:: Intervista a Paolo Pedrazzi Direttore Commerciale di Eumeswil Edizioni e del Gruppo editoriale Arti Grafiche Oltrepò

Ciao Paolo e benvenuto su Liberidiscrivere. E’ interessante conoscere anche il mondo letterario dall’interno, sapere un po’ di più degli operatori che a volte lavorano nell’ombra e sono la base portante dell’editoria. Parlaci un po’ di te, raccontaci quanti anni hai, che studi hai fatto? 

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità. Son d’accordo con te, molto spesso chi lavora dietro le quinte passa inosservato. In realtà attorno a un libro serio ci sono almeno una decina di figure professionali se non di più. Pensa solo che un libro in cartonato passa dentro ad almeno otto macchine… Purtroppo oggigiorno è più facile scriverli, i libri, che produrli. Quando dici in giro, faccio l’editore, uno pensa di te che o sei ricco di famiglia e quindi ti puoi permettere di vivere a pane e gloria, oppure sei uno che non è riuscito a fare altro nella vita e allora si è messo a fare libri, un lavoro leggero, un lavoretto di concetto, un lavoro da poveri illusi, altro che fabbrica o cantiere… In realtà questo è uno dei lavori più difficili che esistano e dietro ci stanno anni di privazioni, sofferenze, casini che tu non immagini nemmeno. E poi tanta professionalità, passione, creatività, notti insonni. E’ un lavoro povero poi, uno in fabbrica porta a casa la pagnotta tutti i mesi, qui si vive sul filo del rasoio e senza certezze…

Di me posso dirti che ho trent’anni a Luglio e ho abbandonato gli studi in comunicazione a  Bologna a pochi esami dalla fine perché parallelamente, per mantenermi gli studi, avevo cominciato a fare l’agente di commercio e non avevo più molto tempo per studiare. Ma non rinnego quell’esperienza commerciale che oggi mi sta tornando particolarmente utile.

Quando hai iniziato a fare l’editore? Raccontaci qualche episodio singolare che ti è successo, errori e scelte vincenti.

Ho iniziato nel 2004. Di giorno facevo, appunto, il commerciale, il venditore, chiamalo come vuoi tu. Di quel periodo dolceamaro ricordo una lezione: un commerciale usa le chiacchiere per portare a casa risultati. Ma non era quello che volevo nella vita e così, di sera, tornavo a leggere e scrivere, la mia vera passione, da sempre. Se leggi i miei temi, a otto anni, già dichiaravo di voler fare quantomeno lo scrittore, cosa che però non mi riesce tanto bene, preferisco lavorare sui testi degli altri, rivoltarli come calzini. Comunque Eumeswil, la casa editrice che ho fondato e che poi è divenuta uno dei marchi di Arti Grafiche Oltrepò, azienda seria e specializzata nella stampa di libri che l’ha salvato da una fine certa, è nata in quelle sere lì, a Bologna caput-mundi. Martin Venator, il protagonista di questo romanzo di Junger è l’anarca per eccellenza, “colui che non ha bisogno di leggi o di qualche giurista di partito”. Eumeswil è un romanzo talmente bello e complesso da spiegare che in poche parole sarebbe difficile, dico solo che questa è una casa editrice nata con una solida base filosofica alle spalle, ed è quello che credo abbia fatto la differenza finora. Tanti editori nascono senza una visione alle spalle, solo sull’onda dell’entusiasmo. Non basta.

Cosa ne pensi dell’editoria digitale, degli ebooks? Pensi sia un valido strumento per abbattere i costi o pensi che il libro cartaceo abbia ancora maggiore presa?

Io penso che ci siano dei distinguo da fare. Non è detto che ebook e cartaceo debbano essere per forza di cose nemici. I libri blockbuster hanno processi produttivi ormai standardizzati, pochissima scelta in termini di carte utilizzate, confezione, copertina. Si usano spessorate mano 2 per far percepire al lettore di aver appena acquistato tomi infiniti che giustificano prezzi di copertina divenuti esorbitanti. Quando però uno va a leggerci dentro… sono solo 200 pagine… Costo di produzione meno di 1 €, costo la lettore ormai 18/20 €). I best seller sono tutti uguali ormai. Io abolirei il cartonato, per esempio, perché adoro piegare, strizzare, stropicciare i libri che leggo. Tra un libro industriale che non ha peso specifico e sembra “vuoto”, e un e-book reader non c’è alcuna differenza. Si tratta di una questione di supporti. Molti stampatori si fregiano di fare libri ecologici, ma per produrre il singolo libro ecologico, con le loro rotative e impianti automatici, assorbono più energia di una centrale elettrica, producono più scarti di un reattore nucleare e propongono al mercato tirature insostenibili pur di abbattere i costi. Per come vivo la letteratura, i libri che amo e che mi hanno cullato e cresciuto sono sempre i prima fila in libreria sempre pronti ad essere aperti. Adoro le brossure, infatti, libri che ti porti dietro e non ti riempiono lo zaino. Oggi tutto è votato all’abbattimento dei costi. Se guardi gli scaffali di una libreria sono un magma indistinto di colori, una poltiglia di copertine ad effetto e sensazionalistiche. La carta non conta più. Tutto è quadricromia. La filosofia è la stessa della TV, il valore di un oggetto commisurato al suo utilizzo: il libro non è più da compulsare, da meditare, da vivere, ma da divorare e buttare lì. Come si va al cinema o a un concerto: se non hai emozioni forti te ne stai a casa. Editori come Scheiwiller e la bellissima collana “All’insegna del pesce d’oro” appartengono al passato, un passato che per i manager sciacalli che regolano le sorti del mercato, sono improponibili. Bell’Italia vero? Guarda in Francia Nrf… E’ la collana più prestigiosa e ambita… Noi, in Eumeswil, stiamo cercando di tornare a questa tradizione, l’attenzione alla veste grafica più che alla grafica di copertina… l’attenzione al lettore e non al suo portafoglio da svuotare.

Online ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensi? Sono un valido strumento di promozione specie per gli autori esordienti?

Sono l’ultima speranza di equità e pluralità. Milioni di lettori indipendenti e fuori dalle logiche di interdipendenza dei grandi gruppi editoriali garantiscono ai piccoli editori un minimo di giustizia. I premi, le testate giornalistiche vivono ormai di clientele e i giornalisti sono quasi tutti a libro paga. La critica letteraria è una marchetta perenne. O comunque ha sempre quella stizza verso editori definiti “minori”. Minore…. minore dde che? Dovrebbero istituire a reato certo “snobismo” da salotto letterario.  

I piccoli editori fanno un lavoro di scouting molto più accurato. Perché  pensi che la grande editoria punti spesso solo su nomi già famosi? 

Nonostante quello che ti ho detto finora io non sono “contro” le grandi imprese editoriali. Credo nel mercato ancora il giusto e sono a favore della competizione. Non mi spaventa. Credo che non sia impossibile far crescere una casa editrice. Il Gruppo GEMS, nelle sue politiche editoriali ha sempre lasciato ampio spazio alle persone e agli editori, fornendo però le basi di un adeguato supporto finanziario e piani di business equilibrati. Il successo che sta avendo credo sia importante per l’editoria italiana. E il Gruppo Gems per esempio non ha adetiro – esaperandola – alla moda del momento: la caccia all’esordiente. La gavetta non conta più. Prendi un esordiente, mettici una storia scaborsa di sesso, un adolescenza difficile sullo sfondo di un’Italia alla deriva, mescola per benino le carte di Propp, appiccicaci una copertina ad effetto – ah  meglio se l’esordiente in questione è bello/a e dannato/a, come nei talent-show in televisione – e avrai il caso dell’anno. Molto più facile portare al successo un giovane a cui puoi chiedere il sangue garantendogli qualche briciola di fama, sfruttandolo con contratti capestro, piuttosto che puntare su di un rompipalle di scrittore tutto stile e contestazione, con il suo stilema e le sue convinzioni, con le sue fobie e le sue paranoie… Il caso Moresco è eloquente no? Se guardi gli ultimi anni, però, sembra che la “gavetta” non conti più. Basta avere una storia attuale e ben vendibile, una scrittura fruibile e immediata. Qualche “amico della domenica” o “compagno di merenda” nei premi che contano e il gioco è fatto. Ma scrivere è dolore, rinuncia e fatica… non è un gioco, né un passatempo. Per scrivere qualcosa che resta, non basta esibirsi in reading su di un palco come ad Amici. Scrivere si scrive per cambiare le cose – secondo me – per fare la rivoluzione dentro se stessi e dentro gli altri.

Quali sono i segreti per promuovere un autore, quali gli errori da non commettere mai?

Per promuovere un autore ci vuole un buon ufficio stampa. E’ fondamentale in una casa editrice. Noi non abbiamo mai avuto un ufficio stampa all’altezza. Quando io ero la casa editrice e facevo tutto da solo, non avevo i soldi per pagarlo, un ufficio stampa all’altezza, e allora mi arrangiavo. Ora che il marchio fa parte di un gruppo e che l’azienda proprietaria vuole giustamente vedere risultati, si fa molta attenzione ai ruoli e di uffici stampa finalmente ce ne sono due. Poi ci vuole che l’autore si lasci promuovere, ovvio.

Se un giovane ti dicesse che vuole fare l’editore, che consigli gli daresti? Ci sono scuole che preparano a questo duro mestiere?

Gli direi di pensarci su almeno 17-18 volte prima di iniziare. E’ un lavoro difficilissimo pieno di insidie. Ci vogliono tanti quattrini e chi come me parte solo con un valigia carica di speranze, finisce per indebitarsi e vivere di stenti. Ci vogliono almeno tre-quattrocento mila euro da investire per tirare su una casa editrice come si deve. Almeno. Ci vuole un fegato così, una passione smisurata, competenza, creatività, dedizione, spirito di sacrificio, amore per i libri, amore soprattutto per i testi e la parola scritta. Una casa editrice la fai in dieci anni. Un pezzo di vita importante. Non tutti sono disposti a rischiare. Quando ero convinto che la strada cominciasse a ridiscendere mi sono dovuto scontrare, per esempio, con il fallimento di svariati promotori/distributori.

Quanto incide il fiuto tra le doti di un buon editore. Pensi sia anche una questione di fortuna o incide più il duro lavoro?

La fortuna esiste, ci mancherebbe. Ma bisogna aiutarla. Muoversi prima degli altri, frequentare gli ambienti, on e off line, intrattenere contatti, informarsi, farsi vedere. Il mondo dell’editoria è un mondo piccolo e ci si conosce un po’ tutti. Scegliere i cavalli giusti su cui puntare è importante, ma è ancora più importante avere una rete di contatti e di persone che quotidianamente ti seguono, lettori, scrittori, giornalisti, promotori editoriali, amici, autori, distributori. Fiuto ce ne vuole tanto, ma conta anche tutto il resto.

Il duro lavoro è la conseguenza di una vita spesa sulle passioni. Quando ti alzi tutti i giorni alle sei e torni alle otto, affronti un mare di difficoltà e però torni a casa col sorriso vuol dire che sei convinto di quello che fai e niente ti può fermare. Fai le notti a lavorare, ma sei felice perché la tua vita ha uno scopo. In questo caso il duro lavoro ti nobilita veramente.

L’editore è  ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

Io credo che debba tornare ad essere artigiano, l’editore e che non lo sia abbastanza. Oggi che vedo i miei libri nascere tutti i giorni e che assisto a tutte le fasi delle lavorazioni anche tipografiche, che contribuisco a scegliere le carte e i materiali, le confezioni, i formati, le particolarità, mi sento molto più completo e se tornassi indietro eviterei certi erroracci. Molti degli errori che fai appena partito sono errori tipografici. Un libro stampato in un formato intelligente costa la metà. Allo stesso modo funziona anche il lato più creativo. Quello dell’editing per esempio. A noi piace fare editing con l’autore, vivere riga per riga assieme a lui, in giornate e giornate di rilettura, di dialoghi surreali, a pane e “aria fritta” direbbe qualcuno. In dialetto pavese miei compaesani direbbero: “L’è un libar, l’è no una cà” (è un libro non una casa). Invece un libro è come una casa e il suo successo si costruisce dalle fondamenta, un buon editing getta le basi per il successo del progetto.

Quali sono le carte in regola per un giovane autore che volesse pubblicare con voi?

Non essere tronfi. I tromboni li lasciamo squillare. Abbiamo posto un freno e i debiti filtri agli autori esordienti perché, è brutto dirlo, ma si creano troppe aspettative, complice questo mercato. Io credo nel talento. Ma va molto di moda difendere gli esordienti. Ripeto, basta pensare a Moresco per convincersi che la scrittura è sofferenza ed esordire deve essere difficile. Ho una visione della scrittura e dello scrivere piuttosto integralista ma è così, non tutti devono poter pubblicare.

L’imperdibile del 2010 targato Eumeswil?

Abbiamo sfornato un catalogo per il 2010 che si chiama Nemici. Lo trovi qui:

http://issuu.com/artigraficheoltrepo/docs/catalogogiusto Dentro ci sono autori molto importanti come Regìs Jauffret, Carlos Raul Maìcas, Valter Bingahi, Paolo Mastroianni, Anna Maria Papi, Giacomo Sartori, Marino Magliani, Riccardo Ferrazzi, Mario Capello. Recentemente si sono aggiunti Francesco Forlani e Franz Krauspenhaar. Questi sono, oltre a bravissimi autori, anche persone che hanno creduto nel nostro progetto. 

Nemici, come noi, perché stando a quanto dicono i “capoccia” della distribuzione, il nostro catalogo è… troppo “di progetto”. E in un mercato in cui l’editore di “progetto” è Vasco Rossi… 

Quale è la critica più feroce che hai ricevuto e cosa hai fatto per smentirla nei fatti?

Ecco, infatti. Il catalogo di cui sopra è frutto di una notte di sana follia dove con il nostro condirettore editoriale che è Francesco Forlani, abbiamo passato ore febbrili a reclutare autori e a (stra)parlare di letteratura e letterature, mentre fuori dagli uffici le macchine da stampa di Arti Grafiche Oltrepò stampavano libri su libri. Un vero e proprio book-around-the-clock, finalizzato ad impressionare la società di promozione che ci aveva concesso un appuntamento. Alla fine abbiamo preso a manifesto per la nuova linea editoriale una frase di Philippe Muray che recita più o meno così: “Come pensare al romanzo, a quest’arte della circospezione, della diffidenza, del dubbio, della libertà, della critica in atto e della rivelazione dei retroscena del tutto, senza avere in mente, come una collezione di marionette più o meno spaventose, buffe, terrorizzanti tutte le figure moderne della vigilanza risentita , dell’etica furbetta e accigliata, della buona coscienza senza frontiere, della cultura canonizzata, dell’effusione, dell’indignazione di paccottiglie e della denuncia senza alcun rischio? Senza sapere in cosa stia bollendo la nostra epoca?”.

La critica è stata Voi avete un catalogo troppo di progetto, come facciamo noi a spiegare al libraio in due paole chi siete e cosa fate?

Non sono in grado di smentire, all’oggi, quella che non considero una critica, ma che per il mercato di oggi lo è senza dubbio… Penso che i nostri libri parleranno per noi e vedremo chi avrà ragione.

Avete un comitato di lettura a cui fate leggere i manoscritti che vi inviano? Dove e come li scegliete i membri di questi comitati?

Siamo molto legati al nostro comitato editoriale. Settecolori è una collana nata con l’intento di portare in Italia autori internazionali di altissimo livello. Ogni area linguistica è rappresentata da un colore e così della Francia per esempio se ne occupa Francesco Forlani, della Spagna Marino Magliani, dell’Inghilterra Andrea Vercesi, della Germania Domenico Pinto, degli esordienti italiani Gianluca Morozzi e via così. Ma ovviamente vogliamo anche fare letteratura italiana. Un’altra critica che ci è stata mossa è Come fate a fare narrativa italiana? Ed ecco la differenza tra l’Italia e il resto del mondo. Dovunque, nell’arte, nella moda, nel design ci ammirano e ci stimano, all’estero. Sembra che invece non abbiamo una letteratura nazionale. Così importiamo e basta, perché vendere Wilbur Smith al posto di Lucio Mastronardi è più facile. Poco importa se il primo è uno scritorucolo da strapazzo mentre il secondo ha toccato i nervi dell’anima e della vita…

In Italia ci sono molti concorsi e premi letterari, cito il più importante lo Strega, pensi che vinca veramente il libro migliore o ci sono giochi sottobanco orchestrati dagli editori più forti sul mercato?

Domanda di riserva? Lasciamo stare i premi… uno scempio. Stiamo lavorando per istituire “Gli oscar dell’editoria indipendente”. Non avremo “amici della domenica” ma “compagni di merenda” amanti come noi della “letteratura pane e salame” e ne vedremo delle belle. I premi? Gossip. Eppure i critici bravi esistono.

In un certo senso il successo di un libro è merito dei librai. Sei d’accordo con questa affermazione?

Verissima. Peccato che il Italia, il 70% dei libri si vende nelle librerie editoriali. Neanche di catena, editoriali proprio. Filiere autonome. I grandi gruppi hanno le librerie in franchising, le tipografie, la distribuzione e la gdo, la casa editrice… Ecco perché tu, editore, per loro, sei pur sempre un competitor… Barnes & Nobles sono librai… Feltrinelli, Mondadori, Giunti… Mel Book Store e via dicendo sono anche e soprattutto editori. Che equità ci può essere un sistema del genere? E poi c’è il problema dei librai indipendenti… Stritolati da sovrasconti e dalla logica per cui, complice questo meccanismo perverso dei giochi di potere e dei consigli di amministrazione, un libro arriva sullo scaffale di una libreria editoriale spesso già scontato del 15%.

Un libraio indipendente, che è colui che ha passione per i libri, fa fatica a sopravvivere quando riceve invii d’ufficio che da soli fanno il fatturato di un mese. Si regge sui best-sellers che gli mandano e magari ha l’affitto da pagare i figli da mantenere, le rate, l’assicurazione, una casa… Un editore di progetto risulta una scommessa poco credibile… meglio puntare sui blockbuster.

Pensi che ci siano metodi leciti e illeciti di influenzare i gusti del pubblico? Quale è la peggiore scorrettezza che ti è capitato di vedere e alla quale ti sei opposto?

Ma guarda le scorrettezze sono all’ordine del giorno. Io odio i ladri di idee e chi vive di gloria sulla pelle degli altri. Poi odio quegli editori che in tre mesi sfornano il libro dell’anno sfruttando il caso di cronaca che ha fatto discutere. Altra scorrettezza sono quelle mafie che complici tipografi e distributori senza scrupoli portano al fallimento marchi ormai ultradecennali per poi acquisirli a poco prezzo. Un meccanismo becero che andrebbe punito.

Cosa ne pensi del panorama editoriale italiano? Pensi che l’improvvisazione e la scarsa professionalità siano i peggiori difetti?

Un po’ ti ho già espresso il mio pensiero sul panorama editoriale italiano. Sì, penso che l’improvvisazione e la scarsa professionalità siano davvero un guaio. Un editore deve sapere tutto, non può non conoscere in profondità e nel dettaglio il suo lavoro. Ci sono editori che non sanno quel che vogliono e si affidano ad altri… questo è triste.

Cosa pensi degli editori a pagamento? Una piaga o un’ opportunità?

Anche qui ci sono dei distinguo. Io non sono né pro, né contro. Quando l’editore a pagamento fa bene il suo mestiere e ti guida passo a passo nella pubblicazione… non ci vedo nulla di male. Però il sottile confine tra correttezza e scorrettezza, tra legalità e illegalità deve essere rispettato. Non può e non deve esistere un editore che alimenta false promesse e i numeri devono essere equi: non puoi far pagare ad un autore 5000 € per 200 copie.

Sono molto convinto che un valido aiuto per esempio sia il book-on-demand. Con le nuove teniche di stampa i costi sono stati abbattuti e con 300/400 € uno si fa le sue brave cento copie…

Sarai presente con uno stand al Salone del Libro di Torino?

Nemmeno morto. Una fiera dove il lettore paga 10 € di ingresso e dove la tassa di iscrizione per gli editori è passata da 300 a 450 € in un anno non è una fiera, una festa, ma un funerale.

Raccontaci un tuo sogno nel cassetto, un progetto che da tutta la vita sogni di realizzare.

Nel 2004 ebbi l’idea di una free-press letteraria. Nel 2007 nacque Satisfiction, grazie oltreché a Serino, anche all’aiuto di Valeria Gasperi. E’ bene ricordarlo perché quella che oggi è la rivista di Vasco Rossi, nacque per mia volontà, da una mia idea, con i miei sforzi. L’idea che mi ero proposto era quella di favorire, con la freepress, editori indipendenti e autori esordienti di talento. Dopo Satifiction tutti si sono cimentati chi più chi meno col freepress. Ma poi la rivista è diventata altro ed è diventata nel corso degli anni una rivista ad immagine e somiglianza del suo creatore, persona che stimo ancora, nonostante tutto, ma molto rumorosa, che favorisce i soliti noti per puntare ad inediti di alto livello e che non fa letteratura viva, ma gossip editoriale, proponendo autori morti e sepolti da un pezzo pur di riempire le pagino della cultura dei quotidinai, per fare scoop. La rivista che vorrei io è una rivista combattente. Un rivista che faccia politica. Che favorisca le piccole case editrici e il talento. Pur non condividendo in tutto e per tutto la linea ritengo che in Italia la migliore rivista letteraria sia Il Primo amore e mi fa molto piacere che sia nata anch’essa, come Satisfiction, a Pavia, piccola capitale del libro in Italia con una delle migliori case editrici sul mercato che è Effigie, un esempio e un modello per tutti noi giovani editori pavesi. Ci arrivo eh… Satisfiction è stata sostituita da No Tag che curiamo assieme a Mario Capello, ma non è abbastanza perché io sono megalomane e il mio sogno è quello di un quotidiano. Quotidiano degli scrittori. Un sedicesimo tutti i giorni, sedici semplicissime pagine in bianco e nero. E poi dietro al quotidiano, magari, un partito politico degli scrittori, che proponga come soluzione agli investitori dei mercati flagellati dalle crisi e dalle speculazioni, di investire in poesia… Ecco. Lo dichiaro sin d’ora, perché se poi mi fregano anche queste idee… stavolta non la passano liscia:) 

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3 Risposte to “:: Intervista a Paolo Pedrazzi Direttore Commerciale di Eumeswil Edizioni e del Gruppo editoriale Arti Grafiche Oltrepò”

  1. tiptop Says:

    Leggere questo post mi conferma la sensazione che ho avuto conoscendovi alla presentazione del Magazzino delle Alghe, al Blam…"questi mi sembrano svegli".Ciao!

  2. utente anonimo Says:

    Interessante intervista. Spiega molto bene in che stato si trova l'editoria italiana, e leggendovi mi rincuora sapere che c'è gente tenace che ancora crede nel proprio lavoro.Editare e pubblicare un manoscritto non è scelta facile, a meno che non si sia la solita "tipografia sotto casa".factotum.splinder

  3. I promessi sposi: il ritorno! | Roberto Bonacina Says:

    […] casa editrice nata con una solida base filosofica alle spalle”, come dice in questa intervista). Grazie al sodalizio fra autore ed editore, dice, è possibile rendere accessibili al pubblico […]

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