Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La bella addormentata, Ross Macdonald, (Polillo, collana I Mastini, 2014) a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2014

rossProbabilmente senza Dashiell Hammett e Raymond Chandler, di Ross Macdonald ne avremmo sentito parlare di più. Sebbene tutti e tre siano indiscussi maestri dell’hardboiled, la fama di quest’ultimo non si può dire che non sia stata oscurata dai precedenti. A torto o a ragione, i critici sono discordi nello stabilirlo, pur ammettendo i debiti indubbi che Macdonald deve ai due più anziani capostipiti del genere.
Da lettrice, pur confessando la mia assoluta venerazione per Raymond Chandler, autore che, a forza di rileggerlo, ha inesorabilmente cambiato il mio stile di scrittura, devo ammettere che pur conoscendolo meno, per cui è ancora fonte per me di novità e stupore, Ross Macdonald e la sua nerissima assolata California sono parte del mio immaginario, e parte considerevole pure. Dei tre forse è Dashiell Hammett quello che ho colpevolmente trascurato, sebbene conservi gelosamente parecchi dei suoi libri da Piombo e sangue, Il bacio della violenza e Il falcone maltese. Raymond Chandler ha dalla sua uno stile letterario strepitoso, da ultimo romantico, sebbene tratti nei suoi libri di crimini e delitti. Ross Macdonald invece dei tre è il più attento alle dinamiche sociali, oltre che il più giovane, (morì nel luglio del 1983, all’età di 67 anni, mentre Hammett e Chandler nacquero a fine ottocento) per cui per interessi e sensibilità è quello che mi è più vicino.
Marito di Margaret Millar, (leggete se vi capita Quando chiama una sconosciuta, originalmente pubblicato nel 1955, sempre edito da Polillo nella collana i Mastini), Ross Macdonald è un autore che merita attenzione e merita di essere letto, per lo meno più di quanto oggi si faccia. Per cui ringraziamo la Polillo, che ha dedicato il suo 18° Mastino a La bella addormentata (Sleeping Beauty, 1973), tradotto da Giovanni Viganò, penultimo romanzo dedicato al ciclo di Lew Archer. (L’ultimo sarà The Blue Hammer, Lew Archer e il brivido blu, edito originalmente nel 1976.)
La trama non si discosta dai canoni classici del hardboiled, né brilla per eccessiva originalità, ma sarebbe un errore farsi scoraggiare, è la qualità della scrittura dell’autore a fare la differenza e a rendere questo libro uno dei capolavori del genere. La famiglia è un tema cardine della narrativa di questo autore, legami tra padri e figli, mogli e mariti (e amanti), intrighi, macchinazioni, tradimenti, insomma tutto l’arsenale che entra in gioco quando il denaro ci si mette di mezzo, trascinando i personaggi in un vortice (e per l’appunto Il vortice, (The Drowning Pool) è un titolo della serie) di menzogne e vendette, che lasciano quasi sempre ben poco scampo. La critica sociale ha un ruolo fondamentale nei suoi romanzi, unita a un disincantato sguardo su vizi e (poche) virtù di una generazione per lo più allo sbando, per lo più incapace di trovare un proprio baricentro, morale soprattutto.
Lew Archer (a differenza di un Philip Marlowe, apparentemente cinico “fustigatore” ma in realtà personaggio “interno”) è soprattutto un osservatore, seppur non privo di debolezze, una voce fuori dal coro, un testimone, ecco il termine giusto, di questa disgregazione e degenerazione della società americana. Consideriamo anche solo la differenza tra un carismatico Humphrey Bogart (gentiluomo vecchio stile, con una rigida seppur personalissima moralità) e uno scanzonato e dissacrante Paul Newman, (capace di telefonare in piena notte alla moglie, mettendo in scena uno dei suoi soliti scherzi) attori che portarono rispettivamente i due personaggi di detective privati sullo schermo.
In La bella addormentata abbiamo un padre facoltoso, una figlia ribelle e un presunto rapimento. Il padre crede di comprare tutto con i soldi, i segreti di famiglia si moltiplicano, spuntano delitti commessi anni prima e intanto il lettore si trova catapultato in un’ epoca apparentemente luminosa e sfolgorante, in cui il marcio è nascosto nelle pieghe delle ombre. E Lew Archer, eroe fondamentalmente onesto e incorrotto, scava e indaga, non lasciando che il fango (o la marea nera di petrolio, del simbolico incipit) lo sommerga, restando più un uomo che un personaggio letterario, proprio come era nelle intenzioni dell’ autore. Da riscoprire, non ve ne pentirete.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, assunse uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia — I Mastini n. 13), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre — I Mastini n. 4) e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: Tutti all’inferno, Stefano Di Marino, (Novecento media, 2014) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2014

dimarinoinfernoSullo sfondo di una Milano noir, gelida, grigia, brumosa, di un autunno che sembra già inverno, Stefano Di Marino tira le fila di un noir metropolitano, (genere che se vogliamo è capace di trarre da questo autore il suo meglio), dal titolo significativo Tutti all’inferno, edito nella collana Calibro 9 di Novecento media.
Tra le mille ambientazioni dei suoi racconti e romanzi, Milano è lo scenario che Di Marino conosce meglio. E’ la sua città, e come un animale notturno ne conosce i mille angoli, le sue insegne al neon, i cambiamenti che in questi anni ha subito, l’atmosfera che si respira nei quartieri più popolari, nelle palestre di arti marziali, nelle sale massaggi cinesi, nelle officine, nei bar e locali frequentati da tutto quel sottobosco ai margini della legalità, fatto di prostitute, papponi, spacciatori, scippatori, piccoli truffatori, ricettatori, giocatori d’azzardo.
Una Milano molto diversa dall’immagine glamour e patinata della Milano da bere degli anni ’80 e ’90, che ancora resiste forse nelle settimane della moda, con i suoi riti, gli aperitivi, le feste. E Di Marino sa sporcare questo immaginario con la realtà, come pochi altri autori sanno fare, aggiungendoci forse un pizzico di violenza in più rispetto ad altre sue storie.
La mala milanese di una volta, la ligera, il lato oscuro degli anni dopo il boom, quella che vive nei canti popolari (molti in dialetto) portati al successo da Ornella Vanoni o Nanni Svampa, è un topos letterario che di cantori ne ha avuti molti da Scerbanenco, il più conosciuto, ad altri meno noti come Bruno Brancher, (ma da riscoprire) e se vogliamo Di Marino prende il testimone proprio da questi autori e ci narra come è mutata, come la criminalità organizzata, (per lo più straniera) l’ha modificata corrodendo alla radice molto del romanticismo che una volta l’ammantava.
Ora mafiosi dell’est, cinesi, turchi, africani, arabi, hanno dato alla criminalità un volto più cattivo, cinico, spietato, e proprio questo volto Di Marino ci narra, con il suo stile asciutto, e ruvido, nato dalla visione di tanto cinema noir francese, dalla lettura di tanta letteratura di genere, non solo la più commerciale. Come sempre, consapevolmente o meno, ne nasce una affresco sociale, attento ai cambiamenti, alla crisi economica sempre più devastante (il rito dell’aperitivo, trasformato in una patinata mensa per poveri che con pochi euro permette di sfamarsi, quando una volta era un rito sociale), alle guerre tra antico e nuovo, venato di amaro disincanto, ma carico di quell’amore fou che rifugge dalla lucidità a tutti i costi per parlarci di sogni e aspirazioni di emarginati, sconfitti, disperati.
Dunque una nuova serie con nuovi personaggi, un pizzico di cattiveria in più, e nuovi scenari da indagare. Un legame tra i personaggi principali che forse diventerà una storia d’amore, ma ancora tratteggiato, niente di definito. Un grisbi da recuperare che scatena una spirale di vendetta e di violenza. Guardie e ladri che si inseguono. E sullo sfondo come dicevo all’inizio Milano. La Milano di oggi, con i suoi palazzi tirati su per Expo 2015, le strade piene di traffico, tutte luci nella notte, i commissariati di polizia con le loro beghe interne.
Dialoghi realistici e convincenti impreziosiscono uno stile apparentemente (e volutamente) spoglio e disadorno, ma funzionale all’azione, sincopata, veloce, dura (fatta di pestaggi, aggressioni, vere e proprie esecuzioni, sparatorie, rapine) come in ogni nero italiano che si rispetti. Capitoli brevi, repentini cambi di scena, ripropongono uno schema narrativo classico, capace di tenere alta l’attenzione del lettore, fino al finale in cui bene o male tutti arrivano alla resa dei conti. Buona lettura.

Stefano Di Marino (Milano 1961), scrittore, traduttore, sceneggiatore di fumetti. È autore di polizieschi, gialli, thriller e fantasy – che firma sia col suo nome, sia con quello di Steve De Marino, sia ricorrendo a vari pseudonimi –, nonché di saggi sulle arti marziali di cui è grande appassionato. Tra i suoi romanzi, Il Cavaliere del Vento, Quarto Reich, Ora Zero, la trilogia di Montecristo, Pietrafredda.

:: Un passo di troppo, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2014

patropgrandeMaestro indiscusso dell’action thriller Lee Child, pseudonimo di James R. Grant, è un autore capace di imbastire trame, giocate quasi interamente sui dialoghi, che grazie al personaggio di Jack Reacher rimangono nell’immaginario comune. Così è anche questa volta con Un passo di troppo, (The Hard Way, 2006), decimo episodio della serie. Un buon thriller, scritto in terza persona, duro, veloce, pubblicato ormai qualche anno fa, (per la precisione nel 2006, in America per la Delacorte Press, ramo della Random House, e in Italia quest’anno per Longanesi e tradotto dall’ormai traduttrice storica di Child, Adria Tissoni), ma che non accusa il passare degli anni. Come il buon whiskey anzi il tempo lo migliora, e se anche l’ordine di pubblicazione in Italia non è stato cronologico, (ne ignoro i motivi, forse questioni di diritti) poco ne risente il lettore sempre felice di accompagnare Jack Reacher nei suoi vagabondaggi senza meta in giro per l’America.
Questa volta siamo a New York, Jack se ne sta per i fatti suoi a sorseggiare un caffè in un bicchierino di polistirolo in una di quelle tavole calde, immortalate da Edward Hopper (immagine tra l’altro ripresa dalla copertina americana). Fuori seduto ai tavolini in una piacevole notte estiva vede dall’altra parte della strada un uomo che si avvicina a una Mercedes e qualcosa scatta nella sua mente. Il suo spirito di osservazione registra un’anomalia, che sfuggirebbe a chiunque ma non a lui. E non si sbaglia. Il giorno seguente ritorna nello stesso bar e un uomo si avvicina al suo tavolo. Lavora per Edward Lane, proprietario di un’agenzia di contractor, e cerca testimoni.
L’uomo visto la sera prima da Reacher non era altro che un rapitore che andava a ritirare un riscatto. Infatti moglie e figliastra di Edward Lane sono apparentemente state rapite e la trattativa per il rilascio sembra andare per le lunghe. Sempre nuove richieste di soldi e la liberazione degli ostaggi sempre più lontana. Reacher è consapevole che i casi di rapimento quasi mai vanno a buon fine, ma quando Lane gli chiede aiuto, proponendogli di assumerlo e promettendogli un milione di dollari, accetta. Il suo senso del dovere e della giustizia supera l’antipatia che prova per l’uomo che senza dubbio nasconde qualcosa. E di cose poco chiare su Edward Lane Reacher ne scoprirà parecchie. Aiutato da un’ex agente del FBI, che dirigeva il caso del rapimento della moglie precedente di Lane, ora diventata investigatore privato, arriverà alla verità, in un finale alla Jack Reacher naturalmente.
Dunque è la storia di un rapimento, tipica di molti plot giocati sulla suspense, (la domanda che ci accompagnerà fino alla fine è: riuscirà il protagonista a salvare madre e figlia?) ma caratterizzata dallo stile inconfondibile di Child che alterna azione pura, alla Robert Crais per intenderci, (altro autore che, per chi piace il genere, è sempre una conferma), a un ottimo ritratto di luoghi e personaggi, anche i minori, su cui naturalmente spicca Jack Reacher di cui finalmente abbiamo un ritratto fisico: alto, massiccio, capelli corti biondi, occhi azzurri, aria un po’ sgualcita di chi ama fare a botte. Questa volta coinvolto, per caso, in un rapimento anomalo, se vogliamo.
Naturalmente il nostro eroe non se ne può stare con le mani in mano quando c’è una donna e una bambina in pericolo, e a suo modo farà di tutto per salvarle, anche se significa mettersi nei guai e avere a che fare con ex militari, rapitori, poliziotti, insomma gente pericolosa, armata fino ai denti e che conosce la violenza. Lee Child comunque non si smentisce e imbastisce un thriller adrenalinico, serrato, in cui lo scorrere del tempo accresce la tensione verso un finale spiazzante, (anche se naturalmente che un certo personaggio fosse un bastardo è un sospetto che viene già dalla sua prima apparizione). Quindi dimenticate la noia e i tempi morti, Lee Child in questo campo è il migliore. Unico punto debole, è che i suoi romanzi si leggono troppo in fretta e subito sono già finiti.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. www.leechild.com  Sito ufficiale (in inglese)

:: La rivalsa delle scimmie, Aldous Huxley, (Gargoyle, 2014) a cura di Davide Mana

3 giugno 2014

larivalsadellescimmiewebEd era vostro nonno, oppure vostra nonna, ad essere una scimmia?”

È impegnativo, chiamarsi Huxley, e scrivere di scimmie.
Il 30 giugno 1860, il vescovo Samuel Wilberforce (noto ai suoi ammiratori come “Soapy Sam” – “Sam il viscido”) chiese a Thomas Huxley (noto ai suoi ammiratori come “il Mastino di Darwin”) se si considerasse un discendente di scimmie da parte di padre o di madre.
Si era in quel di Oxford, durante un dibattito sulle teorie di Charles Darwin.
Secondo i testimoni, Huxley mormorò “Ecco, Dio ha posto quest’uomo nelle mie mani affinché io possa farne ciò che voglio“, e poi rispose che non ne aveva idea di quale ramo della sua famiglia fosse scimmiesco, ma si sarebbe vergognato di più ad avere fra i propri antenati una persona che usasse le proprie doti per offuscare la verità.
Ottantotto anni dopo, il nipote di Thomas Huxley, Aldous Huxley, pubblicò una storia intitolata Ape and Essence, sulla quale l’ombra di quel confronto oxfordiano grava inequivocabilmente.
Distopico e pessimista, il libro – che ora viene tradotto e presentato al pubblico italiano da Gargoyle col titolo di La Rivalsa delle Scimmie – si apre il giorno dell’omicidio di Gandhi (il 30 gennaio 1948) e utilizza un espediente narrativo classico – quello del manoscritto ritrovato – per trasportare il lettore in un mondo post-apocalittico.
Una sceneggiatura mai realizzata e fortunosamente riscoperta descrive un mondo da incubo: le scimmie hanno cancellato la civiltà umana, scatenando una guerra termonucleare e biochimica.
Sopravvive la Nuova Zelanda, e da qui, un secolo dopo la caduta, una spedizione di scienziati si dovrà confrontare con ciò che adesso è il genere umano – un’orida dittatura religiosa che pratica una forma radicale di eugenetica, e che adora il demonio.
Nella scena culminante della sceneggiatura ritrovata, uno degli scienziati si confronta con il “vicario” a capo della comunità – in un duello intellettuale che ricorda da vicino quello fra Huxley e Wilberforce.
A fare da contrappunto alla narrativa principale, una serie di scene slegate mostrano diversi aspetti della civiltà delle scimmie, in una ferocissima satira della civiltà umana del ventesimo secolo.
La Rivalsa delle Scimmie è una storia feroce, ed in ultima analisi estremamente spiacevole – non c’è redenzione per l’umanità in questa storia, ed è palese che secondo Huxley è stato l’elemento scimmiesco, animale ed irragionevole a prevalere nell’evoluzione umana, tanto che la società dei babbuini descritta nel romanzo è alla fine indistinguibile dalla nostra.
Rispetto ai due lavori più vicini tematicamente nel canone fantascientifico, ne La Rivincita delle Scimmie manca l’elemento avventuroso che solleva il pessimismo de Il Pianeta delle Scimmie di Pierre Boulle, manca il positivismo che rende Genus Homo di Lyon Sprague De Camp una lettura divertente.
Opera considerata a lungo “minore” nella produzione di Huxley, La Rivincita delle Scimmie è un titolo indispensabile nella definizione della narrativa distopica, e merita una lettura – per quanto possa gettare il lettore in un lieve stato depressivo.

Aldous Huxley (1894-1963) è uno degli scrittori e intellettuali inglesi più im­portanti della sua generazione. Tra le opere più significative ricordiamo: Giallo Cromo, Punto contro pun­­to, Il mondo nuovo, Il tempo si deve ferma­re, Le porte della percezione e L’isola. Grande viaggiatore, soggiornerà in va­ri paesi, tra cui anche l’Italia, terra natale della sua seconda moglie. Dopo una lunga malattia, muore il 22 no­­vem­bre 1963, giorno dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

:: L’assassino scrive di notte, Elizabeth Daly (Polillo, collana I Bassotti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2014

assassinoL’assassino scrive di notte (Nothing Can Rescue Me, 1943), edito da Polillo nella collana I Bassotti e tradotto da Marisa Castino Bado, è un mystery classico, di un’autrice, Elizabeth Daly, vincitrice del premio Edgar per l’insieme della sua produzione (ben 16 gialli dedicati al personaggio di Henry Gamadge, bibliofilo con l’hobby del delitto) e con un’estimatrice d’eccezione, niente meno che Dame Agatha Christie, che la considerava la sua autrice americana preferita.
Con credenziali simili un po’ di curiosità è lecita, sebbene il suo nome non sia tra i più conosciuti, almeno in Italia. Per farsene un’idea la Daly esordì nel 1940 con Unexpected night edito in Italia nei classici del Giallo Mondadori con il titolo Notte d’angoscia n 812-1998, in cui per la prima volta apparve il personaggio di Henry Gamadge, giovane e coltissimo appassionato di libri antichi, detective dilettante alle prese con casi bizzarri che vedono protagonisti personaggi del bel mondo, ricchi e annoiati.
L’assassino scrive di notte ci porta a Underhill, vecchia villa di campagna poco lontana da New York, dove è ambientata la vicenda che coinvolge la proprietaria Florence Hutter Mason e lo stretto circolo di amici e conoscenti suoi ospiti. Qualcuno, sicuramente uno dei suoi ospiti, o dei suoi dipendenti, non escludendo tra i sospettati pure il giovane e sfaccendato marito, inserisce nella notte all’interno del dattiloscritto che sta scrivendo, (un romanzo d’amore), frasi minacciose che ben presto si scopre sono citazioni di autori famosi: Poe, George Herbert, John Ford e Christopher Marlowe.
Spaventata si rivolge al nipote Sylvanus Hutter, il quale contatta al suo club il vecchio amico Henry Gamadge invitandolo a Underhill per qualche giorno, per svolgere l’indagine e scoprire chi è il misterioso burlone, sempre che di una burla si tratti. Gamadge accetta, e subito capisce che lo scherzo non è così innocuo come sembra, e ben presto i suoi sospetti vengono confermati: Sylvanus viene trovato morto nel suo studio. La sua morte, svincolando il patrimonio, lascia Florence erede di un ingente patrimonio, mettendola ancora più in pericolo.
Ormai è chiaro che c’è un assassino in azione, una assassino spietato e deciso ad ottenere quello che vuole, che forse si nasconde tra i beneficiari dei sempre nuovi testamenti di Florence. Gamadge si ingegna, interroga i probabili sospetti, aiutando la polizia che brancola nel buio, ma non fa in tempo a scoprire qualcosa che l’assassino colpisce ancora, questa volta con il cianuro.
Tra testamenti, moventi riconducibili al denaro, (ma sarà solo il denaro il vero motore di questa storia assai intricata?), litigi, accuse, Gamadge si districa con la sua solita eleganza e nella conclusione classica per ogni mystery con tutti riuniti in una stanza a pendere dalle labbra dell’investigatore, scopriremo chi è l’assassino e tutti i retroscena del suo diabolico piano in cui anche la pazzia ci ha messo lo zampino.
Con stile scorrevole e una certa semplicità espressiva la Daly tesse una storia di faide familiari e intrighi, complessa e piena di vicoli ciechi, che si stempera in un finale piuttosto tradizionale. Punti forti del romanzo la simpatia di Gamadge, e lo spaccato sociale di un mondo in piena Seconda Guerra Mondiale, un mondo di ricchi naturalmente con appartamenti in città e ville in campagna, legati e lasciti, a volte vittime di matrimoni di interesse e quasi sempre di noiose conversazioni con cocktail in mano. Un mondo vano, inutile, in cui qualcosa stride ma mai abbastanza. Sempre avvolto da una nuvola rosa di leggerezza e superficialità. La Daly evidentemente parla di un mondo che consce bene e lo fa con una certa benevolenza, senza picchi di critica sociale, caratteristica che in un certo senso la accomuna alla stessa Christie, specie per l’attenzione alle strutture sociali dell’alta borghesia inglese di quest’ultima, accettate e mai messe in discussione.
Pur tuttavia la lettura è piacevole, scorre senza intoppi, divisa in capitoli preceduti da titoli ironici e esplicativi. Che il delitto non paga, è il tipico messaggio sotteso alla trama, che il denaro, a volte la vendetta, sono i moventi più comuni che spingono ad uccidere, persone anche apparentemente innocue e inoffensive, e un altro messaggio tipico di questi romanzi, in cui la figura positiva dell’investigatore si erge contro il crimine senza zone d’ombra tipiche del noir. Lieto fine naturalmente incluso, ristabilitatore di quell’ordine che il delitto incrina, anche se funestato da un senso di inevitabile tragedia che l’eroe protagonista non riesce ad evitare. Dunque sì affidabile, ma non infallibile. Buona lettura.

Elizabeth Daly (1879-1967) nacque a New York da una delle famiglie più in vista dell’alta borghesia americana dell’epoca. Dopo la laurea alla Columbia University, a partire dal 1904 insegnò per alcuni anni al Bryn Mawr College, che già aveva frequentato da studentessa. Il suo interesse principale fu il teatro, per il quale lavorò come autrice, produttrice e regista di compagnie amatoriali. Da sempre accanita lettrice di detective stories — uno dei suoi autori preferiti fu Wilkie Collins — intorno al 1930 cominciò a cimentarsi, inizialmente senza successo, nella stesura di gialli. Solo nel 1940, quando aveva già compiuto sessant’anni, diede alle stampe il suo primo romanzo, Unexpected Night (Notte d’angoscia), al quale fecero seguito altre quindici opere. Il personaggio principale, presente in tutte le sue storie, è Henry Gamadge, un raffinato bibliofilo con l’hobby delle investigazioni. Nel 1960, a poco meno di dieci anni dalla sua ultima fatica letteraria (The Book of the Crime, 1951), l’associazione dei Mystery Writers of America le assegnò il premio Edgar per l’insieme della sua produzione. Tra i grandi estimatori della Daly va ricordata Agatha Christie.

:: L’ombra dolce, Hoai Huong Nguyen, (Guanda, 2014) a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2014

ombraBreve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da Les Éditions Viviane Hamy), ci porta nell’Indocina dei primi anni ’50, durante la prima guerra tra l’esercito coloniale francese e l’esercito popolare indipendentista di matrice comunista, capeggiato da Ho Chi Minh, pressappoco quando fu ambientato Un americano tranquillo di Graham Greene, romanzo che mi è venuta voglia di rileggere e recensire.
Vincitore di una sfilza di premi tra cui il Prix Marguerite Audoux 2013, il Prix Première-RTBF 2013, il Prix du Salon du Livre de Genève 2013, il Prix Lire Élire – Bibliothèques pour tous Nord Flandre 2013, il Prix littéraire Asie de l’Adelf e il Prix du premier roman de Sablet 2013, L’ombra dolce, pur sullo sfondo di un conflitto bellico tra i più sanguinosi, ma quale guerra non lo è, ci narra la delicata storia d’amore tra una giovane ragazza vietnamita Mai, e un soldato francese Yann, separati da differenze etniche ed economiche, ma nello stesso tempo uniti da quello che Goethe ebbe modo di definire affinità elettive.
I due giovani si incontrano ad Hanoï nell’ospedale militare di Lanessan, dove Yann si trova ricoverato e la bella Mai lavora come infermiera. Tutto dicevo sembra dividerli: la guerra, appena guarito Yann sarà rimandato al fronte, le famiglie, il padre di Mai ha destinato la figlia in moglie a un ricco uomo di affari di origini cinesi, e non accetterà certo di buon grado questa intemperanza della figlia più giovane, l’educazione, la razza. Ma l’amore naturalmente supera tutti gli ostacoli o almeno ha l’illusione di farlo.
Con grande delicatezza e con uno stile poetico molto peculiare, Hoai Huong Nguyen dunque ci parla di amore, di guerra, e di quanto il destino non preveda sempre un lieto fine anche alle storie che lo meriterebbero. La dolcezza del titolo sembra la qualità principale che arricchisce le pagine e dona a questo amore, narrato con profonda sottigliezza psicologica, la sua sottile carica eversiva e ribelle. L’amore dei due giovani infatti si eleva tra il frastuono delle armi come un canto di pace, un canto in cui la bellezza della natura (anche sotto le violente intemperie) fa da contraltare alla drammaticità di eventi e ripercussioni.
Se l’amore di Yann e Mai è destinato a un futuro lo scopriremo nelle ultime pagine di struggente malinconia e fascino di questo romanzo, pagine capaci di evocare nel lettore una partecipata empatia per le sorti dei protagonisti. Ma dopo tutto l’amore è una fragile forza, molto spesso destinata a soccombere, non prima però di aver cambiato nel profondo ciò che si credeva inevitabile. E questo è già di per sé un miracolo e l’autrice ha senz’altro il merito di trovare le parole giuste per descriverlo.

Hoai Huong Nguyen è nata in Francia da genitori vietnamiti. Il suo nome significa “Ricorda il paese” in riferimento allo sradicamento della sua famiglia. Di lingua madre vietnamita, ha studiato francese a scuola. Detiene un dottorato di ricerca in Lingue moderne su L’eau dans la poésie de Paul Claudel et celle de poètes chinois et japonais e ha già pubblicato due raccolte di poesie Parfums e Déserts. Attualmente insegna Comunicazione presso un IUT. L’ombra dolce è il suo primo romanzo.

:: Nel cerchio di Bernard Minier (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

27 Maggio 2014

nel-cerchio1-185x300Dalla Francia arriva un nuovo autore da tenere d’occhio, per tutti gli amanti del thriller alla Grangè per intenderci. Si chiama Bernard Minier, e i più avveduti forse non si sono fatti scappare Il demone bianco, (da noi recensito da Stefano Di Marino, con toni più che lusinghieri anche da un punto di vista tecnico, qui trovate la sua recensione), vincitore del prestigioso Prix Polar, edito in Francia con XO Editions , (per chi legge in lingua è già possibile trovare N’éteins pas la lumière, terzo episodio della serie), con cui esordiva l’anno scorso in Italia con Piemme, editore che propone quest’anno il suo secondo romanzo, Nel cerchio.
Sempre il comandante Martin Servaz della polizia di Tolosa al centro della scena, sempre l’ombra di un pericolosissimo serial killer tutto europeo a piede libero, deciso a colpire il protagonista proprio nei suoi affetti più cari. Nel cerchio (Le cercle, 2012) tradotto da Giovanni Pacchiano, è dunque un thriller tutta suspense, colpi di scena, depistaggi, con un buono scavo dei personaggi, una certa originalità di fondo (abbiamo un poliziotto, mancato scrittore, che cita i classici latini con una certa disinvoltura) un buon senso del ritmo teso e privo di tempi morti. Lo stile scorrevole rende leggibili le quasi 600 pagine, e il gioco di incastri, con finale più che conclusivo (dell’indagine in corso per lo meno) da il là a un nuovo capitolo della serie dove forse lo scontro tra poliziotto e serial killer troverà un epilogo definitivo.
Il romanzo ha inizio nell’estate del 2010, in concomitanza con i mondiali di calcio. Un’estate dannatamente piovosa, allietata da temporali, black out, e chi più ne ha ne metta. A Marsac cittadina universitaria ai confini dei Pirenei una giovane professoressa Claire Diemar, viene uccisa nella sua vasca da bagno, legata e con una torcia conficcata nella gola. Nella piscina della sua abitazione diverse bambole galleggiano aumentando il macabro scenario di questo delitto che vede un solo presunto colpevole: Hugo, allievo della vittima, trovato drogato e in stato confusionale nella casa. Se non che la madre di Hugo, Marianne, una vecchia amante di Servaz, una donna che vent’anni prima gli aveva spezzato il cuore abbandonandolo per il suo migliore amico, presa dalla disperazione trova il coraggio di farsi viva, telefonandogli e chiedendogli aiuto.
Tentare di scagionare Hugo diventa per Servaz quasi un dovere, soprattutto quando scopre un CD di Mahler nello stereo della vittima, indizio che sembra la firma di un serial killer evaso da un manicomio criminale, sua vera e propria ossessione. Poi arriva una mail, poi le iniziali del serial killer su un tronco di un albero. Servaz sembra non avere dubbi su chi sia il colpevole.
Ora come per tutti i thriller il buon gusto impone di non andare oltre a descrivere la trama, anche se devo dire che Minier gioca parecchio con il lettore mettendo in scena un vero spettacolo di ombre cinesi, gettando i sospetti su tutti i personaggi che via via entrano in scena, dal politico che aveva una relazione con la vittima, che prima fornisce un’alibi falso e poi non vuole (o non può) fornire quello vero, al migliore amico di Hugo ritratto dalle telecamere di sorveglianza di una banca mentre abbandona il pub dove avrebbe dovuto essere, al serial killer che gira indisturbato per Tolosa, con lo scopo unicamente di vendicarsi di Servaz. Insomma di presunti colpevoli ce ne è più d’uno, e grazie all’abilità dell’autore tutti plausibili, poi naturalmente starà all’acume investigativo di Servaz districarsi tra false piste, e depistaggi veri e propri, (come lo stesso lettore) e scoprire la verità, una verità sepolta nel passato, più dolorosa di quanto Servaz vorrebbe.
Dunque che dire, è un ottimo libro, scorrevole, capace di tenere alta l’attenzione, di un autore che forse si rifà ai temi di Grangè, abbiamo una città universitaria in una valle sperduta, una verità sepolta nel passato che emergerà grazie all’acume della squadra investigativa, una vendetta se vogliamo come motore dell’intreccio, e penso a I fiumi di porpora principalmente, ma questo senso di dejavu non è spiacevole, anzi è gestito con disinvoltura da Minier, che non perde in originalità e atipicità. Forse avrei gestito in maniera più sofferta il conflitto di interesse che vive il protagonista, che però non perde in integrità, ponendo il suo lavoro di poliziotto e la scoperta della verità davanti ai suoi interessi personali. Ben caratterizzato il personaggio della figlia Margot, che si butta a capofitto anche lei nell’indagine, rivelando iniziativa e intraprendenza. Consigliato.

Bernard Minier, nato e cresciuto nel Sud della Francia, ha lavorato per anni come doganiere. Ha esordito con Il demone bianco, grande bestseller in patria, vincitore del prestigioso Prix Polar e candidato al Premio delle lettrici di Elle – così come il suo secondo successo, Nel cerchio.

:: Il quinto testimone, Michael Connelly, (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 aprile 2014

testimoneLa prima regola a cui deve attenersi un avvocato difensore è non chiedersi mai se il proprio cliente sia innocente o colpevole. Una regola che non si impara sui banchi dell’università, una regola che Mickey Haller cerca di far capire alla sua giovane associata, ancora fiduciosa, forse ingenua, avvocato per la quale hanno ancora un senso parole come giustizia, innocenza, integrità, coscienza. Haller ha imparato la lezione, ha imparato a fare i conti con la realtà per fare al meglio il suo lavoro. Ma questa lezione l’ha imparata davvero? Il dubbio è legittimo, specie se consideriamo le difficili scelte che prenderà alla fine di Il quinto testimone (The Fifth Witness, 2011), ultimo legal thriller edito in Italia, tradotto da Mariagiulia Castagnone, di quel mostro sacro che è Michael Connelly.
Diciamolo subito, scrivere legal thriller, specie basati sull’ordinamento penale americano, fatto di precedenti da conoscere rigorosamente a memoria, non deve essere una passeggiata, e se anche certamente Connelly (che avvocato non è) si sarà basato dell’aiuto di numerosi consulenti legali, i cui nomi forse appaiono nei ringraziamenti finali, sta comunque di fatto che questo autore possiede l’indubbia e piuttosto rara capacità di intrecciare espedienti, sotterfugi, procedure legali alla trama in un modo fluido e assolutamente naturale, tanto da rendere il diritto penale affascinante anche per i profani. Se comunque siete allergici alle aule di tribunale, forse non è una lettura che fa per voi, ma se non ostante leggi, cavilli, chiamate a deporre, amate lo stile di Connelly, la sua capacità di tener alta sempre la tensione narrativa, allora non resterete delusi.
Il quinto testimone è un buon Connelly, un tomo abbastanza corposo ma che si legge con gran facilità, perché la capacità di scrittura di Connelly non delude e gli permette di rendere facili e semplici trame complesse, piene di colpi di scena, e escamotage ingegnosi, e sempre motivati.
Questa volta il romanzo inizia con una forte connotazione sociale. Scritto nel 2011 in piena crisi economica, (generata dalla crisi del mercato immobiliare manifestatasi negli Stati Uniti con lo scoppio di una grande bolla immobiliare), Il quinto testimone ci presenta un Mickey Haller, disilluso ma pronto ad adattarsi ai cambiamenti economici. Abbandonate per il momento le cause penali, per mancanza di clienti solventi, Haller si occupa di aiutare le famiglie che non potendo più pagare il mutuo si vedono le proprie case pignorate dalle banche. (Dramma sociale ancora attuale, molte volte scaturito da comportamenti illeciti e fraudolenti.)
Tra i suoi clienti c’è anche Lisa Trammel, il suo primo cliente in questa nuova attività. Lisa non è affatto una vittima indifesa, anzi il suo spirito agguerrito l’ha portata a fondare un’associazione di famiglie che rischiano di perdere la propria casa, per far valere i propri diritti. Insieme manifestano davanti alle filiali delle banche, davanti ai tribunali dove si discuto i pignoramenti. Per prevenire le sue proteste la banca arriva a far emettere dal tribunale un ordine restrittivo, che non le permette di avvicinarsi alle filiali, né ai suoi impiegati.
Quando Mitchell Bondurant, l’incaricato di gestire la sua pratica viene trovato morto nel parcheggio della banca, con il cranio sfondato, Lisa Trammel diventa il primo sospettato e quando viene arrestata, in modo non tanto limpido, Haller diventa suo difensore, ritornando ad occuparsi di diritto penale, con la prospettiva di grande pubblicità e forti guadagni da una eventuale vendita dei diritti cinematografici o letterari della sua storia.
Compito principale di Haller è istillare il ragionevole dubbio nella giuria, e la sua grande occasione arriva scoprendo il legame che il morto, gravato da una brutta situazione finanziaria, aveva con un certo Louis Opparizio, perfetto uomo di paglia.
Riuscirà Haller nel suo intento, riuscirà a far liberare Lisa Trammel? In un susseguirsi di raggiri e colpi di scena, (entrerà in scena anche la mafia) si arriverà ad un finale decisamente sconcertante, ma con la consapevolezza, dopo tutto, che giustizia sia stata fatta. Forse.

Michael Connelly Negli Stati Uniti è una star, tanto che il «New York Times» gli tributa sempre il massimo degli onori, con il primo posto in classifica per ogni suo nuovo thriller. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal suo primo libro, La memoria del topo, in cui fa la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di molti dei suoi romanzi, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Da Debito di sangue è stato tratto il film diretto e interpretato da Clint Eastwood. Con Il Poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. Avvocato di difesa e La lista invece ruotano intorno a un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che nel film The Lincoln Lawyer ha il volto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, nel 2010 Connelly è stato ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature che si tiene a Roma. Il quinto testimone è il suo 23esimo thriller.

:: Giochi d’ombra, Charlotte Link, (Corbaccio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2014

giochi d'ombraIl teatro d’ombre, antichissima forma di intrattenimento diffusa sia in Europa che in Oriente, nasce molto prima del cinematografo e permette di proiettare figure fantastiche su uno schermo illuminato, creando l’illusione di immagini in movimento. Ed da questa popolare forma di teatro prende il titolo il nuovo romanzo di Charlotte Link, Giochi d’ombra (Schattenspiel, 2011), edito in Germania da Blanvalet Verlag, – München, divisione tedesca della Random House, e in Italia da Corbaccio, collana Top Thriller, con traduzione di Gabriella Pandolfo, psicothriller la cui struttura ricorda apparentemente il più classico giallo deduttivo: abbiamo un delitto avvenuto in un luogo chiuso, un lussuoso attico affacciato su Central Park a New York, un numero ristretto di possibili assassini, tutti con un valido movente, un ispettore che indaga vagliando moventi, indizi ed alibi.
Tuttavia nella più pura tradizione degli psicothriller, l’indagine poliziesca è quasi un mero pretesto per permettere all’autrice di approfondire i caratteri dei personaggi coinvolti, scavando nel loro passato, con ampi salti temporali, e anche il finale piuttosto prevedibile, si discosta dal classico colpo di scena ad effetto capace di spiazzare i lettori nella ricerca del colpevole. L’assassino è esattamente colui che possiede il movente più forte, colui che ha avuto l’occasione di compiere il delitto, anche se a giochi fatti, con la confessione del colpevole in mano, l’ispettore incaricato dell’indagine accamperà un dubbio, lasciando nel lettore un senso di sconcerto, ma sarà solo un attimo, solo una fragile incertezza, contraddetta dai fatti e dalle conseguenze finali.
Siamo dunque a New York, il 28 dicembre del 1989, David Bellino, un ricchissimo industriale, uomo ambizioso e spietato, fidanzato con Laura, una ragazza del Bronx, povera e di umili origini, dopo aver ricevuto numerose lettere minatorie, contenenti autentiche minacce di morte, stila un elenco delle persone che potrebbero mettere in atto tale piano e le invita nel suo lussuoso attico, ereditato dal patrigno, per passare il Capodanno, nella speranza di scoprire il mittente delle missive e chiarire la questione. Sono tre donne e un uomo, suoi ex compagni di collage, tutti con validi motivi per progettare la sua rovina: Mary, Natalie, Gina e Steve.
Sorprendentemente tutti accattano l’invito, mossi più che altro da contingenze economiche, sperano di ottenere da lui forti somme di denaro per risollevare le loro precarie finanze. Poi nella notte il suono dell’allarme sveglia tutti gli ospiti che si riversano in sala da pranzo e trovano Laura con i piedi legati alle caviglie e un fazzoletto in bocca. Degli intrusi sono entrati in casa. Gli uomini del catering, venuti a ritirare le stoviglie, hanno aggredito la ragazza, secondo la sua testimonianza. Poi un grido: nel suo studio David Bellino giace senza vita ucciso da un colpo di pistola. L’ispettore Kelly, chiamato ad indagare sull’omicidio, subito non crede al delitto commesso da estranei e si concentra sui cinque ospiti della casa, trovandosi così a cercare di far luce sul gioco di ombre messo in scena per lui.
Uno psicothriller dunque, in cui l’azione si svolge quasi esclusivamente nel passato, (passato portato alla luce dagli interrogatori dell’agente di polizia che indaga sul caso), di una delle autrici più vendute in Germania, un autrice che ama ambientare i suoi romanzi prevalentemente in Inghilterra, anche se questa volta sceglie sia l’ Europa che l’ America, con una puntata anche in Vietnam. Passato e presente si intrecciano, per dare profondità a personaggi non particolarmente simpatici, ma credibili, vittime più che carnefici, feriti dalla vita, dalla solitudine, dalla difficoltà di affermarsi e prendere in mano le redine della propria vita. E in questo sicuramente l’autrice è brava, anche se una certa freddezza, mi ha impedito di affezionarmi ai personaggi principali, compresa la vittima. Forse l’ispettore Kelly, è il personaggio che ho più apprezzato, e anche nel finale è quello che mostra più umanità. Tutto sommato un buon thriller, robusto, ben scritto, di solida scuola inglese, seppure scritto da un’ autrice tedesca, in cui forse le sottotrame, con la vita dei personaggi, prendono il sopravvento sulla trama principale dell’indagine, ma se amate il thriller psicologico di autori come Dorn, Thillez, e Fitzek, sicuramente troverete la lettura soddisfacente.

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche contemporanee più affermate. Deve la sua fama soprattutto alla sua versatilità: conosciuta inizialmente per i romanzi a sfondo storico, ha avuto molto successo anche con i thriller psicologici, tanto che ogni suo nuovo libro occupa per mesi i primi posti delle classifiche tedesche. In Italia Corbaccio ha pubblicato «La casa delle sorelle»; «La donna delle rose»; «Alla fine del silenzio»; «L’uomo che amava troppo»; «La doppia vita»; «L’ospite sconosciuto»; «Nemico senza volto»; la trilogia «Venti di tempesta», «Profumi perduti», «Una difficile eredità»; «L’isola»; «L’ultima traccia»; «Nobody»; «Quando l’amore non finisce»; «Il peccato dell’angelo»; «Oltre le apparenze», «L’ultima volta che l’ho vista»(tutti anche in edizione TEA) e «Giochi d’ombra».

:: Sette piccioni sporchi di sangue, Anthony Abbot, (Polillo, I Bassotti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2014

Sette-piccioni-rossi-di-sangueNew York, vigilia di Natale. Geraldine Foster, una bella ragazza prossima alle nozze, segretaria in un rinomato studio medico in Washington Square, scompare. Dopo alcuni giorni, Betty Canfield, coinquilina della ragazza, decide di informare la polizia e si rivolge a Thatcher Colt, amico di famiglia e capo della polizia di New York. Così inizia Sette piccioni sporchi di sangue (About the Murder of Geraldine Foster, 1930) pubblicato a marzo, su licenza della Mondadori, da Polillo editore nella collana i Bassotti e tradotto da Igor Longo. Primo romanzo degli otto mystery scritti da Anthony Abbot, già editi tra il 2005 e il 2008 nei Classici del Giallo, o nei gialli Mondadori. About the murder of Geraldine Foster, fu pubblicato infatti nel maggio del 2005 con il titolo L’omicidio di Geraldine Foster – I Classici del Giallo n. 1060, poi seguirono L’amante del reverendo, La signora dei nightclub, La regina del circo, Il mistero di Madeline, forse il più famoso, L’uomo che temeva le donne, La soglia della paura, e per ultimo Killer 2.
Anthony Abbot certo è un nome meno famoso di S. S. Van Dine, creatore di Philo Vance, o Ellery Queen, o John Dickson Carr, ma è un autore da riscoprire, un degno esponente della Golden Age della Detective Story e del giallo deduttivo, in questo caso di ambientazione americana. Sette piccioni sporchi di sangue, titolo forse scelto per non anticipare il primo dei colpi di scena, evidente nel titolo originale del romanzo, presenta per la prima volta al pubblico il personaggio di Thatcher Colt, elegante e arguto capo della polizia di una New York anni ’30, toccata dalla Grande Depressione, popolata da commesse e segretarie della buona borghesia, e avvocati e medici di grido eredi di patrimoni da milioni di dollari, la cui planimetria, oltre alle vie, i parchi, i grattacieli, contiene ancora colline boscose, quasi in pieno centro.
Un giallo vintage quindi, in piena tradizione pulp, sia per i temi trattati che per le tecniche narrative, prima tra tutte la moltiplicazione delle tracce per allontanare il lettore da quelle risolutive che portano al colpevole, pur giocando onestamente come prevedono le regole di Van Dine. Dunque sappiamo che un caso di scomparsa si trasforma in un delitto, con un primo sospettato (che subirà in ordine un durissimo terzo grado – senza neanche essere arrestato, solo come testimone reticente – la macchina della verità, e il siero della verità, tutti metodi polizieschi non regolamentari, o umani, nel primo caso – si arriva a giustificare la violenza negli interrogatori con individui che considerano la violenza normale e comprendono solo il dolore fisico!), perseguito accanitamente dal procuratore distrettuale, Merle Dougherty, arrampicatore sociale che punta a diventare Governatore, quasi deciso a mandare sulla sedia elettrica il primo che passa, (ancora meglio se un ricco medico come Humphrey Maskell, capace di garantirgli le prime pagine di tutti i giornali), personaggio quasi grottesco che fa risaltare invece le doti investigative e umane del protagonista.
Gran parte del romanzo sarà occupato da questa vicenda, mentre l’intuizione che porterà il capo della polizia ad escludere tutti i sospettati e orientarsi in un’ unica direzione, resta un po’ fumosa e verrà spiegata solo nei capitoli finali, anche se va detto, ho individuato l’assassino già dai primi capitoli, quindi l’autore non fa nulla per depistare, nascondere indizi, imbrogliare il lettore.
Tornando alla trama, Thatcher Colt con l’aiuto del suo segretario e assistente Anthony Abbot, (voce narrante del romanzo, espediente narrativo già usato per esempio da Ellery Queen), inizia a indagare sulla scomparsa della ragazza e si reca nell’appartamento dove viveva. Qui scopre alcuni frammenti di una lettera scritta da Geraldine che ipotizzano un eventuale ricatto: la ragazza infatti richiede la somma di 4000 dollari (il padre della ragazza se non ricco è sicuramente benestante disponibile ad aiutarla anche economicamente) ad un misterioso destinatario per non rivelare alcuni particolari compromettenti. Poi un altro particolare incongruo, insospettisce il capo della polizia: l’inchiostro usato per scrivere questo messaggio è diverso dall’inchiostro solitamente usato dalla ragazza, e qui ad una sola occhiata Thatcher Colt capisce la marca dell’inchiostro, confermata poi da Betty Canfield, che gli porta la boccetta appena comprata da Geraldine. Inoltre cosa apre la chiave trovata in una giacca della ragazza? La Canfield non sa dare spiegazioni.
Poi altri particolari non tornano: qual è il motivo del litigio con il suo fidanzato, che ha portato alla rottura del fidanzamento? Qual è il motivo del litigio con il suo datore di lavoro avvenuto il giorno stesso della scomparsa? E chi è la donna misteriosa che il dottore dice di aver visto nel suo ufficio alla ricerca di Geraldine Foster, poi scappata via in taxi e soprattutto perché borsa e pelliccia della ragazza si trovano in uno sgabuzzino dello studio, quando sicuramente il giorno della scomparsa era una giornata fredda e la ragazza non poteva di certo uscire senza? La vicenda ha uno sviluppo drammatico quando Betty Canfield trova altri frammenti della lettera ricattatoria, che citano una misteriosa casa in Peddler’s Road. Qui Anthony Abbot e Betty Canfield fanno una macabra scoperta, anticipata dal rinvenimento di sette piccioni morti imbrattati di sangue umano.
Un libro davvero interessante, scorrevole, capace di coinvolgere il lettore nella sfida alla ricerca dell’assassino. Cercherò di recuperare anche gli altri sette di Abbot.

Anthony Abbot (1893-1952), pseudonimo di Charles Fulton Oursler, nacque a Baltimora, nel Maryland. Abbandonata la scuola in giovanissima età, svolse svariati mestieri – impiegato in uno studio legale, imballatore in un grande magazzino, prestigiatore nei night-club – prima di scoprire la vocazione per la scrittura. Dopo aver lavorato come reporter per il Baltimore American, nel 1918 si trasferì a New York dove, di lì a poco, venne assunto dalla McFadden Publications, una casa editrice di riviste popolari. Sotto lo pseudonimo di Anthony Abbot pubblicò otto gialli che risentono dell’influenza di S. S. Van Dine e del primo Ellery Queen. Nel romanzo d’esordio, About the Murder of Geraldine Foster (Sette piccioni sporchi di sangue) introdusse il personaggio ricorrente di Thatcher Colt. Nel 1949, quando ormai le sue storie poliziesche erano solo un ricordo, conquistò vasta fama con The Greatest Story Ever Told, il racconto della vita di Cristo, un bestseller da oltre due milioni di copie da cui nel 1965 venne tratto un kolossal cinematografico. Viaggiatore instancabile e uomo dai molteplici talenti, Oursler fu anche responsabile editoriale del Reader’s Digest, conduttore radiofonico, sceneggiatore, critico, ventriloquo, investigatore dell’occulto e agente sotto copertura per l’FBI. La sua autobiografia, Behold This Dreamer, uscì postuma nel 1964.

:: Inverno rosso, Luca Rinarelli (Eris edizioni, 2014) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2014

cover-inverno-rossoLa saga noir di Werner Hartenstein, ex agente segreto della DDR in trasferta a Torino, iniziata con il folgorante In perfetto orario, giunge al secondo episodio. Ad aprile, infatti, per Eris Edizioni uscirà Inverno rosso, romanzo che ho avuto modo di leggere nelle sue varie fasi di stesura. Doveva portare un altro titolo, che a dire il vero non mi piaceva, perciò approvo senz’altro la scelta del nuovo titolo che campeggia nella bellissima copertina disegnata da Marco Martz, che impreziosisce il libro anche di altre tavole, stilisticamente molto adatte ad esprimere lo spirito del testo.
Il personaggio di Werner Hartenstein sembra uscito da quelle saghe di Segretissimo anni ’70, prima che il muro di Berlino crollasse a causa della globalizzazione e dello sfaldarsi del vecchio regime sovietico. Poi la Germania Est si ricongiunse con la Germania Ovest, e non fu un’operazione indolore. Werner sembra portare su di sé le cicatrici di questo passaggio, una certa malinconia e nostalgia, forse per la sua giovinezza, e nello stesso tempo un vago senso di colpa, per il suo passato personale, fatto di violenza e sopraffazione. E in questo dualismo profondamente umano, dolorosamente realistico, risiede la bellezza del personaggio, che in questo episodio si arricchisce di sfumature che fanno luce sul suo passato: il suo lavoro di agente, il suo rapporto con Hans, maestro e mentore, il senso di colpa legato al padre, usato dai Servizi della DDR per costringerlo a compiere imprese che ancora lo tormentano.
Inverno rosso, romanzo profondamente noir nella misura in cui investiga nelle pieghe oscure sia dell’animo dei personaggi, sia della società, oppressa della crisi economica e morale, teatro di uno scontro di volontà in cui non è affatto irrealistico e immaginario il sorgere di organismi internazionali capaci di compiere le peggiori azioni in nome della sopravvivenza, o meglio dell’autoconservazione. Cinismo, spietatezza, corrosiva ferocia si uniscono a discorsi puramente economici, disumani quanto inutili.
La storia, ambientata in una Torino invernale molto simile a Berlino, come fa notare Pandiani nella sua puntuale prefazione, «In una Torino simile a Berlino, con le stesse nebbie e la neve che copre anche i pensieri peggiori, dove il muro non divide l’est dall’ovest ma piuttosto il benessere dal malessere, Luca Rinarelli ambienta una storia secca e gelata come la vodka che beve il suo protagonista.», ha inizio con la morte apparentemente accidentale di numerosi clochard, troppi per essere solamente un dato che rientra nelle statistiche. Ma per Werner non sono solo numeri, molti sono “amici”, che hanno diviso le stesse strade che lui percorre ogni giorno. Indagando su queste morti scopre che non sono affatto incidenti, ma morti programmate, da persone senza scrupoli con un piano strutturato e follemente sistematico. E strumento di queste morti è proprio qualcuno che viene dal suo passato, un passato che vorrebbe dimenticare, ma è presente con i suoi fantasmi e le sue occasioni perdute.
La componente sociale in questo noir non è di minor importanza della descrizione dei luoghi, degli ambienti, della geografia postindustriale di una città in cui convivono vecchie ricchezze e nuove povertà. Il grigiore della crisi, gli immigrati dell’est, i vagabondi e i senzatetto, fanno da sfondo a una realtà urbana ibrida e desolata, ma ancora capace di conservare sacche di altruismo, solidarietà, amicizia e proprio questa incongruenza crea quel senso di realismo, e autenticità che dona a questo noir un’ anima, una peculiare concretezza.
La scrittura è semplice, fluida, bilanciata, alterna parti descrittive a dialoghi immediati e schietti. Nessun fronzolo, nessuna eccessiva deriva verso il sentimentalismo, specie quando il protagonista fa i conti con il suo passato, con l’amicizia che lo legava al suo Maestro, ora materializzatosi nel suo peggior nemico, nell’uomo che lui si rifiuta di essere, non ostante l’abisso sia così vicino, quasi inevitabile. Hans potrebbe essere tranquillamente il suo doppio, l’uomo che avrebbe potuto essere. Ma Werner in fondo è una persona gentile, con un’etica, una coscienza, sentimenti ed emozioni, non la macchina per uccidere che i suoi ex capi avevano programmato. Lui non agisce per tornaconto, non si è adeguato alla legge del denaro che regola i sistemi capitalistici in cui ora vive, conserva una romantica ideologia fatta di giustizia, solidarietà, onestà, capace di redimerlo in fondo, se di redenzione si può parlare.
Come ogni noir che si rispetti le parti buie sono più frequenti di quelle luminose, ma non è la tristezza e la disperazione a prevalere, ma una ragione, la ricerca di suo padre, moto proprio che sicuramente si svilupperà nel prossimo romanzo della serie. Perché la storia di Werner non finisce qui, questa è solo una tappa. La recensione esce in anteprima, il libro uscirà il 15 aprile.

Luca Rinarelli è nato nel 1975 a Torino, strana città in cui si ostina a vivere.
Storia del Novecento, fotografia e cinema le passioni di sempre. Si è occupato per anni di persone senza fissa dimora. Ha pubblicato i romanzi In perfetto orario (Robin 2009) e La gabbia dei matti (Agenzia X 2011). È uno degli autori della biografia Dalla parte degli ultimi, (Edizioni Gruppo Abele). Ha pubblicato in e-book il racconto H, selezionato dal concorso Corpifreddi. I suoi racconti sono pubblicati in varie antologie come Un giorno a Torino – Calibro 9 (Novecento Media). Inverno rosso è il suo terzo romanzo.

:: Rubaiyyat, Umar Khayyam, (Newton Compton, 1973) a cura di Laura M.

17 marzo 2014

ritrattoQuesta traduzione delle Quartine (Rubayyat) di Umar Khayyam fu la prima traduzione in lingua italiana condotta direttamente dal testo originale in lingua persiana. Ne è autore, Francesco Gabrieli,  uno dei massimi studiosi italiani e del mondo della civiltà araba e del mondo mediorientale.

V Rubayyat

Giacché nessuno dà garanzia del domani,
allieta oggi tu codesto cuore malato d’amore.
Bevi il vino alla luce della luna, o Luna, ché la luna
molte volte ancora spunterà, e noi non troverà più.

Khayyam fu  innanzi tutto un uomo di scienza, profondo conoscitore d’Astronomia, Matematica, Filosofia e Teologia, dal carattere difficile e complesso.  La sua vocazione di poeta  fu sempre da lui stesso messa in secondo piano per pudore e reverenza e perciò anche in Occidente giunsero prima i suoi testi di Algebra e Matematica.  Esponente di una civiltà antichissima e colta piena di finezze espressive e nobiltà di sentire, Khayyām ci presenta un essere musulmani, vero autentico, non inquinato dalla vanità di credersi giusti quando bene o male tutti abbiamo difetti e commettiamo errori.

I Rubaiyyat

Benché io non abbia mai infilato la gemma
dell’obbedienza a Te,
benché mai abbia io deterso dal volto la polvere
del peccato,
con tutto ciò non dispero della generosità Tua,
poiché mai , l’Uno, io l’ ho chiamato “Due”.

La poesia di Khayyām è piena di perle di saggezza che si rivelano e si scoprono leggendo i suoi versi con attenzione e senza fretta. Non dimentichiamoci che era un saggio studioso di matematica e filosofia che si dilettava  nella scrittura di poesie, e da profondo conoscitore del Corano cercava di esprimere la sua condizione di uomo peccatore di fronte all’assoluto, al Dio unico che nella sua perfezione incute timore, ma per la sua bontà e mansuetudine ci invita a scegliere sempre il meglio nella vita anche quando si è deboli e facilmente pieni della “polvere del peccato”.

VII Rubayyat

Amico non muovere più rimproveri agli ebbri;
se Dio mi da di pentirmi, a Lui mi pentirò.
Tu non farti illusioni (di virtù) perché non bevi
vino,
chè cento cose commetti, rispetto a cui il ber
vino non è che una ragazzata.

Di queste tre Rubayyat (I, V, VII) colpisce la delicatezza e insieme la forza del suo sentire. La sensazione che l’uomo sia davvero poca cosa con tutti i suoi difetti, le sue mancanze, il suo “cuore malato”  ma il bene non manca. C’è l’amicizia, la generosità, la fede tutte armi potentissime contro il male.