solo il bambino è testimone per aver visto il cadavere (e forse l’assassino) e a cui nessuno sembra credere, tranne naturalmente il nostro commissario, più sensibile alla verità chiusa nelle persone che agli apparenti fatti oggettivi. Un altro racconto della provincia, umida, grigia, per alcuni versi triste, ma tratteggiata con un affetto scevro di sentimentalismi o ostentazione. Come sempre è l’essenziale che interessa a Simenon, più scarno di un André Héléna, ma non certo meno efficace.
Terzo e ultimo racconto della raccolta, Maigret e l’ispettore Scorbutico (titolo originale Maigret et l’inspecteur malgracieux) scritto in Canada nel maggio 1946 e pubblicato per la prima volta nel 1947 presso le edizioni Presses de la Cité, (primo della omonima già citata raccolta che comprendeva anche altri tre racconti: Le client le plus obstiné du monde, On ne tue pas les pauvres types e Le témoignage de l’enfant de chœur). Qui troviamo, in una Parigi sotto la pioggia, un apparente suicidio e come sempre il tema della discrepanza tra apparenza e realtà, e grande attenzione psicologica per l’ispettore Lognon, uno dei tanti umiliati e offesi della vita, a cui Maigret con ruvida generosità regala, senza farsene accorgere, il merito non suo di aver risolto il caso.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Dora Bruder, Patrick Modiano, (Guanda 2014) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2014

doramodgrandeHo scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.

Mentre leggo sento ancora l’odore fresco dell’inchiostro, un po’ mi da fastidio, ma allontano le pagine dal volto, e continuo ostinata a sfogliarle. Guanda in tutta fretta ha ristampato il libro, e per questo la ringrazio, c’è anche la fascetta che lo segnala che c’è un Nobel di mezzo, quello attribuito per la letteratura a Patrick Modiano. Sebbene sembri quasi sconosciuto da noi, Modiano è un autore interessante che conobbi grazie alla lettura di un altro scrittore raffinato e letterario, questa volta italianissimo, ma con un forte legame con Parigi, come Roberto Saporito.
I titoli di Modiano che mi attrassero di più furono senz’altro Nel caffè della giovinezza perduta, L’orizzonte, e Fiori di rovina. Scoraggiata dai vari “non disponibile” degli store online approfitto molto biecamente di questo Nobel vinto, che sicuramente spingerà a ristamparlo, e a tradurre ciò che ancora manca in tempi ragionevoli.
E così parto da Dora Bruder, (Dora Bruder, 1997) edito in Francia da Gallimard. Pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Francesco Bruno, più che un romanzo, è la cronaca di un’ indagine sulle tracce di un’adolescente ebrea nella Parigi occupata della Seconda Guerra Mondiale. Ma non solo, ci sono molte componenti autobiografiche, si parla di vuoto, di assenza, delle ombre di una Parigi che non c’è più, alle cui ombre ora si sono sovrapposte altre ombre, nuove strade, nuovi cinema, nuovi caffè.
E forse questa seconda componente lo rende davvero un romanzo, anomalo ma personalissimo. In ogni ricerca, si nasconde un po’ l’anima di chi questa ricerca la compie e sa che molti misteri rimarranno oscuri, non potranno essere svelati. Puoi sì cercare testimoni, scartabellare registri anagrafici, casellari giudiziari, leggere lettere, qualcosa sempre sfugge, ed è il segreto intimo che costituisce il mistero ultimo di ogni uomo. Quello che nessuno ti può sottrarre, anche quando ha dalla sua eserciti di occupazione e l’arbitrio del potere più violento e spietato, come quello nazista.
A dire il vero Dora Bruder[1] è esistita davvero (la foto in copertina ritrae proprio lei) non è quindi solo frutto della fantasia di Modiano, ma quello che è certo è che il talento di Modiano ci rende concreta la sua assenza, il vuoto intorno al quale la vita ha continuato a scorrere. Fosse anche solo un artificio letterario, è e resta una persona, più che un personaggio, per la quale si sente una forte empatia, una certa tristezza e persino tenerezza. E’ il singolo estrapolato dalla massa, dalla folla di vittime della shoah. E’ un singolo individuo, reale e concreto.
Anche i nazisti dovevano dare numeri alle loro vittime, trasformarli in cose, se avessero continuato a chiamarle persone con il loro nome e cognome, forse non ce l’avrebbero fatta. E Modiano rende concreta questa anonima ragazza parlandoci del mistero che contiene, del fatto che non sapremo mai perché scappò di casa, tanto che i suoi genitori misero un annuncio su Paris-Soir nella rubrica di terza pagina Da ieri a oggi, il 31 dicembre 1941.
Leggendo questo trafiletto, forse su un foglio consunto color seppia, mi sembra di vederlo, (questo è il pretesto, la scintilla da cui ha origine la storia), Modiano conobbe Dora Bruder e iniziò la sua disperata ricerca per le vie di Parigi, e nella sua stessa memoria. Dora Bruder non ha molto di eccezionale, forse una certa ribellione che appunto la spinge a fuggire, ma poi ritorna, viene imprigionata e per non lasciare suo padre condotta a Auschwitz, nome solo sussurrato a bassa voce.
Dora Bruder morirà a Auschwitz con la sua famiglia, ma Modiano non approfondisce questo lato della storia, non è quello che gli interressa. A Modiano non interessa la morte di Dora Bruder, ma la sua vita. Anzi ciò che della sua vita è sfuggito ad ogni cronaca, casellario, resoconto.
Se anche avesse scoperto il suo segreto, nel suo libro non l’avrebbe scritto. Perchè i segreti non sono fatti per essere divulgati. I più romantici possono pensare a una fuga d’amore, gli altri a un rifiuto della vita di collegio, altri ancora a un desiderio di libertà. Ipotesi appunto, si possono fare solo ipotesi. Dora Bruder quasi con dispettosa tenacia, non ostante tutti gli anni che sono passati, non ci lascia altra scelta.

Patrick Modiano è nato a Parigi nel 1945. Ha esordito nel 1968 con La place de l’étoile, cui hanno fatto seguito, tra gli altri, La ronde de nuit (1969), Rue des Boutiques Obscures (1978, Prix Goncourt), Quartier perdu (1984), Voyage de noces (1990), Un cirque passe (1992), Un pedigree (2005) e L’horizon (2010). Sua è la sceneggiatura del film di Louis Malle Cognome e nome: Lacombe Lucien. Nel 2014 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

[1]  “Avec Klarsfeld, contre l’oubli : Patrick Modiano’s Dora Bruder”, di Alan Morris, “Journal of European Studies” 2006

:: Lacci, Domenico Starnone, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

20 ottobre 2014

lacci“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”

Aldo e Vanda hanno finito il loro tempo. Così sembra. Dodici anni di matrimonio, due figli e la fine dell’amore. Aldo ama un’altra e se ne va. Abbandona la gabbia della vita familiare per aprirsi al mondo, alla libertà e al sentimento nuovo per una giovane sconosciuta.
A Vanda non rimane che prendere atto del silenzio calato nella sua vita, lì dove non c’è più spazio per le parole, almeno non per Aldo.
I lacci sono i legami che rimangono, nonostante tutto, nonostante la fuga. Sono quelli che riaprono discorsi interrotti.
Il romanzo di Domenico Starnone si apre con le lettere di Vanda al marito infedele, in nome del quale sospende la propria vita e quella dei figli, in attesa – forse – di un ritorno.
Sarà Aldo, nella seconda parte, a raccontare della riunificazione della famiglia, dei legami che non si spezzano, del vuoto da colmare. Non c’è soddisfazione nelle sue parole, ma solo quella rassegnata consapevolezza che prima o poi il passato torna a farsi vivo e, a quel punto, non rimane che scegliere da che parte stare.
Il risultato? Un ritratto delle paure, delle insicurezze, delle infelicità “genetiche” e di quei sensi di colpa che gli individui si trascinano addosso in un girone infernale, attraverso gesti insensati e scelte inutili. Azioni dettate dalla disperata ricerca di soddisfazione, di riscatto, di giustificazioni. Un gioco al massacro in cui non rimane che contare le vittime.
Nel terzo e ultimo libro in cui è suddiviso il romanzo, i figli Anna e Sandro – ormai adulti – diventano protagonisti e – da osservatori esterni – tirano le somme del fallimento familiare di cui i genitori si sono resi responsabili.

Ho un po’ di memoria di quando papà veniva a vederci nel fine settimana. Non ricordo avvenimenti precisi, ma m’è rimasto un sentimento insopportabile di infelicità – quello è sicuro – e non è mai passato.

Domenico Starnone incanta. Le sue parole tolgono il sonno. La voce di Vanda è credibile, la rassegnazione di Aldo palpabile, la rabbia di Anna taglia.
Un romanzo che è uno scorcio sull’Italia di sempre. Un’istantanea sul matrimonio e le sue conseguenze: aspettative disilluse, false speranze e troppi retaggi.
Non ci sono soluzioni né vincitori. Solo prigionieri.

Non mi piaci tu, non mi piacciono loro, non mi piaccio io stessa. Perciò, forse, quando te ne sei andato me la sono presa tanto. Mi sono sentita stupida, non ero stata capace di andarmene prima di te. E ho voluto con tutte le mie forze che tu tornassi solo per poterti dire: ora sono io che me ne vado. Però, guarda, sono ancora qua.

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto a lungo l’insegnante, è stato redattore delle pagine culturali de «il manifesto». Ha pubblicato romanzi e racconti incentrati sulla vita scolastica, editi da Feltrinelli, da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani e la serie televisiva Fuori classe. Si è distaccato dai temi scolastici con libri come Il salto con le aste (1989, ET Scrittori 2012), Segni d’oro, Eccesso di zelo e Denti, da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film. Nel 2001 ha vinto il premio Strega con il romanzo Via Gemito a cui sono seguiti, sempre per Feltrinelli, Labilità (2005, premio Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax Fare scene. Per Einaudi ha pubblicato Spavento (2009, premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011) e Lacci (2014).

:: Criminali, Philippe Djian, (Voland, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2014

indexPhilippe Djian può piacere o non piacere, è un autore che non conosce mezze misure.
Caustico, dissacrante, tagliente, politicamente scorretto, i suoi libri, non veri e propri noir, (anche se in senso lato, perchè no?) più che altro, storie sul male di vivere contemporaneo, lasciano sempre un’ eco di inquietudine e disillusione nei lettori. Io lo trovo un autore notevole, più che altro per il senso di autentica empatia che provo verso i suoi personaggi, sconfitti, falliti, incapaci di attraversare la vita senza riempirsi di piaghe e di ferite esistenziali. E la capacità di esprimere autenticità tramite una scrittura variegata e composita, volutamente letteraria, non è un pregio da poco.
Criminali (Criminels, 1996) rientra a pieno titolo tra i romanzi più neri di questo autore, che non sembra, perché lo fa con una certa leggerezza e immediatezza, ma è capace di ferire e di lasciare il lettore stordito e disorientato.
Tradotto da Daniele Petruccioli ed edito in Italia da Voland (in Francia sempre dalla storica Gallimard), secondo romanzo della trilogia Sainte-Bob che comprende anche “Assassini” (Voland 2012), “Sainte-Bob” in prossima pubblicazione sempre da Voland, Criminali ci porta di peso nella vita di Francis, cinquantenne appesantito da una serie di scelte più o meno consapevoli, più o meno libere.
Divorziato, con un figlio con cui non comunica, una compagna che rischierà di perdere, un fratello omosessuale, un padre malato d’Alzhaimer che deciderà di assistere in casa sua con ripercussioni impreviste, un lavoro che per problemi alla schiena è sempre sul punto di perdere perdendo anche la precaria stabilità economica, un gruppo di amici, non più psicologicamente solidi e realizzati di lui, un nemico contro il quale concentrerà tutto il suo odio e la sua frustrazione, insomma Francis ha una vita complicata, ed è o non è un criminale lo deciderete a fine lettura, quando l’irreparabile si compirà.
Stessa domanda si pone per gli altri personaggi. Sono o non sono criminali? Se lo sono lo sono di piccoli crimini, di tradimenti più che altro verso gli altri e soprattutto verso se stessi, forse solo in due casi, due soli personaggi compiranno davvero qualcosa che si può avvicinare a un delitto. Uno pagherà, l’altro non lo sapremo mai. Sono infatti i crimini senza punizione, quelli per cui non si va in galera, le disattenzioni, gli atti mancati, le piccole meschinità che incidono più a fondo nell’anima creando disagio e scurendo il male di vivere, l’esistenziale incapacità ad essere felici.
E’ un romanzo triste, malinconico, privo di certezze, ma nello stesso tempo sincero, e umanamente credibile. Djian non pone i suoi personaggi in zone completamente bianche o nere, gioca con i chiari scuri. Non scaglia invettive, né cerca giustificazioni, espone i fatti, e lascia che la storia avanzi a sbalzi, senza grandi colpi di scena, ma appunto trasportata come dalla corrente di un fiume, lo stesso fiume che aleggia sullo sfondo, un fiume inquinato, un fiume che da e riceve morte, conservando una sua certa disperata bellezza.

Philippe Djian, nato a Parigi nel 1949, si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.