:: Stalin + Bianca, Iacopo Barison, (Tunuè, 2014)

stalinE’ uscito a maggio, per Tunuè, casa editrice indipendente specializzata in graphic novel e saggistica pop, Stalin + Bianca, del giovane fossanese (classe 1988) Iacopo Barison, a inaugurare la loro prima collana di narrativa diretta dal critico e scrittore Vanni Santoni. Una collana che investe sui giovani, – giovani sono gli autori, giovani i protagonisti dei romanzi -, in un Italia che non legge, in un Italia dove i ‘giovani’ non leggono. Ci vuole coraggio, e un po’ di insensatezza, ma tant’è così è anche se non vi pare.
Stalin + Bianca è un tipico romanzo di formazione, e per buona parte un diario di un viaggio on the road, due generi con padri illustri, molta narrativa americana sembra nutrirsi dalle stesse radici, molti autori iconici si sono imbevuti di questo humus narrativo, ma anche senza andare al di là dell’oceano penso a Enrico Remmert e al suo italianissimo Strade bianche.
Protagonista del romanzo di Barison, è Stalin, un ragazzo diciottenne (compie gli anni proprio appena lo conosciamo), un disadattato direbbero alcuni, incapace di gestire la rabbia, in un mondo dove anche i bambini troppo attivi e turbolenti vengono curati con gli psicofarmaci. Gira in vespa per il suo quartiere, una grande periferia (degradata) potrebbe essere l’hinterland torinese (per motivi biografici) o quello milanese, o qualunque altra periferia di casermoni grigi coperti da graffiti, serrande chiuse corrose dalla ruggine e dalla crisi, abitata da pusher, ragazzi in overdose, senza sbocchi per il futuro, speranza (è questo lo scenario esistenziale di tanti giovani?).
Unici suoi amici un vecchio farabutto, Jean, come Jean Gabin, e una ragazza cieca, Bianca, alla quale è unito da un legame puramente spirituale, che niente ha a che vedere con il sesso ma molto con l’amore. La dolcissima Bianca è la sua ancora, il suo baricentro, la parte migliore della sua anima, come direbbero i poeti.
Poi il dramma, (catartico, pretesto per spezzare la triste normalità e dare inizio al viaggio, la maggior parte in treno) Stalin litiga violentemente (per una fetta di torta, in questi casi si osa dire per futili motivi) con il patrigno, ex raver, colpendolo con una bottiglia, e dopo credendo di averlo ucciso fugge, fugge con Bianca, e inizia un viaggio che lo cambierà (in meglio?), che lo porterà dall’adolescenza all’età adulta, forse, (il dubbio è lecito se per età adulta si intende il controllo delle pulsioni, e l’incanalamento in binari costituiti di civile convivenza), in un’Italia allo sbando, con metaforicamente in spalla la sua fida videocamera digitale, taccuino su cui registrare per immagini tracce del suo passaggio, (tentativo di affermare: io esisto) e il suo sogno di diventare regista.
Un romanzo senza trama, perché come nel cortometraggio che Stalin gira per un Festival, la vita decide la trama, i personaggi che si incontrano, le fatalità di incontri e conseguenze delle proprie azioni. Lo stile è particolare, un po’ naif, un po’ riflessivo, cadenzato da dialoghi efficaci e convincenti che sanno di vita vissuta, ai margini, fuori dalla borghese normalità.
Omaggio a François Truffaut, senza dubbio, (Antoine Doinel), e a tanto cinema di formazione, che sicuramente l’autore conosce per studi e attitudine, (è laureato al Dams Cinema di Torino), e del linguaggio cinematografico ripropone le inquadrature, i campi lunghi, i primi piani, gli sfumati, gli slow motion, in una contaminazioni di generi che trasfigurano l’arte e l’immaginario.
Sebbene giovane, Barison sperimenta e cerca una voce personale, un’ attitudine a utilizzare la narrativa come apparecchio per registrare la realtà. Forse non è il disagio che cerca di testimoniare, né la difficoltà di crescere, o trovare la propria strada in un paese travolto dalla crisi, dalla mancanza di sbocchi, di prospettive, o forse non solo questo, si sente chiara una voce di protesta, un rifiuto per ciò che il passato rappresenta. Non stupisce il finale, unico possibile, forse solo venato da una traccia di egoismo, o più che altro inevitabilità. Le lezioni della vita ci portano ad essere altro, e questa lezione Stalin la impara. Forse anche a caro prezzo.

Iacopo Barison (Fossano, 1988) pubblica un primo romanzo, 28 Grammi Dopo, all’età di vent’anni. Laureatosi al Dams Cinema di Torino, da una sua sceneggiatura Fabio Mollo dirigerà un corto nel 2014. Pubblica racconti su Internet e su riviste specializzate, scrive articoli su diversi siti, fra cui Sentieri Selvaggi e Scrittori Precari. Collabora con minima&moralia.

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