Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Florence, Stefania Auci (Baldini & Castoldi, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 agosto 2015
flo

Clicca sulla cover per l’acquisto

Non avevo mai letto nulla di Stefania Auci, il genere storico è stato sempre un po’ distante dai miei acquisti letterari per una motivazione prevalentemente scolastica, legata alla “materia storia” prima e agli esami universitari, poi. Ve e avevo già parlato in merito di un altro bel libro, un graphic novel sempre con ambientazione storico – realistica che trovate qui.

Finché non mi sono imbattuta in Florence e in una citazione, questa:

“Tutti hanno bisogno di qualcosa a cui tornare, che sia una persona o un luogo.”

Allora mi sono convinta e, neanche troppi giorni fa, l’ho finito di leggere tutto d’un fiato.

Sullo sfondo c’è Firenze, nella torrida estate di guerra del 1914. In questo clima acceso interagiscono i personaggi e si sviluppa la trama, sotto forma di diario di guerra intervallato da più rosee parentesi ambientate in quei luoghi in cui le granate non arrivano. Almeno per il momento.

Ludovico è un giornalista, scrive su “La Nazione”, il quotidiano di Firenze, e proprio come il più noto poeta D’Annunzio è conosciuto per le sue idee apertamente interventiste: come tanti altri personaggi (di spicco e non) della sua epoca vede, infatti, nella guerra un’occasione di prestigio e ascesa sociale. Carismatico ed affascinante, ha un’amante, Claudia, bella donna e moglie di un ricco avvocato, a cui non si fa problemi a chiedere denaro e favori.

La sua esistenza tutta protesa verso quei benefici che solo l’esperienza in guerra potrà portagli, come se davvero un’esperienza bellica, la prima su scala mondiale, potesse essere portatrice di ricchezza e benestare subisce una svolta quando, durante una manifestazione pacifista, rivede un suo amico e compagno di università, Dante. In quell’occasione conosce anche Irene, venuta dalla Francia e, inaspettatamente, figlia di Laurenti, suo ex professore universitario. La giovane, che ha sempre vissuto a Parigi e ora, dopo la morte della madre, si ritrova a seguire il padre a Firenze, Florence, come ama chiamarla lei – nasce da questa traduzione toponomastica il titolo del romanzo, neanche a dirlo – lo impressiona per la sua verve intellettuale, per il suo piglio e la (forse troppa, per quei tempi) libertà di pensiero, oltre che per un’assoluta indole e credenza pacifista.

I due non stringeranno subito un rapporto. Ludovico viene mandato sulla Marna come inviato di guerra e qui si unisce a un battaglione scozzese. Qui avrà modo di conoscere da vicino quella guerra che, precedentemente, aveva solo idealizzato e questo lo cambierà profondamente. Al suo ritorno, non è più il giornalista deciso, sfrontato e spregiudicato di un tempo. Tutto il contrario: quello che ritorna dal fronte è un uomo smarrito, confuso e tormentato.

Niente è come prima: in primis lui stesso, poi anche il rapporto d’amore con la bella Claudia inizia a vacillare. L’unico a stargli vicino è Dante, che lo invita nella sua tenuta nel Chianti, la Torricella.

Lì c’è anche Irene. I due si incontrano di nuovo, stavolta per più tempo e il legame che nascerà tra di loro aiuta Ludovico a guardare meglio dentro di sé e a comprendere cosa ha davvero perso nell’amara esperienza e cosa, invece, ha guadagnato, in un certo senso al riparo da tutto, proprio quando anche l’immortale città di Firenze, solida dei suoi monumenti e della sua storia millenaria, inizia ad essere minacciata dagli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale.

La bravura narrativa e la destrezza stilistica della Auci riesce a far sì che il lettore si ritrovi direttamente al centro della scena, che sia sul fronte o nell’ambiente più tranquillo e riparato della Torricella. Nulla è stridente, nulla è ridondante.
Inoltre, oltre alla perizia storica dettagliata di tutta la narrazione, possiamo trovare in “Florence” importantissimi dettagli socio – culturali propri di quegli anni.

Un esempio? Il romanzo ci dà modo di soffermarci ampiamente sul ruolo della donna e sulla sua considerazione nella società, caratteristiche che assumono connotazioni diametralmente con i personaggi femminili di Claudia e Irene.

La prima, legata alle convenzioni sociali che avevano regolato rispettivamente la vita di sua madre, come quella di sua nonna e così via, a salire, ha scelto di sposarsi per convenienza e, infatti, suo marito è ricco, molto ricco, e le offre una vita più che agiata, ma il suo matrimonio si rivela una trappola poiché l’uomo che ha al suo fianco è risentito con lei, colpevole di non avergli dato un figlio, e quindi fa di tutto per renderle la vita un inferno. Mario come marito “è crudele e grottesco. Violento.”, stando alla descrizione che ci dà la stessa autrice. Per questo motivo, Claudia cerca a suo modo di trovare un po’ di felicità tra le braccia di Ludovico, diventando la sua amante.

L’altra, di ampie vedute, mal sopporta lo stacco provinciale che nota tra la Francia e l’Italia, tra una città laica, artistica e cosmopolita come Parigi raffrontata all’ambiente fiorentino in cui anche solo vedere una donna che fuma sola in un locale può destare scalpore. In più, all’inizio, non riesce a sopportare nemmeno Ludovico, proprio perché la sua strenua fiducia nell’intervento in guerra cozza col visibile pacifismo della ragazza, a cui era stata educata dai suoi fin dalla più tenera età, crescendo con questi ideali nobili e non alla portata di tutti. Nonostante questo aspetto di iniziale diffidenza nel loro rapporto, al ritorno dal fronte Irene lo trova come cambiato e sente di doversi aprire nei confronti di un uomo così diverso da lei eppure così vicino.

Non solo narrazioni belliche, non solo risvolti sentimentali e emotivi. Il nuovo romanzo di Stefania Auci ha il merito di saper spaziare tra i due vasti nuclei tematici, aprendo a svincoli narrativi nuovi ed inaspettati.
Un racconto realistico narrato fin dall’inizio con dovizia di particolari e descritto a tutto tondo sia per quanto riguarda la caratterizzazione storica e dei personaggi, che si muovono come se stesso recitando in un film, sia per ambientazione ed impronta emotiva. Una storia nella Storia che, per importanza di pagine e struttura, non ha nulla da invidiare al Fogazzaro di “Piccolo mondo antico”, tanto per avere un raffronto.

Un plauso a quest’autrice che è riuscita, per la prima volta in anni e anni, a non farmi scappare davanti allo spauracchio che si cela dietro alla definizione di “romanzo storico”.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Casoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Baldini & Castoldi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: La casa nella prateria, Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Gallucci, 2015) A cura di Viviana Filippini

17 agosto 2015
6132389_408243

Clicca sulla cover per l’acquisto

Chi di voi lettori, nato e cresciuto negli anni ’80, non ha visto almeno una volta il telefilm La casa nella prateria? Lo ammetto, durante la mia infanzia credo di averne guardate solo una o due puntate del telefilm realizzato dall’attore regista Michael Landon (me lo ricordo in Bonanza, altro prodotto TV dove quasi tutti i personaggi avevano gli occhi azzurri). Mi piaceva l’ambientazione immersa nella prateria americana pura, ma non riuscivo a sopportare l’atmosfera troppo mielosa che riguardava i diversi personaggi presenti all’interno della trama. Poi, però, ho scoperto che la fiction prendeva spunto da uno dei romanzi – La casa nella prateria, edito da Gallucci – scritti dall’autrice americana Laura Ingalls Wilder nel 1935, inseriti nella serie di 9 volumi Little House. In questi libri, la Ingalls mette molte delle esperienze personali vissute con la propria famiglia, durante il viaggio che li portò dal Wisconsin, al Kansas, al Minnesota e al Sud Dakota. La scrittrice creò dei personaggi letterari mantenendo i caratteri reali delle persone da lei incontrate, cambiandone i nomi, dando al lettore un mondo letterario realistico. I protagonisti di questa storia sono papà Chalres Ingalls, mamma Caroline, le piccole Mary, Laura e Carrie. La famiglia è la diretta protagonista di un resoconto di vita che coinvolge i lettori (bambini e adulti) trascinandoli in un’America ben diversa da quella super industrializzata che conosciamo oggi. In queste pagine la famiglia si sposta su una carovana alla ricerca di una terra migliore nella quale potersi costruire un futuro. Quando gli Ingalls trovano il posto ideale, il papà, come se niente fosse, comincia costruire la casa per sé e per i suoi cari. La cosa che stupisce, se pensiamo al mondo di oggi, è che ai tempi in cui visse la scrittrice, a quanto emerge da questi racconti, non servivano richieste o permessi per erigere dei muri, bastava solo trovare il posto giusto e mettersi al lavoro. Quello che mi ha affascinato de La casa nella prateria è il modo di scrivere della Ingalls: chiaro, descrittivo al punto giusto e spoglio di tenerezze superflue. Un’accurata cronaca nella quale si leggono, per esempio, le peripezie della famiglia per attraversare la prateria e restare immuni agli attacchi dei lupi. Molto realistica la descrizione delle fatiche e delle difficoltà provate dagli Ingalls nel processo di costruzione della casa. Il lavoro del padre che alza i muri, intaglia il legno per fare i mobili, mette assieme le pietre per il camino, baratta cibo per il sostentamento dei propri cari, fornisce l’immagine di un mondo, dove l’arte dell’artigianato e del fare tutto da sé erano il pane quotidiano per la sopravvivenza. Laura è una bambina che assiste – a volte con senso di impotenza, altre con iperattività – a tutto questo trafficare dei genitori. Sarà lei, piccola eroina, ad aiutare la madre e le sorelle impaurite a spegnere l’incendio che divamperà in casa. Sarà sempre lei, al fianco della madre, ad affrontare i misteriosi e sconosciuti Indiani che arriveranno da loro. Amore per la famiglia, il duro lavoro per ottenere qualcosa, la paura per il diverso (gli animali e gli Indiani), la volontà di non arrendersi e la speranza per il domani, fanno de La casa nella prateria di Laura Ingalls Wilder un fresco e piacevole ritratto storico della società americana dei pionieri che la stessa autrice aveva conosciuto da bambina tra gli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo. Traduzione Claudia Porta.

Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Pepin, 1867 – Mansfield, 1957) aveva appena quattro anni quando suo padre decise di lasciare il Wisconsin per cominciare una nuova vita nei territori messi a disposizione dei coloni dal governo americano. Fu solo il primo dei numerosi spostamenti che la famiglia dovette affrontare in quegli anni. Studentessa brillante, nonostante i lunghi soggiorni in zone isolate e prive di scuole, Laura riuscì a coronare il sogno di dedicarsi all’insegnamento. Dalle sue memorie sviluppò la saga letteraria Little House, che ebbe un grandissimo successo. A partire da questo volume, il terzo dei nove scritti dalla Ingalls, prese avvio l’omonima serie televisiva, che in Italia andò in onda dal 1977 e fu amatissima, come ovunque nel mondo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’età della febbre – Storie di questo tempo, AA. VV., curatori Christian Raimo e Alessandro Gazoia (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

17 agosto 2015
a

Clicca sulla cover per l’acquisto

L’età della febbre, come da titolo, parla di una malattia e si presenta come cura. Una cura necessaria, azzarderei infallibile, ma dolorosa, che non esclude qualche strascico, così come qualche ricaduta.

Undici racconti, undici voci uniche, undici protagonisti. Ognuno con la propria vita e il proprio microcosmo emotivo, sociale e di genere che mette in luce aspetti di questo nostro tempo in cui, pur avendo tutto, non ci resta proprio nulla.

Insomma, dieci storie più una, un bellissimo graphic novel nato dalla matita di Manuel Fior – autore, tra l’altro, dell’illustrazione di copertina: narrazioni eterogenee, una diversa dall’altra, ma complementari come vuole il filone che conduce l’intera antologia. Storie figlie di autori tutti under 40, tutti emergenti. Così come si era verificato con La qualità dell’aria ben dieci anni fa, minimum fax torna a pubblicare la sua raccolta principe di racconti brevi, che, tuttavia, colpiscono al cuore e alla coscienza di ognuno di noi quasi quanto il peso di un romanzo di seicento pagine finito dritto dritto tra capo e collo.

Perché parlare proprio di “età della febbre”?

Lo stato febbricitante ha la capacità e il potere di dilatare tempo e materia: la temperatura corporea si alza e, con questa, si abbassa la percezione del reale, il contatto che ognuno ha col mondo e con la propria vita. Caratteristica della febbre è proprio quel delirio fatto di irrequietezza e di annichilimento vero o presunto tale. In questo stato versiamo da ammalati, in questo stato stato si ritrova l’Italia degli anni Dieci del Duemila.

Il futuro?

Non pervenuto. Si vive in un presente che non ci piace. Sì, perché i protagonisti de L’età della febbre sono persone comuni che vivono esistenze standardizzate. Niente di più niente di meno rispetto alle nostre di esistenze, alla quotidianità nuda e cruda, quella che ci attanaglia e quasi ci soffoca.

Ce lo può dire Leonardo, livornese con un’esperienza tutt’altro che rosea nella Marina e anni di vita brava in Erasmus a Berlino che proprio lì torna, dopo i risultati delle analisi del sangue, senza dire nulla a Camilla, la sua fidanzata con cui convive da anni. Torna in quel locale dove, anni prima, aveva conosciuto Uwe, principalmente per chiedergli se fosse stato ad infettarlo.

Ce lo può dire ancora Ines che beve il suo Martini con oliva e guarda il marito Aldo ingozzarsi di fragoline, zucchero e maraschino: una combo letale dal punto di vista glicemico che non ha ancora sortito il suo effetto. I due, intanto, sono in vacanza a Nemi, in compagnia di una coppia più ricca di loro. Unica pensiero di Ines è la figlia Beatrice: trentaquattro anni, una laurea in Lettere, molti lavori alle spalle e nessuna certezza. Tutto il contrario di Ines, che, nonostante l’estrema stabilità (e monotonia) della propria vita non si aspetta di certo di finire la serata legata dentro al bosco.

Ce lo può dire di nuovo Nicola che è stato trovato dal padre nel parcheggio dell’Ikea di Corsico, periferia di Milano, e che, dopo quattro anni, vive ancora da lui. Il padre lo asseconda, lo tratta come ogni genitore tratterebbe il proprio ragazzo, gli dice “bravo”, lo spinge a trovarsi un lavoro legale. Nicola cerca di cancellarsi le impronte digitali e si appunta sulla pelle – quasi fosse il protagonista di Memento, film di Christopher Nolan – quelle parole che devono diventare per lui una sorta di ammonizione per il futuro : cavia umana, elettricista, uomo invisibile, amore perduto.

Delle altre otto storie non vi anticipo nulla e neanche vi svelo quale siano state quelle che mi hanno colpito di più. Perché? Semplice: non è possibile, non ne sono capace, vi rovinerei la lettura e non ve lo meritate.

Curatori del volume, ancora una volta, Christian Raimo e Alessandro Gazoia che si servono magistralmente della prefazione al libro di loro pugno per presentarcelo e far sì che, fin da subito, ci sia chiaro l’obiettivo di questo lavoro editoriale:

“Cogliere il presente è oggi un imperativo morale e un’ossessione continua; quasi dovessimo ogni giorno – se non ogni attimo – riconoscere da tracce volatili l’essenza sfuggente di un’epoca. Mentre forse è vero che quella sensazione di non riuscire a tenere il passo è il più sincero sentimento del presente: l’ansia di non trovarlo, il posto giusto nel mondo, il timore di restare indietro, smarriti.
Quando una decina d’anni fa, a minimum fax, decidemmo di curare un’antologia di nuova narrativa italiana, avevamo intuito uno scarto: sentivamo di appartenere a un mondo iper-rappresentato, eppure ben poco di quel racconto riguardava davvero le nostre vite, le scelte e le vertigini emotive. E immaginammo che quella mancanza fosse determinata da un errore di prospettiva.
Chiedemmo per questo a un gruppo di scrittori con meno di quarant’anni di provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio. «Il vostro tempo sulla vostra pelle» erano le parole con cui tentavamo di comunicare quello che sentivamo urgente. Il libro che ne scaturì, “La qualità dell’aria”, sorprese felicemente i due curatori e ai lettori piacque molto: una nuova generazione di narratori rivelava un’inedita capacità di coinvolgimento e di testimonianza, una generosità ostinata e resistente, oltre le passioni tristi.
Dieci anni dopo, e dopo che molti di quegli scrittori – da Valeria Parrella a Emanuele Trevi, da Mauro Covacich a Paolo Cognetti – sono diventati voci autorevoli, anzi imprescindibili, della letteratura italiana contemporanea, ci è sembrato che un’ulteriore trasformazione fosse avvenuta, e che questo tempo andasse raccontato nuovamente da altre voci.
Ci siamo ispirati a un doppio e altissimo modello: il New Yorker negli Stati Uniti e Granta nel Regno Unito, due riviste che a cadenza decennale dedicano una loro uscita a un’antologia dei best under 40. Per dire, nel numero di Granta del 1983 c’erano Ian McEwan, Kazuo Ishiguro e Salman Rushdie; in quello del New Yorker del 1999 David Foster Wallace, Jonathan Franzen e Jhumpa Lahiri.
Ora non vi è nulla di più provinciale dell’affermare «la letteratura italiana non teme confronti» e la nostra critica ancora ricorda con terrore quando si preferiva Carducci a Baudelaire, anzi Aleardo Aleardi ad Arthur Rimbaud.
Noi siamo però convinti che oggi manchi alla nostra letteratura soprattutto la struttura di produzione e ricezione di altri paesi, appunto un New Yorker e un Granta e un pubblico largo che guarda con amore e orgoglio alla storia e al presente della propria tradizione (come accade anche in Francia e Germania). Ci sono scrittori molto bravi in Italia, e per questo volume abbiamo faticato a scegliere quelli che ci sembravano i migliori narratori under 40. La regola aggiuntiva che non avessero già pubblicato opere in proprio per minimum fax ha reso – sia concesso dirlo – le cose più difficili.
Volevamo però cercare fuori, anche dai nostri gusti, luoghi e conoscenze. Compilata la lista e ottenute le adesioni, i ruoli si sono ribaltati. A noi è stata posta la questione: che tipo di racconto volete? «Vogliamo un racconto bellissimo» era la nostra imbarazzata, convinta risposta. La verità è che sapevamo molto bene solo quello che non volevamo: appare sempre più retriva, troppo facile e falsa, la narrazione dell’Italia contemporanea come terra della crisi e del risentimento senza fine, e la sua gioventù (dai confini sempre allargati) non è una massa sconfitta di viziati o depressi, lo sfondo mesto per la sociologia con la lacrimuccia e il rimbrotto della tv del pomeriggio. Queste riduzioni e distorsioni sono feticci giornalistici e politici. E se la letteratura si presta al gioco non è nemmeno più uno specchietto per attirare le allodole, ma giusto per provarsi il trucco.
Nelle pagine seguenti troverete undici storie che assomigliano a una quest collettiva, a delle indagini intorno a un mistero che è quello della definizione di un sentimento corale. C’è ben più, vedrete, di una vaga aria di famiglia tra queste storie: si tratta piuttosto di un’inaspettata comunione. È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo. Il Novecento con i suoi slanci, le sue ferite, le sue buone famiglie borghesi da cui affrancarsi è ormai lontanissimo. Per impeccabile paradosso la narrazione della crisi, del post-berlusconismo, della società digitale sta ancora più indietro, suona ancora più sorda e vuota nella sua etica con troppe maiuscole a cui aggrapparsi. I narratori dell’Età della febbre conoscono solo quello che viene dopo, la frattura storica e lo spazio che si apre dopo la «vita precaria». In questo mondo nuovo c’è un’ineludibile, violenta sincerità.
La febbre ci mostra, fuor da qualunque fasullo intimismo, che le coscienze sono indecifrabili e le emozioni complesse, e quello che filtra è spesso più importante di quello che sta in primo piano. La fragilità è anche furia, il desiderio è repulsione, l’amicizia vendetta, l’affetto voglia di annichilimento, le scelte un puro caso, la libertà paura, la sincerità volontà di persuasione. Ma nel presente ravvicinatissimo e nel futuro prossimo di questi racconti non contempliamo mai un territorio deserto: rimane piuttosto l’infinito e tenace amore per ogni forma di sopravvivenza. I personaggi inventati da questi undici autori non hanno un animo sconfitto e malinconico, un’infelicità, o anche una felicità, senza desideri. Vivono slanci che assomigliano talvolta a manie, altre volte a profezie a corto raggio, o persino a speranze impreviste.”

Christian Raimo, classe 1975, è nato, cresciuto e vive a Roma. Ha studiato Filosofia con Marco Maria Olivetti. Ha partecipato a diverse (meteoriche ma fondamentali) riviste letterarie romane: Liberatura, Elliot-narrazioni, Accattone – Cronache romane, Il maleppeggio – Storie di lavori. Per minimum fax ha tradotto Charles Bukowski e David Foster Wallace, per Fandango il romanzo in versi di Vikram Seth The golden gate, insieme a Luca Dresda e Veronica Raimo.
Sempre per minimum fax ha pubblicato due raccolte di racconti: Latte (2001) e Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di «minima&moralia». Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli). È tra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014) e tra le firme di Internazionale.

Alessandro Gazoia, laureato in Filosofia della Scienza, Letteratura Italiana e Informatica, scrive di giornalismo, media, informatica su «minima&moralia» e sul suo blog (jumpinshark.blogspot.it). Ha pubblicato per minimum fax l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia (2013) e Come finisce il libro – Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale (2014).

Autori dei racconti antologizzati: Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Claudia Durastanti, Manuele Fior (illustratore e fumettista), Vincenzo Latronico , Antonella Lattanzi, Rossella Milone, Vanni Santoni, Paolo Sortino, Chiara Valerio, Giuseppe Zucco.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Rossella dell’ufficio stampa minimum fax.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Io sono Jonathan Scrivener, Claude Houghton (Castelvecchi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 agosto 2015
JO

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ma infine una domanda ben precisa emerse dalla spuma di quel mare di aneddoti e scandali con cui Rivers si era dilettato fino ad allora. “Ma di che parlate, lei e Scriv, quando lui è qui? Lo chiamo sempre Scriv perché suona così inappropriato. Dunque, di che parlate?”.
“Scrivener non le ha detto che non ci siamo mai visti?” chiesi.
“Buon Dio, no! Dice sul serio?”.
“Si”.
“Oh ma è stupendo. Dobbiamo pranzarci su. Sembra l’inizio di un giallo. Assumere un segretario che non si conosce. Ottimo presupposto per la trama di un giallo! Sa che ne ho scritto uno, tempo fa? Ultimamente ne ho cominciato un altro. Mi giuri che non sta scherzando”.

Critici e pubblico concordano nel ritenere Io sono Jonathan Scrivener, (I Am Jonathan Scrivener, 1930) l’opera migliore di Claude Houghton, certamente quella di maggior successo. A volte qualità e successo non vanno di pari passo, ma in questo caso il libro si presta davvero a riflessioni interessanti, e anche profonde, sempre che il termine “profonde” non spaventi i lettori in cerca di una lettura rilassante e poco impegnativa.
Io sono Jonathan Scrivener è solo in apparenza un libro semplice e lineare, che nasconde (basta sapere dove cercare) grotte sotterranee e giochi di luce tra parti emerse e parti sommerse. Si parla di identità e niente forse è più fluttuante e indistinto di questo concetto, un’identità ricostruita tramite le riflessioni di alcuni personaggi “emersi”, di un personaggio “sotterraneo” che non compare mai sulla scena, e il vero mistero del libro è se mai comparirà. Se esiste davvero, (per lo meno come i personaggi lo vedono), se è vivo, morto, in fuga, un impostore, un manipolatore, un fantasma.
Mille facce per un uomo, nella realtà forse banale e comune, come banale e comune non è James Wrexham, vero protagonista del libro, e creatore di questo gioco di specchi, la cui identità e altresì un mistero tanto quanto quella di Jonathan Scrivener.
Solo che è il narratore della storia, l’alter ego dell’autore, quello che sceglie quali parti mostrare, in che luce, con che sfumature. Attraverso i suoi occhi vediamo la scena, e questa lisa consuetudine e frequentazione ci può indurre in errore, farci credere che lui non sia un miraggio, come il resto dei personaggi.
I dialoghi sono brillanti (molto british), così come le parti descrittive, un piacere per gli occhi, un gioco di intelligenza che riesce a non rendere noiose pagine e pagine in cui non capita sostanzialmente nulla.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

A volte si va a teatro per vedere un grande attore che vi è piaciuto immensamente anni prima, ma che da allora non avete più rivisto, la sua recitazione vi sembra quasi un plagio di se stessa, di quello che era nel suo periodo più felice. La voce, il modo di gesticolare, i suoi atteggiamenti, il suo stile non sono cambiati: ma questa volta riescono soltanto ad irritarvi. Non sono più indispensabili e inevitabili, perchè l’ispirazione, che un tempo li fondeva in un’ organica unità, è svanita. Erano stati, in passato, espressione spontanea di una grande vitalità: oggi sono consapevolmente, studiatamente sfruttati. L’attore non è più un artista: è diventato una collezione di trucchi del mestiere. (E continua, su questo tono, con la stessa leggerezza e malinconia).

Sì, seguiamo James Wrexham dalla rarefatta e claustrofobica atmosfera della biblioteca di Jonathan Scrivener, (è stato assunto come suo segretario in una maniera abbastanza singolare) alle peregrinazioni in un’altrettanto rarefatta e claustrofobica Londra, fatta di caffè, ristoranti alla moda, palchi dell’opera, case private, boschi oscuri, pioggia, lampioni e nebbia. Ma sia esterno che interno creano la stessa tensione, la stessa mancanza d’aria, tutto nell’economia della crescita della suspense, di un thriller, non thriller, dove sì ci sono anche i morti, per lo più deceduti in circostanze dubbie e misteriose, ma tutto è successo prima che il romanzo inizi, e ha ripercussioni poco meno che ininfluenti sullo svilupparsi della trama.
Temo che la mia recensione sia altrettanto misteriosa quanto il romanzo, e con i lettori me ne scuso, ma riflette senz’altro la profonda suggestione che questo libro mi ha trasmesso e il suo fascino, passato incorrotto dal 1930 a oggi, e per nulla datato. Il libro porta i suoi anni con disinvoltura, e molte sue riflessioni sono attualissime e straordinariamente reali, facendo sembrare la Londra postbellica (si parla della Prima Guerra Mondiale, con la Seconda a stretto giro di boa) molto simile alle nostre realtà metropolitane, popolate di individui cinici e nello stesso tempo ingenui (e a modo loro romantici), che dalla guerra hanno imparato a non prendere niente sul serio.
Io sono Jonathan Scrivener meriterebbe un testo di critica altrettanto lungo quanto il romanzo, ed evidentemente qui non è il luogo appropriato, ma senz’altro va citata la breve prefazione di Henry Miller, uno dei tanti scrittori blasonati che hanno apprezzato Houghton. Traduzione dall’inglese di Allegra Ricci.
Una lettura da non perdere.

Claude Houghton (Sevenoaks, 1889 – Eastbourne, 1961) Scrittore inglese, popolare e apprezzato dalla critica. Fu autore di romanzi psicologici attraversati da un’originale vena di misticismo, che ricevettero sostegno e ammirazione da parte di molti scrittori, da G.K. Chesterton a Hugh Walpole, da Graham Greene a Tomáš Masaryk. Per Castelvecchi è uscito Io sono Jonathan Scrivener, il suo libro di maggior successo e Vicini.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Castelvecchi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La vita davanti a sé – Romain Gary (Neri Pozza 2010 – 10° edizione), a cura di Alice Strangi

13 agosto 2015
vita

Clicca sulla cover per l’acquisto

“La vita davanti a sé” è un’opera di cui molti avranno facilmente sentito parlare, ma più che altro per il sorprendente contesto in cui è apparso. La parte più famosa di questo libro è infatti la storia del suo scrittore, Emile Ajar, che però non è Emile Ajar ma Romain Gary; e Romain Gary che è l’unico scrittore ad aver vinto due premi Goncourt, anche se uno l’ha vinto sotto pseudonimo (di Emile Ajar, appunto); e il nipote di Gary che finge di essere Emile Ajar e ritira il premio e nessuno sa né sospetta nulla di tutta la beffa; e Romain Gary che mantiene il silenzio rigorosamente per anni, e che si porta dietro il suo segreto fino al giorno in cui decide di spararsi un colpo di pistola, e della vera identità dell’autore de “La vita daventi a sè” ancora nessuno sa niente; e Jean Seberg, bella e triste che, Gary ci tiene a specificarlo, non c’entra nulla; ma forse Emile Ajar l’aveva già scritto: si può vivere senza amore, ma non è possibile vivere senza qualcuno da amare.
Anch’io conoscevo tutta questa storia, ma non avevo mai letto il libro. Per quello che ne sapevo, era una sorta di Oliver Twist ambientato a Parigi, e non mi interessava più di tanto. Poi, quasi per caso, me lo sono ritrovato tra le mani e l’ho letto. Praticamente tutto d’un fiato. Perché questo libro, di per sé, meriterebbe tutta la fama che ha la storia del suo eccentrico autore, e perché forse non ha esagerato troppo chi l’ha definito “un romanzo toccato dalla grazia”.
“La vita davanti a sè” ti conquista gradualmente: leggi le prime pagine ed effettivamente ti pare un po’ Oliver Twist ambientato a Parigi, solo con più puttane. C’è questo orfanello di nome Momo, figlio di una che faceva “la vita”, che è arabo perché gli è stato detto così, e che vive al sesto piano senza ascensore di un condominio di Belleville nel secondo dopoguerra. Ad allevare Momo, insieme a un gran numero di altri bambini tutti figli di prostitute, c’è la vecchia madame Rosa, un’ebrea grassa e grossa, che ha tutte le malattie possibili tranne il cancro, ed è sopravvisuta ai marciapiedi di Pigalle e all’olocausto nazista. Intorno a loro si muove tutto un circo di coloratissimi personaggi, dal comprensivo dottor Katz al transessuale senegalese ex campione di boxe, dal saggio signor Hamil, che vendeva tappeti e ora dispensa lenzioni di vita e di filosofia, ad un’affascinante donna bionda che appare e scompare, e che ha lo straordinario potere di riportare indietro il tempo. Più che a Dickens, l’ambiente del romanzo di Gary fa pensare a Pennac e alla sua saga Malaussene, solo scritto circa 40 anni prima. E tutta questa umanità improbabile e marginale ci viene narrata attraverso lo sguardo diretto e onesto di Momo, che è un ragazzino di circa 10 anni, ma che sa già bene che “non si è mai troppo giovani per niente”. Così le sue parole limpide, le sue domande ingenue, le sue azioni impulsive e le reazioni delicatamente commoventi diventano una luce crudelmente sincera sui sentimenti e sulla vita stessa: tutto appare come nuovo, sorprendente e senza filtri, e tutto appare ovvio e essenziale, come fosse davanti ai nostri occhi da sempre, ma non riuscissimo a vederlo nascosto dalle abitudini, dalle convenzioni e dagli eufemisimi.
“La vita davanti a sè” insegna tre cose più di tutto: la prima è la vecchiaia; Momo è un ragazzino che si muove in un mondo di vecchi, gli altri bambini intorno a lui sono figure di contorno poco rilevanti. Ad aver peso e importanza nella vita di Momo sono piuttosto il signor Hamil, che dimostra come la vecchiaia possa insegnare; il dottor Katz che dimostra come possa salvare; e ovviamente madame Rosa, che dimostra come la vecchiaia possa proteggere.
La seconda è la bellezza: la bellezza che non è poggiata passivamente sugli oggetti o sui corpi, ma che risplende all’improvviso solo e soltanto negli occhi di chi guarda. Madame Rosa è vecchia, grassa, malata, si trucca pesantemente e si mette addosso abiti succinti e troppo stretti, eppure Momo a volte si ferma a osservarla e proprio così com’è gli sembra bellissima: è bella perché quella donna è la sua famiglia, quella donna è casa sua, è la leonessa che di notte sogna che venga a leccarlo come fa con i suoi cuccioli. La bellezza non è nelle strade di Parigi, ma in una tribù di immigrati africani che danzano e cantano nudi intorno a una donna in stato di ebetudine, per spaventare e allontanare i suoi demoni. La bellezza non è altro che quello che vorremmo potesse durare per sempre.
La terza cosa, manco a dirlo, è l’amore. L’amore esplode dalle pagine di questo libro: l’amore per la vita, per il mondo, per gli esseri umani in quanto tali, senza genere, nazionalità, legge, religione. L’amore che è sempre il motore di tutto, e lo è sempre con una semplicità tale da risultare disarmante.
C’è poi una quarta cosa che insegna questo libro, ed è il futuro: perché qualunque cosa accada, qualunque disgrazia o imprevisto, il tempo per compiangersi è sterile e poco, ma bisogna andare avanti, trovare il buono di ogni situazione, trovare qualcuno a cui voler bene. E tutto nella vita e nella mente di Momo resta sempre coraggiosamente proiettato al futuro, “davanti a sè”, appunto.

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914 in Lituania, figlio naturale di un’attrice, ebrea russa fuggita dalla rivoluzione, e di Ivan Mosjoukine, la più celebre vedette, insieme a Rodolfo Valentino, del cinema muto. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Les racines du ciel. Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promessa dell’alba (Neri Pozza 2006). Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse, l’interprete di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar (identificato all’inizio come Paul Pavlovitch, nipote reale di Romain Gary), La vita davanti a sé (Neri Pozza 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Con un colpo di pistola alla testa. http://www.romaingary.org/

Source: acquisto personale

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: La pietà dell’acqua, Antonio Fusco (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 agosto 2015
La

Clicca sulla cover per l’acquisto

Torna il personaggio del commissario Casabona, protagonista di una nuova indagine, che parte da un efferrato omicidio che avviene in un assolato Ferragosto sulle colline toscane. Casabona mette a rischio la sua già precaria situazione matrimoniale andando a indagare su questo, scoprendo legami inquietanti con un altro omicidio avvenuto in Francia negli anni Sessanta, ma soprattutto i collegamenti con un eccidio nazista che avvenne nel luogo del delitto di oggi durante la guerra, che riemerge mentre un antico paesino viene temporaneamente liberato dalle acque di una diga che l’ha ricoperto. Accanto a Casabona ci sarà Monique, giornalista francese anche lei alla ricerca della verità, costi quello che costi, e quello che si scoprirà sarà terribile e dolorosissimo.
Appassionante: il primo aggettivo che viene in mente pensando a questo libro è proprio questo. Un thriller teso, che mette insieme passato (ormai i cold case sono la nuova frontiera del thriller, e con giuste ragioni) e presente, portando man mano verso la conclusione che annoda varie trame sparse nelle pagine, sempre ribadendo l’importanza di cercare la verità ma anche di non dimenticare mai il passato se non si vuole ripeterlo, senza esserne però ossessionati.
Attuale: ne La pietà dell’acqua si parla di corruzione, di ricerca della verità, di segreti che si vogliono nascondere, tutte tematiche di oggi nel nostro Paese. In particolare, il famoso Armadio della Vergogna in cui sono state nascoste le prove di tante, troppe stragi nazifasciste, anche per non rovinare i rapporti commerciali con la Germania Ovest, esiste davvero e ha probabilmente ancora molto da raccontare.
Struggente: nella ricerca del perché di una serie di morti cruente e improvvise di oggi, di gente che sembra insospettabile, Casabona scoprirà retroscena terribili, ma anche una storia toccante e struggente, per cui alla fine risulterà molto difficile saper dividere i “buoni” dai “cattivi”, e forse i veri cattivi restano coloro che hanno permesso e fatto certe cose decenni fa.
Interessante: il romanzo si regge su una trama non banale, con una buona variante sul tema del serial killer, con tanti filoni narrativi, il tutto risolto non in maniera prolissa, in un momento in cui anche i thriller hanno stazze da saga fantasy o da classico russo.
Un libro per chi ama i thriller, ovviamente, soprattutto quando non sono scontati e dicono anche qualcos’altro oltre la ricerca di un colpevole, ma un libro in generale per chi sia interessato al passato, al presente, ai segreti vergognosi nascosti e a chi non si arrende e cerca sempre la verità. Non è un caso che tra gli eroi di Antonio Fusco ci sia proprio Ilaria Alpi, la giornalista uccisa a Mogadiscio, tanto simile a Casabona nella sua ricerca della verità, che però ha pagato con la vita.

Antonio Fusco è nato nel 1964 a Napoli. Laureato in Giurisprudenza e Scienze delle Pubbliche amministrazioni, è Funzionario nella Polizia di Stato e Criminologo forense. Ha lavorato a Roma e a Napoli. Dal 2000 vive e lavora in Toscana, dove si occupa di indagini di polizia giudiziaria. La pietà dell’acqua è il secondo romanzo sul commissario Casabona, il primo è Ogni giorno ha il suo male, sempre edito da Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Nemmeno Houdini, Alessio Mussinelli (Fazi 2015) a cura di Viviana Filippini

10 agosto 2015
houdini

Clicca sulla cover per l’acquisto

“Il cane doveva aver già raggiunto il ciuco poiché non giungeva alcun guaito e la macchina era una grossa palla di fuoco da cui nemmeno Houdini sarebbe uscito vivo”.

Una situazione fenomenale quella descritta nella frase sopra, ed è solo un piccolo assaggio delle stravaganti avventure narrate nel nuovo romanzo di Alessio Mussinelli, Nemmeno Houdini, uscito per Fazi editore. In questo suo secondo lavoro letterario, lo scrittore porta il lettore dentro al mondo della provincia bergamasca alla fine degli anni Trenta. Per la precisione, la trama narrativa si sviluppa nel paesello di Sarnico, sulle rive del Lago d’Iseo, nel 1938 (andateci a visitarlo se vi capita, hanno una biblioteca museo stupenda e non solo). Nemmeno Houdini è un romanzo corale, dove i protagonisti sono tanti, perché ognuno dei personaggi presenti contribuisce, con il proprio vissuto, a vivacizzare la monotonia della vita quotidiana. Tanto per farvi un esempio sulla scena irrompe la signora Moranti, un’anziana vedova con la fissa di far breccia nel cuore di Gabriele D’Annunzio (e non sa che il Vate è morto da tempo) e di trovare un domestico che la assista in ogni cosa. Il dipendente però deve avere caratteristiche precise per soddisfare le esigenze della signora: deve essere bello, aitante, giovane e muscoloso. Il ruolo perfetto per Esperanto Barnelli, lo scansafatiche di turno che riuscirà a conquistare la fiducia dalla vedova e a farsi mantenere da lei. Il Barnelli un po’ alla volta farà compiere alla Moranti spese pazze che le svuoteranno il portafoglio, ma le porteranno a casa una motocicletta, una macchina di lusso (e lui non ha la patente) e pure il contratto di una super villa sul lago di Garda. Che dire poi del Bruttezza, all’anagrafe Metello Patelli, aspirante organista di paese che dovrà fare i conti con il nuovo parroco, don Fulvio Mertinelli, religioso che non ama per niente la musica. Questi sono solo alcuni dei personaggi usciti dalla penna di Mussinelli, in realtà, tra le pagine compaiono tanti altri simpatici protagonisti (Archemio il ragazzo emaciato che irromperà nella vita della vedova Moranti, l’orchestrina dei “Singhiai” – i Cinghiali- che girerà nelle osterie di paese, vescovi e pure psudopreti dall’identità nascosta) che con il loro agire, la loro voglia di fare e di vivere daranno vita ad intrecci davvero vivaci e curiosi. Le situazioni narrative di Nemmeno Houdini sono così avvincenti che il lettore è spinto ad immergersi nelle lettura per scoprire come andrà a finire la storia e quale sarà il destino di questo microcosmo umano. Nel suo nuovo libro Mussinelli mescola con maestria situazioni comiche, drammatiche e grottesche che evidenziano la miriade infinita di sfumature che la vita umana può assumere nel suo corso in divenire. Nemmeno Houdini di Alessio Mussinelli è un ritratto fresco e simpatico di quella piccola, a tratti strampalata, ed esuberante provincia italiana fatta di chiacchiere, in italiano e pure in dialetto, di pettegolezzi e di intrallazzi socio-familiari di ogni genere, che la contemporaneità ipertecnologica di oggi sembra aver dimenticato per sempre.

Alessio Mussinelli è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il diploma di Master in scrittura e produzione per la fiction e il cinema presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo e si dedica con grande trasporto alla scrittura. Nel 2013, con Fazi, ha pubblicato Nemmeno le galline.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gli eroi della guerra di Troia, Giorgio Ieranò, (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

6 agosto 2015
6237246_411000

Clicca sulla cover per l’acquisto

Giorgio Ieranò, classicista e già autore di libri divulgativi su miti ed eroi di Grecia e Roma, è tornato in libreria con Gli eroi della guerra di Troia, un saggio che ricorda le gesta dei partecipanti a quella che fu la guerra di tutte le guerre dell’antichità.
Mettendo insieme varie fonti del mondo classico, dai poemi omerici a altre opere meno note oggi ma non meno importanti nella costruzione di un immaginario, l’autore racconta i vari percorsi di figure maschili e femminili uniche, che si incontrano a scuola per la prima volta e che per molti restano poi nel cuore come i primi eroi a cui ci si appassiona, quelli da cui sono derivati quelli di cui oggi leggiamo sui romanzi e vediamo al cinema, anche in genere che sembrano lontani dal mito e non sono come il fantasy e la fantascienza.
L’autore affronta anche la questione se la guerra di Troia sia realmente accaduta oppure no: per secoli fu considerata una mera fantasia, ma oggi molti studiosi propendono per collocarla realisticamente mille anni prima di Cristo, e fu qualcosa di talmente temibile e potente da influenzare appunto storie, leggende e miti per vari secoli dopo.
Nelle pagine del libro rivivono Achille e Ettore, Ulisse e Agamennone, Elena e Clitemnestra, Pelope e Atreo, per citare alcuni nomi, in una trattazione non didascalica e noiosa, ma viva, moderna, appassionante, come se si parlasse di eroi di oggi. Ma in fondo questi protagonisti sono rimasti e sono eterni, le loro sono storie esemplari, nel bene e nel male, e continuano ad appassionare e colpire, e questo libro ne è la prova, una lettura appassionante e mai banale, da cui è difficile staccarsi.
Un libro quindi di divulgazione, non dotto e accademico, ma alla portata di tutti, sia per chi vuole fare un attimo il punto su chi erano e cosa facevano gli eroi omerici, sia per chi vuole scoprire di più, sia magari per gli studenti come supporto ai testi classici.
E quello che fa venire voglia questo libro è proprio di riprendere in mano i classici e rileggerli, ricostruendo queste esistenze tra leggenda e mito, con forse un fondo di verità. Da segnalare una nota nostalgica che non guasta: l’autore conclude il libro rievocando quel capolavoro oggi purtroppo non più noto ai più giovani dello sceneggiato Odissea di Franco Rossi, che avvicinò molti a fine anni Sessanta e poi durante le repliche negli anni successivi al mondo classico, facendo nascere passioni che sono durate poi tutta la vita, come nel caso di Giorgio Ieranò e di molti suoi lettori.

Giorgio Ieranò è docente di Letteratura greca all’Università di Trento. Ha pubblicato vari saggi, sia accademici che di divulgazione. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo Arianna. Storia di un mito (2010) e La tragedia greca. Origini, storia, rinascite (2010), mentre per Sonzogno ha pubblicato i volumi di narrazioni mitologiche Olympos (2011) ed Eroi (2013).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Leggi l’anteprima

:: Chi manda le onde, Fabio Genovesi (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

31 luglio 2015
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

La mia reading list per quest’estate comprende – o dovrei dire comprendeva, touché – tutti titoli scelti per curiosità, per caso o per una sorta di iniziazione. Il libro di cui vi parlerò oggi racchiude in sé un po’ tutte e tre le categorie.

Non avrei mai pensato di parlarne in questi toni, ma Chi manda le onde è un romanzo che ti apre il cuore.

Proprio così: uno di quei romanzi che proprio non te l’aspetti, ti capita così, tra capo e collo, e *puff* è capace di farti sentire in pace col genere umano. Almeno per un giorno.

Dovrebbe essere testo in programma in maggior parte delle scuole medie e superiori di tutt’Italia, questo è poco ma sicuro. Non è un caso che abbia vinto il Premio Strega Giovani di quest’anno con la seguente motivazione:

“Ogni pagina di questo romanzo è un’ondata di emozioni. Brancoliamo tutti nel buio di un oceano piatto e infinito che è la nostra vita, alla ricerca di correnti giuste che possano condurci a certezze e verità.”

Pensandoci bene, forse a scuola non lo vorrebbero mai tra i testi adottati per il linguaggio un po’ troppo diretto, scanzonato e, sicuramente, scurrile. Tuttavia non è mistero che già dalle medie i ragazzini abbiano molto da insegnarci, non si scandalizzeranno mica per due parolacce e qualche intercalare di troppo, no?

Il romanzo segue una struttura ben precisa.

Elemento unificante è il mare, quello della Versilia, che spinge e sospinge, che prende e dà. Costante nella vita di chi è nato qui e ci resta anche quando la stagione balneare finisce.

Come Sandro, che a quarant’anni suonati dorme nella stessa cameretta di quando era adolescente e vive ancora coi suoi. Adesso è diventato anche professore, o meglio supplente che viene chiamato quando altri supplenti non sono disponibili. Come Serena, che serena lo è solo di nome, donna splendida, ma che si veste sempre di verde militare e mamma single di due splendidi ragazzini: Luca, diciassettenne da sempre il piccolo uomo della famiglia, e Luna, di undici anni, mingherlina e coi capelli e la pelle candidi come la neve perché è nata albina. E ancora Rambo e Marino, Ferro e Zot.

Un romanzo corale in cui ogni capitolo lascia spazio al punto di vista di un protagonista differente: una volta parla Serena, l’altra Sandro, l’altra ancora Luna.

Nonostante il variare dei narratori e delle situazioni, l’economia del libro si risolve in modo da ritrovarci come dentro a un film: Genovesi non perde mai il filo nel raccontare le storie di queste persone che, quasi compresse tra il blu mare della Versilia e il verde delle Alpi Apuane, sono divise in passato e futuro, in quelli che non ce l’hanno fatta ad andarsene, a crearsi la vita che speravano da giovani e in quelli che sperano in qualcosa di migliore.

E il mare sta lì a guardare… ed è tutt’altro che calmo.

Fabio Genovesi, classe 1974, è nato a Forte dei Marmi. Ha scritto i romanzi Versilia Rock City ed Esche vive, tradotto in dieci Paesi tra cui Stati Uniti e Israele, il saggio cult Morte dei Marmi e Tutti primi sul traguardo del mio cuore, diario on the road della sua avventura al Giro d’Italia. Collabora con il Corriere della Sera e Glamour. Con 69 voti Chi manda le onde ha vinto la seconda edizione del Premio Strega Giovani, assegnato da una giuria di circa 400 ragazzi/e tra i 16 e i 18 anni in rappresentanza di 44 scuole secondarie superiori in Italia e tre all’estero (Berlino, Bucarest, Parigi). Il vincitore è stato proclamato l’8 giugno a Palazzo Montecitorio alla presenza del Presidente della Camera Laura Boldrini.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Per l’Impero, Bastien Vivès, Merwan Chabane, (Bao Publishing, 2015) a cura di Davide Mana

30 luglio 2015
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Strano ed inquietante, “Per l’Impero“, di Merwan & Vives, si presenta come un solido, piacevole cartonato – un volume pesante, con pagine di carta buona stampate in colori rugginosi e sporchi, adatti al tono crepuscolare della vicenda narrata.

Un impero molto molto simile a quello romano, e che ha conquistato tutto ciò che poteva conquistare, si prepara ad espandersi nell’ultima direzione che gli rimanga accessibile – quella del tempo.
“Per l’Impero” segue un contingente di uomini scelti, guidati da un pugno di personaggi appartenenti alla elite militare, incaricati di arrivare ai confini ultimi dell’Impero medesimo, e spingersi oltre, per cartografare e conquistare ciò che si trova oltre di essi.
Ma se l’Impero ha conquistato il mondo, cosa si troverà  oltre il margine della mappa?

Gli uomini in marcia perenne si spingono in un deserto buzzatiano, nel quale il nulla è l’unica costante, e l’assenza di un vero nemico da combattere e l’ennui risultante rischiano di fiaccare lo spirito delle truppe.
Poi, in una terra lussureggiante oltre il nulla, l’incontro/scontro con le amazzoni si risolve in un assalto frontale alle convinzioni ed alle aspetttive degli esploratori.
E l’arrivo alle rovine del paese di giganti cher è, forse, la meta ultima della missione, porterà con se l’orrore della futilità ultima di tutte le cose.
Da qui in poi, la vicenda scivola lentamente ma inesorabilmente in un incubo lovecraftiano in cui passato e presente si confondono, gli uomini si perdono, e solo i più motivati, al limite della follia, possono emergere in una realtà  che conceda loro un barlume di speranza.

Il testo e i disegni di Merwan & Vives si sposano bene a questa vicenda che, colmando la – non eccessiva – distanza fra Buzzati e Lovecraft, costruisce una narrazione straniante e misteriosa, letteraria nel senso più vivo del termine, capace di lasciare a lungo il segno nella memoria.
Fumetto adulto non per contenuti scollacciati ma per la profondità  e la complessità  disposte sulla pagina, “Per l’Impero“, pubblicato con coraggio dalla BAO, è una lettura consigliata a chiunque sia ancora convinto che le storie disegnate non abbiano una dignità letteraria matura.

Merwan Chabane realizzatore di film d’animazione, disegnatore e sceneggiatore di fumetti, è nato in Francia nel 1978. Il suo blog personale: http://findufond.blogspot.fr/.

Bastien Vivès, fumettista francese, è nato a Parigi nel febbraio del 1984. Ha studiato arti applicate all’Institut de Littérature Française di Ginevra, poi all’École Supérieure d’Arts Graphiques Penninghen di Parigi e infine all’École de l’Image Gobelins, sempre a Parigi. Il blog personale: http://bastienvives.blogspot.it/.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Appunti di vita Vol. 1 – Born to be a larva, Boulet (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

29 luglio 2015
q

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ebbene sì. Non ce lo saremmo mai aspettati, ma è così. Anche Michele Rech, ehm scusate, forse lo conosciamo meglio come Zerocalcare, copia. Proprio come voi durante i compiti in classe al liceo, quando la matematica era soltanto un grande punto interrogativo e spizzavate il foglio del compagno di classe più bravo.

Sì, perché per lui, il nostro caro fumettista che abita a Rebibbia, vivrebbe di plumcake e di Street Fighters, Boulet, questo fumettista francese di una generazione più grande di lui, con i capelli rossicci, pubblicazioni e blog all’attivo da anni e un soprannome scelto proprio perché significa “polpetta”, beh, è un vero e proprio mentore.

“Tutto ebbe inizio una notte del lontano 2009. Ero un giovane aspirante fumettista e facevo ciò che dovrebbe fare chiunque in quella posizione: cercavo disegnatori stranieri sconosciuti in Italia da copiare.”, ha ammesso nella prefazione al primo volume di Appunti di vita.

Lo scorso 30 giugno, alla Bao Boutique di via Vigevano a Milano, c’era proprio Zerocalcare ad introdurre Boulet (pseudonimo di Gilles Roussel, fumettista e blogger francese) e il suo Appunti di Vita Vol. 1 – Born to be a larva, disponibile in libreria dal 3 luglio.

rIn occasione della pubblicazione, c’è stato una sorta di coming out da parte dell’ormai noto fumettista nostrano che ha ammesso di aver (non troppo velatamente) preso ispirazione dal collega francese, quando qui in Italia nessuno lo conosceva e…

Adesso si dice fregato.

Niente di più lontano dalla verità perché si sa che a Zero gli si vuole bene, quindi appare altrettanto chiaro che nessuno si dimenticherà di lui. Intanto, come si capisce subito dall’immagine qui a fianco, per l’edizione italiana del volume di Boulet ha curato sovracopertina, prefazione e note finali.

Quindi tanto male non gli ha detto, ‘sto impiccio con Boulet.

Entrambi hanno un blog di stampo autobiografico, entrambi hanno pensato di raccogliere le tavole del blog su internet in uno o più libri.

Come già successo per Zerocalcare ai tempi di Ogni maledetto lunedì su due (Bao Publishing, 2013), così anche per Boulet che pubblica in Italia il primo volume degli estratti dal suo blog e li cuce insieme, proprio come se fosse un’opera unitaria (cosa che fa già da tempo in Francia, dove le sue tavole vengono pubblicate in volumi sotto il titolo di Notes) e come succederà prossimamente a Zerocalcare con L’elenco telefonico degli accolli che uscirà il prossimo 2 ottobre (seconda sua raccolta di tavole dal blog più 40 pagine di “disegnetti”, come li chiama lui, inediti).

“Internet è molto strano. È come disegnare in pubblico. Finché ci sono solo gli amici, sei a tuo agio. Poi c’è sempre più gente. È motivante e dà soddisfazione… ma fa paura. E poi ti dici che se smetti, tutti se ne andranno e sarà come se non avessi fatto niente. Sai che è il lato spettacolare che attira la gente, ma ti piacerebbe anche lasciare un segno. Un libro, per esempio…” , ci dice Boulet in una delle sue tavole.

sSecondo il fumettista di BD (bande dessinée, in francese “striscia disegnata”, sigla pronunciata come bedé), infatti, internet permette senz’altro a chi fa il suo mestiere di ottenere visibilità, ma la pubblicazione su carta ha tutt’un altro valore. Se internet è un perfetto mezzo di comunicazione, il supporto preferito di Boulet continua ad essere la carta, quindi.

Appunti di vita è uno Zibaldone di situazioni, aneddoti, consigli, vittorie, sconfitte, lotte con l’andirivieni dell’ispirazione e, perché no, anche sentimenti che possono interessare la vita quotidiana di un fumettista totalmente immerso nel proprio lavoro artistico.

Dove finisca l’autobiografia per lasciare spazio alla finzione narrativa lasciamo che sia il lettore a scoprirlo con questo volume senza dubbio prezioso e, a questo punto, non possiamo fare altro che metterci in attesa del volume numero due.

Boulet (pseudonimo di Gilles Roussel), classe 1975, è un fumettista francese. Studia alla Scuola Superiore delle Arti Decorative e nel 2001 pubblica la sua prima striscia a fumetti, Raghnarok. Lavora per varie riviste a fumetti francesi e nel 2004 avvia il suo blog in rete che lo ha reso molto popolare in Francia. Successivamente le tavole del suo blog sono state pubblicate nel suo Paese in una serie di volumi dal titolo Notes. Dal 2009 il suo blog viene anche tradotto in inglese. Da noi in Italia arriva per la prima volta con la pubblicazione degli estratti dal blog ad opera di Bao Publishing, stampati in volumi di cui si prevede l’uscita due volte l’anno.
(bouletcorp.com)

Source: pdf riservato ad uso recensione inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

© immagini Boulet/Bao Publishing.

:: Con Giacomo Leopardi tra le “Operette morali”. Un viaggio fantasioso in lingua moderna, Nino Giordano (goWare, 2015) a cura di Federica Guglietta

28 luglio 2015
z

Clicca sulla cover per l’acquisto

Per chi abbia intrapreso gli studi umanistici con la volontà di dedicarsi, un giorno, all’insegnamento, per gli insegnanti che magari svolgono questo lavoro da anni o per te, sì proprio tu, che ancora quei banchi di scuola non li hai abbandonati, quello che sto per dirvi non è per niente una novità.

Comprendere i testi degli autori della nostra letteratura, dalla Commedia di Dante a fine Ottocento è tutt’altro che facile.
Per questo motivo il prof. Nino Giordano ha riscritto in una forma molto più vicina al nostro italiano parlato le Operette morali di Giacomo Leopardi.

Perché proprio quest’opera? In cosa consiste la sua difficoltà?

Si tratta di testi di stampo satirico e ironico, sviluppati in forma dialogica e di argomento filosofico. Leopardi sistema in forma unitaria i pensieri e le riflessioni dello Zibaldone, donando veste letteraria ai contenuti filosofici con ironia e distacco. Viene abbandonata la prospettiva soggettiva, autobiografica e della protesta civile, propria delle Canzoni e degli Idilli, per poter mostrare la realtà dell’esistenza e della condizione umana, svelando così le illusioni con cui l’uomo riesce a rendere più accettabile la sua vita. La sua esperienza personale assume un valore esemplare. La forma del dialogo ironico è mutuata dalla letteratura classica (si considerino i dialoghi platonici), ma in particolare da Luciano di Samosata, tardo scrittore greco del II secolo d.C., autore di dialoghi satirici e polemici di contenuto filosofico, morale e religioso.

Proprio tenendo conto dell’argomento squisitamente filosofico, Nino Giordano ha pensato di dare nuova veste alle Operette, proponendo l’opera come un unico organico racconto al cui interno il passero solitario, osservatore d’eccezione, ricopre il ruolo fondamentale di narratore – protagonista. Proprio il passero solitario, infatti, ha il compito di presentare e commentare fatti e protagonisti di ciascuna operetta.

Già nel suo “Intento” che fa da prefazione a quest’opera di riscrizione, l’autore ci fa notare che:

Così, come un “filosofo solitario”, si ferma a interrogarsi sui tanti perché dell’esistenza umana; come un poeta trae vitalità dalla sua “naturale” forza immaginativa. Isolato e pensieroso, ma con lo sguardo rivolto agli “interminati spazi”, si immerge nella contemplazione della natura; ferma il suo sguardo sulla realtà, sul paesaggio, sulla luna… oppure oltrepassa i limiti imposti dalla stessa natura terrena, per librarsi nell’infinito, alla ricerca di risposte al suo desiderio di conoscenza.

Ama ascoltare dalla voce del tempo storie di uomini alla ricerca di una felicità sempre inferiore alle aspettative del cuore; vola verso ignoti cammini, osserva solitudini stellate e riflette, con amore, sulle ferite umane che bruciano e su parole inascoltate. Un itinerario tra le inquietudini, i dolori e le speranze degli uomini di ogni epoca. Il suo viaggio in libertà segue in linea generale un itinerario morale, ricomponendo in sé l’evoluzione del pensiero di Leopardi: dalla prima visione della natura al messaggio finale della solidarietà. Il linguaggio del passero si porge con semplicità senza perdere, nella modernizzazione, le radici di una lingua “ardita e peregrina”.

Al di là dei diversi approcci metodologici e didattici, possiamo dire che già da tempi non sospetti venivano vergate opere di questo genere: celebri i volgarizzamenti medievali dal latino prima e la versificazione di scritti e commedie poi. Quindi è indubbio che un’opera di questo genere possa risultare quanto meno interessante, soprattutto dal punto di vista conoscitivo.

Nino Giordano, vive da molti anni a Firenze, ma ha lasciato il suo cuore in Sicilia. Docente e scrittore, vorrebbe avvicinare i giovani lettori ai classici della nostra letteratura, riscritti in italiano moderno. Ne sono esempio La Commedia in Italiano d’oggi (Inferno e Purgatorio, con Fabrizio Maestrini) e La Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni, oltre a questo rifacimento delle Operette morali. Recentemente ha scritto un libro su Giorgio La Pira, Un cristiano per la città sul monte. Giorgio La Pira. Ha inoltre progettato e realizzato vari docu-film: Don Bosco e l’unità d’Italia; Sacerdoti toscani nel Risorgimento; Giorgio la Pira. La città sul monte (in collaborazione con Cinzia Spinelli e Daniele Guerriero).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Maria dell’Ufficio Stampa goWare.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.